Emiliano González – Penumbria

Titolo: Penumbria

Autore: Emiliano González

Editore: Edizioni Arcoiris

Pagine: 84

Prezzo: € 9,00

“Dopo qualche istante, si ha l’impressione che la realtà abbia la consistenza, il colore e la luce di un quadro: la realtà è un quadro, e noi ne facciamo parte. Poi ci si rende conto che il cielo è di una sfumatura seppia solcata da nubi che promettono tempesta (senza mai rispettare la loro promessa) e che sono appena suonate, per sempre, le cinque del pomeriggio: nell’aria aleggia ancora l’ultimo rintocco, fatto al quale ci si abitua a fatica. Quando ci si riesce, i pensieri risuonano allo stesso modo di quel lamento, sono come incantati da quel suono, e si pensano solo pensieri delle cinque del pomeriggio, e forse per questo i libri  redatti a Penumbria sono libri da leggere al tramonto.” 

Continua il progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, volto alla pubblicazione di autori sudamericani di culto, le cui opere sono ancora inedite nel nostro Paese. Come per Polleri e Chimal, anche questa volta la partecipazione dei lettori è stata grande, portando così la casa editrice salernitana alla traduzione della raccolta di racconti “Penumbria” del messicano Emiliano González.
Tra i più importanti autori e studiosi contemporanei di letteratura fantastica in America Latina, González è uno scrittore poliedrico e dalla fantasia sfrenata, autore di racconti che racchiudono al proprio interno interi universi, ispirati a mostri sacri del fantastico come Lovecraft, Machen e Borges.

Il volume si apre con il racconto maggiormente significativo dell’intera raccolta, “Rudisbroeck o gli automi“, considerato tra i capolavori di González. Una storia che è scoperta ed esplorazione della misteriosa e perturbante città di Penumbria, dove il tempo sembra essersi cristallizzato alle cinque del pomeriggio e dove il cielo ha perennemente i colori nostalgici e sepolcrali della sera che si tramuta in notte. Insieme al narratore ci imbattiamo in una miriade di personaggi bizzarri e dall’aspetto sinistro: l’ambiguo antiquario Mefisto, il folle Papá Fritz, la conturbante attrice Sonia e il saggio e mostruoso Braulio. Ma la leggenda che ammanta Penumbria è legata al costruttore di automi Rudisbroeck, trincerato nella sua torre, di cui non si scorge la fine. Un racconto alienante e deliziosamente schizofrenico, in cui González dà un’ottima prova della potenza della sua immaginazione. “L’eredità di Cthulhu” è un degno omaggio al Solitario di Providence e agli pseudobiblium, di cui il “Necronomicon” è il più famoso esemplare. L’orrore primordiale qui è concentrato nella piccola scultura di uno scarabeo che si scoprirà avere un insospettabile legame con il raccapricciante Cthulhu, creatura ideata dallo stesso Lovecraft. Un racconto affascinante, che profuma di horror vecchio stampo. “La lettura segreta” sembra quasi un bozzetto di qualcosa di più corposo, appena un accenno a una serie di libri segreti che devono essere letti nell’ordine giusto e che diventano l’ossessione del narratore. Tre pagine visionarie, che lasciano aperti nel lettore dubbi e domande. “I quattro libri di Garret Mackintosh” è la ricostruzione della vita e delle opere dello scrittore gallese Thomas Garret Mackintosh, autore mai esistito che González tratteggia con tale dovizia di particolari che al termine della lettura ci ritroviamo con la voglia di scoprire la sua produzione, incuriositi dalle sue opere enigmatiche. Colpisce la grande quantità di racconti immaginari dalle trame abbozzate, che farebbero la felicità, per originalità e fascino, di tanti autori dei giorni nostri. Chiude la raccolta “Impressioni di Bruges“, un piccolo affresco della città belga, seducente ma forse un po’ troppo sconnesso.

Penumbria” è un una tavolozza dalle mille sfumature, dove però sono i toni scuri e uggiosi a fare da padroni. Racconti che trasportano il lettore in orrori primigeni e città ammantate da aure di mistero. Una raccolta che consiglio in particolar modo a chi già mastica letteratura fantastica e volesse aggiungere una chicca alla propria collezione. Uniche pecche, un paio di racconti che paiono quasi più schizzi e che lasciano nel lettore un senso di incompiutezza, e la brevità dell’opera. Di González avremmo voglia di leggere di più: chissà che Edizioni Arcoiris in futuro ci potrà accontentare.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

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Alter Ego Edizioni: classico e contemporaneo

Conoscevo la Alter Ego Edizioni principalmente come ottima casa editrice di autori emergenti ma ero all’oscuro della loro bellissima collana di classici tascabili “Gli Eletti”, di cui mi è stato proposto di leggere le ultime due uscite, consistenti nella riscoperta di racconti ingiustamente dimenticati di Luigi Capuana (“Il drago e Il tesoro nascosto” con prefazione di Cristina Ubaldini) e Jack London (“Finis e La fine della storia” con prefazione di Donato Di Stasi). Curatore della collana è Dario Pountale, uno che di classici se ne intende e che ho avuto modo di apprezzare nei mesi scorsi come autore con l’appassionante lettura dei suoi tre romanzi e che è uscito da poco, sempre per Alter Ego, con il gustoso racconto “I dannati della Saint George”, un piccolo tributo ai grandi classici d’avventura. Una triplice esperienza di lettura che mi ha accompagnato durante gli ultimi giorni di questa torrida estate.

