Autori vari – Calles: tredici racconti dalla Bolivia

Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Autori: AA. VV.

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 203

Prezzo: € 15,00

“Quando Álvaro aveva annunciato la sua partenza, Vanessa inizialmente aveva provato tristezza, presto convertita in quella specie di strano piacere che genera la profezia autocompiaciuta; come quando camminiamo nella penombra sapendo che va tutto bene, ma è inevitabile pensare che da qualche parte possa esserci nascosto qualcuno, o che in quel momento, proprio quello, tra tutti i momenti di cui è fatta la vita, avverrà il primo contatto con un’anima in pena o con il diavolo. Siamo convinti di vedere qualcosa e che quello sia l’attimo più emozionante della nostra esistenza. Terrore e piacere simultanei. Finché non si accende la luce e constatiamo che se qualcosa c’è, è stato lì da sempre.”

Mi sono avvicinato alla letteratura sudamericana soltanto negli ultimi anni, ma quando penso ai romanzi e ai racconti che scaturiscono dalle penne di autori latini, subito mi saltano alla mente paesi come l’Argentina o il Cile, quest’ultimo in particolare rappresentato da Roberto Bolaño. Per fortuna, a sdoganare la letteratura (da noi) misconosciuta di alcuni paesi dell’America del Sud, ci sta pensando Gran Vía, attraverso la pubblicazione di una serie di antologie, ciascuna dedicata a una specifica nazione. Dopo Messico, Cuba e Cile, è la volta della Bolivia, la cui scena letteraria è ancora un territorio inesplorato per i lettori italiani. La raccolta che ci propone Gran Vía comprende tredici racconti di altrettanti autori, in un caleidoscopio emozionale che avvince e stupisce.

Calles” presenta una nuova generazione di scrittori boliviani, tutti nati dopo il 1970, a eccezione di Edmundo Paz Soldán, nato nel 1967 e che probabilmente ha dato il via alle nuove voci qui raccolte. Uno scenario florido e variegato, che tratta temi universali, adattandoli alla geografia urbana boliviana, in modo diretto e senza compromessi.
Così la violenza, sia essa premeditata che totalmente casuale, e per questo forse anche più spaventosa, ci viene sbattuta in faccia senza tanti preamboli. È ad esempio il caso di Marcelo, il giovane protagonista di “Tutti realizzano i propri sogni tranne me” di Wilmer Urrelo Zárate, uno dei racconti maggiormente sperimentali dell’intera raccolta, che da carnefice diventa vittima designata, in una escalation di brutalità che lascia turbati o la repentina e accidentale esplosione di aggressività de “La giapponese” di Saúl Montaño, che lascia il lettore assolutamente disorientato. La violenza però può anche essere solo lasciata intuire, come nel soffocante “Nel bosco” di Giovanna Rivero, che insinua sotto pelle supposizioni dai contorni angoscianti, o portare alla disgregazione e alla rottura dei fragili equilibri interni che regolano la famiglia. Proprio i delicati legami famigliari e le loro incrinature, sono al centro della gran parte dei racconti raccolti in “Calles”. “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi e “La casa grande” di Rodrigo Hasbún sono esempi perfetti di drammi famigliari racchiusi in una manciata di pagine, in cui la malattia e la vecchiaia aleggiano sui personaggi come terribili spauracchi o segreti che non devono essere rilevati. A volte però la sicurezza confortevole del nucleo famigliare può essersi dissolta nel nulla, come accade alla solitaria protagonista di “Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva, che imparerà sulla propria pelle a ricostruire da zero una nuova esistenza. In altre, invece, tale sicurezza non è mai esistita: basti pensare alla narratrice di “Deforme” di Fabiola Morales, che fin dall’adolescenza sostituisce le figure assenti dei genitori con la fotografa Dorothea Lange e la pittrice Frida Kahlo.
Menzione a parte meritano “Gringo” di Maximiliano Barrientos e “Dochera” del già citato Edmundo Paz Soldán. Il primo è un incubo del passato che torna a bussare prepotentemente nelle vite tranquille del narratore e della sua famiglia: un piccolo capolavoro onirico e allucinato, forse il mio preferito dell’intera antologia. Il secondo è la deliziosa analisi della psiche di un cruciverbista che si scopre innamorato, tra squarci di tenerezza e incantevole follia.

