Giulia Bracco – La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Titolo: La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Autore: Giulia Bracco

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2018

Pagine: 348

Prezzo: € 15,00

“Anche se può essere così discreto, il mondo delle parole è violento, potente e magnifico, come l’universo che rimescola le forze con tutta la sua energia e appare sempre imperturbabile. Le parole sono magiche. Le scrivi e chi le vede automaticamente le legge. Le pronunci e si lanciano nel vuoto come dardi fiammeggianti. Le pensi e sono bombe a orologeria che incombono di nascosto. E se le invochi – pochi secondi – ti liberano, anche se dopo spariscono, come in un vuoto temporale.”

Dopo la bellissima raccolta di racconti “Storia dei miei fantasmi” di Francesco Borrasso, torno a sedermi al tavolino letterario di Caffèorchidea – giovane casa editrice salernitana – sorseggiando un caffè e addentrandomi nelle atmosfere pop e malinconiche del nuovo romanzo di Giulia Bracco: “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio”. Il primo aspetto che mi ha colpito è stata la particolarità del titolo, che ho scoperto essere una citazione di Martin Amis: “Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo: la Madre. Il Maestro. Shakespeare. Dio.” Citazione maggiormente azzeccata non poteva esserci, dato che nell’opera della Bracco la scrittura, e l’arte tutta, gioca un ruolo fondamentale, mentre i quattro sorveglianti fanno capolino tra una pagina e l’altra, ammiccando ai personaggi e disorientandoli.

Protagonisti del romanzo sono Nabel e Hector, figli dello stesso padre ma di madri differenti. Nabel, introversa ed eterna incompresa, ama profondamente la scrittura ma cancella qualsiasi cosa scriva, che si tratti di mail mai inviate, racconti o pagine di diario. Hector invece ha un animo ribelle e anticonformista e con le sue opere sognanti e simboliche si sta ritagliando un posto di tutto rispetto nel panorama artistico internazionale. Padre dei due ragazzi è Lucrezio Minenti, luminare della fisica e scienziato di fama mondiale, sospettato però di essere parte di un progetto relativo alla costruzione di una macchina del tempo, mistero su cui il professore non ha mai voluto far luce. Nabel e Hector, per volere del genitore, non si sono mai incontrati ma quando Hector, superati ormai i vent’anni, viene a conoscenza di Nabel, non può fare a meno di cercarla. Il contatto tra i due ragazzi sprigionerà un’incredibile energia e fratello e sorella comprenderanno di appartenere l’uno all’altra, indipendentemente dalla lontananza e dalle loro vite agli antipodi. La narrazione prenderà poi pieghe inaspettate, tra disperate richieste d’aiuto per poter viaggiare indietro nel tempo, misteriose borse cadute dal cielo al momento giusto e romanzi perduti (forse) per sempre.
A cavallo tra l’Italia, Londra, Parigi e Bilbao, “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dioè uno spaccato di vita autentico, quasi un romanzo di formazione atipico contaminato da bizzarre teorie scientifiche, che segue in parallelo le esistenze di Nabel e Hector, sfiorandole e intrecciandole per poi separarle di nuovo. E proprio ai due protagonisti non ci si può fare a meno di affezionare, sentendoci partecipi delle loro vite. Due personaggi vivi e a 360° gradi, che a volte vorresti incitare, altre quasi schiaffeggiare per farli uscire dallo loro apatia o per acquietare la loro rabbia, altre ancora semplicemente abbracciarli. Inoltre la scrittura della Bracco è elegante ma scorrevole allo stesso tempo, tra picchi riflessivi mai banali e una vicenda che comunque non manca di una sana dose di fantasia.
Come non ricordare infine che nel libro vengono citati The Cure e Depeche Mode, tra la mie band preferite in assoluto?

La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio” è un romanzo che affronta temi complessi con una semplicità disarmante e che ci introduce in punta di piedi in un intrico di vicende familiari in cui non mancano i colpi di scena ma scavando a fondo nelle coscienze dei protagonisti e accompagnandoli in un percorso di crescita e di cambiamento, che si dipana pagina dopo pagina sotto gli occhi del lettore. Una buona lettura, a metà strada tra riflessione e intrattenimento.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Joe Meno – Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Titolo: Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Autore: Joe Meno

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 396

Prezzo: € 15,00

“Perché il mistero spaventa così tanto noi adulti? Forse perché i nostri mondi sono diventati mondi di routine e sicurezza e ordine man mano che siamo cresciuti? Forse perché abbiamo imparato la risposta a tutto e la risposta è che non c’è mai un passaggio segreto, un tesoro nascosto o una nota scritta in codice che possano salvarci nei nostri momenti più bui? Perché ci opponiamo con tanta forza alla credenza che esista un mondo che non conosciamo? È più spaventoso accettare le nostre vite come sono o coltivare una fantasia di speranza?”

Avevo conosciuto la Pidgin Edizioni lo scorso anno con le prime due uscite, storie dalle trame particolarmente originali e con una narrazione dallo spirito underground, diretta e mai banale. Soddisfatto delle esperienze di lettura che mi ha regalato la giovane casa editrice napoletana, ho voluto continuare a scoprire il suo modo alternativo di pubblicare narrativa con il nuovo titolo, uscito pochi mesi fa. Autore negli USA di veri e propri best-seller, Joe Meno è il terzo autore che ci propone la Pidgin, con il suo “Billy Argo: il ragazzo detective fallisce“. Già dal titolo, e anche dall’ottima copertina, capiamo di trovarci di fronte a un romanzo fuori dagli schemi, in cui la linearità e l’ordinarietà è meglio lasciarle da parte. “Billy Argo” è difficilmente incasellabile e io stesso, sfogliandolo, non sapevo se mi sarei trovato di fronte a un giallo, un racconto di formazione o un romanzo psicologico. L’opera di Joe Meno è tutto questo messo insieme ma è anche molto di più.

