Joy Williams – L’ospite d’onore

Titolo: L’ospite d’onore

Autore: Joy Williams

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 664

Prezzo: € 18,00

“«Mi sento come se avessi passato tutta la vita nell’angolo di una stanza» dice Annie. «È questo il problema. Che sono sempre stata in un angolo. E adesso non vedo niente. Non so nemmeno che stanza è, mi capisci?» Tom annuisce ma lui quella stanza non la vede. La tristezza si è tramutata in sangue, gli scorre dentro. Non esistono stanze.”

Carver, Cheever, Flannery O’Connor: questi sono soltanto alcuni dei mostri sacri a cui viene accostata la penna di Joy Williams, maestra indiscussa del racconto americano e finalista al Premio Pulitzer, ancora inedita in Italia per quanto riguarda la sua produzione breve. A colmare questa enorme lacuna ci ha pensato Edizioni Black Coffee, casa editrice sempre attenta alla (ri)scoperta di autori statunitensi che qui da noi non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento. “L’ospite d’onore” contiene infatti ben 46 racconti, ossia la maggior parte della produzione di short storie della Williams. Un intero universo narrativo, che irrompe con forza nel lettore tirandolo a sé, ammaliandolo prima, per poi masticarlo e risputarlo fuori completamente avvinto dagli scritti di questa autrice straordinaria.

Innumerevoli sono i temi che Joy Williams tratta nei suoi racconti, quasi sempre radicati nella provincia americana, ma la parola chiave mi è parsa dare un senso all’intero lavoro è “cambiamento“. Che sia un evento (positivo o negativo) che ha portato a stravolgere le vite dei protagonisti oppure il desiderio struggente di trasformare la propria esistenza o ancora un istinto di sopravvivenza che li porta ad adattarsi al senso di nuovo e di sconosciuto che irrompe nella realtà, il cambiamento in questi 46 racconti è una presenza costante, a volte scomoda, che aggredisce i personaggi. Un cambiamento che a volte porta i protagonisti della Williams a cercare un rifugio nella religione, in una fede troppo spesso opaca e dai contorni illusori, che non aiuta l’uomo ma anzi lo rende ancora più insicuro e confuso. In altri episodi invece il senso di sicurezza che viene a mancare cerca di essere alleviato dall’amore verso un’altra persona, sentimento che non tarda a sconfinare in un’ossessione o in una dipendenza malata.
Altro grande protagonista dei racconti dell’autrice statunitense è la famiglia, intesa come intreccio ermetico di passioni e legami complicati. Troviamo così figlie che disprezzano le proprie madri, genitori che nutrono verso i figli una malsana indifferenza o ancora nonni che si aggrappano con ogni più piccolo residuo di energia alla propria nipotina, unica ancora di salvezza per non perdere di vista la realtà. Famiglie disgregate, che tentano di ricominciare un’esistenza degna di essere vissuta, che appaiono perfette ma che sotto il velo di un’apparente normalità celano l’orrore di una miriade di crepe. Famiglie il più delle volte pervase da un senso di perdita, altra grande chiave di lettura di questi 46 racconti.
La perdita è un concetto che negli scritti della Williams si respira a pieni polmoni. Può essere la perdita del proprio figlio, morto o detenuto in carcere, la perdita di un animale, a cui forse si è più legati che alla persona che si crede di amare, o ancora la perdita dell’innocenza, in cui l’infanzia si tramuta in modo brusco e immotivato in età adulta. Ma anche la perdita dell’illusione consolatoria di vivere una vita stabile e appagante e l’insorgere dell’improvvisa necessità di ricercare uno scopo nella propria esistenza, un obiettivo da perseguire per dimenticare quanto futile e privo di senso possa essere il cammino di un uomo.
Pur essendo una raccolta piuttosto corposa, la qualità media dei racconti si mantiene sempre su ottimi livelli, con pochi casi di scritti leggermente sotto tono. I picchi invece sono parecchi, ma tra tutti ho scelto di citarne tre. “Chimica invernale” narra dell’ossessione morbosa di due amiche per il proprio professore di chimica, in cui il senso di inadeguatezza e l’idealizzazione di un amore irraggiungibile porteranno a un epilogo agghiacciante. In “Congresso” protagonista è invece una moglie che si ritrova dall’oggi al domani a dover badare a un marito paralizzato, aiutata da uno degli studenti del consorte. La brama di poter accedere a una nuova vita e un amore del tutto imprevisto ma incontrollabile si fondono dando vita a un racconto dalle atmosfere dolenti e delicate, a tratti oniriche. Infine come non citare lo stupendo racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui una figlia deve convivere con il dolore tremendo di una madre malata, in cui l’attesa della morte e il cercare di riappropriarsi di una vita che non senti più tua diventano autentico struggimento.

L’ospite d’onore” è una raccolta di piccoli gioielli, in cui la quotidianità degli abitanti di un’America di provincia viene scossa da sentimenti estranei e disturbanti, elementi nuovi che si inseriscono nelle vite dei protagonisti, a volte terrorizzando, altre infondendo barlumi di speranza. Un’antologia personale che ci ha permesso di comprendere il grande valore di un’autrice come Joy Williams, capace, in poche pagine, di far vibrare le corde nascoste del nostro animo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

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Megan Mayhew Bergman – Paradisi minori

Titolo: Paradisi minori

Autore: Megan Mayhew Bergman

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 234

Prezzo: € 18,00

“Qualche giorno dopo aver visto Smith per l’ultima volta, compresi che stavo aspettando qualcuno che non capivo. Forse avrei passato il resto della mia vita ad aspettare, l’ennesimo fuggiasco trasformato in mito dalla palude. E forse era la cosa migliore: certe persone, certi luoghi vanno lasciati come sono.”

