Emiliano González – Penumbria

Titolo: Penumbria

Autore: Emiliano González

Editore: Edizioni Arcoiris

Pagine: 84

Prezzo: € 9,00

“Dopo qualche istante, si ha l’impressione che la realtà abbia la consistenza, il colore e la luce di un quadro: la realtà è un quadro, e noi ne facciamo parte. Poi ci si rende conto che il cielo è di una sfumatura seppia solcata da nubi che promettono tempesta (senza mai rispettare la loro promessa) e che sono appena suonate, per sempre, le cinque del pomeriggio: nell’aria aleggia ancora l’ultimo rintocco, fatto al quale ci si abitua a fatica. Quando ci si riesce, i pensieri risuonano allo stesso modo di quel lamento, sono come incantati da quel suono, e si pensano solo pensieri delle cinque del pomeriggio, e forse per questo i libri  redatti a Penumbria sono libri da leggere al tramonto.” 

Continua il progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, volto alla pubblicazione di autori sudamericani di culto, le cui opere sono ancora inedite nel nostro Paese. Come per Polleri e Chimal, anche questa volta la partecipazione dei lettori è stata grande, portando così la casa editrice salernitana alla traduzione della raccolta di racconti “Penumbria” del messicano Emiliano González.
Tra i più importanti autori e studiosi contemporanei di letteratura fantastica in America Latina, González è uno scrittore poliedrico e dalla fantasia sfrenata, autore di racconti che racchiudono al proprio interno interi universi, ispirati a mostri sacri del fantastico come Lovecraft, Machen e Borges.

Il volume si apre con il racconto maggiormente significativo dell’intera raccolta, “Rudisbroeck o gli automi“, considerato tra i capolavori di González. Una storia che è scoperta ed esplorazione della misteriosa e perturbante città di Penumbria, dove il tempo sembra essersi cristallizzato alle cinque del pomeriggio e dove il cielo ha perennemente i colori nostalgici e sepolcrali della sera che si tramuta in notte. Insieme al narratore ci imbattiamo in una miriade di personaggi bizzarri e dall’aspetto sinistro: l’ambiguo antiquario Mefisto, il folle Papá Fritz, la conturbante attrice Sonia e il saggio e mostruoso Braulio. Ma la leggenda che ammanta Penumbria è legata al costruttore di automi Rudisbroeck, trincerato nella sua torre, di cui non si scorge la fine. Un racconto alienante e deliziosamente schizofrenico, in cui González dà un’ottima prova della potenza della sua immaginazione. “L’eredità di Cthulhu” è un degno omaggio al Solitario di Providence e agli pseudobiblium, di cui il “Necronomicon” è il più famoso esemplare. L’orrore primordiale qui è concentrato nella piccola scultura di uno scarabeo che si scoprirà avere un insospettabile legame con il raccapricciante Cthulhu, creatura ideata dallo stesso Lovecraft. Un racconto affascinante, che profuma di horror vecchio stampo. “La lettura segreta” sembra quasi un bozzetto di qualcosa di più corposo, appena un accenno a una serie di libri segreti che devono essere letti nell’ordine giusto e che diventano l’ossessione del narratore. Tre pagine visionarie, che lasciano aperti nel lettore dubbi e domande. “I quattro libri di Garret Mackintosh” è la ricostruzione della vita e delle opere dello scrittore gallese Thomas Garret Mackintosh, autore mai esistito che González tratteggia con tale dovizia di particolari che al termine della lettura ci ritroviamo con la voglia di scoprire la sua produzione, incuriositi dalle sue opere enigmatiche. Colpisce la grande quantità di racconti immaginari dalle trame abbozzate, che farebbero la felicità, per originalità e fascino, di tanti autori dei giorni nostri. Chiude la raccolta “Impressioni di Bruges“, un piccolo affresco della città belga, seducente ma forse un po’ troppo sconnesso.

Penumbria” è un una tavolozza dalle mille sfumature, dove però sono i toni scuri e uggiosi a fare da padroni. Racconti che trasportano il lettore in orrori primigeni e città ammantate da aure di mistero. Una raccolta che consiglio in particolar modo a chi già mastica letteratura fantastica e volesse aggiungere una chicca alla propria collezione. Uniche pecche, un paio di racconti che paiono quasi più schizzi e che lasciano nel lettore un senso di incompiutezza, e la brevità dell’opera. Di González avremmo voglia di leggere di più: chissà che Edizioni Arcoiris in futuro ci potrà accontentare.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

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Intervista ad Alberto Chimal

Oggi abbiamo il grande piacere e onore di avere ospite sul nostro blog lo scrittore messicano Alberto Chimal, creatore di una vera e propria “letteratura dell’immaginazione”, che ha saputo racchiudere dagli anni Novanta ad oggi in numerose raccolte di racconti, romanzi e saggi.
Dopo essere stato tradotto in numerose lingue, finalmente la sua opera è giunta quest’anno anche nel nostro paese, grazie ad un progetto di crowdfunding organizzato da Edizioni Arcoiris, casa editrice che con la sua collana “Gli Eccentrici”, ha già portato in Italia numerose opere letterarie di qualità di matrice sudamericana.
A febbraio è infatti stata pubblicata la raccolta di racconti “Nove”, contenente nove storie che pescano a piene mani nell’universo visionario e allucinato di Chimal. Per chi volesse approfondire la sua opera, questa è la nostra recensione.
Ma bando alle ciance e diamo la parola direttamente a questo grande autore!

Ciao Alberto e grazie davvero per esserti reso disponibile a rispondere alle nostre domande. Iniziamo subito con una domanda classica, ma fondamentale per comprendere il background letterario di uno scrittore: quali sono stati gli autori che maggiormente hanno influenzato il tuo modo di scrivere e a cui ti sei ispirato per creare le tue storie?

La maggior parte di loro sono autori che ho letto molto presto, durante l’infanzia o quand’ero adolescente. Ho avuto una curiosa serie di prime letture, perché in casa di mia madre c’era una discreta biblioteca, non tanto ordinata ma sicuramente molto eterogenea. Tra questi trovai opere di Jorge Luis Borges, Juan José Arreola, Edgar Allan Poe, Angélica Gorodischer, Philip K. Dick, Julio Cortázar, Mario Levrero, Francisco Tario, e raccolte di racconti sia antichi che moderni (che contenevano testi di Guy de Maupassant, Antón Chéjov, Ernest Hemingway, Flanery O’Connor, Yukio Mishima, Marcel Schwob, Elena Garro e altri). Al contrario di come avviene qui in Messico per gli autori più giovani, al tempo gli scrittori statunitensi non erano tra i privilegiati, lo erano piuttosto i latinoamericani o gli europei. Il primo autore italiano per cui provai una forte passione fu Italo Calvino.

La tua opera è stata descritta come “letteratura dell’immaginazione”: ti trovi d’accordo con questa definizione? Altrimenti come definiresti le tue storie?

