Connie Palmen – Tu l’hai detto

Titolo: Tu l’hai detto

Autore: Connie Palmen

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 256

Prezzo: € 17,00

“Tutto della mia sposa mi commuoveva, ma questa incapacità di essere se stessa, la ricerca spasmodica di una voce autentica, era la cosa che più mi colpiva. Era tagliata fuori dalla parte più pura di sé, quella in cui risiedevano la creatività e il genio, incatenata alla ferita, alla rabbia, alla crudeltà. Quell’isolamento era la causa della sua frustrazione e disperazione. I ragionamenti da ambiziosa ragazza perbene la tenevano lontana da tutto ciò che era ambiguo, complesso, oscuro e violento, dalla sua vera natura. E io ero convinto che il più grande atto d’amore sarebbe stato liberarla, come un cavaliere della tavola rotonda, dalle segrete di un animo oscuro, condurla fuori e porgerle il sacro graal dell’immaginazione libera.”

Più passa il tempo, più continuo a scrivere, più mi accorgo di una cosa che sfiora l’assurdo: quanto è difficile parlare di un libro che si è amato visceralmente, che si è sentito vicinissimo, che ci ha toccati nel profondo? È arduo, davvero: lo consigliamo a qualcuno e quando costui ci chiede “Perché è così bello?” ci si ferma, quasi istupiditi e molto spesso non si è in grado di rispondere. Perché è così bello? Che cosa ci ha trasmesso, nello specifico? Si tratta di una trama avvincente, di una struttura geniale, di una scrittura limpida e scorrevole? O forse sotto c’è di più? Abbiamo sfogliato quelle pagine e le abbiamo rilette, sottovoce. Abbiamo sentito risuonare ogni parola dentro di noi, come un mantra. Abbiamo provato qualcosa di raro e profondo. Non comprendiamo più se siamo stati noi a leggere quel libro oppure è stato lui a leggere noi, la nostra storia, le nostre paure, speranze, sensazioni. Ogni parola sembra superflua, inadatta a descrivere ciò che abbiamo provato durante quelle ore di lettura. Non è facile, soprattutto quando un’opera parla anche un po’ di noi, ma penso sia necessario almeno provarci. Ancora una volta, quindi, mi ritrovo a raccontarvi di un romanzo che mi ha rapita e lasciata senza fiato, cercando di superare quello scoglio che le parole occasionalmente impongono – sono limitate, è superfluo dirlo.

In “Tu l’hai detto” – edito Iperborea, casa editrice attentissima e dal meraviglioso catalogo -Connie Palmen, scrittrice olandese, catapulta il lettore nel “luogo” più intimo che possa esistere: la relazione fra due persone. I protagonisti del suo romanzo, però, non sono due individui qualsiasi: l’autrice ha scelto di dar voce a Ted Hughes, poeta e scrittore inglese, e di esplorare il suo rapporto con la moglie, Sylvia Plath. Decisione piuttosto coraggiosa, a mio parere: non dev’essere affatto semplice ‘introdursi’ in una delle coppie letterarie più conosciute al mondo e narrarne le vicende in modo realistico e coinvolgente. Non dev’essere nemmeno facile identificarsi nel protagonista, nonché narratore della storia; la Palmen ha svolto un lavoro certosino, affidandosi ai diari, alle lettere, alle poesie dei due, e ad un numero non indifferente di biografie e saggi critici sul tema. Nonostante ciò, però, la domanda rimane: come ci si può immedesimare così bene in Ted Hughes, nell’amore bruciante che ha provato per la sua compagna, nel dolore per la sua perdita? Chiaramente non ho una risposta, posso soltanto affermare che la scrittrice, ai miei occhi, ci è riuscita in pieno. Le parole di fronte a cui il lettore si troverà sembrano proprio quelle di un uomo innamorato, accecato dai suoi sentimenti e spesso ferito; di una persona che lotta e combatte quotidianamente con (e per) la donna della sua vita; di un marito che vive nel segno dell’ispirazione poetica e che cerca di risvegliare il ‘vero io’ della moglie, la sua parte più nascosta, più vulnerabile («Voleva essere una buona moglie per me e una madre amorosa per i nostri figli, ma era anche una scrittrice, consapevole che in lei si celava una poetessa geniale, e avrebbe distrutto la nostra vita insieme se non fosse riuscita a liberarla»). Ted e Sylvia s’incontrano per caso ad una festa, la loro fama li precede, si osservano velocemente e, in un modo che ha del mistico, sentono di appartenersi. La loro storia andrà avanti per sette, tormentatissimi anni. Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra di nuovo: un amore che ha attraversato diversi Paesi ma che non è riuscito a non soccombere alla sua maledizione.  «Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io.» afferma Ted/Connie. Ma ne siamo davvero sicuri? Non lo furono, forse entrambi? Sylvia, con la sua depressione, il suo senso di vergogna e d’inferiorità verso la madre, le sue gelosie ossessive. E Ted, spaventato dalla dipendenza nei suoi confronti, ogni giorno sempre più forte, che l’ha portato dritto tra le braccia di un’altra.

