Budapest, diario di viaggio. Giorno 1

Mercoledì 22 LUGLIO 2015

Inutile negarlo, quando si parte per un viaggio non si può non provare qualcosa. Che sia emozione, paura, curiosità, è inevitabile sentirsi in fibrillazione. Non importa se il luogo verso cui ci si dirige è quello che si sognava da tutta una vita oppure se la meta è stata decisa all’ultimo, magari quasi a caso. Un mix di eccitazione e di timore non può non coglierci.

Ed è così che mi sono sentita anche io, quell’ormai lontano 22 luglio, quando mi sono svegliata all’alba per prendere un Frecciarossa da Torino, direzione Milano Centrale. Da qui, io e Mr. P. abbiamo preso una navetta (http://www.orioshuttle.com/) che in circa cinquanta minuti ci ha portati all’Aeroporto di Bergamo Orio al Serio. Con tutta la calma del mondo abbiamo mangiato qualcosa per pranzo e ci siamo diretti verso il nostro gate. Tecnicamente il volo per Budapest sarebbe dovuto partire alle 14.20, ma un ritardo per un non ben specificato motivo ha fatto sì che partissimo soltanto alle 15.05 – poteva comunque ancora andarci peggio! All’incirca un’ora e quaranta minuti dopo siamo finalmente in Ungheria, all’Aeroporto Internazionale Budapest-Ferenc Liszt. Recuperati i bagagli e dopo esserci orientati un attimo, alle 17.30 prendiamo un’ulteriore navetta, l’Airport Shuttle Minibus, che ci porterà in centro -e ci riporterà poi anche all’aeroporto, al costo di circa 17 euro. Dividendo l’auto con altre due coppie (una delle quali aveva l’albergo in pieno centro!) abbiamo dovuto allungare un po’ il giro, cosa che ci ha permesso di dare un primo, velocissimo sguardo alla città. Un’ora dopo siamo finalmente giunti all’Hotel Bara Junior, in cui abbiamo ricevuto una bellissima sorpresa: ci avrebbero sistemato, a loro carico, nella parte di hotel più nuova e bella, perchè non erano più disponibili stanze in quello che avevamo scelto. L’Hotel Bara si è, tutto sommato, rivelato un’ottima scelta: situato nella parte vecchia della città (Buda), dista all’incirca una mezz’ora a piedi dalla parte più moderna (Pest), che raggiungerete attraversando uno dei numerosi ponti sul Danubio. La stanza (con annesso bagno) che ci hanno dato era spaziosa e moderna. A nostra disposizione avevamo, oltre al wi-fi gratutito – fondamentale – , anche la colazione (piuttosto variegata) al ristorante dell’albergo.

Nonostante la stanchezza – dovuta sia al viaggio ed ai vari spostamenti, ma anche alla notte, passata quasi insonne! – abbiamo subito deciso di recarci in centro, in modo da non perdere neanche un minuto del tempo a nostra disposizione. Devo ammettere che questo viaggio è stato piuttosto devastante, soprattutto i primi giorni, a causa del terribile caldo che abbiamo trovato: giunti a Budapest abbiamo notato che la temperatura era di ben 42 gradi! Camminare e girovagare freneticamente con un tempo del genere non è stato facile, specialmente per me: più volte mi sono ritrovata a dover fare una pausa, per la “gioia” di Mr. P., che invece desiderava vedere tuttissimo. 😀

Verso le otto abbiamo attraversato l’ Erzsébet hid (Ponte Elisabetta) ed immediatamente ci siamo accorti di quanto fossimo stati fortunati: una città pressochè nuova, che non avevamo mai visto, ci ha subito regalato un tramonto sul Danubio dalle lievi sfumature rosa.

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Veduta sul Danubio dal Ponte Elisabetta

“Budapest è bellissima”, ho scritto il giorno seguente sul taccuino che mi portavo appresso per annotare sensazioni, luoghi, scoperte. Una frase semplicissima, ma è la prima cosa che ho pensato quando l’ho vista di notte. Perchè alla luce del sole si rivela una città godibile, sì, come possono esserlo però un sacco di altre capitali europee: è dopo il tramonto, invece, che Budapest diventa magica, con i suoi ponti e palazzi illuminati. Risplende letteralmente. E’ impossibile non amarla.

Buddha-Bar Hotel Budapest Klotild Palace (lussuosissimo hotel a 5 stelle!)