Ho proposto io stesso questa denominazione riferendomi ad alcune opere e ad alcuni autori messicani. Non ho però voluto intenderla come “genere” o categoria, ho preferito utilizzarla per descrivere una strategia narrativa per la quale provo particolare interesse: l’utilizzo dell’immaginazione fantastica. Niente di più. L’intenzione era trovare, utilizzando un altro nome, una possibilità di lettura differente per quella che in passato si sarebbe semplicemente chiamata “letteratura fantastica”. Ai giorni nostri quest’ultima definizione è decisamente più chiusa e delimitata di quanto non lo fosse nei secoli anteriori e credo che non sia più sufficiente per descrivere la grande varietà di ciò che si sta scrivendo nel panorama latino americano e in altri paesi.

Quando hai sviluppato seriamente l’idea di diventare uno scrittore? Sentivi l’esigenza di scrivere fin da piccolo oppure è un bisogno ed una passione che sono maturati con il passare degli anni?

Non iniziai proprio subito, però sì, molto presto. Mi avvicinai al mondo degli scrittori durante l’infanzia, con le letture a casa di mia mamma; da lì il mio interesse crebbe e vinsi il mio primo premio letterario in un concorso municipale organizzato dalla mia città natale, Toluca, quando avevo 16 anni. Però, la conferma di ciò che realmente volevo fare nella vita la ebbi nel corso degli studi, quando stavo intraprendendo una carriera “di convenienza”, non artistica, per esigenze familiari. Avrei potuto assicurarmi una vita relativamente semplice, da classe media, imboccando questa via, ma non riuscii a tollerare l’idea di lasciare la scrittura, e per fortuna non lo feci.

Com’è il tuo rapporto con il racconto, una forma narrativa che noi amiamo moltissimo ma che molto spesso, purtroppo, viene ingiustamente sottovalutata?

Il racconto è la forma letteraria alla quale sono più affezionato, perché molte di quelle prime letture erano racconti. Anche quando scrivo romanzi ne affronto la stesura affidandomi a molte delle prescrizioni del racconto; non dimentico che la novella italiana medievale era un’altra cosa, un genere giustamente breve, che poi venne trasformato per graduale accumulazione.

Il tuo libro “Nove” è stato pubblicato in Italia da Edizioni Arcoiris: come è avvenuto l’incontro con la casa editrice italiana?

Fui invitato da Loris Tassi, il direttore della collana “Gli eccentrici”, che aveva visionato una mia antologia uscita in Spagna. Naturalmente sono molto contento per questa opportunità: altri editori non sono interessati ad autori che a volte si qualificano come eccentrici, invece Arcoiris ha una raccolta intitolata proprio con questo nome!

Tra i racconti che compongono la tua raccolta “Nove”, ce n’è uno a cui sei legato in modo particolare? Se sì, quale e perché?

Il primo dell’indice, “È stata smarrita una bambina”. L’ho scritto in un momento difficile della mia vita, spinto da profonde sensazioni di dubbio e frustrazione, e mi ha dato tantissime soddisfazioni. E’ un racconto, inoltre, che si fa leggere molto bene a voce alta (almeno in spagnolo), e questa è una cosa che amo molto fare.

Leggendo “Nove”, il racconto che abbiamo trovato maggiormente fuori dagli schemi è stato “Corridoi”: come ti è venuto in mente di mischiare Leonardo di Caprio, Shining e Batman?

Come si intuisce, l’elemento comune di tutto ciò che emerge nel racconto è il cinema. Di Caprio appare trasformato nel suo personaggio di “Titanic”, però non solo, perché è al contempo quello che interpretò in “Inception” di Cristopher Nolan. Allo stesso regista appartiene anche la serie Batman, dal quale ho preso in prestito la versione del personaggio di Christian Bale. Nolan è il discepolo di Stanley Kubrick, eccetera. Tutto quello che c’è nel racconto proviene da qualche film, e infatti la gran parte di quello che dice la voce narrante è una parafrasi dei testi di Alain Robbe-Grillet, che l’attore italiano Giorgio Albertazzi pronuncia nel film L’année dernière à Marienbad” (“L’anno scorso a Marienbad”) di Alain Resnais. Il titolo del racconto si riferisce precisamente ai corridoi di cui parla sempre Albertazzi in quel film allucinante. L’universo a cui appartiene questo racconto è quello dei sogni del cinema, dove i personaggi si perdono e dai quali non possono più uscire.

Siamo curiosi di conoscere i tuoi gusti letterari: ci consiglieresti alcuni autori contemporanei che ti hanno particolarmente colpito?

Tra le mie più recenti letture c’è molto di saggistica e di storia, non so dirvi perché: negli ultimi mesi ho letto libri come “Vanished Kingdoms” di Norman Davies per esempio, o “Terror und Traum” (“L’ utopia e il terrore”) di Karl Schlögel; ho letto anche “Había mucha neblina o humo o no sé qué di Cristina Rivera Garza (un testo ibrido, sperimentale, sull’opera e sulla vita di Juan Rulfo) e adesso sto leggendo “The Invention of Nature” (“L’invenzione della natura”) di Andrea Wulf. Tutto questo lo alterno con opere di narrativa: per esempio, “Jerusalem” di Alan Moore, Under the Skin” (“Sotto la pelle”di Michel Faber, “Noctuary” di Thomas Ligotti. Proprio adesso sto revisionando un’antologia di Francisco Tario che sta per uscire e che spero riuscirà finalmente a togliergli l’etichetta di “autore marginale” che ha avuto per decenni in Messico: è un grande, grande narratore e ho in sospeso “Temporada de huracanes” di Fernanda Melchor (romanziera e cronista molto apprezzata qui).

Per finire puoi svelarci qualcosa dei tuoi progetti futuri e se riusciremo a leggere nuovamente una tua opera tradotta in italiano?

Ho da poco terminato un nuovo libro di racconti, che è in attesa dell’opinione editoriale, e presto uscirà in Messico un romanzo breve per bambini, intitolato “Cartas para Lluvia”Adesso sto lavorando ad un romanzo, e sì, certamente mi piacerebbe molto vedere qualche altro mio libro tradotto in italiano. Spero che “Nove” continui ad avere fortuna.

Grazie mille Alberto! È stato un grandissimo piacere averti ospite sul nostro blog.

Grazie a voi.

Un ringraziamento particolare a Giulia Binando per la traduzione dallo spagnolo.

 Mr. P.

