Babak Lakghomi – Quaderni sull’acqua

Titolo: Quaderni sull’acqua

Autore: Babak Lakghomi

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 108

Prezzo: € 12,00

“Le vene sotto la tua pelle: le strade sulla mia cartina. Se le seguirai, non ti perderai, mi hai detto.”

A metà strada tra noir e racconto psicologico, ma dotato di una profonda carica sperimentale che lo distingue da entrambi, “Quaderni sull’acqua” è un romanzo breve di non facile definizione. L’iraniano Babak Lakghomi sembra quasi voler mettere da parte la trama e l’intreccio dei fatti narrati, a favore di un viaggio psichedelico e vorticante nei pensieri del narratore. Se l’intenzione dell’autore era quella di straniare il lettore e lasciargli addosso un’appiccicosa sensazione di inquietudine e dubbio, l’obiettivo è stato centrato in pieno. Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, una sottile e angosciosa incertezza è esattamente quello che ho provato.

Protagonista di “Quaderni sull’acqua” è uomo che non ci rivela mai il suo vero nome ma che si fa chiamare da chiunque incontri con un laconico “Bob”. Quasi a simboleggiare una violenta rottura con il proprio passato e l’inizio di una nuova vita, che però si rivela essere un incubo paranoico in cui una rinascita purificatrice dalle proprie ceneri viene preclusa. Bob infatti è ossessionato da un manipolo di uomini in nero che sembrano controllare ogni suo movimento. Ossessione che pare un retaggio della sua vecchia vita, in cui Bob era marito e padre di famiglia. Ma quella sua parte dell’esistenza è ormai lontana anni luce: espatriato in terra straniera, Bob vive in una squallida camera in affitto, di fianco a un enigmatico francese colpevole di rubargli i viveri. Unico suo contatto intimo e reale con il mondo al di fuori dell’alienante esistenza in cui è confinato, è Lily, una ragazza conosciuta per caso ma che potrebbe diventare per il protagonista l’unica ancora in grado di non farlo sprofondare ancora più a fondo nella sua confusione mentale. Le vite di Bob e Lily vengono scomposte e ricomposte come piccoli pezzi di puzzle che faticano a incastrarsi, tra ricordi sfocati, pensieri sconclusionati e frammenti di frasi scritte su misteriosi quaderni. Ed è inevitabile per il lettore interrogarsi su quanto ci sia di autentico nelle ricostruzioni di queste due esistenze e quanto frutto della mente instabile del narratore. Bob è realmente inseguito da qualcuno? Il suo bizzarro vicino nasconde davvero qualcosa di losco? Quanto pesano le paranoie e le ansie di Bob nell’intera vicenda? Domande che emergono man mano che ci addentriamo negli intricati labirinti della mente del protagonista. Domande che fluttuano sinuose e spietate sulla superficie della realtà, come i quaderni che galleggiano indecifrabili nella stupenda illustrazione di copertina. Lakghomi sembra suggerirci che il nucleo fondamentale della narrazione sia in realtà quanto non ci viene raccontato. Come se fosse compito del lettore srotolare la matassa ingarbugliata della mente sofferente di Bob, a partire dagli indizi che ci lascia proprio il protagonista.

Quaderni sull’acqua” racchiude in appena un centinaio di pagine un racconto che avrebbe meritato un ben più ampio sviluppo. Ma dopo il primo, alienante impatto, ci accorgiamo che la forza del romanzo di Lakghomi è insita proprio nella brevità e nel non detto, che diventa quasi più importante dei fatti riportati, lanciando un’avvincente sfida al lettore. Sfida che, se accettata con la giusta dose di curiosità, può regalare non poche soddisfazioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Esmé Weijun Wang – Il confine del paradiso

Titolo: Il confine del paradiso

Autore: Esmé Weijun Wang

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 414

Prezzo: € 19,50

“Mi ero consumato fino alle ossa. Avevo fatto lo scalpo al mio teschio, l’avevo aperto e avevo visto il mio cervello in putrefazione. L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.”

Quando ormai davo per scontato che il 2018 letterario fosse praticamente terminato e che non riservasse più alcuna sorpresa, ecco spuntare Edizioni Lindau con la nuova collana di narrativa contemporanea, di cui il primo titolo, “Il confine del paradiso” di Esmé Weijun Wang, si rivela essere una delle più belle letture dei dodici mesi appena trascorsi. La Wang, autrice statunitense nata da genitori taiwanesi, ci narra, in maniera delicata e suggestiva, una storia che ruota attorno alla malattia mentale, male di cui soffre la stessa scrittrice e che, a mio avviso, credo le abbia donato la forza e la capacità di parlarne con una tale profondità di sentimenti da lasciare il lettore stordito e affascinato. Un’acuta indagine psicologica, che non resta mai fine a sé stessa, ma anzi si infrange contro una muraglia di emozioni, spesso contrastanti e dai risvolti imprevedibili.

