James Graham Ballard – L’isola di cemento

Titolo: L’isola di cemento

Autore: James Graham Ballard

Editore: Feltrinelli

Anno: 2013

Pagine: 155

Prezzo: € 7,50

“A mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con se stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso se stesso a verso l’isola. Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucaristia del proprio corpo.
«Io sono l’isola.»”

A piccoli ma determinanti passi per il mio bagaglio di lettore, prosegue la conoscenza di uno dei maggiori autori di fantascienza (ma non solo) del secolo scorso: James Graham Ballard. Affascinato da un titolo dal sapore post apocalittico (ma che in realtà cela tutt’altro) e da una trama che dà pochi punti di riferimento al lettore, la mia scelta è ricaduta su “L’isola di cemento“, romanzo pubblicato nel 1974 ma che conserva un’attualità sconvolgente.

Un banale incidente automobilistico è il pretesto per dare il via alla narrazione, che vede nell’architetto trentacinquenne Robert Maitland il protagonista indiscusso. Uscita di strada, la sua Jaguar si ritrova semidistrutta nel bel mezzo di un’isola spartitraffico che divide l’autostrada alle porte di Londra. Ferito ma sopravvissuto alla sciagura, Maitland si rende conto di essere intrappolato nell’isola, quasi un universo parallelo di sterpaglie, blocchi di cemento e carcasse d’auto. Dopo i primi tentativi di fuga falliti miseramente, essendo l’isola circondata da declivi difficoltosi da scalare per la gamba lesa del protagonista, in Maitland inizia a scattare l’impietoso ingranaggio dell’istinto di sopravvivenza, accendendo nella sua coscienza un senso di sfida e una spietatezza che mai avrebbe pensato di avere. Assistiamo così a una metamorfosi progressiva e inarrestabile, dove lo scenario degradato dell’isola diventa quasi una provocazione per Maitland e la necessità di sopravvivere corre in parallelo a una cinica competizione: assumere il controllo totale dell’isola. Quel lembo di terra diviene per l’architetto più significativo del mondo che sta appena a qualche centinaia di metri di distanza. Addirittura più importante della moglie, del figlio e dell’amante. L’isola assume connotati quasi sacri, finendo con identificarsi sempre più con l’interiorità del protagonista, sporcando la sua coscienza con macchie di ruggine indelebili. Maitland scopre angoli spigolosi della propria mente che sfiorano la disumanità, recessi bui della propria psiche portati alla luce dalla volontà pura e semplice di non morire. Una crudeltà di cui ne faranno le spese anche i misteriosi abitanti dell’isola, in una gara di sopravvivenza che si sposta dalla fuga al dominio di quel tratto di suolo abbandonato.
Oltre a tutto ciò, Maitland incarna anche l’essere umano alienato e confinato dalla modernità e dal progresso nella propria misera solitudine. Un individuo dagli istinti sopiti e tenuti accuratamente a bada che tenta di ritrovare se stesso nella primordiale vita selvaggia in cui viene catapultato dopo l’incidente. L’isola così assume il doppio aspetto di prigione e di portatrice di libertà, a metà strada tra essere carnefice e assolutrice.

L’isola di cemento” è un’opera potente e disincantata, che trasporta il lettore, con la violenza di un pugno nello stomaco, in una dimensione parallela dai contorni tanto inquietanti quanto realistici. Una dura critica alla cultura del progresso, in cui l’uomo, nudo e indifeso, viene posto di fronte alla crudele sfida della sopravvivenza. Perché dopotutto, davanti alla nostra parte più intima e ai nostri istinti più reconditi, tutti noi regrediamo alla nostra vera e pura natura: dei semplici essere umani.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Stefano Caso – Libreria Luigi

Titolo: Libreria Luigi

Autore: Stefano Caso

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 187

Prezzo: € 14,00

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più. Un fantasma nero a cui avevo chiesto soccorso per fare di me un personaggio dotto e rispettabile. Un artificio che credevo divenisse potere per me e sudditanza per gli altri. E invece, lo avrei scoperto più tardi, era stata una raffinata difesa nei confronti della vita, dei miei desideri più genuini.”

Cosa significa “festeggiare” i propri cinquant’anni scoprendo che quanto si ritiene di più autentico e motivo d’orgoglio di tutta la propria vita, in realtà si tramuta in una gigantesca menzogna raccontata a se stessi?  Che come ci si vede allo specchio non corrisponde affatto all’idea che si sono costruiti di noi chi ci sta intorno? A questi quesiti prova a dare una risposta Stefano Caso, che nel suo “Libreria Luigi“, romanzo dal sapore pirandelliano, narra appunto le vicissitudini di Luigi Araldi, libraio che, dopo aver compiuto mezzo secolo, viene investito da un incredibile ciclone di eventi che cambieranno per sempre la sua esistenza.

