Becky Sharp – Penelope Poirot e l’ora blu

Titolo: Penelope Poirot e l’ora blu

Autore: Becky Sharp

Editore: Marcos y Marcos

Anno: 2018

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Non si dovrebbe mai tornare nei luoghi dell’infanzia: tutto ci sembra profanazione.”

Conoscevo soltanto di nome Becky Sharp, pseudonimo dietro il quale si nasconde una talentuosa giallista italiana, e la sua Penelope Poirot, nipote di uno dei più celebri investigatori letterari di tutti i tempi. Così, quando mi si è presentata l’occasione di addentrarmi nei misteri di “Penelope Poirot e l’ora blu“, terzo volume dedicato all’investigatrice dagli illustri natali, non ho esitato un attimo. Complice il caldo agostano e la sana voglia di una lettura disimpegnata, l’opera di Becky Sharp si è rivelata un’ottima compagna per questi ultimi giorni d’estate.

La vicenda è ambientata a Corterossa, un piccolo borgo medievale al confine tra Piemonte e Liguria. Un luogo allo stesso tempo incantevole e minaccioso, carico di magia e di mistero. Proprio la magia e il folklore, incarnati da convegni di fate e sacrifici rituali, sono i protagonisti indiscussi del libro. Così ritroviamo Penelope Poirot e la sua fedele segretaria Velma Hamilton alle prese con una morte all’apparenza accidentale, ma che in realtà cela segreti taciuti e verità inquietanti, il tutto circondato da antiche leggende e ricordi soltanto apparentemente sepolti. Perché Corterossa è il paesino dei nonni di Velma Hamilton, dove l’inglese ha trascorso tutte le estati della sua infanzia insieme alla sua migliore amica Sveva, illudendosi entrambe di potersi tramutare in due splendide fate. Il ritorno ai profumi agrodolci dell’infanzia non sarà facile per Velma, confusa e turbata dalla marea di ricordi che affiorano, tanto che Penelope Poirot dovrà fare affidamento soltanto sulle ereditarie capacità d’intuizione, mettendo da parte l’aiuto della sua segretaria. Non voglio svelare di più sullo svolgersi della trama o sui personaggi che ruotano intorno alle due protagoniste, perché credo che ogni giallo che si rispetti debba essere scoperto poco per volta, senza rovinarsi il piacere di gustarsi il susseguirsi dei colpi di scena, piccoli o grandi che siano.
Sono rimasto piacevolmente colpito dallo stile fresco e ironico della Sharp, che sa mantenere viva l’attenzione del lettore, disseminando il libro di minuscoli indizi, a volte anche allo scopo di depistarlo. Il libro scivola via in maniera estremamente gradevole, caratteristica a mio avviso essenziale per ogni buon giallo, soprattutto per quanto riguarda le opere che si rifanno ai grandi classici del genere, come appunto questa. Non mancano però anche momenti malinconici e riflessivi, che arricchiscono la narrazione, insieme ad abbondanti dosi di umorismo. A questo proposito si rivela particolarmente azzeccato il personaggio di Penelope Poirot, eccentrica ex giornalista e critica gastronomica, impegnata nella ricerca di una saggezza superiore. Con la recente fissazione di lanciarsi in una nuova carriera di creatrice di aforismi, l’investigatrice inglese, tra continue lamentele, domande scomode e picchi di sapienza improvvisata, sa, nello stesso tempo, come farsi amare e odiare dal lettore.

Penelope Poirot e l’ora blu” è un romanzo divertente e arguto che, pur non avendo la caratura dei classici che vedono protagonista il più famoso zio, si rivela un’ottima lettura di intrattenimento. Perfetto per trascorrere in modo gradevole una manciata di ore, magari sorseggiando una bibita fresca e godendosi l’ultimo scampolo d’estate prima di immergersi nelle malinconiche atmosfere autunnali.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

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Gerard Reve – Le sere

Titolo: Le sere

Autore: Gerard Reve

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 318

Prezzo: € 18,00

“Intorno a noi accadono cose, ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Siamo sordi e ciechi.”

Sono le sei meno un quarto di mattina, è ancora buio. Vi svegliate di soprassalto, avete fatto un incubo. Lo riportate alla mente, ricascate nel sonno. Dopo qualche minuto, vi risvegliate. E’ una domenica di dicembre, niente lavoro, oggi potete dormire ancora per un po’. Ne approfittate e continuate così per un tempo indefinito. Sveglio, addormentato. Sveglio, addormentato. Alla fine, decidete di alzarvi e di non sprecare quella giornata: avete grandi piani, “Non mi perderò nel nulla!”, pensate. E invece lo farete. Trascorrerete tutti gli ultimi dieci giorni del mese così. Nel nulla più assoluto.

