Tony Laudadio – Preludio a un bacio

Titolo: Preludio a un bacio

Autore: Tony Laudadio

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 217

Prezzo: € 17,00

“Sono lacrime nuove, mai versate prima, di una natura diversa. O forse antiche, lacrime conservate in questi decenni, messe da parte per tutto il dolore sofferto, a volte anche senza accorgermene, forse aspettando il momento adatto per rovesciarle. Queste sono le lacrime negate. È il pianto della nostalgia, del tempo smarrito, delle occasioni lasciate andare, delle vite sprecate e consumate, il pianto dei giorni che vorrei riavere indietro, degli istanti – miliardi di istanti – che non ho vissuto come avrei voluto, dei momenti precisi. Il pianto dei mostri che sono cresciuti nella mia pancia e nella mia memoria, che sono diventati enormi perché si nutrivano di rancore, risentimento, di odio, di fallimenti. E questo è anche il pianto per la loro esistenza distruttiva, e per la loro morte: il pianto della liberazione dall’incantesimo, del risveglio da un incubo terrificante. Il pianto della debolezza, delle forze che scompaiono, della resa, il pianto della fine della guerra, dell’armistizio, della conta dei morti, della raccolta dei cadaveri, della ricerca di ciò che non c’è più, della constatazione dei disastri, è il pianto di quelli che cedono, di quelli che si abbandonano dopo una lunga lotta, che si accasciano dopo una lunga corsa, che cadono senza più opporre resistenza.”

Umanità. Questa è stata una delle prime parole che mi sono venute in mente leggendo “Preludio a un bacio” di Tony Laudadio, pubblicato da NN Editore (un plauso per la copertina, magnifica). Umanità come aggettivo, come caratteristica che rimanda alla solidarietà, alla comprensione, all’indulgenza. Al giorno d’oggi non è soltanto importante, è fondamentale che esistano ancora libri che pongano al loro centro concetti del genere. Il senso di umanità che permea l’intero romanzo è rivolto verso Emanuele, il protagonista della storia. Emanuele è un barbone, trascorre le giornate a suonare il suo amato sassofono agli angoli delle strade, vive nell’umido scantinato di un condominio, beve assiduamente per raggiungere l’incoscienza, per non pensare alla lunga serie di disastri che ha costellato la sua esistenza: è tormentato da rimorsi e, soprattutto, da rimpianti, è disilluso e cinico, si è arreso ormai a ciò che è stato e a quello che non è stato. Per tutti questi motivi, beve, perché è una delle pochissime cose che lo fanno stare bene: «L’alcol è tepore, nutrimento, benessere. Ti fa dimenticare, perdere te stesso e ogni paura. […] L’alcol è la felicità della morte senza il fastidio dell’essere cadaveri». I suoi giorni trascorrono monotoni fino a quando, una sera, viene aggredito da qualcuno e si ritroverà ricoverato in ospedale.

Credo che ciascuno di noi, procedendo a ritroso, possa trovare nella propria vita un momento chiave, un istante, un particolare accadimento che gli ha permesso di cambiare le carte in gioco. Per il protagonista di “Preludio a un bacio” la permanenza forzata in una struttura ospedaliera per qualche giorno ha avuto esattamente quella funzione. Sperimentare un contesto diverso, caldo e accogliente, avere a che fare con persone gentili e preoccupate per lui, constatare che la sua salute è a rischio: tutti questi elementi rendono Emanuele più consapevole. Deve fare qualcosa, non può continuare a crogiolarsi nei ricordi di un tempo ormai perduto, nel nulla  quotidiano. Ecco che allora gli viene in aiuto l’unica persona con cui ha un rapporto: Maria, giovane cameriera del ‘Blue Bird’, il bar in cui l’uomo è solito affogare i suoi dispiaceri. Un forte senso di umanità contraddistingue il legame tra questi due personaggi: si tratta di prendersi cura l’uno dell’altro, senza porsi limiti o barriere, andando al di là di giudizi e pregiudizi. In un certo senso, è una forma d’amore. Emanuele si sente cambiato, quasi fosse un’altra persona. Grazie a Maria comprende che è importante rivolgere la propria vita verso gli altri, mettendo da parte cinismi ed egoismi, provando a riparare agli errori commessi nel passato: «Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti? Come venature nel marmo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l’avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri. Quanto c’è di mio e quanto c’è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l’inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia nelle donne. Le mie donne».