L’autore ci fa entrare nella narrazione in punta di piedi, svelandoci dapprima l’infanzia di Billy, quando il ragazzo scopre con gioia e meraviglia un autentico talento nel risolvere enigmi e misteri tanto che, insieme all’amata sorella Caroline e all’amico di sempre Fenton, si improvvisa detective. Investigare gli riesce talmente naturale che i casi risolti da Billy aumentano a dismisura, portando il trio  all’attenzione dei media e procurandogli un successo crescente. Come tutte le infanzie, anche quella di Billy e dei suoi amici giunge però al termine e i destini dei tre si separano. Da qui in avanti l’esistenza del ragazzo detective prende una piega tragica e inaspettata, con il suicidio della sorella e il ricovero di Billy in un istituto di igiene mentale. La narrazione riprende dieci anni dopo, in cui un Billy Argo ormai trentenne viene dimesso dall’istituto psichiatrico, giudicato guarito e pronto ad affrontare nuovamente il proprio percorso di vita. Da qui inizia la riscoperta di sé del protagonista, sempre in bilico tra il terrore per il mondo esterno e l’antica scintilla, mai del tutto sopita, per il mistero e la sua indagine. Ciò che però grava come un’ombra oscura e inquietante sull’esistenza di Billy è la morte della sorella: il ragazzo infatti non riesce a trovare un qualsiasi motivo che abbia scatenato in lei l’idea del suicidio. Così, scavare nella psiche tormentata di Caroline, tra vecchi diari, criptici indizi e sbiaditi ricordi, si tramuterà nel mistero definitivo, l’unico che, se risolto, sarà in grado di donare al detective la serenità che tanto agogna.
Joe Meno ci accompagna in un surreale tentativo di riabilitazione all’esistenza, tra edifici che scompaiono, bambini che si esprimono solo attraverso la scrittura di bigliettini e cattivi che riemergono dal passato per scovare tesori nascosti. Una storia di formazione dai contorni bizzarri che, al posto di descrivere un’adolescenza tormentata, come ci si aspetterebbe, dipinge con ironia e delicatezza l’interiorità dai tratti fanciulleschi di un adulto che non ha avuto la possibilità di crescere. Il lettore però non resta mero spettatore del percorso quasi iniziatico di Billy ma partecipa attivamente, in più di un’occasione, nelle ricerche del detective. In che modo, non sarò certo io a svelarlo. Chi avrà il “coraggio” di affrontare questa esperienza di lettura fuori dall’ordinario, lo scoprirà quando meno se lo aspetta.

Billy Argo” conferma, con la sua dose di sana eccentricità perfettamente bilanciata da una profondità non comune, l’ottimo percorso editoriale intrapreso da Pidgin Edizioni. Nel romanzo di Joe Meno infatti troveranno pane per i propri denti i lettori curiosi e che amano osare, addentrandosi nelle pieghe di un racconto seducente che, tra nonsense e sentimenti autentici, non può fare a meno di suscitare una genuina meraviglia.

Voto: 4/5

Mr. P.

Tony Laudadio – Preludio a un bacio

Titolo: Preludio a un bacio

Autore: Tony Laudadio

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 217

Prezzo: € 17,00

“Sono lacrime nuove, mai versate prima, di una natura diversa. O forse antiche, lacrime conservate in questi decenni, messe da parte per tutto il dolore sofferto, a volte anche senza accorgermene, forse aspettando il momento adatto per rovesciarle. Queste sono le lacrime negate. È il pianto della nostalgia, del tempo smarrito, delle occasioni lasciate andare, delle vite sprecate e consumate, il pianto dei giorni che vorrei riavere indietro, degli istanti – miliardi di istanti – che non ho vissuto come avrei voluto, dei momenti precisi. Il pianto dei mostri che sono cresciuti nella mia pancia e nella mia memoria, che sono diventati enormi perché si nutrivano di rancore, risentimento, di odio, di fallimenti. E questo è anche il pianto per la loro esistenza distruttiva, e per la loro morte: il pianto della liberazione dall’incantesimo, del risveglio da un incubo terrificante. Il pianto della debolezza, delle forze che scompaiono, della resa, il pianto della fine della guerra, dell’armistizio, della conta dei morti, della raccolta dei cadaveri, della ricerca di ciò che non c’è più, della constatazione dei disastri, è il pianto di quelli che cedono, di quelli che si abbandonano dopo una lunga lotta, che si accasciano dopo una lunga corsa, che cadono senza più opporre resistenza.”

Umanità. Questa è stata una delle prime parole che mi sono venute in mente leggendo “Preludio a un bacio” di Tony Laudadio, pubblicato da NN Editore (un plauso per la copertina, magnifica). Umanità come aggettivo, come caratteristica che rimanda alla solidarietà, alla comprensione, all’indulgenza. Al giorno d’oggi non è soltanto importante, è fondamentale che esistano ancora libri che pongano al loro centro concetti del genere. Il senso di umanità che permea l’intero romanzo è rivolto verso Emanuele, il protagonista della storia. Emanuele è un barbone, trascorre le giornate a suonare il suo amato sassofono agli angoli delle strade, vive nell’umido scantinato di un condominio, beve assiduamente per raggiungere l’incoscienza, per non pensare alla lunga serie di disastri che ha costellato la sua esistenza: è tormentato da rimorsi e, soprattutto, da rimpianti, è disilluso e cinico, si è arreso ormai a ciò che è stato e a quello che non è stato. Per tutti questi motivi, beve, perché è una delle pochissime cose che lo fanno stare bene: «L’alcol è tepore, nutrimento, benessere. Ti fa dimenticare, perdere te stesso e ogni paura. […] L’alcol è la felicità della morte senza il fastidio dell’essere cadaveri». I suoi giorni trascorrono monotoni fino a quando, una sera, viene aggredito da qualcuno e si ritroverà ricoverato in ospedale.

Credo che ciascuno di noi, procedendo a ritroso, possa trovare nella propria vita un momento chiave, un istante, un particolare accadimento che gli ha permesso di cambiare le carte in gioco. Per il protagonista di “Preludio a un bacio” la permanenza forzata in una struttura ospedaliera per qualche giorno ha avuto esattamente quella funzione. Sperimentare un contesto diverso, caldo e accogliente, avere a che fare con persone gentili e preoccupate per lui, constatare che la sua salute è a rischio: tutti questi elementi rendono Emanuele più consapevole. Deve fare qualcosa, non può continuare a crogiolarsi nei ricordi di un tempo ormai perduto, nel nulla  quotidiano. Ecco che allora gli viene in aiuto l’unica persona con cui ha un rapporto: Maria, giovane cameriera del ‘Blue Bird’, il bar in cui l’uomo è solito affogare i suoi dispiaceri. Un forte senso di umanità contraddistingue il legame tra questi due personaggi: si tratta di prendersi cura l’uno dell’altro, senza porsi limiti o barriere, andando al di là di giudizi e pregiudizi. In un certo senso, è una forma d’amore. Emanuele si sente cambiato, quasi fosse un’altra persona. Grazie a Maria comprende che è importante rivolgere la propria vita verso gli altri, mettendo da parte cinismi ed egoismi, provando a riparare agli errori commessi nel passato: «Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti? Come venature nel marmo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l’avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri. Quanto c’è di mio e quanto c’è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l’inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia nelle donne. Le mie donne».