È davvero arduo, almeno per me – che preferisco i romanzi ai racconti – trovare una raccolta valida, una raccolta in cui tutte (o quasi) le short stories lì riunite siano in grado di emozionarmi, di farmi riflettere, di farmi sentire parte dei vari mondi che sono stati creati. Con NN Editore era già successo: mi ero follemente innamorata de “Il paradiso degli animali” di David James Poissant. Ebbene, inutile dire che ciò è accaduto di nuovo con la stessa casa editrice e con un titolo ed un libro che, in qualche modo, è connesso al precedente: “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman. Il fil rouge che collega queste due opere è dato soprattutto dagli animali: essi ritornano in ogni storia, sono protagonisti tanto quanto gli esseri umani e ci permettono di capire che, alla fin fine, non vi è questa grande distinzione tra gli uni e gli altri. Poissant e la Bergman, inoltre, sono accomunati anche dai temi che esplorano nelle loro raccolte: un continuo altalenarsi di rare gioie e grandi sofferenze che ci ricordano quanto piccolo possa essere l’uomo di fronte all’ineluttabilità della vita.

Le protagoniste dei racconti della Bergman sono tutte donne: ciò che colpisce maggiormente il lettore è la forza, la determinazione con cui questi personaggi affrontano le proprie esistenze. Ci si può quindi trovare di fronte ad una madre alcolizzata che prova in tutti i modi a recuperare il rapporto con la figlia (“Un’altra storia a cui lei non crederà”), ad una donna che, tradita dal marito, ricerca con veemenza la propria libertà (“La compagnia giusta”) o ad una fidanzata che rimanda continuamente il proprio matrimonio perché ancora non è in grado di accettare il suo viso deturpato (“Salvare la faccia”). Nonostante le loro tragedie personali, queste donne continuano a combattere, continuano a vivere le loro vite senza mai arrendersi: accanto al dolore si fa timidamente strada una piccola speranza, senza la quale sarebbero completamente perse. Il lettore perciò si ritroverà ad osservare una donna che deve affrontare il lutto materno e che intraprenderà un lungo viaggio per poter afferrare per l’ultima volta la voce del genitore scomparso («Mi rendo conto di aver disperatamente bisogno di un pezzo di mia madre»), una ragazza che decide di vivere ai margini di una palude, cercando di isolarsi da tutto fino a quando non proverà di nuovo il brivido di essere toccata da un uomo («Dopo anni di solitudine e lunghi periodi di astinenza, mi ero dimenticata come ci si sente quando qualcuno ti accende come un interruttore, quando devi concentrarti mentre il cuore e il sangue ti urlano dentro.»), o ancora una moglie che cerca di rimanere incinta nonostante l’immenso senso di colpa provato («Se non riesco a prendermi cura di un cane non merito un bambino»). Accanto a questi personaggi, ci sono loro, gli animali: a volte vengono descritti come brutali, violenti, in grado di rovinare per sempre un’esistenza. In altri momenti, invece, sembrano l’unico appiglio possibile per rimanere a galla. Pappagalli, lemuri, cani, lupi, gatti, balene: possono essere un semplice sfondo, talvolta vengono utilizzati invece come metafora, altre ancora prendono il sopravvento e quasi rubano la scena alle protagoniste. In ogni caso la loro presenza è vivida, costante e s’inserisce perfettamente all’interno dei racconti e dei temi esplorati dalla scrittrice.

Ogni volta che ho intenzione di consigliare un libro a qualcuno, mi pongo sempre una domanda fondamentale: che cosa è in grado di fare l’autrice in questione, dove ci porta, con il suo lavoro?Con Megan Mayhew Bergman è stato facile: la scrittrice ci ricorda che, in fondo, siamo soltanto delle bestie egoiste che lottano per la propria sopravvivenza. Ed è esattamente questa la chiave, il leitmotiv che collega questi meravigliosi dodici racconti.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Giovanni Lucchese – Questo sangue non è mio

Titolo: Questo sangue non è mio

Autore: Giovanni Lucchese

Editore: Alter Ego

Anno: 2017

Pagine: 194

Prezzo: €  13,00

“«Vedi, a volte lasciamo che le cose brutte che ci accadono e la negatività che sprigionano dentro di noi ci definiscano. Il loro condizionarci in qualche modo ci protegge, ci isola da quel mondo esterno che ci spaventa così tanto da dover affrontare. In fondo al nostro cuore sappiamo che eliminarle ci renderebbe liberi, ma la libertà è una cosa che può fare molta paura, soprattutto quando non la si prova più da tanto tempo.»
«Tutto questo è molto profondo, ma perché ha voluto raccontare questa storia proprio a me, ora?»
« Perché prima o poi a ognuno di noi nasce un tumore, un’escrescenza, qualcosa di negativo. E prima o poi dobbiamo affrontare tutti la paura e deciderci a eliminarlo.»”