Nonostante non abbia particolarmente apprezzato alcune rivelazioni e colpi di scena messi in atto dall’autore, ho amato profondamente questo romanzo. L’ho amato perché descrive in modo realistico che cosa significa accostarsi alla felicità, alle piccole gioie: Emanuele lo fa piano, in silenzio, con incredulità. Dopo una vita di sofferenze e brutture, di apatia e insensibilità nei confronti degli altri, dopo essersi perso nei suoi lati più oscuri, si ritrova in tutta la sua umanità. L’ho amato perché mette in luce l’importanza di aprirsi con qualcuno – uomo, donna, amico o sconosciuto che sia -, di fare ammenda, di ascoltare e saper chiedere scusa, di apprezzare cose che sono sempre date per scontate e che forse, in fondo, non lo sono affatto. L’ho amato perché è la storia di una rinascita, di un uomo che non si arrende al suo passato e a quello che si è lasciato sfuggire- fondamentalmente, l’amore – ma che cerca in ogni modo di recuperarlo. Questo significa stravolgere tutto quello che è stato, cominciare un’esistenza nuova pur tornando sui propri passi, anni dopo. È un atto coraggioso, rivoluzionario. Qualcosa che dovremmo cercare di fare più spesso.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

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Megan Mayhew Bergman – Paradisi minori

Titolo: Paradisi minori

Autore: Megan Mayhew Bergman

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 234

Prezzo: € 18,00

“Qualche giorno dopo aver visto Smith per l’ultima volta, compresi che stavo aspettando qualcuno che non capivo. Forse avrei passato il resto della mia vita ad aspettare, l’ennesimo fuggiasco trasformato in mito dalla palude. E forse era la cosa migliore: certe persone, certi luoghi vanno lasciati come sono.”

È davvero arduo, almeno per me – che preferisco i romanzi ai racconti – trovare una raccolta valida, una raccolta in cui tutte (o quasi) le short stories lì riunite siano in grado di emozionarmi, di farmi riflettere, di farmi sentire parte dei vari mondi che sono stati creati. Con NN Editore era già successo: mi ero follemente innamorata de “Il paradiso degli animali” di David James Poissant. Ebbene, inutile dire che ciò è accaduto di nuovo con la stessa casa editrice e con un titolo ed un libro che, in qualche modo, è connesso al precedente: “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman. Il fil rouge che collega queste due opere è dato soprattutto dagli animali: essi ritornano in ogni storia, sono protagonisti tanto quanto gli esseri umani e ci permettono di capire che, alla fin fine, non vi è questa grande distinzione tra gli uni e gli altri. Poissant e la Bergman, inoltre, sono accomunati anche dai temi che esplorano nelle loro raccolte: un continuo altalenarsi di rare gioie e grandi sofferenze che ci ricordano quanto piccolo possa essere l’uomo di fronte all’ineluttabilità della vita.