Nonostante non abbia particolarmente apprezzato alcune rivelazioni e colpi di scena messi in atto dall’autore, ho amato profondamente questo romanzo. L’ho amato perché descrive in modo realistico che cosa significa accostarsi alla felicità, alle piccole gioie: Emanuele lo fa piano, in silenzio, con incredulità. Dopo una vita di sofferenze e brutture, di apatia e insensibilità nei confronti degli altri, dopo essersi perso nei suoi lati più oscuri, si ritrova in tutta la sua umanità. L’ho amato perché mette in luce l’importanza di aprirsi con qualcuno – uomo, donna, amico o sconosciuto che sia -, di fare ammenda, di ascoltare e saper chiedere scusa, di apprezzare cose che sono sempre date per scontate e che forse, in fondo, non lo sono affatto. L’ho amato perché è la storia di una rinascita, di un uomo che non si arrende al suo passato e a quello che si è lasciato sfuggire- fondamentalmente, l’amore – ma che cerca in ogni modo di recuperarlo. Questo significa stravolgere tutto quello che è stato, cominciare un’esistenza nuova pur tornando sui propri passi, anni dopo. È un atto coraggioso, rivoluzionario. Qualcosa che dovremmo cercare di fare più spesso.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Ben Marcus – L’alfabeto di fuoco

Titolo: L’alfabeto di fuoco

Autore: Ben Marcus

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 364

Prezzo: € 15,00

“La mancanza di linguaggio, l’assenza di un linguaggio che ci identificasse come individui completi, ci aveva trasformato in una specie di mandria emotiva. Forse una turbolenta vita interiore produceva note dirompenti dentro di noi, ma senza un attrezzo per estrarle, senza un linguaggio per capirle e diffonderle, anche se erano idiozie, si aveva la sensazione che tutta quell’impresa avesse perso all’improvviso di senso. Senza un modo per dire le cose, non c’era nemmeno motivo di pensarle.”

Le parole, si sa, a volte possono essere l’arma più pericolosa in circolazione. Il dolore che può provocare il linguaggio non ha eguali. Un dolore spirituale, intimo e profondo che per Ben Marcus si tramuta però in dolore fisico e carnale. L’autore statunitense infatti con “L’alfabeto di fuoco” applica alla lettera la potenza distruttiva delle parole, creando un moderno universo distopico, in cui il linguaggio diventa letale, uccidendo uomini e donne senza distinzioni, con fonemi velenosi, portatori di una malattia mortale.

Lo scenario è un’America dal sapore apocalittico in cui, lentamente ma in modo inesorabile, si sta diffondendo una piaga che non lascia scampo. Tutti sono soggetti a una sorta di “allergia” da linguaggio, con una sola, inquietante, eccezione: i bambini. Qualsiasi ragazzino infatti sembra immune al misterioso morbo e anzi, parrebbe addirittura un portatore sano. Infatti i piccoli possono continuare a parlare senza problemi tra loro, causando però effetti letali sugli adulti. Tra ipotesi sconclusionate, verdetti scientifici e opuscoli clandestini fatti circolare dall’enigmatico ricercatore LeBov, inizia una specie di deportazione forzata dei bambini, tenuti in isolamento dai genitori. Protagonisti dell’opera di Ben Marcus sono Sam e la sua famiglia, composta dalla moglie Claire e dalla figlia Esther, soggetti a un’odissea senza fine per raggiungere un’utopistica cura.
L’intuizione alla base del romanzo è pura genialità, prendendo a prestito un’idea abusata come l’epidemia ma plasmandola in modo del tutto originale, indicando nell’agente scatenante il contagio qualcosa di astratto eppure fondamentale per l’uomo come il linguaggio. Immaginare l’umanità defraudata della parola, sia scritta che parlata, è qualcosa di totalmente folle e terrorizzante ma Ben Marcus ci riesce, dimostrando una fantasia fuori dal comune. La parola, la forma d’espressione per eccellenza, è talmente radicata nell’animo umano che privarsene può comportare conseguenze catastrofiche. Non esprimersi acuisce il nostro senso di solitudine, ci fa sentire disarmati e distanti. Le parole racchiudono un potere inimmaginabile, in grado di rassicurare e donare serenità ma anche di condizionare migliaia di persone, rendendole schiave. Forse Ben Marcus vuole proprio farci riflettere sulla forza smisurata del linguaggio, che nella nostra quotidianità tendiamo a dare per scontata, e che dopotutto, vivere senza esprimersi in modo diretto, potrebbe davvero aiutarci a scavare in noi stessi, dandoci una nuova chiave di lettura delle nostre esistenze e delle nostre coscienze. Facendoci vedere con occhi diversi momenti cruciali della vita, come diventare ed essere genitori. Proprio la genitorialità è l’altro grande tema affrontato nell’opera dell’autore americano. Essere padri e madri significa continuare ad amare il proprio figlio anche quando causa dolore, annullandosi e donandosi completamente, anche solo per condividere pochi istanti insieme. Ma non significa anche riflettere su cosa sia più giusto per entrambi, figli e genitori, lasciando che ognuno trovi da solo la propria strada? Interrogativi che Ben Marcus lascia che si insinuino nel lettore, per non lasciarlo più durante l’intera lettura.

L’alfabeto di fuocointreccia sapientemente horror e fantascienza con un’introspezione psicologica dai risvolti profondi e inaspettati. Un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi, in cui il surreale non rimane fine a se stesso ma anzi contribuisce a dare ulteriore spessore a una trama complessa e dalle mille sfaccettature. L’unica pecca, a mio avviso è che la narrazione inizialmente stenta un po’ a decollare ma una volta catapultati nel vivo della storia non si può fare a meno di continuare a leggere. Sperando, con un brivido, che nel nostro mondo la lettura non diventi mai tossica.