Il turbine incontrollabile di tradimenti, rimorsi, vendette e rimpianti prende il via dalla poco gentile ma certamente innocua considerazione di un’anziana cliente che, all’affermazione di Luigi sul suo cinquantennale compleanno, risponde:
«Tanti auguri allora. Cinquanta? Lei porta la sua età in maniera davvero pietosa. Gliene avrei dati almeno una decina di più. Ma, come si dice, l’importante è essere giovani dentro. Non trova?»
Parole che hanno sul povero libraio l’effetto di un ferro rovente sulle carni vive: idealmente marchiata a fuoco da quella donna, la sua mente inizia a vorticare pericolosamente in cerca di un appiglio, rappresentato dalla tanto sbandierata cultura, l’unica cosa che lo ha sempre reso fiero e superbo. Ma proprio il suo aspetto fisico, tanto denigrato dalla vecchia signora, è il baluardo esterno del suo amore sconfinato per i libri e il sapere: barba spessa e scura e i pochi capelli rimasti portati lunghi. Segni distintivi che vengono per la prima volta messi in discussione e che sono soltanto l’inizio di una metamorfosi tanto imprevedibile quanto spassosa. Perché l’ironia, nel libro di Caso, non manca mai. Più di una volta, leggendolo, mi sono ritrovato a  sorridere, in particolare quando i fantasmi letterari del libraio in crisi esistenziale prendono il sopravvento. Lord Wotton, Vitangelo Moscarda, Charles Bukowski, Luigi Pirandello, Victor Hugo e chi più ne ha, più ne metta. Una girandola di personaggi appartenenti alla finzione letteraria e di autori passati a miglior vita infestano le giornate di Luigi, dispensando consigli non richiesti e lanciando maligne provocazioni.
Libreria Luigi” è un romanzo che affronta l’eterna paura di invecchiare e l’annosa questione dell’apparire agli altri, finendo così per mentire anche se stessi, ma sempre con la dovuta leggerezza e la giusta dose di umorismo. La trama non troppo originale viene compensata dallo stile dell’autore, scorrevole ma non banale, che alterna in un ripido saliscendi espressioni quasi auliche, che ritroviamo perlopiù nei pensieri del protagonista, che fa sfoggio della propria cultura anche parlando tra se e se, e il parlato di tutti i giorni.

Stefano Caso ci propone una lettura leggera ma che sa anche offrire momenti di riflessione. La storia di una vita ordinaria e abitudinaria che sprofonda in una crisi tanto destabilizzate quanto necessaria. Un mutamento improvviso dai risvolti tragicomici ma che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha segretamente desiderato che avvenisse anche nella propria esistenza.

Voto: 3,5

Mr. P.

Yambo – Gli esploratori dell’infinito

Titolo: Gli esploratori dell’infinito

Autore: Yambo

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 288

Prezzo: € 25,00

“Io amo questa piccola isola celeste che voi chiamate capocchia di spillo, trottola indecente, caricatura di mondo. […] L’amo perché ci ha sollevati nell’azzurro, perché ci ha fatto superiori agli altri uomini, perché ha permesso al nostro pensiero di innalzarsi a vette inaccessibili  agli altri figli della Terra… perché ha dato modo a noi – sciagurati mortali – di gettare un timido sguardo nell’abisso, dove i segreti dell’Essere degli esseri sono raccolti!”

Il libro che ho tra le mani è l’ennesimo, importante recupero di un manoscritto “dimenticato” operato dalla casa editrice romana Cliquot, realtà editoriale che confeziona dei piccoli gioielli letterari, sia dal punto di vista della traduzione che dell’estetica e della cura tipografica. La seconda uscita della “Collana Fantastica” ha riportato sugli scaffali delle librerie Yambo, all’anagrafe Enrico Novelli, scrittore e illustratore italiano del primo Novecento. Considerato uno dei principali anticipatori della fantascienza nel nostro Paese, Yambo è autore di svariati romanzi collocati nel filone della narrativa per ragazzi, di cui “Gli esploratori dell’infinito” è ritenuto il capolavoro. Ma leggerlo aspettandosi un “semplice” libro per ragazzi è fuorviante: “Gli esploratori dell’infinito” è infatti un romanzo che non ha età, che diverte e appassiona qualsiasi generazione, continuando a farlo oggi come lo faceva nel 1908, data della sua prima pubblicazione.