Calles” è una raccolta piena di sorprese, che mostra le mille piccole sfaccettature della quotidianità. La lettura di queste tredici storie incuriosisce e ci immerge in un panorama letterario che pare abbia davvero parecchio da dire. Un primo passo alla scoperta della Bolivia, sperando che il futuro ci riservi la traduzione di altre opere di questi validi autori.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Pablo Palacio – Un uomo ucciso a calci

Titolo: Un uomo ucciso a calci

Autore: Pablo Palacio

Editore: Edizione Arcoiris

Anno: 2018

Pagine: 96

Prezzo: € 10,00

“Si deve attendere. La vita è una paralisi dell’attesa. Guardiamo sempre dalla finestra speranzosi che arrivi il bel tempo. Aspettiamo che ci cadano addosso soluzioni dal tempo stesso. Seduti in poltrona, contempliamo il cinematografo dei fatti che ci accadono. Guardiamo verso l’alto per trovare il lucernario da cui uscire, pallidi e confusi, ed essere spettatori del nostro stupefacente dramma, se è possibile, se la vita lo permette.”

Tra i più grandi scrittori ecuadoriani del Novecento, Pablo Palacio approda anche in Italia con la raccolta di racconti “Un uomo ucciso a calci”, all’interno della collana “Gli eccentrici” di Edizioni Arcoiris, che prosegue nel suo attento lavoro di riscoperta della letteratura sudamericana. Già dall’eloquente titolo e dalla bellissima copertina, comprendiamo che i racconti di Palacio sono cinici, spietati e senza scrupoli. Leggendo però le nove storie che compongono l’opera, ritroviamo anche uno squisito senso del grottesco e della satira, che fa degli scritti dell’autore ecuadoriano qualcosa di assolutamente anomalo.

La maggior parte dei personaggi che popolano il mondo letterario di Palacio sono degli outsider, quasi dei reietti, distanti dalla realtà che li circonda e dalla razionalità che li vorrebbe degli individui comuni. L’esempio che calza a pennello è la donna bicefala di “La doppia e unica donna”, interprete di un conflitto interiore che si estende al mondo intero. Se da una parte infatti la protagonista si considera un’unica persona e non sopporta il fatto che gli altri la considerino un doppio individuo con due personalità ben distinte, dall’altra, nel suo intimo, la donna è felice di essere diversa da tutti e vede la propria maledizione rovesciarsi in un’accezione positiva. Altro personaggio riuscitissimo, è l’antropofago protagonista dell’omonimo racconto, in cui gli istinti brutali e primordiali si tramutano in un desiderio impossibile da dominare, trasformando l’uomo in un folle emarginato. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è poi un esempio feroce ed esilarante nello stesso tempo di ricostruzione di un crimine, in cui la presunta distanza dall’ordinarietà e le tensioni psichiche che attraversano la mente di un uomo, sono soltanto immaginate dal narratore, a sua volta ossessionato dal delitto perpetrato e vittima lui stesso della stessa psicologia contorta.
Palacio non si fa però mancare anche una breve incursione nel fantastico (“Stregonerie”), una scheggia letteraria a sfondo sociale (“La storiella”) e l’enigmatico e dai contorni onirici “Luce laterale”, forse il racconto che mi ha incuriosito maggiormente, proprio per il senso di indefinito e di indecifrabilità che lo permea. Una storia dalle sfumature quasi gotiche, che mi ha ricordato un Edgar Allan Poe iniettato di follia.
Purtroppo qualche altra storia mi è sembrata troppo poco sviluppata, con finali che, a mio avviso, non hanno reso piena giustizia a delle trame che avrebbero meritato maggiori respiro. Ma forse questo era proprio l’intento di Palacio: piccoli resoconti di insensatezza quotidiana, che ci allontanano ancora di più da una logica dell’esistenza.