Romanzo d’esordio di Giovanni Lucchese, che in precedenza aveva pubblicato la raccolta di racconti “Pop Toys” sempre per Alter Ego, “Questo sangue non è mio” è un thriller psicologico sui generis. Tra le pagine di Lucchese non troveremo infatti serial killer, ispettori di polizia o crimini efferati. L’intera vicenda si gioca in un batti e ribatti mozzafiato all’interno della mente di Carlotta, nello stesso tempo protagonista e antagonista di una vicenda dai toni surreali.

Carlotta sembra una ragazza come tante. Un aspetto fisico ordinario, un’intelligenza nella media e un modo di fare goffo e impacciato. Ma nel profondo è consapevole di non essere come tutte le altre ragazze. Perché, nonostante farsi degli amici non sembri essere il suo forte, Carlotta ha, fin dall’infanzia, un’amica speciale, che non l’abbandona mai e con cui ha condiviso ogni momento. Il suo nome è l’Altra, ovvero la voce che le parla senza tregua nella testa. Una voce che la consiglia, la sprona e la rimprovera. Una voce che la porterà a compiere un’azione indicibile, che è anche il punto di partenza attraverso cui si snoda la narrazione.
Il romanzo alterna capitoli al presente, in cui seguiamo Carlotta in una fuga disperata, a continui flashback del passato della ragazza, più o meno recenti. Una scelta oltremodo azzeccata, in quanto ci fa comprendere con chiarezza l’inferno della vita di Carlotta, continuamente assillata dall’Altra e dai suoi consigli catastrofici, e che svela poco alla volta ciò che l’ha portata a compiere quel gesto sconsiderato.
L’autore è molto abile nello sviluppo dei dialoghi, in un continuo botta e risposta tra Carlotta e la sua voce interiore, tanto che l’Altra pare quasi un personaggio a tutto tondo e non soltanto un’emanazione degli angoli nascosti del suo intimo.
Così ci ritroviamo a voler sapere sempre di più del passato della protagonista. Siamo ingordi di fatti, parole e pensieri. Vogliamo capire perché Carlotta si sia ridotta al punto in cui è arrivata, perché non abbia amici o un fidanzato. Ma soprattutto come abbia fatto a sopravvivere tutti quegli anni in compagnia dell’Altra, senza uscire completamente di senno. Interrogativi a cui l’autore darà una risposta, inserendo anche un uomo misterioso, che cercherà in ogni modo di aiutare Carlotta. Domande e risposte che ci accompagneranno, in un saliscendi di emozioni, fino alla rivelazione finale.

Questo sangue non è mio” è un romanzo sulla solitudine e l’emarginazione sociale e di come possano intaccare la vita di un essere umano, trasformandolo interamente. Ma è anche un romanzo sull’eterna dicotomia che alberga nel cuore di ogni uomo: bene e male, luce e buio, corpo e anima. Una dualità che condiziona ogni nostro gesto, portandoci a fare delle scelte, a volte dolorose, altre sbagliate. Un’ottima prova per Lucchese, che confeziona un thriller che in realtà è molto di più. Un noir ricco di significati ma che al contempo si lascia leggere tutto d’un fiato.

Voto: 4/5

Mr. P.

Masande Ntshanga – Il reattivo

Titolo: Il reattivo

Autore: Masande Ntshanga

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 196

Prezzo: € 12,00

“E se i bambini piangessero perché la nascita è la prima forma di incarcerazione umana? E se l’essere imprigionati nel corpo umano fosse uno shock indelebile per la coscienza? E se la carne è destinata a cascare sin dal principio, non rappresenta allora un involucro inadatto, dal momento che la coscienza, naturalmente amorfa, è antitetica alla disintegrazione?”

Il reattivo” di Masande Ntshanga è il primo volume pubblicato da Pidgin Edizioni, casa editrice nata da pochi mesi ma con le idee ben chiare. Come suggerisce il nome stesso (con “pidgin” ci si riferisce a un idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popoli differenti), la casa editrice napoletana si propone di dare spazio alla letteratura underground, con una particolare attenzione al mescolamento dei linguaggi e dei generi. Sulla rampa di lancio è stato posizionato il romanzo d’esordio del giovane scrittore sudafricano Masande Ntshanga, che ha dato ragione alla coraggiosa scelta dell’editore.

Il reattivo” non è un romanzo immediato: questa è stata la prima percezione che ho avuto a lettura ultimata. È un libro da scoprire adagio, immergendosi a poco a poco in un ritmo narrativo che a tratti arranca, ma che ci prende per mano, fino a quando anche noi ci rendiamo conto di essere sotto il sole di Città del Capo.
Protagonista è Lindanathi, ragazzo positivo all’HIV, che divide il suo tempo tra un impiego da commesso e la vendita di farmaci anti-retrovirali insieme ai suoi amici più stretti, Ruan e Cecelia. I loro pomeriggi e le loro notti trascorrono tra alcol e droghe, assuefatti dai fumi dell’incoscienza, per dimenticarsi del loro status di condannati. Ingabbiati in una percezione alterata dell’esistenza, con la volontà (soltanto in apparenza illusoria) di poter cambiare le cose, i tre ragazzi ricevono inaspettatamente la telefonata di un uomo misterioso, che li vuole incontrare per commissionargli un lavoro. L’irruzione nelle loro vite di un enigmatico sconosciuto diventerà un pretesto per riflettere sulla propria condizione, in particolar modo per Lindanathi, prigioniero di un destino già segnato. Divorato dai sensi di colpa per la morte del fratello, assillato dall’Ultima Vita, ovvero ciò che potrà accadere durante il suo ultimo anno di vita, Lindanathi dovrà trovare la forza di combattere e di reagire, di trasformare il concetto di “reattivo”: non più soltanto sieropositivo ma intento a reagire.
In un Città del Capo che trasuda vivacità e autenticità, si snoda una vicenda che vuole essere un antidoto contro il lasciarsi morire, un’alternativa all’attesa fine a se stessa. Lo stesso nome del protagonista (Lindanathi significa “aspetta con noi”), sembra essere profetico del suo destino. Un destino che forse non si può cambiare, ma sicuramente si può affrontare: restare inermi non serve a nulla.