Alberto Chimal – Nove

Titolo: Nove

Autore: Alberto Chimal

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2017

Pagine: 182

Prezzo: € 12,00

“Negli anni successivi avevo visto come le storie del periodo del terremoto si aggiungevano alle altre: alle antiche leggende della città, piene di diavoli e fantasmi, che avevo fatto in tempo a sentire da molti anziani. Si cominciò a parlare di più, in effetti, di chi era morto sul colpo o era rimasto disperso nel caos, delle vittime di amnesia o delle persone diventate matte; i suoni emessi da chi era rimasto sepolto sotto le macerie, vivo ma irraggiungibile; l’odore dei cadaveri mai recuperati sotto i calcinacci in una scuola per infermieri, la parete che  aveva schiacciato due compagne di Celia nel Colegio de las Vizcaínas. Nulla di così distante dal fascino dei morti di oggi, dalle sparatorie, dalle notizie dei luoghi in cui il governo ormai non arriva più. Da allora abbiamo imparato a non credere ai fantasmi, o forse ad avere ancora più paura della vita reale.”

Il  messicano Alberto Chimal, con i suoi racconti visionari e allucinati, è stato il secondo autore scelto da Edizioni Arcoiris per il loro progetto di crowdfunding, volto a coinvolgere noi lettori nella traduzione e pubblicazione di scrittori sudamericani ancora inediti nel nostro Paese. Quando lo scorso anno lessi della “letteratura dell’immaginazione” creata da Chimal, in cui convivono echi di mostri sacri del calibro di Poe, Calvino, Vonnegut, Borges e Dick, non ho esitato un attimo a contribuire alla raccolta fondi, certo di aver finanziato anche questa volta delle pagine di letteratura con la “L” maiuscola.
Ciò che maggiormente stupisce delle storie di Chimal è l’intensa e variegata commistione di generi. Sfogliando infatti le pagine di questa raccolta un alone surreale e quasi stregato sembra avvolgerci, turbandoci con le trame nervose del racconto psicologico, assediandoci con le inquietudini del racconto del terrore, stupendoci con il grottesco e il weird e catapultandoci negli strani mondi dipinti dalla letteratura fantascientifica.

A conferma di ciò, aprendo il volume ci imbattiamo subito in un racconto estremamente affascinante quanto difficile da catalogare. “È stata smarrita una bambina” è quasi un canto liberatorio inneggiante all’innocenza dell’infanzia e all’incredibile potere della fantasia e della letteratura. Come può infatti una bambina messicana intrattenere una fitta e strabiliante corrispondenza con una casa editrice che risiede in Urss, molti anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica? Un quesito che accompagnerà il lettore durante la scoperta di questa stravagante e irresistibile storia. Si cambia completamente registro con “Album”, che ci narra, attraverso una serie di sinistre fotografie, lo svolgersi inevitabile di una tragedia. “Manuel e Lorenzo” è invece uno sguardo sadico e impietoso sul terribile gioco che accomuna due amici. Con “Corridoi” ci inoltriamo in un nonsense squisito e intrigante. Protagonista è Leonardo Di Caprio che, sfuggito all’affondamento del Titanic, si ritrova in un labirinto che sembra uscito direttamente da “Inception”. E se ciò non bastasse a stimolare la vostra immaginazione, Chimal ha pensato bene di inserire anche Batman e Danny Torrance di Shining. Un racconto che definire bizzarro e geniale è riduttivo. “La donna che cammina all’indietro” si avvicina alle atmosfere delle classiche ghost stories, con un’apparizione che cambierà per sempre le vite dei protagonisti. Veniamo poi scaraventati, senza cintura di sicurezza, negli affreschi futuristici di “Venti robot”, venti racconti all’interno del racconto, che hanno come unico comune denominatore gli esseri composti da microchip e bulloni che da sempre hanno attratto la mente umana. “La vita eterna” parte in sordina come un racconto dai toni fiabeschi, per poi sfociare nel satirico e nel tragicomico. Basti accennare che il vero protagonista è un mostro marino che inghiotte esseri umani per collezionarli all’interno del proprio ventre. Il penultimo racconto, “Mogo”, è un agghiacciante incubo che infesterà la placida esistenza di un bambino. Beto scopre infatti con entusiasmo e un pizzico di turbamento di essere in grado di scomparire ogni volta che chiude gli occhi. Questo sorprendente potere lo metterà però di fronte ad un temibile orrore senza volto. La raccolta si conclude con “Shanté”, una storia che non avrebbe sfigurato come sceneggiatura di un episodio della serie tv cult “Black Mirror”. Una terribile visione distopica del mondo che mi ha trasmesso, durante la lettura, un’angoscia sottile e penetrante. Qual è la vera natura dello strano aggeggio che si è tramutato in dipendenza ed ossessione per una giovane donna di nome di Elena? Chimal ci conduce per mano attraverso questo inquietante racconto, mostrandoci spiragli di una verità che si rivela ben più allarmante di quanto possiamo immaginare.

Una fantasia sconfinata e un gusto raffinato che pesca a piene mani nel meglio della letteratura fantastica del secolo scorso facendola propria, pur mantenendo una personalità originale e distintiva, sono i tratti salienti che caratterizzano la narrativa di Chimal. Nove porte spalancate sull’assurdo e sull’irrazionale, in cui chiudere gli occhi e gettarsi a capofitto in un folle volo pindarico, non sapendo mai cosa ci sia ad attenderci dall’altra parte, ma con la certezza che qualunque cosa sia, saprà stupirci ed emozionarci.

Voto: 4/5

Mr. P.

Felipe Polleri – Germania, Germania!

Titolo: Germania, Germania!

Autore: Felipe Polleri

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 212

Prezzo: € 14,00

“Uno scrittore è un uccello invisibile che vola di casa in casa per studiare (e annotare) l’infinite perversità degli esseri umani, o dei loro doppi o impostori o replicanti o androidi. Per questo tutti ci odiano. Ci perseguitano. Ci picchiano. Ci rinchiudono.”

Quando nell’autunno del 2015 mi fu segnalato il primo progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, scelsi con entusiasmo di partecipare e sostenere così nel mio piccolo l’editoria indipendente e la diffusione della letteratura sudamericana nel nostro Paese. Lo scrittore che la casa editrice di Salerno aveva deciso di proporre ai suoi lettori era, l’allora inedito in Italia, autore uruguiano Felipe Polleri, con uno dei suoi romanzi maggiormente rappresentativi. A partire dal curioso titolo, “Germania, Germania!”, avevo capito di trovarmi di fronte a qualcosa di unico nel panorama letterario moderno, un’opera che avrebbe lasciato il segno. Quando poco più di un anno dopo stringevo finalmente tra le mani il volume, avevo capito di non essermi sbagliato. “Germania, Germania!” è un viaggio allucinato e perverso, una cavalcata nell’inconscio dell’uomo, in grado di spaventare e di offrire spunti di riflessione, avvolgendoci in un’atmosfera torbida e visionaria. Il libro di Polleri è tra gli scritti più inquietanti che mi sia mai capitato di leggere. Un autentico vortice di decadenza e angoscia, che risucchia il lettore fin dalla prima riga, facendolo riemergere a tratti per una boccata d’aria, prima di avvilupparlo nuovamente tra le sue spire. Un vortice che non manca di esercitare il suo fascino oscuro e a cui non ci si può sottrarre.