Questo potrebbe essere un riassunto breve e superficiale de “Le sere”, romanzo d’esordio di Gerard Reve, ritenuto uno dei ‘grandi’ della letteratura olandese del secondo Novecento. Nel 2016 è stata finalmente pubblicata la traduzione inglese dell’opera e a partire da quest’anno, grazie ad Iperborea, anche in Italia è possibile approcciarsi a questo autore e al suo libro, a mio parere per nulla immediato e purtroppo poco coinvolgente. Perché dico ciò? Perché l’atmosfera presente dalla prima all’ultima pagina (e sono ben 312!) è pesante, pervasa da  una lentezza e da una ripetitività che mi hanno sfiancata. Frits, il protagonista, è un giovane cinico e scorbutico che ha abbandonato gli studi e che svolge ora una mansione d’ufficio: è evidentemente insoddisfatto del suo lavoro, il quale viene citato molto poco nel corso della storia. Reve, infatti, è interessato ai momenti in cui il ragazzo torna a casa e, più nello specifico, alle sue sere – come è possibile osservare fin dal titolo del romanzo. Che cosa accade a queste serate, a queste notti, per ritenerle così importanti? Assolutamente nulla. O meglio, qualcosa succede, ma bene o male non si discosta mai da una certa linea: Frits cena con i genitori, li osserva, li analizza, li critica e li disprezza (il padre è per lui troppo rozzo, la madre petulante all’inverosimile). A volte accende la radio, in cerca di un po’ di musica, ma subito s’incupisce e la spegne; altre prova a leggere un giornale ma viene distratto dai mille pensieri  – spesso paranoici – che affollano la sua mente. Quando non rimane chiuso nel suo appartamento, il protagonista girovaga per Amsterdam, in cerca di qualche conoscente: quelli che Frits va a trovare non sembrano nemmeno degli amici veri e propri, quanto piuttosto delle semplici persone che intrattengono con lui conversazioni spesso futili e deliranti. Molti individui si rincontreranno nel corso della narrazione, altri li si vedrà una volta soltanto ma state certi di una cosa: Frits farà commenti malevoli sulla capigliatura e sulla presunta calvizie di ognuno di loro. Questa è, infatti, la sua ossessione principale: il ragazzo passa molto tempo di fronte allo specchio, ad esaminarsi e a scovare ogni suo più piccolo difetto. Pur non perdendo egli alcun capello, coglie costantemente e in modo quasi folle questo particolare in tutti gli uomini che incontra e lo fa sempre notare, che sia vero o no, che conosca bene la persona in questione o meno. Altro suo chiodo fisso è il parlare: per il giovane è necessario avere sempre qualche cosa da dire, sembra quasi spaventato dal silenzio che si potrebbe creare fra due o più esseri umani. I suoi pensieri ruotano intorno a ciò – “Di cosa parlerò, ora che questo argomento è ormai concluso?”, si domanda continuamente. Le conversazioni tra i personaggi, però, sono spesso strampalate, i dialoghi paiono slegati tra di loro, quasi non ci si ascoltasse davvero. E’ dunque questo un modo per sottolineare il nostro essere perennemente soli, il non comprenderci veramente, il non prestare attenzione agli altri? Senz’altro la solitudine è un tema che Reve mette in primo piano: Frits, nel suo continuo perder tempo, nel suo ciondolare senza meta, non trova un vero conforto nelle persone a lui vicine («Dal profondo ho gridato», disse tra sé e sé, «ma la mia voce non è stata ascoltata») e, nelle ultime pagine, si riduce addirittura ad inveire contro un giocattolo a forma di coniglio. La sua visione della vita è triste, pessimistica, è consapevole di non stare bene («Questa non è una bella faccia […] ho un’anima malata») ma nonostante questo rivela una buona dose di humor nero, come quando narra del suo odio per i vecchi o per le donne. Un altro elemento che lo contraddistingue è la cupezza e l’enigmaticità dei suoi sogni: il giovane quasi ogni notte, infatti, è perseguitato da incubi dalla trama contorta, perturbante, degni del miglior David Lynch. In questi si ritrova spesso in trappola, sminuito, condizione che riflette semplicemente la sua misera esistenza.

«Mentre me ne sto qui sdraiato, pian piano si fa buio» è il riassunto dei giorni che Frits trascorre: può sembrare una metafora – in effetti, forse, lo è anche – ma non solo, perché esprime esattamente ciò che accade di rilevante nella sua vita: niente. Ora dopo ora, l’inquietudine e il tedio che il lettore può provare giungono alla fine: è la notte di Capodanno. Ecco che tutto ciò che ho pensato in precedenza, tutta la pesantezza del nulla, le giornate così simili le une alle altre, i dialoghi paradossali, le riflessioni mancate, le aspettative che mi ero creata anzitempo e che sono state deluse, qualsiasi cosa, viene ripagata dall’ultima, bellissima, pagina. Ci si ritrova di fronte un giovane uomo, completamente perso, che si accorge di essere vivo, vivo davvero e che forse, nonostante tutto, la sua esistenza non è passata inosservata, in questo enorme vuoto che ci circonda.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Amalia Guglielminetti – Tipi bizzarri

Titolo: Tipi bizzarri

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Rina Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 162

Prezzo: € 18,00

“Era la prima volta, in dieci anni di vita comune, ch’egli la udiva parlare con una simile risolutezza, formulare decisioni così chiare e precise, esporre disposizioni di un’estrema gravità prese contro di lui. Era la prima volta che quella piccola donna sempre pavida e smarrita sentiva nella propria mano un’arma possente, e gliene veniva una tale coscienza dei suoi diritti e della sua forza che senza esitare si dichiarava alla vigilia di usarla, fin dove le fosse concesso, pur di ripagarsi del male subito.”

Una delle cose che più amo del fatto di avere un blog, di essere in qualche modo “inserita” (parola grossa!) nel mondo dei libri è questa: scoprire nuove case editrici, nuovi progetti, nuove opere, che probabilmente in altro modo non sarei riuscita a conoscere. Proprio grazie a questo spazio, infatti, ho potuto apprendere dell’esistenza di Rina Edizioni, piccola casa editrice indipendente di Roma. Il loro progetto editoriale, dal nome “Libertarie: scrittrici italiane d’altri tempi” è senz’altro mirabile: si tratta di andare a riscoprire testi ‘dimenticati’ o poco noti della letteratura dell’Ottocento e del Novecento, lavori di scrittrici italiane su cui purtroppo, al giorno d’oggi, ci si sofferma troppo poco. Per dirlo con le loro parole: «Ci interessa ricercare e ripubblicare questi testi perché crediamo sia doveroso renderli noti a tutti, soprattuto nella nostra contemporaneità. Siamo convinti sia necessario recuperare i nomi di queste scrittrici, a noi troppo spesso ignote perché volutamente estromesse dalla nostra storia letteraria e quindi scivolate nell’oblio, come atto di responsabilità culturale, storica e morale per riscoprire, conoscere e comprendere una preziosa eredità che ci appartiene.» Attualmente, due sono i titoli proposti da questa casa editrice. Il primo è “Parla una donna” di Matilde Serao, una raccolta di articoli usciti su “Il Giorno” tra il 1915 e il 1916 in cui il tema della guerra viene affrontato dal punto di vista femminile. Il secondo, invece, è appunto “Tipi bizzarri” di Amalia Guglielminetti. Poetessa e scrittrice piemontese, la Guglielminetti pubblicò questa raccolta di novelle nel 1931, suscitando stupore e scalpore nella società intellettuale dell’epoca.