Luigi Capuana – Il drago e Il tesoro nascosto
Dello scrittore siciliano, tra i fondatori insieme a Verga del Verismo, ci vengono proposti il racconto “Il drago”, che ricalca fortemente tale corrente letteraria e la fiaba “Il tesoro nascosto“, che invece potremmo annoverare nel filone della letteratura fantastica.
Protagonista de “Il drago” è Don Paolo Drago, anziano agricoltore ormai disilluso dopo la perdita prematura della moglie e delle due figlie, sua unica ragione di vita. Drago però si interessa alle sorti di due sventurate orfanelle, costrette a mendicare da una zia senza cuore, a cui il vecchio ha appioppato l’appellativo di “strega”, giocando così per tutto il racconto sulla conflittualità ironica tra due esseri fantastici come un drago e una strega. Impietosito dalle continue richieste di elemosina delle due bambine, Don Paolo decide di prenderle con sé, in un disperato tentativo di far rivivere le sue povere figliole, tanto da ribattezzare le fanciulle con il loro nome. Con il protagonista combattuto tra la tormentata consapevolezza di vivere un inganno e il bisogno sempre più forte di colmare il proprio vuoto interiore con il lucido delirio in cui si è gettato, la novella ci insegna che mentire a sé stessi nel tentativo vano di cambiare la propria vita, possa portare una serenità illusoria, ma che il rimorso e la spietata coscienza della realtà siano sempre in agguato dietro l’angolo.
Il tesoro nascosto” ha invece il sapore della favola, in cui il tesoro sepolto in una caverna può essere disseppellito, a detta del vecchio agricoltore che lo custodisce, soltanto da un uomo senza braccia. Così, tra uno stolto furfante che si fa amputare le braccia per arraffare l’oro e un malinconico ragazzo privo degli arti fin dalla nascita, la fiaba arriva al classico e confortante lieto fine. Una storia che fa delle braccia l’immagine simbolica di ciò che diamo per scontato e che in realtà vale infinite volte di più di qualsiasi ricchezza materiale.
Voto: 3,5/5

Jack London – Finis: una tragedia nel lontano nord-ovest e La fine della storia
Cambiamo completamente registro con i due racconti di Jack London, ambientati entrambi nell’artico canadese, riconducibili a quel filone avventuroso di cui lo stesso London è stato maestro indiscusso.
Finis” narra le peripezie e l’estenuante attesa di Morganson, cercatore d’oro caduto in disgrazia, divorato dalla fame e dal desiderio bruciante di raggiungere il sud. Un racconto crudele e spietato sull’istinto di sopravvivenza più bieco, in cui ogni parvenza di umanità e moralità viene spazzata via dalla necessità di agguantare la vita che sta lentamente sfuggendo di mano, tra infruttuosi appostamenti in attesa del passaggio di un qualsiasi essere umano e il freddo glaciale dell’inverno canadese. Costretto a razionare il cibo e le energie, Morganson sprofonderà sempre più in vortice di negatività e ombra.
La fine della storia” è invece un racconto di redenzione, quasi di catarsi spirituale. Protagonista è Linday, medico che non esercita più la professione ma che viene chiamato per curare le violente ferite subite da un cercatore d’oro dall’attacco di una pantera. Dopo un viaggio disseminato di ostacoli, Linday si troverà di fronte a una dolorosa sorpresa, riguardante l’identità del misterioso malato. Il medico dovrà mettere da parte ogni risentimento, in un percorso di cura del corpo devastato del povero paziente che si tramuta in guarigione dell’anima, cicatrizzando vecchie ferite e dando nuova linfa al suo spirito martoriato.
Due racconti che sanno trasportare il lettore nella solitudine di lande desolate, in una truce, ma nello stesso tempo appassionante, ricerca di sé stessi.
Voto: 4,5/5

Dario Pontuale – I dannati della Saint George
Dopo due classici riscoperti, per terminare in bellezza è la volta di un autore contemporaneo che ha scritto un racconto dal retrogusto classico. Questo però non implica assolutamente scopiazzature ma una giusta dose di ispirazione, che ha permesso a Dario Pontuale di fare propria la lezione di maestri immortali del racconto d’avventura come Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad, rielaborandola nel suo personalissimo e riconoscibile stile. Narratore e protagonista della storia è il custode portuale Libero Gori, che ci racconta del suo formidabile incontro con il corsaro Black Sam e con i dannati della Saint George, veliero affondato con l’intero equipaggio nel 1761. A metà strada tra racconto di mare e storia di fantasmi (di cui lo stesso Stevenson è stato egregio autore), lo scritto di Pontuale sa rapire il lettore, catapultandolo in una Livorno di inizio Novecento, oscura e inquietante, in cui il tema del viaggio, tanto caro allo scrittore, viene contaminato dal fantastico e dal perturbante. Impreziosiscono il tutto le belle illustrazioni interne di Doriano Strologo. Una lettura agile ed entusiasmante, che ci narra un’avventura dal gusto esotico e senza tempo, che sa regalare al lettore un piacevolissimo momento d’evasione.
Voto: 4/5

Mr. P.

