Peppe Fiore – Dimenticare

Titolo: Dimenticare

Autore: Peppe Fiore

Editore: Einaudi

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: € 18,50

“Il passato esiste solo in funzione di come uno se lo racconta, e diventa davvero passato solo quando prende la forma di una storia.”

“Come si fa?”, mi chiedo. Come si fa a parlare di un libro che mi ha colpita così nel profondo? Come posso esprimere con le parole, in modo razionale e pacato, ciò che non sono neanche ancora riuscita a metabolizzare per bene? Potrò, riuscirò? Queste sono le domande che mi pongo mentre mi accingo a scrivere di “Dimenticare”, ultimo lavoro di Peppe Fiore, scrittore e sceneggiatore napoletano. Fin dalle prime pagine sono stata catturata dalle atmosfere di questo romanzo, che può apparire a qualcuno, forse, abbastanza semplice; dietro a questa maschera, si rivela invece – a mio avviso – una complessità non da poco. La scena iniziale mi ha immediatamente richiamato alla mente, chissà perché, Paolo Sorrentino e, man mano che procedevo con la lettura, non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione: la storia narrata, le ambientazioni, i dialoghi tanto scarni quanto pungenti, quel senso di sospensione e di assurdo, tutto mi ha ricordato un film del regista napoletano. E questo è assolutamente un punto a favore, amandolo io moltissimo!

Il protagonista di “Dimenticare” è Daniele, un uomo all’apparenza schivo, che decide di abbandonare di punto in bianco la sua vita a Fiumicino per trasferirsi altrove, in un paesino sulle montagne laziali, con l’intento di prendere in gestione il bar di una stazione sciistica ormai inutilizzata. Nulla di troppo complicato, fino a qua: sono molte le opere che parlano di decisioni affrettate, di cambiamenti inaspettati, di luoghi “limite”, solitari e silenziosi. Daniele comincia a condurre un’esistenza pacata: instaura dei rapporti con alcuni abitanti, lavora senza sosta e tutto sembra filare liscio. Fin da subito, però, il lettore intuisce che qualcosa non quadra: perché Daniele se n’è andato? Che cosa l’ha spinto ad allontanarsi dalla sua famiglia, da quel fratello tanto amato quanto odiato, da quel nipote così affezionato a lui? Perché il passato sembra tornare ad ogni respiro, che cosa sta cercando di cancellare con tenacia, con una forza che l’ha fatto isolare in quella casa dismessa? E, ancora, è davvero possibile dimenticare? Perché i ricordi possono riemergere, il protagonista stesso se ne rende conto: «Credeva di essersene liberato e invece erano rimasti lì, sotto la corteccia della coscienza, come radici che non possono esprimersi alla luce, e si ramificano verso il profondo».

Il romanzo di Peppe Fiore non è però né un thriller né un giallo e, soprattutto, non è per nulla scontato: ciascuna pagina è intrisa di malinconia, la psicologia del protagonista è scavata a fondo ed aleggia continuamente nell’aria qualcosa di strano, di oscuro, quella «bestia addormentata, sempre con un occhio chiuso e l’altro aperto», che si nasconde dentro ciascuno di noi. Fiore è in grado di mostrarci le parti più sofferenti e cupe di noi stessi, è stato capace di farmi venire i brividi e di smuovere corde molto profonde, con una certa poeticità, che si riscontra fino all’ultima, perfetta, parola.

Voto: 5/5

Mrs. C.

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John Ajvide Lindqvist – Musica dalla spiaggia del paradiso

Titolo: Musica dalla spiaggia del paradiso

Autore: John Ajvide Lindqvist

Editore: Marsilio

Anno: 2015

Pagine: 426

Prezzo: € 18,50

“È dai difetti che si capisce una persona. Possiamo farci un’idea osservandone le caratteristiche, buone o cattive. Tutto quello che si vede in superficie. Ma se vogliamo davvero capire chi sia, dobbiamo addentrarci nell’oscurità e conoscere i suoi difetti. La rotella mancante definisce l’ingranaggio. Un quadro si giudica dalla pennellata sbagliata, mentre l’accordo dissonante fa a pezzi una canzone. Oppure la rende interessante. È l’altra faccia della medaglia.”