Le protagoniste dei racconti della Bergman sono tutte donne: ciò che colpisce maggiormente il lettore è la forza, la determinazione con cui questi personaggi affrontano le proprie esistenze. Ci si può quindi trovare di fronte ad una madre alcolizzata che prova in tutti i modi a recuperare il rapporto con la figlia (“Un’altra storia a cui lei non crederà”), ad una donna che, tradita dal marito, ricerca con veemenza la propria libertà (“La compagnia giusta”) o ad una fidanzata che rimanda continuamente il proprio matrimonio perché ancora non è in grado di accettare il suo viso deturpato (“Salvare la faccia”). Nonostante le loro tragedie personali, queste donne continuano a combattere, continuano a vivere le loro vite senza mai arrendersi: accanto al dolore si fa timidamente strada una piccola speranza, senza la quale sarebbero completamente perse. Il lettore perciò si ritroverà ad osservare una donna che deve affrontare il lutto materno e che intraprenderà un lungo viaggio per poter afferrare per l’ultima volta la voce del genitore scomparso («Mi rendo conto di aver disperatamente bisogno di un pezzo di mia madre»), una ragazza che decide di vivere ai margini di una palude, cercando di isolarsi da tutto fino a quando non proverà di nuovo il brivido di essere toccata da un uomo («Dopo anni di solitudine e lunghi periodi di astinenza, mi ero dimenticata come ci si sente quando qualcuno ti accende come un interruttore, quando devi concentrarti mentre il cuore e il sangue ti urlano dentro.»), o ancora una moglie che cerca di rimanere incinta nonostante l’immenso senso di colpa provato («Se non riesco a prendermi cura di un cane non merito un bambino»). Accanto a questi personaggi, ci sono loro, gli animali: a volte vengono descritti come brutali, violenti, in grado di rovinare per sempre un’esistenza. In altri momenti, invece, sembrano l’unico appiglio possibile per rimanere a galla. Pappagalli, lemuri, cani, lupi, gatti, balene: possono essere un semplice sfondo, talvolta vengono utilizzati invece come metafora, altre ancora prendono il sopravvento e quasi rubano la scena alle protagoniste. In ogni caso la loro presenza è vivida, costante e s’inserisce perfettamente all’interno dei racconti e dei temi esplorati dalla scrittrice.

Ogni volta che ho intenzione di consigliare un libro a qualcuno, mi pongo sempre una domanda fondamentale: che cosa è in grado di fare l’autrice in questione, dove ci porta, con il suo lavoro?Con Megan Mayhew Bergman è stato facile: la scrittrice ci ricorda che, in fondo, siamo soltanto delle bestie egoiste che lottano per la propria sopravvivenza. Ed è esattamente questa la chiave, il leitmotiv che collega questi meravigliosi dodici racconti.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Sarah Manguso – Il salto

Titolo: Il salto

Autore: Sarah Manguso

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 93

Prezzo€ 16,00

“Non voglio ammettere che non avrei potuto salvare Harris dalla morte, che non sono magica, che non sono speciale, che non potrò mai salvare nessuno. (…) Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo. Quando guardo il velo che nasconde la fine della mia vita, mi sento sopraffatta dalla certezza che non userò il tempo bene come farei se conoscessi la data della mia morte. Mi viene voglia di mollare il colpo. Da questa prospettiva, il suicidio è un progetto razionale.”

Non è facile scrivere la recensione di un romanzo, di qualcosa puramente inventato da qualcun altro: le pagine hanno una sfumatura differente per ciascuno di noi e, al di là della trama, che pare accordare tutti, i significati che i lettori possono trovare in quelle parole sono molteplici. Lo scrittore voleva davvero dire quello che ho inteso? O sono piuttosto io, i miei pensieri, le mie esperienze di vita, quello in cui credo, che sta emergendo dalle parole che sto digitando al computer? Ancora più arduo è provare a dire qualcosa rispetto ad un memoir: qui non si tratta di fiction, si tratta di un’esistenza vera, in carne e ossa, di ricordi vissuti sulla propria pelle, di emozioni provate, alcune meravigliose, altre terribili. E’ perciò complicato provare a dire qualcosa rispetto a “Il salto”, lavoro autobiografico di Sarah Manguso, edito da NN Editore. E’ un libro talmente personale, talmente intimo che sembra quasi di violarlo, in qualche modo, parlandone. Nonostante questo, ho deciso di provarci lo stesso, perchè, anche se a me non è stato d’aiuto, sono sicura possa esserlo per qualcun altro.

