Fritz Leiber – La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Titolo: La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Autore: Fritz Leiber

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Quanti di noi che vivono in una grande città sanno cosa c’è dentro o al di là delle pareti che delimitano il nostro appartamento, persino quelle contro cui dormiamo? Nascoste e inarrivabili come i nostri organi interni. Non possiamo neanche fidarci delle mura che ci proteggono.” 

Fritz Leiber, autore che si è addentrato in ogni meandro della letteratura fantastica, dalla fantascienza al fantasy (è stato infatti tra i precursori dello sword and sorcery), passando per l’horror e il weird, nel nostro Paese, dopo gli anni ’80, non ha più goduto di vita facile. A riportare nelle librerie italiane uno dei maggiori esponenti del fantastico del secolo scorso, ci ha pensato la casa editrice Cliquot, che ci ha già stupiti in passato (e siamo certi continuerà a farlo) con recuperi oculati e preziosi.
La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” è una raccolta di racconti mai tradotti in Italia e pubblicati originariamente sulle principali riviste pulp dell’epoca, tra cui la storica “Weird Tales”. Ma il termine “mai tradotti” non equivale, in questo caso, a minori. Anzi, il volume raccoglie una fetta significativa della produzione horror dell’autore, raccolta in ordine cronologico, così da rendere partecipe il lettore dell’evoluzione stilistica e tematica di Leiber.

Il racconto che apre le danze, “La villa del ragno”, è un esempio emblematico delle storie del terrore che tanto piacevano alle riviste di genere degli anni quaranta. Un mistero che si dipana pagina dopo pagina, in un vortice che mescola folli esperimenti scientifici, un enigmatico anfitrione, una creatura mostruosa e una donna da salvare. Insomma, tutti ottimi ingredienti per creare una tipica storia dell’orrore. Con “Il signor Bauer e gli atomi”, influenzato dallo scoppio atomico di Hiroshima, ci addentriamo nei territori della fantascienza. Una manciata di pagine in cui la psicosi del protagonista e gli atomi del suo corpo costituiscono gli elementi caratterizzanti. In “Qualcuno urlò: strega!” torniamo a un classico della letteratura horror: un essere femminile ammaliante e fatale, dai poteri soprannaturali. Un racconto forse fin troppo tradizionale e a mio avviso l’episodio più debole dell’intera raccolta. “Il demone del cofanetto” ci offre invece il primo assaggio di quell’esplorazione del subconscio che Leiber svilupperà più compiutamente nei racconti a venire. L’idea alla base della storia è a dir poco geniale: un’attrice che svanisce poco a poco non appena la sua vita e le sue vicende personali smettono di essere sulla bocca di tutti. La celebrità come vera e propria forma di sostentamento. Un’aspra critica alla società mediatica, che si basa sull’apparenza e sul successo. Un autentico gioiellino. Si prosegue con “Richmond, fine settembre, 1849″, in cui Leiber scomoda un mostro sacro della letteratura, immedesimandosi nei suoi pensieri e nelle sue azioni, a seguito di un incontro casuale con un’affascinante quanto misteriosa signora. Un incontro che forse non si rivelerà così accidentale. Arriviamo poi al vero capolavoro della raccolta: “La cosa marrone chiaro”, che dà anche il titolo al volume. Prima e più corta stesura di “Nostra signora delle tenebre”, forse il romanzo più rappresentativo dell’intera produzione dello scrittore americano, “La cosa marrone chiaro” esprime la personalissima visione del mondo di Leiber. Il senso di confusione e di vero e proprio terrore di fronte all’immensità delle metropoli moderne, in cui in ogni anfratto possono nascondersi inquietanti pericoli. Una sensazione acuta di smarrimento che attanaglia il protagonista, perso in una San Francisco che prende vita, il cui punto nevralgico è la collina di Corona Heights. Un racconto incredibile che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. La concezione postmoderna dell’autore si riflette anche nel successivo “Fantasie paurose”, dove lo spazio si restringe dalla città a un condominio, in un cui un’enigmatica figura femminile (altro tema ricorrente), turberà la monotonia della vita del protagonista. Il volume si conclude con “Il nero ha il suo fascino”, folle monologo di una moglie verso il proprio marito. Completano il tutto la preziosissima introduzione del curatore e traduttore Federico Cenci e un’appendice in cui lo stesso Leiber racconta del proprio turbolento rapporto con la rivista “Weird Tales”.

La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” si rivela una raccolta preziosa che sprigiona un concentrato d’inquietudine sotterranea. Un terrore che striscia sottopelle e che può annidarsi nei muri del proprio appartamento, in un ascensore, in un parco. Una paura dalle mille sfaccettature, che prende il via dal gotico più classico per invadere le megalopoli moderne. Racconti che sussurrano il proprio carico di angoscia, avviluppando il lettore in un vortice, senza più lasciarlo andare.

Voto: 4/5

Mr. P.

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John Ajvide Lindqvist – Musica dalla spiaggia del paradiso

Titolo: Musica dalla spiaggia del paradiso

Autore: John Ajvide Lindqvist

Editore: Marsilio

Anno: 2015

Pagine: 426

Prezzo: € 18,50

“È dai difetti che si capisce una persona. Possiamo farci un’idea osservandone le caratteristiche, buone o cattive. Tutto quello che si vede in superficie. Ma se vogliamo davvero capire chi sia, dobbiamo addentrarci nell’oscurità e conoscere i suoi difetti. La rotella mancante definisce l’ingranaggio. Un quadro si giudica dalla pennellata sbagliata, mentre l’accordo dissonante fa a pezzi una canzone. Oppure la rende interessante. È l’altra faccia della medaglia.”

Considerato da molti l’erede europeo di Stephen King, John Ajvide Lindqvist si è sempre contraddistinto per una concezione dell’orrore in chiave moderna, rielaborando in maniera originale e personalissima alcuni stilemi dell’horror più classico. Pensiamo ad esempio al vampiro, reinventato in modo magistrale in quel capolavoro che è “Lasciami entrare”, oppure agli zombie, svecchiati e rinnovati ne “L’estate dei morti viventi” o ancora pescando a piene mani nella ghost story con “Il porto degli spiriti”.
Musica dalla spiaggia del paradiso“, sesta opera dell’autore svedese, lascia invece da parte creature mostruose e terrori ancestrali per addentrarsi con maggior profondità nei meandri della psiche e della coscienza umana, miscelando elementi soprannaturali con allucinazioni e stati di alterazione mentale.

