Pablo Simonetti – Vite vulnerabili

Titolo: Vite vulnerabili

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2018

Pagine: 184

Prezzo: € 18,00

“L’unica cosa che riuscii a ricavare dalla confusione dei miei sentimenti fu il bisogno di mettere fine a un dolore che mi accompagnava da anni. Era come se la mia ombra si fosse ostinata a rimanere indietro, costringendomi ad aspettarla, senza permettermi di avanzare. Volevo finalmente riunirmi a lei, o abbandonarla lungo la strada, pronto a sopportare il lutto per la sua perdita.” 

Non conoscevo Pablo Simonetti, autore cileno classe ’61, che ha esordito nel 1999 con la raccolta di racconti “Vite vulnerabili“. Proprio il suo esordio letterario è stato tradotto e portato nel nostro Paese dai sempre attenti ragazzi di Edizioni Lindau, ponendo così un nuovo, importante tassello nel grande mosaico della letteratura sudamericana sbarcata in Italia.
Partendo proprio dal titolo, posso affermare con assoluta certezza che nessun altro aggettivo avrebbe potuto identificare meglio le dodici storie narrate da Simonetti: la vulnerabilità è il tratto distintivo degli uomini e delle donne che popolano le pagine inquiete della raccolta.

Simonetti, pur concedendosi qualche piccola fuga in Europa, tratteggia una provincia cilena dai contorni nostalgici e sfocati. Quartieri sonnolenti e grigi, a tratti quasi fantasma, abitati da persone le cui vite annaspano in un mare di disillusione, tra ossessioni e struggenti ricordi, alla costante ricerca di un appiglio per non affogare. Appiglio che può essere rappresentato da una sospirata e rischiosa avventura extra coniugale, da manie ossessivo compulsive sempre più stranianti o ancora dalla presenza confortante  di un anziano, il cui silenzio si tramuta nell’unica cosa in grado di donare pace e serenità. Tanti sono i temi affrontati dallo scrittore cileno e tutti con una sensibilità fuori dal comune e una spiccata introspezione psicologica. La solitudine dei rapporti umani, l’incomprensione di gesti e parole, spesso proprio tra chi dovrebbe essere avvolto da una tenera intimità, l’alienazione dei legami familiari o ancora il desiderio smodato di trasgressione e di fuga dalla realtà. Simonetti, con il suo stile fluido e mai banale, riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei sentimenti umani con grande delicatezza e inaspettata profondità, senza mai scadere nel melenso. Esempi cristallini sono “Il Giardino di Boboli“, inquieto scorcio del viaggio di nozze in Italia dei protagonisti o “Dal silenzio“, toccante intrusione nella vita del narratore di uno strano vecchio taciturno. La narrazione di Simonetti sa però essere anche spietata e incisiva, acuendo gli angoli appuntiti delle zone d’ombra dell’animo umano anziché mascherarli con un rassicurante tentativo di smussarli. Come in “Santa Lucía“, dove l’eccitazione di una passeggiata notturna si tramuta in smarrimento e tormento o in “Finale di finale“, in cui la finale di un torneo di bridge metterà il protagonista con le spalle al muro, a fare i conti con la propria vita.
Esempi perfetti delle due anime dei racconti di Simonetti sono “Amore virtuale” e “Senza pietà“, entrambi incentrati su di un amore omosessuale ma completamente agli antipodi. Se il primo commuove per la sua dolcezza infinita e il delicato struggimento che si respira in ogni pagina, il secondo è uno schiaffo in pieno volto, feroce e disturbante. Sentimenti contrastanti e di un’intensità tale che soltanto i grandi autori sono in grado di far sprigionare nell’arco di una manciata di pagine.

Vite vulnerabili” è una collezione di esistenze tormentate, gravida di sentimenti nascosti, che scavano in profondità nel lato più oscuro dell’esistenza umana, tra incubi e brame non soddisfatte, lasciando però spazio alla purezza degli affetti sinceri. Dodici piccoli capolavori di umanità: imperfetta, straziata, avvilita ma proprio per questo così vicina a noi.

Voto: 5/5

Mr. P.