Leggere “Tu l’hai detto” ha scatenato dentro di me un turbinio di emozioni, per questo mi è difficile parlarne. Connie Palmen è stata perfettamente in grado di rendere lo struggimento di un uomo e di una donna, sia per l’altro che per se stessi: la rabbia, lo sconforto e le ambizioni di Sylvia sono state anche le mie, l’inutilità nei confronti di qualcuno che soffre ed una certa attrazione per ciò che è oscuro e intricato di Ted mi hanno accompagnata per molti anni. Terminata l’ultima pagina comprenderete anche il titolo di questo romanzo meraviglioso e non potrà che risuonarvi dentro per molto, molto tempo, accompagnato da una vaga nostalgia e da un sorriso triste.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Annunci

Audur Ava Ólafsdóttir – Hotel Silence

Titolo: Hotel Silence

Autore: Audur Ava Ólafsdóttir

Editore: Einaudi

Anno: 2018

Pagine: 188

Prezzo: € 18,50

“Mi sembra quasi di sentire la voce della mamma: «Ogni sofferenza è unica e differente, – aveva detto una volta – e dunque non la si può confrontare. Invece la felicità è simile».”

Oggi vi svelo un pezzetto di me: sono incredibilmente attratta dai libri che parlano di suicidio. Forse per via di quello che studio, forse per alcune esperienze di vita, forse semplicemente perché è un tema complesso, a tratti inspiegabile, “affascinante” proprio per questo motivo. Non conoscevo la Ólafsdóttir ma appena ho letto la trama del suo ultimo romanzo, “Hotel Silence”, ho immediatamente detto fra me e me: “Dev’essere mio”. Perché? Perché il protagonista della storia narrata dall’autrice islandese è un quarantanovenne che decide di porre fine alla sua vita. Jónas è un uomo le cui certezze sono crollate una dopo l’altra, velocemente: sua moglie se n’è andata, chiedendo il divorzio e lui è rimasto inerme a guardarla scivolare via dalla sua esistenza, senza provare a fermarla. Ha da poco scoperto che Guðrún Vatnalilja, sua figlia, non è biologicamente sua figlia, particolare che la ex consorte gli rivela ben ventisei anni dopo la sua nascita. Sua madre trascorre le giornate in una casa di riposo, alternando momenti lucidi in cui si dedica alla sua passione più grande (i libri che parlano di guerre) e altri in cui si perde completamente a causa della sua malattia, che la porta a dimenticare e a ripetersi di continuo. Ha un vicino di casa, Svanur, che sembra quasi un amico ma è tanto oscuro quanto lui e non tocca una donna da otto anni. Pensa che il mondo sarà lo stesso, con lui o senza di lui, e che non abbia più nulla da offrirgli. È, insomma, infelice: «Io non so chi sono. Non sono niente, non possiedo niente». Ed è a questo punto che giunge l’idea di svanire completamente. Per non causare un ulteriore trauma alla figlia, la quale potrebbe ritrovare il suo corpo, decide di andare a morire all’estero, in un Paese appena uscito da una guerra civile devastante e, più precisamente, all’Hotel Silence. Porta con sé pochissime cose, tra cui una cassetta degli attrezzi – per riparare qualcosa? no, più probabilmente per aiutarsi nell’impresa – e i diari di quando aveva vent’anni, ritrovati da poco. Lascia un vago biglietto e parte, concedendosi una settimana per “concludere la faccenda”.