Ntshanga, con uno stile impeccabile e una prosa che sa scuotere il lettore e affascinarlo nello stesso tempo, ci narra uno spaccato di vita che ruota attorno all’idea della morte, all’attesa, al passato che non lascia liberi. Un esordio che lascia il segno, forse discontinuo nel percorso che si snoda lungo l’intero arco narrativo, ma che non manca di comunicare con la coscienza del lettore, lanciando un mantra carico di un unico significato: reagire.

Voto: 4/5

Mr. P.

Thomas Ligotti – Lo scriba macabro

Titolo: Lo scriba macabro

Autore: Thomas Ligotti

Editore: Elara

Anno: 2015

Pagine: 224

Prezzo: € 16,50

“Da giovane studente in filosofia usavo dire a me stesso: apprenderò la follia delle cose. Era qualcosa che sentivo il bisogno di sapere… qualcosa col quale sentivo il bisogno di confrontarmi. Se fossi riuscito ad affrontare la follia delle cose, pensai, allora non avrei avuto nient’altro da temere. Avrei potuto vivere nell’universo senza la sensazione di cadere a pezzi, senza la sensazione di essere sul punto di esplodere della follia delle cose che per la mia mente  era il vero fondamento dell’esistenza. Volevo strappare via il velo che copre le cose e guardarle per come sono, non rendermi cieco ad esse.” 

L’enigma Thomas Ligotti: autore di culto, fin dagli anni ’80, nel circuito weird e fantastico statunitense, lo scrittore americano di origini italiane non riesce però mai a emergere a livello mondiale, restando una figura imprescindibile soltanto per una ristretta cerchia di appassionati della weird fiction. Affetto da depressione e allergico a qualsiasi apparizione pubblica (non ha mai presenziato alle innumerevoli vittorie al Bram Stoker Award), la figura di Ligotti rimane quasi un mistero fino a quando, nel 2012, Nic Pizzolatto e la serie tv “True Detective” lo fanno conoscere al mondo. Il nichilismo e la cupa visione esistenziale del protagonista Rust Cohle, pescano infatti a piene mani nella poetica ligottiana, divisa tra saggi e racconti. Le opere dell’autore americano arrivano così anche in Italia, grazie a Il Saggiatore e a Elara, anche se c’è da dire quest’ultima aveva visto lungo, pubblicando la raccolta “I canti di un sognatore morto” (2007) in tempi non sospetti.

Lo scriba macabro” è la seconda antologia personale di Ligotti, risalente al 1991 e portata in Italia da Elara nel 2015.
Immergersi nella narrazione di Ligotti significa perdersi in un universo oscuro, dove lo spazio e il tempo sembrano assumere forme diverse, in cui l’ombra regna incontrastata e la luce, per quanto si sforzi, non riesce a penetrare. I personaggi dei racconti di Ligotti vanno incontro alla loro dannazione quasi inconsapevoli, in un crescendo di orrore che non dà tregua. Non esistono possibilità di redenzione o spiragli di salvezza: il destino dell’uomo non può fare a meno della sofferenza e della solitudine, sentimento e condizione portanti dell’esistenza umana. Il terrore che Ligotti sa instillare con le sue storie è onirico e strisciante. Un’angoscia che si annida sotto pelle, per poi fuoriuscire adagio fino a saturare ogni più piccolo poro degli sventurati protagonisti e di chi gli sta intorno.
Ligotti pesca a piene mani sia nell’orrore cosmico di Lovecraft, fatto di universi paralleli, creature senza nome e visioni inimmaginabili, sia nell’orrore psicologico di Poe, in cui il quotidiano viene destabilizzato e non si riesce più a distinguere tra realtà e finzione. Ma i lusinghieri paragoni non devono fuorviare: l’opera dell’autore statunitense possiede una considerevole originalità propria, costruita attraverso trame e intrecci mai banali e sempre sorprendenti. Addentrandoci nel cosmo allucinato di Ligotti possiamo trovare un’istitutrice la cui anima viene divorata da suoni e visioni perturbanti (“Miss Plarr”), creature senza nome oggetto di esperimenti grotteschi (“I bozzoli”) e onirici pedinamenti notturni (“Sognare a Nortown”). Non mancano però anche un cinema dai contorni surreali, nera sorgente degli incubi (“Fascino”) e un manoscritto foriero di morte (“Nethescurial”).
Menzione a parte meritano le decadenti ambientazioni elaborate da Ligotti che, da semplice sfondo, spesso diventano vere e proprie protagoniste delle storie narrate. Luoghi pregni di corruzione, che paiono avulsi dal mondo per come lo conosciamo, bui anfratti carichi di mistero. Basti pensare ai corridoi ricoperti di una densa e odorosa sostanza scura del racconto “Scuola serale” o alla chimerica casa di “Nell’ombra di un altro mondo” che pare costruita con “materiali illeciti…come se sogno e vapore si fingessero materia solida”.
Un piccolo appunto va all’edizione: molto curata per quanto riguarda copertina e impaginazione, meno dal punto di vista della traduzione, con una quantità di refusi davvero eccessiva.