Voto: 4/5

Mr. P.

Connie Palmen – Tu l’hai detto

Titolo: Tu l’hai detto

Autore: Connie Palmen

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 256

Prezzo: € 17,00

“Tutto della mia sposa mi commuoveva, ma questa incapacità di essere se stessa, la ricerca spasmodica di una voce autentica, era la cosa che più mi colpiva. Era tagliata fuori dalla parte più pura di sé, quella in cui risiedevano la creatività e il genio, incatenata alla ferita, alla rabbia, alla crudeltà. Quell’isolamento era la causa della sua frustrazione e disperazione. I ragionamenti da ambiziosa ragazza perbene la tenevano lontana da tutto ciò che era ambiguo, complesso, oscuro e violento, dalla sua vera natura. E io ero convinto che il più grande atto d’amore sarebbe stato liberarla, come un cavaliere della tavola rotonda, dalle segrete di un animo oscuro, condurla fuori e porgerle il sacro graal dell’immaginazione libera.”

Più passa il tempo, più continuo a scrivere, più mi accorgo di una cosa che sfiora l’assurdo: quanto è difficile parlare di un libro che si è amato visceralmente, che si è sentito vicinissimo, che ci ha toccati nel profondo? È arduo, davvero: lo consigliamo a qualcuno e quando costui ci chiede “Perché è così bello?” ci si ferma, quasi istupiditi e molto spesso non si è in grado di rispondere. Perché è così bello? Che cosa ci ha trasmesso, nello specifico? Si tratta di una trama avvincente, di una struttura geniale, di una scrittura limpida e scorrevole? O forse sotto c’è di più? Abbiamo sfogliato quelle pagine e le abbiamo rilette, sottovoce. Abbiamo sentito risuonare ogni parola dentro di noi, come un mantra. Abbiamo provato qualcosa di raro e profondo. Non comprendiamo più se siamo stati noi a leggere quel libro oppure è stato lui a leggere noi, la nostra storia, le nostre paure, speranze, sensazioni. Ogni parola sembra superflua, inadatta a descrivere ciò che abbiamo provato durante quelle ore di lettura. Non è facile, soprattutto quando un’opera parla anche un po’ di noi, ma penso sia necessario almeno provarci. Ancora una volta, quindi, mi ritrovo a raccontarvi di un romanzo che mi ha rapita e lasciata senza fiato, cercando di superare quello scoglio che le parole occasionalmente impongono – sono limitate, è superfluo dirlo.

In “Tu l’hai detto” – edito Iperborea, casa editrice attentissima e dal meraviglioso catalogo -Connie Palmen, scrittrice olandese, catapulta il lettore nel “luogo” più intimo che possa esistere: la relazione fra due persone. I protagonisti del suo romanzo, però, non sono due individui qualsiasi: l’autrice ha scelto di dar voce a Ted Hughes, poeta e scrittore inglese, e di esplorare il suo rapporto con la moglie, Sylvia Plath. Decisione piuttosto coraggiosa, a mio parere: non dev’essere affatto semplice ‘introdursi’ in una delle coppie letterarie più conosciute al mondo e narrarne le vicende in modo realistico e coinvolgente. Non dev’essere nemmeno facile identificarsi nel protagonista, nonché narratore della storia; la Palmen ha svolto un lavoro certosino, affidandosi ai diari, alle lettere, alle poesie dei due, e ad un numero non indifferente di biografie e saggi critici sul tema. Nonostante ciò, però, la domanda rimane: come ci si può immedesimare così bene in Ted Hughes, nell’amore bruciante che ha provato per la sua compagna, nel dolore per la sua perdita? Chiaramente non ho una risposta, posso soltanto affermare che la scrittrice, ai miei occhi, ci è riuscita in pieno. Le parole di fronte a cui il lettore si troverà sembrano proprio quelle di un uomo innamorato, accecato dai suoi sentimenti e spesso ferito; di una persona che lotta e combatte quotidianamente con (e per) la donna della sua vita; di un marito che vive nel segno dell’ispirazione poetica e che cerca di risvegliare il ‘vero io’ della moglie, la sua parte più nascosta, più vulnerabile («Voleva essere una buona moglie per me e una madre amorosa per i nostri figli, ma era anche una scrittrice, consapevole che in lei si celava una poetessa geniale, e avrebbe distrutto la nostra vita insieme se non fosse riuscita a liberarla»). Ted e Sylvia s’incontrano per caso ad una festa, la loro fama li precede, si osservano velocemente e, in un modo che ha del mistico, sentono di appartenersi. La loro storia andrà avanti per sette, tormentatissimi anni. Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra di nuovo: un amore che ha attraversato diversi Paesi ma che non è riuscito a non soccombere alla sua maledizione.  «Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io.» afferma Ted/Connie. Ma ne siamo davvero sicuri? Non lo furono, forse entrambi? Sylvia, con la sua depressione, il suo senso di vergogna e d’inferiorità verso la madre, le sue gelosie ossessive. E Ted, spaventato dalla dipendenza nei suoi confronti, ogni giorno sempre più forte, che l’ha portato dritto tra le braccia di un’altra.

Leggere “Tu l’hai detto” ha scatenato dentro di me un turbinio di emozioni, per questo mi è difficile parlarne. Connie Palmen è stata perfettamente in grado di rendere lo struggimento di un uomo e di una donna, sia per l’altro che per se stessi: la rabbia, lo sconforto e le ambizioni di Sylvia sono state anche le mie, l’inutilità nei confronti di qualcuno che soffre ed una certa attrazione per ciò che è oscuro e intricato di Ted mi hanno accompagnata per molti anni. Terminata l’ultima pagina comprenderete anche il titolo di questo romanzo meraviglioso e non potrà che risuonarvi dentro per molto, molto tempo, accompagnato da una vaga nostalgia e da un sorriso triste.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Audur Ava Ólafsdóttir – Hotel Silence

Titolo: Hotel Silence

Autore: Audur Ava Ólafsdóttir

Editore: Einaudi

Anno: 2018

Pagine: 188

Prezzo: € 18,50

“Mi sembra quasi di sentire la voce della mamma: «Ogni sofferenza è unica e differente, – aveva detto una volta – e dunque non la si può confrontare. Invece la felicità è simile».”