Considerato da molti l’erede europeo di Stephen King, John Ajvide Lindqvist si è sempre contraddistinto per una concezione dell’orrore in chiave moderna, rielaborando in maniera originale e personalissima alcuni stilemi dell’horror più classico. Pensiamo ad esempio al vampiro, reinventato in modo magistrale in quel capolavoro che è “Lasciami entrare”, oppure agli zombie, svecchiati e rinnovati ne “L’estate dei morti viventi” o ancora pescando a piene mani nella ghost story con “Il porto degli spiriti”.
Musica dalla spiaggia del paradiso“, sesta opera dell’autore svedese, lascia invece da parte creature mostruose e terrori ancestrali per addentrarsi con maggior profondità nei meandri della psiche e della coscienza umana, miscelando elementi soprannaturali con allucinazioni e stati di alterazione mentale.

Fin dalla prima pagina ci troviamo catapultati nel centro della narrazione, che prende il via quando un gruppo di turisti, nel bel mezzo delle vacanze trascorse in un campeggio nei pressi di Stoccolma, scoprono che ogni cosa intorno a loro è sparita. O meglio, restano soltanto le loro roulotte, circondate da un’immensa landa, ricoperta da un prato verde tagliato alla perfezione e sovrastata da un cielo di un blu uniforme, senza sole e senza nuvole. Dopo un primo momento di spaesamento, il panico inizia a serpeggiare tra i protagonisti, accorgendosi ben presto di non essere soli. Misteriose figure bianche, prive di lineamenti, si aggirano inquiete intorno al campo, richiamando l’attenzione degli sfortunati campeggiatori. Proprio queste sagome diventano il fulcro dell’universo psicologico costruito da Lindqvist: c’è chi, scrutandoli, vede il padre defunto, chi un commesso viaggiatore, chi invece una tigre nera e chi addirittura l’attore Jimmie Stewart. Il passato, portando con sé il proprio carico di colpe e di inganni, torna a ghermire con i suoi artigli affilati i dieci dispersi, lasciandoli atterriti, confusi e spaventati.
Si alternano così alla narrazione delle vicende presenti, corposi e affascinanti flashback sulle precedenti vite dei protagonisti. Unico collante della follia che imperversa nel campeggio, le note suadenti che fuoriescono dalle casse dalle autoradio: un flusso continuo di canzoni svedesi, con il comune denominatore dell’autore Peter Himmelstrand. Man mano che trascorrono le ore, in un pomeriggio perpetuo senza alba né tramonto, l’alienazione e lo squilibrio mentale si fanno strada nelle menti stremate dei villeggianti, tra tentativi di contatto con il mondo reale e fughe improvvisate alla ricerca di una via d’uscita da quell’orrore fatto di erba e cielo azzurro.
Tra i vari personaggi occorre citare Molly, una sinistra bambina dal carattere ambiguo, figlia del calciatore Peter e della modella Isabelle. Lasciata in tenera età dalla madre dentro una galleria buia per parecchie ore, sembra aver sviluppato un legame angoscioso con le figure bianche e l’universo parallelo in cui sono imprigionati.

Musica dalla spiaggia del paradiso” non è un libro semplice. Si rischia più volte di perdersi nei meandri psicologici creati da Lindqvist, in una sequenza ininterrotta di realtà e finzione. Un’opera che parrebbe lasciare più interrogativi che risposte ma che, se letta con la giusta attenzione, apre lo spiraglio a più di un’interpretazione. Un libro complesso che, senza preamboli, trasporta il lettore in un mondo estraneo, in cui l’autore si diverte a lasciare del non detto, a beneficio della fantasia di chi legge. Un romanzo che trascende i generi e che farà felice chi non si accontenta di una lettura ordinaria, ma cerca un qualcosa di più.

