Dario Pontuale – L’irreversibilità dell’uovo sodo

Titolo: L’irreversibilità dell’uovo sodo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 236

Prezzo: € 14,00

“Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri.”

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è la terza opera di Dario Pontuale che leggo nel giro di qualche mese ed è il terzo centro pieno che l’autore romano realizza con i suoi scritti carichi di dolce mestizia e tensione emotiva. Quello che abbiamo di fronte è un romanzo che si può ascrivere in parte alla letteratura di viaggio, intesa ovviamente sia come viaggio fisico che spirituale. Leggendo “L’irreversibilità dell’uovo sodo” ci addentriamo insieme al protagonista in una Argentina che, partendo dalla moderna e industrializzata Buenos Aires, si snoda attraverso terre brulle e sconfinate e paesini quasi dimenticati, per raggiungere il cuore della Patagonia, fino ai confini con il Perù e alla Terra del Fuoco. Un cammino che ci insegnerà più di quanto possiamo immaginare.

Protagonista del romanzo è Gabriele Grodo, socio ormai unico dell’agenzia investigativa Grodo & Luccherini, dopo che l’amico Alessio Luccherini decide di abbandonare il lavoro da investigatore per dedicarsi anima e corpo all’amore della sua vita. Tra le dimissioni della segretaria Cristina, un factotum ucraino che si lascia scoprire ad ogni appostamento e i clienti che scarseggiano alquanto ad arrivare, la passione e la vitalità di Gabriele sembrano essere evaporate, lasciando il posto ad un’esistenza priva di stimoli e di nuovi orizzonti da inseguire. L’agenzia sembra destinata alla sfacelo, e con lei anche Gabriele, quando inaspettatamente arriva una telefonata che cambia radicalmente le carte in tavola. Dall’altro capo del filo c’è il signor Arduini, pensionato che nutre un amore viscerale per il mondo degli scacchi e purtroppo costretto da tempo su di una sedia a rotelle. Arduini è assolutamente convinto di aver intrapreso da più di dieci anni una partita a scacchi a distanza con l’imbattuto campione mondiale Alfred Molling, il tutto attraverso una fitta e bizzarra corrispondenza. Molling, il più grande scacchista di sempre, è scomparso inspiegabilmente negli anni ’70, senza più lasciare alcuna traccia di sé. Arduini ha però desunto si tratti di lui dal suo impareggiabile modo di giocare e potete immaginare quale sia il suo stupore e la sua immensa gioia nel constatare che, con uno scacco matto, uno sconosciuto amatore abbia battuto un campione mondiale. Dall’invio però dell’ultima corrispondenza contenente lo scacco matto, Arduini non riceve più risposta dal suo avversario. Il compito di Gabriele sarà quindi quello di recarsi a Buenos Aires, città da cui sono partite tutte le missive, per consegnare nelle mani di Molling la mossa che ha decretato la sua sconfitta, sancendo così definitivamente la vittoria di Arduini. Un compito in apparenza senza difficoltà, oltretutto ben pagato e che coniuga anche qualche giorno di vacanza. Gabriele accetta con entusiasmo, non sapendo che quello a cui andrà incontro sarà un viaggio all’interno del territorio argentino, in cui farà la conoscenza di personaggi strabilianti, ognuno dei quali gli consegnerà la chiave per comprendere meglio la propria esistenza e i propri sogni, tanto che la ricerca del campione scomparso diventerà un pretesto per una più importante ricerca interiore. La grande abilità di Pontuale la ritroviamo anche nell’originale espediente di creare un parallelismo tra l’avventura di Gabriele e il viaggio intrapreso da Kurtz nel romanzo di Jospeh Conrad “Cuore di tenebra, la cui lettura guiderà come un compagno fedele l’intero percorso di Gabriele. Ultima considerazione sui personaggi che l’investigatore troverà lungo il suo cammino, mai mere macchiette ma uomini dotati sempre di una propria complessa e profonda personalità: troviamo così Eneas, venditore di libri ambulante che conosce a memoria tutti gli incipit dei volumi che vende, Erastos, definito “ritrattista della parola”, ossia un poeta di strada che scrive versi su misura a chi glieli richiede, per continuare con i Munoz, strampalati fratelli contrabbandieri di alcool ma dal cuore d’oro e terminando con il marinaio filosofo Neto, che svelerà a Gabriele il mistero dell’uovo sodo.