Definire “Germania, Germania!” un semplice romanzo non rende giustizia alla particolarissima costruzione narrativa e alla genuina originalità che Polleri ha saputo infondere alla sua opera. Forse la definizione che meglio calza può essere il flusso di coscienza, ma anche così pare riduttivo. La narrazione è suddivisa in tre momenti distinti, ognuno dei quali è affidato ad una diversa voce narrante (ma siamo poi così sicuri che siano tre persone distinte?): Christoper, Parsifal e Antoine. Le vicende sono ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale e proprio il nazismo e i campi di sterminio rivestono un ruolo fondamentale. «Sono morto. Sono morto quattordici anni fa.». Bastano le poche parole dell’incipit per rendersi perfettamente conto di essere davanti a un’opera che di banale e stereotipato non ha assolutamente nulla. Così decidiamo di abbandonarci completamente ai tortuosi percorsi mentali dello scrittore Christopher Marlowe, tra  un fratello ermafrodita, un assassino denominato il “Fantasma di Marte” e Sherlock Holmes. Tocca poi a Parsifal, che si diverte a costruire burattini e a mettere in scena ambigue commedie e vive circondato da doppi e da nazisti. È infine è la volta di Antoine, autore del “Grande saggio sul funzionamento della macchina“, a cui hanno asportato l’euforia di vivere. Proprio in questa terza e ultima parte Polleri si lancia in una carrellata di macchine agghiaccianti, come la macchina dell’insonnia, la macchina dell’attesa o la macchina del pianto, il tutto corredato da immagini a dir poco inquietanti. Macchine (mentali o reali?) costruite per disgregare la personalità dell’uomo, annullarlo e renderlo innocuo. Ma nella scrittura di Polleri niente è mai ciò che sembra e ogni personaggio o situazione si diverte a travestirsi da metafora: bisogna scavare a fondo per trovare un’interpretazione e forse è proprio questa continua ricerca e la miriade di possibilità che ci vengono mostrate, a rendere “Germania, Germania!” così intrigante. Una cosa è chiara: lo scritto di Polleri è un’accusa, feroce e provocatoria, contro i poteri forti, contro chi vuole ridurre gli uomini a burattini senza volontà, contenitori vuoti nello spirito e nel corpo. A ciò si contrappone la creatività e la fantasia (malata) dei tre protagonisti, che preferiscono rifugiarsi nella propria mente, creando mondi e sovrapponendoli al nostro, piuttosto che vivere nello squallore della realtà che li circonda.

Germania, Germania!” è pura anarchia letteraria, che è in grado di donare, a chi non si spaventa nel trovarsi di fronte ad un libro non canonico, emozioni intense e brutali, giocando sull’esagerazione e la provocazione. Un’esperienza di lettura che consiglio vivamente a chi abbia voglia di uscire dagli schemi, addentrandosi in un universo assurdo e grottesco, in cui però niente viene lasciato al caso. Credetemi se ve lo dico: “Germania, Germania!” non vi lascerà indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.

Horacio Quiroga – L’aldilà

Titolo: L’aldilà

Autore: Horacio Quiroga

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 172

Prezzo: € 12,00

“Costretto a terra, ho l’assoluta e chiara consapevolezza che, fra non molto, cesserò di vivere. Mai si è presentata alla mia mente una verità più incontrovertibile di questa. Tutte le restanti certezze ora fluttuano, danzano, come una specie di lontanissimo riverbero di un altro me stesso, in un passato che nemmeno mi appartiene. Se so di essere vivo è solo grazie alla consapevolezza, fulminea e dolorosa come un colpo inferto all’improvviso, che presto sarò morto.”

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Devo ammettere la mia colpa: pur provando un amore viscerale verso la narrativa breve, non avevo fino ad ora ancora approfondito la conoscenza di uno dei più grandi autori di racconti della cultura ispanoamericana, ossia Horacio Quiroga. La possibilità di colmare questa grande lacuna me l’ha concessa Edizioni Arcoiris che ha pubblicato, nella collana di narrativa latinoamericana “Gli Eccentrici”, “L’aldilà”, l’ultima raccolta di racconti scritta dall’autore, due anni prima di morire suicida. “L’aldilà” è impregnato in ogni sua pagina dall’idea della morte, che si intreccia in modo indissolubile all’amore, sia esso il sentimento appassionato di due amanti o l’amore puro e incondizionato di un padre verso il proprio figlio, approdando poi su lidi inquietanti intrisi di follia e disperazione.

Il volume si apre con il racconto che dà il titolo all’opera: “L’aldilà” narra, con tenerezza e struggente malinconia, di come il sentimento d’amore puro di due amanti morti suicidi possa sopravvivere alla morte stessa, avvolgendo le due anime in modo inscindibile, fino a farle svanire. Con “Il vampiro” rientriamo nei binari del classico racconto gotico di stampo britannico, ma arricchito e modernizzato da uno strano esperimento in ambito cinematografico, che prende il via dalla confessione allucinata del protagonista dal letto di un ospedale. Capiamo fin da subito come la donna rivesta un ruolo fondamentale all’interno dei racconti di Quiroga, qui rappresentata da una figura diafana e spettrale, che porterà a conseguenze terrificanti. “Le mosche (replica de L’uomo morto)” è un piccolo capolavoro che ci fa immergere nei tenebrosi e visionari pensieri di un uomo in punto di morte. Con “Il conducente del rapido” Quiroga ci proietta in un viaggio paranoico e delirante nei meandri della follia umana, accompagnando il conducente di una linea ferroviaria dalle prime avvisaglie di malessere fino allo sfociare irruento e fatale di un autentico squilibrio mentale. Ne “La chiamata” troviamo le atmosfere claustrofobiche e sottilmente inquietanti delle migliori ghost stories: si narra infatti dell’amore profondo e disperato di un padre verso la propria figlia, sentimento che sopravvive anche dopo la morte del genitore, trasportando il lettore verso un finale angosciante ed oscuro. Sempre l’amore di un padre verso il figlio fa da collante con il successivo racconto, “Il figlio”, basato però su di un impulso puro e devoto, che fa da contraltare ad una nuova analisi della pazzia insita nella mente umana. Con “La signorina leonessa”, Quiroga abbandona momentaneamente le atmosfere oniriche e tetre dei racconti precedenti, per narrare una sorta di fiaba per adulti, in cui una leonessa viene accolta ed allevata tra gli essere umani, dimenticando però la natura selvaggia e libera che da sempre caratterizza gli animali selvatici. “Il puritano” ci immerge nuovamente nella dimensione cinematografica, dandoci il privilegio di assistere agli incontri clandestini delle defunte star del cinema, in cui si discute di una affascinante quanto tragica storia d’amore. “In assenza” narra invece le vicissitudini di un uomo che ha perso completamente la memoria degli ultimi sei anni della propria vita e che tenta di ricostruire, pezzo dopo pezzo, un puzzle ambiguo e misterioso. Negli ultimi due racconti Quiroga congeda definitivamente il fantastico e l’irreale, per narrare dapprima la singolare e bizzarra corrispondenza tra un uomo e una donna (“La bella e la bestia”), per poi concludere con l’affresco di un seduttore che vede rivivere di fronte a sé uno spiacevole episodio della sua gioventù (“Il tramonto”).