Oggi vi svelo un pezzetto di me: sono incredibilmente attratta dai libri che parlano di suicidio. Forse per via di quello che studio, forse per alcune esperienze di vita, forse semplicemente perché è un tema complesso, a tratti inspiegabile, “affascinante” proprio per questo motivo. Non conoscevo la Ólafsdóttir ma appena ho letto la trama del suo ultimo romanzo, “Hotel Silence”, ho immediatamente detto fra me e me: “Dev’essere mio”. Perché? Perché il protagonista della storia narrata dall’autrice islandese è un quarantanovenne che decide di porre fine alla sua vita. Jónas è un uomo le cui certezze sono crollate una dopo l’altra, velocemente: sua moglie se n’è andata, chiedendo il divorzio e lui è rimasto inerme a guardarla scivolare via dalla sua esistenza, senza provare a fermarla. Ha da poco scoperto che Guðrún Vatnalilja, sua figlia, non è biologicamente sua figlia, particolare che la ex consorte gli rivela ben ventisei anni dopo la sua nascita. Sua madre trascorre le giornate in una casa di riposo, alternando momenti lucidi in cui si dedica alla sua passione più grande (i libri che parlano di guerre) e altri in cui si perde completamente a causa della sua malattia, che la porta a dimenticare e a ripetersi di continuo. Ha un vicino di casa, Svanur, che sembra quasi un amico ma è tanto oscuro quanto lui e non tocca una donna da otto anni. Pensa che il mondo sarà lo stesso, con lui o senza di lui, e che non abbia più nulla da offrirgli. È, insomma, infelice: «Io non so chi sono. Non sono niente, non possiedo niente». Ed è a questo punto che giunge l’idea di svanire completamente. Per non causare un ulteriore trauma alla figlia, la quale potrebbe ritrovare il suo corpo, decide di andare a morire all’estero, in un Paese appena uscito da una guerra civile devastante e, più precisamente, all’Hotel Silence. Porta con sé pochissime cose, tra cui una cassetta degli attrezzi – per riparare qualcosa? no, più probabilmente per aiutarsi nell’impresa – e i diari di quando aveva vent’anni, ritrovati da poco. Lascia un vago biglietto e parte, concedendosi una settimana per “concludere la faccenda”.

Fino a qui, Jónas si presenta come un uomo insofferente ma allo stesso tempo determinato: ha imboccato una via e ha intenzione di proseguire su quella strada. Ciò con cui non ha fatto i conti, però – ed è questo uno dei particolari preziosi che fanno di “Hotel Silence” un romanzo bellissimo e molto realistico – è la vita stessa, il cambiamento che può portare il ritrovarsi in un luogo completamente differente da quello a cui si è abituati, vicino a persone che hanno vissuto cose diverse dalle nostre. L’incontro con i giovani gestori dell’albergo, Fífí e Maí – fratello e sorella -, con il piccolo Adam e la loro realtà, si rivela dunque provvidenziale. Il protagonista comincia a riflettere sulla sua vita, sull’estraneità che prova nei suoi confronti: si guarda allo specchio e non si riconosce; comprende, rileggendo i suoi quaderni, che forse non ha mai capito chi è, pur essendoselo sempre domandato. L’autrice mette in luce l’importanza del riscoprirsi altrove, del sentirsi di nuovo utili, circondati da persone nuove, che racchiudono dentro di loro esistenze lontanissime dalle nostre. È il potere dei legami che, a volte, ci permettono di ritrovare uno scopo, anche quando tutto sembrava ormai perduto. Lasciarsi andare è difficile, certo, e ci si sente vulnerabili: ma se Jónas inizialmente copriva le sue cicatrici (quelle interiori, rimanendo chiuso in se stesso, e quelle esteriori, con i tatuaggi), lentamente comincia a comprendere quanto sia fondamentale smettere di nascondersi.

Una delle cose che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo sono le riflessioni sul dolore: è ribadita più volte, infatti, l’importanza del concetto che ognuno soffre a suo modo. Ogni sofferenza è diversa, la si vive in modo differente ed è inutile compararla a quella degli altri. Il protagonista spesso tende a farlo, si interroga moralmente sulle sue intenzioni: come può permettersi anche solo di pensare al suicidio quando ci sono persone che hanno visto morire i propri cari a causa della guerra e che, nonostante questo, si aggrappano con tutte le loro forze alla vita? È giusto, è sbagliato? Alcuni mali sono più devastanti di altri? Non si dovrebbe fare il paragone, ci dice l’autrice, semplicemente. Ognuno ha una propria sensibilità ed è con quella che deve convivere.

“Hotel Silence” è un libro che parla in modo disincantato del suicidio: non tralascia né le sue zone d’ombra (il dolore, a volte, può comunque vincere) né quelle di luce – la rinascita. La Ólafsdóttir è bravissima nel mostrare come si possa faticosamente essere in grado di uscire dal mare di fango in cui si è precipitati. È possibile riparare una vita che si è rotta? Questa la domanda che ci si pone. «Si cerca di fare del proprio meglio» – sembra risponderci la scrittrice – «Essendo esseri umani.»

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

 

Stefano Caso – Libreria Luigi

Titolo: Libreria Luigi

Autore: Stefano Caso

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 187

Prezzo: € 14,00

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più. Un fantasma nero a cui avevo chiesto soccorso per fare di me un personaggio dotto e rispettabile. Un artificio che credevo divenisse potere per me e sudditanza per gli altri. E invece, lo avrei scoperto più tardi, era stata una raffinata difesa nei confronti della vita, dei miei desideri più genuini.”

Cosa significa “festeggiare” i propri cinquant’anni scoprendo che quanto si ritiene di più autentico e motivo d’orgoglio di tutta la propria vita, in realtà si tramuta in una gigantesca menzogna raccontata a se stessi?  Che come ci si vede allo specchio non corrisponde affatto all’idea che si sono costruiti di noi chi ci sta intorno? A questi quesiti prova a dare una risposta Stefano Caso, che nel suo “Libreria Luigi“, romanzo dal sapore pirandelliano, narra appunto le vicissitudini di Luigi Araldi, libraio che, dopo aver compiuto mezzo secolo, viene investito da un incredibile ciclone di eventi che cambieranno per sempre la sua esistenza.