Un uomo ucciso a calci” è una raccolta sperimentale, che genera nel lettore un misto di fascino e repulsione. Satira e violenza si mischiano per dare vita a storie originali, che aggiungono un importante tassello al mondo letterario sudamericano esportato nel nostro Paese. Chissà se in futuro riusciremo a leggere altro di Pablo Palacio: dopo questi nove racconti, la curiosità non manca.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Nona Fernández – La dimensione oscura

Titolo: La dimensione oscura

Autore: Nona Fernández

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 213

Prezzo: € 16,00

“Apriamo di nuovo questa porta. Al di là troveremo un’altra dimensione. Un mondo da sempre nascosto dal vecchio trucco che vi fa volgere lo sguardo altrove. Un territorio ampio e oscuro che sembra lontano, ma che si trova vicino come l’immagine che lo specchio ci restituisce ogni giorno. State passando dall’altra parte del vetro, direbbe l’intensa voce fuori campo della mia serie preferita. State entrando in una dimensione ai confini della realtà.”

Poche volte mi è capitato di rimanere così spiazzato davanti a un libro. Quando mi sono ritrovato tra le mani “La dimensione oscura” davvero non avevo idea a cosa sarei andato incontro. Romanzo? Saggio? Memoir? L’opera di Nona Fernández è nello stesso tempo tutto questo e nulla di quello che ho elencato. La somma delle parti ha creato qualcosa di unico e straordinario. Un atroce spaccato della storia del Cile ma anche un distillato amaro della vita dell’autrice, tra ricostruzioni autentiche e viaggi nella coscienza. Un libro che genera dolore, anche a chi come me abita a migliaia di chilometri di distanza e nel 1984 era appena nato, e che trascina il lettore in una dimensione alternativa, in cui pallide lame di luce tentano di dare un senso a un buio che attanaglia il cuore.

Protagonista della storia narrata dalla Fernández  è il Cile martoriato di Augusto Pinochet degli anni ’70 e ’80, in cui gli oppositori e i detrattori del regime si trasformavano in desaparecidos, tra brutali torture, uccisioni e rapimenti. In mezzo a questo vortice di orrore spunta una data che, nel bene e nel male, contribuirà a cambiare la storia cilena: il 27 agosto 1984. La mattina di quel giorno, uguale a centinaia di altre mattine trascorse in balia della dittatura di Pinochet, Andrés Antonio Valenzuela Morales, che la Fernández  chiama “l’uomo delle torture”, si reca negli uffici di “Cauce“, rivista dell’opposizione. Quell’uomo ha soltanto una volontà: parlare, confessando i terribili crimini commessi contro i desaparecidos. Vuole svuotarsi la coscienza, vomitare tutto il proprio disgusto per la sua vita scellerata, che pesa come un macigno sulla sua anima ormai marcita. Un’ammissione che culminerà in un articolo in prima pagina, con una copertina in cui campeggia la foto dell'”uomo delle torture” e la gigantesca scritta “Io aguzzino“. Proprio grazie a quell’articolo l’autrice conoscerà “l’uomo delle torture”, che si tramuterà in una costante all’interno della sua vita, riapparendo più volte a distanza di anni, fino a quando la Fernández immagina di spedirgli una lettera per comunicargli che intende scrivere un libro su di lui. Lui che sciaguratamente rappresenta in modo magistrale “la dimensione oscura”, sorta di limbo parallelo alla realtà, cupo universo fatto di violenza, morte e scomparse. A questo proposito, particolarmente azzeccato e originale diventa il paragone che l’autrice elabora tra la dimensione oscura della dittatura cilena e la serie tv cult degli anni ’60 “Ai confini della realtà“, spettacolo televisivo che riempiva i pomeriggi adolescenziali della scrittrice.
Scavando nel torbido dei fatti di cronaca nera legati al regime dittatoriale cileno, la Fernández  inframezza la riproduzione storica degli eventi (a volte infarciti da necessari ma mai invadenti voli di fantasia) con toccanti esperienze personali, in un connubio unico tra finzione, memoir e non-fiction. Così le strazianti storie personali dei desaparecidos e delle loro famiglie, si mischiano all’infanzia dell’autrice, che ha vissuto quegli anni da spettatrice inconsapevole, metabolizzando un dolore che ritorna a galla, prorompente, nella sua esistenza da adulta.