Il 23 luglio 2008, in una stazione della metropolitana di New York, Harris J. Wulfson, dopo essere scappato dal reparto psichiatrico in cui si trovava ed aver vagabondato sotto la pioggia per ben dieci ore, si butta sotto un treno e pone così fine alla sua vita. La Manguso decide di raccontarci questa storia – anche se, affermerà più volte, non è esattamente questa la sua intenzione – non perchè l’ha letta sbadatamente in un giornale, o perchè l’ha sentita da qualche parte al tg: Harris era suo amico, forse il suo amico più caro. Con “Il salto” l’autrice non vuole fare un resoconto di quello che è accaduto, non desidera cercare la verità su come Harris sia riuscito a fuggire dall’ospedale e su cosa abbia fatto nelle sue ultime dieci ore: sembra, semplicemente, essere giunta ad un punto in cui è impossibile trattenere dentro di sè il proprio dolore e per questo motivo lo lascia fuoriuscire, lentamente, pagina dopo pagina, per provare a non esserne più tormentata. “Il mio dolore non è per Harris. E’ per me.” afferma Sarah Manguso. E piano piano ci porta dritti verso i suoi ricordi: le vacanze estive, la convivenza, i momenti di svago e quelli meno felici, in cui s’intravedeva già l’ombra della malattia mentale che avrebbe colpito entrambi. Quando una persona si toglie la vita, rimaniamo impassibili, increduli. Cerchiamo un senso, una causa, proviamo a dare la colpa a qualcuno, anche a noi stessi: “Tutti vogliono trovare la conferma più profetica e più esplicita che l’avrebbe fatto comunque, che non saremmo mai stati capaci di impedirglielo”. E, in un certo senso, è anche questo che fa l’autrice: scava a fondo in se stessa, nella vita di Harris, prova a trovare dei motivi. Si sarà gettato sotto un treno a causa dell’acatisia, effetto collaterale di un farmaco preso? Un dybbuk si sarà impossessato del suo corpo, costringendolo a commettere l’atto? La colpa è stata dell’infermiera che ha aperto la porta del reparto? O forse è sua, per non averlo cercato appena tornata da un lungo, lunghissimo viaggio? Ne “Il salto” non c’è una vera e propria linea temporale, le memorie si affollano freneticamente una dopo l’altra, ma alcuni temi ricorrono più di altri: l’amicizia, l’importanza di avere qualcuno al proprio fianco, il desiderio di farla finita, i numerosi lutti che possiamo incontrare sul nostro cammino e tutto quello che queste dolorose perdite ci lasciano.

Sebbene non mi sia sentita particolarmente vicina alla Manguso, nel leggere il suo memoir, la sua sofferenza era tangibile, e così la sua volontà di salutare ancora una volta (l’ultima, forse?) il suo amico Harris. Per questo motivo non posso che consigliarne la lettura a chi ha provato un’esperienza simile: potrà esserne scosso, potrà in qualche modo sentire di avere una spalla su cui piangere, potrà magari trovare un supporto in questo libro, ricordando che, condividendolo, il dolore acquista un senso diverso, nuovo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

David James Poissant – Il paradiso degli animali

Titolo: Il paradiso degli animali

Autore: David James Poissant

Editore: NN Editore

Anno: 2015

Pagine: 304

Prezzo: € 17,00

“Non lo sapeva. Sapeva solo quello che aveva pensato fino ad allora, cioè che Kate poteva essere sufficientemente felice per entrambi. Ma una coppia non può andare avanti così, una persona soddisfatta e l’altra che non sa nemmeno come sta. Bisognava tenere conto dell’equilibrio, dell’armonia. Senza, erano solo due persone che condividevano le stesse posate”.

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Ultimamente sono giunta ad una conclusione: ogni libro ha il suo tempo. “Che novità”, direte voi. Ciò che intendo io, però, è diverso da quello che sicuramente starete pensando. Non solo c’è un momento della nostra vita adatto ad un certo tipo di libro (io più volte ho iniziato un romanzo in un periodo che non era quello giusto, l’ho messo da parte, e l’ho ripreso in mano mesi dopo, apprezzandolo di più): ogni libro, secondo me, è legato indissolubilmente ad una stagione. Se all’estate è associato il divertimento, lo svago, la leggerezza, e così quelle opere che ci portano altrove, ci permettono di viaggiare e di sentirci coinvolti senza però appesantirci troppo, l’autunno è senz’altro connesso alla malinconia, al buio che avanza, alla magia della natura che si trasforma, in veste nuova ma più opaca, forse triste. Settembre, e soprattutto ottobre e novembre, sono dei mesi in cui non posso fare a meno di leggere qualcosa di cupo, qualcosa che metta in moto il mio cervello permettendogli di aggrovigliarsi fra mille pensieri. Qualche anno fa, per esempio, fu Pessoa con il suo “Libro dell’inquietudine”, quello scorso mi sono lasciata cullare dolcemente dalle poesie di Federico García Lorca. Una settimana fa circa, invece, è toccato a David James Poissant e alla sua raccolta di racconti, “Il paradiso degli animali”. Avevo letto numerose recensioni di questo volume, tutte positive: a volte non basta, ognuno ha i suoi gusti. Un’altra cosa mi ha stupita e soprattutto mi ha convinta del fatto che fosse la lettura giusta nel mese giusto: sembravano storie infelici, che inevitabilmente mi avrebbero fatta riflettere. Così mi sono tuffata in questi sedici mondi, tutta intera, e ne sono riemersa a pezzi.