Fin dalla prima pagina ci troviamo catapultati nel centro della narrazione, che prende il via quando un gruppo di turisti, nel bel mezzo delle vacanze trascorse in un campeggio nei pressi di Stoccolma, scoprono che ogni cosa intorno a loro è sparita. O meglio, restano soltanto le loro roulotte, circondate da un’immensa landa, ricoperta da un prato verde tagliato alla perfezione e sovrastata da un cielo di un blu uniforme, senza sole e senza nuvole. Dopo un primo momento di spaesamento, il panico inizia a serpeggiare tra i protagonisti, accorgendosi ben presto di non essere soli. Misteriose figure bianche, prive di lineamenti, si aggirano inquiete intorno al campo, richiamando l’attenzione degli sfortunati campeggiatori. Proprio queste sagome diventano il fulcro dell’universo psicologico costruito da Lindqvist: c’è chi, scrutandoli, vede il padre defunto, chi un commesso viaggiatore, chi invece una tigre nera e chi addirittura l’attore Jimmie Stewart. Il passato, portando con sé il proprio carico di colpe e di inganni, torna a ghermire con i suoi artigli affilati i dieci dispersi, lasciandoli atterriti, confusi e spaventati.
Si alternano così alla narrazione delle vicende presenti, corposi e affascinanti flashback sulle precedenti vite dei protagonisti. Unico collante della follia che imperversa nel campeggio, le note suadenti che fuoriescono dalle casse dalle autoradio: un flusso continuo di canzoni svedesi, con il comune denominatore dell’autore Peter Himmelstrand. Man mano che trascorrono le ore, in un pomeriggio perpetuo senza alba né tramonto, l’alienazione e lo squilibrio mentale si fanno strada nelle menti stremate dei villeggianti, tra tentativi di contatto con il mondo reale e fughe improvvisate alla ricerca di una via d’uscita da quell’orrore fatto di erba e cielo azzurro.
Tra i vari personaggi occorre citare Molly, una sinistra bambina dal carattere ambiguo, figlia del calciatore Peter e della modella Isabelle. Lasciata in tenera età dalla madre dentro una galleria buia per parecchie ore, sembra aver sviluppato un legame angoscioso con le figure bianche e l’universo parallelo in cui sono imprigionati.

Musica dalla spiaggia del paradiso” non è un libro semplice. Si rischia più volte di perdersi nei meandri psicologici creati da Lindqvist, in una sequenza ininterrotta di realtà e finzione. Un’opera che parrebbe lasciare più interrogativi che risposte ma che, se letta con la giusta attenzione, apre lo spiraglio a più di un’interpretazione. Un libro complesso che, senza preamboli, trasporta il lettore in un mondo estraneo, in cui l’autore si diverte a lasciare del non detto, a beneficio della fantasia di chi legge. Un romanzo che trascende i generi e che farà felice chi non si accontenta di una lettura ordinaria, ma cerca un qualcosa di più.

Voto: 4/5

Mr. P.

Christian Sartirana – La gente della marea

Titolo: La gente della marea

Autore: Christian Sartirana

Editore: Nero Press Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 28

Prezzo: € 0,99

“Tutto appariva insolitamente levigato, simile a una sorta di strano manufatto marino. Come uno di quei pezzi di vetro smussati e opacizzati dall’acqua del mare. Li abbiamo raccolti tutti, credo, almeno una volta. Quei cocci di vetro hanno il fascino di un gioiello creato da mani aliene, sconosciute. Be’, le forme che avevo intorno avevano proprio il medesimo aspetto assurdo e sconosciuto. Dietro le macchine e le insegne dei negozi, contro i muri dei palazzi, sulle finestre e sopra i tetti, scorgevo tratti in cui le loro naturali simmetrie sembravano confondersi. È difficile da spiegare, ma era come se le loro forme fossero entrate in collisione. Si mescolavano, creando delle geometrie incomprensibili che, per quanto assurde, sembravano comunque avere una loro identità. Erano come il prodotto di un gusto artistico sconosciuto a quello dell’uomo. I nostri sensi non sarebbero mai stati in grado di organizzarli nella giusta sequenza. Tuttavia a guardarle m’ispiravano un orrore immediato.”

Avevo già apprezzato la prosa limpida e carica di tensione di Christian Sartirana, scrittore piemontese che sta lasciando il segno nel panorama letterario italiano di genere, nell’ottimo romanzo breve “Le cose oscure”. A distanza di qualche mese mi sono tuffato (e il verbo non è casuale) nella sua ultima fatica, il racconto “La gente della marea”, edito Nero Press Edizioni nella collana horror “Insonnia”. Cambiano completamente le atmosfere rispetto al precedente lavoro, ma il senso di inquietudine strisciante e di completo spaesamento di fronte a un orrore ignoto e arcano restano immutati.

La base dell’intera narrazione è una vecchia leggenda popolare, quella dell’Antica Gente o Gente della Marea, diffusa tra i cittadini del comune sardo di Bosa. Edoardo, il giovane protagonista del racconto, ne subisce il fascino fin da piccolo, quando a narrargliela è la nonna materna, durate le estati trascorse appunto a Bosa, paese di origine della famiglia di Edoardo. Una favola nera che porta con sé una scia di misteriose morti e sparizioni. Un mito che la madre di Edoardo vuole dimenticare, così come le sue origini e la terra da cui proviene. Cresciuto a Torino, con il tempo il narratore seppellisce nei recessi della memoria le enigmatiche e minacciose figure della Gente della Marea, fino a quando il decesso della madre e l’aver ereditato l’antica dimora di famiglia, scatenano in lui l’improvvisa volontà di riscoprire i territori della sua infanzia. Ciò che però si rivelerà essere diventata Bosa sconvolgerà per sempre la vita di Edoardo, risucchiandolo in un vortice di orrore atavico e delirante follia.