La dimensione oscura” è un libro sulla sofferenza e sulla perdita ma anche sulla memoria e sulla necessità di ricordare la devastazione del regime di Pinochet. Perché soltanto ricordando si potrà rendere giustizia a chi si è immolato per la libertà, a chi è stato vittima di soprusi e di violenze ma non si è piegato, affrontandole a testa alta. Un libro necessario per chi vuole dare la giusta importanza alle testimonianze del passato ma che nel frattempo lancia uno sguardo speranzoso al futuro.

Voto: 5/5

Mr. P.

Pablo Simonetti – Vite vulnerabili

Titolo: Vite vulnerabili

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2018

Pagine: 184

Prezzo: € 18,00

“L’unica cosa che riuscii a ricavare dalla confusione dei miei sentimenti fu il bisogno di mettere fine a un dolore che mi accompagnava da anni. Era come se la mia ombra si fosse ostinata a rimanere indietro, costringendomi ad aspettarla, senza permettermi di avanzare. Volevo finalmente riunirmi a lei, o abbandonarla lungo la strada, pronto a sopportare il lutto per la sua perdita.” 

Non conoscevo Pablo Simonetti, autore cileno classe ’61, che ha esordito nel 1999 con la raccolta di racconti “Vite vulnerabili“. Proprio il suo esordio letterario è stato tradotto e portato nel nostro Paese dai sempre attenti ragazzi di Edizioni Lindau, ponendo così un nuovo, importante tassello nel grande mosaico della letteratura sudamericana sbarcata in Italia.
Partendo proprio dal titolo, posso affermare con assoluta certezza che nessun altro aggettivo avrebbe potuto identificare meglio le dodici storie narrate da Simonetti: la vulnerabilità è il tratto distintivo degli uomini e delle donne che popolano le pagine inquiete della raccolta.

Simonetti, pur concedendosi qualche piccola fuga in Europa, tratteggia una provincia cilena dai contorni nostalgici e sfocati. Quartieri sonnolenti e grigi, a tratti quasi fantasma, abitati da persone le cui vite annaspano in un mare di disillusione, tra ossessioni e struggenti ricordi, alla costante ricerca di un appiglio per non affogare. Appiglio che può essere rappresentato da una sospirata e rischiosa avventura extra coniugale, da manie ossessivo compulsive sempre più stranianti o ancora dalla presenza confortante  di un anziano, il cui silenzio si tramuta nell’unica cosa in grado di donare pace e serenità. Tanti sono i temi affrontati dallo scrittore cileno e tutti con una sensibilità fuori dal comune e una spiccata introspezione psicologica. La solitudine dei rapporti umani, l’incomprensione di gesti e parole, spesso proprio tra chi dovrebbe essere avvolto da una tenera intimità, l’alienazione dei legami familiari o ancora il desiderio smodato di trasgressione e di fuga dalla realtà. Simonetti, con il suo stile fluido e mai banale, riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei sentimenti umani con grande delicatezza e inaspettata profondità, senza mai scadere nel melenso. Esempi cristallini sono “Il Giardino di Boboli“, inquieto scorcio del viaggio di nozze in Italia dei protagonisti o “Dal silenzio“, toccante intrusione nella vita del narratore di uno strano vecchio taciturno. La narrazione di Simonetti sa però essere anche spietata e incisiva, acuendo gli angoli appuntiti delle zone d’ombra dell’animo umano anziché mascherarli con un rassicurante tentativo di smussarli. Come in “Santa Lucía“, dove l’eccitazione di una passeggiata notturna si tramuta in smarrimento e tormento o in “Finale di finale“, in cui la finale di un torneo di bridge metterà il protagonista con le spalle al muro, a fare i conti con la propria vita.
Esempi perfetti delle due anime dei racconti di Simonetti sono “Amore virtuale” e “Senza pietà“, entrambi incentrati su di un amore omosessuale ma completamente agli antipodi. Se il primo commuove per la sua dolcezza infinita e il delicato struggimento che si respira in ogni pagina, il secondo è uno schiaffo in pieno volto, feroce e disturbante. Sentimenti contrastanti e di un’intensità tale che soltanto i grandi autori sono in grado di far sprigionare nell’arco di una manciata di pagine.