E’ stata un’immersione profondamente intima. Mi è sembrato di essere un’intrusa, spettatrice indesiderata di una lunga serie di catastrofi personali. Ho assistito alla disfatta di più di una coppia: Brig e Kate, lui infelice cronico e lei stanca di aspettarlo, Joy e Luke, alle prese con un piccolo enfant prodige, Maddie e Arnie, al riparo da tutto nella loro relazione clandestina. Ho ascoltato le parole strazianti di una moglie che di giorno in giorno vede il marito venire meno, a causa di una brutta malattia; mi sono immedesimata nel dolore di due genitori che perdono il figlio e che non sanno farsene una ragione, anche quando qualcosa di nuovo e straordinario è sorto tra di loro. Ho provato un’angoscia fortissima per Grace, per il suo continuo assecondare le follie del fidanzato; ed ho esplorato le numerose sfumature che può assumere una tragedia privata: la corsa contro il tempo di un padre che desidera soltanto salutare il figlio prima della sua dipartita, un uomo che cerca la morte ogni notte, un ragazzino che da “carnefice” diventa vittima. Nascosti in mezzo a tutte queste persone di cui ho osservato le vite, ci sono loro: gli animali. Non sono sempre presenti, ma quando escono allo scoperto si fanno sentire. Alligatori senza più padroni, cani dai nomi improbabili, api che avvolgono la notte, lupi dalle sembianze umane, bisonti che partecipano in modo ignaro alla libertà di una donna.

Poissant è stato paragonato a Carver, ma, per il poco che ho letto di quest’ultimo, io dissento: in questi racconti ho trovato un senso, anche quando sembrava non ci dovesse essere, ho vissuto sulla mia pelle le emozioni dei protagonisti, mi sono spaventata, ho amato, mi sono quasi commossa. Ho sentito tutto, e penso che questa sia una caratteristica importantissima in un libro – qualsiasi forma esso abbia: che sia un romanzo o una short story, io devo poter sentire. Il mio novembre è iniziato con qualcosa in più, che si racchiude in una sempre maggiore consapevolezza della morte, dell’importanza di alcuni rapporti, nella poesia insita nei libri, che hanno questo potere incredibile: farci meditare sulle cose. Non posso che concludere il tutto dicendo che sono rimasta estasiata. E’ Poissant. E’ l’incanto della tristezza.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Jenny Offill – Le cose che restano

Titolo: Le cose che restano

Autore: Jenny Offill

Editore: NN Editore

Anno: 2016

Pagine: 240

Prezzo: € 17,00

“Ma mia madre disse che era proprio il contrario, che le immagini nella mente erano sempre più belle di quello che c’era nel mondo.”

