Ben Marcus – L’alfabeto di fuoco

Titolo: L’alfabeto di fuoco

Autore: Ben Marcus

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 364

Prezzo: € 15,00

“La mancanza di linguaggio, l’assenza di un linguaggio che ci identificasse come individui completi, ci aveva trasformato in una specie di mandria emotiva. Forse una turbolenta vita interiore produceva note dirompenti dentro di noi, ma senza un attrezzo per estrarle, senza un linguaggio per capirle e diffonderle, anche se erano idiozie, si aveva la sensazione che tutta quell’impresa avesse perso all’improvviso di senso. Senza un modo per dire le cose, non c’era nemmeno motivo di pensarle.”

Le parole, si sa, a volte possono essere l’arma più pericolosa in circolazione. Il dolore che può provocare il linguaggio non ha eguali. Un dolore spirituale, intimo e profondo che per Ben Marcus si tramuta però in dolore fisico e carnale. L’autore statunitense infatti con “L’alfabeto di fuoco” applica alla lettera la potenza distruttiva delle parole, creando un moderno universo distopico, in cui il linguaggio diventa letale, uccidendo uomini e donne senza distinzioni, con fonemi velenosi, portatori di una malattia mortale.

Lo scenario è un’America dal sapore apocalittico in cui, lentamente ma in modo inesorabile, si sta diffondendo una piaga che non lascia scampo. Tutti sono soggetti a una sorta di “allergia” da linguaggio, con una sola, inquietante, eccezione: i bambini. Qualsiasi ragazzino infatti sembra immune al misterioso morbo e anzi, parrebbe addirittura un portatore sano. Infatti i piccoli possono continuare a parlare senza problemi tra loro, causando però effetti letali sugli adulti. Tra ipotesi sconclusionate, verdetti scientifici e opuscoli clandestini fatti circolare dall’enigmatico ricercatore LeBov, inizia una specie di deportazione forzata dei bambini, tenuti in isolamento dai genitori. Protagonisti dell’opera di Ben Marcus sono Sam e la sua famiglia, composta dalla moglie Claire e dalla figlia Esther, soggetti a un’odissea senza fine per raggiungere un’utopistica cura.
L’intuizione alla base del romanzo è pura genialità, prendendo a prestito un’idea abusata come l’epidemia ma plasmandola in modo del tutto originale, indicando nell’agente scatenante il contagio qualcosa di astratto eppure fondamentale per l’uomo come il linguaggio. Immaginare l’umanità defraudata della parola, sia scritta che parlata, è qualcosa di totalmente folle e terrorizzante ma Ben Marcus ci riesce, dimostrando una fantasia fuori dal comune. La parola, la forma d’espressione per eccellenza, è talmente radicata nell’animo umano che privarsene può comportare conseguenze catastrofiche. Non esprimersi acuisce il nostro senso di solitudine, ci fa sentire disarmati e distanti. Le parole racchiudono un potere inimmaginabile, in grado di rassicurare e donare serenità ma anche di condizionare migliaia di persone, rendendole schiave. Forse Ben Marcus vuole proprio farci riflettere sulla forza smisurata del linguaggio, che nella nostra quotidianità tendiamo a dare per scontata, e che dopotutto, vivere senza esprimersi in modo diretto, potrebbe davvero aiutarci a scavare in noi stessi, dandoci una nuova chiave di lettura delle nostre esistenze e delle nostre coscienze. Facendoci vedere con occhi diversi momenti cruciali della vita, come diventare ed essere genitori. Proprio la genitorialità è l’altro grande tema affrontato nell’opera dell’autore americano. Essere padri e madri significa continuare ad amare il proprio figlio anche quando causa dolore, annullandosi e donandosi completamente, anche solo per condividere pochi istanti insieme. Ma non significa anche riflettere su cosa sia più giusto per entrambi, figli e genitori, lasciando che ognuno trovi da solo la propria strada? Interrogativi che Ben Marcus lascia che si insinuino nel lettore, per non lasciarlo più durante l’intera lettura.