Vite vulnerabili” è una collezione di esistenze tormentate, gravida di sentimenti nascosti, che scavano in profondità nel lato più oscuro dell’esistenza umana, tra incubi e brame non soddisfatte, lasciando però spazio alla purezza degli affetti sinceri. Dodici piccoli capolavori di umanità: imperfetta, straziata, avvilita ma proprio per questo così vicina a noi.

Voto: 5/5

Mr. P.

Alberto Laiseca – Uccidendo nani a bastonate

Titolo: Uccidendo nani a bastonate

Autore: Alberto Laiseca

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 156

Prezzo: € 12,00

“Per essere efficace un titolo deve possedere le seguenti caratteristiche: UNO deve essere corto DUE deve avere a che vedere con l’opera TRE non deve inquietare QUATTRO deve essere intelligente ma non troppo CINQUE deve intrigare SEI deve essere ironico SETTE non deve assomigliare a nessun altro titolo OTTO non deve dar luogo a equivoci NOVE non deve essere ermetico, né contenere riferimenti scatologici.”

Tredici racconti: o forse sarebbe meglio dire tredici irresistibili deliri, tutti parte del medesimo, schizofrenico e geniale, universo narrativo. In “Uccidendo nani a bastonate”, lo scrittore argentino Alberto Laiseca inventa infatti un proprio cosmo, fatto di popoli dai nomi bizzarri e dalle abitudini ancora più strambe. Un intero mondo fantastico, che affonda però le radici ben salde nel nostro, in un mix esplosivo, che fa dell’atipicità e di una incontrollabile follia i propri punti di forza. Un tuffo a occhi chiusi nell’assurdo, ignari di cosa ci sarà ad aspettarci in queste pagine.

Il pianeta partorito dall’immaginazione di Laiseca è dominato dalla Tecnocrazia, un governo dittatoriale, che fa della guerra e dello sterminio le proprie bandiere. L’autore azzarda più di un parallelismo con l’esercito nazista, descrivendo camere a gas e campi di concentramento quali metodi primari di violenza e reclusione. Ma lo scenario non deve trarre in inganno: i racconti sono quanto di più variegato si possa immaginare e, anche quando trattano di smaltimento cadaveri o di metodi di tortura, altamente spassosi.
Numerosissimi i curiosi personaggi che popolano queste storie: scienziati, egittologi, scrittori in crisi, mariti spietati e piante magnetofoniche. Ci imbattiamo così nella feroce vendetta della mummia di Mozart (“La mummia del clavicordo”), in un incosciente esperimento all’interno di una tromba d’aria (“Viaggio nel tornado”) o nel peggior supplizio che l’uomo abbia mai inventato (“Il serpente Kundalini”). Non mancano un commissario politico che si tramuta in un farneticante dittatore (“Il delirio del delirio”) o un sovrano che costruisce palazzi per segregare le proprie consorti (“Gradinata di gioielli”). Un turbinio di situazioni eccentriche, impietose ma irresistibili nello stesso tempo, che ci conducono alla genialità del racconto che chiude la raccolta. Protagonisti di “Inventando titoli nella caverna d’inverno” sono due vivaci scrittori alla ricerca di un titolo per la propria opera: così, tra titoli assurdi, grotteschi e ingegnosi, si arriva alla rivelazione finale. Menzione a parte merita “Il cecoslovacco”, il racconto che più ho amato e che narra delle violenze psicologiche inflitte da un marito crudele a una moglie indifesa. Un piccolo e terribile gioiello narrativo.