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Quando si legge un libro è inevitabile cercare un po’ di sè nelle sue pagine. Che sia per riconoscerci narcisisticamente in un personaggio che amiamo, per cercare qualcuno che sembra aver passato esattamente quello che è accaduto a noi, non importa: bene o male troveremo sempre una frase, un luogo, un oggetto, una persona che hanno a che fare con la nostra esistenza. Le cose si complicano quando il libro in questione prende in considerazione i rapporti interpersonali. Ecco allora che tale caratteristica del protagonista è esattamente quella del nostro amico più caro, e la relazione disastrosa che fa da sfondo al romanzo è – purtroppo – proprio la nostra. Ci si riconosce ancora di più, perchè come esseri umani siamo intimamente ed irrimediabilmente legati agli altri. Ci sono delle volte, però, in cui questo non capita, e invece di proiettare la propria persona tra le pagine, ci si ritrova a riflettere, a ricordare, a conoscere qualcosa che può anche essere diverso dalla nostra esperienza. Quando ci si approccia ad un’opera che pone come tema centrale ‘la famiglia‘, è difficile prevedere l’esito che essa avrà su di noi: i legami familiari sono i precursori di tutti i nostri futuri rapporti, ci forniscono l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo e, se da una parte possono essere in grado di far sviluppare in noi capacità sane e adeguate, d’altra parte, sciaguratamente, possono privarci di amore ed opportunità fin da subito, dando luogo a carenze e disturbi non indifferenti, che si manifesteranno sempre più di anno in anno. Leggere un libro come “Le cose che restano” (edito NN Editore, che ancora una volta ha proposto un titolo meraviglioso) potrà riportare a galla memorie infantili, potrà sconvolgerci per il tipo di figure genitoriali che vengono descritte, potrà infine suscitare sentimenti di tenerezza, ma anche di timore. Insomma, sarà inevitabile la connessione che si creerà tra la famiglia della protagonista e quella che è (ed è stata) la nostra.

Jenny Offill, scrittrice americana originaria del Massachusetts, ha scelto di far narrare il suo primo romanzo ad una bambina di nome Grace. Grace ha otto anni e la sua vita scorre a metà tra due mondi, quello reale e quello dell’immaginazione. La sua esistenza potrebbe apparire, dal punto di vista di un osservatore esterno, pari a quella degli altri bambini: forse è un po’ più riservata dei suoi coetanei, leggermente bizzarra, ma, tutto sommato, non sembra discostarsi troppo dalla media. E così la sua famiglia: sua madre Anna è una biologa che lavora in un Centro rapaci, il padre Jonathan è invece un chimico. Da fuori tutto appare piuttosto normale, ma è solo addentrandosi – pagina dopo pagina – nelle dinamiche familiari che s’instaurano tra questi personaggi che le loro particolarità vengono svelate. Ecco allora una mamma che racconta alla figlia storie pregne di fantasia, a volte crude, realistiche e feroci, altre oniriche ed incantevoli. Ecco un papà che si rinchiude nel silenzio del seminterrato per settimane e settimane, a costruire una magnifica casa delle bambole, regalo di compleanno per Grace, che forse in quella costruzione in miniatura vorrebbe rifugiarsi e nascondersi. Perchè le cose cambiano e la protagonista stessa, nonostante la sua tenera età, se ne accorge. Le persone che l’hanno messa al mondo non sono più quelle che hanno deciso di sposarsi di fronte alle piramidi egiziane, dopo aver fatto scattare un allarme nella tomba di Tutankhamon provando a rubare un pezzettino di benda da una mummia. Jonathan dice alla sua futura moglie «Sei l’unica donna che non mi annoia mai», ma quando l’entusiasmo, l’originalità, la lunaticità diventano l’unico modo – neanche tanto capibile – per comunicare, tutto cede. Grace ci racconta le strampalate avventure che condivide ogni giorno con Anna, e la tenace fede del padre nella scienza. Ma ormai anche lei ha cominciato a capirlo: i suoi genitori sono troppo diversi, e le differenze che prima rendevano speciale il loro rapporto, hanno cominciato a disgregarlo, poco alla volta. Anche il lettore, come la piccola protagonista, gradualmente comprende la distanza – fisica e mentale – che si andrà a creare nella famiglia: ma non solo. Anna stessa (forse il vero personaggio principale del romanzo)  si rivela per quello che è: non soltanto una madre estrosa e appassionata, ma una donna non-convenzionale, piena di fragilità, che ad un certo punto si disinteressa completamente della figlia e pensa egoisticamente soltanto a se stessa, ai suoi sbalzi d’umore, a seguire fantasmi inesistenti in giro per gli Stati Uniti. A discapito di Grace, naturalmente, che viene sbalzata di qua e di là da un genitore che sta presentando sempre più chiaramente i suoi squilibri.