L’elemento scatenante dell’intera vicenda è la scoperta di Cupido, un bolide che staziona a dodicimila metri dal suolo terrestre, diventando così un nuovo, microscopico satellite del nostro pianeta. L’incredibile rivelazione attira immediatamente l’attenzione del miliardario filantropo Harry Stharr, che sogna di abbandonare la meschinità e la corruzione della Terra per fuggire sul nuovo pianetino e vivere così una vita semplice e pura. Per attuare il suo proposito, chiede aiuto al capo redattore del suo giornale Giorgio Halt, esatto opposto del benefattore, con la sua indole egoista. Halt infatti accetta soltanto per lo spropositato stipendio che Stharr gli promette. Una volta giunti sul bolide, viaggiando su un aerostato, per i due protagonisti comincerà l’avventura autentica, una vera e propria esplorazione dell’infinito. Non mancheranno un manipolo di marziani (che Yambo chiama “marziali”), una banda di falsari, temperature glaciali e climi tropicali, dissertazioni scientifiche e addirittura l’organizzazione di una festa di capodanno interplanetaria. E poco importa se all’epoca Plutone non era stato ancora scoperto ed è il grande assente nel bizzarro viaggio di Stharr e Halt. Ciò che davvero rende il romanzo dello scrittore toscano un viaggio senza tempo, godibilissimo anche a oltre un secolo di distanza, è il senso del meraviglioso che sprigiona ogni sua pagina. Prodigi e stramberie si alternano in una danza frenetica, che cattura il lettore di allora come quello di adesso, sbalordendo sia adulti che ragazzi. Una grande mano in tal senso la danno anche le splendide 71 illustrazioni che accompagnano la narrazione, ad opera dell’autore stesso. Ma la storia scaturita dalla penna di Yambo non esaurisce qui il suo potenziale. Infatti sotto la superficie fantastica e d’intrattenimento si può scorgere una critica al buonismo quasi esasperato di Harry Stharr, cieco verso la realtà e capace soltanto di morali e prediche che non portano da nessuna parte. L’autore ci fa comprendere come sia impossibile sfuggire alla miseria d’animo che regna sulla Terra (non per nulla su Cupido i vizi e la grettezza della banda di falsari la faranno da padroni) e che bisognerebbe invece affrontare i problemi in modo pratico e risoluto. Anziché fuggire occorre accettare l’uomo con tutte le sue contraddizioni e i suoi difetti.

Gli esploratori dell’infinito” è un’escursione nell’utopistico e nel sensazionale, una folle chimera che non ha perso un briciolo del suo fascino. Un libro da leggere per lasciarsi trasportare in un mondo lontano e avveniristico, a tratti fiabesco a tratti crudele, con la mente proiettata verso l’infinito ma con lo sguardo ben saldo verso il nostro Pianeta.

Voto: 4/5

Mr. P.

Intervista a Dario Pontuale

Oggi abbiamo l’immenso piacere di avere ospite un autore che noi di Blog con vista amiamo particolarmente. Si tratta di Dario Pontuale, scrittore, saggista e curatore, di cui abbiamo letto, apprezzato e recensito saggi, romanzi e racconti. Anziché introdurvelo, vi lascerei alle sue stesse parole di presentazione, che ci siamo permessi di rubare dal suo sito.

«Scrivo romanzi, “faccio” lo scrittore, almeno ci provo. Certamente tento di farlo bene, con cura e dedizione, come in fondo dovrebbe essere sempre. Non “faccio”, però, soltanto questo. Dalla polvere di alti scaffali, dagli angoli bui di magazzini abbandonati inseguo capolavori dimenticati, assopiti sotto la coltre del tempo, rimasti soffocati dalle frenetiche ansie editoriali. Inseguo quelli che normalmente chiamano CLASSICI. Provo ad offrirgli nuova vita, tento di salvarli dall’oblio convinto che abbiano subìto un’ingiusta fine, sicuro che non abbiano resistito all’incuria degli anni per puro caso, bensì perché custodi di un magico sapere.»

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Dario Pontuale su Facebook e sul suo sito ufficiale.
Ma basta con i convenevoli e iniziamo la nostra chiacchierata!

Ciao Dario e grazie mille per esserti reso disponibile per la nostra piccola intervista.
Come dicevamo prima, sei scrittore di narrativa, saggista, curatore di classici e ovviamente lettore. Cosa ti senti maggiormente, tra tutto ciò?

So già che può risultare banale dirlo, ma prima di tutto mi sento lettore. Nessun’altra categoria potrebbe esistere se prima di tutto non venisse la lettura, il piacere pieno di leggere. Si deve restare lettori prima di ogni altra cosa, altrimenti il gioco funziona male.

Esplorando il tuo lato da scrittore, non può mancare la domanda più classica di tutte. Quali sono gli autori che hanno influenzato la tua poetica e il tuo modo di scrivere?

Non saprei, credo che la scrittura personale sia una lenta stratificazione, come un velo sopra a un altro velo, ognuno possiede il proprio distinguibile colore, ma se sovrapposti assumono una tonalità diversa da tutte. Ecco cos’è per me il personale stile di scrittura, cioè la somma di quei maestri che più restano celati e più agiscono. Se comunque dovessi rispondere per forza e a bruciapelo, citerei autori senza criterio, ma a me cari: Svevo, Conrad, Bukowski, Pasolini, Calvino, Buzzati, Stevenson, Salgari, Flaubert, Tolstoj, Hemingway, Ginzburg. Come abbiano influito non so, ma questi penso siano rimasti in me.
Ps: lo so, mancano le scrittrici, non c’è nessuna preclusione. Ho soltanto iniziato tardi a leggerle, le sto assimilando, presto vi stupirò.