Alberto Laiseca confeziona una raccolta difficile da catalogare, in cui il lettore non può fare altro che mollare ogni reticenza e lasciarsi trasportare dal flusso impetuoso di questi tredici racconti. Un viaggio nell’incredibile, in cui ogni cosa può accadere ma dove il fantastico e l’ironia non rimangono fini a se stessi ma guardano con occhio lucido alla diversità, alla discriminazione, al servilismo verso i poteri forti. Un autore che non conoscevo ma che mi ha favorevolmente impressionato, con un’opera che rientra di diritto tra le più originali che abbia mai letto.

Voto: 4/5

Mr. P.

Emiliano González – Penumbria

Titolo: Penumbria

Autore: Emiliano González

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2017

Pagine: 84

Prezzo: € 9,00

“Dopo qualche istante, si ha l’impressione che la realtà abbia la consistenza, il colore e la luce di un quadro: la realtà è un quadro, e noi ne facciamo parte. Poi ci si rende conto che il cielo è di una sfumatura seppia solcata da nubi che promettono tempesta (senza mai rispettare la loro promessa) e che sono appena suonate, per sempre, le cinque del pomeriggio: nell’aria aleggia ancora l’ultimo rintocco, fatto al quale ci si abitua a fatica. Quando ci si riesce, i pensieri risuonano allo stesso modo di quel lamento, sono come incantati da quel suono, e si pensano solo pensieri delle cinque del pomeriggio, e forse per questo i libri  redatti a Penumbria sono libri da leggere al tramonto.” 

Continua il progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, volto alla pubblicazione di autori sudamericani di culto, le cui opere sono ancora inedite nel nostro Paese. Come per Polleri e Chimal, anche questa volta la partecipazione dei lettori è stata grande, portando così la casa editrice salernitana alla traduzione della raccolta di racconti “Penumbria” del messicano Emiliano González.
Tra i più importanti autori e studiosi contemporanei di letteratura fantastica in America Latina, González è uno scrittore poliedrico e dalla fantasia sfrenata, autore di racconti che racchiudono al proprio interno interi universi, ispirati a mostri sacri del fantastico come Lovecraft, Machen e Borges.

Il volume si apre con il racconto maggiormente significativo dell’intera raccolta, “Rudisbroeck o gli automi“, considerato tra i capolavori di González. Una storia che è scoperta ed esplorazione della misteriosa e perturbante città di Penumbria, dove il tempo sembra essersi cristallizzato alle cinque del pomeriggio e dove il cielo ha perennemente i colori nostalgici e sepolcrali della sera che si tramuta in notte. Insieme al narratore ci imbattiamo in una miriade di personaggi bizzarri e dall’aspetto sinistro: l’ambiguo antiquario Mefisto, il folle Papá Fritz, la conturbante attrice Sonia e il saggio e mostruoso Braulio. Ma la leggenda che ammanta Penumbria è legata al costruttore di automi Rudisbroeck, trincerato nella sua torre, di cui non si scorge la fine. Un racconto alienante e deliziosamente schizofrenico, in cui González dà un’ottima prova della potenza della sua immaginazione. “L’eredità di Cthulhu” è un degno omaggio al Solitario di Providence e agli pseudobiblium, di cui il “Necronomicon” è il più famoso esemplare. L’orrore primordiale qui è concentrato nella piccola scultura di uno scarabeo che si scoprirà avere un insospettabile legame con il raccapricciante Cthulhu, creatura ideata dallo stesso Lovecraft. Un racconto affascinante, che profuma di horror vecchio stampo. “La lettura segreta” sembra quasi un bozzetto di qualcosa di più corposo, appena un accenno a una serie di libri segreti che devono essere letti nell’ordine giusto e che diventano l’ossessione del narratore. Tre pagine visionarie, che lasciano aperti nel lettore dubbi e domande. “I quattro libri di Garret Mackintosh” è la ricostruzione della vita e delle opere dello scrittore gallese Thomas Garret Mackintosh, autore mai esistito che González tratteggia con tale dovizia di particolari che al termine della lettura ci ritroviamo con la voglia di scoprire la sua produzione, incuriositi dalle sue opere enigmatiche. Colpisce la grande quantità di racconti immaginari dalle trame abbozzate, che farebbero la felicità, per originalità e fascino, di tanti autori dei giorni nostri. Chiude la raccolta “Impressioni di Bruges“, un piccolo affresco della città belga, seducente ma forse un po’ troppo sconnesso.