Il confine del paradiso” non ha un protagonista nell’accezione tradizionale del termine ma piuttosto una pluralità di storie che si intrecciano: le storie della famiglia Nowak. La Wang infatti adotta un espediente narrativo che si rivela vincente, facendo narrare ogni capitolo da un diverso protagonista, immergendo così il lettore nella mente di una manciata di personaggi tanto simili tra loro quando distanti.
La narrazione si apre con David, il padre della famiglia Nowak, colui che prima di chiunque altro si rende conto di essere affetto da una malattia mentale. Un personaggio che incarna alla perfezione il concetto di fragilità dell’esistenza e del male di vivere di montaliana memoria. Un uomo indifeso, che soltanto a tratti comprende davvero ciò per cui vale la pena essere al mondo e quanto gli altri, in realtà, abbiano bisogno di lui. L’antitesi di David e della debolezza insita dentro di lui, è la moglie taiwanese Jia-Hiu, ribattezzata dal marito Daisy. Donna dal carattere energico e autoritario, ma non priva di minacciosi lati oscuri, non viene mai domata dalla vita e, malgrado il terrore continuo di perderlo, continua a credere in David. Due opposti che si attraggono ma che, nonostante in apparenza rappresentino due metà complementari e indivisibili, non riusciranno mai veramente a diventare un tutt’uno. Mi sono trovato così coinvolto nei meandri di due coscienze dai contorni tanto differenti quanto ricolme, entrambe, di ossessioni, speranze e paure, per poi approdare alle narrazioni dei figli della coppia, William e Gillian.
Altri due personaggi riuscitissimi, i figli dei Nowak sono accomunati da un un legame morboso e a tratti inquietante. Entrare nella mente di William e Gillian è come intraprendere un viaggio allucinato in un mondo che non c’è più e in una concezione stessa della vita che crea nel lettore non pochi turbamenti. La maestria della Wang nel creare personaggi dalle caratteristiche peculiari e di una profondità sconcertante, a mio avviso, raggiunge il suo apice nel ritratto psicologico dei due fratelli. La loro follia è inevitabilmente indotta dai genitori, ma se in William questa si concretizza in una cieca obbedienza a regole assurde, in Gillian diventa più sottile, accomunandola al padre David.
L’ultima parte del libro è affidata a Marianne, il primo amore giovanile di David, e al fratello Marty. Due personaggi che soltanto in apparenza mostrano tratti caratteriali più comuni e meno spigolosi ma che, in realtà, nascondo dentro le loro coscienze ombre difficili da illuminare. Le loro esistenze si intrecceranno in maniera indissolubile con quelle dei Nowak, tanto da condizionarne le loro vite per sempre. Il talento della Wang è anche quello di mescolare con assoluta naturalezza le esperienze personali di tutti i protagonisti, senza risultare mai forzata, ma anzi lasciando che il lettore vengo avvolto, per poi sprofondare del tutto, nelle vicende tormentate dei Nowak e di chi gli ruota attorno, come se fosse un’unica, grande narrazione famigliare.

Il confine del paradiso” non è un romanzo semplice da affrontare, sia per le tematiche che per la densità delle emozioni descritte ma, come tutti i grandi libri che richiedono uno sforzo al lettore, sa ampiamente ripagare l’attenzione con una storia costruita in maniera eccezionale e uno scandaglio psicologico delle menti dei protagonisti che rapisce e spaventa. Edizioni Lindau ci regala una prima opera contemporanea dall’assoluto valore. E se il buongiorno si vede dal mattino, sono sicuro che questa nuova collana saprà regalarci grandi soddisfazioni.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Blake Butler – Atlante delle ceneri

Titolo: Atlante delle ceneri

Autore: Blake Butler

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 12,00

“COME RICORDERAI?
– Nei miei denti dondolanti. Nelle mie ginocchia rumorose. Con la striscia di mattino che attraversa il giardino; dove salgono i vermi, dove la terra sputa sulla sua cena. Questa casa invecchia con me ogni notte. Come ricorderò? Nelle fiamme. Nel rantolo delle nuvole. Ogni volta che odo un tonfo dal tetto sopra di me. Ogni volta che mi bagno la faccia per la vergogna. C’è sempre tutta questa carta: le nostre ricevute, gli appunti e i grazie mille, rime per compleanni composte da estranei; note e spazzatura e posta mai aperta; fotografie deformate dall’acqua. A volte recito ad alta voce la mia vita per ore. A volte invece proprio non me la sento.”

Un prontuario tardivo“: così recita il sottotitolo di “Atlante delle ceneri“, opera dello scrittore statunitense Blake Butler, autore fin’ora inedito in Italia ma portato nel nostro Paese dalla sempre attenta Pidgin Edizioni, che continua il suo lavoro di ricerca di testi originali e dai forti connotati sperimentali.
Ma dicevamo appunto del “prontuario tardivo”. Nessun’altra definizione poteva essere più appropriata per “Atlante delle ceneri“, che si rivela appunto una sorta di enigmatico manuale di (non) sopravvivenza alla fine (?) del mondo.  Butler infatti immagina un pianeta devastato da innumerevoli piaghe (si passa quelle classiche come l’acqua, il buio o gli insetti a piaghe nate da una fervida inventiva: interferenze, glitter, denti, tanto per citarne alcune), dove pochi sopravvissuti tentano di ritrovare gocce di utopiche speranze in un mondo ormai al collasso. Qui arriva la prima particolarità di un’opera in cui l’aggettivo “eccentrico”, nella migliore accezione del termine, calza a pennello. “Atlante delle ceneri” in realtà non è né propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti ma è un romanzo a racconti. La struttura narrativa è infatti suddivisa in episodi singoli, storie che possono essere lette come vicende a sé stanti ma che contribuiscono a comporre un unico mosaico letterario, che costituisce appunto il prontuario citato all’inizio. Ogni racconto è inoltre introdotto dalla manifestazione di una piaga diversa, raccontata da un narratore non meglio identificato. Una costruzione dell’opera che mi ha alquanto affascinato.

Quindi quello di Butler si può annoverare tra gli innumerevoli libri collegati alla distopia e al post apocalittico? Soltanto in parte. Il filone distopico infatti è soltanto lo sfondo (e forse  il pretesto) per potersi addentrare in profondità nell’animo umano, tra sentimenti di perdita, solitudine esistenziale e una moralità che viene spazzata via dal marciume del pianeta. Con uno stile originale e altamente suggestivo, Butler passa agevolmente da momenti squisitamente ascrivibili all’horror, che generano nel lettore forti sentimenti di angoscia e inquietudine, a un lirismo quasi poetico e a un’introspezione psicologica che producono emozioni contrastanti ma mai banali in chi legge.
Tra le pagine catastrofiche di Butler ritroviamo tour in quartieri sommersi, collezioni di fotografie che ricostruiscono con struggimento un’intera esistenza e madri schiave dei propri figli. Per proseguire con la delicata amicizia tra un uomo e una bambina alla tormentata ricerca di uno scopo qualsiasi per continuare a vivere in un mondo devastato, ma anche la tragedia di una coppia e del loro bambino malato, situazione dolorosa che si tramuterà in qualcosa di terrificante. Ogni racconto è pervaso da un forte senso di drammaticità, che lega ogni storia come pezzi di puzzle, dando vita a un’immagine sinistra e carica di fatalità. Ma sotto quel torrente nero, fatto di parole ed emozioni dai tratti sconvolgenti, scorre anche la speranza e la necessità di fuggire dalla devastazione e dalla solitudine di un pianeta distrutto. Proprio questa voglia di continuare a lottare e proseguire nelle proprie esistenze, nonostante in apparenza non ci sia più nulla per cui valga la pena resistere, è il vero fil rouge dell’opera.