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Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere

Titolo: Parole nella polvere

Autore: Máirtín Ó Cadhain

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2017

Pagine: 400

Prezzo: € 26,00

“Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri, gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme…”

Uno schizofrenico, gioioso, funebre delirio. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver terminato la lettura di “Parole nella polvere”, romanzo corale dello scrittore irlandese Máirtín Ó Cadhain, tradotto per la prima volta in italiano da Edizioni Lindau. Proprio la presenza di ben quattro traduttori è stato uno degli aspetti che mi aveva maggiormente incuriosito prima di immergermi nelle febbricitanti atmosfere dell’opera di Ó Cadhain. Scritto in origine in gaelico e poi tradotto in inglese, in tre differenti versioni, “Parole nella polvere” è ricchissimo di suggestioni e riferimenti alla cultura popolare irlandese, creando un turbinio di espressioni che sono state mantenute anche nella traduzione italiana, senza per questo rendere difficoltosa la lettura. Grande merito quindi, a mio modesto parere, va riconosciuto ai traduttori (Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano).
Dopo questa doverosa premessa, possiamo addentrarci nelle folli pagine di Ó Cadhain.

L’intero libro è ambientato tra le tombe di un piccolo cimitero del Connemara, regione selvaggia dell’Irlanda occidentale. Protagonisti sono proprio coloro che abitano quelle tombe. Attenzione però: i morti non sono mai stati così vivi! E direi anche così spassosi. Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, “Parole nella polvere” ci rende partecipi dei piccoli drammi di un’intera comunità, tra i dilemmi della quotidianità e i disastri della seconda guerra mondiale e del nazismo. Il linguaggio è colorito e fragoroso, in cui insulti e maledizioni di certo non si sprecano. Insomma, più che in un cimitero, ci pare quasi di essere un mercato rionale. Ed è proprio questa la forza dell’opera di  Ó Cadhain: una vivacità che scorre come energia elettrica tra le pagine del libro, catturando il lettore e trascinandolo a forza tra le meschinità e i futili problemi di un paesino del Connemara. Se pensiamo poi che a recriminare sul passato e a essere smaniosi di conoscere quanto sta accadendo nel mondo dei vivi sono i defunti, l’effetto comico e surreale è assicurato. Altroché pace e riposo eterno: nel piccolo cimitero di Ó Cadhain a regnare è una caciara vitale e senza freni.
Assistiamo così alle imprecazioni cariche d’odio di Caitríona, vedova perennemente in guerra contro la sorella e la nuora. All’ostentazione di cultura del Maestro, vanificata dalle feroce gelosia verso la moglie e il nuovo amante Billyboy il postino. O ancora al pudore di Jack l’usignolo, che non vuole mai parlare male di chi non è presente. Il microcosmo di Ó Cadhain è ricchissimo di personaggi, ognuno con le proprie debolezze e manie. Ognuno invidioso di ciò che hanno gli altri. E cosa ci si può invidiare tra morti, se non la croce? Una possente croce in pietra dell’isola, piantata sopra la tomba a dimostrare che sotto quel cumulo di terra non giace una persona qualunque. La stessa croce che diventa motivo di orgoglio ferito per Caitríona, che domanda a ogni nuovo arrivato a che punto sia la sua preparazione.
Unica voce che si distacca dal cicaleccio dei morti è quella della tromba del cimitero, che dolente introduce il lettore a ogni nuovo capitolo, con i suoi nostalgici paragoni tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Parole nella polvere” non è una lettura semplice. Ci si deve dedicare tempo e attenzione, se non altro almeno per districarsi tra la selva di personaggi. È un libro che mi ha ricordato l'”Ulisse” di Joyce, con quella sua forma poco romanzata e parecchio sperimentale, che a tratti potrebbe risultare pesante. È un’opera che deve essere scoperta poco alla volta, prendendo piano piano confidenza con gli abitanti del cimitero e con le loro storie. Un’esperienza di lettura, forse non adatta a chiunque, ma che potrebbe donare molto a chi decide di immergersi completamente tra le sue pagine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Hjalmar Söderberg – Smarrimenti

Titolo: Smarrimenti

Autore: Hjalmar Söderberg

Editore: Lindau

Anno: 2015

Pagine: 192

Prezzo: € 16, 50

“Il suo sogno segreto era un’esistenza tra pochi intimi sui quali poter profondere il proprio affetto, per poi, a cuore tanto più leggero, gettare in faccia al resto del mondo il suo pallido, mordace disprezzo.”