Penumbria” è un una tavolozza dalle mille sfumature, dove però sono i toni scuri e uggiosi a fare da padroni. Racconti che trasportano il lettore in orrori primigeni e città ammantate da aure di mistero. Una raccolta che consiglio in particolar modo a chi già mastica letteratura fantastica e volesse aggiungere una chicca alla propria collezione. Uniche pecche, un paio di racconti che paiono quasi più schizzi e che lasciano nel lettore un senso di incompiutezza, e la brevità dell’opera. Di González avremmo voglia di leggere di più: chissà che Edizioni Arcoiris in futuro ci potrà accontentare.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Roberto Arlt – Saverio, il Crudele / L’isola deserta

Titolo: Saverio, il Crudele / L’isola deserta

Autore: Roberto Arlt

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 11,00

“Tutti voi marcirete come topi schifosi in mezzo a tutti questi libri. Un giorno vi ritroverete con il sacerdote venuto a somministrarvi l’estrema unzione. E mentre vi ungeranno d’olio la pianta dei piedi, vi direte: «Cosa ho fatto della mia vita? L’ho consacrata alla contabilità». Bestie.”

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Ogni volta è la stessa storia. Se devo scegliere un libro, non so esattamente per quale motivo, mi oriento quasi sempre sulla letteratura che conosco meglio: un classico francese, un contemporaneo inglese, qualcosa d’italiano, o di statunitense. Mi sono più familiari, in qualche modo. Solo ultimamente ho imparato ad aprirmi anche ad altre culture, a cercare di esplorare generi diversi e terre lontane. Sono così giunta a Roberto Arlt, autore argentino vissuto nella prima metà del Novecento. I miei dubbi (mi piacerà poi davvero? non narrerà forse di cose troppo distanti da quelle a cui sono abituata?) sono stati dissipati immediatamente. Ho terminato la mia lettura con gli occhi sgranati e la bocca semi spalancata, e non sto esagerando. Arlt mi ha dato qualcosa, uno stupore particolare, una consapevolezza maggiore. Non posso fare a meno di ringraziare Edizioni Arcoiris, e in particolare la collana ‘Gli Eccentrici‘, per aver portato in Italia questi due, meravigliosi, testi.