Atlante delle ceneri” è una lettura dal forte impatto emotivo, che scava senza remore nella coscienza annebbiata dell’uomo, sussurrandoci che la nostra natura di esseri umani non muta, anche di fronte alla fine di un’era, ma anzi si fortifica. Perché l’amore sconfinato di una madre per i propri figli o il dolore sedimentato nel nostro cuore per la perdita dei propri cari, sono sentimenti che non cambiano, né ora, né mai.

Ps: Una nota a parte merita la cura maniacale dell’edizione, con pagine dai bordi neri (a simboleggiare la piaga del fuoco) e con differenti  sfondi a tema per ogni calamità descritta. Ancora una volta, brava Pidgin Edizioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Giorgia Tribuiani – Guasti

Titolo: Guasti

Autore: Giorgia Tribuiani

Editore: Voland

Anno: 2018

Pagine: 113

Prezzo: € 14,00

“Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Averlo sempre davanti è rimanere bloccati al momento della veglia funebre, con il cadavere immobile di fronte. Ecco, la veglia funebre dovrebbe essere un momento di passaggio, un limbo tra la vita con il proprio caro e quella senza di lui, da rattoppare. Io invece sono bloccata lì, alla contemplazione di questo mio cadavere, plastinata anch’io nel momento dell’estremo saluto.”

Ho iniziato a scrivere questo articolo un numero ormai imprecisato di volte. Mi siedevo alla scrivania, aprivo il laptop, entravo sul blog, rileggevo alcuni passi del libro di cui vi sto per parlare e poi mi bloccavo. Rimanevo impalata di fronte allo schermo, con le mani sulla tastiera, senza digitare nulla, domandandomi “Come posso cominciare?”. Ogni volta ci rinunciavo, sentivo di non riuscire a trovare le parole adatte per descrivere tutto ciò che ho provato leggendo “Guasti”, esordio letterario di Giorgia Tribuiani per Voland. Sentivo di non riuscire a rendere giustizia ad una storia che, più o meno, in qualche modo e per alcuni versi, può o potrà appartenere a ciascuno di noi. Una storia che parla d’amore, di perdita, di attaccamento e di liberazione. Però, insomma, a volte è necessario insistere, provare e riprovare. Così, dunque, ho fatto.

Lui era la star; lei emanava luce riflessa alla sua sinistra”. Con una breve frase è possibile descrivere il rapporto tra la protagonista di “Guasti”, Giada, e il suo compagno, fotografo di fama mondiale, considerato dai più un genio, un artista eclettico, magnetico, tanto affascinante quanto talentuoso. Giada e il suo uomo, accomunati dalla stessa passione, sopita in lei, innarrestabile in lui. Eppure, un giorno, qualcosa si spezza. Non ci è dato sapere come, non ci è dato sapere perché, quest’uomo – che non verrà chiamato con il suo nome nemmeno una volta durante l’intero romanzo – muore. E Giada si ritrova ad affrontare una perdita che pare incolmabile, non solo per il lutto in sé, ma anche per la modalità in cui questo si manifesta: un’assenza del tutto presente. Il compagno, infatti, aveva precedentemente preso (quasi per gioco, quasi fosse una nuova sfida artistica) una decisione che può apparire ai più a dir poco particolare: al momento della sua morte, il corpo avrebbe dovuto subire un processo di plastinazione, tecnica in grado di conservarne i tessuti e gli organi, per poi essere esposto in una mostra itinerante curata dal famoso Dottor Tulp. Trenta giorni nella sua città, altri trenta in una differente metropoli europea, e così via. Giada non può fermarsi a piangere semplicemente il suo compagno: lei se lo ritrova di nuovo davanti, plastinato, un artista tramutato in opera d’arte, e decide di accompagnarlo ancora una volta, di essergli accanto per tutta la durata dell’esposizione. Ogni giorno, diligentemente, si mette in fila, compra il biglietto e si reca ai piani superiori dell’edificio per raggiungerlo. Il corpo dell’uomo, con la sua Nikon tra le mani, sovrasta la sala:  fermava il tempo con le sue fotografie, quand’era in vita, e adesso questo si è fermato per lui, ne è diventato la vittima. Nonostante ciò, è probabilmente l’attrazione principale della mostra, sempre al centro dell’attenzione. Questo è il modo in cui lo vede la sua compagna, che comincia a rendersi conto del ruolo che ricopriva quando stavano insieme e di quello che nuovamente ricopre ora: un’ombra messa da parte, la spalla di un uomo brillante, la donna sull’altalena in uno dei suoi scatti. La protagonista, in quello che dapprima al lettore può sembrare un lungo lamento funebre, ci viene mostrata nella sua fragilità ed esasperazione; trascorre le sue ore di fronte a quel corpo plastinato, rivolgendo a lui tutto il suo amore e tutta la sua rabbia, di fatto parlando da sola: “(…) questa stanza piena di gente che non si ferma mai, ti addita, non fa che guardare il cazzo moscio che hai tra le gambe, la testa deforme, la Nikon che spreco lasciata a uno zombie e dimmi: tu questo volevi? rinunciare alla pace della terra per bagnarti ancora di sguardi, offrire agli sguardi anche ciò che era mio? Hai aspettato la morte per deridermi, hai aspettato la morte per tradirmi! Io per sempre prigioniera dei tuoi clic, a te bastava solo un clic, mentre tu non ti sei mai donato a me, non mi hai lasciato nemmeno il ricordo dell’uomo che eri, tu sei ancora qui, sempre qui a ricordarmi quanto sei distante, quanto sei tuo, quanto sei tu”. “Tu sei ancora qui”, afferma Giada con vigore, tra un ansiolitico e una corsa al bagno del piano, l’unico luogo in cui si può momentaneamente rifugiare quando sente di crollare: un ambiente che utilizza per ritornare ad ancorarsi alla realtà, osservando la propria figura allo specchio. L’unica novità che subentra nella sua monotona esistenza è il vigilante del piano di sotto (anch’egli senza nome), un uomo che con delicatezza e gentilezza comincia a prendersi cura di lei, offrendole dapprima una semplice colazione e poi, giorno dopo giorno, una spalla su cui piangere, un appiglio. Lui crede in lei, nella sua forza, è sicuro che stia già ricominciando a vivere e pensa che debba banalmente partire da una piccola idea, per poi svilupparla con calma e vedere dove questa la porterà. Allontanarsi, porre una certa distanza dalla causa della propria sofferenza è l’unico modo per ritrovare la strada. Ma questo, chiaramente, è un passo arduo per chi ha subito un lutto, e Giada non si sente pronta ad accettare la sua perdita: “Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo, capisci?”. Di vivo, però, non è rimasto nulla. Ciò che imprigiona la protagonista sono i ricordi di una libertà mai realmente acquisita, di una dipendenza a cui lei si è aggrappata nel corso della sua precedente relazione, tralasciando le sue passioni e i suoi desideri per seguire un uomo che soffocava quella luce che è nascosta in ciascuno di noi. Giada si rende sempre più conto di ciò e, quando un collezionista si mostra interessato a comprare il corpo plastinato del suo compagno, la scelta si palesa in tutta la sua crudeltà: “Devo distruggerti, o finirò per distruggere me”. 