“Le cose che restano” instillerà in voi un numero cospicuo di domande e riflessioni e sono proprio queste che, perdonate il gioco di parole, a me sono restate: qual è il sottile confine tra normalità e follia? E’ meglio far crescere un figlio in un ambiente eccentrico, pieno di curiosità, scoperte e meraviglia, o in uno in cui tutto è regolare, programmato, razionale? E poi, ancora: la mia, la vostra famiglia, che cosa vi ha dato, che cosa vi ha lasciato? E’ riuscita a fornirvi una base sicura per esplorare il mondo, o vi ha forse legati troppo a sè, o ancora vi ha gettati in pasto alla vita, senza supporto alcuno? E, infine: siamo davvero intrinsecamente un riflesso dei nostri genitori, siamo soltanto ciò che essi hanno fatto di noi? Una frase di Anna a Grace continua a risuonarmi nella mente, una profezia che sembra allo stesso tempo dolce e terribile: «Un giorno sarai esattamente come me (…) Lo sai, vero?».

Voto: 4/5

Mrs. C.

Joseph Incardona – La metà del Diavolo

Titolo: La metà del Diavolo

Autore: Joseph Incardona

Editore: NN Editore

Anno: 2016

Pagine: 278

Prezzo: € 17

“Come se gli uomini avessero bisogno di una catastrofe per capire cosa stanno perdendo. Come se riavvicinarsi potesse improvvisamente cambiare il corso degli eventi.”

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Con il giungere dell’estate ci si trova molto spesso, letterariamente parlando, di fronte a due scelte: o ci si rimbocca le maniche e si affronta il “libro-mattone”, quello super spesso di cui si è sempre rimandata la lettura durante l’anno per mancanza di tempo – quale occasione migliore delle vacanze, dunque? – , o ci si affida ad un buon vecchio thriller (che in alcune varianti può anche essere un giallo), pronti a tuffarsi tra misteri, colpi di scena e psicopatici assassini. Proprio avendo in mente quest’ultimo tipo di lettura mi sono avvicinata a “La metà del Diavolo”, un libro che sembrava avvincente al punto giusto, ma che da subito mi ha attratta anche per qualcos’altro. Una citazione postata da NN Editore, infatti, mi ha convinta nel profondo che sotto all’etichetta del genere, ci fosse altro. Leggendolo, non mi sono affatto ricreduta, anzi: avevo ragione al cento per cento. Joseph Incardona non ha scritto soltanto un’opera dalle tinte thriller e noir, ha ispezionato l’animo umano, i suoi tormenti, i suoi istinti, le sue paure, la sua forza. Incardona è riuscito a trascinarmi nei meandri della mente dei suoi personaggi, mai totalmente cattivi nè totalmente buoni, pieni di sfumature, dovute per lo più alle loro storie, mai banali, e spesso tragiche. La copertina (nota di merito ad NN Editore per la scelta dei progetti grafici, sempre meravigliosi!) rispecchia perfettamente il cuore del libro: un’autostrada vuota ed un’automobile che si dirige verso una bocca sconosciuta, aperta, pronta ad inghiottirla. La disperazione, l’ignoto, il nulla.