Il merito di Sartirana è quello di tenere alta fino alla fine la tensione nel lettore, in un crescendo inesauribile di malessere e di angoscia. Magistralmente descritta l’atmosfera di desolazione e di abbandono dell’ormai città fantasma Bosa, tra rimandi lovecraftiani e minuziose rappresentazioni delle forme aliene e dalle geometrie incomprensibili che invadono il paese. Sembra quasi di essere lì insieme a Edoardo, avvolti da un mistero oscuro e inesplicabile. Il fascino criptico e perverso del mare, da sempre oggetto di racconti a sfondo orrorifico, viene ben rielaborato da Sartirana, che ci offre una storia godibile e carica di suspense, che sa regalare piacevoli momenti di autentico terrore.

Voto: 4/5

Mr. P.

Stephen Graham Jones – Albero di carne

Titolo: Albero di carne

Autore: Stephen Graham Jones

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 360

Prezzo: € 16,00

“Più di qualsiasi altra cosa, suppongo, volevamo essere visti, che ci fosse data un’opportunità. Non stare più all’esterno. Probabilmente, alla fin fine tutto si riduceva a questo. E il primo passo per riuscire a farsi vedere è naturalmente fare rumore, fare quello che gli altri ragazzi non fanno o hanno troppa paura di fare. I giorni, però, continuavano a scivolare l’uno nell’altro. Nessuno notava noi, né quello che facevamo. Perfino quando parlavamo a voce alta nella caffetteria, in corridoio. E ci sarebbe voluto così poco. Un cenno del mento, un socchiudersi degli occhi. Qualcuno che ci chiedesse dove andavamo dopo la scuola.”

I riferimenti a mostri sacri come Stephen King, Clive Barker e Shirley Jackson, la meritata fiducia che ormai ripongo nelle scelte editoriali di Racconti Edizioni e il fatto che Stephen Graham Jones avesse tentato all’età di dodici di diventare un lupo mannaro, hanno fatto sì che “Albero di carne” dovesse diventare una raccolta di racconti da leggere assolutamente. Dopo un inizio folgorante e squisitamente agghiacciante, man mano che mi inoltravo nel mondo popolato dagli incubi e dalle ossessioni di Jones, ho compreso di essere di fronte ad un grande autore, capace di dare nuova linfa alla narrativa di genere, grazie ad una fantasia sconfinata e ad un metodo di costruzione della suspense praticamente perfetto.

I racconti di Jones si snodano nel cuore della provincia americana, tra cittadine ai margini, lande desolate e boschi inospitali. L’orrore che scaturisce dalla penna inquieta dello scrittore statunitense è un terrore sussurrato, ignoto, con cui il lettore deve fare i conti pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine e angoscia, per poi esplodere in finali spiazzanti e carichi di pathos. Non mancano però anche momenti ascrivibili al thriller in cui la tensione fa da padrona sin dalla prima riga oppure immagini crude e brutali (ma mai fini a se stesse), che stordiscono come un pugno assestato in pieno volto, caratteristiche imprescindibili per la buona riuscita di ogni libro horror che si rispetti. Ed è proprio la grande varietà di temi e di intrecci che rendono la raccolta Jones così godibile e mai banale: non troverete mai un racconto simile ad un altro, ma ogni storia brilla di vita propria, scatenando nel lettore emozioni sempre nuove. Sfogliando le pagine di “Albero di carne” vi capiterà di imbattervi in strane pratiche di trasmigrazione delle anime (“I figli di Billy Clay”), bizzarri venditori di unguenti e creme che nascondono atroci segreti (“La fortuna di Lonegan”), lotte per la sopravvivenza tra licantropi e orche assassine (“Wolf Island”) e ancora diaboliche lolite che per apparire più sexy farebbero qualunque cosa (“Perfetta”) e cani poliziotto che fiutano chi non dovrebbero (“Mostri”). Menzione a parte meritano “Nel nome del coniglio”, in cui l’amore assoluto di un padre per il proprio figlio si incrocia con la visione di un misterioso coniglio e “Raphael”, vero e proprio omaggio a “It” di Stephen King, in cui le paure e i traumi dell’infanzia non abbandonano mai veramente chi ne è stato vittima. Due autentici capolavori. Altra caratteristica fondamentale sono spesso i finali nebulosi dei racconti di Jones, nell’accezione migliore del termine. Infatti il lettore a tratti deve sforzarsi di comprendere e andare oltre, scavando a fondo nella trama e nella psiche dei personaggi, per trovare le risposte che l’autore intende farci arrivare. Una particolarità che rende questa antologia un piccolo gioiello: quando si tratta infatti di addentrarsi nell’arcano e nel misterioso, non è molto più stimolante interpretare un racconto, ricercando tra i vari significati, piuttosto che ritrovarsi il finale già confezionato e pronto per essere digerito? In questo Jones è un autentico maestro.

Tredici diamanti oscuri che sapranno tormentare le vostri notti, donandovi attimi di assoluto e piacevole terrore. Le visioni di Jones strisciano irrequiete per colpirvi quando meno ve l’aspettate, disegnando atmosfere conturbanti e minacciose. Lasciatevi prendere per mano e fatevi condurre nelle tenebre magistralmente ricamate dalle parole dall’autore americano: una volta entrati non vorrete più uscirne.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Horacio Quiroga – L’aldilà

Titolo: L’aldilà

Autore: Horacio Quiroga

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 172

Prezzo: € 12,00

“Costretto a terra, ho l’assoluta e chiara consapevolezza che, fra non molto, cesserò di vivere. Mai si è presentata alla mia mente una verità più incontrovertibile di questa. Tutte le restanti certezze ora fluttuano, danzano, come una specie di lontanissimo riverbero di un altro me stesso, in un passato che nemmeno mi appartiene. Se so di essere vivo è solo grazie alla consapevolezza, fulminea e dolorosa come un colpo inferto all’improvviso, che presto sarò morto.”