Mary Miller – Happy Hour

Titolo: Happy Hour

Autore: Mary Miller

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno di pubblicazione: 2017

Pagine: 264

Prezzo: € 15,00

“Pensa a tutte le volte che è stata male lei, e poi pensa alla bellezza e a quanta fatica faccia a trovarne, persino nelle cose belle. Si domanda se chi ha sofferto nella vita ne veda di più. Si chiede come faccia una manciata di parole a sembrarle tanto significativa quando in realtà non significa niente.”

Edizioni Black Coffee è una casa editrice nata recentemente, ma che questo non vi tragga in inganno: i tre titoli usciti fino ad ora sono interessantissimi. La loro filosofia è quella di andare a (ri)scoprire la letteratura nordamericana contemporanea, con una preferenza – almeno per il momento – per quelle che sono le voci femminili della narrativa. Alexandra Kleeman e Bonnie Nadzam ci avevano già incantato con le loro uscite (la prima, particolarissima, la seconda malinconica e suggestiva) e anche questa volta le sensazioni che ho provato leggendo “Happy Hour” sono state assolutamente positive. Devo ammettere che i racconti non sono la mia forma letteraria preferita (al contrario di Mr. P., che leggerebbe soltanto raccolte su raccolte!) ma quando questi sono originali, piacevoli, ben scritti ed emozionanti, non me li faccio scappare per niente al mondo. Mary Miller risponde in pieno alle caratteristiche sopra citate: leggendo le sue short stories infatti sono stata catapultata in una miriade di piccoli mondi che, per quanto semplici e simili tra loro, hanno saputo farmi provare tutta una serie di sentimenti, dal fastidio alla tristezza, dalla speranza alla rassegnazione più nera.

Il fil rouge che lega queste sedici storie è rappresentato dalle donne. Donne sofferenti, donne che non hanno il coraggio di cambiare la loro vita nonostante la loro forte volontà – non così forte, allora? – , donne che amano e vengono ferite dal loro stesso amore. Donne in crisi, donne che in modo risoluto non abbandonano la strada in cui si trovano, donne che, nonostante tutto, cercano di farcela. Donne che vanno al di là dello stereotipo della moglie perfetta, che bada ai figli e alla casa e non si lamenta mai. Donne che (finalmente, devo ammettere!) vengono rappresentate anche nei loro vizi, nelle loro cattive abitudini, nelle loro fragilità più profonde. Ed è così che il lettore si ritroverà ad aspettare un autobus che non arriva, in preda all’ansia di vivere anche le cose più normali e quotidiane (“Il 37”), a considerare il figlio della persona che si frequenta una tenera scocciatura (“Un tempo questo era il passaggio coperto più lungo del mondo”), ad affrontare un divorzio non del tutto consapevole di quello che verrà dopo (“Le mele dell’amore”), a fare i conti con una sorella forse troppo distante (“Tabelle”). Naturalmente molti altri temi vengono toccati dalla Miller, e più volte mi sono domandata: com’è possibile descrivere in modo lieve argomenti così profondi? E’ sicuramente un’arte, perché quest’autrice è stata in grado di farmi apprezzare vite tanto ordinarie e comuni quanto dolorose e cupe, senza appesantirmi, facendomele sfiorare invece in modo delicato.

Unico difetto da me riscontrato è la somiglianza tra alcuni racconti: spesso infatti vengono ripresi taluni elementi (l’alcol, un ex fidanzato/marito quasi onnipresente, una vita non esattamente felice) ma, nonostante questo, ciascuna storia ha le sue peculiarità e, pur essendoci un certo leitmotiv, ho potuto conoscere una serie di personaggi a cui mi sono affezionata, che ho anche odiato, talvolta. Se dunque desiderate leggere qualcosa di diverso sul genere femminile, non posso che consigliarvi “Happy hour”: un viaggio verso quelli che sono tormenti reali che, bene o male, tutti hanno attraversato almeno una volta.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Sarah Manguso – Il salto

Titolo: Il salto

Autore: Sarah Manguso

Editore: NN Editore

Anno di pubblicazione: 2017

Pagine: 93

Prezzo€ 16,00

“Non voglio ammettere che non avrei potuto salvare Harris dalla morte, che non sono magica, che non sono speciale, che non potrò mai salvare nessuno. (…) Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo. Quando guardo il velo che nasconde la fine della mia vita, mi sento sopraffatta dalla certezza che non userò il tempo bene come farei se conoscessi la data della mia morte. Mi viene voglia di mollare il colpo. Da questa prospettiva, il suicidio è un progetto razionale.”

Non è facile scrivere la recensione di un romanzo, di qualcosa puramente inventato da qualcun altro: le pagine hanno una sfumatura differente per ciascuno di noi e, al di là della trama, che pare accordare tutti, i significati che i lettori possono trovare in quelle parole sono molteplici. Lo scrittore voleva davvero dire quello che ho inteso? O sono piuttosto io, i miei pensieri, le mie esperienze di vita, quello in cui credo, che sta emergendo dalle parole che sto digitando al computer? Ancora più arduo è provare a dire qualcosa rispetto ad un memoir: qui non si tratta di fiction, si tratta di un’esistenza vera, in carne e ossa, di ricordi vissuti sulla propria pelle, di emozioni provate, alcune meravigliose, altre terribili. E’ perciò complicato provare a dire qualcosa rispetto a “Il salto”, lavoro autobiografico di Sarah Manguso, edito da NN Editore. E’ un libro talmente personale, talmente intimo che sembra quasi di violarlo, in qualche modo, parlandone. Nonostante questo, ho deciso di provarci lo stesso, perchè, anche se a me non è stato d’aiuto, sono sicura possa esserlo per qualcun altro.