L’alfabeto di fuocointreccia sapientemente horror e fantascienza con un’introspezione psicologica dai risvolti profondi e inaspettati. Un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi, in cui il surreale non rimane fine a se stesso ma anzi contribuisce a dare ulteriore spessore a una trama complessa e dalle mille sfaccettature. L’unica pecca, a mio avviso è che la narrazione inizialmente stenta un po’ a decollare ma una volta catapultati nel vivo della storia non si può fare a meno di continuare a leggere. Sperando, con un brivido, che nel nostro mondo la lettura non diventi mai tossica.

Voto: 4/5

Mr. P.

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James Graham Ballard – L’isola di cemento

Titolo: L’isola di cemento

Autore: James Graham Ballard

Editore: Feltrinelli

Anno: 2013

Pagine: 155

Prezzo: € 7,50

“A mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con se stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso se stesso a verso l’isola. Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucaristia del proprio corpo.
«Io sono l’isola.»”

A piccoli ma determinanti passi per il mio bagaglio di lettore, prosegue la conoscenza di uno dei maggiori autori di fantascienza (ma non solo) del secolo scorso: James Graham Ballard. Affascinato da un titolo dal sapore post apocalittico (ma che in realtà cela tutt’altro) e da una trama che dà pochi punti di riferimento al lettore, la mia scelta è ricaduta su “L’isola di cemento“, romanzo pubblicato nel 1974 ma che conserva un’attualità sconvolgente.

Un banale incidente automobilistico è il pretesto per dare il via alla narrazione, che vede nell’architetto trentacinquenne Robert Maitland il protagonista indiscusso. Uscita di strada, la sua Jaguar si ritrova semidistrutta nel bel mezzo di un’isola spartitraffico che divide l’autostrada alle porte di Londra. Ferito ma sopravvissuto alla sciagura, Maitland si rende conto di essere intrappolato nell’isola, quasi un universo parallelo di sterpaglie, blocchi di cemento e carcasse d’auto. Dopo i primi tentativi di fuga falliti miseramente, essendo l’isola circondata da declivi difficoltosi da scalare per la gamba lesa del protagonista, in Maitland inizia a scattare l’impietoso ingranaggio dell’istinto di sopravvivenza, accendendo nella sua coscienza un senso di sfida e una spietatezza che mai avrebbe pensato di avere. Assistiamo così a una metamorfosi progressiva e inarrestabile, dove lo scenario degradato dell’isola diventa quasi una provocazione per Maitland e la necessità di sopravvivere corre in parallelo a una cinica competizione: assumere il controllo totale dell’isola. Quel lembo di terra diviene per l’architetto più significativo del mondo che sta appena a qualche centinaia di metri di distanza. Addirittura più importante della moglie, del figlio e dell’amante. L’isola assume connotati quasi sacri, finendo con identificarsi sempre più con l’interiorità del protagonista, sporcando la sua coscienza con macchie di ruggine indelebili. Maitland scopre angoli spigolosi della propria mente che sfiorano la disumanità, recessi bui della propria psiche portati alla luce dalla volontà pura e semplice di non morire. Una crudeltà di cui ne faranno le spese anche i misteriosi abitanti dell’isola, in una gara di sopravvivenza che si sposta dalla fuga al dominio di quel tratto di suolo abbandonato.
Oltre a tutto ciò, Maitland incarna anche l’essere umano alienato e confinato dalla modernità e dal progresso nella propria misera solitudine. Un individuo dagli istinti sopiti e tenuti accuratamente a bada che tenta di ritrovare se stesso nella primordiale vita selvaggia in cui viene catapultato dopo l’incidente. L’isola così assume il doppio aspetto di prigione e di portatrice di libertà, a metà strada tra essere carnefice e assolutrice.

L’isola di cemento” è un’opera potente e disincantata, che trasporta il lettore, con la violenza di un pugno nello stomaco, in una dimensione parallela dai contorni tanto inquietanti quanto realistici. Una dura critica alla cultura del progresso, in cui l’uomo, nudo e indifeso, viene posto di fronte alla crudele sfida della sopravvivenza. Perché dopotutto, davanti alla nostra parte più intima e ai nostri istinti più reconditi, tutti noi regrediamo alla nostra vera e pura natura: dei semplici essere umani.