Voto: 4/5

Mr. P.

Sarah Manguso – Il salto

Titolo: Il salto

Autore: Sarah Manguso

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 93

Prezzo€ 16,00

“Non voglio ammettere che non avrei potuto salvare Harris dalla morte, che non sono magica, che non sono speciale, che non potrò mai salvare nessuno. (…) Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo. Quando guardo il velo che nasconde la fine della mia vita, mi sento sopraffatta dalla certezza che non userò il tempo bene come farei se conoscessi la data della mia morte. Mi viene voglia di mollare il colpo. Da questa prospettiva, il suicidio è un progetto razionale.”

Non è facile scrivere la recensione di un romanzo, di qualcosa puramente inventato da qualcun altro: le pagine hanno una sfumatura differente per ciascuno di noi e, al di là della trama, che pare accordare tutti, i significati che i lettori possono trovare in quelle parole sono molteplici. Lo scrittore voleva davvero dire quello che ho inteso? O sono piuttosto io, i miei pensieri, le mie esperienze di vita, quello in cui credo, che sta emergendo dalle parole che sto digitando al computer? Ancora più arduo è provare a dire qualcosa rispetto ad un memoir: qui non si tratta di fiction, si tratta di un’esistenza vera, in carne e ossa, di ricordi vissuti sulla propria pelle, di emozioni provate, alcune meravigliose, altre terribili. E’ perciò complicato provare a dire qualcosa rispetto a “Il salto”, lavoro autobiografico di Sarah Manguso, edito da NN Editore. E’ un libro talmente personale, talmente intimo che sembra quasi di violarlo, in qualche modo, parlandone. Nonostante questo, ho deciso di provarci lo stesso, perchè, anche se a me non è stato d’aiuto, sono sicura possa esserlo per qualcun altro.

Il 23 luglio 2008, in una stazione della metropolitana di New York, Harris J. Wulfson, dopo essere scappato dal reparto psichiatrico in cui si trovava ed aver vagabondato sotto la pioggia per ben dieci ore, si butta sotto un treno e pone così fine alla sua vita. La Manguso decide di raccontarci questa storia – anche se, affermerà più volte, non è esattamente questa la sua intenzione – non perchè l’ha letta sbadatamente in un giornale, o perchè l’ha sentita da qualche parte al tg: Harris era suo amico, forse il suo amico più caro. Con “Il salto” l’autrice non vuole fare un resoconto di quello che è accaduto, non desidera cercare la verità su come Harris sia riuscito a fuggire dall’ospedale e su cosa abbia fatto nelle sue ultime dieci ore: sembra, semplicemente, essere giunta ad un punto in cui è impossibile trattenere dentro di sè il proprio dolore e per questo motivo lo lascia fuoriuscire, lentamente, pagina dopo pagina, per provare a non esserne più tormentata. “Il mio dolore non è per Harris. E’ per me.” afferma Sarah Manguso. E piano piano ci porta dritti verso i suoi ricordi: le vacanze estive, la convivenza, i momenti di svago e quelli meno felici, in cui s’intravedeva già l’ombra della malattia mentale che avrebbe colpito entrambi. Quando una persona si toglie la vita, rimaniamo impassibili, increduli. Cerchiamo un senso, una causa, proviamo a dare la colpa a qualcuno, anche a noi stessi: “Tutti vogliono trovare la conferma più profetica e più esplicita che l’avrebbe fatto comunque, che non saremmo mai stati capaci di impedirglielo”. E, in un certo senso, è anche questo che fa l’autrice: scava a fondo in se stessa, nella vita di Harris, prova a trovare dei motivi. Si sarà gettato sotto un treno a causa dell’acatisia, effetto collaterale di un farmaco preso? Un dybbuk si sarà impossessato del suo corpo, costringendolo a commettere l’atto? La colpa è stata dell’infermiera che ha aperto la porta del reparto? O forse è sua, per non averlo cercato appena tornata da un lungo, lunghissimo viaggio? Ne “Il salto” non c’è una vera e propria linea temporale, le memorie si affollano freneticamente una dopo l’altra, ma alcuni temi ricorrono più di altri: l’amicizia, l’importanza di avere qualcuno al proprio fianco, il desiderio di farla finita, i numerosi lutti che possiamo incontrare sul nostro cammino e tutto quello che queste dolorose perdite ci lasciano.