“Siamo tutti guasti”, sembra dirci la Tribuiani. Guasti sono i corpi plastinati all’interno della mostra, ormai fermi per sempre in una determinata posa e in un certo momento, e guasti sono anche i vivi (“cadaveri che ancora si muovono, ma non sanno perché e in quale direzione), destinati a morire e a diventare immobili anch’essi. In questo romanzo il tema del lutto è, come afferma l’autrice stessa, una metafora per qualcosa di più ampio – e ciò lo si nota benissimo nelle ultime commoventi e catartiche pagine. Non si tratta soltanto di distaccarci da quello che è biologicamente morto: a volte è necessario lasciar andare ciò che non è più vivo, ciò che ci danneggia, ciò che ci trattiene nel passato e che non ci permette di andare avanti. A volte è necessario distruggere – metaforicamente, o forse no – qualcosa per poter ricominciare da capo. Si tratta infatti, nel caso di Giada, e anche nel mio, di una “dolcissima liberazione”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Dario Pontuale – Certi ricordi non tornano

Titolo: Certi ricordi non tornano

Autore: Dario Pontuale

Editore: CartaCanta

Anno: 2018

Pagine: 142

Prezzo: € 13,00

“A una certa età la vita assomiglia a una caserma dove i soldati caduti non vengono sostituiti e dove restano soltanto le divise negli armadietti.”

“In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.” Quella che avete appena letto è una delle definizioni che Wikipedia dà della parola “resilienza“, concetto cardine attorno a cui ruota “Certi ricordi non tornano“, l’ultima opera di Dario Pontuale. Romanziere, saggista, curatore di classici, Pontuale torna alla narrativa dopo alcuni lavori che oserei quasi definire manualistici (ma pur sempre legati al mondo della letteratura), e lo fa con un romanzo tanto breve quanto intenso e che non ha nulla da invidiare alla sua ottima produzione precedente.
Dicevamo, la resilienza: un termine che forse non tutti conoscono ma il cui significato ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. A tale proposito, calza a pennello la suggestiva immagine con cui si apre la narrazione: un’onda si abbatte su di una barca, l’uomo che vi è sopra cade in mare ma riesce a risalire, salvandosi dalla furia delle acque. Ecco l’esempio perfetto di resilienza. E chi deve resistere senza piegarsi alle intemperie è senza ombra di dubbio Michele, il protagonista di “Certi ricordi non tornano“.

Tutto comincia nel Barrio, quartiere in cui Michele è nato ed è sempre vissuto, quartiere che custodisce tutti i ricordi a cui è più legato il narratore, anche quelli che non tornano. E proprio attraverso i ricordi si dipana sapientemente la storia raccontata da Pontuale, giocando con i flashback e sviluppando ogni capitolo come un preciso momento della vita del protagonista. Ma una costante dai contorni rassicuranti è sempre presente, figura concreta o “fantasma” che si insinua sottopelle: l’amico di una vita, diventato quasi un mentore, Alfiero Barracano.
Michele conosce Alfiero durante un bravata commessa da ragazzo e da allora i cammini dei due uomini procedono all’unisono, a volte incrociandosi a un bivio, altre come rette parallele, ma essendo sempre consapevoli che basta voltarsi per ritrovare il volto confortante dell’amico. Percorsi di vita vicini ma nello stesso tempo distanti tra loro, dove i ricordi e la resilienza, sì, sempre lei, assumono un loro peso specifico. La resilienza di chi ha trascorso un’intera esistenza operaio in una fabbrica, senza (quasi) mai trasgredire e nutrendo sempre un profondo rispetto verso gli altri e la resilienza di chi quella fabbricata invece l’ha occupata abusivamente, in nome di un ideale e di una moralità in cui riversare tutto se stesso.
Proprio la “Fortezza“, la vecchia fabbrica di liquori, diventerà il fulcro attraverso cui si dispiegheranno gli eventi e i ricordi. I ricordi di un anarchico tranquillo e di chi invece la rivoluzione la vorrebbe mettere in pratica ma finisce per diventarne vittima. Come le formiche, instancabili e organizzate, le vite di Michele e di Alfiero procedono in modo regolare, tra gioie e frustrazioni, fino a quando una crepa, dapprima minuscola e impercettibile, si trasforma in una voragine, che metterà a dura prova la capacità di resilienza di entrambi. Eppure c’è un sottile (che in realtà così sottile non è) fil rouge che lega i ricordi passati e gli eventi futuri, i baratri che spaventano e i rifugi che rassicurano: l’amore per i libri, presenza costante e appassionata in tutte le opere di Pontuale. Un amore che Alfiero trasmette al giovane Michele, forse il più grande dono che un amico possa fare.
Per finire c’è anche spazio per un gradito ritorno: chi conosce le opere dello scrittore romano, non potrà che sorridere nel ritrovarsi davanti nientepopodimeno che Eugenio Bisigato.