Voto: 4/5

Mr. P.

Yambo – Gli esploratori dell’infinito

Titolo: Gli esploratori dell’infinito

Autore: Yambo

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 288

Prezzo: € 25,00

“Io amo questa piccola isola celeste che voi chiamate capocchia di spillo, trottola indecente, caricatura di mondo. […] L’amo perché ci ha sollevati nell’azzurro, perché ci ha fatto superiori agli altri uomini, perché ha permesso al nostro pensiero di innalzarsi a vette inaccessibili  agli altri figli della Terra… perché ha dato modo a noi – sciagurati mortali – di gettare un timido sguardo nell’abisso, dove i segreti dell’Essere degli esseri sono raccolti!”

Il libro che ho tra le mani è l’ennesimo, importante recupero di un manoscritto “dimenticato” operato dalla casa editrice romana Cliquot, realtà editoriale che confeziona dei piccoli gioielli letterari, sia dal punto di vista della traduzione che dell’estetica e della cura tipografica. La seconda uscita della “Collana Fantastica” ha riportato sugli scaffali delle librerie Yambo, all’anagrafe Enrico Novelli, scrittore e illustratore italiano del primo Novecento. Considerato uno dei principali anticipatori della fantascienza nel nostro Paese, Yambo è autore di svariati romanzi collocati nel filone della narrativa per ragazzi, di cui “Gli esploratori dell’infinito” è ritenuto il capolavoro. Ma leggerlo aspettandosi un “semplice” libro per ragazzi è fuorviante: “Gli esploratori dell’infinito” è infatti un romanzo che non ha età, che diverte e appassiona qualsiasi generazione, continuando a farlo oggi come lo faceva nel 1908, data della sua prima pubblicazione.

L’elemento scatenante dell’intera vicenda è la scoperta di Cupido, un bolide che staziona a dodicimila metri dal suolo terrestre, diventando così un nuovo, microscopico satellite del nostro pianeta. L’incredibile rivelazione attira immediatamente l’attenzione del miliardario filantropo Harry Stharr, che sogna di abbandonare la meschinità e la corruzione della Terra per fuggire sul nuovo pianetino e vivere così una vita semplice e pura. Per attuare il suo proposito, chiede aiuto al capo redattore del suo giornale Giorgio Halt, esatto opposto del benefattore, con la sua indole egoista. Halt infatti accetta soltanto per lo spropositato stipendio che Stharr gli promette. Una volta giunti sul bolide, viaggiando su un aerostato, per i due protagonisti comincerà l’avventura autentica, una vera e propria esplorazione dell’infinito. Non mancheranno un manipolo di marziani (che Yambo chiama “marziali”), una banda di falsari, temperature glaciali e climi tropicali, dissertazioni scientifiche e addirittura l’organizzazione di una festa di capodanno interplanetaria. E poco importa se all’epoca Plutone non era stato ancora scoperto ed è il grande assente nel bizzarro viaggio di Stharr e Halt. Ciò che davvero rende il romanzo dello scrittore toscano un viaggio senza tempo, godibilissimo anche a oltre un secolo di distanza, è il senso del meraviglioso che sprigiona ogni sua pagina. Prodigi e stramberie si alternano in una danza frenetica, che cattura il lettore di allora come quello di adesso, sbalordendo sia adulti che ragazzi. Una grande mano in tal senso la danno anche le splendide 71 illustrazioni che accompagnano la narrazione, ad opera dell’autore stesso. Ma la storia scaturita dalla penna di Yambo non esaurisce qui il suo potenziale. Infatti sotto la superficie fantastica e d’intrattenimento si può scorgere una critica al buonismo quasi esasperato di Harry Stharr, cieco verso la realtà e capace soltanto di morali e prediche che non portano da nessuna parte. L’autore ci fa comprendere come sia impossibile sfuggire alla miseria d’animo che regna sulla Terra (non per nulla su Cupido i vizi e la grettezza della banda di falsari la faranno da padroni) e che bisognerebbe invece affrontare i problemi in modo pratico e risoluto. Anziché fuggire occorre accettare l’uomo con tutte le sue contraddizioni e i suoi difetti.