Il 23 luglio 2008, in una stazione della metropolitana di New York, Harris J. Wulfson, dopo essere scappato dal reparto psichiatrico in cui si trovava ed aver vagabondato sotto la pioggia per ben dieci ore, si butta sotto un treno e pone così fine alla sua vita. La Manguso decide di raccontarci questa storia – anche se, affermerà più volte, non è esattamente questa la sua intenzione – non perchè l’ha letta sbadatamente in un giornale, o perchè l’ha sentita da qualche parte al tg: Harris era suo amico, forse il suo amico più caro. Con “Il salto” l’autrice non vuole fare un resoconto di quello che è accaduto, non desidera cercare la verità su come Harris sia riuscito a fuggire dall’ospedale e su cosa abbia fatto nelle sue ultime dieci ore: sembra, semplicemente, essere giunta ad un punto in cui è impossibile trattenere dentro di sè il proprio dolore e per questo motivo lo lascia fuoriuscire, lentamente, pagina dopo pagina, per provare a non esserne più tormentata. “Il mio dolore non è per Harris. E’ per me.” afferma Sarah Manguso. E piano piano ci porta dritti verso i suoi ricordi: le vacanze estive, la convivenza, i momenti di svago e quelli meno felici, in cui s’intravedeva già l’ombra della malattia mentale che avrebbe colpito entrambi. Quando una persona si toglie la vita, rimaniamo impassibili, increduli. Cerchiamo un senso, una causa, proviamo a dare la colpa a qualcuno, anche a noi stessi: “Tutti vogliono trovare la conferma più profetica e più esplicita che l’avrebbe fatto comunque, che non saremmo mai stati capaci di impedirglielo”. E, in un certo senso, è anche questo che fa l’autrice: scava a fondo in se stessa, nella vita di Harris, prova a trovare dei motivi. Si sarà gettato sotto un treno a causa dell’acatisia, effetto collaterale di un farmaco preso? Un dybbuk si sarà impossessato del suo corpo, costringendolo a commettere l’atto? La colpa è stata dell’infermiera che ha aperto la porta del reparto? O forse è sua, per non averlo cercato appena tornata da un lungo, lunghissimo viaggio? Ne “Il salto” non c’è una vera e propria linea temporale, le memorie si affollano freneticamente una dopo l’altra, ma alcuni temi ricorrono più di altri: l’amicizia, l’importanza di avere qualcuno al proprio fianco, il desiderio di farla finita, i numerosi lutti che possiamo incontrare sul nostro cammino e tutto quello che queste dolorose perdite ci lasciano.

Sebbene non mi sia sentita particolarmente vicina alla Manguso, nel leggere il suo memoir, la sua sofferenza era tangibile, e così la sua volontà di salutare ancora una volta (l’ultima, forse?) il suo amico Harris. Per questo motivo non posso che consigliarne la lettura a chi ha provato un’esperienza simile: potrà esserne scosso, potrà in qualche modo sentire di avere una spalla su cui piangere, potrà magari trovare un supporto in questo libro, ricordando che, condividendolo, il dolore acquista un senso diverso, nuovo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Julien Green – Vertigine

Titolo: Vertigine

Autore: Julien Green

Editore: Nutrimenti

Anno: 2017

Pagine: 232

Prezzo: € 17,00

Vorrei qualcosa che mi stupisse: non desidero altro. Sarei disposto ad accettare perfino una sorpresa sgradevole, terribile, purché, vivaddio, fosse una sorpresa, accetterei di buon grado che suscitasse in me il turbamento del puro stupore, che mi gettasse in confusione e che per un attimo mi facesse uscire da me stesso.”

Non conoscevo Julien Green ma la splendida e misteriosa copertina di “Vertigine”, unita a un titolo intrigante ed evocativo, sono stati sufficienti per far scattare in me la molla della curiosità nella scoperta di questo autore, dai noi ingiustamente poco conosciuto. A tale proposito dobbiamo ringraziare la casa editrice Nutrimenti che ha deciso di portare in Italia venti racconti inediti dello scrittore franco-americano, in un ottimo esperimento di traduzione collettiva.
Per entrare pienamente nella poetica e nella narrazione di Julien Green, emblematica è la dichiarazione dello stesso autore a proposito della forma racconto: “La novella, la short story, non è un romanzo breve ma un racconto nel quale l’autore, quando gli sembra che tutto sia stato detto, si ferma. È allora che comincia il sogno”. La maggior parte delle storie di questa raccolta lasciano infatti il lettore disorientato e senza punti di riferimento, a immaginare, o meglio sognare, i legami tra i vari personaggi e le cause o gli effetti delle loro azioni, in un “non detto” che stimola la curiosità di chi legge e apre scenari inediti e inquietanti.