Impreziosito da una bella prefazione di Paolo Di Paolo, “Certi ricordi non tornano” è un libro sull’inseguire i ricordi di una vita ma tenendo ben saldi i piedi nel presente, nonostante non sia affatto come ce lo saremmo immaginati. Ma è anche un racconto sulla resistenza, su chi non si arrende al cattivo tempo, anche quando sembrerebbe il contrario. Tutto ciò condiviso da un’amicizia intensa quanto una poesia recitata in un giorno speciale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Javier Montes – Vita d’albergo

Titolo: Vita d’albergo

Autore: Javier Montes

Editore: Nutrimenti

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 17,00

“Non so quando ha smesso di sembrarmi ragionevole la possibilità che le cose debbano rimanere così per sempre. Quando ha smesso di bastarmi questo avanzare senza di fatto fare un passo, di sentire che mi avvicino sinuosamente a una conclusione, di pensare che una conclusione non è altro che questo: avvicinarsi indefinitivamente a una conclusione.”

È possibile che una pura coincidenza possa stravolgere l’esistenza di uomo, portandolo sul baratro oscuro dell’ossessione? Questo è il nodo nevralgico della storia narrata da Javier Montes in “Vita d’albergo”, primo libro tradotto in Italia dell’autore spagnolo. Una narrazione che parte in sordina, strisciando sottopelle senza quasi fare rumore ma che poi esplode, tra tormenti e scelte sbagliate, rassegnazione e desiderio di rivalsa. Un libro dalla trama apparentemente semplice ma che in realtà indaga nella coscienza dell’uomo più di quanto sembri.

Protagonista del romanzo di Montes è un critico d’alberghi, che da anni gira il mondo in incognito per scrivere articoli e recensioni sugli hotel in cui alloggia. Lui decide l’albergo, scrive il pezzo e lo manda al giornale che lo pubblica. Particolarmente azzeccata, a questo proposito, la scelta dell’autore di narrare la storia in prima persona, rendendoci così partecipi in modo diretto della discesa negli inferi del protagonista. Questa volta però il critico viene invitato a soggiornare per una notte all’Imperial, albergo della sua città recentemente ristrutturato. Acconsentendo con entusiasmo a trascorre per la prima volta nella sua carriera una notte in un hotel della propria città, il giornalista ancora non sa che quella recensione gli stravolgerà l’esistenza.
L’equivoco che sta alla base dello sviluppo del romanzo è molto semplice: al protagonista viene consegnato un passe-partout e comunicato un numero di stanza che in realtà non è la sua. Grande sarà il suo stupore quando, oltrepassata la soglia della camera, si ritroverà di fronte il set improvvisato di un filmino porno. Qui il critico farà la conoscenza dell’ammaliante proprietaria del sito porno vitadalbergo.com, che ha lo stesso nome della sua rubrica di recensioni, specializzato in riprese con attori improvvisati nelle più disparate camere d’albergo del pianeta. Dapprima soltanto incuriosito e poi sempre più trascinato verso il mondo proibito di quell’enigmatica donna, complici anche le analogie tra i loro lavori, il narratore inizia a idealizzarla, erigendole un posto d’onore nella sua mente sovreccitata. Così, visitando regolarmente la pagina web, scopre che la donna e il suo staff intraprenderanno una sorta di mini tour alla ricerca di nuovi attori e nuovi alberghi. Ed ecco il pretesto perfetto per lanciarsi all’inseguimento della bella proprietaria del sito. Un viaggio che porterà il protagonista a fare i conti con la parte più oscura e profonda di sé  e a conoscere un variegato campione di umanità.
Una trama che a tratti si rivela fragile, viene così ampiamente compensata da nostalgiche ed evocative descrizioni delle città in cui fa tappa il critico, tra un freddo e malinconico mare d’inverno e la visione solitaria di un film in un vecchio cinema di periferia che ancora non si arrende all’avvento dei multisala. Stupendo, a questo proposito, un capitolo quasi interamente dedicato alla visione di ciò che accade nell’albergo dirimpetto alla stanza dove alloggia il giornalista, tra coppie che ritornano all’alba, uomini solitari e bambini che piangendo tengono svegli i genitori. Un concentrato autentico del genere umano che mi ha ricordato l’inizio di quel capolavoro cinematografico che è “La finestra sul cortile”.
Affiancati alle suggestive descrizioni, affiorano i sentimenti della voce narrante che, via via che l’inseguimento prende piede per entrare nel vivo, si fanno sempre più torbidi e ossessivi. Così l’immagine della donna e l’illusione di poterla agguantare raggiungono vette emotive inimmaginabili, costringendo il critico a mettere da parte qualsiasi altra cosa, compreso il proprio lavoro, e a fare i conti con un nuovo sé stesso. Quasi una personalità alternativa alla persona che aveva sempre creduto di essere. L’unica in grado di rispondere alla domanda che assilla il lettore mano a mano che ci si addentra nella storia: fin dove è disposto ad arrivare il narratore per assecondare e (forse) placare la sua ossessione?

Vita d’albergo” è un romanzo dalle sfumature particolari, che ci insegna come non sempre ci conosciamo per ciò che siamo davvero. Un libro che alterna sentimenti di dolce nostalgia a violente indagini psicologiche, in un crescendo emozionale che culmina in un finale che ho trovato particolarmente riuscito. Forse non un romanzo per tutti i palati ma che sicuramente saprà soddisfare i lettori più curiosi, che hanno voglia scavare sotto la superficie.

Voto: 4/5

Mr. P.

Giulia Bracco – La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Titolo: La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Autore: Giulia Bracco

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2018

Pagine: 348

Prezzo: € 15,00

“Anche se può essere così discreto, il mondo delle parole è violento, potente e magnifico, come l’universo che rimescola le forze con tutta la sua energia e appare sempre imperturbabile. Le parole sono magiche. Le scrivi e chi le vede automaticamente le legge. Le pronunci e si lanciano nel vuoto come dardi fiammeggianti. Le pensi e sono bombe a orologeria che incombono di nascosto. E se le invochi – pochi secondi – ti liberano, anche se dopo spariscono, come in un vuoto temporale.”