Il turbine incontrollabile di tradimenti, rimorsi, vendette e rimpianti prende il via dalla poco gentile ma certamente innocua considerazione di un’anziana cliente che, all’affermazione di Luigi sul suo cinquantennale compleanno, risponde:
«Tanti auguri allora. Cinquanta? Lei porta la sua età in maniera davvero pietosa. Gliene avrei dati almeno una decina di più. Ma, come si dice, l’importante è essere giovani dentro. Non trova?»
Parole che hanno sul povero libraio l’effetto di un ferro rovente sulle carni vive: idealmente marchiata a fuoco da quella donna, la sua mente inizia a vorticare pericolosamente in cerca di un appiglio, rappresentato dalla tanto sbandierata cultura, l’unica cosa che lo ha sempre reso fiero e superbo. Ma proprio il suo aspetto fisico, tanto denigrato dalla vecchia signora, è il baluardo esterno del suo amore sconfinato per i libri e il sapere: barba spessa e scura e i pochi capelli rimasti portati lunghi. Segni distintivi che vengono per la prima volta messi in discussione e che sono soltanto l’inizio di una metamorfosi tanto imprevedibile quanto spassosa. Perché l’ironia, nel libro di Caso, non manca mai. Più di una volta, leggendolo, mi sono ritrovato a  sorridere, in particolare quando i fantasmi letterari del libraio in crisi esistenziale prendono il sopravvento. Lord Wotton, Vitangelo Moscarda, Charles Bukowski, Luigi Pirandello, Victor Hugo e chi più ne ha, più ne metta. Una girandola di personaggi appartenenti alla finzione letteraria e di autori passati a miglior vita infestano le giornate di Luigi, dispensando consigli non richiesti e lanciando maligne provocazioni.
Libreria Luigi” è un romanzo che affronta l’eterna paura di invecchiare e l’annosa questione dell’apparire agli altri, finendo così per mentire anche se stessi, ma sempre con la dovuta leggerezza e la giusta dose di umorismo. La trama non troppo originale viene compensata dallo stile dell’autore, scorrevole ma non banale, che alterna in un ripido saliscendi espressioni quasi auliche, che ritroviamo perlopiù nei pensieri del protagonista, che fa sfoggio della propria cultura anche parlando tra se e se, e il parlato di tutti i giorni.

Stefano Caso ci propone una lettura leggera ma che sa anche offrire momenti di riflessione. La storia di una vita ordinaria e abitudinaria che sprofonda in una crisi tanto destabilizzate quanto necessaria. Un mutamento improvviso dai risvolti tragicomici ma che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha segretamente desiderato che avvenisse anche nella propria esistenza.

Voto: 3,5

Mr. P.

Javier Argüello – A proposito di Majorana

Titolo: A proposito di Majorana

Autore: Javier Argüello

Editore: Voland

Anno: 2017

Pagine: 333

Prezzo: € 16,00

“E vidi, come mai prima di allora, che cercare di ricostruire una storia – una qualsiasi storia –  rappresenta forse la più grande assurdità alla quale si possa essere esposti.”

In questi ventisei anni ancora non ho capito se credo al destino. Spesso mi ritrovo a pensare che no, non è possibile né razionale, esistono le coincidenze, il caso e niente più. Gli accadimenti non sono tutti intrinsecamente connessi, i nostri passi non sono già stati scritti da qualcuno e dobbiamo anzi assumerci la responsabilità di ogni nostra azione, perché noi e soltanto noi scriviamo la nostra vita. A volte, però, accadono delle cose che mi fanno mettere in dubbio tutto ciò. Spesso sono episodi assolutamente banali, che fanno sorridere e nient’altro (“Oh, ieri notte ho sognato Tizio e guarda chi incontro, dopo dieci anni, in treno, oggi!”). Altre volte, invece, queste casualità mi fanno quasi rabbrividire e non riesco a non pensarci a distanza di giorni. È stata dunque una fortuita combinazione ritrovarmi con questo libro in mano, leggerlo, e rimanere sconcertata non soltanto dal tema di fondo (sì, si parla di destino) ma anche dai luoghi descritti – da me visitati pochi giorni prima – e dalle riflessioni scaturite da queste pagine, così vicine a ciò che provavo in quel periodo della mia vita? Probabilmente sì, è stata una semplice e banale coincidenza. Eppure, una parte di me, non riesce a non credere che questo romanzo, in qualche modo, mi abbia chiamata, in quelle confuse settimane di novembre, perché aveva qualcosa da dirmi, e non poteva farlo che in quel preciso momento.

Esistono dei libri che sono una vera e propria scoperta, una sorpresa. A me è accaduto precisamente questo, con “A proposito di Majorana”. Non mi aspettavo nulla di quello che ci ho trovato dentro. Ad una prima, distratta, occhiata, il lavoro di Javier Argüello può sembrare un giallo: l’intera vicenda, infatti, ruota attorno ad un’indagine. Fin dall’inizio, però, notiamo qualcosa di diverso, di atipico, per un romanzo che sembra di genere. Il protagonista non è né un poliziotto né un detective: egli è, infatti, un giornalista. Ernesto Aguiar è un “uomo medio”. Apparentemente la sua vita sembra normalissima: ha una fidanzata che sta per sposare, Ana, un lavoro che gli permette di sopravvivere, un’esistenza pacata. Ma proprio dietro la sua pacatezza si nasconde tutta la sua insoddisfazione: il lavoro da giornalista è in realtà uno specchietto per le allodole, in quanto la sua vera mansione è redigere necrologi. Prova un forte sentimento per la sua compagna ma sente che lei non riesce e non riuscirà mai a comprenderlo a fondo. Le sue certezze, inesorabilmente, crollano una dopo l’altra e Aguiar si sente perso, solo, senza più un appiglio. È però a questo punto che giunge, inaspettatamente, un’opportunità d’oro: il suo capo gli offre un incarico che lo porterà per qualche giorno lontano da Barcellona, la sua città. È necessario, infatti, scrivere un pezzo su uno dei fisici più importanti al mondo, Ettore Majorana e, più specificamente, sulla sua misteriorsa scomparsa, avvenuta ottant’anni prima. Il protagonista si dovrà quindi recare a Napoli per portare avanti un’inchiesta dai contorni piuttosto sfocati. L’occasione è perfetta per lui: allontanarsi dalla realtà che lo circonda quotidianamente è quello di cui ha bisogno, soltanto distanziandosi da tutto potrà fare chiarezza («D’un tratto la direzione che dovevano prendere le cose mi fu chiara come poco altro nella vita. Pure l’assurdo incarico del mio capo si rivelava un passo necessario. Sparire. Quando lo capii, la parola riecheggiò nella mia testa ma stavolta con un significato diverso, come se all’improvviso avesse acquisito maggiore solidità, come se all’astratto impulso di fuga di qualche ora prima si fossero aggiunti un piano preciso e un pretesto concreto, come se un fenomeno confinato fino ad allora al mero campo delle probabilità si fosse di colpo materializzato in una forma compiuta. E a quel punto non mi sembrò più una follia. D’un tratto l’impossibile divenne reale. E il reale si trasformò in inevitabile»). L’incontro con un vecchio compagno di scuola, Ross il Biondo, è un ulteriore segno: l’amico, infatti, lo invita ad accompagnarlo in un viaggio in barca a vela che stava organizzando da un po’, promettendogli un passaggio fino a Napoli. Ogni cosa sembra cadere a pennello, tutto in qualche modo va ad assecondare il suo impulso di fuga, che fino ad ora aveva sempre celato cautamente.