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Devo ammettere la mia colpa: pur provando un amore viscerale verso la narrativa breve, non avevo fino ad ora ancora approfondito la conoscenza di uno dei più grandi autori di racconti della cultura ispanoamericana, ossia Horacio Quiroga. La possibilità di colmare questa grande lacuna me l’ha concessa Edizioni Arcoiris che ha pubblicato, nella collana di narrativa latinoamericana “Gli Eccentrici”, “L’aldilà”, l’ultima raccolta di racconti scritta dall’autore, due anni prima di morire suicida. “L’aldilà” è impregnato in ogni sua pagina dall’idea della morte, che si intreccia in modo indissolubile all’amore, sia esso il sentimento appassionato di due amanti o l’amore puro e incondizionato di un padre verso il proprio figlio, approdando poi su lidi inquietanti intrisi di follia e disperazione.

Il volume si apre con il racconto che dà il titolo all’opera: “L’aldilà” narra, con tenerezza e struggente malinconia, di come il sentimento d’amore puro di due amanti morti suicidi possa sopravvivere alla morte stessa, avvolgendo le due anime in modo inscindibile, fino a farle svanire. Con “Il vampiro” rientriamo nei binari del classico racconto gotico di stampo britannico, ma arricchito e modernizzato da uno strano esperimento in ambito cinematografico, che prende il via dalla confessione allucinata del protagonista dal letto di un ospedale. Capiamo fin da subito come la donna rivesta un ruolo fondamentale all’interno dei racconti di Quiroga, qui rappresentata da una figura diafana e spettrale, che porterà a conseguenze terrificanti. “Le mosche (replica de L’uomo morto)” è un piccolo capolavoro che ci fa immergere nei tenebrosi e visionari pensieri di un uomo in punto di morte. Con “Il conducente del rapido” Quiroga ci proietta in un viaggio paranoico e delirante nei meandri della follia umana, accompagnando il conducente di una linea ferroviaria dalle prime avvisaglie di malessere fino allo sfociare irruento e fatale di un autentico squilibrio mentale. Ne “La chiamata” troviamo le atmosfere claustrofobiche e sottilmente inquietanti delle migliori ghost stories: si narra infatti dell’amore profondo e disperato di un padre verso la propria figlia, sentimento che sopravvive anche dopo la morte del genitore, trasportando il lettore verso un finale angosciante ed oscuro. Sempre l’amore di un padre verso il figlio fa da collante con il successivo racconto, “Il figlio”, basato però su di un impulso puro e devoto, che fa da contraltare ad una nuova analisi della pazzia insita nella mente umana. Con “La signorina leonessa”, Quiroga abbandona momentaneamente le atmosfere oniriche e tetre dei racconti precedenti, per narrare una sorta di fiaba per adulti, in cui una leonessa viene accolta ed allevata tra gli essere umani, dimenticando però la natura selvaggia e libera che da sempre caratterizza gli animali selvatici. “Il puritano” ci immerge nuovamente nella dimensione cinematografica, dandoci il privilegio di assistere agli incontri clandestini delle defunte star del cinema, in cui si discute di una affascinante quanto tragica storia d’amore. “In assenza” narra invece le vicissitudini di un uomo che ha perso completamente la memoria degli ultimi sei anni della propria vita e che tenta di ricostruire, pezzo dopo pezzo, un puzzle ambiguo e misterioso. Negli ultimi due racconti Quiroga congeda definitivamente il fantastico e l’irreale, per narrare dapprima la singolare e bizzarra corrispondenza tra un uomo e una donna (“La bella e la bestia”), per poi concludere con l’affresco di un seduttore che vede rivivere di fronte a sé uno spiacevole episodio della sua gioventù (“Il tramonto”).

L’adilà” è una raccolta affascinante, dalle mille sfaccettature, in cui convivono sogni e incubi, il soprannaturale e la vita ordinaria, la beatitudine dell’amore e l’angoscia della morte. Quiroga sa dare vita in poche pagine a personaggi difficili da dimenticare, esplorandone con minuzia la psicologia e i recessi delle loro coscienze. Tenui pennellate dalle tinte sfumate piene di dolcezza si tramutano in violenti getti dai colori aspri e violenti, trasportando il lettore in una montagna russa di emozioni e sensazioni, tra allucinazioni e deliri. Undici racconti che non possono mancare nella libreria di chi ama le short stories, ma anche di chi cerca un punto di partenza per inoltrarsi nel mondo della narrativa breve.

Voto: 4/5

Mr. P.

Christian Sartirana – Le cose oscure

Titolo: Le cose oscure

Autore: Christian Sartirana

Editore: Delos Digital

Pagine: 76

Anno: 2016

Prezzo: € 2,99

“Ora poniamo il fatto che la realtà nascosta tanto agognata dalla scienza, la religione e l’arte sia un qualcosa di davvero terrificante, basterebbe la semplice volontà di un uomo per eliminarla? Forse, Aurelio Rotondino aveva davvero un talento sorprendente ed era quello di catturare il vero significato delle cose reali e di saperlo rappresentare in modo che tutti potessero percepirlo. Il suo quadro forse non è solo un dipinto, ma il ritratto fedele di una finestra che si apre su un mondo ignoto, popolato di ombre e forme mai viste…”

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Christian Sartirana è un giovane autore classe 1983, che si è già fatto notare all’interno del panorama letterario italiano, in particolar modo in ambito horror e weird. Al suo attivo può annoverare la raccolta di racconti “Una collezione di cattiverie” (2014, Il Foglio Letterario) e la partecipazione a svariate antologie, tra cui “Malombre” (2015, Dunwich Edizioni) e “Sotto un cielo rosso sangue” (2016, MVM Factory). “Le cose oscure“, edito da Delos Digital all’intento della neonata collana di ebook “Horror Story“, è il suo primo romanzo breve.

La narrazione prende il via quando il protagonista, Mauro Mosca, abile restauratore, viene convocato dal ricco signor Calvo per un incarico molto particolare. Mosca si ritrova così immerso in uno sperduto paesino in provincia di Alessandria, al cospetto di una sontuosa abitazione e di un proprietario alquanto enigmatico. Il signor Calvo mostra subito al suo ospite ciò per cui sono stati richiesti i suoi servigi: occorre rimuovere la sovraincisione da un oscuro dipinto. Qualcuno infatti ha realizzato il disegno di una porta per celare agli occhi dei curiosi il vero quadro che si trova al di sotto, sul quale circolano orribili e inquietanti leggende. Si narra infatti che la tela possa condurre in un altro mondo, un universo parallelo e mostruoso in cui sia possibile venire a conoscenza di una terrificante realtà nascosta. Mosca si dimostra alquanto scettico, ma il signor Calvo gli rivelerà la vera storia del dipinto, un misto di follia e visioni demoniache, che saprà insinuarsi a dovere nella mente turbata del restauratore. Sarà quindi Mosca a dover decidere se scoprire cosa è celato dietro la tela, in un crescendo di angoscia e terrore, che sfocerà nello sconvolgente finale.