Le nove storie riunite in “Tipi bizzarri” hanno un comune denominatore: l’amore, nelle sue svariate sfaccettature, nelle sue ipocrisie più o meno velate. I personaggi ritratti dalla Guglielminetti si dividono in due categorie principali. Da una parte troviamo donne e uomini prede dell’illusione amorosa, ingenui e innocenti, innamorati persi “da manuale”; dall’altra, uomini e donne spietati e capricciosi, che non hanno alcun scrupolo e che si dilettano nell’ingannare le loro prede. Molto spesso si ritrovano vittime e carnefici e i ruoli, a volte, si sfumano fino a scambiarsi del tutto. In “Tipi bizzarri”, per esempio, una pittrice pretenziosa rifiuta malamente le avances di un uomo che crede troppo rozzo, per poi cedere a quelle di un visconte seduttore che non ci penserà due volte ad abbandonarla frettolosamente; una volta colto il raggiro, Edmea tornerà dal primo, scoprendo però che questo non l’ha certo aspettata. “La coppia invidiabile” e “La moglie timida” sono forse i due racconti che ho preferito: la Guglielminetti svela la falsità dei rapporti interpersonali, insinuando dubbi nel lettore e facendo architettare ingegnose vendette a personaggi che parevano mansueti e taciturni. Nella prima novella, infatti, una coppia all’apparenza perfetta diventa l’oggetto delle conversazioni di due sposi che ormai non si sopportano più granchè: scopriranno, però, che è molto semplice ingannarsi. Nella seconda, invece, una donna che è sempre stata remissiva nei confronti del proprio marito ne scopre il tradimento; questa sarà l’occasione per prendere realmente la parola per la prima volta nella sua vita e per smascherare l’ipocrisia dell’uomo.

È stato interessante (ri)scoprire la Guglielminetti, la sua arguzia e l’audacia delle sue storie. Nonostante questi lati positivi, alla lunga la raccolta ripropone molto spesso le stesse modalità e gli stessi temi, cosa che potrebbe annoiare il lettore. Il mio consiglio è di leggerla poco per volta, magari per intervallare due libri più pesanti e impegnativi – proprio come ho fatto io.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Giulia Bracco – La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Titolo: La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Autore: Giulia Bracco

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2018

Pagine: 348

Prezzo: € 15,00

“Anche se può essere così discreto, il mondo delle parole è violento, potente e magnifico, come l’universo che rimescola le forze con tutta la sua energia e appare sempre imperturbabile. Le parole sono magiche. Le scrivi e chi le vede automaticamente le legge. Le pronunci e si lanciano nel vuoto come dardi fiammeggianti. Le pensi e sono bombe a orologeria che incombono di nascosto. E se le invochi – pochi secondi – ti liberano, anche se dopo spariscono, come in un vuoto temporale.”

Dopo la bellissima raccolta di racconti “Storia dei miei fantasmi” di Francesco Borrasso, torno a sedermi al tavolino letterario di Caffèorchidea – giovane casa editrice salernitana – sorseggiando un caffè e addentrandomi nelle atmosfere pop e malinconiche del nuovo romanzo di Giulia Bracco: “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio”. Il primo aspetto che mi ha colpito è stata la particolarità del titolo, che ho scoperto essere una citazione di Martin Amis: “Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo: la Madre. Il Maestro. Shakespeare. Dio.” Citazione maggiormente azzeccata non poteva esserci, dato che nell’opera della Bracco la scrittura, e l’arte tutta, gioca un ruolo fondamentale, mentre i quattro sorveglianti fanno capolino tra una pagina e l’altra, ammiccando ai personaggi e disorientandoli.

Protagonisti del romanzo sono Nabel e Hector, figli dello stesso padre ma di madri differenti. Nabel, introversa ed eterna incompresa, ama profondamente la scrittura ma cancella qualsiasi cosa scriva, che si tratti di mail mai inviate, racconti o pagine di diario. Hector invece ha un animo ribelle e anticonformista e con le sue opere sognanti e simboliche si sta ritagliando un posto di tutto rispetto nel panorama artistico internazionale. Padre dei due ragazzi è Lucrezio Minenti, luminare della fisica e scienziato di fama mondiale, sospettato però di essere parte di un progetto relativo alla costruzione di una macchina del tempo, mistero su cui il professore non ha mai voluto far luce. Nabel e Hector, per volere del genitore, non si sono mai incontrati ma quando Hector, superati ormai i vent’anni, viene a conoscenza di Nabel, non può fare a meno di cercarla. Il contatto tra i due ragazzi sprigionerà un’incredibile energia e fratello e sorella comprenderanno di appartenere l’uno all’altra, indipendentemente dalla lontananza e dalle loro vite agli antipodi. La narrazione prenderà poi pieghe inaspettate, tra disperate richieste d’aiuto per poter viaggiare indietro nel tempo, misteriose borse cadute dal cielo al momento giusto e romanzi perduti (forse) per sempre.
A cavallo tra l’Italia, Londra, Parigi e Bilbao, “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dioè uno spaccato di vita autentico, quasi un romanzo di formazione atipico contaminato da bizzarre teorie scientifiche, che segue in parallelo le esistenze di Nabel e Hector, sfiorandole e intrecciandole per poi separarle di nuovo. E proprio ai due protagonisti non ci si può fare a meno di affezionare, sentendoci partecipi delle loro vite. Due personaggi vivi e a 360° gradi, che a volte vorresti incitare, altre quasi schiaffeggiare per farli uscire dallo loro apatia o per acquietare la loro rabbia, altre ancora semplicemente abbracciarli. Inoltre la scrittura della Bracco è elegante ma scorrevole allo stesso tempo, tra picchi riflessivi mai banali e una vicenda che comunque non manca di una sana dose di fantasia.
Come non ricordare infine che nel libro vengono citati The Cure e Depeche Mode, tra la mie band preferite in assoluto?