L’adilà” è una raccolta affascinante, dalle mille sfaccettature, in cui convivono sogni e incubi, il soprannaturale e la vita ordinaria, la beatitudine dell’amore e l’angoscia della morte. Quiroga sa dare vita in poche pagine a personaggi difficili da dimenticare, esplorandone con minuzia la psicologia e i recessi delle loro coscienze. Tenui pennellate dalle tinte sfumate piene di dolcezza si tramutano in violenti getti dai colori aspri e violenti, trasportando il lettore in una montagna russa di emozioni e sensazioni, tra allucinazioni e deliri. Undici racconti che non possono mancare nella libreria di chi ama le short stories, ma anche di chi cerca un punto di partenza per inoltrarsi nel mondo della narrativa breve.

Voto: 4/5

Mr. P.

Roberto Arlt – Saverio, il Crudele / L’isola deserta

Titolo: Saverio, il Crudele / L’isola deserta

Autore: Roberto Arlt

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 11,00

“Tutti voi marcirete come topi schifosi in mezzo a tutti questi libri. Un giorno vi ritroverete con il sacerdote venuto a somministrarvi l’estrema unzione. E mentre vi ungeranno d’olio la pianta dei piedi, vi direte: «Cosa ho fatto della mia vita? L’ho consacrata alla contabilità». Bestie.”

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Ogni volta è la stessa storia. Se devo scegliere un libro, non so esattamente per quale motivo, mi oriento quasi sempre sulla letteratura che conosco meglio: un classico francese, un contemporaneo inglese, qualcosa d’italiano, o di statunitense. Mi sono più familiari, in qualche modo. Solo ultimamente ho imparato ad aprirmi anche ad altre culture, a cercare di esplorare generi diversi e terre lontane. Sono così giunta a Roberto Arlt, autore argentino vissuto nella prima metà del Novecento. I miei dubbi (mi piacerà poi davvero? non narrerà forse di cose troppo distanti da quelle a cui sono abituata?) sono stati dissipati immediatamente. Ho terminato la mia lettura con gli occhi sgranati e la bocca semi spalancata, e non sto esagerando. Arlt mi ha dato qualcosa, uno stupore particolare, una consapevolezza maggiore. Non posso fare a meno di ringraziare Edizioni Arcoiris, e in particolare la collana ‘Gli Eccentrici‘, per aver portato in Italia questi due, meravigliosi, testi.

“Saverio, il Crudele” è la prima opera teatrale davanti cui ci si ritrova aprendo il libro. Fin dall’inizio è possibile individuare quello che è uno dei temi principali della pièce, ovvero l’inganno. Susana ed un gruppo di suoi amici e familiari hanno deciso di approfittarsi della probabile ingenuità di un uomo di nome Saverio, di mestiere fornitore di burro, inscenando uno scherzo alle sue spalle. Con un tranello (la proposta di un affare) lo attirano a casa loro; qui, Pedro, Luisa e Juan gli comunicano che Susana, purtroppo, non può riceverlo in quanto è improvvisamente impazzita. La ragazza, infatti, pensa di essere una regina, il cui trono è stato rubato da un crudele Colonnello. L’unico modo per guarirla – gli riferiscono, disperati – è stare al suo gioco ed inscenare quello in cui crede: ghigliottinando il perfido militare e recuperando il suo regno, infatti, probabilmente la giovane donna tornerà normale. E’ necessario dunque che qualcuno, in questa farsa terapeutica, interpreti il ruolo del Colonnello: ed è esattamente a questo che serve la presenza di Saverio, il quale accetterà, un po’ titubante. Tutti sono d’accordo, numerose sono le persone coinvolte in questa burla, tranne la sorella della protagonista, che si oppone, indignata, alla pubblica derisione di un estraneo. Ma, come afferma Juan, «Il bello sta proprio lì, Julia. Che interesse ci sarebbe nella farsa se uno dei partecipanti non ignorasse il segreto? Il segreto, in un certo senso, è la buccia di banana che il passante distratto calpesta camminando». A poco a poco, però, cominciamo a capire qual è il vero scopo di Arlt: non offrirci uno spettacolino grottesco, comico per i più goliardi e penoso per i più sensibili. Lo scrittore vuole invece ribaltare le carte in tavola, mettere in luce il fatto che anche il più mite degli uomini, se posto nelle giuste condizioni, può rivelarsi uno spietato boia. Così, quindi, Saverio comincia ad immedesimarsi fin troppo bene nel ruolo che gli è stato affidato, prendendo alla lettera una frase dei Vangeli, che scrive “Siate astuti come serpenti e candidi come colombe”. Alla festa organizzata a casa di Susana, occasione in cui la donna dovrebbe riprendersi l’ipotetico trono, Saverio fa il suo ingresso trionfale e di lì a poco gli eventi precipiteranno. I lettori rimarranno sconvolti da una serie di colpi di scena, e, terminata l’opera, non potranno che domandarsi quale sia il prezzo da pagare per quello che sembrava un innocente scherzo e che invece sotto nascondeva molto di più.

Come se non bastasse il turbamento d’animo provocato dalla prima pièce, Roberto Arlt, con il suo secondo lavoro qui raccolto, ci da il colpo di grazia. “L’isola deserta” è una storia breve, non molto complessa, ma letale. I personaggi principali sono un gruppo di impiegati, per lo più senza nome, che lavorano con impegno in un ufficio al decimo piano di un palazzo. Nonostante la loro continua forza di volontà, però, non rendono quanto dovrebbero ed il Capo, figura minacciosa e razionale, li rimprovera dei numerosi errori commessi. Tutto d’un tratto uno di essi, Manuel, confessa al superiore di non riuscire più a lavorare: l’ufficio ha infatti una finestra immensa che si affaccia sul porto e questo continuo andare e venire di navi distrae lui ed i suoi colleghi, li rende pensierosi e malinconici, gli impedisce di concentrarsi assiduamente nelle loro mansioni. A partire da questa lamentela, dunque, ha inizio una conversazione tra i vari dipendenti, che si accentua maggiormente con l’arrivo del fattorino mulatto Cipriano: quest’ultimo, infatti, comincia a narrare le numerose avventure a cui ha preso parte lavorando sulle navi. L’orientalismo introdotto da questo personaggio fa sì che emerga il desiderio di esplorare, viaggiare e liberarsi da un lavoro ripetitivo e monotono. Manuel, María e gli altri rimangono incantati dai racconti di Cipriano e sognano una vita altrove, su un’isola deserta, un’esistenza diversa, e non sanno che, in un certo senso, quest’ultima starà proprio per cambiare.