Diversi i protagonisti dei racconti di Julien Green, tutti però accomunati da una profonda solitudine esistenziale, un’emarginazione che ferisce e lacera, tutti protesi verso la ricerca di qualcosa di nuovo e appagante, che si tratti di affetti autentici, di un riscatto dalla propria vita inconsistente e senza luce o di una tensione verso una sensualità torbida e smarrita. Grande risalto viene dato ai bambini e agli adolescenti, rinchiusi nella fragilità dell’infanzia e oggetto di vessazioni e violenze, sia fisiche che psicologiche, da parte degli adulti. Ascrivibili ai turbamenti della fanciullezza il crudele “La paura”, in cui un uomo, partendo da una situazione quotidiana, prova un estremo piacere nell’esercitare il proprio potere su una bambina terrorizzata o la breve e folgorante “La lezione”, dove uno zio punisce il nipote, attraverso una raccapricciante visione, per una colpa non ancora commessa. Il sadismo però si può trasformare in vera e propria violenza sessuale, dapprima soltanto accennata e vagheggiate (“Camere in affitto”) per poi diventare palese, trasmettendo al lettore un acuto senso di disagio (“La bambina”). Nella galleria di personaggio greeniani troviamo poi le donne abbandonate e dimenticate, il cui unico conforto risiede nel rapporto ambiguo verso un giovane ragazzo, che sia il figlioccio del marito defunto (“Ritratto di donna”) o il figliastro (“La risposta”) oppure che il legame tra i due sia più complesso e contraddittorio (“Una vita qualunque”). Rapporto che miscela la tenerezza e l’affetto casto di una madre a pulsioni nascoste e di natura sfuggente. Finirà per diventare una donna emarginata, come intuiamo dall’incipit del racconto, anche la protagonista de “La ribelle”, che ci rende partecipi della propria infanzia, in cui l’innocenza viene brutalmente spazzata via dalle oppressioni e dalle prepotenze subite in un collegio femminile. Caro a Green è anche il tema del voyeurismo, che trova sfogo nel diario ossessivo dell’inetto e nevrotico protagonista di “Diario di un incompreso”, il cui oggetto del proprio spiare diventano i suoi domestici o lo sbirciare sensuale e conturbante del narratore adolescente di “Fabien”. Non mancano però negli scritti dello scrittore franco-americano escursioni nel fantastico e nel grottesco: ottimi esempi li ritroviamo ne “Il sogno dell’assassino”, in cui realtà e fantasia si mischiano in un turbine surreale o ne “Il setaccio”, in cui un semplice oggetto nasconde una verità apocalittica. Menzione a parte meritano “Le scale”, racconto brevissimo ma che fa esplodere nel lettore un universo di inquietanti possibilità, in cui il narratore piomba nel terrore più nero dopo aver udito dei passi scendere le scale quando in casa non doveva esserci nessuno e “L’inferno”, in cui l’indolenza e la lussuria della famiglia del protagonista vengono contrapposti all’abisso personale in cui lentamente sprofonda egli stesso, creando due antitetiche ma possibili modalità di creare l’inferno in terra.

Julien Green ci dona venti bozzetti conturbanti e ambigui, in cui l’uomo viene destinato sin dalla più tenera età all’infrangersi dei sogni, alla sofferenza e alla crudeltà. Un viaggio, sensuale e agghiacciante, nel complicato labirinto delle relazioni umane, in cui un’apparente normalità cela una verità ben più criptica e spaventosa. Una raccolta di turbamenti che, tenendo fede al titolo, sanno regalare al lettore autentici attimi di vertigine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Mariana Enriquez – Qualcuno cammina sulla tua tomba

Titolo: Qualcuno cammina sulla tua tomba

Autore: Mariana Enriquez

Editore: Caravan Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 278

Prezzo: € 13,50

“Ho appena scoperto che sarei felice tra questi teschi sorridenti, che potrei vivere in mezzo a loro, che mai prima d’ora avevo visto così tante rappresentazioni della morte messe insieme, e tutte quante contente, e non m’importa, non m’importa niente di quanto sia turistico questo incontro, non m’importa che mi dicano che tutto questo non è reale, casa fare veramente la gente del posto, non m’importa niente. Via Skype mostro al mio compagno, che è rimasto a Buenos Aires, tutti gli scheletrini che ho comprato. Mi dice: «È il tuo paradiso perduto. È il tuo posto nel mondo. Non tornare più.» Non siamo a questi livelli, ma lui ha capito il concetto, il piacere, la felicità che mi percorre quando osservo i dettagli del mio retablo, con la Catrina nel suo vestito celeste e un diavoletto ai suoi piedi.”

Viaggiare da sempre è una delle urgenze che maggiormente scatenano la fantasia e l’intraprendenza degli uomini, portandoli alla scoperta di terre sconosciute e a immergersi totalmente in culture lontane anni luce dalla propria. La morte invece è uno dei rari momenti della nostra esistenza che ci accomuna, un destino a cui nessuno di noi può sfuggire. La condizione eterna e conclusiva di ogni essere umano, che spaventa e attrae e sulla quale sono stati ricamati secoli di letteratura, cinema e arte. Mariana Enriquez ha riunito il bisogno di percorrere nuove strade con il fascino enigmatico e conturbante della morte, regalandoci una raccolta di esperienze e resoconti assolutamente incredibile.