Gli esploratori dell’infinito” è un’escursione nell’utopistico e nel sensazionale, una folle chimera che non ha perso un briciolo del suo fascino. Un libro da leggere per lasciarsi trasportare in un mondo lontano e avveniristico, a tratti fiabesco a tratti crudele, con la mente proiettata verso l’infinito ma con lo sguardo ben saldo verso il nostro Pianeta.

Voto: 4/5

Mr. P.

James Graham Ballard – Il condominio

Titolo: Il condominio

Autore: James Graham Ballard

Editore: Feltrinelli

Anno: 2015

Pagine: 189

Prezzo: € 8,50

“Anche il disfacimento del grattacielo era un modello del mondo in cui sarebbero vissuti in futuro. Era uno scenario post-tecnologico, dove ogni cosa o era in abbandono o più ambiguamente rivista secondo modalità inaspettate e più significative.”

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Ballard diede alla luce Il condominio” nel 1975 ma, per il lettore che si appresta a scoprirlo nel 2016, l’impatto straniante e destabilizzante che sanno provocare la violenza fisica e psicologica emanata dalla sue pagine rimane immutata. “Il condominio” è un pugno in pieno volto, sferrato quando meno lo si aspetta, ma nello stesso tempo è anche un’analisi accurata e, oserei dire, quasi scientifica della depravazione della coscienza umana e degli angoli bui e poco rassicuranti nascosti nel più profondo del nostro io. Un’opera poco facile da digerire, che rimane sullo stomaco, in attesa di essere metabolizzata e, forse, compresa.

La narrazione prende il via durante una giornata uguale a tutte le altre, in cui nulla sembra discostarsi minimamente dal concetto di normalità. Ma dopo appena un paio di righe, il lettore non può non strabuzzare gli occhi e rileggere le poche parole che la sua mente deve ancora assimilare: “Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti.” Il dottor Laing, docente alla facoltà di medicina da poco divorziato e uno dei tre protagonisti del romanzo, è assorto nelle sue meditazioni mentre sgranocchia placidamente un cane. Ed ecco che l’apparente normalità subito si sgretola e un senso di spaesamento inizia languido a farsi strada, instillando dubbi e inquietudine. L’intera vicenda si svolge all’interno di un condominio immenso, un mostro di cemento alto 40 piani, che accoglie tra le sue fauci spalancate 2.000 persone. Un avamposto della tecnologia, dotato di ogni comfort e completamente autosufficiente. Un supermaket, una banca, un ristorante, due piscine, un parco giochi per i più piccoli: un ecosistema avulso dal resto del mondo, in cui ognuno può condurre una vita appartata e autonoma, senza il bisogno di contatto umano e rapporti sociali. Un modello di fredda perfezione tecnologica in cui però, il minimo difetto all’interno di un ingranaggio, può risulta fatale. Quando una bottiglia, gettata dal balcone del trentunesimo piano durante una festa, si fracassa sul terrazzino del suo appartamento, il dottor Laing diventa il testimone involontario dell’apertura di una minuscola falla all’interno del condominio, il primo passo verso il caos e la violenza delle settimane seguenti. Violenza che inizia a manifestarsi quando, durante un blackout, viene ritrovato nella piscina il cadavere galleggiante di un levriero afghano annegato. Gli istinti primordiali dei condomini iniziano a manifestarsi in tutta la loro rozzezza e squallore. Le notti sono caratterizzate da feste sfrenate che non si concludono prima dell’alba, in cui vengono prodotte montagne di rifiuti, che iniziano ad intasare gli scivoli progettati per gettare la spazzatura, invadendo i corridoi con piccole barricate e sfracellandosi sopra i parabrezza e le capote delle costosissime auto parcheggiate ai piedi del condominio. Ormai la spirale di disordine e ferocia è stata innescata ed è impossibile arginarla. In base alla classe sociale di appartenenza, il condominio viene diviso in tre sezioni, che rispecchiano tristemente il mondo al di fuori. I piani bassi sono caratterizzati dalla piccola borghesia, costituita da hostess e piloti di aerei, tecnici e impiegati. I primi piani si trasformano in una vera e propria giungla, con i condomini che si riuniscono in tribù comandate da capi branco, devastando e saccheggiando gli appartamenti incustoditi. In centro troviamo i piani cuscinetto, formati dalla media borghesia, dove abita anche il dottor Laing. I piani alti sono invece costituiti da attori, presentatori televisivi e ricchi professionisti, dove la follia generale viene percepita in ritardo e si cerca di mantenere una parvenza di umanità. Insieme al dottor Laing, seguiamo da vicino le vicende di Anthony Royal, l’architetto che ha progettato l’edificio, proprietario dell’attico al quarantesimo piano. Royal è forse il personaggio più riflessivo e assennato dell’opera, anche se il suo disprezzo per i piani inferiori lo porterà ad isolarsi in cima insieme agli stormi di uccelli, gli unici esseri, secondo lui, in grado di comprenderlo. Completamente all’opposto è il regista televisivo in cerca di riscatto Richard Wilder, che dai piani bassi tenta la scalata del condominio, sfidando Royal nell’ottenere la supremazia sulla prigione di cemento e vetro in cui si è tramutato l’edificio. Man mano che Wilder persegue il suo compito, gli istinti violenti e la bestialità da troppo sopita nel suo animo prendono il sopravvento, trasformandolo in un vero e proprio predatore. La sopravvivenza ormai è l’unica cosa che ancora conta in un microcosmo in cui l’escalation di violenza, il solo elemento che fa da collante sull’intera comunità, porterà alla saturazione e ad un inquietante e profetico finale.