Sartirana ha saputo costruire abilmente atmosfere suggestive tipiche delle più classiche ghost stories, per poi virare verso un orrore cosmico e arcano, che richiama alla mente mostri sacri quali Lovecraft e Machen. Il terrore che sa evocare il giovane scrittore piemontese è raffinato e nascosto sotto la superficie, un orrore psicologico che tenta di infondere nel lettore visioni d’incubo e suggestioni oniriche. Un romanzo che fa della brevità uno dei suoi punti di forza, non indugiando in inutili digressioni, ma creando sapientemente la giusta dose di suspense e aspettativa. In ultimo la scrittura di Sartirana riesce a coinvolgere, risultando scorrevole e per nulla ampollosa, riuscendo ad esprimere efficacemente il senso di terrore che vuole trasmettere. L’unica pecca consiste nell’editing, svolto dalla casa editrice in maniera poco accurata e che penalizza ingiustamente uno scritto che avrebbe meritato sicuramente un trattamento migliore.

Le cose oscure” è un ottimo esempio di come il genere horror, e più nello specifico la sua deriva weird, sia vivo anche nel nostro Paese e di come si possa scrivere un buon racconto senza inutili spargimenti di sangue, ma puntando sull’originalità e sull’evocazione di un terrore mistico e psicologico.

Voto: 4/5

Mr. P.

Ray Bradbury – Il popolo dell’autunno

Titolo: Il popolo dell’autunno

Autore: Ray Bradbury

Editore: Mondadori

Anno: 2002

Pagine: 278

Prezzo: € 10,00

“Dunque, che cosa siamo? Siamo creature che sanno e sanno troppo. E questo ci carica di un fardello che ci impone una scelta: dobbiamo ridere o piangere. Nessun altro animale può ridere o piangere.”

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Incasellare “Il popolo dell’autunno”, opera che Ray Bradbury pubblicò nel 1962, all’interno di un genere è estremamente complicato. Leggendolo ci addentriamo in atmosfere gotiche e fantastiche, le sue pagine sprigionano l’inquietudine e la paura strisciante che solamente gli horror di qualità sanno regalare e ci ritroviamo compagni di viaggio di due ragazzini che intraprendono un percorso psicologico e spirituale che li porterà a scoprirsi diversi da come si immaginavano. Horror, weird, fantasy, gotico, romanzo di formazione: ognuno di questi elementi viene amalgamato da Bradbury insieme agli altri, ottenendo un risultato unico, che trascende i generi, e che possiamo soltanto definire come grande letteratura. Il tutto impreziosito da una scrittura poetica e ricercata, senza mai scadere nel ridondante e nel prolisso.

I protagonisti del romanzo sono Will e Jim, da sempre amici per la pelle, accomunati dall’inquietante data di nascita. Entrambi infatti hanno visto la luce la notte di Halloween, un minuto prima della mezzanotte Will e un minuto dopo Jim. La loro tranquilla esistenza a Green Town, divisa tra giochi infantili e il desiderio ardente di diventare adulti, viene sconvolta dall’arrivo di una sinistra locomotiva, dalla quale scende un nutrito e variegato assortimento di fenomeni da baraccone. I due ragazzi, spiandoli eccitati, assistono alla realizzazione di un misterioso luna park, pronto ad accogliere gli ignari abitanti di Green Town. I due amici, fantasticando l’intera notte sul segreto custodito da quel singolare parco di divertimenti, si recano il giorno dopo, entusiasti e intimoriti, in esplorazione del magico tendone. Lì incontrano la signorina Foley, loro insegnante, sconvolta e profondamente turbata dopo la visita al labirinto degli specchi, asserendo di aver visto una ragazza, molto simile a lei da giovane, in procinto di affogare. Gli specchi infatti raffigurano l’incedere inesorabile del tempo e la materializzazione delle nostre più recondite e nascoste paure, come avranno anche modo di sperimentare Will e Jim. I due ragazzi fanno poi la conoscenza dei due titolari del luna park, il signor Cooger, un uomo robusto dai capelli rosso fuoco e il signor Dark, detto anche Uomo Illustrato, a causa degli orribili tatuaggi che gli ricoprono l’intero corpo. I due amici scoprono così un’altra attrazione dai poteri oscuri: si tratta di una giostra che, a seconda del senso in cui la si fa girare, ha la facoltà di ringiovanire o invecchiare chiunque ci salga sopra. Un fascino tenebroso che non mancherà di sedurre i ragazzi, smaniosi di scavalcare la loro infanzia per approdare all’età adulta. Ma i loro desideri inappagati fortunatamente verranno mitigati da Charles Halloway, padre di Will e bibliotecario di Green Town. Charles rappresenta la saggezza e il coraggio dell’uomo adulto, che però continua a tenere un piede nell’età magica dell’adolescenza, mantenendo intatte dentro di sé l’allegria e le risate dell’infanzia. Proprio Charles aiuterà il figlio e l’amico a sfuggire al pericoloso signor Dark e ai suoi fenomeni da baraccone: la Strega della Polvere, vecchissima indovina dagli occhi cuciti con ragnatele, o il nano, in cui i due amici riconoscono con sgomento un venditore di parafulmini che avevano conosciuto qualche giorno prima. Ma sfuggire al popolo dell’autunno è impresa ardua e Charles, Will e Jim dovranno appellarsi a quanto di più autentico e spensierato risiede nei loro cuori, per poter fronteggiare la malvagità sprigionata dal luna park.