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Castello di Buda

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Erzsébet hid (Ponte Elisabetta)

Dopo una cena piuttosto soddisfacente da Sorforras Etterem es Rendenzvenyterem ed una passeggiata notturna, decidiamo di tornare presto in hotel e di riposarci un po’, in modo da essere pronti e scattanti l’indomani, per il nostro primo, vero ed intero giorno a Budapest!

PS: non so per quale motivo, la risoluzione delle foto sul blog sta avendo dei problemi. Per poterle vedere in una qualità migliore, semplicemente cliccateci sopra!

Mrs. C.

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Émilie De Turckheim – Una primavera tranquilla

Titolo: Una primavera tranquilla

Autore: Émilie De Turckheim

Editore: Edizioni Clichy

Anno: 2016

Pagine: 158

Prezzo: € 15,00

“Nessuno può essere solo giorno o solo notte. Lucette dice che viviamo tutti all’imbrunire. Significa che ci troviamo tutti nel momento della giornata in cui non fa né giorno né notte e da lontano non si può mai sapere se uno è l’uno o l’altro.”

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Cosa c’è di meglio, quando il sole estivo incombe sulle nostre teste, che godersi una sana lettura? Magari un giallo pieno di intrighi e di mistero, genere letterario perfetto per trascorrere qualche ora ossigenando il cervello e magari provando anche qualche piccolo brivido lungo la schiena. Se avete già dato fondo a tutta la collezione di Conan Doyle e della Christie che avete in libreria, ci pensa Edizioni Clichy a darvi lo spunto per nuove letture. È nata infatti la collana “Quai des Orfèvres”, che vuole essere un’esplorazione nel mondo del giallo classico e del noir da una prospettiva focalizzata sui risvolti umani e psicologici. Il compito di inaugurare la collana tocca a Émilie De Turckheim, scrittrice francese di 36 anni, e al suo “Una primavera tranquilla”, primo libro dell’autrice a essere tradotto in Italia.

Paragonato per atmosfera al capolavoro “Dieci piccoli indiani”, la vicenda è narrata attraverso gli occhi di Aimé, ragazzo dalla mentalità infantile e, soltanto apparentemente, innocente. Proprio il racconto in prima persona di Aimé, personaggio poco acculturato e affetto da ritardo mentale, caratterizza lo stile di scrittura dell’intera opera. Un modo di esprimersi semplice ed elementare, che non appesantisce la narrazione, ma anzi ci fa immergere totalmente all’interno della storia. Tutto prende il via quando Monsieur Louis, ricco tenutario proprietario di una villa immersa nella campagna francese, muore a causa di un colpo di fucile. Aimé, tuttofare da anni al servizio di Monsieur Louis, scopre che, nel proprio testamento, il suo datore di lavoro ha deciso di lasciare in eredità la casa e i boschi che la circondano ai suoi cinque migliori clienti. Questo perchè ogni anno, in autunno, la villa viene trasformata in albergo per dare rifugio ad ospiti benestanti che giungono da ogni parte del paese per cacciare nei boschi di Monsieur Louis. Ciò disturba enormemente Aimé, ma soprattutto Martial, altro dipendente della tenuta, orribilmente sfigurato in volto a causa di un misterioso incidente. Da quando ha subito la mutilazione, Martial balbetta continuamente, ha paura di scorgere il proprio riflesso negli specchi e cerca in tutti i modi di sfuggire agli sguardi curiosi e terrorizzati dei clienti. Ma qual è stato il disgraziato incidente che ha causato la malformazione al viso del povero Martial? E perchè Aimé, quando viene interpellato in merito, sigilla le labbra senza sputare fuori una sola parola? Un primo enigma inizia a farsi strada nella mente del lettore: cosa nasconde il torbido passato di Martial? I cinque invitati giungono quasi in contemporanea alle porte della villa campestre, allettati dalla concreta notizia di un’eredità: non serve altro che attendere il notaio, decidere la spartizione della tenuta in parti uguali e il gioco è fatto. Così si presenta davanti ad Aimé e Martial un quintetto piuttosto disomogeneo e caratteristico di individui appartenenti al genere umano: una coppia poco raccomandabile, un ispettore di polizia ormai in pensione, un enigmatico militare e il tenutario di una casa chiusa. Cinque personaggi che apparentemente non hanno assolutamente nulla in comune, tranne l’essere stati clienti di Monsieur Louis. Ma siamo davvero sicuri che non ci sia un sottile filo invisibile che li lega in modo fragile ma indissolubile? Inizia così la lunga attesa per l’arrivo del notaio, previsto per il giorno dopo, che viene ingannata dai racconti dei nuovi venuti circa il loro primo incontro con Monsieur Louis, inframmezzata dalle osservazioni involontariamente ironiche e pungenti di Aimé. Ma la prospettiva di una tranquilla e rilassata serata, viene sconvolta da un’orribile tragedia, che getta nel panico l’intero casolare. Come se non bastasse, trascorsa la nottata, il giorno seguente il notaio tarda ad arrivare, mentre il nervosismo aumenta, quasi a significare che ci sia qualcosa di più alla base del testamento. Un indizio dopo l’altro, l’autrice ci mette di fronte alla sconcertante verità, che esplode in un finale perfetto, anche se forse un po’ prevedibile. Un’attenzione particolare la merita inoltre Lucette, l’unico vero amore di Aimè, ormai perduto per sempre, dispensatrice di piccole perle di saggezza, proprio attraverso i ricordi del ragazzo.