Sebbene non mi sia sentita particolarmente vicina alla Manguso, nel leggere il suo memoir, la sua sofferenza era tangibile, e così la sua volontà di salutare ancora una volta (l’ultima, forse?) il suo amico Harris. Per questo motivo non posso che consigliarne la lettura a chi ha provato un’esperienza simile: potrà esserne scosso, potrà in qualche modo sentire di avere una spalla su cui piangere, potrà magari trovare un supporto in questo libro, ricordando che, condividendolo, il dolore acquista un senso diverso, nuovo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Dario Pontuale – L’irreversibilità dell’uovo sodo

Titolo: L’irreversibilità dell’uovo sodo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 236

Prezzo: € 14,00

“Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri.”

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è la terza opera di Dario Pontuale che leggo nel giro di qualche mese ed è il terzo centro pieno che l’autore romano realizza con i suoi scritti carichi di dolce mestizia e tensione emotiva. Quello che abbiamo di fronte è un romanzo che si può ascrivere in parte alla letteratura di viaggio, intesa ovviamente sia come viaggio fisico che spirituale. Leggendo “L’irreversibilità dell’uovo sodo” ci addentriamo insieme al protagonista in una Argentina che, partendo dalla moderna e industrializzata Buenos Aires, si snoda attraverso terre brulle e sconfinate e paesini quasi dimenticati, per raggiungere il cuore della Patagonia, fino ai confini con il Perù e alla Terra del Fuoco. Un cammino che ci insegnerà più di quanto possiamo immaginare.

Protagonista del romanzo è Gabriele Grodo, socio ormai unico dell’agenzia investigativa Grodo & Luccherini, dopo che l’amico Alessio Luccherini decide di abbandonare il lavoro da investigatore per dedicarsi anima e corpo all’amore della sua vita. Tra le dimissioni della segretaria Cristina, un factotum ucraino che si lascia scoprire ad ogni appostamento e i clienti che scarseggiano alquanto ad arrivare, la passione e la vitalità di Gabriele sembrano essere evaporate, lasciando il posto ad un’esistenza priva di stimoli e di nuovi orizzonti da inseguire. L’agenzia sembra destinata alla sfacelo, e con lei anche Gabriele, quando inaspettatamente arriva una telefonata che cambia radicalmente le carte in tavola. Dall’altro capo del filo c’è il signor Arduini, pensionato che nutre un amore viscerale per il mondo degli scacchi e purtroppo costretto da tempo su di una sedia a rotelle. Arduini è assolutamente convinto di aver intrapreso da più di dieci anni una partita a scacchi a distanza con l’imbattuto campione mondiale Alfred Molling, il tutto attraverso una fitta e bizzarra corrispondenza. Molling, il più grande scacchista di sempre, è scomparso inspiegabilmente negli anni ’70, senza più lasciare alcuna traccia di sé. Arduini ha però desunto si tratti di lui dal suo impareggiabile modo di giocare e potete immaginare quale sia il suo stupore e la sua immensa gioia nel constatare che, con uno scacco matto, uno sconosciuto amatore abbia battuto un campione mondiale. Dall’invio però dell’ultima corrispondenza contenente lo scacco matto, Arduini non riceve più risposta dal suo avversario. Il compito di Gabriele sarà quindi quello di recarsi a Buenos Aires, città da cui sono partite tutte le missive, per consegnare nelle mani di Molling la mossa che ha decretato la sua sconfitta, sancendo così definitivamente la vittoria di Arduini. Un compito in apparenza senza difficoltà, oltretutto ben pagato e che coniuga anche qualche giorno di vacanza. Gabriele accetta con entusiasmo, non sapendo che quello a cui andrà incontro sarà un viaggio all’interno del territorio argentino, in cui farà la conoscenza di personaggi strabilianti, ognuno dei quali gli consegnerà la chiave per comprendere meglio la propria esistenza e i propri sogni, tanto che la ricerca del campione scomparso diventerà un pretesto per una più importante ricerca interiore. La grande abilità di Pontuale la ritroviamo anche nell’originale espediente di creare un parallelismo tra l’avventura di Gabriele e il viaggio intrapreso da Kurtz nel romanzo di Jospeh Conrad “Cuore di tenebra, la cui lettura guiderà come un compagno fedele l’intero percorso di Gabriele. Ultima considerazione sui personaggi che l’investigatore troverà lungo il suo cammino, mai mere macchiette ma uomini dotati sempre di una propria complessa e profonda personalità: troviamo così Eneas, venditore di libri ambulante che conosce a memoria tutti gli incipit dei volumi che vende, Erastos, definito “ritrattista della parola”, ossia un poeta di strada che scrive versi su misura a chi glieli richiede, per continuare con i Munoz, strampalati fratelli contrabbandieri di alcool ma dal cuore d’oro e terminando con il marinaio filosofo Neto, che svelerà a Gabriele il mistero dell’uovo sodo.