Il condominio” è una metafora, quanto mai attuale, dell’alienazione in cui è piombata l’esistenza umana, in cui le relazioni autentiche sono state spazzate via da una tecnologia sempre più invadente e resa purtroppo necessaria per la sopravvivenza dell’uomo. Un monito che Ballard ha lanciato alle generazioni future, consapevole di quanto l’animo umano possa sprofondare senza ritorno nel proprio io, diventando indifferente a quanto lo circonda e relegandolo in un angosciante isolamento, in cui il ritorno agli istinti primordiali sembra l’unica soluzione.

Voto: 4/5

Mr. P.

Michael Crichton – Jurassic Park

Titolo: Jurassic Park

Autore: Michael Crichton

Editore: Garzanti

Pagine: 479

Anno: 1990

Prezzo: € 9,90

“Ma voi avete deciso di non voler essere alla mercé della natura. Decidi di tenere la natura sotto controllo, e da quel momento sei in un grosso guaio, perchè non lo puoi fare. Tuttavia hai elaborato sistemi che richiedono che tu lo faccia. E non puoi farlo – non hai mai potuto farlo – e non lo farai mai. Non confondere le cose. Puoi fare una nave, ma non puoi fare l’oceano. Puoi fare un aeroplano, ma non puoi fare l’aria. I tuoi poteri sono più ridotti di quanto i sogni della tua ragione vorrebbero farti credere.”

Jurassic Park

Mai avrei pensato di scrivere una recensione su “Jurassic Park“, lo giuro, mai nella  vita. Il mio genere di romanzo preferito non esiste di per sè, diciamo che apprezzo particolarmente i libri introspettivi, psicologici, le raccolte di lettere o i diari, i thriller/noir brillanti e non scontati. La fantascienza e l’avventura non fanno per me, o almeno, così credevo. Ho iniziato a leggere il romanzo più famoso di Michael Crichton un po’ per gioco: volevo qualcosa che mi permettesse di alienarmi totalmente (o quasi) dalla realtà, che mi facesse dimenticare dov’ero e cosa mi stava accadendo e mi trasportasse altrove, in un luogo e tempo differenti. Che cos’altro potevo scegliere se non un romanzo ambientato nel passato, più precisamente nel 1989, in una remota isola al largo della Costa Rica? E, soprattutto, in quale altro gioiello letterario avrei potuto trovare una dimensione totalmente differente dalla mia, popolata da giganteschi dinosauri e giungle tropicali? Risposta: in nessuno dei libri che avevo a casa, eccetto questo. L’ho iniziato senza troppe pretese, certa che non mi avrebbe entusiasmato granchè ma pronta a dargli comunque una possibilità. Per fortuna che l’ho fatto!