Il popolo dell’autunno” è un romanzo, dolce e inquietante allo stesso tempo, che affronta con delicatezza il passaggio dall’infanzia all’età adulta, uno dei temi cari a Bradbury, attraverso l’angosciante svolgersi di una moderna favola nera. Un libro in grado di farci tornare ai giorni magici della nostra infanzia, esorcizzando le nostre paure e lasciando che il nostro cuore si identifichi con Will e Jim, con i loro terrori e le loro speranze. Un viaggio appassionante ed inquieto, che lascerà un ricordo indelebile a chi si lascerà travolgere dalle sue pagine.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Arthur Machen – Il Grande Dio Pan

Titolo: Il Grande Dio Pan

Autore: Arthur Machen

Editore: Tre Editori

Pagine: 254

Anno: 2016

Prezzo: € 19,00

“Guardatevi attorno, Clarke! Guardate la montagna, e le colline che si susseguono alle colline come onde su onde. Guardate i boschi e i frutteti, i campi di frumento maturo e i prati che digradano verso i canneti lungo il fiume. Mi vedete qui, accanto a voi, e udite la mia voce, nondimeno vi dico che tutte queste cose, sì, dalla stella che si è appena accesa nel cielo fino al solido suolo sotto i nostri piedi, io vi dico che tutte queste cose non sono che sogni e ombre: ombre che nascondono ai nostri occhi il mondo reale. Un mondo reale esiste, ma si trova oltre questo incanto e questa visione, oltre “le cacce negli arazzi , gli effimeri sogni”, al di là di tutto ciò come al di là di un velo”.

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Scrittore gallese considerato tra i più importanti e significativi all’interno della letteratura gotica e soprannaturale, Arthur Machen nacque nel 1863 nel villaggio di Caerlon nel Monmouthshire, regione del Galles ricca di suggestioni pagane e miti celtici, che hanno influenzato profondamente l’intera produzione dell’autore, a cominciare proprio da “Il Grande Dio Pan”. Pubblicato inizialmente nel 1890 e riveduto e riproposto nel 1894, “Il Grande Dio Pan” è un romanzo breve che attirò su di sé parecchie critiche, sconvolgendo con le sue tematiche il puritanesimo dilagante nella Londra vittoriana dell’epoca. Innegabile è la profonda influenza che l’opera ha avuto nel corso degli anni a venire su tutta la letteratura di genere, tanto da essere particolarmente apprezzata da Howard Phillips Lovecraft e aver indotto Stephen King a descriverla come «una delle più importanti storie dell’orrore mai scritte. Forse la migliore in inglese.» Per troppi anni fuori catalogo nel panorama editoriale italiano, recentemente la Tre Editori ha pensato bene di riproporlo in una nuova edizione, arricchita da un saggio di Susan Johnston Graf (professoressa di letteratura inglese all’Università della Pennsylvania) e da una breve antologia panica in versi e in prosa.

Il Grande Dio Pan” narra le conseguenze di un terribile esperimento, messo in atto per consentire all’essere umano di sollevare il velo che separa il nostro mondo da un altro tipo di esistenza, assoluta  e terribile, fatta di istinti primordiali, dove la ragione è in perenne contrasto con lo spirito, spalancando così le percezioni dell’uomo verso fenomeni inspiegabili: tutto ciò viene definito dall’autore “vedere il Dio Pan”. Il Dio Pan rappresenta infatti il dio della natura e di tutto ciò che di animalesco e bestiale è presente nell’essere umano, compreso il risvegliarsi di un inquietante e distruttivo istinto sessuale. La narrazione si apre con il resoconto dello scellerato esperimento, origine di tutto l’orrore sprigionato nelle pagine a seguire. Il dottor Raymond, geniale chirurgo da sempre affascinato dall’occultismo e dalla medicina poco ortodossa, decide di praticare un’incisione nella materia cranica di un’innocente ragazza di nome Mary, prendendo a testimone dell’accaduto l’amico Clarke, ammaliato ma allo stesso tempo disgustato dall’orribile esperienza a cui assiste. Purtroppo però qualcosa va storto e Mary perde completamente la ragione. Un salto temporale di parecchi anni ci porta nello studio di Clarke, dove lo troviamo intento nella lettura del resoconto di due terribili incidenti che hanno portato alla sparizione di una giovane e all’insinuarsi di uno shock profondo e devastante nella mente di un bambino. Entrambe le disgrazie vedono ruotare intorno agli sfortunati protagonisti una misteriosa ragazza di nome Helen Vaughan, che il bimbo giura di aver visto giocare sull’erba con uno strano uomo nudo. Dopo aver sparso con parsimonia qualche sinistro indizio, Machen ci proietta ancora una volta avanti negli anni, nel cuore di Londra, questa volta in compagnia di colui che forse è il vero protagonista della storia: Villiers di Wadham. Una sera Villiers incontra un vecchio compagno di università, che gli confida di essere stato rovinato nel corpo e nell’anima dalla moglie, un’avvenente donna di nome Helen Vaughan. Villiers, profondamente colpito dal racconto dell’amico, viene a conoscenza dell’implicazione della coppia nella morte di un rispettabile gentiluomo inglese. Intanto la città viene invasa da un’ondata di inspiegabili ed orribili suicidi, che colpiscono uno dopo l’altro alcuni onesti galantuomini, accomunati dal fatto di aver frequentato assiduamente la casa della misteriosa signora Beaumont, donna bellissima giunta a Londra da pochi mesi e che pare stranamente legata a Helen Vaughan e a Mary. Un ignobile segreto sembra custodito all’interno della dimora della Beaumont, qualcosa di tremendo e sensuale allo stesso tempo, qualcosa che la mente razionale dell’uomo non può sopportare.

Arthur Machen distilla l’orrore con il contagocce, in un sadico gioco in cui ciò che non viene detto ma viene lasciato all’immaginazione del lettore è forse quello che più ci terrorizza. “Il Grande Dio Pan” è un labirinto di sensazioni contrastanti, in cui l’inquietudine striscia lenta ma inesorabile pagina dopo pagina. Un classico assoluto della letteratura horror, che riuscì a spaventare anche il grande sir Arthur Conan Doyle, che dopo aver letto alcuni racconti di Machen passò la notte insonne. «Arthur Machen è proprio un genio, ma prima di portarmelo a letto di nuovo ci penserò due volte.» E se lo dice Conan Doyle, potete fidarvi

Voto: 4/5

Mr. P.