La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio” è un romanzo che affronta temi complessi con una semplicità disarmante e che ci introduce in punta di piedi in un intrico di vicende familiari in cui non mancano i colpi di scena ma scavando a fondo nelle coscienze dei protagonisti e accompagnandoli in un percorso di crescita e di cambiamento, che si dipana pagina dopo pagina sotto gli occhi del lettore. Una buona lettura, a metà strada tra riflessione e intrattenimento.

Voto: 4/5

Mr. P.

Arrigo Boito – Il pugno chiuso

Titolo: Il pugno chiuso

Autore: Arrigo Boito

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 104

Prezzo: € 12,50

“Lo scacco nero, per Tom che lo guardava, non era più uno scacco, era un uomo; non era più nero, era negro. La ceralacca rossa era sangue vivo e la testa ferita una vera testa ferita. Quello scacco egli lo conosceva, egli aveva visto molti anni addietro il suo volto, quello scacco era un vivente… o forse un morto. No quello scacco era un moribondo, un essere caro librato fra la vita e la morte. Bisogna salvarlo! Salvarlo con tutta la forza possibile del coraggio e della ispirazione.”

Non conoscevo Arrigo Boito, se non per essere stato un importante letterato italiano a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Noto soprattutto per i suoi libretti d’opera, l’autore padovano è stato tra i massimi esponenti della Scapigliatura, movimento artistico sviluppatosi nell’Italia settentrionale a partire dagli anni sessanta dell’Ottocento e a cui si possono ricondurre, per stile e tematiche, le tre novelle racchiuse nella raccolta con cui Ianieri Edizioni intende farci riscoprire un classico della letteratura italiana ingiustamente dimenticato. Curato da Dario Pontuale, uno che di classici da riscoprire se ne intende e che ha anche contribuito con un’interessante prefazione, “Il pugno chiuso” affronta, nelle tre storie che lo compongono, tematiche come la morte, la ricerca introspettiva del proprio io, l’ossessione, l’intolleranza razziale e la vendetta, il tutto infarcito dall’attitudine macabra e con un occhio di riguardo al fantastico, che caratterizza il pensiero scapigliato.

La narrazione prende il via con la novella che dà il titolo al volume, ottimo esempio di racconto in cui le sfumature fantastiche e l’analisi psicologica si mescolano alla perfezione, lasciando il lettore disorientato e incapace di comprendere dove la realtà si dissolve per lasciare posto ai contorni indefiniti del soprannaturale. Il protagonista, ricercatore medico, ascolta il bizzarro e inquietante racconto di un uomo affetto da plica polonica (malattia dei capelli), che svela, tra un bicchiere e l’altro, l’incredibile vicenda di un usuraio alle prese con la sua mano destra che stringe in un pugno chiuso un fiorino rosso dall’aura maledetta. L’elemento perturbante dell’intera storia è l’impossibilità per l’usuraio di aprire la mano, particolare che affascina chi legge ma che allo stesso tempo confonde: tutto ciò è opera di un intervento ultraterreno o la causa scatenante è da ricondursi alla psiche dell’usuraio? Boito nel tracciare confini labili e nel giocare con l’intuizione del lettore si rivela un autentico maestro, confezionando una novella che ha poco da invidiare alle famose ghost stories d’oltremanica.
Il capolavoro della raccolta, almeno per quanto mi riguarda, lo troviamo però nel secondo racconto “L’alfiere nero”. Boito ci narra dell’intensa partita a scacchi giocata interamente a livello psicologico tra uno scacchista professionista bianco e un benestante imprenditore nero. I due sfidanti si dividono la scacchiera in base al colore della propria pelle, dopodiché ha inizio una partita serrata, fatta di sguardi obliqui, pensieri distorti e tattiche oscure. Un racconto che si allaccia alla questione razziale e allo sfruttamento degli schiavi neri, in un crescendo emozionale e spirituale, per poi esplodere nel dirompente finale. Un piccolo gioiello della short story, in cui follia, incubi e paranoie si amalgamano senza esclusione di colpi.
Termina la raccolta “Iberia”, novella che ho trovato la più debole del lotto e che letta oggi mi è apparsa un po’ troppo datata. Scritto in uno stile quasi aulico che enfatizza la tragicità degli avvenimenti narrati, il racconto, ambientato in Spagna in un’epoca che non ci è dato sapere, rievoca un tipico amore maledetto tra due giovani rampolli di una famiglia reale. Il finale dà un tocco di misticismo e mistero a un racconto che personalmente non ho apprezzato come avrei voluto e che non ha decollato, appunto, fino all’enigmatica chiusura.

Arrigo Boito ci regala in queste novelle atmosfere lugubri che pescano a piene mani nell’introspezione psicologica e nel racconto fantastico europeo, sapendo però creare trame e situazioni originali e piene di fascino. Una raccolta che pone un piccolo ma importante tassello all’interno della riscoperta di classici dimenticati e che contiene due autentici gioiellini di tensione macabra.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Joe Meno – Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Titolo: Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Autore: Joe Meno

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 396

Prezzo: € 15,00

“Perché il mistero spaventa così tanto noi adulti? Forse perché i nostri mondi sono diventati mondi di routine e sicurezza e ordine man mano che siamo cresciuti? Forse perché abbiamo imparato la risposta a tutto e la risposta è che non c’è mai un passaggio segreto, un tesoro nascosto o una nota scritta in codice che possano salvarci nei nostri momenti più bui? Perché ci opponiamo con tanta forza alla credenza che esista un mondo che non conosciamo? È più spaventoso accettare le nostre vite come sono o coltivare una fantasia di speranza?”