Dal poco che sono riuscita a carpire su di lui, per Roberto Arlt scrivere era vitale: egli desiderava con tutto se stesso ricercare la verità e la felicità (due cose che molto spesso non coincidono), e gettare nero su bianco era un modo per farlo. In queste due opere c’è tutto: il metateatro, la finzione, la fiaba, la follia, il grottesco, l’assurdo, l’evasione, l’infelicità, l’abitudine, il coraggio. Inutile dire che questo scrittore mi ha incuriosita veramente molto, mi ha lasciato sensazioni fortissime e soprattutto la voglia di scoprirlo ancora, di entrare nuovamente nel suo universo. Consigliatissimo!

Voto: 4.5/5

Mrs. C.

Carlos Dámaso Martínez – Serial

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Autore: Carlos Dámaso Martínez

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 92

Prezzo: € 10,00

“«Ho il presentimento che la vicenda non sia finita qui.» disse poi.
«Forse» ribatté Ángel. «Io do per scontato che nessuna serie si chiude come un cerchio qualsiasi».”

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Lo ammetto: pur essendo un amante degli intriganti misteri della letteratura gialla e dei brividi e della suspense che infonde al lettore un thriller ben congegnato, non mi ero ancora avvicinato ad un vero e proprio romanzo poliziesco e dalle autentiche tinte noir, ancor meno ambientato in Sud America. Ci ha pensato Edizioni Arcoiris a fornirmi l’occasione ideale per approcciarmi al genere, proponendo nella loro collana Gli Eccentrici il breve romanzo “Serial” dell’argentino Carlos Dámaso Martínez.

Un’Argentina corrotta e inquietante fa da sfondo perfetto alla turpe vicenda dipinta da Dámaso Martínez, che ci catapulta immediatamente e senza tanti fronzoli nel cuore della narrazione, lasciandoci storditi e irrequieti. Una serie di morti stanno lentamente lasciando sotto shock l’intera società argentina. Cadaveri che appartengono a individui in apparenza senza alcun legame tra di loro ma che, scavando a fondo, sembrano essere strettamente avvolti da un filo tanto sottile quanto letale. I media e l’opinione pubblica li hanno catalogati come suicidi, ma chi ha il coraggio e la ferma volontà di squarciare il velo e guardare con decisione cosa c’è al di sotto, non può ignorare gli indizi che portano ad una più oscura ed allarmante verità. Il lettore viene guidato, attraverso la torbida nebbia che circonda il mistero, da due personaggi tanto singolari quanto diametralmente opposti l’uno all’altro. Montes è uno degli uomini di punta della malavita argentina, costantemente con il dito sul grilletto e i sensi tesi a percepire il pericolo. Proprio lui ci accompagnerà all’interno della corruzione e dell’inquinamento morale delle istituzioni argentine, tra regolamenti di conti e lavoretti sporchi per eliminare scomodi testimoni. Quello di Montes è uno sguardo lucido e spietato, consapevole di ogni propria azione, che non cerca redenzione ma punta soltanto alla propria sopravvivenza. Secondo protagonista è il giornalista televisivo Ribba, testardo e diffidente, il cui unico scopo è la ricerca della verità, anche se quest’ultima potrebbe rivelarsi particolarmente scomoda. Ed è proprio lui il primo agguerrito sostenitore sulla falsità dell’ipotesi dei suicidi, che considera una messinscena architettata ad arte per coprire qualcosa che deve rimanere accuratamente sepolto. Grazie all’aiuto di Ángel, un amico informatore, e alle mail inviate da un fantomatico ammiratore informato sui fatti, Ribba riuscirà a dare un senso alla misteriosa catena di morti. Parallelamente Montes scoprirà che la sua vita è in pericolo e che al centro degli inspiegabili suicidi potrebbe esserci proprio lui.

Con una narrazione diretta ed efficace, Dámaso Martínez ci regala una storia che non lascia un attimo di respiro, caratterizzata da un ritmo serrato e senza pause. Ad ogni pagina che voltiamo, pare quasi che acque torbide e gelate invadano la nostra mente, lasciandoci spaesati e tremanti. Un’oscurità inquietante e piacevole allo stesso tempo, che ci insinua più di un dubbio, per poi svelarli in modo lento e ambiguo. Un romanzo breve ma denso, che può essere perfetto per addentrarsi nei meandri del genere poliziesco, proprio come è capitato a me.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Pablo Besarón – Effetti collaterali

Titolo: Effetti collaterali

Autore: Pablo Besarón

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 119

Prezzo: € 11,00

“Se mi chiedete se credo in Dio come la maggior parte della gente, vi rispondo che a volte ci credo, nei momenti difficili oppure quando capitano fatti strani. Se mi chiedete se sono a favore della pena di morte, non lo sono. Forse possiamo supporre che soltanto Dio – lo stesso a cui non so se credere – può dare la vita e la morte. E se non volete chiamarlo Dio, chiamatelo Natura, o il divenire delle cose… è lui che deve pronunciarsi sulle grandi questioni, non l’uomo.”

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La morte: evento misterioso e da sempre pervaso da una certa aura di timore e sacralità, è una delle tematiche predilette da ogni genere di letteratura. È stata interpretata, dissezionata e scavata a fondo nelle pagine di centinaia di autori, dai classici dei grandi maestri, agli scrittori contemporanei, approdando anche su lidi fantastici e soprannaturali. Proprio a metà tra il reale e l’irreale si colloca il contributo che Pablo Besarón ha voluto dare al tentativo dell’uomo di trovare un senso all’atto estremo che caratterizza l’esistenza di ognuno di noi. Ma l’ha voluto fare contrapponendo alla morte la sua antitesi, quella vita che, tenace e combattiva, cerca di non piegarsi all’ombra oscura che da sempre gli sta alle calcagna. Nato a Buenos Aires nel 1974, Besarón, autore di saggi e scritti teorici, ha deciso di cimentarsi con la letteratura scegliendo la forma breve e componendo così “Effetti collaterali”, la sua prima raccolta di racconti, sulla scia dei grandi autori sudamericani come Borges e Cortázar. Dieci istantanee perturbanti e ricche di fascino, in cui una tendenza verso il fantastico si mescola con la realtà delle strade di Buenos Aires, dove anime perdute si incontrano, a volte pervase dall’orrore e dalla violenza, altre con una tenue luce negli occhi che sembra il preludio ad una speranza appena accennata.