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è un romanzo intenso ed estremamente affascinante, che ci prende per mano e ci conduce nelle zone d’ombra della coscienza umana, lasciandoci però sempre intravedere uno spiraglio di luce e di speranza, che tocca a noi rincorrere e fare nostro. Un viaggio appassionante che sarà difficile da dimenticare, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, conscio che il più delle volte ciò che conta veramente non è il raggiungimento della meta, ma ciò che apprendiamo e che ci viene insegnato durante il tragitto.

Voto: 4/5

Mr. P.

Bonnie Nadzam – Lions

Titolo: Lions

Autore: Bonnie Nadzam

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 271

Prezzo: € 15,00

“Dunque la vita era dolce da un lato e amara dall’altro. L’avrebbe abbracciata nella sua totalità, senza condizioni né riserve, e senza desiderare che fosse diversa. Non perché fosse un uomo virtuoso o buono, ma perché era stanco, a mani vuote e non aveva la forza di fare altrimenti. Il mondo pulsava intorno a lui e in esso non c’erano poi troppe cose che, a suo parere, valesse la pena di inseguire.”

Lions, cittadina situata sugli altopiani del Colorado, ammantata di mistero e carica di malinconici riverberi, si è guadagnata di diritto un posto d’onore nel novero delle città immaginarie che maggiormente hanno stimolato il mio intelletto di lettore e cinefilo, al pari della Derry di “It”, capolavoro di Stephen King o di Twin Peaks, protagonista dell’omonima serie cult diretta da David Lynch. Perché Lions è un catalizzatore di antiche leggende popolari, che donano brividi sinistri quando vengono bisbigliate la notte davanti ad un camino acceso. È il fascino e nello stesso tempo il tedio della piccola provincia americana, quella sincera e autentica, in cui si è eternamente indecisi tra la fuga verso una vita più piena e degna e l’abbandono definitivo ad un’abitudine ormai consolidata. Ma Lions è anche un luogo della mente, rassicurante e oscuro nello stesso tempo, in cui nulla esteriormente muta, ma se si scava a fondo ci si accorge che tutto  in realtà è cambiato.