Ligotti ci fa dono di una preziosa collezione di turbamenti, descritti con uno stile complesso e dalle sfumature auliche, forse non adatto a tutti i palati, ma che saprà regalare grandi soddisfazioni a chi si immergerà totalmente nella sua poetica e nella sua continua ricerca linguistica. Racconti che affascinano e inquietano, che profumano di horror vecchio stampo ma che regalano nello stesso tempo stranezze quanto mai originali. Compagni perfetti per trascorrere queste fredde notti invernali.

Voto: 4/5

Mr. P.

Alberto Laiseca – Uccidendo nani a bastonate

Titolo: Uccidendo nani a bastonate

Autore: Alberto Laiseca

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 156

Prezzo: € 12,00

“Per essere efficace un titolo deve possedere le seguenti caratteristiche: UNO deve essere corto DUE deve avere a che vedere con l’opera TRE non deve inquietare QUATTRO deve essere intelligente ma non troppo CINQUE deve intrigare SEI deve essere ironico SETTE non deve assomigliare a nessun altro titolo OTTO non deve dar luogo a equivoci NOVE non deve essere ermetico, né contenere riferimenti scatologici.”

Tredici racconti: o forse sarebbe meglio dire tredici irresistibili deliri, tutti parte del medesimo, schizofrenico e geniale, universo narrativo. In “Uccidendo nani a bastonate”, lo scrittore argentino Alberto Laiseca inventa infatti un proprio cosmo, fatto di popoli dai nomi bizzarri e dalle abitudini ancora più strambe. Un intero mondo fantastico, che affonda però le radici ben salde nel nostro, in un mix esplosivo, che fa dell’atipicità e di una incontrollabile follia i propri punti di forza. Un tuffo a occhi chiusi nell’assurdo, ignari di cosa ci sarà ad aspettarci in queste pagine.

Il pianeta partorito dall’immaginazione di Laiseca è dominato dalla Tecnocrazia, un governo dittatoriale, che fa della guerra e dello sterminio le proprie bandiere. L’autore azzarda più di un parallelismo con l’esercito nazista, descrivendo camere a gas e campi di concentramento quali metodi primari di violenza e reclusione. Ma lo scenario non deve trarre in inganno: i racconti sono quanto di più variegato si possa immaginare e, anche quando trattano di smaltimento cadaveri o di metodi di tortura, altamente spassosi.
Numerosissimi i curiosi personaggi che popolano queste storie: scienziati, egittologi, scrittori in crisi, mariti spietati e piante magnetofoniche. Ci imbattiamo così nella feroce vendetta della mummia di Mozart (“La mummia del clavicordo”), in un incosciente esperimento all’interno di una tromba d’aria (“Viaggio nel tornado”) o nel peggior supplizio che l’uomo abbia mai inventato (“Il serpente Kundalini”). Non mancano un commissario politico che si tramuta in un farneticante dittatore (“Il delirio del delirio”) o un sovrano che costruisce palazzi per segregare le proprie consorti (“Gradinata di gioielli”). Un turbinio di situazioni eccentriche, impietose ma irresistibili nello stesso tempo, che ci conducono alla genialità del racconto che chiude la raccolta. Protagonisti di “Inventando titoli nella caverna d’inverno” sono due vivaci scrittori alla ricerca di un titolo per la propria opera: così, tra titoli assurdi, grotteschi e ingegnosi, si arriva alla rivelazione finale. Menzione a parte merita “Il cecoslovacco”, il racconto che più ho amato e che narra delle violenze psicologiche inflitte da un marito crudele a una moglie indifesa. Un piccolo e terribile gioiello narrativo.

Alberto Laiseca confeziona una raccolta difficile da catalogare, in cui il lettore non può fare altro che mollare ogni reticenza e lasciarsi trasportare dal flusso impetuoso di questi tredici racconti. Un viaggio nell’incredibile, in cui ogni cosa può accadere ma dove il fantastico e l’ironia non rimangono fini a se stessi ma guardano con occhio lucido alla diversità, alla discriminazione, al servilismo verso i poteri forti. Un autore che non conoscevo ma che mi ha favorevolmente impressionato, con un’opera che rientra di diritto tra le più originali che abbia mai letto.

Voto: 4/5

Mr. P.

Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere

Titolo: Parole nella polvere

Autore: Máirtín Ó Cadhain

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2017

Pagine: 400

Prezzo: € 26,00

“Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri, gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme…”

Uno schizofrenico, gioioso, funebre delirio. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver terminato la lettura di “Parole nella polvere”, romanzo corale dello scrittore irlandese Máirtín Ó Cadhain, tradotto per la prima volta in italiano da Edizioni Lindau. Proprio la presenza di ben quattro traduttori è stato uno degli aspetti che mi aveva maggiormente incuriosito prima di immergermi nelle febbricitanti atmosfere dell’opera di Ó Cadhain. Scritto in origine in gaelico e poi tradotto in inglese, in tre differenti versioni, “Parole nella polvere” è ricchissimo di suggestioni e riferimenti alla cultura popolare irlandese, creando un turbinio di espressioni che sono state mantenute anche nella traduzione italiana, senza per questo rendere difficoltosa la lettura. Grande merito quindi, a mio modesto parere, va riconosciuto ai traduttori (Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano).
Dopo questa doverosa premessa, possiamo addentrarci nelle folli pagine di Ó Cadhain.