Smarrimenti

 Ci sono libri su cui non è possibile esprimere un’opinione una volta terminata l’ultima pagina. Ci sono libri che si devono concludere, lasciar andare, e poi riprendere, qualche tempo dopo, insieme alla speranza di poter entrare in sintonia con loro, con ciò che l’autore ci vuole mostrare, con i luoghi descritti e la psicologia dei personaggi in essi racchiusi. E’ esattamente questo il rapporto che ho avuto con “Smarrimenti” di Hjalmar Söderberg: l’ho letto una volta, mi sono sentita a disagio – potrei dire quasi, riprendendo l’azzeccatissimo titolo, smarrita -, ho lasciato passare un paio di mesi, l’ho preso nuovamente in mano, e mi sono rituffata tra le sue pagine. Alcune sensazioni si sono ripresentate, altre nuove sono sorte, e finalmente mi sono sentita (quasi) pronta per parlarne. Non fraintendetemi: “Smarrimenti” non è un libro sconvolgente di per sè, nonostante abbia dato un grande scalpore negli anni in cui fu pubblicato. E’ che, inizialmente, non mi ha catturata abbastanza, pur lasciandomi un senso di vicinanza, e, finita la prima lettura, non ero in grado di formulare un giudizio complessivo. Aprendolo per la seconda volta invece, grazie anche alla familiarità acquisita precedentemente, ho  cominciato a capire un po’ di più il tutto, sapendo ormai che cosa aspettarmi, ed il romanzo ha preso una piega diversa. Penso che tutto ciò sia successo anche perchè questo è stato il mio primo approccio con un ‘classico’ della letteratura nordica: solitamente leggo italiani, inglesi, francesi, americani, ed approdare per la prima volta in un territorio pseudo sconosciuto non è mai facile. Per fortuna però grazie ad Edizioni Lindau ho avuto quest’opportunità, e sono felice di aver fatto questo salto nel buio.

“Smarrimenti” segue le vicende di Tomas Weber, un giovane ventenne biondo, esile, con gli occhi azzurri ed una bocca che «esprimeva un energico desiderio di prendersi tutto quanto la vita poteva offrire». Tomas ha da poco terminato gli studi, ed ha grandi sogni per il futuro: desidera sposare Märta Brehm, la ragazza che dice di amare, e diventare un ricco medico o un politico famoso. Egli sembra sapere esattamente ciò che vuole, ma fin dalle prime pagine si nota un’inquietudine di fondo, una presenza invisibile, un qualcosa di oscuro che instilla in noi l’ombra del dubbio: forse Tomas non è poi così sicuro, non si conosce ancora così bene. Il dubbio diventa certezza in pochissimo tempo: il protagonista infatti sviluppa una forte attrazione per una giovane donna, Ellen Karlsson, conosciuta per caso in un negozio di guanti. Si comincia a percepire fin da subito l’ambiguità di Tomas, i suoi sentimenti contrastanti: «Era Märta che amava, eppure gli sembrava di perdere qualcosa di essenziale della felicità della vita, se non avesse mai visto quelle braccia nude e bianche allungarsi verso di lui da qualche angolo oscuro di una stanza con le tende abbassate». In un pomeriggio di fine aprile il ragazzo incontra Ellen su di un tram e, a seguito di una passeggiata, i due si baciano. Proprio da qui inizieranno quegli “smarrimenti” da cui la signora Weber, madre di Tomas, ha sempre cercato di proteggere il figlio. Il protagonista infatti comincia a condurre la sua esistenza girovagando per una Stoccolma che sembra ricordare il suo animo: cupa, buia, descritta molto spesso nei suoi angoli meno illuminati, come i caffè al calare della notte, pieni di uomini dediti all’alcool. Conscio dell’impossibilità di avere una relazione seria con Märta a causa della loro giovane età, il ragazzo esplora i piaceri della carne con la povera e devota Ellen, in un continuo tira e molla. Ad aggiungersi ai suoi problemi c’è la mancanza di denaro, che comincia a farsi sentire prepotentemente; non volendo ricorrere all’aiuto del padre, Tomas si affida ad una figura sinistra, malevola e melliflua: il commerciante di mattoni. E’ a questo punto che il giovane uomo brillante e determinato si rivela per quello che è: semplicemente un ragazzo, con i suoi istinti e le sue passioni, con le sue esigenze egoistiche ed il cuore pulsante. Lasciandosi trascinare dalle situazioni, Tomas interrompe l’avventura con Ellen e, nel bel mezzo dell’estate, torna dalla sua Märta, incurante delle conseguenze che un gesto così avventato può portare. Gli esiti di questa sua decisione saranno disastrosi: la colpa irromperà nella vita dei due giovani amanti, e con lei la paura, il dolore, la consapevolezza di aver sbagliato. Il protagonista urla al mare infinito e vuoto i suoi tormenti, pentito: ma ormai è troppo tardi. Con la prima neve, all’inizio di novembre, è chiaro che non c’è più speranza. L’anno sta per terminare, e con lui tutto ciò che aveva permesso a Tomas di essere felice per brevi istanti; il commerciante di mattoni s’insinua continuamente nella sua vita, per riavere ciò che ha prestato, l’amore è ormai un lontano ricordo e la città svedese sembra riempirsi di tetri presagi: cortei funebri, campane che emettono inquietanti melodie, una sirena anti nebbia che sembra perseguitare il protagonista ovunque vada. Il paesaggio rispecchia esattamente le emozioni fosche di Tomas, che prende una decisione irreversibile, ormai disperato. Qui, però, sta il genio di Söderberg: il finale di “Smarrimenti” è uno dei più poetici che io abbia mai letto. Vi dirò di più: vale l’intero libro. Perchè l’autore ci riserva una flebile, pacata e timida speranza, una speranza che sa di biancheria pulita e di neve soffice. La stessa speranza che può provare un cavaliere ferito che si rialza coraggiosamente, pronto ad andare avanti, ancora.