Fino a qui, Jónas si presenta come un uomo insofferente ma allo stesso tempo determinato: ha imboccato una via e ha intenzione di proseguire su quella strada. Ciò con cui non ha fatto i conti, però – ed è questo uno dei particolari preziosi che fanno di “Hotel Silence” un romanzo bellissimo e molto realistico – è la vita stessa, il cambiamento che può portare il ritrovarsi in un luogo completamente differente da quello a cui si è abituati, vicino a persone che hanno vissuto cose diverse dalle nostre. L’incontro con i giovani gestori dell’albergo, Fífí e Maí – fratello e sorella -, con il piccolo Adam e la loro realtà, si rivela dunque provvidenziale. Il protagonista comincia a riflettere sulla sua vita, sull’estraneità che prova nei suoi confronti: si guarda allo specchio e non si riconosce; comprende, rileggendo i suoi quaderni, che forse non ha mai capito chi è, pur essendoselo sempre domandato. L’autrice mette in luce l’importanza del riscoprirsi altrove, del sentirsi di nuovo utili, circondati da persone nuove, che racchiudono dentro di loro esistenze lontanissime dalle nostre. È il potere dei legami che, a volte, ci permettono di ritrovare uno scopo, anche quando tutto sembrava ormai perduto. Lasciarsi andare è difficile, certo, e ci si sente vulnerabili: ma se Jónas inizialmente copriva le sue cicatrici (quelle interiori, rimanendo chiuso in se stesso, e quelle esteriori, con i tatuaggi), lentamente comincia a comprendere quanto sia fondamentale smettere di nascondersi.

Una delle cose che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo sono le riflessioni sul dolore: è ribadita più volte, infatti, l’importanza del concetto che ognuno soffre a suo modo. Ogni sofferenza è diversa, la si vive in modo differente ed è inutile compararla a quella degli altri. Il protagonista spesso tende a farlo, si interroga moralmente sulle sue intenzioni: come può permettersi anche solo di pensare al suicidio quando ci sono persone che hanno visto morire i propri cari a causa della guerra e che, nonostante questo, si aggrappano con tutte le loro forze alla vita? È giusto, è sbagliato? Alcuni mali sono più devastanti di altri? Non si dovrebbe fare il paragone, ci dice l’autrice, semplicemente. Ognuno ha una propria sensibilità ed è con quella che deve convivere.

“Hotel Silence” è un libro che parla in modo disincantato del suicidio: non tralascia né le sue zone d’ombra (il dolore, a volte, può comunque vincere) né quelle di luce – la rinascita. La Ólafsdóttir è bravissima nel mostrare come si possa faticosamente essere in grado di uscire dal mare di fango in cui si è precipitati. È possibile riparare una vita che si è rotta? Questa la domanda che ci si pone. «Si cerca di fare del proprio meglio» – sembra risponderci la scrittrice – «Essendo esseri umani.»

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

 

Stefano Caso – Libreria Luigi

Titolo: Libreria Luigi

Autore: Stefano Caso

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 187

Prezzo: € 14,00

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più. Un fantasma nero a cui avevo chiesto soccorso per fare di me un personaggio dotto e rispettabile. Un artificio che credevo divenisse potere per me e sudditanza per gli altri. E invece, lo avrei scoperto più tardi, era stata una raffinata difesa nei confronti della vita, dei miei desideri più genuini.”

Cosa significa “festeggiare” i propri cinquant’anni scoprendo che quanto si ritiene di più autentico e motivo d’orgoglio di tutta la propria vita, in realtà si tramuta in una gigantesca menzogna raccontata a se stessi?  Che come ci si vede allo specchio non corrisponde affatto all’idea che si sono costruiti di noi chi ci sta intorno? A questi quesiti prova a dare una risposta Stefano Caso, che nel suo “Libreria Luigi“, romanzo dal sapore pirandelliano, narra appunto le vicissitudini di Luigi Araldi, libraio che, dopo aver compiuto mezzo secolo, viene investito da un incredibile ciclone di eventi che cambieranno per sempre la sua esistenza.