Avevo conosciuto la Pidgin Edizioni lo scorso anno con le prime due uscite, storie dalle trame particolarmente originali e con una narrazione dallo spirito underground, diretta e mai banale. Soddisfatto delle esperienze di lettura che mi ha regalato la giovane casa editrice napoletana, ho voluto continuare a scoprire il suo modo alternativo di pubblicare narrativa con il nuovo titolo, uscito pochi mesi fa. Autore negli USA di veri e propri best-seller, Joe Meno è il terzo autore che ci propone la Pidgin, con il suo “Billy Argo: il ragazzo detective fallisce“. Già dal titolo, e anche dall’ottima copertina, capiamo di trovarci di fronte a un romanzo fuori dagli schemi, in cui la linearità e l’ordinarietà è meglio lasciarle da parte. “Billy Argo” è difficilmente incasellabile e io stesso, sfogliandolo, non sapevo se mi sarei trovato di fronte a un giallo, un racconto di formazione o un romanzo psicologico. L’opera di Joe Meno è tutto questo messo insieme ma è anche molto di più.

L’autore ci fa entrare nella narrazione in punta di piedi, svelandoci dapprima l’infanzia di Billy, quando il ragazzo scopre con gioia e meraviglia un autentico talento nel risolvere enigmi e misteri tanto che, insieme all’amata sorella Caroline e all’amico di sempre Fenton, si improvvisa detective. Investigare gli riesce talmente naturale che i casi risolti da Billy aumentano a dismisura, portando il trio  all’attenzione dei media e procurandogli un successo crescente. Come tutte le infanzie, anche quella di Billy e dei suoi amici giunge però al termine e i destini dei tre si separano. Da qui in avanti l’esistenza del ragazzo detective prende una piega tragica e inaspettata, con il suicidio della sorella e il ricovero di Billy in un istituto di igiene mentale. La narrazione riprende dieci anni dopo, in cui un Billy Argo ormai trentenne viene dimesso dall’istituto psichiatrico, giudicato guarito e pronto ad affrontare nuovamente il proprio percorso di vita. Da qui inizia la riscoperta di sé del protagonista, sempre in bilico tra il terrore per il mondo esterno e l’antica scintilla, mai del tutto sopita, per il mistero e la sua indagine. Ciò che però grava come un’ombra oscura e inquietante sull’esistenza di Billy è la morte della sorella: il ragazzo infatti non riesce a trovare un qualsiasi motivo che abbia scatenato in lei l’idea del suicidio. Così, scavare nella psiche tormentata di Caroline, tra vecchi diari, criptici indizi e sbiaditi ricordi, si tramuterà nel mistero definitivo, l’unico che, se risolto, sarà in grado di donare al detective la serenità che tanto agogna.
Joe Meno ci accompagna in un surreale tentativo di riabilitazione all’esistenza, tra edifici che scompaiono, bambini che si esprimono solo attraverso la scrittura di bigliettini e cattivi che riemergono dal passato per scovare tesori nascosti. Una storia di formazione dai contorni bizzarri che, al posto di descrivere un’adolescenza tormentata, come ci si aspetterebbe, dipinge con ironia e delicatezza l’interiorità dai tratti fanciulleschi di un adulto che non ha avuto la possibilità di crescere. Il lettore però non resta mero spettatore del percorso quasi iniziatico di Billy ma partecipa attivamente, in più di un’occasione, nelle ricerche del detective. In che modo, non sarò certo io a svelarlo. Chi avrà il “coraggio” di affrontare questa esperienza di lettura fuori dall’ordinario, lo scoprirà quando meno se lo aspetta.

Billy Argo” conferma, con la sua dose di sana eccentricità perfettamente bilanciata da una profondità non comune, l’ottimo percorso editoriale intrapreso da Pidgin Edizioni. Nel romanzo di Joe Meno infatti troveranno pane per i propri denti i lettori curiosi e che amano osare, addentrandosi nelle pieghe di un racconto seducente che, tra nonsense e sentimenti autentici, non può fare a meno di suscitare una genuina meraviglia.

Voto: 4/5

Mr. P.

Tony Laudadio – Preludio a un bacio

Titolo: Preludio a un bacio

Autore: Tony Laudadio

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 217

Prezzo: € 17,00

“Sono lacrime nuove, mai versate prima, di una natura diversa. O forse antiche, lacrime conservate in questi decenni, messe da parte per tutto il dolore sofferto, a volte anche senza accorgermene, forse aspettando il momento adatto per rovesciarle. Queste sono le lacrime negate. È il pianto della nostalgia, del tempo smarrito, delle occasioni lasciate andare, delle vite sprecate e consumate, il pianto dei giorni che vorrei riavere indietro, degli istanti – miliardi di istanti – che non ho vissuto come avrei voluto, dei momenti precisi. Il pianto dei mostri che sono cresciuti nella mia pancia e nella mia memoria, che sono diventati enormi perché si nutrivano di rancore, risentimento, di odio, di fallimenti. E questo è anche il pianto per la loro esistenza distruttiva, e per la loro morte: il pianto della liberazione dall’incantesimo, del risveglio da un incubo terrificante. Il pianto della debolezza, delle forze che scompaiono, della resa, il pianto della fine della guerra, dell’armistizio, della conta dei morti, della raccolta dei cadaveri, della ricerca di ciò che non c’è più, della constatazione dei disastri, è il pianto di quelli che cedono, di quelli che si abbandonano dopo una lunga lotta, che si accasciano dopo una lunga corsa, che cadono senza più opporre resistenza.”