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è un romanzo intenso ed estremamente affascinante, che ci prende per mano e ci conduce nelle zone d’ombra della coscienza umana, lasciandoci però sempre intravedere uno spiraglio di luce e di speranza, che tocca a noi rincorrere e fare nostro. Un viaggio appassionante che sarà difficile da dimenticare, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, conscio che il più delle volte ciò che conta veramente non è il raggiungimento della meta, ma ciò che apprendiamo e che ci viene insegnato durante il tragitto.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Dario Pontuale – Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Titolo: Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2012

Pagine: 210

Prezzo: € 14,00

“«Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce, dunque, perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità.». Pausa, facendosi più scuro in volto: «Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano dalla vita?».”

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Dario Pontuale è stato una vera e propria rivelazione: dopo aver amato lo splendido “La biblioteca delle idee morte”, ho voluto continuare nella scoperta della sua opera e la scelta è ricaduta su “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno”. Man mano che mi addentravo nell’affascinante ed ipnotica vicenda narrata, ho ritrovato tutti gli elementi che avevano fatto nascere in me la sincera ammirazione per la scrittura dell’autore romano: l’amore incondizionato per la lettura e la scrittura, le profonde e toccanti riflessioni che ti obbligano a rileggere più volte la stessa frase, perdendoti nella malinconica filosofia di Pontuale e un’attenta e curata costruzione psicologica dei personaggi. “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un romanzo in cui ci si addentra in punta di piedi, dapprima increduli e ammaliati, per poi lasciarsi travolgere dal corso degli eventi e dalla tenace ricerca di un significato a quanto il protagonista sta vivendo.

La storia prende il via il giorno in cui il narratore, Zeno Bizanti, acquista la sua prima casa. Autore di programmi televisivi che potremmo definire “spazzatura”, Bizanti viene licenziato proprio quando tenta per la prima volta di osare, andando al di là dei banali talk show o degli imbarazzanti reality. Evidentemente però l’onestà non paga e l’ormai ex autore si ritrova di punto in bianco disoccupato. L’acquisto immobiliare, programmato settimane prima, diventa quindi quasi il simbolo di un nuovo inizio, una sorta di catarsi per ripulirsi dallo scomodo passato. L’abitazione apparteneva all’eccentrico Eugenio Bisigato, guardiano notturno affetto da disposofobia, ossia un disturbo mentale caratterizzato dal bisogno ossessivo di accumulare oggetti. Bizanti infatti trova la prima sorpresa quando scopre che il seminterrato dell’immobile è stipato all’inverosimile da cianfrusaglie ed anticaglie di qualsiasi genere. Ma le bizzarrie per il nuovo proprietario non finiscono qui. Infatti non trascorrono che una manciata di giorni, prima che un’arzilla e simpatica vecchietta bussi alla porta di casa Bizanti, chiedendo del signor Bisigato. L’anziana signora ha ritrovato su di una panchina una moleskine, in cui viene espressamente indicato che in caso di smarrimento l’oggetto venga restituito ad Eugenio Bisigato. Il quaderno però è soltanto il primo di una serie di dieci e riporta la cronaca della scoperta di Uqbar, antica regione dell’Asia Minore. Come se non bastasse, altri due curiosi personaggi irrompono nei giorni successivi nella vita di Bizanti, entrambi con una copia della moleskine: un austero e distinto signore con l’hobby di fotografare fulmini e un giovane aspirante scrittore con la passione per Bukowski. Tutti e quattro insieme, aiutati anche dalla nipote di Bisigato e dal migliore amico di Bizanti, cercano di fare luce sul criptico operato dell’autore delle moleskine. La regione descritta nel quaderno è reale o è stata partorita dalla mente stravagante di Bisigato? E perché disperdere dieci moleskine identiche per tutta la città? Interrogativi che porteranno ad un’incessante ricerca di un mondo supplementare al nostro. Intanto l’immaginazione dei protagonisti (e dei lettori) galopperà verso lidi poco battuti, in un turbinio di ipotesi e fantasticherie.

Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un libro sul potere della fantasia e sulla finzione che si mescola alla realtà, rendendola diversa e più affascinante rispetto a quanto i nostri occhi vedono. Un’ode alla forza del racconto, al talento di inventare storie che rapiscono e ipnotizzano, alla volontà di non accontentarsi di questo mondo ma di cercare costantemente qualcosa di differente, di magico  ed appassionante. Perché a volte ciò che ammiriamo attraverso le lenti dell’immaginazione è più vero della realtà stessa.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dario Pontuale – La biblioteca delle idee morte

Titolo: La biblioteca delle idee morte

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 138

Prezzo: € 10,00

“D’accordo, forse non camperò scrivendo romanzi o racconti, ma certamente sopravviverò leggendoli.”

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La biblioteca delle idee morte” è l’opera d’esordio di Dario Pontuale, scrittore romano e studioso di letteratura otto-novecentesca, autore di tre romanzi. Anche se, quando parliamo di “La biblioteca delle idee morte“, identificarlo come romanzo, nell’accezione più classica del termine, è riduttivo. Infatti il primo libro di Pontuale racchiude al proprio interno cinque racconti, che si fondono e diventano una cosa sola con la storia principale narrata dal protagonista. Il tutto poi è una splendida e sentita dichiarazione d’amore verso quel mondo fatto di carta e inchiostro, che al suo interno racchiude emozioni a non finire. I libri, e di conseguenza la lettura e la scrittura, sono i veri e indiscussi protagonisti dell’opera di Pontuale, che diventa un’ode alla letteratura, senza alcuna forma di distinzione.

La narrazione prende il via attraverso le parole del protagonista, un ragazzo che lavora presso una casa editrice di piccole dimensioni. Nonostante i suoi gloriosi sogni di successo legati al mondo editoriale, al momento l’unica occupazione che è riuscito a trovare è quella di tuttofare (svuotare i cestini, riordinare le scrivanie, spegnere le luci, chiudere le ante degli armadi rimaste aperte). Questo suo ruolo, che lui ama definire come “il perfezionista dell’azienda”, gli consente di essere sempre l’ultimo che la sera abbandona gli uffici. Ciò gli permette di attuare una sua personale crociata verso i manoscritti rifiutati, per salvaguardarli e dare loro l’attenzione che si meritano. Da tre anni infatti il narratore sottrae, dalle immense pile presenti sulle scrivanie, alcuni degli scritti che non verranno mai pubblicati, creando così la propria personale biblioteca. Ogni volta che sfoglia uno dei volumi rubati, gli sembra di addentrarsi in un luogo ancora inesplorato e di essere così un privilegiato rispetto agli altri lettori, che non potranno mai godere di quelle pagine. Il protagonista ci fa così entrare quasi sottovoce all’interno del suo mondo, scegliendo di leggerci alcuni dei racconti che nel corso degli anni lo hanno maggiormente toccato nel profondo. Espediente narrativo che ho trovato particolarmente originale e intrigante, è stato l’associare ad ogni manoscritto un odore che lo impregna e con cui il narratore non può fare a meno di identificarlo. Il primo racconto di cui andiamo alla scoperta è “Tentazione” o “Racconto alla lavanda”. Francesco De Fabris è un solitario e abitudinario professore di diritto, la cui vita si trascina lenta e senza sorprese. Sarà un avvenimento semplice e banale che arriverà a fare caos nella sua esistenza. Infatti il professore riceve per sbaglio una scatola indirizzata ad un’altra persona, tale Francesco De Fabbris, e ciò scatenerà una serie di dubbi e tormenti interiori senza precedenti nella vita dell’uomo. La deve aprire oppure la deve restituire? Sarà stato un errore di ortografia oppure è davvero indirizzata ad un’altra persona? Tra incertezze e angosce, ci facciamo strada verso il secondo racconto, “Senza neanche bussare” o “Racconto al caffè”. Protagonista è il signor Renato, medico di un piccolo paese, che improvvisamente si ritrova faccia a faccia con il suo doppio, che gli propone di fingersi morto, così da dimostrare al dottore come la gente reagirà di fronte alla sua dipartita. Dapprima scettico ma poi lasciatosi convincere, il signor Renato scoprirà che ciò che gli altri pensano di lui non è esattamente come se lo immaginava. Si prosegue con “Di certo ero piccolo” o “Racconto al pane caldo”, che ci riporta ai tempi dell’infanzia, quando un cortile polveroso, un pallone e una porta improvvisata erano tutto il nostro mondo. Narrato in prima persona, il protagonista è un ragazzino che sbaglia un tiro lanciando il pallone sui rami di un albero, dove rimane incastrato. Incidente all’apparenza di poca importante, assume contorni giganteschi agli occhi del piccolo narratore, che trasformerà il recupero del pallone in una vera e propria missione. “Sguardi da un vetro” o “Racconto alla polvere” è sicuramente la storia con i maggiori risvolti filosofici e riflessivi. Lorenzo decida di abbandonare il paese in cui è cresciuto per iniziare altrove una nuova esistenza. Mentre sul treno guarda con occhi nostalgici quanto si sta lasciando indietro, fa la conoscenza di un bizzarro anziano, che gli aprirà la mente verso nuove prospettive e punti di vista. Nell’ultimo racconto, “Purgatori artificiali” o “Racconto all’aria”, seguiamo i tortuosi e toccanti pensieri di un lavoratore estremamente particolare. Chi narra la storia è infatti un guardiano di magazzini di sogni sfumati, che ci prende per mano e ci introduce all’interno della sua strana occupazione, tra clienti misteriosi e un capo spietato.