Il romanzo di Argüello – e lo si capisce fin dalle primissime pagine –  si snoda su differenti livelli temporali: lo scrittore alterna continuamente il passato (la traversata marittima di Aguiar e Ross il Biondo) al presente (la vita del protagonista, ormai giunto a Napoli). Allo stesso modo, due sono le scomparse davanti a cui ci si ritroverà: non soltanto quella, ormai quasi dimenticata, di Majorana, ma anche quella di Ross il Biondo, dissoltosi nel nulla dopo un incidente con la barca sulle coste di Sorrento. Come dicevo inizialmente, però, l’aspetto poliziesco è soltanto una parte di ciò che nasconde questo romanzo: le vicende di Aguiar e le indagini che lo coinvolgeranno sono un pretesto per avventurarsi in sentieri molto più profondi e complicati, sentieri che riguardano l’animo umano, il tempo, la fisica, il destino  e «l’inesorabile unità delle cose che si influenzano reciprocamente e cercano la loro forma nel luogo verso cui tutte convergono». Preferisco non aggiungere nulla alla trama perché la bravura di Argüello sta proprio nel dipanarla lentamente, con un tocco di suspense, con riflessioni intime e ricercate sull’esistenza. Posso soltanto consigliarvi di lasciarvi sfiorare dalle sue parole, dai rumori e dagli odori di una Napoli descritta meravigliosamente, dalla vita che emerge in questo libro. Forse, giunti al termine della vostra lettura, avrete più domande che risposte ma io penso che il segreto – se un segreto esiste, naturalmente – sia proprio questo: non smettere mai di porsele, queste domande.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Jeff Jackson – Mira corpora

Titolo: Mira corpora

Autore: Jeff Jackson

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 216

Prezzo: € 12,00

“Registro gli eventi della mia vita, riempiendo un quaderno dopo l’altro. Forse non riporto i dettagli esattamente nel modo giusto, ma non importa. I fatti precisi non hanno valore, qui. Ciò che conta è la saliva che ho appena sputato su questo stesso foglio di carta. Il denso grumo si dissolve lentamente in un piccolo cerchio nel testo e rende traslucide le parole. L’inchiostro comincia a gocciolare. Le fibre si allentano. Se fai scorrere le dita su questo paragrafo, sentirai il punto dove ho conficcato il mio pollice attraverso il foglio. C’è un intero mondo in quel buco.”

Seconda uscita per Pidgin Edizioni, casa editrice che fa della letteratura underground il suo manifesto, dando voci ad autori dal linguaggio forte e mai banale. Questa volta tocca al drammaturgo americano Jeff Jackson e al suo “Mira corpora“, romanzo che già dal titolo lascia intuire originalità e voglia di sorprendere il lettore. L’opera di Jackson potrebbe essere annoverata nel grande calderone dei romanzi di formazione ma ridurre in tal senso la storia di Jeff, il ragazzo protagonista omonimo dell’autore, risulterebbe alquanto limitante. “Mira corpora“, oltre che percorso esistenziale e spirituale, è surrealismo, simbolismo, violenza e ossessione.

L’infanzia di Jeff non è stata come quella della maggior parte dei bambini: sempre in bilico tra l’aggressività di una madre alcolizzata e i soggiorni trascorsi in questo o quell’altro orfanotrofio, il piccolo narratore non ha mai conosciuto l’amore incondizionato di un genitore o il profondo senso di sicurezza sprigionato da una rincuorante monotonia familiare. Proprio in un orfanotrofio prende il via la storia, con una potentissima scena iniziale, in cui sembra quasi che il ragazzino provi a cercare l’affetto che da sempre gli manca in un gruppo di cani randagi, attratto allo stesso tempo dalla vita selvaggia di quegli esseri a quattro zampe, concezione dell’esistenza che abbraccerà lui stesso qualche anno più tardi, quando deciderà che i soprusi della madre avranno raggiunto il limite di tolleranza. Proprio la fuga da casa lo condurrà attraverso un cammino corporeo e psichico, in cui sovente la crudezza della realtà si aggroviglia senza soluzione di continuità all’inquietudine onirica di simbologie e utopie dai contorni magici. La narrazione ingloba dapprima scenari naturali e primitivi, per poi spostare le sue sghembe coordinate all’interno di paesaggi urbani dalle tinte fosche e cruente.
Lungo il proprio viaggio, Jeff farà la conoscenza di un nugolo di personaggi dai tratti distintivi ben marcati, ognuno dei quali incastrerà un tassello fondamentale nel caos che si agita inquieto nella sua esistenza. Uomini cinici, oracoli, leader di band scomparse dai palcoscenici: ciascuno di loro condurrà Jeff all’interno della propria oscurità personale, destabilizzando la sua apatia e la sua vita da reietto, ma dandogli anche qualcosa a cui mirare, che si materializzerà in un dipinto raffigurante un albero di arance all’interno di una radura. Un’immagine che Jeff scruta con occhi indagatori, curiosi e sognanti e che potrebbe benissimo rappresentare la normalità di una vita che invece è sempre stati ai limiti e l’affetto di una madre che è sempre mancato. Un’immagine che potrebbe però rivelarsi un’illusione, un mondo di carta che mai potrebbe coincidere con la realtà. Una realtà in cui il corpo dell’essere umano, martoriato, sfruttato, decaduto o violentato, sembra essere l’unico elemento concreto a cui appigliarsi, facendo leva sul primario istinto di sopravvivenza insito in ognuno di noi, quando il miraggio dell’albero di arance scompare lento all’orizzonte.