Il turbine incontrollabile di tradimenti, rimorsi, vendette e rimpianti prende il via dalla poco gentile ma certamente innocua considerazione di un’anziana cliente che, all’affermazione di Luigi sul suo cinquantennale compleanno, risponde:
«Tanti auguri allora. Cinquanta? Lei porta la sua età in maniera davvero pietosa. Gliene avrei dati almeno una decina di più. Ma, come si dice, l’importante è essere giovani dentro. Non trova?»
Parole che hanno sul povero libraio l’effetto di un ferro rovente sulle carni vive: idealmente marchiata a fuoco da quella donna, la sua mente inizia a vorticare pericolosamente in cerca di un appiglio, rappresentato dalla tanto sbandierata cultura, l’unica cosa che lo ha sempre reso fiero e superbo. Ma proprio il suo aspetto fisico, tanto denigrato dalla vecchia signora, è il baluardo esterno del suo amore sconfinato per i libri e il sapere: barba spessa e scura e i pochi capelli rimasti portati lunghi. Segni distintivi che vengono per la prima volta messi in discussione e che sono soltanto l’inizio di una metamorfosi tanto imprevedibile quanto spassosa. Perché l’ironia, nel libro di Caso, non manca mai. Più di una volta, leggendolo, mi sono ritrovato a  sorridere, in particolare quando i fantasmi letterari del libraio in crisi esistenziale prendono il sopravvento. Lord Wotton, Vitangelo Moscarda, Charles Bukowski, Luigi Pirandello, Victor Hugo e chi più ne ha, più ne metta. Una girandola di personaggi appartenenti alla finzione letteraria e di autori passati a miglior vita infestano le giornate di Luigi, dispensando consigli non richiesti e lanciando maligne provocazioni.
Libreria Luigi” è un romanzo che affronta l’eterna paura di invecchiare e l’annosa questione dell’apparire agli altri, finendo così per mentire anche se stessi, ma sempre con la dovuta leggerezza e la giusta dose di umorismo. La trama non troppo originale viene compensata dallo stile dell’autore, scorrevole ma non banale, che alterna in un ripido saliscendi espressioni quasi auliche, che ritroviamo perlopiù nei pensieri del protagonista, che fa sfoggio della propria cultura anche parlando tra se e se, e il parlato di tutti i giorni.

Stefano Caso ci propone una lettura leggera ma che sa anche offrire momenti di riflessione. La storia di una vita ordinaria e abitudinaria che sprofonda in una crisi tanto destabilizzate quanto necessaria. Un mutamento improvviso dai risvolti tragicomici ma che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha segretamente desiderato che avvenisse anche nella propria esistenza.

Voto: 3,5

Mr. P.

Javier Argüello – A proposito di Majorana

Titolo: A proposito di Majorana

Autore: Javier Argüello

Editore: Voland

Anno: 2017

Pagine: 333

Prezzo: € 16,00

“E vidi, come mai prima di allora, che cercare di ricostruire una storia – una qualsiasi storia –  rappresenta forse la più grande assurdità alla quale si possa essere esposti.”

In questi ventisei anni ancora non ho capito se credo al destino. Spesso mi ritrovo a pensare che no, non è possibile né razionale, esistono le coincidenze, il caso e niente più. Gli accadimenti non sono tutti intrinsecamente connessi, i nostri passi non sono già stati scritti da qualcuno e dobbiamo anzi assumerci la responsabilità di ogni nostra azione, perché noi e soltanto noi scriviamo la nostra vita. A volte, però, accadono delle cose che mi fanno mettere in dubbio tutto ciò. Spesso sono episodi assolutamente banali, che fanno sorridere e nient’altro (“Oh, ieri notte ho sognato Tizio e guarda chi incontro, dopo dieci anni, in treno, oggi!”). Altre volte, invece, queste casualità mi fanno quasi rabbrividire e non riesco a non pensarci a distanza di giorni. È stata dunque una fortuita combinazione ritrovarmi con questo libro in mano, leggerlo, e rimanere sconcertata non soltanto dal tema di fondo (sì, si parla di destino) ma anche dai luoghi descritti – da me visitati pochi giorni prima – e dalle riflessioni scaturite da queste pagine, così vicine a ciò che provavo in quel periodo della mia vita? Probabilmente sì, è stata una semplice e banale coincidenza. Eppure, una parte di me, non riesce a non credere che questo romanzo, in qualche modo, mi abbia chiamata, in quelle confuse settimane di novembre, perché aveva qualcosa da dirmi, e non poteva farlo che in quel preciso momento.