Qualcuno cammina sulla tua tomba” è un diario di viaggio, una collezione di leggende e racconti dell’orrore, un’analisi storiografica e culturale. Il tutto focalizzato sulle visite della Enriquez ai più suggestivi e stupefacenti cimiteri del pianeta, catalizzatori di quanto di più sacro e autentico sia presente nelle usanze di ogni popolo. Ci ritroviamo così a intraprendere un giro del mondo virtuale, in cui basta sfogliare poche pagine per essere proiettati dall’Italia agli Stati Uniti, passando per l’Australia e l’Argentina. Nel nostro cammino cimiteriale siamo però accompagnati dai ricordi e dai sentimenti della Enriquez, ormai inestricabilmente legati ai suoi viaggi, ma anche da aneddoti, cenni storici e narrazioni della tradizione che è un autentico piacere (ri)scoprire. Così il monumentale e malinconico cimitero di Staglieno a Genova profuma della breve storia d’amore tra l’autrice e un giovane violinista italiano mentre nel Panteón de Mezquitán di Guadalajara in Messico possiamo quasi toccare il panico della Enriquez alla vista di un temibile cane nero che si aggira tra le tombe. E ancora l’ironica e sconvolgente burla del dominicano senza testa perpetrata da uno dei custodi del Cementerio Presbítero Maestro di Lima in Perù o il furto di un osso nelle catacombe di Parigi. Oltre ai racconti della Enriquez, c’è tanto altro in questo prezioso volume, una miriade di informazioni che incuriosiscono, divertono e inquietano. Basta lasciarsi trasportare dalle centinaia di scheletri colorati del Giorno dei Morti festeggiato in Messico, addentrarsi nei lati nascosti del voodoo di New Orleans o inorridirsi dinanzi al vampiro di Montparnasse, per uscire dalle pagine dell’autrice argentina arricchiti e maggiormente consapevoli della sacralità e del vero valore della morte. “Qualcuno cammina sulla tua tomba” può, perché no, diventare anche una piccola guida di viaggio, in cui è stupendo scoprire itinerari meno battuti e piccole meraviglie che altrimenti andrebbero perdute. Il volume si chiude con una breve ma intensa lista dei cimiteri che la Enriquez vorrebbe ancora vedere prima di morire, per completare così il suo personalissimo ed eccitante itinerario, in cui il rapporto con la morte si rivela vitale come non mai.

Qualcuno cammina sulla tua tomba” è una raccolta incredibile, che pagina dopo pagina risveglia nel lettore il desiderio di esplorare e di cedere al fascino sprigionato da tutto ciò che nel profondo rappresenta la caducità della vita. E quale migliore simulacro della morte se non proprio i cimiteri e i maestosi e allo stesso tempo incantevoli monumenti funerari? Un inno funebre che, racconto dopo racconto, si trasforma in un eccezionale e stupefacente inno alla vita.

Mr. P.

Voto: 5/5

Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Fabrizio Manzetti – Nascosti davanti a tutti

Titolo: Nascosti davanti a tutti

Autore: Fabrizio Manzetti

Editore: AUGH! Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 114

Prezzo: € 12,00

“Dopo averlo accarezzato come una mamma fa col figlio dopo un lungo pianto, si sistemò la gonna, prese l’ombrello blu e, aprendo lo sportello della macchina, gli disse che di tutte le cose che stava perdendo, la credibilità, l’affetto di un uomo, la cultura di cui era dotata, la semplicità delle piccole cose, la sua assoluta paura di soffrire era quella che le faceva più male.”

Il mio amore viscerale per le short stories ormai è risaputo e ogni volta che vengo a conoscenza di un giovane autore che ha scelto di esordire con una raccolta di racconti, nonostante l’avversità del mercato editoriale italiano, ne rimango piacevolmente colpito e affascinato. Tra questi, l’esordio letterario di Fabrizio Manzetti è stato un piccolo fulmine in un cielo limpido e privo di nubi all’orizzonte. “Nascosti davanti a tutti” è composto da sedici piccoli ritratti naif, istantanee semplici e quasi casuali di istanti di vita comune, ma non per questo banali.

Protagonisti delle storie di Manzetti sono uomini e donne qualsiasi, alcuni nel primo pomeriggio della loro esistenza, altri già avviati verso il tramonto. Situazioni e momenti universali, che accomunano gli esseri umani durante il tortuoso percorso in cui si snodano le loro vite, uniti nel dolore e nella perdita e forse, per questo, un po’ meno soli. Manzetti è abile nel fotografare istanti fuggevoli, in cui i pensieri e le riflessioni degli uomini ritratti diventano i nostri, lasciandoci a volte spaesati, altre avvolti da una tenera mestizia e altre ancora con l’amaro in bocca per essere entrati nella storia di quei personaggi da una porta di servizio ed esserne usciti quasi subito, con il desiderio di saperne di più. Anche questo fa parte del fascino che scaturisce dai questi brevi racconti: storie sussurrate, crudeli e soavi insieme, che ci prendono a schiaffi per poi accarezzarci dolcemente un attimo dopo. I temi esplorati sono molteplici ma tutti hanno come perno un unico comune denominatore: i rapporti tra gli esseri umani. Troviamo così l’attesa illusoria verso un amore non ancora conosciuto ma già perduto per sempre (“Io aspetto, tu che scusa hai?”), bizzarre filosofie di vita che si scontrano con incontri casuali ma significativi (“Cosa serve per uscire”) e attimi di ordinaria vita quotidiana che nascondono il dolore di un’intera esistenza (“L’inganno delle perle Akoya”). L’autore però sa suscitare emozioni anche in poche pagine, narrando in modo sapiente ed emozionale palpiti di vita, sbirciati in silenzio e trattenendo il respiro. Emblematici in tal senso sono “Mattina, l’amore, sera” e “Non c’è bisogno di asciugarsi”, due amori agli antipodi, ma entrambi autentici e dai sentimenti incontenibili. Tutto viene narrato con uno sguardo attento e profondo, senza l’intento di impartire lezioni di vita fini a se stesse, ma lasciando liberi i protagonisti all’interno delle proprie storie, liberi di cadere e rialzarsi, di sbagliare, di redimersi ma anche di perseverare nell’errore. Un’indagine della coscienza umana tracciata con tenui colori pastello, in cui spesso l’ultima parola viene lasciata proprio al lettore e alla sua curiosità. Una scrittura limpida e a tratti poetica arricchisce ulteriormente la narrazione.