Mira corpora” non è una lettura immediata e lineare e ogni episodio rappresenta una finestra spalancata su di un piccolo universo, che si ricongiunge agli altri attraverso il collante rappresentato dal corpo e dalla spirito di Jeff, in un cerchio che forse si chiude soltanto in apparenza. Una narrazione dalla spiccata personalità e mai convenzionale aiuta il lettore ad addentrarsi tra le pieghe del libro, in un percorso tortuoso e ricco di insidie ma che, se affrontato con la giusta dose di curiosità e riflessione, sa regalare una storia difficile da dimenticare.

Voto: 4/5

Mr. P.

Joy Williams – L’ospite d’onore

Titolo: L’ospite d’onore

Autore: Joy Williams

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 664

Prezzo: € 18,00

“«Mi sento come se avessi passato tutta la vita nell’angolo di una stanza» dice Annie. «È questo il problema. Che sono sempre stata in un angolo. E adesso non vedo niente. Non so nemmeno che stanza è, mi capisci?» Tom annuisce ma lui quella stanza non la vede. La tristezza si è tramutata in sangue, gli scorre dentro. Non esistono stanze.”

Carver, Cheever, Flannery O’Connor: questi sono soltanto alcuni dei mostri sacri a cui viene accostata la penna di Joy Williams, maestra indiscussa del racconto americano e finalista al Premio Pulitzer, ancora inedita in Italia per quanto riguarda la sua produzione breve. A colmare questa enorme lacuna ci ha pensato Edizioni Black Coffee, casa editrice sempre attenta alla (ri)scoperta di autori statunitensi che qui da noi non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento. “L’ospite d’onore” contiene infatti ben 46 racconti, ossia la maggior parte della produzione di short storie della Williams. Un intero universo narrativo, che irrompe con forza nel lettore tirandolo a sé, ammaliandolo prima, per poi masticarlo e risputarlo fuori completamente avvinto dagli scritti di questa autrice straordinaria.

Innumerevoli sono i temi che Joy Williams tratta nei suoi racconti, quasi sempre radicati nella provincia americana, ma la parola chiave mi è parsa dare un senso all’intero lavoro è “cambiamento“. Che sia un evento (positivo o negativo) che ha portato a stravolgere le vite dei protagonisti oppure il desiderio struggente di trasformare la propria esistenza o ancora un istinto di sopravvivenza che li porta ad adattarsi al senso di nuovo e di sconosciuto che irrompe nella realtà, il cambiamento in questi 46 racconti è una presenza costante, a volte scomoda, che aggredisce i personaggi. Un cambiamento che a volte porta i protagonisti della Williams a cercare un rifugio nella religione, in una fede troppo spesso opaca e dai contorni illusori, che non aiuta l’uomo ma anzi lo rende ancora più insicuro e confuso. In altri episodi invece il senso di sicurezza che viene a mancare cerca di essere alleviato dall’amore verso un’altra persona, sentimento che non tarda a sconfinare in un’ossessione o in una dipendenza malata.
Altro grande protagonista dei racconti dell’autrice statunitense è la famiglia, intesa come intreccio ermetico di passioni e legami complicati. Troviamo così figlie che disprezzano le proprie madri, genitori che nutrono verso i figli una malsana indifferenza o ancora nonni che si aggrappano con ogni più piccolo residuo di energia alla propria nipotina, unica ancora di salvezza per non perdere di vista la realtà. Famiglie disgregate, che tentano di ricominciare un’esistenza degna di essere vissuta, che appaiono perfette ma che sotto il velo di un’apparente normalità celano l’orrore di una miriade di crepe. Famiglie il più delle volte pervase da un senso di perdita, altra grande chiave di lettura di questi 46 racconti.
La perdita è un concetto che negli scritti della Williams si respira a pieni polmoni. Può essere la perdita del proprio figlio, morto o detenuto in carcere, la perdita di un animale, a cui forse si è più legati che alla persona che si crede di amare, o ancora la perdita dell’innocenza, in cui l’infanzia si tramuta in modo brusco e immotivato in età adulta. Ma anche la perdita dell’illusione consolatoria di vivere una vita stabile e appagante e l’insorgere dell’improvvisa necessità di ricercare uno scopo nella propria esistenza, un obiettivo da perseguire per dimenticare quanto futile e privo di senso possa essere il cammino di un uomo.
Pur essendo una raccolta piuttosto corposa, la qualità media dei racconti si mantiene sempre su ottimi livelli, con pochi casi di scritti leggermente sotto tono. I picchi invece sono parecchi, ma tra tutti ho scelto di citarne tre. “Chimica invernale” narra dell’ossessione morbosa di due amiche per il proprio professore di chimica, in cui il senso di inadeguatezza e l’idealizzazione di un amore irraggiungibile porteranno a un epilogo agghiacciante. In “Congresso” protagonista è invece una moglie che si ritrova dall’oggi al domani a dover badare a un marito paralizzato, aiutata da uno degli studenti del consorte. La brama di poter accedere a una nuova vita e un amore del tutto imprevisto ma incontrollabile si fondono dando vita a un racconto dalle atmosfere dolenti e delicate, a tratti oniriche. Infine come non citare lo stupendo racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui una figlia deve convivere con il dolore tremendo di una madre malata, in cui l’attesa della morte e il cercare di riappropriarsi di una vita che non senti più tua diventano autentico struggimento.

L’ospite d’onore” è una raccolta di piccoli gioielli, in cui la quotidianità degli abitanti di un’America di provincia viene scossa da sentimenti estranei e disturbanti, elementi nuovi che si inseriscono nelle vite dei protagonisti, a volte terrorizzando, altre infondendo barlumi di speranza. Un’antologia personale che ci ha permesso di comprendere il grande valore di un’autrice come Joy Williams, capace, in poche pagine, di far vibrare le corde nascoste del nostro animo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.