Nella vita sei riuscito a far diventare la tua più grande passione un lavoro. Quando è stato il momento in cui hai davvero capito che l’amore per i libri si sarebbe trasformato in una professione?

Questo, sono sincero, non credo ancora di averlo capito. Ogni volta che esce un Classico o un mio libro, resto sempre un po’ sorpreso, quasi stupito, ma non per falsa modestia. Semplicemente perché è un momento che possiede sempre un aspetto magico, quello della trasmissione della parola, soprattutto in forma scritta. Lo percepii quando stampai la tesi, l’ho percepito allo stesso modo quanto è uscito l’ultimo libro. Un momento netto di passaggio non c’è mai stato e forse è meglio così.

Nell’ottimo saggio “Ciak si legge” presenti una serie di classici, alcuni anche non così noti, da cui è stato tratto un film. Qui ci sorge una duplice domanda: potresti consigliarci tre classici “dimenticati”, a cui hai lavorato oppure ti piacerebbe lavorare in futuro?

Sempre rispondendo a bruciapelo dico che per i Classici dimenticai a cui ho lavorato suggerisco: “Non intendo tacere” di Zola, “Il salvataggio” di Conrad e “Racconto di uno sconosciuto” di Checov. Autori, invece, su cui mi piacerebbe scrivere sono: Pavese, Bianciardi, Joyce.

E ancora: qual è il tuo rapporto con il cinema?

Amo il cinema perché racconta storie un po’ come fa la lettura. Se ci penso bene, sono uno al quale piace farsi raccontare delle storie. Un piacevole vizio antico, tutto qui.

So che non  è mai facile parlare dei propri lavori, ma c’è un tuo libro a cui sei più affezionato? E perché?

No, no a questa non rispondo. Troppo facile come tranello e poi, in fondo, non lo so. Quello di cui sono sicuro è che faccio una netta distinzione tra il mio lavoro di critico e quello di romanziere. Voglio bene a tutti i libri, ma li considero buoni cugini tra loro, non fratelli.

Cosa ti sentiresti di consigliare a un autore esordiente?

Di leggere e qui mi ripeto. Senza la lettura, la scrittura resta una farfalla con una sola ala. Precipita presto.

E invece da cosa consiglieresti di iniziare, a un lettore che non ha ancora scoperto la potenza e la magia dei classici?

Gli consiglierei di seguire la pancia. Prenda qualsiasi libro e cominci da dove vuole, dove andrà a finire spetterà a lui deciderlo. A me, tutta questa libertà d’azione, già sembra un ottimo incentivo.

E per finire non può mancare questa domanda: a cosa stai lavorando attualmente? Potresti anticiparci qualcosa sulle tue prossime uscite?

Sto lavorando a un saggio su Frankenstein che nel 2018 compie duecento anni. Sto scrivendo una prefazione per uno Stevenson dove ci sarà molto mare e per un Melville nel quale ci sarà parecchio oceano. Insomma, si scrive…umidi.

Grazie mille Dario! È stato un piacere averti ospite su Blog con vista!

Grazie a voi per l’intervista e per tutta la sana passione trasmessa.

Mr. P.

Giovanni Lucchese – Questo sangue non è mio

Titolo: Questo sangue non è mio

Autore: Giovanni Lucchese

Editore: Alter Ego

Anno: 2017

Pagine: 194

Prezzo: €  13,00

“«Vedi, a volte lasciamo che le cose brutte che ci accadono e la negatività che sprigionano dentro di noi ci definiscano. Il loro condizionarci in qualche modo ci protegge, ci isola da quel mondo esterno che ci spaventa così tanto da dover affrontare. In fondo al nostro cuore sappiamo che eliminarle ci renderebbe liberi, ma la libertà è una cosa che può fare molta paura, soprattutto quando non la si prova più da tanto tempo.»
«Tutto questo è molto profondo, ma perché ha voluto raccontare questa storia proprio a me, ora?»
« Perché prima o poi a ognuno di noi nasce un tumore, un’escrescenza, qualcosa di negativo. E prima o poi dobbiamo affrontare tutti la paura e deciderci a eliminarlo.»”

Romanzo d’esordio di Giovanni Lucchese, che in precedenza aveva pubblicato la raccolta di racconti “Pop Toys” sempre per Alter Ego, “Questo sangue non è mio” è un thriller psicologico sui generis. Tra le pagine di Lucchese non troveremo infatti serial killer, ispettori di polizia o crimini efferati. L’intera vicenda si gioca in un batti e ribatti mozzafiato all’interno della mente di Carlotta, nello stesso tempo protagonista e antagonista di una vicenda dai toni surreali.