Nascosti davanti a tutti” è una raccolta preziosa, che ci fa comprendere come la quotidianità possa celare storie e rapporti pregni di sensazioni e sentimenti degni di essere narrati. Di come il vivere la vita di tutti i giorni a volte possa riservare sorprese e possa combattere ad armi pari con la fantasia. Sedici mosaici con tasselli dai colori a volte sgargianti, a volte opachi, ma sempre veritieri e genuini. Un esordio che sa colpire, sfiorando le corde di un’anima comune a tutti gli uomini.

Voto: 4/5

Mr. P.

Stephen Graham Jones – Albero di carne

Titolo: Albero di carne

Autore: Stephen Graham Jones

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 360

Prezzo: € 16,00

“Più di qualsiasi altra cosa, suppongo, volevamo essere visti, che ci fosse data un’opportunità. Non stare più all’esterno. Probabilmente, alla fin fine tutto si riduceva a questo. E il primo passo per riuscire a farsi vedere è naturalmente fare rumore, fare quello che gli altri ragazzi non fanno o hanno troppa paura di fare. I giorni, però, continuavano a scivolare l’uno nell’altro. Nessuno notava noi, né quello che facevamo. Perfino quando parlavamo a voce alta nella caffetteria, in corridoio. E ci sarebbe voluto così poco. Un cenno del mento, un socchiudersi degli occhi. Qualcuno che ci chiedesse dove andavamo dopo la scuola.”

I riferimenti a mostri sacri come Stephen King, Clive Barker e Shirley Jackson, la meritata fiducia che ormai ripongo nelle scelte editoriali di Racconti Edizioni e il fatto che Stephen Graham Jones avesse tentato all’età di dodici di diventare un lupo mannaro, hanno fatto sì che “Albero di carne” dovesse diventare una raccolta di racconti da leggere assolutamente. Dopo un inizio folgorante e squisitamente agghiacciante, man mano che mi inoltravo nel mondo popolato dagli incubi e dalle ossessioni di Jones, ho compreso di essere di fronte ad un grande autore, capace di dare nuova linfa alla narrativa di genere, grazie ad una fantasia sconfinata e ad un metodo di costruzione della suspense praticamente perfetto.

I racconti di Jones si snodano nel cuore della provincia americana, tra cittadine ai margini, lande desolate e boschi inospitali. L’orrore che scaturisce dalla penna inquieta dello scrittore statunitense è un terrore sussurrato, ignoto, con cui il lettore deve fare i conti pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine e angoscia, per poi esplodere in finali spiazzanti e carichi di pathos. Non mancano però anche momenti ascrivibili al thriller in cui la tensione fa da padrona sin dalla prima riga oppure immagini crude e brutali (ma mai fini a se stesse), che stordiscono come un pugno assestato in pieno volto, caratteristiche imprescindibili per la buona riuscita di ogni libro horror che si rispetti. Ed è proprio la grande varietà di temi e di intrecci che rendono la raccolta Jones così godibile e mai banale: non troverete mai un racconto simile ad un altro, ma ogni storia brilla di vita propria, scatenando nel lettore emozioni sempre nuove. Sfogliando le pagine di “Albero di carne” vi capiterà di imbattervi in strane pratiche di trasmigrazione delle anime (“I figli di Billy Clay”), bizzarri venditori di unguenti e creme che nascondono atroci segreti (“La fortuna di Lonegan”), lotte per la sopravvivenza tra licantropi e orche assassine (“Wolf Island”) e ancora diaboliche lolite che per apparire più sexy farebbero qualunque cosa (“Perfetta”) e cani poliziotto che fiutano chi non dovrebbero (“Mostri”). Menzione a parte meritano “Nel nome del coniglio”, in cui l’amore assoluto di un padre per il proprio figlio si incrocia con la visione di un misterioso coniglio e “Raphael”, vero e proprio omaggio a “It” di Stephen King, in cui le paure e i traumi dell’infanzia non abbandonano mai veramente chi ne è stato vittima. Due autentici capolavori. Altra caratteristica fondamentale sono spesso i finali nebulosi dei racconti di Jones, nell’accezione migliore del termine. Infatti il lettore a tratti deve sforzarsi di comprendere e andare oltre, scavando a fondo nella trama e nella psiche dei personaggi, per trovare le risposte che l’autore intende farci arrivare. Una particolarità che rende questa antologia un piccolo gioiello: quando si tratta infatti di addentrarsi nell’arcano e nel misterioso, non è molto più stimolante interpretare un racconto, ricercando tra i vari significati, piuttosto che ritrovarsi il finale già confezionato e pronto per essere digerito? In questo Jones è un autentico maestro.