Non è stato semplice per me entrare in sintonia con questo romanzo e con il suo protagonista, nè con Stoccolma, che è il secondo ‘personaggio’ principale del libro: la città viene frequentemente descritta come ombrosa, silenziosa, e poi improvvisamente viva. Una città dalla doppia faccia, un po’ come Tomas stesso: ambiguo, cupo, dedito ad un continuo rimuginare da una parte, ma improvvisamente energico nella sua giovinezza dall’altra. “Smarrimenti” è pervaso da un continuo senso di oppressione, d’immutabilità ed i temi che qui vengono esplorati hanno tutti bene o male a che fare con queste sensazioni: i personaggi che ruotano intorno a Tomas, la sua famiglia, gli amici, la borghesia stoccolmese che lo circonda, sono tutti spesso nostalgici, presi dai ricordi, dal passato felice che fu, sono persone disilluse e fragili, incarnate perfettamente nella figura del cugino della signora Weber, Gabriel Mortimer, il quale svaluta continuamente l’amore e consiglia a Tomas di evitarlo come la peste, se non vuole avere guai. Nonostante la malinconia dilagante, le pagine finali del romanzo esprimono un’esasperata voglia di vivere, di dimenticare le brutture nell’immediato e poi di ricordarsene soltanto nel futuro, in modo da guardarle da lontano, in un diverso tempo e spazio, per poterne ridere. Che è qualcosa che dovremmo senz’altro imparare a fare tutti, prima o poi.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Hjalmar Söderberg – Il disegno a inchiostro e altri racconti

Titolo: Il disegno a inchiostro e altri racconti

Autore: Hjalmar Söderberg

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2015

Pagine: 101

Prezzo: € 12,00

“La mia vita è un sogno oscuro e confuso. Un giorno mi sveglierò in un altro sogno più vicino alla realtà e con un senso più profondo dell’attuale. Da quel sogno mi sveglierò in un terzo e poi in un quarto, e ogni nuovo sogno sarà più vicino alla realtà del precedente. In questo avvicinarsi alla verità consiste il senso misterioso e profondo della vita.”

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Venti racconti condensati in un centinaio di pagine: le “Historietter” di Hjalmar Söderberg vengono tradotte e proposte in Italia per la prima volta dalla casa editrice torinese Lindau. Scrittore svedese vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Söderberg ha dimostrato durante la sua carriera un intenso amore per la forma breve, tratteggiando nel corso degli anni schizzi e storielle dalle sfumature più variegate. Pubblicate a sprazzi su riviste e quotidiani, le short stories dell’autore scandinavo sono state poi raccolte in volume nel 1898, dando così la possibilità ai lettori di immergersi completamente all’interno dell’universo söderberghiano.