Umanità. Questa è stata una delle prime parole che mi sono venute in mente leggendo “Preludio a un bacio” di Tony Laudadio, pubblicato da NN Editore (un plauso per la copertina, magnifica). Umanità come aggettivo, come caratteristica che rimanda alla solidarietà, alla comprensione, all’indulgenza. Al giorno d’oggi non è soltanto importante, è fondamentale che esistano ancora libri che pongano al loro centro concetti del genere. Il senso di umanità che permea l’intero romanzo è rivolto verso Emanuele, il protagonista della storia. Emanuele è un barbone, trascorre le giornate a suonare il suo amato sassofono agli angoli delle strade, vive nell’umido scantinato di un condominio, beve assiduamente per raggiungere l’incoscienza, per non pensare alla lunga serie di disastri che ha costellato la sua esistenza: è tormentato da rimorsi e, soprattutto, da rimpianti, è disilluso e cinico, si è arreso ormai a ciò che è stato e a quello che non è stato. Per tutti questi motivi, beve, perché è una delle pochissime cose che lo fanno stare bene: «L’alcol è tepore, nutrimento, benessere. Ti fa dimenticare, perdere te stesso e ogni paura. […] L’alcol è la felicità della morte senza il fastidio dell’essere cadaveri». I suoi giorni trascorrono monotoni fino a quando, una sera, viene aggredito da qualcuno e si ritroverà ricoverato in ospedale.

Credo che ciascuno di noi, procedendo a ritroso, possa trovare nella propria vita un momento chiave, un istante, un particolare accadimento che gli ha permesso di cambiare le carte in gioco. Per il protagonista di “Preludio a un bacio” la permanenza forzata in una struttura ospedaliera per qualche giorno ha avuto esattamente quella funzione. Sperimentare un contesto diverso, caldo e accogliente, avere a che fare con persone gentili e preoccupate per lui, constatare che la sua salute è a rischio: tutti questi elementi rendono Emanuele più consapevole. Deve fare qualcosa, non può continuare a crogiolarsi nei ricordi di un tempo ormai perduto, nel nulla  quotidiano. Ecco che allora gli viene in aiuto l’unica persona con cui ha un rapporto: Maria, giovane cameriera del ‘Blue Bird’, il bar in cui l’uomo è solito affogare i suoi dispiaceri. Un forte senso di umanità contraddistingue il legame tra questi due personaggi: si tratta di prendersi cura l’uno dell’altro, senza porsi limiti o barriere, andando al di là di giudizi e pregiudizi. In un certo senso, è una forma d’amore. Emanuele si sente cambiato, quasi fosse un’altra persona. Grazie a Maria comprende che è importante rivolgere la propria vita verso gli altri, mettendo da parte cinismi ed egoismi, provando a riparare agli errori commessi nel passato: «Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti? Come venature nel marmo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l’avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri. Quanto c’è di mio e quanto c’è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l’inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia nelle donne. Le mie donne».

Nonostante non abbia particolarmente apprezzato alcune rivelazioni e colpi di scena messi in atto dall’autore, ho amato profondamente questo romanzo. L’ho amato perché descrive in modo realistico che cosa significa accostarsi alla felicità, alle piccole gioie: Emanuele lo fa piano, in silenzio, con incredulità. Dopo una vita di sofferenze e brutture, di apatia e insensibilità nei confronti degli altri, dopo essersi perso nei suoi lati più oscuri, si ritrova in tutta la sua umanità. L’ho amato perché mette in luce l’importanza di aprirsi con qualcuno – uomo, donna, amico o sconosciuto che sia -, di fare ammenda, di ascoltare e saper chiedere scusa, di apprezzare cose che sono sempre date per scontate e che forse, in fondo, non lo sono affatto. L’ho amato perché è la storia di una rinascita, di un uomo che non si arrende al suo passato e a quello che si è lasciato sfuggire- fondamentalmente, l’amore – ma che cerca in ogni modo di recuperarlo. Questo significa stravolgere tutto quello che è stato, cominciare un’esistenza nuova pur tornando sui propri passi, anni dopo. È un atto coraggioso, rivoluzionario. Qualcosa che dovremmo cercare di fare più spesso.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Ben Marcus – L’alfabeto di fuoco

Titolo: L’alfabeto di fuoco

Autore: Ben Marcus

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 364

Prezzo: € 15,00

“La mancanza di linguaggio, l’assenza di un linguaggio che ci identificasse come individui completi, ci aveva trasformato in una specie di mandria emotiva. Forse una turbolenta vita interiore produceva note dirompenti dentro di noi, ma senza un attrezzo per estrarle, senza un linguaggio per capirle e diffonderle, anche se erano idiozie, si aveva la sensazione che tutta quell’impresa avesse perso all’improvviso di senso. Senza un modo per dire le cose, non c’era nemmeno motivo di pensarle.”

Le parole, si sa, a volte possono essere l’arma più pericolosa in circolazione. Il dolore che può provocare il linguaggio non ha eguali. Un dolore spirituale, intimo e profondo che per Ben Marcus si tramuta però in dolore fisico e carnale. L’autore statunitense infatti con “L’alfabeto di fuoco” applica alla lettera la potenza distruttiva delle parole, creando un moderno universo distopico, in cui il linguaggio diventa letale, uccidendo uomini e donne senza distinzioni, con fonemi velenosi, portatori di una malattia mortale.