Dopo la bellissima raccolta di racconti “Storia dei miei fantasmi” di Francesco Borrasso, torno a sedermi al tavolino letterario di Caffèorchidea – giovane casa editrice salernitana – sorseggiando un caffè e addentrandomi nelle atmosfere pop e malinconiche del nuovo romanzo di Giulia Bracco: “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio”. Il primo aspetto che mi ha colpito è stata la particolarità del titolo, che ho scoperto essere una citazione di Martin Amis: “Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo: la Madre. Il Maestro. Shakespeare. Dio.” Citazione maggiormente azzeccata non poteva esserci, dato che nell’opera della Bracco la scrittura, e l’arte tutta, gioca un ruolo fondamentale, mentre i quattro sorveglianti fanno capolino tra una pagina e l’altra, ammiccando ai personaggi e disorientandoli.

Protagonisti del romanzo sono Nabel e Hector, figli dello stesso padre ma di madri differenti. Nabel, introversa ed eterna incompresa, ama profondamente la scrittura ma cancella qualsiasi cosa scriva, che si tratti di mail mai inviate, racconti o pagine di diario. Hector invece ha un animo ribelle e anticonformista e con le sue opere sognanti e simboliche si sta ritagliando un posto di tutto rispetto nel panorama artistico internazionale. Padre dei due ragazzi è Lucrezio Minenti, luminare della fisica e scienziato di fama mondiale, sospettato però di essere parte di un progetto relativo alla costruzione di una macchina del tempo, mistero su cui il professore non ha mai voluto far luce. Nabel e Hector, per volere del genitore, non si sono mai incontrati ma quando Hector, superati ormai i vent’anni, viene a conoscenza di Nabel, non può fare a meno di cercarla. Il contatto tra i due ragazzi sprigionerà un’incredibile energia e fratello e sorella comprenderanno di appartenere l’uno all’altra, indipendentemente dalla lontananza e dalle loro vite agli antipodi. La narrazione prenderà poi pieghe inaspettate, tra disperate richieste d’aiuto per poter viaggiare indietro nel tempo, misteriose borse cadute dal cielo al momento giusto e romanzi perduti (forse) per sempre.
A cavallo tra l’Italia, Londra, Parigi e Bilbao, “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dioè uno spaccato di vita autentico, quasi un romanzo di formazione atipico contaminato da bizzarre teorie scientifiche, che segue in parallelo le esistenze di Nabel e Hector, sfiorandole e intrecciandole per poi separarle di nuovo. E proprio ai due protagonisti non ci si può fare a meno di affezionare, sentendoci partecipi delle loro vite. Due personaggi vivi e a 360° gradi, che a volte vorresti incitare, altre quasi schiaffeggiare per farli uscire dallo loro apatia o per acquietare la loro rabbia, altre ancora semplicemente abbracciarli. Inoltre la scrittura della Bracco è elegante ma scorrevole allo stesso tempo, tra picchi riflessivi mai banali e una vicenda che comunque non manca di una sana dose di fantasia.
Come non ricordare infine che nel libro vengono citati The Cure e Depeche Mode, tra la mie band preferite in assoluto?

La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio” è un romanzo che affronta temi complessi con una semplicità disarmante e che ci introduce in punta di piedi in un intrico di vicende familiari in cui non mancano i colpi di scena ma scavando a fondo nelle coscienze dei protagonisti e accompagnandoli in un percorso di crescita e di cambiamento, che si dipana pagina dopo pagina sotto gli occhi del lettore. Una buona lettura, a metà strada tra riflessione e intrattenimento.

Voto: 4/5

Mr. P.

Joe Meno – Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Titolo: Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Autore: Joe Meno

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 396

Prezzo: € 15,00

“Perché il mistero spaventa così tanto noi adulti? Forse perché i nostri mondi sono diventati mondi di routine e sicurezza e ordine man mano che siamo cresciuti? Forse perché abbiamo imparato la risposta a tutto e la risposta è che non c’è mai un passaggio segreto, un tesoro nascosto o una nota scritta in codice che possano salvarci nei nostri momenti più bui? Perché ci opponiamo con tanta forza alla credenza che esista un mondo che non conosciamo? È più spaventoso accettare le nostre vite come sono o coltivare una fantasia di speranza?”

Avevo conosciuto la Pidgin Edizioni lo scorso anno con le prime due uscite, storie dalle trame particolarmente originali e con una narrazione dallo spirito underground, diretta e mai banale. Soddisfatto delle esperienze di lettura che mi ha regalato la giovane casa editrice napoletana, ho voluto continuare a scoprire il suo modo alternativo di pubblicare narrativa con il nuovo titolo, uscito pochi mesi fa. Autore negli USA di veri e propri best-seller, Joe Meno è il terzo autore che ci propone la Pidgin, con il suo “Billy Argo: il ragazzo detective fallisce“. Già dal titolo, e anche dall’ottima copertina, capiamo di trovarci di fronte a un romanzo fuori dagli schemi, in cui la linearità e l’ordinarietà è meglio lasciarle da parte. “Billy Argo” è difficilmente incasellabile e io stesso, sfogliandolo, non sapevo se mi sarei trovato di fronte a un giallo, un racconto di formazione o un romanzo psicologico. L’opera di Joe Meno è tutto questo messo insieme ma è anche molto di più.