Carlotta sembra una ragazza come tante. Un aspetto fisico ordinario, un’intelligenza nella media e un modo di fare goffo e impacciato. Ma nel profondo è consapevole di non essere come tutte le altre ragazze. Perché, nonostante farsi degli amici non sembri essere il suo forte, Carlotta ha, fin dall’infanzia, un’amica speciale, che non l’abbandona mai e con cui ha condiviso ogni momento. Il suo nome è l’Altra, ovvero la voce che le parla senza tregua nella testa. Una voce che la consiglia, la sprona e la rimprovera. Una voce che la porterà a compiere un’azione indicibile, che è anche il punto di partenza attraverso cui si snoda la narrazione.
Il romanzo alterna capitoli al presente, in cui seguiamo Carlotta in una fuga disperata, a continui flashback del passato della ragazza, più o meno recenti. Una scelta oltremodo azzeccata, in quanto ci fa comprendere con chiarezza l’inferno della vita di Carlotta, continuamente assillata dall’Altra e dai suoi consigli catastrofici, e che svela poco alla volta ciò che l’ha portata a compiere quel gesto sconsiderato.
L’autore è molto abile nello sviluppo dei dialoghi, in un continuo botta e risposta tra Carlotta e la sua voce interiore, tanto che l’Altra pare quasi un personaggio a tutto tondo e non soltanto un’emanazione degli angoli nascosti del suo intimo.
Così ci ritroviamo a voler sapere sempre di più del passato della protagonista. Siamo ingordi di fatti, parole e pensieri. Vogliamo capire perché Carlotta si sia ridotta al punto in cui è arrivata, perché non abbia amici o un fidanzato. Ma soprattutto come abbia fatto a sopravvivere tutti quegli anni in compagnia dell’Altra, senza uscire completamente di senno. Interrogativi a cui l’autore darà una risposta, inserendo anche un uomo misterioso, che cercherà in ogni modo di aiutare Carlotta. Domande e risposte che ci accompagneranno, in un saliscendi di emozioni, fino alla rivelazione finale.

Questo sangue non è mio” è un romanzo sulla solitudine e l’emarginazione sociale e di come possano intaccare la vita di un essere umano, trasformandolo interamente. Ma è anche un romanzo sull’eterna dicotomia che alberga nel cuore di ogni uomo: bene e male, luce e buio, corpo e anima. Una dualità che condiziona ogni nostro gesto, portandoci a fare delle scelte, a volte dolorose, altre sbagliate. Un’ottima prova per Lucchese, che confeziona un thriller che in realtà è molto di più. Un noir ricco di significati ma che al contempo si lascia leggere tutto d’un fiato.

Voto: 4/5

Mr. P.

Peppe Fiore – Dimenticare

Titolo: Dimenticare

Autore: Peppe Fiore

Editore: Einaudi

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: € 18,50

“Il passato esiste solo in funzione di come uno se lo racconta, e diventa davvero passato solo quando prende la forma di una storia.”

“Come si fa?”, mi chiedo. Come si fa a parlare di un libro che mi ha colpita così nel profondo? Come posso esprimere con le parole, in modo razionale e pacato, ciò che non sono neanche ancora riuscita a metabolizzare per bene? Potrò, riuscirò? Queste sono le domande che mi pongo mentre mi accingo a scrivere di “Dimenticare”, ultimo lavoro di Peppe Fiore, scrittore e sceneggiatore napoletano. Fin dalle prime pagine sono stata catturata dalle atmosfere di questo romanzo, che può apparire a qualcuno, forse, abbastanza semplice; dietro a questa maschera, si rivela invece – a mio avviso – una complessità non da poco. La scena iniziale mi ha immediatamente richiamato alla mente, chissà perché, Paolo Sorrentino e, man mano che procedevo con la lettura, non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione: la storia narrata, le ambientazioni, i dialoghi tanto scarni quanto pungenti, quel senso di sospensione e di assurdo, tutto mi ha ricordato un film del regista napoletano. E questo è assolutamente un punto a favore, amandolo io moltissimo!

Il protagonista di “Dimenticare” è Daniele, un uomo all’apparenza schivo, che decide di abbandonare di punto in bianco la sua vita a Fiumicino per trasferirsi altrove, in un paesino sulle montagne laziali, con l’intento di prendere in gestione il bar di una stazione sciistica ormai inutilizzata. Nulla di troppo complicato, fino a qua: sono molte le opere che parlano di decisioni affrettate, di cambiamenti inaspettati, di luoghi “limite”, solitari e silenziosi. Daniele comincia a condurre un’esistenza pacata: instaura dei rapporti con alcuni abitanti, lavora senza sosta e tutto sembra filare liscio. Fin da subito, però, il lettore intuisce che qualcosa non quadra: perché Daniele se n’è andato? Che cosa l’ha spinto ad allontanarsi dalla sua famiglia, da quel fratello tanto amato quanto odiato, da quel nipote così affezionato a lui? Perché il passato sembra tornare ad ogni respiro, che cosa sta cercando di cancellare con tenacia, con una forza che l’ha fatto isolare in quella casa dismessa? E, ancora, è davvero possibile dimenticare? Perché i ricordi possono riemergere, il protagonista stesso se ne rende conto: «Credeva di essersene liberato e invece erano rimasti lì, sotto la corteccia della coscienza, come radici che non possono esprimersi alla luce, e si ramificano verso il profondo».