Basta un unico, tetro episodio, per sconvolgere Lions e le placide consuetudini che le ruotano attorno. L’inspiegabile visita di un uomo dal fascino arcano e conturbante, scrutato con diffidenza dagli abitanti del paese, quasi fosse un messaggero di cattive notizie. L’unico che lo accoglie all’interno della propria abitazione è il generoso e altruista John Walker, da tutti conosciuto per il suo buon cuore e per la sua eccentricità. Quando però, dopo la scomparsa dello straniero, Walker viene a mancare, la vita dei cittadini di Lions non sarà più la stessa. In particolare per Gordon, il figlio di John, e Leigh, due adolescenti indissolubilmente legati da un vincolo affettivo e spirituale, che verrà scalfito e intaccato dalle violente intemperie emozionali che caratterizzeranno il loro singolare rapporto, riuscendo però a non implodere in migliaia di piccoli pezzi. Gordon dopo la morte improvvisa del padre, si troverà di fronte ad un terribile bivio, in cui ogni scelta sembra essere quella giusta e quella sbagliata insieme. Restare a Lions, al fianco della madre, prendendo in mano le redini dell’officina di famiglia, oppure fuggire via insieme a Leigh verso una nuova vita, spalancando le braccia e il cuore all’amore, alle proprie aspirazioni e ad un’esistenza finalmente meritevole di essere vissuta a pieno? A confondere ulteriormente Gordon, i bizzarri viaggi verso il nord che John Walker intraprendeva periodicamente, il cui insondabile segreto viene tramandato al figlio in punto di morte. Un fardello che pesa sulle spalle del ragazzo come un macigno, che dovrà sollevare unicamente con le proprie forze. Intorno alle vite di Gordon e Leigh, ruotano una miriade di personaggi, esempi cristallini delle mille sfaccettature dell’animo umano. Georgianna, la dolce madre di Gordon, che diventerà quasi estranea a se stessa; May, fiera proprietaria del diner “Lucy Graves” e risoluta madre di Leigh; Boyd, barista sbruffone che sotto sotto però nasconde una grande bontà d’animo; Dock che, insieme al figlio Emery, tenta con volontà e nobiltà di apprendere il mestiere di John Walker. Un ventaglio di personalità autentiche, che sapranno conquistare il lettore, senza più abbandonarlo.

Lions” è un romanzo che racchiude in sé un mondo intero, un universo nostalgico e delicato, che può tramutarsi in inquietante e minaccioso. È un toccante romanzo di formazione, ma anche  un’intensa storia d’amore e un sinistro racconto di fantasmi. Una vigorosa riflessione sul passaggio cruciale dall’adolescenza all’età adulta, sulla morte di una persona amata come momento inevitabile nell’esistenza di ognuno di noi, sulla volontà di stravolgere la propria vita per inseguire i propri sogni, lacerando così gli affetti a cui siamo legati. Una storia che sa toccare le corde più profonde dei nostri cuori, avvolgendoci in una tenera malinconia da cui non vorremmo più risvegliarci.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Felipe Polleri – Germania, Germania!

Titolo: Germania, Germania!

Autore: Felipe Polleri

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 212

Prezzo: € 14,00

“Uno scrittore è un uccello invisibile che vola di casa in casa per studiare (e annotare) l’infinite perversità degli esseri umani, o dei loro doppi o impostori o replicanti o androidi. Per questo tutti ci odiano. Ci perseguitano. Ci picchiano. Ci rinchiudono.”