L’autore ci fa entrare nella narrazione in punta di piedi, svelandoci dapprima l’infanzia di Billy, quando il ragazzo scopre con gioia e meraviglia un autentico talento nel risolvere enigmi e misteri tanto che, insieme all’amata sorella Caroline e all’amico di sempre Fenton, si improvvisa detective. Investigare gli riesce talmente naturale che i casi risolti da Billy aumentano a dismisura, portando il trio  all’attenzione dei media e procurandogli un successo crescente. Come tutte le infanzie, anche quella di Billy e dei suoi amici giunge però al termine e i destini dei tre si separano. Da qui in avanti l’esistenza del ragazzo detective prende una piega tragica e inaspettata, con il suicidio della sorella e il ricovero di Billy in un istituto di igiene mentale. La narrazione riprende dieci anni dopo, in cui un Billy Argo ormai trentenne viene dimesso dall’istituto psichiatrico, giudicato guarito e pronto ad affrontare nuovamente il proprio percorso di vita. Da qui inizia la riscoperta di sé del protagonista, sempre in bilico tra il terrore per il mondo esterno e l’antica scintilla, mai del tutto sopita, per il mistero e la sua indagine. Ciò che però grava come un’ombra oscura e inquietante sull’esistenza di Billy è la morte della sorella: il ragazzo infatti non riesce a trovare un qualsiasi motivo che abbia scatenato in lei l’idea del suicidio. Così, scavare nella psiche tormentata di Caroline, tra vecchi diari, criptici indizi e sbiaditi ricordi, si tramuterà nel mistero definitivo, l’unico che, se risolto, sarà in grado di donare al detective la serenità che tanto agogna.
Joe Meno ci accompagna in un surreale tentativo di riabilitazione all’esistenza, tra edifici che scompaiono, bambini che si esprimono solo attraverso la scrittura di bigliettini e cattivi che riemergono dal passato per scovare tesori nascosti. Una storia di formazione dai contorni bizzarri che, al posto di descrivere un’adolescenza tormentata, come ci si aspetterebbe, dipinge con ironia e delicatezza l’interiorità dai tratti fanciulleschi di un adulto che non ha avuto la possibilità di crescere. Il lettore però non resta mero spettatore del percorso quasi iniziatico di Billy ma partecipa attivamente, in più di un’occasione, nelle ricerche del detective. In che modo, non sarò certo io a svelarlo. Chi avrà il “coraggio” di affrontare questa esperienza di lettura fuori dall’ordinario, lo scoprirà quando meno se lo aspetta.

Billy Argo” conferma, con la sua dose di sana eccentricità perfettamente bilanciata da una profondità non comune, l’ottimo percorso editoriale intrapreso da Pidgin Edizioni. Nel romanzo di Joe Meno infatti troveranno pane per i propri denti i lettori curiosi e che amano osare, addentrandosi nelle pieghe di un racconto seducente che, tra nonsense e sentimenti autentici, non può fare a meno di suscitare una genuina meraviglia.

Voto: 4/5

Mr. P.

Tony Laudadio – Preludio a un bacio

Titolo: Preludio a un bacio

Autore: Tony Laudadio

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 217

Prezzo: € 17,00

“Sono lacrime nuove, mai versate prima, di una natura diversa. O forse antiche, lacrime conservate in questi decenni, messe da parte per tutto il dolore sofferto, a volte anche senza accorgermene, forse aspettando il momento adatto per rovesciarle. Queste sono le lacrime negate. È il pianto della nostalgia, del tempo smarrito, delle occasioni lasciate andare, delle vite sprecate e consumate, il pianto dei giorni che vorrei riavere indietro, degli istanti – miliardi di istanti – che non ho vissuto come avrei voluto, dei momenti precisi. Il pianto dei mostri che sono cresciuti nella mia pancia e nella mia memoria, che sono diventati enormi perché si nutrivano di rancore, risentimento, di odio, di fallimenti. E questo è anche il pianto per la loro esistenza distruttiva, e per la loro morte: il pianto della liberazione dall’incantesimo, del risveglio da un incubo terrificante. Il pianto della debolezza, delle forze che scompaiono, della resa, il pianto della fine della guerra, dell’armistizio, della conta dei morti, della raccolta dei cadaveri, della ricerca di ciò che non c’è più, della constatazione dei disastri, è il pianto di quelli che cedono, di quelli che si abbandonano dopo una lunga lotta, che si accasciano dopo una lunga corsa, che cadono senza più opporre resistenza.”

Umanità. Questa è stata una delle prime parole che mi sono venute in mente leggendo “Preludio a un bacio” di Tony Laudadio, pubblicato da NN Editore (un plauso per la copertina, magnifica). Umanità come aggettivo, come caratteristica che rimanda alla solidarietà, alla comprensione, all’indulgenza. Al giorno d’oggi non è soltanto importante, è fondamentale che esistano ancora libri che pongano al loro centro concetti del genere. Il senso di umanità che permea l’intero romanzo è rivolto verso Emanuele, il protagonista della storia. Emanuele è un barbone, trascorre le giornate a suonare il suo amato sassofono agli angoli delle strade, vive nell’umido scantinato di un condominio, beve assiduamente per raggiungere l’incoscienza, per non pensare alla lunga serie di disastri che ha costellato la sua esistenza: è tormentato da rimorsi e, soprattutto, da rimpianti, è disilluso e cinico, si è arreso ormai a ciò che è stato e a quello che non è stato. Per tutti questi motivi, beve, perché è una delle pochissime cose che lo fanno stare bene: «L’alcol è tepore, nutrimento, benessere. Ti fa dimenticare, perdere te stesso e ogni paura. […] L’alcol è la felicità della morte senza il fastidio dell’essere cadaveri». I suoi giorni trascorrono monotoni fino a quando, una sera, viene aggredito da qualcuno e si ritroverà ricoverato in ospedale.

Credo che ciascuno di noi, procedendo a ritroso, possa trovare nella propria vita un momento chiave, un istante, un particolare accadimento che gli ha permesso di cambiare le carte in gioco. Per il protagonista di “Preludio a un bacio” la permanenza forzata in una struttura ospedaliera per qualche giorno ha avuto esattamente quella funzione. Sperimentare un contesto diverso, caldo e accogliente, avere a che fare con persone gentili e preoccupate per lui, constatare che la sua salute è a rischio: tutti questi elementi rendono Emanuele più consapevole. Deve fare qualcosa, non può continuare a crogiolarsi nei ricordi di un tempo ormai perduto, nel nulla  quotidiano. Ecco che allora gli viene in aiuto l’unica persona con cui ha un rapporto: Maria, giovane cameriera del ‘Blue Bird’, il bar in cui l’uomo è solito affogare i suoi dispiaceri. Un forte senso di umanità contraddistingue il legame tra questi due personaggi: si tratta di prendersi cura l’uno dell’altro, senza porsi limiti o barriere, andando al di là di giudizi e pregiudizi. In un certo senso, è una forma d’amore. Emanuele si sente cambiato, quasi fosse un’altra persona. Grazie a Maria comprende che è importante rivolgere la propria vita verso gli altri, mettendo da parte cinismi ed egoismi, provando a riparare agli errori commessi nel passato: «Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti? Come venature nel marmo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l’avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri. Quanto c’è di mio e quanto c’è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l’inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia nelle donne. Le mie donne».