Il romanzo di Peppe Fiore non è però né un thriller né un giallo e, soprattutto, non è per nulla scontato: ciascuna pagina è intrisa di malinconia, la psicologia del protagonista è scavata a fondo ed aleggia continuamente nell’aria qualcosa di strano, di oscuro, quella «bestia addormentata, sempre con un occhio chiuso e l’altro aperto», che si nasconde dentro ciascuno di noi. Fiore è in grado di mostrarci le parti più sofferenti e cupe di noi stessi, è stato capace di farmi venire i brividi e di smuovere corde molto profonde, con una certa poeticità, che si riscontra fino all’ultima, perfetta, parola.

Voto: 5/5

Mrs. C.

John Ajvide Lindqvist – Musica dalla spiaggia del paradiso

Titolo: Musica dalla spiaggia del paradiso

Autore: John Ajvide Lindqvist

Editore: Marsilio

Anno: 2015

Pagine: 426

Prezzo: € 18,50

“È dai difetti che si capisce una persona. Possiamo farci un’idea osservandone le caratteristiche, buone o cattive. Tutto quello che si vede in superficie. Ma se vogliamo davvero capire chi sia, dobbiamo addentrarci nell’oscurità e conoscere i suoi difetti. La rotella mancante definisce l’ingranaggio. Un quadro si giudica dalla pennellata sbagliata, mentre l’accordo dissonante fa a pezzi una canzone. Oppure la rende interessante. È l’altra faccia della medaglia.”

Considerato da molti l’erede europeo di Stephen King, John Ajvide Lindqvist si è sempre contraddistinto per una concezione dell’orrore in chiave moderna, rielaborando in maniera originale e personalissima alcuni stilemi dell’horror più classico. Pensiamo ad esempio al vampiro, reinventato in modo magistrale in quel capolavoro che è “Lasciami entrare”, oppure agli zombie, svecchiati e rinnovati ne “L’estate dei morti viventi” o ancora pescando a piene mani nella ghost story con “Il porto degli spiriti”.
Musica dalla spiaggia del paradiso“, sesta opera dell’autore svedese, lascia invece da parte creature mostruose e terrori ancestrali per addentrarsi con maggior profondità nei meandri della psiche e della coscienza umana, miscelando elementi soprannaturali con allucinazioni e stati di alterazione mentale.

Fin dalla prima pagina ci troviamo catapultati nel centro della narrazione, che prende il via quando un gruppo di turisti, nel bel mezzo delle vacanze trascorse in un campeggio nei pressi di Stoccolma, scoprono che ogni cosa intorno a loro è sparita. O meglio, restano soltanto le loro roulotte, circondate da un’immensa landa, ricoperta da un prato verde tagliato alla perfezione e sovrastata da un cielo di un blu uniforme, senza sole e senza nuvole. Dopo un primo momento di spaesamento, il panico inizia a serpeggiare tra i protagonisti, accorgendosi ben presto di non essere soli. Misteriose figure bianche, prive di lineamenti, si aggirano inquiete intorno al campo, richiamando l’attenzione degli sfortunati campeggiatori. Proprio queste sagome diventano il fulcro dell’universo psicologico costruito da Lindqvist: c’è chi, scrutandoli, vede il padre defunto, chi un commesso viaggiatore, chi invece una tigre nera e chi addirittura l’attore Jimmie Stewart. Il passato, portando con sé il proprio carico di colpe e di inganni, torna a ghermire con i suoi artigli affilati i dieci dispersi, lasciandoli atterriti, confusi e spaventati.
Si alternano così alla narrazione delle vicende presenti, corposi e affascinanti flashback sulle precedenti vite dei protagonisti. Unico collante della follia che imperversa nel campeggio, le note suadenti che fuoriescono dalle casse dalle autoradio: un flusso continuo di canzoni svedesi, con il comune denominatore dell’autore Peter Himmelstrand. Man mano che trascorrono le ore, in un pomeriggio perpetuo senza alba né tramonto, l’alienazione e lo squilibrio mentale si fanno strada nelle menti stremate dei villeggianti, tra tentativi di contatto con il mondo reale e fughe improvvisate alla ricerca di una via d’uscita da quell’orrore fatto di erba e cielo azzurro.
Tra i vari personaggi occorre citare Molly, una sinistra bambina dal carattere ambiguo, figlia del calciatore Peter e della modella Isabelle. Lasciata in tenera età dalla madre dentro una galleria buia per parecchie ore, sembra aver sviluppato un legame angoscioso con le figure bianche e l’universo parallelo in cui sono imprigionati.

Musica dalla spiaggia del paradiso” non è un libro semplice. Si rischia più volte di perdersi nei meandri psicologici creati da Lindqvist, in una sequenza ininterrotta di realtà e finzione. Un’opera che parrebbe lasciare più interrogativi che risposte ma che, se letta con la giusta attenzione, apre lo spiraglio a più di un’interpretazione. Un libro complesso che, senza preamboli, trasporta il lettore in un mondo estraneo, in cui l’autore si diverte a lasciare del non detto, a beneficio della fantasia di chi legge. Un romanzo che trascende i generi e che farà felice chi non si accontenta di una lettura ordinaria, ma cerca un qualcosa di più.