L’intero libro è ambientato tra le tombe di un piccolo cimitero del Connemara, regione selvaggia dell’Irlanda occidentale. Protagonisti sono proprio coloro che abitano quelle tombe. Attenzione però: i morti non sono mai stati così vivi! E direi anche così spassosi. Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, “Parole nella polvere” ci rende partecipi dei piccoli drammi di un’intera comunità, tra i dilemmi della quotidianità e i disastri della seconda guerra mondiale e del nazismo. Il linguaggio è colorito e fragoroso, in cui insulti e maledizioni di certo non si sprecano. Insomma, più che in un cimitero, ci pare quasi di essere un mercato rionale. Ed è proprio questa la forza dell’opera di  Ó Cadhain: una vivacità che scorre come energia elettrica tra le pagine del libro, catturando il lettore e trascinandolo a forza tra le meschinità e i futili problemi di un paesino del Connemara. Se pensiamo poi che a recriminare sul passato e a essere smaniosi di conoscere quanto sta accadendo nel mondo dei vivi sono i defunti, l’effetto comico e surreale è assicurato. Altroché pace e riposo eterno: nel piccolo cimitero di Ó Cadhain a regnare è una caciara vitale e senza freni.
Assistiamo così alle imprecazioni cariche d’odio di Caitríona, vedova perennemente in guerra contro la sorella e la nuora. All’ostentazione di cultura del Maestro, vanificata dalle feroce gelosia verso la moglie e il nuovo amante Billyboy il postino. O ancora al pudore di Jack l’usignolo, che non vuole mai parlare male di chi non è presente. Il microcosmo di Ó Cadhain è ricchissimo di personaggi, ognuno con le proprie debolezze e manie. Ognuno invidioso di ciò che hanno gli altri. E cosa ci si può invidiare tra morti, se non la croce? Una possente croce in pietra dell’isola, piantata sopra la tomba a dimostrare che sotto quel cumulo di terra non giace una persona qualunque. La stessa croce che diventa motivo di orgoglio ferito per Caitríona, che domanda a ogni nuovo arrivato a che punto sia la sua preparazione.
Unica voce che si distacca dal cicaleccio dei morti è quella della tromba del cimitero, che dolente introduce il lettore a ogni nuovo capitolo, con i suoi nostalgici paragoni tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Parole nella polvere” non è una lettura semplice. Ci si deve dedicare tempo e attenzione, se non altro almeno per districarsi tra la selva di personaggi. È un libro che mi ha ricordato l'”Ulisse” di Joyce, con quella sua forma poco romanzata e parecchio sperimentale, che a tratti potrebbe risultare pesante. È un’opera che deve essere scoperta poco alla volta, prendendo piano piano confidenza con gli abitanti del cimitero e con le loro storie. Un’esperienza di lettura, forse non adatta a chiunque, ma che potrebbe donare molto a chi decide di immergersi completamente tra le sue pagine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Peppe Fiore – Dimenticare

Titolo: Dimenticare

Autore: Peppe Fiore

Editore: Einaudi

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: € 18,50

“Il passato esiste solo in funzione di come uno se lo racconta, e diventa davvero passato solo quando prende la forma di una storia.”

“Come si fa?”, mi chiedo. Come si fa a parlare di un libro che mi ha colpita così nel profondo? Come posso esprimere con le parole, in modo razionale e pacato, ciò che non sono neanche ancora riuscita a metabolizzare per bene? Potrò, riuscirò? Queste sono le domande che mi pongo mentre mi accingo a scrivere di “Dimenticare”, ultimo lavoro di Peppe Fiore, scrittore e sceneggiatore napoletano. Fin dalle prime pagine sono stata catturata dalle atmosfere di questo romanzo, che può apparire a qualcuno, forse, abbastanza semplice; dietro a questa maschera, si rivela invece – a mio avviso – una complessità non da poco. La scena iniziale mi ha immediatamente richiamato alla mente, chissà perché, Paolo Sorrentino e, man mano che procedevo con la lettura, non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione: la storia narrata, le ambientazioni, i dialoghi tanto scarni quanto pungenti, quel senso di sospensione e di assurdo, tutto mi ha ricordato un film del regista napoletano. E questo è assolutamente un punto a favore, amandolo io moltissimo!

Il protagonista di “Dimenticare” è Daniele, un uomo all’apparenza schivo, che decide di abbandonare di punto in bianco la sua vita a Fiumicino per trasferirsi altrove, in un paesino sulle montagne laziali, con l’intento di prendere in gestione il bar di una stazione sciistica ormai inutilizzata. Nulla di troppo complicato, fino a qua: sono molte le opere che parlano di decisioni affrettate, di cambiamenti inaspettati, di luoghi “limite”, solitari e silenziosi. Daniele comincia a condurre un’esistenza pacata: instaura dei rapporti con alcuni abitanti, lavora senza sosta e tutto sembra filare liscio. Fin da subito, però, il lettore intuisce che qualcosa non quadra: perché Daniele se n’è andato? Che cosa l’ha spinto ad allontanarsi dalla sua famiglia, da quel fratello tanto amato quanto odiato, da quel nipote così affezionato a lui? Perché il passato sembra tornare ad ogni respiro, che cosa sta cercando di cancellare con tenacia, con una forza che l’ha fatto isolare in quella casa dismessa? E, ancora, è davvero possibile dimenticare? Perché i ricordi possono riemergere, il protagonista stesso se ne rende conto: «Credeva di essersene liberato e invece erano rimasti lì, sotto la corteccia della coscienza, come radici che non possono esprimersi alla luce, e si ramificano verso il profondo».