La biblioteca delle idee morte” è un romanzo nel romanzo, che alterna commoventi spaccati di vita ad intense e penetranti riflessioni esistenziali del narratore. Un vero e proprio elogio dell’arte della scrittura e di quegli scrittori che, anche se non troveranno mai qualcuno che creda nelle loro opere, avranno sempre qualcosa di bello ed importante da dire. Un invito ai lettori a non fossilizzarsi su quanto ci propone in superficie il mercato editoriale, ma a scavare  con la passione che contraddistingue  chi della lettura ne ha fatto uno stile di vita, riportando alla luce e dando la giusta visibilità a perle letterarie che altrimenti andrebbero perse. E io non posso che essere d’accordo con Pontuale: a volte le idee morte sono più vive che mai.

Mr. P.

Voto: 4,5/5

Robert Louis Stevenson – Le notti sull’isola

Titolo: Le notti sull’isola

Autore: Robert Louis Stevenson

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: € 16,00

“Vidi quell’isola per la prima volta quando non era né notte né mattino. La luna calava a ovest, ma era ancora grande e luminosa. A oriente, nella luce rosea dell’alba, la stella del mattino brillava come un diamante. La brezza di terra soffiava sui nostri volti e aveva un forte odore di limone selvatico e vaniglia, anche d’altri profumi, ma quelli erano i più intensi; la frescura mi fece starnutire. Debbo dire che ero stato per anni in un’isola bassa vicino l’equatore, vivendo gran parte del tempo in solitudine, fra gli indigeni. Questa era una nuova esperienza: perfino la lingua mi risultava nuova. La vista di quei boschi e di quelle montagne, il loro insolito odore, mi rigeneravano il sangue.”

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Quando parliamo di Robert Louis Stevenson, il primo pensiero che ci balena in testa va sicuramente ai grandi romanzi d’avventura “L’isola del tesoro” o “La freccia nera”, oppure al capolavoro della letteratura fantastica “Lo strano caso del Dr. Jekill e di Mr. Hyde”. Pochi di noi però sanno che lo scrittore scozzese ha al suo attivo anche una nutrita produzione di racconti, che spaziano dal gotico all’avventuroso, passando per il fantastico. La Bordeaux Edizioni ha pensato bene di farci riscoprire proprio una fetta delle opere brevi di Stevenson, purtroppo ingiustamente dimenticate, proponendo in una nuova traduzione la raccolta “Le notti sull’isola”. Il volume comprende tre racconti, profondamente influenzati dal soggiorno di Stevenson in Polinesia, che si protrarrà fino alla sua morte.