“Saverio, il Crudele” è la prima opera teatrale davanti cui ci si ritrova aprendo il libro. Fin dall’inizio è possibile individuare quello che è uno dei temi principali della pièce, ovvero l’inganno. Susana ed un gruppo di suoi amici e familiari hanno deciso di approfittarsi della probabile ingenuità di un uomo di nome Saverio, di mestiere fornitore di burro, inscenando uno scherzo alle sue spalle. Con un tranello (la proposta di un affare) lo attirano a casa loro; qui, Pedro, Luisa e Juan gli comunicano che Susana, purtroppo, non può riceverlo in quanto è improvvisamente impazzita. La ragazza, infatti, pensa di essere una regina, il cui trono è stato rubato da un crudele Colonnello. L’unico modo per guarirla – gli riferiscono, disperati – è stare al suo gioco ed inscenare quello in cui crede: ghigliottinando il perfido militare e recuperando il suo regno, infatti, probabilmente la giovane donna tornerà normale. E’ necessario dunque che qualcuno, in questa farsa terapeutica, interpreti il ruolo del Colonnello: ed è esattamente a questo che serve la presenza di Saverio, il quale accetterà, un po’ titubante. Tutti sono d’accordo, numerose sono le persone coinvolte in questa burla, tranne la sorella della protagonista, che si oppone, indignata, alla pubblica derisione di un estraneo. Ma, come afferma Juan, «Il bello sta proprio lì, Julia. Che interesse ci sarebbe nella farsa se uno dei partecipanti non ignorasse il segreto? Il segreto, in un certo senso, è la buccia di banana che il passante distratto calpesta camminando». A poco a poco, però, cominciamo a capire qual è il vero scopo di Arlt: non offrirci uno spettacolino grottesco, comico per i più goliardi e penoso per i più sensibili. Lo scrittore vuole invece ribaltare le carte in tavola, mettere in luce il fatto che anche il più mite degli uomini, se posto nelle giuste condizioni, può rivelarsi uno spietato boia. Così, quindi, Saverio comincia ad immedesimarsi fin troppo bene nel ruolo che gli è stato affidato, prendendo alla lettera una frase dei Vangeli, che scrive “Siate astuti come serpenti e candidi come colombe”. Alla festa organizzata a casa di Susana, occasione in cui la donna dovrebbe riprendersi l’ipotetico trono, Saverio fa il suo ingresso trionfale e di lì a poco gli eventi precipiteranno. I lettori rimarranno sconvolti da una serie di colpi di scena, e, terminata l’opera, non potranno che domandarsi quale sia il prezzo da pagare per quello che sembrava un innocente scherzo e che invece sotto nascondeva molto di più.

Come se non bastasse il turbamento d’animo provocato dalla prima pièce, Roberto Arlt, con il suo secondo lavoro qui raccolto, ci da il colpo di grazia. “L’isola deserta” è una storia breve, non molto complessa, ma letale. I personaggi principali sono un gruppo di impiegati, per lo più senza nome, che lavorano con impegno in un ufficio al decimo piano di un palazzo. Nonostante la loro continua forza di volontà, però, non rendono quanto dovrebbero ed il Capo, figura minacciosa e razionale, li rimprovera dei numerosi errori commessi. Tutto d’un tratto uno di essi, Manuel, confessa al superiore di non riuscire più a lavorare: l’ufficio ha infatti una finestra immensa che si affaccia sul porto e questo continuo andare e venire di navi distrae lui ed i suoi colleghi, li rende pensierosi e malinconici, gli impedisce di concentrarsi assiduamente nelle loro mansioni. A partire da questa lamentela, dunque, ha inizio una conversazione tra i vari dipendenti, che si accentua maggiormente con l’arrivo del fattorino mulatto Cipriano: quest’ultimo, infatti, comincia a narrare le numerose avventure a cui ha preso parte lavorando sulle navi. L’orientalismo introdotto da questo personaggio fa sì che emerga il desiderio di esplorare, viaggiare e liberarsi da un lavoro ripetitivo e monotono. Manuel, María e gli altri rimangono incantati dai racconti di Cipriano e sognano una vita altrove, su un’isola deserta, un’esistenza diversa, e non sanno che, in un certo senso, quest’ultima starà proprio per cambiare.

Dal poco che sono riuscita a carpire su di lui, per Roberto Arlt scrivere era vitale: egli desiderava con tutto se stesso ricercare la verità e la felicità (due cose che molto spesso non coincidono), e gettare nero su bianco era un modo per farlo. In queste due opere c’è tutto: il metateatro, la finzione, la fiaba, la follia, il grottesco, l’assurdo, l’evasione, l’infelicità, l’abitudine, il coraggio. Inutile dire che questo scrittore mi ha incuriosita veramente molto, mi ha lasciato sensazioni fortissime e soprattutto la voglia di scoprirlo ancora, di entrare nuovamente nel suo universo. Consigliatissimo!

Voto: 4.5/5

Mrs. C.