Nonostante non abbia particolarmente apprezzato alcune rivelazioni e colpi di scena messi in atto dall’autore, ho amato profondamente questo romanzo. L’ho amato perché descrive in modo realistico che cosa significa accostarsi alla felicità, alle piccole gioie: Emanuele lo fa piano, in silenzio, con incredulità. Dopo una vita di sofferenze e brutture, di apatia e insensibilità nei confronti degli altri, dopo essersi perso nei suoi lati più oscuri, si ritrova in tutta la sua umanità. L’ho amato perché mette in luce l’importanza di aprirsi con qualcuno – uomo, donna, amico o sconosciuto che sia -, di fare ammenda, di ascoltare e saper chiedere scusa, di apprezzare cose che sono sempre date per scontate e che forse, in fondo, non lo sono affatto. L’ho amato perché è la storia di una rinascita, di un uomo che non si arrende al suo passato e a quello che si è lasciato sfuggire- fondamentalmente, l’amore – ma che cerca in ogni modo di recuperarlo. Questo significa stravolgere tutto quello che è stato, cominciare un’esistenza nuova pur tornando sui propri passi, anni dopo. È un atto coraggioso, rivoluzionario. Qualcosa che dovremmo cercare di fare più spesso.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Ben Marcus – L’alfabeto di fuoco

Titolo: L’alfabeto di fuoco

Autore: Ben Marcus

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 364

Prezzo: € 15,00

“La mancanza di linguaggio, l’assenza di un linguaggio che ci identificasse come individui completi, ci aveva trasformato in una specie di mandria emotiva. Forse una turbolenta vita interiore produceva note dirompenti dentro di noi, ma senza un attrezzo per estrarle, senza un linguaggio per capirle e diffonderle, anche se erano idiozie, si aveva la sensazione che tutta quell’impresa avesse perso all’improvviso di senso. Senza un modo per dire le cose, non c’era nemmeno motivo di pensarle.”

Le parole, si sa, a volte possono essere l’arma più pericolosa in circolazione. Il dolore che può provocare il linguaggio non ha eguali. Un dolore spirituale, intimo e profondo che per Ben Marcus si tramuta però in dolore fisico e carnale. L’autore statunitense infatti con “L’alfabeto di fuoco” applica alla lettera la potenza distruttiva delle parole, creando un moderno universo distopico, in cui il linguaggio diventa letale, uccidendo uomini e donne senza distinzioni, con fonemi velenosi, portatori di una malattia mortale.

Lo scenario è un’America dal sapore apocalittico in cui, lentamente ma in modo inesorabile, si sta diffondendo una piaga che non lascia scampo. Tutti sono soggetti a una sorta di “allergia” da linguaggio, con una sola, inquietante, eccezione: i bambini. Qualsiasi ragazzino infatti sembra immune al misterioso morbo e anzi, parrebbe addirittura un portatore sano. Infatti i piccoli possono continuare a parlare senza problemi tra loro, causando però effetti letali sugli adulti. Tra ipotesi sconclusionate, verdetti scientifici e opuscoli clandestini fatti circolare dall’enigmatico ricercatore LeBov, inizia una specie di deportazione forzata dei bambini, tenuti in isolamento dai genitori. Protagonisti dell’opera di Ben Marcus sono Sam e la sua famiglia, composta dalla moglie Claire e dalla figlia Esther, soggetti a un’odissea senza fine per raggiungere un’utopistica cura.
L’intuizione alla base del romanzo è pura genialità, prendendo a prestito un’idea abusata come l’epidemia ma plasmandola in modo del tutto originale, indicando nell’agente scatenante il contagio qualcosa di astratto eppure fondamentale per l’uomo come il linguaggio. Immaginare l’umanità defraudata della parola, sia scritta che parlata, è qualcosa di totalmente folle e terrorizzante ma Ben Marcus ci riesce, dimostrando una fantasia fuori dal comune. La parola, la forma d’espressione per eccellenza, è talmente radicata nell’animo umano che privarsene può comportare conseguenze catastrofiche. Non esprimersi acuisce il nostro senso di solitudine, ci fa sentire disarmati e distanti. Le parole racchiudono un potere inimmaginabile, in grado di rassicurare e donare serenità ma anche di condizionare migliaia di persone, rendendole schiave. Forse Ben Marcus vuole proprio farci riflettere sulla forza smisurata del linguaggio, che nella nostra quotidianità tendiamo a dare per scontata, e che dopotutto, vivere senza esprimersi in modo diretto, potrebbe davvero aiutarci a scavare in noi stessi, dandoci una nuova chiave di lettura delle nostre esistenze e delle nostre coscienze. Facendoci vedere con occhi diversi momenti cruciali della vita, come diventare ed essere genitori. Proprio la genitorialità è l’altro grande tema affrontato nell’opera dell’autore americano. Essere padri e madri significa continuare ad amare il proprio figlio anche quando causa dolore, annullandosi e donandosi completamente, anche solo per condividere pochi istanti insieme. Ma non significa anche riflettere su cosa sia più giusto per entrambi, figli e genitori, lasciando che ognuno trovi da solo la propria strada? Interrogativi che Ben Marcus lascia che si insinuino nel lettore, per non lasciarlo più durante l’intera lettura.

L’alfabeto di fuocointreccia sapientemente horror e fantascienza con un’introspezione psicologica dai risvolti profondi e inaspettati. Un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi, in cui il surreale non rimane fine a se stesso ma anzi contribuisce a dare ulteriore spessore a una trama complessa e dalle mille sfaccettature. L’unica pecca, a mio avviso è che la narrazione inizialmente stenta un po’ a decollare ma una volta catapultati nel vivo della storia non si può fare a meno di continuare a leggere. Sperando, con un brivido, che nel nostro mondo la lettura non diventi mai tossica.

Voto: 4/5

Mr. P.