Tredici diamanti oscuri che sapranno tormentare le vostri notti, donandovi attimi di assoluto e piacevole terrore. Le visioni di Jones strisciano irrequiete per colpirvi quando meno ve l’aspettate, disegnando atmosfere conturbanti e minacciose. Lasciatevi prendere per mano e fatevi condurre nelle tenebre magistralmente ricamate dalle parole dall’autore americano: una volta entrati non vorrete più uscirne.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Dario Pontuale – L’irreversibilità dell’uovo sodo

Titolo: L’irreversibilità dell’uovo sodo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 236

Prezzo: € 14,00

“Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri.”

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è la terza opera di Dario Pontuale che leggo nel giro di qualche mese ed è il terzo centro pieno che l’autore romano realizza con i suoi scritti carichi di dolce mestizia e tensione emotiva. Quello che abbiamo di fronte è un romanzo che si può ascrivere in parte alla letteratura di viaggio, intesa ovviamente sia come viaggio fisico che spirituale. Leggendo “L’irreversibilità dell’uovo sodo” ci addentriamo insieme al protagonista in una Argentina che, partendo dalla moderna e industrializzata Buenos Aires, si snoda attraverso terre brulle e sconfinate e paesini quasi dimenticati, per raggiungere il cuore della Patagonia, fino ai confini con il Perù e alla Terra del Fuoco. Un cammino che ci insegnerà più di quanto possiamo immaginare.

Protagonista del romanzo è Gabriele Grodo, socio ormai unico dell’agenzia investigativa Grodo & Luccherini, dopo che l’amico Alessio Luccherini decide di abbandonare il lavoro da investigatore per dedicarsi anima e corpo all’amore della sua vita. Tra le dimissioni della segretaria Cristina, un factotum ucraino che si lascia scoprire ad ogni appostamento e i clienti che scarseggiano alquanto ad arrivare, la passione e la vitalità di Gabriele sembrano essere evaporate, lasciando il posto ad un’esistenza priva di stimoli e di nuovi orizzonti da inseguire. L’agenzia sembra destinata alla sfacelo, e con lei anche Gabriele, quando inaspettatamente arriva una telefonata che cambia radicalmente le carte in tavola. Dall’altro capo del filo c’è il signor Arduini, pensionato che nutre un amore viscerale per il mondo degli scacchi e purtroppo costretto da tempo su di una sedia a rotelle. Arduini è assolutamente convinto di aver intrapreso da più di dieci anni una partita a scacchi a distanza con l’imbattuto campione mondiale Alfred Molling, il tutto attraverso una fitta e bizzarra corrispondenza. Molling, il più grande scacchista di sempre, è scomparso inspiegabilmente negli anni ’70, senza più lasciare alcuna traccia di sé. Arduini ha però desunto si tratti di lui dal suo impareggiabile modo di giocare e potete immaginare quale sia il suo stupore e la sua immensa gioia nel constatare che, con uno scacco matto, uno sconosciuto amatore abbia battuto un campione mondiale. Dall’invio però dell’ultima corrispondenza contenente lo scacco matto, Arduini non riceve più risposta dal suo avversario. Il compito di Gabriele sarà quindi quello di recarsi a Buenos Aires, città da cui sono partite tutte le missive, per consegnare nelle mani di Molling la mossa che ha decretato la sua sconfitta, sancendo così definitivamente la vittoria di Arduini. Un compito in apparenza senza difficoltà, oltretutto ben pagato e che coniuga anche qualche giorno di vacanza. Gabriele accetta con entusiasmo, non sapendo che quello a cui andrà incontro sarà un viaggio all’interno del territorio argentino, in cui farà la conoscenza di personaggi strabilianti, ognuno dei quali gli consegnerà la chiave per comprendere meglio la propria esistenza e i propri sogni, tanto che la ricerca del campione scomparso diventerà un pretesto per una più importante ricerca interiore. La grande abilità di Pontuale la ritroviamo anche nell’originale espediente di creare un parallelismo tra l’avventura di Gabriele e il viaggio intrapreso da Kurtz nel romanzo di Jospeh Conrad “Cuore di tenebra, la cui lettura guiderà come un compagno fedele l’intero percorso di Gabriele. Ultima considerazione sui personaggi che l’investigatore troverà lungo il suo cammino, mai mere macchiette ma uomini dotati sempre di una propria complessa e profonda personalità: troviamo così Eneas, venditore di libri ambulante che conosce a memoria tutti gli incipit dei volumi che vende, Erastos, definito “ritrattista della parola”, ossia un poeta di strada che scrive versi su misura a chi glieli richiede, per continuare con i Munoz, strampalati fratelli contrabbandieri di alcool ma dal cuore d’oro e terminando con il marinaio filosofo Neto, che svelerà a Gabriele il mistero dell’uovo sodo.

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è un romanzo intenso ed estremamente affascinante, che ci prende per mano e ci conduce nelle zone d’ombra della coscienza umana, lasciandoci però sempre intravedere uno spiraglio di luce e di speranza, che tocca a noi rincorrere a fare nostro. Un viaggio appassionante che sarà difficile da dimenticare, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, conscio che il più delle volte ciò che conta veramente non è il raggiungimento della meta, ma ciò che apprendiamo e che ci viene insegnato durante il tragitto.

Voto: 4/5

Mr. P.