Apre l’antologia il racconto che da il titolo all’opera, diventando chiave di lettura per le novelle che seguono. Protagonista è infatti il semplice disegno di un paesaggio, che il narratore mostra ad una ragazza. Ma anzichè ammirarlo e godere unicamente della sua bellezza artistica, la giovane si interroga insistentemente sul significato nascosto nel quadretto. Nonostante il suo struggimento, non le è però possibile risalire a cosa realmente riveli quel disegno. Semplicemente perchè un vero significato non c’è: si tratta solo di un paesaggio, nè più nè meno. Söderberg con questo breve schizzo vuole renderci partecipi dell’impossibilità dell’uomo di comprendere la propria ragione di vita, trasformando così l’esistenza in un guscio vuoto, in cui il destino dell’essere umano diventa assurdo ed inesplicabile. Proprio l’angoscia esistenziale che ne deriva è l’elemento pregnante dei racconti di Söderberg, che la analizzano in tutte le sue tonalità. Troviamo così storie dai risvolti onirici e visionari, come “Il sogno dell’eternità”, in cui il protagonista continua a salire ininterrottamente le scale del palazzo in cui abita, senza mai riuscire a raggiungere la porta della propria abitazione, come se volesse sfuggire ad una realtà carica di angoscia rifugiandosi nel sogno che si trasforma in incubo, quasi a significare che non c’è pace nemmeno estraniandosi da una vita priva di senso. Oppure “L’ombra”, che narra di un amore perduto a causa di un’ombra, o ancora “Incubo”, allucinato resoconto di un sogno che mostra al protagonista lo squallore e l’orrore della propria morte. Ma nelle storie di Söderberg trova spazio anche l’ironia, ben rappresentata in “Spleen”, dove un uomo trova la sua ragione d’essere nel gioco della lotteria, oppure ne “Il carciofo”, in cui due amici discorrono sul sapore di un carciofo, fino a quando uno dei due avrà la meglio. Molti sono i personaggi tratteggiati dalla penna dello scrittore svedese, come il maestro sbeffeggiato dai propri scolari che può solo rifugiarsi nel dolore di una vita spezzata (“Il professore di storia”), il ragazzino preso di mira dai compagni più forti che troverà la propria vocazione nel teatro (“Il buffone”), o ancora il cane che trascorre l’intera esistenza nella speranza di un fischio del suo padrone, ormai morto da anni (“Il cane senza padrone”). Ma il vero capolavoro dell’intera raccolta a mio avviso lo possiamo trovare ne “La pelliccia”, intenso racconti dagli echi gogoliani. Protagonista è un anziano dottore in procinto di morire, che crede di trovare un momentaneo conforto indossando la pelliccia del proprio migliore amico. Avere addosso quella pelliccia lo fa sentire quasi un uomo nuovo con rinnovate speranze, dapprima flebili per poi diventare sempre più consistenti, che si affacciano nei suoi pensieri. Ma anche la pelliccia nasconde un inganno, che gli rivelerà quanto amara e disperata possa essere la vita. Unico difetto è forse l’eccessiva brevità di alcuni scritti, che a mio avviso avrebbero potuto essere meglio sviluppati, lasciando invece un po’ di perplessità nel lettore.

E’ una schiera di uomini disillusi e scoraggiati quella che popola i racconti di “Il disegno a inchiostro”. Alcuni tentanto ancora di aggrapparsi alla vana speranza che il destino dell’uomo possa condurre a più alti scopi, altri invece vivono la propria esistenza con l’angosciosa tristezza della verità, ossia l’assurdità del vuoto che avvolge come un cappio l’esistenza umana, privandola di ogni senso. Söderberg sa scandagliare perfettamente l’animo umano, donandoci una serie di piccoli e feroci ritratti dell’inquietudine che alberga nel cuore di ogni uomo. Una tavolozza di colori a cui attingere per poter godere, con sguardo disincantato, di tutte le sfumature della nostra esistenza.

Voto: 3,5/5

Mr. P.