Il romanzo di Peppe Fiore non è però né un thriller né un giallo e, soprattutto, non è per nulla scontato: ciascuna pagina è intrisa di malinconia, la psicologia del protagonista è scavata a fondo ed aleggia continuamente nell’aria qualcosa di strano, di oscuro, quella «bestia addormentata, sempre con un occhio chiuso e l’altro aperto», che si nasconde dentro ciascuno di noi. Fiore è in grado di mostrarci le parti più sofferenti e cupe di noi stessi, è stato capace di farmi venire i brividi e di smuovere corde molto profonde, con una certa poeticità, che si riscontra fino all’ultima, perfetta, parola.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Fritz Leiber – La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Titolo: La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Autore: Fritz Leiber

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Quanti di noi che vivono in una grande città sanno cosa c’è dentro o al di là delle pareti che delimitano il nostro appartamento, persino quelle contro cui dormiamo? Nascoste e inarrivabili come i nostri organi interni. Non possiamo neanche fidarci delle mura che ci proteggono.” 

Fritz Leiber, autore che si è addentrato in ogni meandro della letteratura fantastica, dalla fantascienza al fantasy (è stato infatti tra i precursori dello sword and sorcery), passando per l’horror e il weird, nel nostro Paese, dopo gli anni ’80, non ha più goduto di vita facile. A riportare nelle librerie italiane uno dei maggiori esponenti del fantastico del secolo scorso, ci ha pensato la casa editrice Cliquot, che ci ha già stupiti in passato (e siamo certi continuerà a farlo) con recuperi oculati e preziosi.
La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” è una raccolta di racconti mai tradotti in Italia e pubblicati originariamente sulle principali riviste pulp dell’epoca, tra cui la storica “Weird Tales”. Ma il termine “mai tradotti” non equivale, in questo caso, a minori. Anzi, il volume raccoglie una fetta significativa della produzione horror dell’autore, raccolta in ordine cronologico, così da rendere partecipe il lettore dell’evoluzione stilistica e tematica di Leiber.

Il racconto che apre le danze, “La villa del ragno”, è un esempio emblematico delle storie del terrore che tanto piacevano alle riviste di genere degli anni quaranta. Un mistero che si dipana pagina dopo pagina, in un vortice che mescola folli esperimenti scientifici, un enigmatico anfitrione, una creatura mostruosa e una donna da salvare. Insomma, tutti ottimi ingredienti per creare una tipica storia dell’orrore. Con “Il signor Bauer e gli atomi”, influenzato dallo scoppio atomico di Hiroshima, ci addentriamo nei territori della fantascienza. Una manciata di pagine in cui la psicosi del protagonista e gli atomi del suo corpo costituiscono gli elementi caratterizzanti. In “Qualcuno urlò: strega!” torniamo a un classico della letteratura horror: un essere femminile ammaliante e fatale, dai poteri soprannaturali. Un racconto forse fin troppo tradizionale e a mio avviso l’episodio più debole dell’intera raccolta. “Il demone del cofanetto” ci offre invece il primo assaggio di quell’esplorazione del subconscio che Leiber svilupperà più compiutamente nei racconti a venire. L’idea alla base della storia è a dir poco geniale: un’attrice che svanisce poco a poco non appena la sua vita e le sue vicende personali smettono di essere sulla bocca di tutti. La celebrità come vera e propria forma di sostentamento. Un’aspra critica alla società mediatica, che si basa sull’apparenza e sul successo. Un autentico gioiellino. Si prosegue con “Richmond, fine settembre, 1849″, in cui Leiber scomoda un mostro sacro della letteratura, immedesimandosi nei suoi pensieri e nelle sue azioni, a seguito di un incontro casuale con un’affascinante quanto misteriosa signora. Un incontro che forse non si rivelerà così accidentale. Arriviamo poi al vero capolavoro della raccolta: “La cosa marrone chiaro”, che dà anche il titolo al volume. Prima e più corta stesura di “Nostra signora delle tenebre”, forse il romanzo più rappresentativo dell’intera produzione dello scrittore americano, “La cosa marrone chiaro” esprime la personalissima visione del mondo di Leiber. Il senso di confusione e di vero e proprio terrore di fronte all’immensità delle metropoli moderne, in cui in ogni anfratto possono nascondersi inquietanti pericoli. Una sensazione acuta di smarrimento che attanaglia il protagonista, perso in una San Francisco che prende vita, il cui punto nevralgico è la collina di Corona Heights. Un racconto incredibile che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. La concezione postmoderna dell’autore si riflette anche nel successivo “Fantasie paurose”, dove lo spazio si restringe dalla città a un condominio, in un cui un’enigmatica figura femminile (altro tema ricorrente), turberà la monotonia della vita del protagonista. Il volume si conclude con “Il nero ha il suo fascino”, folle monologo di una moglie verso il proprio marito. Completano il tutto la preziosissima introduzione del curatore e traduttore Federico Cenci e un’appendice in cui lo stesso Leiber racconta del proprio turbolento rapporto con la rivista “Weird Tales”.