Complice anche la versione cinematografica diretta da Steven Spielberg nel 1993, bene o male tutti, almeno in generale, sanno di che cosa parla “Jurassic Park”. Il film è leggermente diverso dal romanzo e, nonostante il primo mi fosse piaciuto tantissimo da bambina, ho trovato l’opera di Crichton ancora più coinvolgente. La storia narrata si svolge quasi interamente a Isla Nublar, isola costaricana (immaginaria) acquistata dal miliardario John Hammond. Proprietario della InGen Corporation e della Fondazione Hammond, l’uomo ha deciso, avvalendosi dell’aiuto di numerosi esperti, tra cui scienziati, genetisti ed ingegneri informatici, di tentare un’impresa mai provata prima: riportare alla vita, clonandoli, i dinosauri e costruire un immenso parco divertimenti a tema, in cui le gigantesche bestie primitive possano vivere e fungere da attrazione per le migliaia di turisti che verranno a visitare questo nuovo, incredibile paradiso giurassico. Per rassicurare anche i più scettici e per mostrare il suo ‘gioiellino’, di cui è totalmente fiero, Hammond invita sulla sua isola privata il paleontologo Alan Grant, la sua collaboratrice Ellie Sattler, l’informatico Dennis Nedry, il suo avvocato Donald Gennaro ed il matematico Ian Malcom. Essi verranno poi raggiunti dai nipotini del miliardario, Tim e Lex, entusiasti per la creazione del nonno. Dopo una prima visita generale al parco ed alle sue strutture, che lascia i più sorpresi e basiti, ma che diffonde anche un certo scetticismo e timore per la folle iniziativa, qualcosa va storto. Si scoprirà che il Jurassic Park non è totalmente sotto controllo, che non è il luogo sicuro e protetto osannato dai creatori dell’ecosistema ma anzi, si capirà che qualcosa è in agguato là fuori, e non è possibile sottomettere interamente la natura al potere umano. Proprio per niente.

Avvincente, pieno di colpi di scena, scritto in un modo magistrale. “Jurassic Park” riesce a coniugare tensione ed azione con teorie matematiche e scientifiche interessanti e ben spiegate, tanto da essere comprensibili anche ai ‘non addetti ai lavori’. Non annoia, affascina incredibilmente e riesce a fare quello che un buon romanzo dovrebbe saper fare prima di tutto: trasportarci altrove, farci vivere nel mondo descritto dal libro. Michael Crichton è capace di condurci nel bel mezzo della foresta, tra Velociraptor che ci stanno per mordere e cuccioli di T-rex affamati.  Ci fa spaventare, ci fa tirare sospiri di sollievo e poi ci mette di nuovo addosso una fifa blu! E’ in grado di farci sospettare degli altri abitanti dell’isola, di farci sorridere ma anche di farci riflettere: non sono pochi infatti i dialoghi illuminanti, in cui vengono esplorati il diverbio fra natura e cultura, la contrapposizione tra gli animali e gli uomini, la sete di potere e la tirannia degli esseri umani, che pensano di poter governare tutto, anche l’ingovernabile. Come ci ricorda uno dei protagonisti più interessanti del romanzo, Ian Malcom, non possiamo mai essere completamente sicuri delle nostre azioni, perchè «Inevitabilmente, le instabilità nascoste cominciano ad apparire» ed «Il recupero del sistema potrebbe  dimostrarsi impossibile».

Voto: 5/5

Mrs. C.