Émilie De Turckheim confeziona un ottimo giallo classico, che ha tutte le caratteristiche proprie del genere, arricchito da un’approfondita analisi psicologica dei personaggi. Una lettura agile e coinvolgente, che trasporta il lettore per qualche ora nelle stupende (ed inquietanti) campagne francesi, regalando una storia avvincente che si legge tutta d’un fiato. Una buonissima prima uscita per la nuova collana di gialli edita da Edizioni Clichy che, sono sicuro, saprà regalarci altre piccole perle letterarie come questa.

Mr. P.

Voto: 4/5

Joseph Incardona – La metà del Diavolo

Titolo: La metà del Diavolo

Autore: Joseph Incardona

Editore: NN Editore

Anno: 2016

Pagine: 278

Prezzo: € 17

“Come se gli uomini avessero bisogno di una catastrofe per capire cosa stanno perdendo. Come se riavvicinarsi potesse improvvisamente cambiare il corso degli eventi.”

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Con il giungere dell’estate ci si trova molto spesso, letterariamente parlando, di fronte a due scelte: o ci si rimbocca le maniche e si affronta il “libro-mattone”, quello super spesso di cui si è sempre rimandata la lettura durante l’anno per mancanza di tempo – quale occasione migliore delle vacanze, dunque? – , o ci si affida ad un buon vecchio thriller (che in alcune varianti può anche essere un giallo), pronti a tuffarsi tra misteri, colpi di scena e psicopatici assassini. Proprio avendo in mente quest’ultimo tipo di lettura mi sono avvicinata a “La metà del Diavolo”, un libro che sembrava avvincente al punto giusto, ma che da subito mi ha attratta anche per qualcos’altro. Una citazione postata da NN Editore, infatti, mi ha convinta nel profondo che sotto all’etichetta del genere, ci fosse altro. Leggendolo, non mi sono affatto ricreduta, anzi: avevo ragione al cento per cento. Joseph Incardona non ha scritto soltanto un’opera dalle tinte thriller e noir, ha ispezionato l’animo umano, i suoi tormenti, i suoi istinti, le sue paure, la sua forza. Incardona è riuscito a trascinarmi nei meandri della mente dei suoi personaggi, mai totalmente cattivi nè totalmente buoni, pieni di sfumature, dovute per lo più alle loro storie, mai banali, e spesso tragiche. La copertina (nota di merito ad NN Editore per la scelta dei progetti grafici, sempre meravigliosi!) rispecchia perfettamente il cuore del libro: un’autostrada vuota ed un’automobile che si dirige verso una bocca sconosciuta, aperta, pronta ad inghiottirla. La disperazione, l’ignoto, il nulla.