La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” si rivela una raccolta preziosa che sprigiona un concentrato d’inquietudine sotterranea. Un terrore che striscia sottopelle e che può annidarsi nei muri del proprio appartamento, in un ascensore, in un parco. Una paura dalle mille sfaccettature, che prende il via dal gotico più classico per invadere le megalopoli moderne. Racconti che sussurrano il proprio carico di angoscia, avviluppando il lettore in un vortice, senza più lasciarlo andare.

Voto: 4/5

Mr. P.

Amy Fusselman – Il medico della nave / 8

Titolo: Il medico della nave / 8

Autore: Amy Fusselman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 208

Prezzo: € 13,00

“Me ne stavo sdraiata lì, a percepire quelle mani su di me nonostante lo spazio che ci separava, e pensavo, Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio, ma il tempo.”

È innegabile: la non-fiction sta prendendo il sopravvento, ultimamente, anche e soprattutto nella forma del memoir. Abbiamo forse bisogno di qualcosa che vada al di là della finzione, di qualcosa che ci ricordi i nostri legami con la realtà di tutti i giorni, che ci faccia pensare “Tutto questo è accaduto davvero, perciò lo sento più vicino a me, più autentico?”. Qualunque sia il motivo, anche per Edizioni Black Coffee è giunto il momento di confrontarsi con un’opera del genere: “Il medico della nave / 8”, infatti, sono due lavori autobiografici della scrittrice newyorkese Amy Fusselman, riuniti nell’ultima uscita della casa editrice toscana, dalla copertina ancora una volta brillante e significativa.

Fin dalle prime frasi de “Il medico della nave”, Amy Fusselman mette in evidenza quelli che saranno due punti fermi di questo suo lavoro: la maternità («Io voglio restare incinta. O meglio, non voglio morire senza aver avuto figli.») e la morte, recente, del padre («Un tempo ero una bambina, avevo un padre. Ora mio padre è morto. E’ morto due settimane fa.»).  Due concetti completamente opposti si contrappongono per tutta la prima parte del libro: da un lato troviamo un desiderio fermo, costante, ricercato con fatica e speranza, talvolta con paura e frustrazione, una volontà che ha a che fare con la nascita, l’aprirsi alla vita, al cominciare a scrivere la propria storia, ogni giorno. Dall’altro, assistiamo, impotenti come la scrittrice stessa, allo spegnersi di un’esistenza, e a tutto ciò che questo comporta. La Fusselman alterna continuamente le sue sensazioni, i suoi timori ed il suo arduo percorso verso la maternità ai ricordi trascritti dal genitore in un diario tenuto quando era medico su una nave durante la Seconda Guerra Mondiale. In qualche modo, grazie a quelle pagine ormai passate, il padre della scrittrice riesce a rivivere, a dare un segno non solo al lettore, ma anche alla stessa figlia che ancora lo cerca, nonostante tutto.

In “8”, Amy Fusselman continua le sue riflessioni, ampliandole ulteriormente: di fondamentale importanza il concetto di tempo, che qui viene sviscerato in tutte le sue sfumature. Tempo, quindi, non solo come ciò che separa le persone le une dalle altre, ma anche come base per imparare qualsiasi cosa («Gli esseri umani imparano tramite ripetizione. Questo ci rende vincolati al tempo.»), come fiume in cui continuamente siamo immersi («Tu ci sei dentro a quel fiume, e la tua vita si svolge lì, giorno dopo giorno, azione dopo azione.») ma anche come mappa, che l’uomo cerca di utilizzare razionalmente per controllare ciò che, forse, ancora non conosce perfettamente. Ed è nel tempo stesso che si muove la penna della scrittrice, andando a ritroso, ricordando il suo amore per il pattinaggio, per le sue figure, le esperienze di terapia affrontate negli anni (da quella psicologica, tradizionale, a quelle più alternative). Il fil rouge che lega la maggior parte dei suoi ricordi, però, ha a che fare con un trauma vissuto quand’era bambina ed è proprio alla persona che ha dato vita a tutto ciò che la Fusselman si rivolge: il suo pedofilo. Se sono stata in grado sentire in modo vivido soltanto alcune parti di questo libro – forse a me i memoir non fanno l’effetto che ho ipotizzato all’inizio? Sono più attratta da ciò che non è completamente frutto dell’esperienza reale altrui? -, è con il ringraziamento dell’autrice all’uomo che ha influenzato irrimediabilmente la sua vita che ho avvertito le prime, vere, coltellate in pieno petto. «Ed è con gioia che ora dico: grazie, pedofilo. (…) grazie di aver fatto di me una scrittrice; (…) grazie di avermi spaventata a morte e avermi reso coraggiosa; grazie di avermi fatto credere di essere una supereroina che stava salvando la sua famiglia da morte certa».

Credo sia questo, forse, il messaggio più importante celato nelle pagine di entrambi i lavori: riuscire a scorgere un po’ di luce, là dove sembra esserci soltanto il buio più totale.  Ricordare per tenere ben presente, ben vivo il proprio percorso, ciò che si è superato e ciò che si è in grado di affrontare. Comprendere la paura del futuro, accettarla, farla propria ma poi metterla da parte: e non dimenticare mai, mai, che «La più grande menzogna del mondo è quella che ci fa credere che se una cosa è successa una volta, succederà di nuovo».

Voto: 3,5/5

Mrs. C.