Quando nell’autunno del 2015 mi fu segnalato il primo progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, scelsi con entusiasmo di partecipare e sostenere così nel mio piccolo l’editoria indipendente e la diffusione della letteratura sudamericana nel nostro Paese. Lo scrittore che la casa editrice di Salerno aveva deciso di proporre ai suoi lettori era, l’allora inedito in Italia, autore uruguiano Felipe Polleri, con uno dei suoi romanzi maggiormente rappresentativi. A partire dal curioso titolo, “Germania, Germania!”, avevo capito di trovarmi di fronte a qualcosa di unico nel panorama letterario moderno, un’opera che avrebbe lasciato il segno. Quando poco più di un anno dopo stringevo finalmente tra le mani il volume, avevo capito di non essermi sbagliato. “Germania, Germania!” è un viaggio allucinato e perverso, una cavalcata nell’inconscio dell’uomo, in grado di spaventare e di offrire spunti di riflessione, avvolgendoci in un’atmosfera torbida e visionaria. Il libro di Polleri è tra gli scritti più inquietanti che mi sia mai capitato di leggere. Un autentico vortice di decadenza e angoscia, che risucchia il lettore fin dalla prima riga, facendolo riemergere a tratti per una boccata d’aria, prima di avvilupparlo nuovamente tra le sue spire. Un vortice che non manca di esercitare il suo fascino oscuro e a cui non ci si può sottrarre.

Definire “Germania, Germania!” un semplice romanzo non rende giustizia alla particolarissima costruzione narrativa e alla genuina originalità che Polleri ha saputo infondere alla sua opera. Forse la definizione che meglio calza può essere il flusso di coscienza, ma anche così pare riduttivo. La narrazione è suddivisa in tre momenti distinti, ognuno dei quali è affidato ad una diversa voce narrante (ma siamo poi così sicuri che siano tre persone distinte?): Christoper, Parsifal e Antoine. Le vicende sono ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale e proprio il nazismo e i campi di sterminio rivestono un ruolo fondamentale. «Sono morto. Sono morto quattordici anni fa.». Bastano le poche parole dell’incipit per rendersi perfettamente conto di essere davanti a un’opera che di banale e stereotipato non ha assolutamente nulla. Così decidiamo di abbandonarci completamente ai tortuosi percorsi mentali dello scrittore Christopher Marlowe, tra  un fratello ermafrodita, un assassino denominato il “Fantasma di Marte” e Sherlock Holmes. Tocca poi a Parsifal, che si diverte a costruire burattini e a mettere in scena ambigue commedie e vive circondato da doppi e da nazisti. È infine è la volta di Antoine, autore del “Grande saggio sul funzionamento della macchina“, a cui hanno asportato l’euforia di vivere. Proprio in questa terza e ultima parte Polleri si lancia in una carrellata di macchine agghiaccianti, come la macchina dell’insonnia, la macchina dell’attesa o la macchina del pianto, il tutto corredato da immagini a dir poco inquietanti. Macchine (mentali o reali?) costruite per disgregare la personalità dell’uomo, annullarlo e renderlo innocuo. Ma nella scrittura di Polleri niente è mai ciò che sembra e ogni personaggio o situazione si diverte a travestirsi da metafora: bisogna scavare a fondo per trovare un’interpretazione e forse è proprio questa continua ricerca e la miriade di possibilità che ci vengono mostrate, a rendere “Germania, Germania!” così intrigante. Una cosa è chiara: lo scritto di Polleri è un’accusa, feroce e provocatoria, contro i poteri forti, contro chi vuole ridurre gli uomini a burattini senza volontà, contenitori vuoti nello spirito e nel corpo. A ciò si contrappone la creatività e la fantasia (malata) dei tre protagonisti, che preferiscono rifugiarsi nella propria mente, creando mondi e sovrapponendoli al nostro, piuttosto che vivere nello squallore della realtà che li circonda.

Germania, Germania!” è pura anarchia letteraria, che è in grado di donare, a chi non si spaventa nel trovarsi di fronte ad un libro non canonico, emozioni intense e brutali, giocando sull’esagerazione e la provocazione. Un’esperienza di lettura che consiglio vivamente a chi abbia voglia di uscire dagli schemi, addentrandosi in un universo assurdo e grottesco, in cui però niente viene lasciato al caso. Credetemi se ve lo dico: “Germania, Germania!” non vi lascerà indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dario Pontuale – Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Titolo: Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2012

Pagine: 210

Prezzo: € 14,00

“«Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce, dunque, perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità.». Pausa, facendosi più scuro in volto: «Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano dalla vita?».”