A Pierre Castan la vita ha riservato un destino totalmente diverso da quello che lui si immaginava; le premesse per trascorrere una vita felice c’erano tutte: una moglie, una figlia, un lavoro da medico legale. Famiglia, esperienza, successo. Tutto questo improvvisamente gli è stato portato via quando la piccola Lucie è scomparsa. Pierre lo sa, ormai si è rassegnato all’idea di non rivederla mai più: non si è dileguata magicamente e non è fuggita via, la sua bambina è stata rapita e sente, come lo può sentire un padre, che il suo cuore ha cessato di battere. Di fronte ad una tragedia del genere, un uomo o si arrende, accettando ciò che gli è stato riservato, dandosi risposte più o meno vaghe, rassegnandosi; o diventa tormentato, ossessionato ed ostinato nel voler trovare chi gli ha rovinato l’esistenza, con un solo scopo in mente: la vendetta. La strada che Pierre Castan ha deciso d’intraprendere è proprio la seconda: da mesi vive vagabondando per il tratto di autostrada in cui sua figlia è sparita, cercando una traccia, un piccolo indizio, spiando, parlando con sconosciuti. Sua moglie, Ingrid, si è rinchiusa in casa, attende notizie attaccata al telefono, trascorre la sua esistenza mettendo in atto compulsioni (auto)erotiche e bevendo Bloody Mary, disperata. La situazione di stallo in cui la coppia si trova, però, cambia improvvisamente quando un’altra bambina (ormai la terza nel giro di poco tempo) scompare sull’autostrada: il lettore stesso assiste al suo ultimo pranzo in autogrill, ai suoi genitori in crisi, al suo rapimento. Non è più un caso, non è più una coincidenza ormai: c’è la stessa persona dietro tutto questo orrore, qualcuno che vediamo muoversi lentamente, attento in ogni suo gesto, un emarginato, un escluso, un sadico. Intervengono allora il capitano Julie Martinez, affiancato dal tenente Gaspard e dalla sua squadra: è una corsa contro il tempo, due fazioni opposte che desiderano giungere allo stesso obiettivo, con fini però diversi. Riuscirà la polizia ad incastrare l’assassino, sarà invece Pierre Castan ad ucciderlo? O ancora, il subdolo rapitore (la cui identità verrà svelata ben presto nel corso del libro) la farà franca, pronto anzi ad agire ancora?

Ciò che rende diversa l’opera di Incardona da un qualsiasi altro noir è l’attenzione al mondo interiore dei personaggi, che sono, tra l’altro, numerosi: diversi punti di vista si affiancano nelle pagine del romanzo. Oltre ai coniugi Castan e alla Gendarmeria, infatti, vediamo susseguirsi i pensieri e le azioni dell’assassino stesso, uomo all’apparenza mite ed innocente ma dall’animo nero, quelli di Marc e Sylvie -genitori dell’ultima ragazzina rapita, Marie. Ed insieme a loro, tutta una serie di persone che vivono nei dintorni dell’autostrada, che ne hanno addirittura assunto alcuni tratti: la confusione, la transitorietà, l’insicurezza. Facciamo la conoscenza di Pascal e di Lucino, che lavorano nella ristorazione e rappresentano entrambi il marcio, per due motivi diversi; ma incontriamo anche Lola, che vende cinicamente il suo corpo all’interno di una tenda ai bordi della strada, Jacques Baudin, un uomo che colleziona nella sua baracca tutto ciò che trova nell’area di sosta accanto a cui vive e Tía Sonora, un’anziana donna che sembra poter predire il futuro delle persone a cui legge la mano. “La metà del Diavolo” è un romanzo dallo stile tagliente, pungente, ritmico e denso. I punti si susseguono uno dopo l’altro, a frasi brevi (composte addirittura molto spesso da un solo nome, da un solo aggettivo) si alternano veri e propri elenchi, come quello delle ossessioni che mi aveva tanto colpita all’inizio, prima ancora di entrare in questo tunnel buio. “La metà del Diavolo” è un vero e proprio viaggio all’inferno, un viaggio, come afferma la traduttrice Claudine Turla, nel “non-luogo” per eccellenza, l’autostrada: tutto si svolge lì, nel bel mezzo dell’estate e sembra davvero di ritrovarsi al centro della Terra, in preda ad un caldo infernale, con una speranza che si fa via via – pagina dopo pagina – sempre più debole a causa del Male che ci circonda. Imitando la linea editoriale di NN, che da, sul retro copertina, dei consigli a chi vuole leggere i loro libri, tento, molto umilmente, di farlo anche io. Questo libro è per chi ha visto l’oscurità da vicino e sa cosa significa perdersi in essa, per chi vuole sondare le tenebre umane e lotta affinchè giustizia venga fatta, sempre. Questo libro è per chi si è fermato in autogrill, un’afosa notte di luglio, dopo un concerto, e non ha potuto non pensare alla fatalità della vita, che, a volte, è in grado di sovrastarci tutti.

Voto: 4/5

Mrs. C.