Pubblicate nel 1893 e originariamente non concepite come un’opera unica, le storie che compongono “Le notti sull’isola” si possono suddividere in due filoni principali, quello improntato ad un realismo volto alla condanna della presenza dell’uomo occidentale nelle colonie polinesiane, e quello invece impregnato di trovate fantastiche e surreali. “La spiaggia di Falesà”, il lungo racconto che apre il volume, è decisamente rientrante nella prima categoria. La vicenda viene narrata in prima persona dal mercante inglese Wiltshire, sbarcato sull’isola di Falesà con il compito di rilevare e riportare in attività una rivendita commerciale di beni di primo consumo. Già dalle prime pagine e dalla vivida descrizione che il protagonista fa dell’isola, ci sembra di essere catapultati in luogo esotico e fuori dal tempo, dove basta chiudere gli occhi per venire investiti dalla fresca brezza del mattino e sentire il profumo dei limoni selvatici inondarci le narici. La narrazione entra nel vivo quando Wiltshire fa la conoscenza del meschino e senza scrupoli Case, l’unico altro commerciante presente sull’isola. Simulando le migliori intenzioni, Case convince Wiltshire a sposare la bella Uma, indigena oggetto di una superstizione popolare, a causa della quale viene isolata dal resto abitanti. La paura spinge quindi gli isolani a smettere di trattare con Wiltshire, lasciando così a Case il dominio sui traffici commerciali di Falesà. Quando il narratore scopre l’inganno in cui è a caduto ad opera del rivale, giura di vendicarsi, senza però rinnegare il suo amore verso Uma. Iniziano così una serie di strani consulti con un missionario poco ortodosso e uno dei singolari vecchi a capo dell’isola, cercando di smascherare Case e le sue illusioni a danno degli indigeni, perpetrate profanando un luogo sacro mediante una subdola e diabolica messinscena. Il racconto vuole essere una denuncia del colonialismo occidentale a discapito dei popoli che abitano le isole del Pacifico, sfruttati e portati al degrado da chi invece avrebbe dovuti educarli e civilizzarli. La raccolta prosegue cambiando registro narrativo e avvolgendoci con atmosfere surreali e oniriche. “Il diavolo nella bottiglia” vede come protagonista un indigeno di nome Keawe, che entra in possesso – pagandola una miseria – di una misteriosa ed oscura bottiglia abitata da un orribile diavolo. Il mistico oggetto consente a chi lo possiede di realizzare qualsiasi desiderio, condannando però il proprietario alla dannazione eterna. L’unico modo per sfuggire alla sorte maledetta, è quello di venderlo a qualcun’altro ad un prezzo inferiore. La bottiglia condurrà Keawe sull’orlo della disperazione, intrecciando i suoi desideri con la scoperta del vero amore. Il visionario “L’isola delle voci“, ultimo racconto della raccolta, narra le vicende di Keola, genero di uno dei maghi più potenti al mondo. Venuto a conoscenza dello stravagante e pericoloso metodo utilizzato dal suocero per arricchirsi, tenta di sfruttare i suoi poteri a proprio vantaggio. Tutto ciò che però ottiene Keola è di rimanere imprigionato in un’isola dal sinistro appellativo dell’Isola delle voci, a causa dei continui bisbigli e mormorii che si odono sulla spiaggia e che gli abitanti attribuiscono agli spiriti. Keola dovrà fronteggiare una serie di inquietanti eventi, per riuscire a sfuggire al suo orribile destino. Completano il volume una bella prefazione di Ernesto Ferrero sull’importanza di leggere i classici e un’approfondita introduzione all’opera di Stevenson a cura di Dario Pontuale.

I racconti di Stevenson sprigionano un fascino irresistibile, disegnando immagini intense e colorate, in grado di trasportarci in un attimo dall’altra parte del mondo. Piccoli tesori da scoprire lentamente, lasciandosi avvolgere dall’immaginario avventuroso e irreale che sanno dipingere. Una lettura di evasione ma allo stesso tempo pregna di significati ed insegnamenti nascosti, che farà felici sia gli amanti della forma breve, sia chi cerca storie dal sapore esotico e originale.

Voto: 4/5

Mr. P.