Voto: 4/5

Mr. P.

Sarah Manguso – Il salto

Titolo: Il salto

Autore: Sarah Manguso

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 93

Prezzo€ 16,00

“Non voglio ammettere che non avrei potuto salvare Harris dalla morte, che non sono magica, che non sono speciale, che non potrò mai salvare nessuno. (…) Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo. Quando guardo il velo che nasconde la fine della mia vita, mi sento sopraffatta dalla certezza che non userò il tempo bene come farei se conoscessi la data della mia morte. Mi viene voglia di mollare il colpo. Da questa prospettiva, il suicidio è un progetto razionale.”

Non è facile scrivere la recensione di un romanzo, di qualcosa puramente inventato da qualcun altro: le pagine hanno una sfumatura differente per ciascuno di noi e, al di là della trama, che pare accordare tutti, i significati che i lettori possono trovare in quelle parole sono molteplici. Lo scrittore voleva davvero dire quello che ho inteso? O sono piuttosto io, i miei pensieri, le mie esperienze di vita, quello in cui credo, che sta emergendo dalle parole che sto digitando al computer? Ancora più arduo è provare a dire qualcosa rispetto ad un memoir: qui non si tratta di fiction, si tratta di un’esistenza vera, in carne e ossa, di ricordi vissuti sulla propria pelle, di emozioni provate, alcune meravigliose, altre terribili. E’ perciò complicato provare a dire qualcosa rispetto a “Il salto”, lavoro autobiografico di Sarah Manguso, edito da NN Editore. E’ un libro talmente personale, talmente intimo che sembra quasi di violarlo, in qualche modo, parlandone. Nonostante questo, ho deciso di provarci lo stesso, perchè, anche se a me non è stato d’aiuto, sono sicura possa esserlo per qualcun altro.

Il 23 luglio 2008, in una stazione della metropolitana di New York, Harris J. Wulfson, dopo essere scappato dal reparto psichiatrico in cui si trovava ed aver vagabondato sotto la pioggia per ben dieci ore, si butta sotto un treno e pone così fine alla sua vita. La Manguso decide di raccontarci questa storia – anche se, affermerà più volte, non è esattamente questa la sua intenzione – non perchè l’ha letta sbadatamente in un giornale, o perchè l’ha sentita da qualche parte al tg: Harris era suo amico, forse il suo amico più caro. Con “Il salto” l’autrice non vuole fare un resoconto di quello che è accaduto, non desidera cercare la verità su come Harris sia riuscito a fuggire dall’ospedale e su cosa abbia fatto nelle sue ultime dieci ore: sembra, semplicemente, essere giunta ad un punto in cui è impossibile trattenere dentro di sè il proprio dolore e per questo motivo lo lascia fuoriuscire, lentamente, pagina dopo pagina, per provare a non esserne più tormentata. “Il mio dolore non è per Harris. E’ per me.” afferma Sarah Manguso. E piano piano ci porta dritti verso i suoi ricordi: le vacanze estive, la convivenza, i momenti di svago e quelli meno felici, in cui s’intravedeva già l’ombra della malattia mentale che avrebbe colpito entrambi. Quando una persona si toglie la vita, rimaniamo impassibili, increduli. Cerchiamo un senso, una causa, proviamo a dare la colpa a qualcuno, anche a noi stessi: “Tutti vogliono trovare la conferma più profetica e più esplicita che l’avrebbe fatto comunque, che non saremmo mai stati capaci di impedirglielo”. E, in un certo senso, è anche questo che fa l’autrice: scava a fondo in se stessa, nella vita di Harris, prova a trovare dei motivi. Si sarà gettato sotto un treno a causa dell’acatisia, effetto collaterale di un farmaco preso? Un dybbuk si sarà impossessato del suo corpo, costringendolo a commettere l’atto? La colpa è stata dell’infermiera che ha aperto la porta del reparto? O forse è sua, per non averlo cercato appena tornata da un lungo, lunghissimo viaggio? Ne “Il salto” non c’è una vera e propria linea temporale, le memorie si affollano freneticamente una dopo l’altra, ma alcuni temi ricorrono più di altri: l’amicizia, l’importanza di avere qualcuno al proprio fianco, il desiderio di farla finita, i numerosi lutti che possiamo incontrare sul nostro cammino e tutto quello che queste dolorose perdite ci lasciano.

Sebbene non mi sia sentita particolarmente vicina alla Manguso, nel leggere il suo memoir, la sua sofferenza era tangibile, e così la sua volontà di salutare ancora una volta (l’ultima, forse?) il suo amico Harris. Per questo motivo non posso che consigliarne la lettura a chi ha provato un’esperienza simile: potrà esserne scosso, potrà in qualche modo sentire di avere una spalla su cui piangere, potrà magari trovare un supporto in questo libro, ricordando che, condividendolo, il dolore acquista un senso diverso, nuovo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Dario Pontuale – L’irreversibilità dell’uovo sodo

Titolo: L’irreversibilità dell’uovo sodo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 236

Prezzo: € 14,00

“Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri.”