Lo scenario è un’America dal sapore apocalittico in cui, lentamente ma in modo inesorabile, si sta diffondendo una piaga che non lascia scampo. Tutti sono soggetti a una sorta di “allergia” da linguaggio, con una sola, inquietante, eccezione: i bambini. Qualsiasi ragazzino infatti sembra immune al misterioso morbo e anzi, parrebbe addirittura un portatore sano. Infatti i piccoli possono continuare a parlare senza problemi tra loro, causando però effetti letali sugli adulti. Tra ipotesi sconclusionate, verdetti scientifici e opuscoli clandestini fatti circolare dall’enigmatico ricercatore LeBov, inizia una specie di deportazione forzata dei bambini, tenuti in isolamento dai genitori. Protagonisti dell’opera di Ben Marcus sono Sam e la sua famiglia, composta dalla moglie Claire e dalla figlia Esther, soggetti a un’odissea senza fine per raggiungere un’utopistica cura.
L’intuizione alla base del romanzo è pura genialità, prendendo a prestito un’idea abusata come l’epidemia ma plasmandola in modo del tutto originale, indicando nell’agente scatenante il contagio qualcosa di astratto eppure fondamentale per l’uomo come il linguaggio. Immaginare l’umanità defraudata della parola, sia scritta che parlata, è qualcosa di totalmente folle e terrorizzante ma Ben Marcus ci riesce, dimostrando una fantasia fuori dal comune. La parola, la forma d’espressione per eccellenza, è talmente radicata nell’animo umano che privarsene può comportare conseguenze catastrofiche. Non esprimersi acuisce il nostro senso di solitudine, ci fa sentire disarmati e distanti. Le parole racchiudono un potere inimmaginabile, in grado di rassicurare e donare serenità ma anche di condizionare migliaia di persone, rendendole schiave. Forse Ben Marcus vuole proprio farci riflettere sulla forza smisurata del linguaggio, che nella nostra quotidianità tendiamo a dare per scontata, e che dopotutto, vivere senza esprimersi in modo diretto, potrebbe davvero aiutarci a scavare in noi stessi, dandoci una nuova chiave di lettura delle nostre esistenze e delle nostre coscienze. Facendoci vedere con occhi diversi momenti cruciali della vita, come diventare ed essere genitori. Proprio la genitorialità è l’altro grande tema affrontato nell’opera dell’autore americano. Essere padri e madri significa continuare ad amare il proprio figlio anche quando causa dolore, annullandosi e donandosi completamente, anche solo per condividere pochi istanti insieme. Ma non significa anche riflettere su cosa sia più giusto per entrambi, figli e genitori, lasciando che ognuno trovi da solo la propria strada? Interrogativi che Ben Marcus lascia che si insinuino nel lettore, per non lasciarlo più durante l’intera lettura.

L’alfabeto di fuocointreccia sapientemente horror e fantascienza con un’introspezione psicologica dai risvolti profondi e inaspettati. Un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi, in cui il surreale non rimane fine a se stesso ma anzi contribuisce a dare ulteriore spessore a una trama complessa e dalle mille sfaccettature. L’unica pecca, a mio avviso è che la narrazione inizialmente stenta un po’ a decollare ma una volta catapultati nel vivo della storia non si può fare a meno di continuare a leggere. Sperando, con un brivido, che nel nostro mondo la lettura non diventi mai tossica.

Voto: 4/5

Mr. P.

Orazio Labbate – Atlante del mistero

Titolo: Atlante del mistero

Autore: Orazio Labbate

Editore: Centauria

Anno: 2018

Pagine: 160

Prezzo: € 19,00

“Il viaggio è periglioso, ma vale la pena imbarcarsi e solcare le acque di questo oceano stigio, perché dal mondo dei mostri si può imparare molto sul nostro, di mondo.”

Ho conosciuto Orazio Labbate con la raccolta di racconti “Stelle ossee”, per poi proseguire con la “Piccola enciclopedia dei mostri e delle creature fantastiche” e approdando ora, prima di immergermi finalmente nelle pagine torbide dei suoi romanzi, all'”Atlante del mistero”. Labbate ha avuto un’ottima intuizione, racchiudendo in questo prezioso volume quaranta dimore legate al soprannaturale, all’orrifico, al perturbante, ognuna illustrata egregiamente da Simone Pace. Ma non potrebbe sembrare pretenzioso denominarlo atlante? Assolutamente no, in quanto ogni residenza è identificata nel luogo esatto in cui sorge, tramite l’aiuto di precise coordinate geografiche.

L’universo spaventoso di Labbate pesca a piene mani nell’immaginario collettivo, nella letteratura e nel cinema, alternando dimore maledette che potremmo definire blasonate ad altre meno conosciute, ma non per questo meno terrificanti. Un viaggio senza tempo, in un vortice di follia che ci catapulta tra castelli diroccati, umidi scantinati, realtà parallele e stanze misteriose. Così ci ritroviamo immersi nelle atmosfere dalle tinte gotiche dei grandi classici dell’orrore, come “Dracula”, “Frankenstein” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, per poi riemergere straniati nell’ambiguo universo di David Lynch, qui rappresentato dal non luogo per eccellenza, la Loggia Nera di “Twin Peaks”, e dall’inquietante vecchio termosifone del suo primo film “Eraserhead”. Labbate passa con grande disinvoltura dal classico al contemporaneo, dal cult all’opera dimenticata, dimostrando un’enorme passione per tutto quanto sia legato al fantastico, al terrore, al surreale.
Proseguendo nel nostro viaggio chimerico rimaniamo affascinati da luoghi abitati dai mostri alimentati dal folklore popolare e dalle leggende metropolitane, come l’americano Uomo Falena, la siciliana Marabecca, l’universale Babau, fino ad attraversare le porte dell’Ade, piombando dritti alla più famosa dimora orrifica di sempre: l’Inferno. Ma durante il nostro cammino non possiamo lasciarci alle spalle così facilmente cult cinematografici come “Donnie Darko” e la sua minacciosa cantina, l’oscura Silent Hill e il rivoltante mattatoio di Faccia di Cuoio. Non manca proprio nulla nell’atlante immaginario di Labbate, che pesca a piene mani anche in riferimenti che di primo acchito non presentano connessioni con l’orrorifico, ma che in realtà ne nascondono più di una. Basti pensare alla stanza di Gregor Samsa ne “La metamorfosi” di Franz Kafka o alla camera degli insetti di Billy, proveniente direttamente dal visionario “Pasto nudo” di William S. Burroughs. Insomma, nell’atlante dell’autore siciliano nulla è lasciato al caso e ogni riferimento è frutto di un’approfondita conoscenza di tutto ciò che possa essere riconducibile alla paura e all’inquietudine.