A Pierre Castan la vita ha riservato un destino totalmente diverso da quello che lui si immaginava; le premesse per trascorrere una vita felice c’erano tutte: una moglie, una figlia, un lavoro da medico legale. Famiglia, esperienza, successo. Tutto questo improvvisamente gli è stato portato via quando la piccola Lucie è scomparsa. Pierre lo sa, ormai si è rassegnato all’idea di non rivederla mai più: non si è dileguata magicamente e non è fuggita via, la sua bambina è stata rapita e sente, come lo può sentire un padre, che il suo cuore ha cessato di battere. Di fronte ad una tragedia del genere, un uomo o si arrende, accettando ciò che gli è stato riservato, dandosi risposte più o meno vaghe, rassegnandosi; o diventa tormentato, ossessionato ed ostinato nel voler trovare chi gli ha rovinato l’esistenza, con un solo scopo in mente: la vendetta. La strada che Pierre Castan ha deciso d’intraprendere è proprio la seconda: da mesi vive vagabondando per il tratto di autostrada in cui sua figlia è sparita, cercando una traccia, un piccolo indizio, spiando, parlando con sconosciuti. Sua moglie, Ingrid, si è rinchiusa in casa, attende notizie attaccata al telefono, trascorre la sua esistenza mettendo in atto compulsioni (auto)erotiche e bevendo Bloody Mary, disperata. La situazione di stallo in cui la coppia si trova, però, cambia improvvisamente quando un’altra bambina (ormai la terza nel giro di poco tempo) scompare sull’autostrada: il lettore stesso assiste al suo ultimo pranzo in autogrill, ai suoi genitori in crisi, al suo rapimento. Non è più un caso, non è più una coincidenza ormai: c’è la stessa persona dietro tutto questo orrore, qualcuno che vediamo muoversi lentamente, attento in ogni suo gesto, un emarginato, un escluso, un sadico. Intervengono allora il capitano Julie Martinez, affiancato dal tenente Gaspard e dalla sua squadra: è una corsa contro il tempo, due fazioni opposte che desiderano giungere allo stesso obiettivo, con fini però diversi. Riuscirà la polizia ad incastrare l’assassino, sarà invece Pierre Castan ad ucciderlo? O ancora, il subdolo rapitore (la cui identità verrà svelata ben presto nel corso del libro) la farà franca, pronto anzi ad agire ancora?

Ciò che rende diversa l’opera di Incardona da un qualsiasi altro noir è l’attenzione al mondo interiore dei personaggi, che sono, tra l’altro, numerosi: diversi punti di vista si affiancano nelle pagine del romanzo. Oltre ai coniugi Castan e alla Gendarmeria, infatti, vediamo susseguirsi i pensieri e le azioni dell’assassino stesso, uomo all’apparenza mite ed innocente ma dall’animo nero, quelli di Marc e Sylvie -genitori dell’ultima ragazzina rapita, Marie. Ed insieme a loro, tutta una serie di persone che vivono nei dintorni dell’autostrada, che ne hanno addirittura assunto alcuni tratti: la confusione, la transitorietà, l’insicurezza. Facciamo la conoscenza di Pascal e di Lucino, che lavorano nella ristorazione e rappresentano entrambi il marcio, per due motivi diversi; ma incontriamo anche Lola, che vende cinicamente il suo corpo all’interno di una tenda ai bordi della strada, Jacques Baudin, un uomo che colleziona nella sua baracca tutto ciò che trova nell’area di sosta accanto a cui vive e Tía Sonora, un’anziana donna che sembra poter predire il futuro delle persone a cui legge la mano. “La metà del Diavolo” è un romanzo dallo stile tagliente, pungente, ritmico e denso. I punti si susseguono uno dopo l’altro, a frasi brevi (composte addirittura molto spesso da un solo nome, da un solo aggettivo) si alternano veri e propri elenchi, come quello delle ossessioni che mi aveva tanto colpita all’inizio, prima ancora di entrare in questo tunnel buio. “La metà del Diavolo” è un vero e proprio viaggio all’inferno, un viaggio, come afferma la traduttrice Claudine Turla, nel “non-luogo” per eccellenza, l’autostrada: tutto si svolge lì, nel bel mezzo dell’estate e sembra davvero di ritrovarsi al centro della Terra, in preda ad un caldo infernale, con una speranza che si fa via via – pagina dopo pagina – sempre più debole a causa del Male che ci circonda. Imitando la linea editoriale di NN, che da, sul retro copertina, dei consigli a chi vuole leggere i loro libri, tento, molto umilmente, di farlo anche io. Questo libro è per chi ha visto l’oscurità da vicino e sa cosa significa perdersi in essa, per chi vuole sondare le tenebre umane e lotta affinchè giustizia venga fatta, sempre. Questo libro è per chi si è fermato in autogrill, un’afosa notte di luglio, dopo un concerto, e non ha potuto non pensare alla fatalità della vita, che, a volte, è in grado di sovrastarci tutti.

Voto: 4/5

Mrs. C.