Ira Levin – Rosemary’s baby

Titolo: Rosemary’s baby

Autore: Ira Levin

Editore: SUR

Pagine: 253

Anno: 2015

Prezzo: € 16,50

“«Ma…», obiettò Rosemary, «ogni tanto di cose orrende forse ne capitano un po’ dappertutto, in ogni palazzo.»
«Ogni tanto», replicò Hutch. «Il punto, però, è che al Bramford di cose orrende ne capitano molto più spesso che non “ogni tanto”.»”

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Era il 1967 quando Ira Levin scrisse uno dei più inquietanti e disturbanti romanzi dell’intera letteratura horror moderna: “Rosemary’s baby”. Reso celebre in tutto il mondo l’anno dopo grazie alla stupenda trasposizione cinematografica di Roman Polanski, il capolavoro di Levin miscela sapientemente indagine psicologica, occultismo e satanismo, trasmettendo al lettore un autentico senso di disagio e, cosa fondamentale per ogni buon libro horror che si rispetti, una buona dose di paura. Tutto questo senza versare una goccia di sangue. Per troppo tempo fuori catalogo all’interno del mercato editoriale italiano, “Rosemary’s baby” è stato finalmente ripubblicato nel 2015 da Edizioni Sur, che ha riportato alla luce un volume fondamentale, e non solo per gli amanti del genere.

Rosemary è una morigerata ragazza di provincia, cresciuta con un’educazione cattolica e un rigido senso morale. Provincia che però le sta stretta, tanto che decide di trasferirsi a New York, inimicandosi così l’intera famiglia. La nuova sistemazione le da l’occasione di conoscere dapprima Hutch, uno scrittore di mezza età che prenderà il posto del padre che l’ha rinnegata, e successivamente il suo futuro marito, l’attore in cerca di successo Guy Woodhouse. I sogni di Rosemary si stanno avverando: un uomo di cui è innamorata, un nuovo appartamento tutto per loro (lasciando così finalmente il monolocale dove viveva Guy) e la speranza di diventare madre in un futuro non troppo lontano. Tutto è pronto per cominciare una nuova vita, quando si presenta un’occasione irripetibile: un appartamento libero al Bramford, uno dei più antichi e suggestivi palazzi dell’intera città. La proposta è troppo ghiotta da rifiutare, così i due sposi novelli non ci pensano due volte e si trasferiscono nella nuova dimora, nonostante il passato torbido e sanguinolento dell’edificio. Hutch infatti tenta inutilmente di dissuaderli, narrandogli di cannibali, assassini e adoratori del demonio che nel corso degli anni hanno soggiornato al Bramford. Ma niente di tutto ciò riesce a far cambiare idea a Guy e Rosemary, nemmeno il racconto sul lugubre Adrian Marcato, l’unico ad essere riuscito nell’impresa di evocare il diavolo in persona. Il nuovo appartamento è un sogno: spazioso ed elegante, perfino con una stanza in più per il futuro bambino. Bambino che però Guy non sembra intenzionato ancora ad avere: troppo preso da se stesso e dalla propria carriera, si inizia ad intravedere l’uomo egoista e cinico che si rivelerà nel corso del romanzo, pronto ad utilizzare Rosemary come un oggetto, pur di raggiungere i suoi scopi. Nel frattempo i Woodhouse fanno la conoscenza dei vicini, in particolare di due anziani e simpatici signori che abitano nell’alloggio di fianco: Roman e Minnie Castevet. Gentili e premurosi, i due si affezionano subito alla giovane coppia, ricambiati in particolar modo da Guy, che inizia a frequentarli assiduamente. Ma le strane erbe che Minnie coltiva tanto gelosamente e il suono sinistro di un flauto mischiato a strane voci che provengono la sera dal loro appartamento, turbano Rosemary, tanto che la notte incubo e realtà sembrano miscelarsi nella sua mente, rendendosi indistinguibili l’uno dall’altra. Ma la felicità sembra tornare a bussare alla porta dei Woodhouse: Guy infatti si è improvvisamente deciso a diventare padre e, aspettando il momento propizio, il bambino viene concepito in una strana notte in cui Rosemary è in una sorta di dormiveglia a causa del troppo alcool e non si rende conto pienamente di ciò che accade. Le facce di Roman e Minnie vorticano intorno a lei insieme a quella di Guy e il mattino dopo si risveglia con il petto ricoperto di graffi profondi. Ma Rosemary non se ne preoccupa troppo: il suo sogno si è avverato. Finalmente diventerà madre. Ma il sogno si trasformerà ben presto in un orribile incubo: Roman e Minnie diventeranno onnipresenti e soffocanti, dolori atroci invaderanno il corpo e lo spirito di Rosemary e Guy tornerà a concentrarsi esclusivamente sulla propria carriera. Un turbine di angoscia e di orribili sospetti accompagnerà Rosemary: chi sono veramente Roman e Minnie? Perchè Guy è così attaccato a loro? La sua gravidanza è in pericolo? Ciò che più colpisce e rende terrificante il romanzo, è la capacità di Ira Levin di introdurre l’orrore con il contagocce all’interno di banali gesti quotidiani, di dosarlo con astuzia nelle abitudini dei protagonisti. E così seguiamo Rosemary cucinare, fare la spesa o pulire la casa, ma sempre con un senso di angoscia per qualcosa di terribile che è in procinto di succedere. La stessa Rosemary si rivela essere una creatura fragile e piena di paure, il suo vero volto dietro la maschera da donna emancipata e sicura di sé. Lo sconvolgente finale colpisce poi come un pugno in pieno volto, lasciando il lettore stordito ed inquieto anche dopo aver voltato l’ultima pagina.

Romanzo angosciante ed estremamente avvincente, “Rosemary’s baby” ci introduce nella vita della protagonista in punta di piedi, inizialmente avvolgendoci con sottili inquietudini, per poi catapultarci all’interno del Bramford e della maternità di Rosemary, con l’inquietudine che aumenta pagina dopo pagina, per trasformarsi poi in panico ed autentico terrore. Un capolavoro che va oltre i generi, in grado di tenere incollato il lettore dall’inizio alla fine, senza cali di tensione o inutili abbellimenti. Una lettura insolita ed estremamente affascinante, che saprà deliziare e spaventare nello stesso tempo, regalando qualche ora di sana e necessaria paura.