L’atlante del mistero” è un volume da custodire gelosamente nella propria libreria, da leggere e sfogliare ogni volta che la nostra mente e il nostro cuore sentono il bisogno di evadere dal quotidiano, per rifugiarsi in mondi soltanto all’apparenza così distanti dal nostro, ma forse in realtà più vicini di quanto sembrino. Un libro necessario per chi, come il sottoscritto, è rimasto intrappolato in un amore viscerale per il perturbante, senza più volerne uscire, ma anche per chi voglia iniziare a muovere i primi passi nei sentieri che conducono all’orrore e che troverà nell’atlante ottimi spunti. Perché a volte avere paura può essere semplicemente delizioso.

Voto: 5/5

Mr. P.

Nona Fernández – La dimensione oscura

Titolo: La dimensione oscura

Autore: Nona Fernández

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 213

Prezzo: € 16,00

“Apriamo di nuovo questa porta. Al di là troveremo un’altra dimensione. Un mondo da sempre nascosto dal vecchio trucco che vi fa volgere lo sguardo altrove. Un territorio ampio e oscuro che sembra lontano, ma che si trova vicino come l’immagine che lo specchio ci restituisce ogni giorno. State passando dall’altra parte del vetro, direbbe l’intensa voce fuori campo della mia serie preferita. State entrando in una dimensione ai confini della realtà.”

Poche volte mi è capitato di rimanere così spiazzato davanti a un libro. Quando mi sono ritrovato tra le mani “La dimensione oscura” davvero non avevo idea a cosa sarei andato incontro. Romanzo? Saggio? Memoir? L’opera di Nona Fernández è nello stesso tempo tutto questo e nulla di quello che ho elencato. La somma delle parti ha creato qualcosa di unico e straordinario. Un atroce spaccato della storia del Cile ma anche un distillato amaro della vita dell’autrice, tra ricostruzioni autentiche e viaggi nella coscienza. Un libro che genera dolore, anche a chi come me abita a migliaia di chilometri di distanza e nel 1984 era appena nato, e che trascina il lettore in una dimensione alternativa, in cui pallide lame di luce tentano di dare un senso a un buio che attanaglia il cuore.

Protagonista della storia narrata dalla Fernández  è il Cile martoriato di Augusto Pinochet degli anni ’70 e ’80, in cui gli oppositori e i detrattori del regime si trasformavano in desaparecidos, tra brutali torture, uccisioni e rapimenti. In mezzo a questo vortice di orrore spunta una data che, nel bene e nel male, contribuirà a cambiare la storia cilena: il 27 agosto 1984. La mattina di quel giorno, uguale a centinaia di altre mattine trascorse in balia della dittatura di Pinochet, Andrés Antonio Valenzuela Morales, che la Fernández  chiama “l’uomo delle torture”, si reca negli uffici di “Cauce“, rivista dell’opposizione. Quell’uomo ha soltanto una volontà: parlare, confessando i terribili crimini commessi contro i desaparecidos. Vuole svuotarsi la coscienza, vomitare tutto il proprio disgusto per la sua vita scellerata, che pesa come un macigno sulla sua anima ormai marcita. Un’ammissione che culminerà in un articolo in prima pagina, con una copertina in cui campeggia la foto dell'”uomo delle torture” e la gigantesca scritta “Io aguzzino“. Proprio grazie a quell’articolo l’autrice conoscerà “l’uomo delle torture”, che si tramuterà in una costante all’interno della sua vita, riapparendo più volte a distanza di anni, fino a quando la Fernández immagina di spedirgli una lettera per comunicargli che intende scrivere un libro su di lui. Lui che sciaguratamente rappresenta in modo magistrale “la dimensione oscura”, sorta di limbo parallelo alla realtà, cupo universo fatto di violenza, morte e scomparse. A questo proposito, particolarmente azzeccato e originale diventa il paragone che l’autrice elabora tra la dimensione oscura della dittatura cilena e la serie tv cult degli anni ’60 “Ai confini della realtà“, spettacolo televisivo che riempiva i pomeriggi adolescenziali della scrittrice.
Scavando nel torbido dei fatti di cronaca nera legati al regime dittatoriale cileno, la Fernández  inframezza la riproduzione storica degli eventi (a volte infarciti da necessari ma mai invadenti voli di fantasia) con toccanti esperienze personali, in un connubio unico tra finzione, memoir e non-fiction. Così le strazianti storie personali dei desaparecidos e delle loro famiglie, si mischiano all’infanzia dell’autrice, che ha vissuto quegli anni da spettatrice inconsapevole, metabolizzando un dolore che ritorna a galla, prorompente, nella sua esistenza da adulta.

La dimensione oscura” è un libro sulla sofferenza e sulla perdita ma anche sulla memoria e sulla necessità di ricordare la devastazione del regime di Pinochet. Perché soltanto ricordando si potrà rendere giustizia a chi si è immolato per la libertà, a chi è stato vittima di soprusi e di violenze ma non si è piegato, affrontandole a testa alta. Un libro necessario per chi vuole dare la giusta importanza alle testimonianze del passato ma che nel frattempo lancia uno sguardo speranzoso al futuro.

Voto: 5/5

Mr. P.