La raccolta inizia con una delle storie più particolari ed inquietanti del lotto: “In un altro luogo” narra di una gravidanza interrotta e dell’amore sconfinato di un padre, che continua nonostante tutto ad alimentare il feto, facendolo crescere e trasformandolo in un bambino. Ciò all’insaputa della madre, nonostante l’insistenza del ragazzo nel volerla conoscere. Ma i dubbi assalgono il lettore: il figlio esiste realmente o è solo una proiezione mentale del padre? Oppure il mondo reale si è intrecciato indissolubilmente con l’aldilà? Si prosegue con il racconto che è diventato immediatamente il mio preferito, “Delia e la telenovela delle cinque”, in cui si mastica il classico sapore delle ghost stories. Ambientato all’interno di un condominio, vede il narratore coinvolto in una curiosa relazione di amicizia con un’anziana vicina di nome Delia. Ciò che destabilizza è che Delia è morta due mesi prima. Lo sconcertante finale dà un risvolto inaspettato e conturbante all’intera vicenda. In “Vita da romanzo”, in cui non a caso viene citato Cortázar, protagonista è uno scrittore che si rifugia a Colonia per trovare la necessaria tranquillità per la stesura del suo romanzo, fino a quando la sua vita e quella dell’amico Alfieri, rimasto a Buenos Aires, si intrecciano con la finzione letteraria da lui creata, abbattendo i confini che separano i due mondi. “Notizie su Cevares” narra di un uomo in fuga da un delitto, Cevares, che, dapprima con crescente stupore e poi con serena accettazione, diventa un altro uomo, Elvio Suàrez, prendendo il suo posto in tutto e per tutto. In “Parenti” due cugini da troppo tempo distanti si riavvicinano, tanto che sembra che uno debba quasi sostituirsi all’altro, fino all’enigmatico finale. “Gli ultimi giorni di Daniel Knopoff” è il tragico resoconto di un incidente d’auto che avrà conseguenze inaspettate. “I traditori di Gómez il Negro” è lo spaccato di vita di Gómez, un ragazzo scontroso e problematico, narrato dalla voce di chi lo ha tradito. È poi la volta di “Il neurochirurgo“, sorta di racconto nel racconto. La vicenda prende il via quando cinque uomini, al termine di una battuta di pesca, decidono di condividere la proprie esperienze personali che abbiano a che fare con la linea che separa la vita dalla morte. Quando è il turno del neurochirurgo brasiliano, la storia che narra ci fa gelare il sangue nelle vene. “Andata e ritorno” vede come protagonista un uomo che, dopo la morte della moglie avvenuta in giovane età, abbandona i propri figli, per poi ritrovarli parecchi anni dopo. Ma qualcosa nella sua mente non ha mai dimenticato gli anni della giovinezza, tanto che identifica la figlia maggiore proprio con la moglie perduta, facendone una persona sola. La raccolta si conclude con “Epifania (papà buono-papà cattivo)”, in cui, uno spiacevole episodio di vita famigliare, viene visto attraverso gli occhi innocenti di un bambino.

Effetti collaterali” è l’ennesima bella scoperta, in ambito letterario sudamericano, di Edizioni Arcoiris e della loro collana Gli Eccentrici. Pablo Besarón sa attingere a piene mani dalla tradizione dei grandi autori latini, rielaborando la loro lezione con uno stile personale e coinvolgente. Un sottile filo di inquietudine percorre questi dieci racconti, che ci permettono di immergerci anima e corpo in un’Argentina nello stesso tempo magica ed oscura. Un tuffo ad occhi chiusi nel mistero insondabile della morte. Perchè dopotutto, come dice Livio Santoro nella postfazione al volume, «la morte è, ma non può essere».

Voto: 4/5

Mr. P.

Autori vari – Amori che durano poco. Microfinzioni

Titolo: Amori che durano poco. Microfinzioni

Autore: Autori vari

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 156

Prezzo: € 12,00

“«Per l’ultima volta» ripetè. E anche se entrambi sapevano che era una menzogna, si guardarono con reale struggimento, perchè sapevano pure che l’emozione stimola il desiderio, fissa il ricordo e giustifica, soprattutto, la tristezza.”

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Scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo è una delle cose che rendono la vita degna di essere vissuta. A me è successo recentemente in campo letterario, grazie ad Edizioni Arcoiris e alla sua Collana “Gli Eccentrici”: sono venuta a conoscenza, infatti, di un genere ancora poco consolidato in Italia, un genere che però ha assunto un’identità di tutto rispetto nel contesto ispanoamericano. Sto parlando della microfinzione: non so se esista una vera e propria definizione, accettata univocamente da tutti, per descrivere questo fenomeno letterario. Dopo aver letto “Amori che durano poco” – un’antologia di questi piccoli racconti, per l’appunto – le idee mi si sono schiarite proprio grazie alle parole d’introduzione di Marcella Ruggiero: «E’ difficile fornire una definizione della microfinzione, un genere così brioso e mutevole da sperimentare continue fasi evolutive che ne ostacolano la catalogazione. […] Si può dire che una microfinzione appare riuscita quando esprime l’essenziale con un minimo di parole». Brevità, uso impeccabile delle parola, inizi in medias res, ironia e finali ad effetto sono solo alcune delle caratteristiche che contraddistinguono queste narrazioni, lunghe spesso poco meno di una pagina.

Il titolo dell’opera, “Amori che durano poco”, sta ad indicare proprio le due componenti principali di questa raccolta: i racconti, componimenti di ben ventitrè autori differenti, affrontano il tema dell’amore , in tutte le sue sfaccettature, quelle negative e quelle positive, quelle che si presentano durante gli inizi di una storia e quelle che sfociano alla sua fine. Sono racconti appartenenti però al genere della microfinzione, e, proprio per questo motivo, ‘durano poco’. Addentrarsi tra le pagine di questo libro significa esplorare l’amore in tutte le sue fasi, provare sentimenti di gioia, speranza, illusione, dolore. La prima “sezione” è intitolata ‘Amore-ponte / amore-punto’: il sentimento amoroso è visto come un ponte che lega due anime, fin dall’inizio; si ritrovano qui relazioni nate nel mondo virtuale e lì rimaste, amori che durano fino alla morte, sentimenti che mutano e si trasformano in odio, emozioni che disgregano letteralmente i corpi. Durante la seconda sezione, ‘Fascinazione’, ci si immerge in quello che è il corteggiamento, crudo e nudo: la seduzione qui è il tema principale, è un’arma da usare a proprio piacimento non soltanto per ottenere il corpo della persona che si desidera conquistare, ma anche la sua anima. Ne ‘La piccola morte’ incontri occasionali e passioni senza fine si mischiano con ardori primordiali sfociando in carnalità violente e delicate: il culmine del desiderio viene quindi raggiunto. E’ poi con il quarto capitolo, ‘Vincoli’, che il rapporto si evolve e raggiunge una certa stabilità: ma essa non è data per sempre, bisogna curare la propria relazione giorno dopo giorno, altrimenti la comunicazione diventa impossibile, ci si perde e ci si ritrova soltanto in vecchi sogni ingialliti, che riportano a galla fantasmi del passato. In ‘Tradimenti e ossessioni’ viene messa in risalto la natura maniacale e perennemente insoddisfatta dell’essere umano: non senza eccellenti picchi d’ironia, sono narrate le storie di coppie scoppiate a causa di ingegnosi robot, uomini assillati dalle fotografie della donna amata, relazioni a tre sfociate in tragedia. La penultima sezione, ‘Disamori e disincanti’, chiude metaforicamente il cerchio; l’amore è ormai giunto alla fine, le diversità vengono a galla e l’abitudine prende il sopravvento. Per non terminare il libro con una nota del tutto negativa, però, gli editori hanno deciso di inserire un ultimo capitolo finale, chiamato ‘Ipotesi di apoteosi’: qui il destino fa da padrone a quegli amori che non sono mai riusciti a sbocciare, per un motivo o per l’altro, a quegli amori che a volte ci tormentano per tutta la vita e su cui altre volte, invece, ci si mette l’anima in pace, per sempre.