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Dario Pontuale è stato una vera e propria rivelazione: dopo aver amato lo splendido “La biblioteca delle idee morte”, ho voluto continuare nella scoperta della sua opera e la scelta è ricaduta su “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno”. Man mano che mi addentravo nell’affascinante ed ipnotica vicenda narrata, ho ritrovato tutti gli elementi che avevano fatto nascere in me la sincera ammirazione per la scrittura dell’autore romano: l’amore incondizionato per la lettura e la scrittura, le profonde e toccanti riflessioni che ti obbligano a rileggere più volte la stessa frase, perdendoti nella malinconica filosofia di Pontuale e un’attenta e curata costruzione psicologica dei personaggi. “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un romanzo in cui ci si addentra in punta di piedi, dapprima increduli e ammaliati, per poi lasciarsi travolgere dal corso degli eventi e dalla tenace ricerca di un significato a quanto il protagonista sta vivendo.

La storia prende il via il giorno in cui il narratore, Zeno Bizanti, acquista la sua prima casa. Autore di programmi televisivi che potremmo definire “spazzatura”, Bizanti viene licenziato proprio quando tenta per la prima volta di osare, andando al di là dei banali talk show o degli imbarazzanti reality. Evidentemente però l’onestà non paga e l’ormai ex autore si ritrova di punto in bianco disoccupato. L’acquisto immobiliare, programmato settimane prima, diventa quindi quasi il simbolo di un nuovo inizio, una sorta di catarsi per ripulirsi dallo scomodo passato. L’abitazione apparteneva all’eccentrico Eugenio Bisigato, guardiano notturno affetto da disposofobia, ossia un disturbo mentale caratterizzato dal bisogno ossessivo di accumulare oggetti. Bizanti infatti trova la prima sorpresa quando scopre che il seminterrato dell’immobile è stipato all’inverosimile da cianfrusaglie ed anticaglie di qualsiasi genere. Ma le bizzarrie per il nuovo proprietario non finiscono qui. Infatti non trascorrono che una manciata di giorni, prima che un’arzilla e simpatica vecchietta bussi alla porta di casa Bizanti, chiedendo del signor Bisigato. L’anziana signora ha ritrovato su di una panchina una moleskine, in cui viene espressamente indicato che in caso di smarrimento l’oggetto venga restituito ad Eugenio Bisigato. Il quaderno però è soltanto il primo di una serie di dieci e riporta la cronaca della scoperta di Uqbar, antica regione dell’Asia Minore. Come se non bastasse, altri due curiosi personaggi irrompono nei giorni successivi nella vita di Bizanti, entrambi con una copia della moleskine: un austero e distinto signore con l’hobby di fotografare fulmini e un giovane aspirante scrittore con la passione per Bukowski. Tutti e quattro insieme, aiutati anche dalla nipote di Bisigato e dal migliore amico di Bizanti, cercano di fare luce sul criptico operato dell’autore delle moleskine. La regione descritta nel quaderno è reale o è stata partorita dalla mente stravagante di Bisigato? E perché disperdere dieci moleskine identiche per tutta la città? Interrogativi che porteranno ad un’incessante ricerca di un mondo supplementare al nostro. Intanto l’immaginazione dei protagonisti (e dei lettori) galopperà verso lidi poco battuti, in un turbinio di ipotesi e fantasticherie.

Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un libro sul potere della fantasia e sulla finzione che si mescola alla realtà, rendendola diversa e più affascinante rispetto a quanto i nostri occhi vedono. Un’ode alla forza del racconto, al talento di inventare storie che rapiscono e ipnotizzano, alla volontà di non accontentarsi di questo mondo ma di cercare costantemente qualcosa di differente, di magico  ed appassionante. Perché a volte ciò che ammiriamo attraverso le lenti dell’immaginazione è più vero della realtà stessa.

Voto: 4/5

Mr. P.