Voto: 5/5

Mr. P.

 

Daniele Oberto Marrama – Il ritratto del morto. Racconti bizzarri

Titolo: Il ritratto del morto. Racconti bizzarri

Autore: Daniele Oberto Marrama

Editore: Stampa Alternativa

Anno: 2015

Pagine: 206

Prezzo: € 13,00

“Il soprannaturale?  E chi può parlarne con cognizione di causa? Chi può dire, sinceramente, se ci sia un limite fra quello che è e quello che pare? Chi ha ancora acquistato il diritto di distinguere la visione dalla realtà?”

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Daniele Oberto Marrama fu un giornalista ed avvocato particolarmente attivo nel territorio napoletano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Collaboratore di diverse testate giornalistiche (“Il Mattino”, “La Settimana” e “Il Giorno”), condusse una vita anarchica  e bohémienne, intrisa di convinzioni antimonarchiche. Fu principalmente autore di racconti e novelle, ma si dedicò anche alla saggistica breve e alla poesia. La sua opera maggiormente conosciuta e più rappresentativa è la raccolta di storie soprannaturaliIl ritratto del morto”, uscita in volume nel 1907. Otto racconti che narrano di apparizioni, reincarnazione, sdoppiamento della personalità e vampirismo, scritti da Marrama con un linguaggio che può essere accostato ai grandi scrittori del Nord Europa (Bram Stoker su tutti), senza tralasciare un senso dell’ironia tipicamente italiano. Per troppo tempo ingiustamente dimenticato, è stato recentemente riscoperto da alcuni lungimiranti editori, tra cui Stampa Alternativa, che ha arricchito l’antologia originaria con due ulteriori novelle, finora inedite in volume.

La raccolta si apre con la storia che da il titolo all’opera, in cui il protagonista, Guido Rambaldi, si interroga in una piovosa sera di novembre sull’esistenza del soprannaturale. Decide così di narrare ad un gruppo di amici una vicenda di qualche anno prima, che potrebbe essere la risposta ad una domanda tanto misteriosa. Giornalista di professione, Rambaldi assiste ad un tragico incidente in cui perdono la vita una trentina di persone, tra cui un ferroviere, il cui volto colpisce l’allora giovane reporter, che d’impulso gli scatta una fotografia, così da poterla inviare ai parenti del defunto. Gli scenari si spostano dalla Puglia alla Sardegna, in un racconto in cui l’ambientazione italiana contribuisce in maniera determinante ad aumentarne il fascino. Rambaldi non riuscirà però a rintracciare nessun congiunto, ma terrà la foto con sè, fino a quando essa non rivelerà tutti i suoi poteri soprannaturali. “Il medaglione” affronta il tema della trasmigrazione delle anime, più semplicemente conosciuta come reincarnazione. Figura centrale è il ritratto di una donna all’interno di un medaglione, che porta il protagonista a perpetrare un orribile delitto. Echi delle donne fatali di Edgar Allan Poe fanno capolino in questo curioso racconto, che ci traghetta verso “La scoperta del capitano”, esempio perfetto della narrativa bizzarra di Marrama. La vicenda si snoda in forma di confessione da parte di un uomo rinchiuso in un manicomio criminale che, convinto di essere in possesso di un’idea che rivoluzionerà il mondo, narra come, per proteggerla, abbia compiuto l’atto spaventoso che lo ha portato alla prigionia. Un finale a dir poco agghiacciante e il delirio in crescendo nella mente del narratore, rendono questa novella una tra le migliori della raccolta. “Una terribile vigilia” mette momentaneamente da parte le tematiche soprannaturali e psicologiche, per concentrarsi sull’autentico terrore provato dal narratore all’interno di un ospedale, in fuga da un terrificante vecchio affetto da idrofobia. “L’uomo dai capelli tinti” è il primo racconto in cui le ambientazioni diventano europee, affrontando in maniera ironica e beffarda il tema del doppio. Si prosegue poi con “Il Dottor Nero”, probabilmente la storia maggiormente conosciuta dell’intera opera di Marrama. L’ambientazione si sposta dai paesaggi mediterranei di Capri all’Irlanda, in una racconto che narra di vampirismo con chiari riferimenti a Bram Stoker. L’ossessione della giovane sposa del protagonista per il ritratto di un uomo pallido, emaciato e vestito completamente di nero, ci accompagna durante l’intera vicenda, per poi sfociare nel tragico finale. “Il Natale di Hans Boller” ricalca invece gli stilemi delle più tipiche storie di fantasmi anglosassoni, nonostante un’ambientazione tutta francese. Torna anche qui il tema del ritratto, tanto caro a Marrama. Il narratore è infatti un abilissimo miniaturista, che la notte di Natale esegue il ritratto ad una misteriosa donna, dietro il cui viso si nasconde un terribile segreto. Conclude la raccolta “Ben Haissa”, novella ironica sul confine tra quello che è e quello che sembra, che stempera i toni angoscianti dei racconti precedenti. Il volume si chiude poi con due aggiunte all’edizione originale, che esplorano entrambe i lati oscuri ed ossessivi dell’amore. “L’altra” è un breve racconto scritto in forma epistolare, in cui il narratore ci rende partecipi del suo amore assoluto verso la donna che ha ormai perduto e il cui ricordo insistente finisce per avvelenare la devozione per un’altra donna. “La vasca” si apre invece in un’aula di tribunale, dove il protagonista, Paolo Orsini, spiega alla Corte i deliranti motivi che lo hanno spinto all’uccisione della donna amata.

Il ritratto del morto” è un ottimo esempio dell’originalità della narrativa breve italiana, con un Marrama che affronta tematiche atipiche e singolari, tanto più se si considera che la raccolta è stata scritta agli inizi del Novecento. Un’interessantissima riscoperta, che trova nelle ambientazioni italiane e nel gusto Nord Europeo per la letteratura fantastica, i suoi principali punti di forza. Consigliato ovviamente agli appassionati di weird e di storie soprannaturali, ma anche a chi voglia ripescare un autore importante all’interno del panorama letterario del nostro Paese, finalmente riportato alla luce.

Voto: 4/5

Mr. P.