Riconosciuta come genere letterario solo verso gli anni Ottanta, la microfinzione, messa in risalto principalmente da autori dell’America Latina, permette ai lettori di assaporare piccole perle un poco alla volta: le storie narrate sono tutte diverse ed è possibile prendersi una pausa tra un racconto e l’altro – tanto loro saranno sempre lì ad aspettarci. In “Amori che durano poco” ho trovato storie geniali, intriganti, commoventi (‘L’ultimo caffè’, ‘Il bacio’, ‘A catena’, ‘Storia di incontri II’, ‘Comunque, dovunque’, ‘Vite parallele’, ‘Atti che creano abitudini II’), microfinzioni che descrivono le relazioni amorose in modo piuttosto realistico (‘Comunicazione’, ‘Il passare del tempo’, ‘Manhattan e rum’, ‘L’amore che volevo raccontare’) ma anche qualche racconto un po’ più banale ed ambiguo (‘Appetenze erotiche’, ‘Transiti’, ‘Folle passione’, ‘La vita reale dopo la fine del racconto’). In generale, comunque, si tratta di un’antologia che riesce a percorrere, con ironia e profondità, uno dei temi su cui forse si è più scritto al mondo: l’amore.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Autori vari – Racconti ispanoamericani del terrore del XIX secolo

Titolo: Racconti ispanoamericani del terrore del XIX secolo

Autore: Autori vari

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2015

Pagine: 148

Prezzo: € 12,00

“La coscienza del mio essere, delle mie idee, dei miei pensieri, delle mie azioni passate che galleggiano nella mia memoria come resti di un vascello naufragato avvolto dalle onde, con l’impreciso profilo e i contorni confusi di fantasmi vaganti nella nebbia.”

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Essendo appassionato di racconti del terrore mi sono approcciato a questa antologia con una curiosità particolare. Infatti, quando penso a storie che narrano di spettri, di ritorni dall’oltretomba o dei complicati meccanismi della follia umana, associo immediatamente questi temi alle lande nebbiose dell’Inghilterra vittoriana o all’America di Edgar Allan Poe. Invece qui ci troviamo di fronte a nove racconti che affrontano sì i temi classici dell’orrore, ma che fuoriescono dalle penne di altrettanti autori di lingua spagnola. E chi avrebbe mai associato il terrore, quello autentico, ai caldi ed assolati paesaggi dell’America Latina? A colmare questa lacuna ci pensa Edizioni Arcoiris che, all’interno della collana “Gli Eccentrici”, porta nel nostro paese scrittori poco conosciuti o addirittura mai tradotti.

Così in questi nove scritti troviamo animali demoniaci, ossessioni che conducono all’abisso e all’annullamento della coscienza, defunti che provengono da quella zona d’ombra che non dovrebbe essere mai attraversata.
La raccolta si apre con uno dei pochi autori giunti anche in Italia, nonché capostipite del fantastico sudamericano, Leopoldo Lugones. “Il rospo” affonda le proprie radici nelle antiche tradizioni popolari, attraverso la narrazione di un’anziana signora ad un bambino. E così scopriamo che anche un animale apparentemente inoffensivo come un rospo è capace di trasmettere una sottile inquietudine, che si tramuta in un autentico incubo.
L’ombra nera” di Casimiro del Collado narra invece di un incontro con un misterioso uomo nero, giunto da un oceano di tenebre, e della visione quasi estatica di donne fatali. Una trama che, letta adesso, può forse non apparire così originale, ma che nell’Ottocento avrà sicuramente regalato notti insonni a più di un lettore.
E’ poi il turno di Rubén Darío e della sua “Thanatopia”, che non avrebbe sfigurato in una raccolta di Poe. Il protagonista del racconto è letteralmente preda di una paura ancestrale, che trova la sua origine nell’aldilà e nel mondo dei morti. Anche qui centrale è la figura femminile, portatrice di orrore e follia.
Arriviamo ora alla narrazione maggiormente visionaria dell’intera raccolta: “La confessione di Pelino Viera” di William Henry Hudson, altro autore non del tutto sconosciuto in Italia. La paura qui nasce dalla stregoneria e da una moglie che nasconde un orribile segreto. Un vero e proprio viaggio, delirante ed irrazionale, tra creature alate e multiformi. Un viaggio che viene raccontato attraverso una confessione tanto assurda quanto impregnata di verità.
Il posto centrale dell’antologia è occupato, a mio avviso, dal capolavoro del libro: “Il cane interiore” di Carlos Octavio Bunge. E proprio il cane, terribile e famelico, che infesta il subconscio del giovane protagonista, altro non è se non il nostro oscuro passeggero, la zona buia che ognuno porta dentro di sè. L’istinto primordiale che cerca costantemente una via d’uscita dalla nostra coscienza anestetizzata.
Con “Tristán Cataletto” di Julio Calcaño torniamo su territori più convenzionali all’horror di matrice classica: il vampiro infatti è la figura che domina le atmofere torbide evocate dall’autore.
Di fronte alla giuria”, scritta da Alejandro Cuevas, è la storia di un’ossessione e dell’influsso nefasto di un amico. Narrata in forma di confessione, è un racconto che, durante la lettura, ho associato più volte ad un capolavoro della narrativa del terrore, quale è “Il cuore rivelatore” di Poe. E se un autore viene paragonato a Poe la qualità certo non manca.
Il penultimo brivido lungo la schiena ce lo regala Juan Montalvo, che con “Gaspar Blondín” ritorna a narrarci della terribile presenza di un uomo misterioso, per poi sfociare nel colpo di scena finale.
La conclusione è affidata a Juana Manuela Gorriti e al brevissimo “Una visita infernale”, a parere di chi scrive il racconto più debole dell’antologia, che narra di un’apparazione demoniaca ma lasciando un po’ di amaro in bocca.

I “Racconti ispanoamericani del terrore del XIX secolo” è, come tutte le raccolte, contenitore di piccoli capolavori da riscoprire e di racconti meno d’impatto. Ma sicuramente la qualità letteraria è presente in tutte le storie di questa antologia. Dobbiamo allora ringraziare la lungimiranza e l’audacia di un piccolo editore, che ci ha regalato la possibilità di gustarci brevi narrazioni di genere, che altrimenti sarebbero rimaste ingiustamente in un immeritato oblio.

Voto 3,5/5

Mr. P.