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è la terza opera di Dario Pontuale che leggo nel giro di qualche mese ed è il terzo centro pieno che l’autore romano realizza con i suoi scritti carichi di dolce mestizia e tensione emotiva. Quello che abbiamo di fronte è un romanzo che si può ascrivere in parte alla letteratura di viaggio, intesa ovviamente sia come viaggio fisico che spirituale. Leggendo “L’irreversibilità dell’uovo sodo” ci addentriamo insieme al protagonista in una Argentina che, partendo dalla moderna e industrializzata Buenos Aires, si snoda attraverso terre brulle e sconfinate e paesini quasi dimenticati, per raggiungere il cuore della Patagonia, fino ai confini con il Perù e alla Terra del Fuoco. Un cammino che ci insegnerà più di quanto possiamo immaginare.

Protagonista del romanzo è Gabriele Grodo, socio ormai unico dell’agenzia investigativa Grodo & Luccherini, dopo che l’amico Alessio Luccherini decide di abbandonare il lavoro da investigatore per dedicarsi anima e corpo all’amore della sua vita. Tra le dimissioni della segretaria Cristina, un factotum ucraino che si lascia scoprire ad ogni appostamento e i clienti che scarseggiano alquanto ad arrivare, la passione e la vitalità di Gabriele sembrano essere evaporate, lasciando il posto ad un’esistenza priva di stimoli e di nuovi orizzonti da inseguire. L’agenzia sembra destinata alla sfacelo, e con lei anche Gabriele, quando inaspettatamente arriva una telefonata che cambia radicalmente le carte in tavola. Dall’altro capo del filo c’è il signor Arduini, pensionato che nutre un amore viscerale per il mondo degli scacchi e purtroppo costretto da tempo su di una sedia a rotelle. Arduini è assolutamente convinto di aver intrapreso da più di dieci anni una partita a scacchi a distanza con l’imbattuto campione mondiale Alfred Molling, il tutto attraverso una fitta e bizzarra corrispondenza. Molling, il più grande scacchista di sempre, è scomparso inspiegabilmente negli anni ’70, senza più lasciare alcuna traccia di sé. Arduini ha però desunto si tratti di lui dal suo impareggiabile modo di giocare e potete immaginare quale sia il suo stupore e la sua immensa gioia nel constatare che, con uno scacco matto, uno sconosciuto amatore abbia battuto un campione mondiale. Dall’invio però dell’ultima corrispondenza contenente lo scacco matto, Arduini non riceve più risposta dal suo avversario. Il compito di Gabriele sarà quindi quello di recarsi a Buenos Aires, città da cui sono partite tutte le missive, per consegnare nelle mani di Molling la mossa che ha decretato la sua sconfitta, sancendo così definitivamente la vittoria di Arduini. Un compito in apparenza senza difficoltà, oltretutto ben pagato e che coniuga anche qualche giorno di vacanza. Gabriele accetta con entusiasmo, non sapendo che quello a cui andrà incontro sarà un viaggio all’interno del territorio argentino, in cui farà la conoscenza di personaggi strabilianti, ognuno dei quali gli consegnerà la chiave per comprendere meglio la propria esistenza e i propri sogni, tanto che la ricerca del campione scomparso diventerà un pretesto per una più importante ricerca interiore. La grande abilità di Pontuale la ritroviamo anche nell’originale espediente di creare un parallelismo tra l’avventura di Gabriele e il viaggio intrapreso da Kurtz nel romanzo di Jospeh Conrad “Cuore di tenebra, la cui lettura guiderà come un compagno fedele l’intero percorso di Gabriele. Ultima considerazione sui personaggi che l’investigatore troverà lungo il suo cammino, mai mere macchiette ma uomini dotati sempre di una propria complessa e profonda personalità: troviamo così Eneas, venditore di libri ambulante che conosce a memoria tutti gli incipit dei volumi che vende, Erastos, definito “ritrattista della parola”, ossia un poeta di strada che scrive versi su misura a chi glieli richiede, per continuare con i Munoz, strampalati fratelli contrabbandieri di alcool ma dal cuore d’oro e terminando con il marinaio filosofo Neto, che svelerà a Gabriele il mistero dell’uovo sodo.

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è un romanzo intenso ed estremamente affascinante, che ci prende per mano e ci conduce nelle zone d’ombra della coscienza umana, lasciandoci però sempre intravedere uno spiraglio di luce e di speranza, che tocca a noi rincorrere e fare nostro. Un viaggio appassionante che sarà difficile da dimenticare, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, conscio che il più delle volte ciò che conta veramente non è il raggiungimento della meta, ma ciò che apprendiamo e che ci viene insegnato durante il tragitto.

Voto: 4/5

Mr. P.