Esistono dei libri che sono una vera e propria scoperta, una sorpresa. A me è accaduto precisamente questo, con “A proposito di Majorana”. Non mi aspettavo nulla di quello che ci ho trovato dentro. Ad una prima, distratta, occhiata, il lavoro di Javier Argüello può sembrare un giallo: l’intera vicenda, infatti, ruota attorno ad un’indagine. Fin dall’inizio, però, notiamo qualcosa di diverso, di atipico, per un romanzo che sembra di genere. Il protagonista non è né un poliziotto né un detective: egli è, infatti, un giornalista. Ernesto Aguiar è un “uomo medio”. Apparentemente la sua vita sembra normalissima: ha una fidanzata che sta per sposare, Ana, un lavoro che gli permette di sopravvivere, un’esistenza pacata. Ma proprio dietro la sua pacatezza si nasconde tutta la sua insoddisfazione: il lavoro da giornalista è in realtà uno specchietto per le allodole, in quanto la sua vera mansione è redigere necrologi. Prova un forte sentimento per la sua compagna ma sente che lei non riesce e non riuscirà mai a comprenderlo a fondo. Le sue certezze, inesorabilmente, crollano una dopo l’altra e Aguiar si sente perso, solo, senza più un appiglio. È però a questo punto che giunge, inaspettatamente, un’opportunità d’oro: il suo capo gli offre un incarico che lo porterà per qualche giorno lontano da Barcellona, la sua città. È necessario, infatti, scrivere un pezzo su uno dei fisici più importanti al mondo, Ettore Majorana e, più specificamente, sulla sua misteriorsa scomparsa, avvenuta ottant’anni prima. Il protagonista si dovrà quindi recare a Napoli per portare avanti un’inchiesta dai contorni piuttosto sfocati. L’occasione è perfetta per lui: allontanarsi dalla realtà che lo circonda quotidianamente è quello di cui ha bisogno, soltanto distanziandosi da tutto potrà fare chiarezza («D’un tratto la direzione che dovevano prendere le cose mi fu chiara come poco altro nella vita. Pure l’assurdo incarico del mio capo si rivelava un passo necessario. Sparire. Quando lo capii, la parola riecheggiò nella mia testa ma stavolta con un significato diverso, come se all’improvviso avesse acquisito maggiore solidità, come se all’astratto impulso di fuga di qualche ora prima si fossero aggiunti un piano preciso e un pretesto concreto, come se un fenomeno confinato fino ad allora al mero campo delle probabilità si fosse di colpo materializzato in una forma compiuta. E a quel punto non mi sembrò più una follia. D’un tratto l’impossibile divenne reale. E il reale si trasformò in inevitabile»). L’incontro con un vecchio compagno di scuola, Ross il Biondo, è un ulteriore segno: l’amico, infatti, lo invita ad accompagnarlo in un viaggio in barca a vela che stava organizzando da un po’, promettendogli un passaggio fino a Napoli. Ogni cosa sembra cadere a pennello, tutto in qualche modo va ad assecondare il suo impulso di fuga, che fino ad ora aveva sempre celato cautamente.

Il romanzo di Argüello – e lo si capisce fin dalle primissime pagine –  si snoda su differenti livelli temporali: lo scrittore alterna continuamente il passato (la traversata marittima di Aguiar e Ross il Biondo) al presente (la vita del protagonista, ormai giunto a Napoli). Allo stesso modo, due sono le scomparse davanti a cui ci si ritroverà: non soltanto quella, ormai quasi dimenticata, di Majorana, ma anche quella di Ross il Biondo, dissoltosi nel nulla dopo un incidente con la barca sulle coste di Sorrento. Come dicevo inizialmente, però, l’aspetto poliziesco è soltanto una parte di ciò che nasconde questo romanzo: le vicende di Aguiar e le indagini che lo coinvolgeranno sono un pretesto per avventurarsi in sentieri molto più profondi e complicati, sentieri che riguardano l’animo umano, il tempo, la fisica, il destino  e «l’inesorabile unità delle cose che si influenzano reciprocamente e cercano la loro forma nel luogo verso cui tutte convergono». Preferisco non aggiungere nulla alla trama perché la bravura di Argüello sta proprio nel dipanarla lentamente, con un tocco di suspense, con riflessioni intime e ricercate sull’esistenza. Posso soltanto consigliarvi di lasciarvi sfiorare dalle sue parole, dai rumori e dagli odori di una Napoli descritta meravigliosamente, dalla vita che emerge in questo libro. Forse, giunti al termine della vostra lettura, avrete più domande che risposte ma io penso che il segreto – se un segreto esiste, naturalmente – sia proprio questo: non smettere mai di porsele, queste domande.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Jeff Jackson – Mira corpora

Titolo: Mira corpora

Autore: Jeff Jackson

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 216

Prezzo: € 12,00

“Registro gli eventi della mia vita, riempiendo un quaderno dopo l’altro. Forse non riporto i dettagli esattamente nel modo giusto, ma non importa. I fatti precisi non hanno valore, qui. Ciò che conta è la saliva che ho appena sputato su questo stesso foglio di carta. Il denso grumo si dissolve lentamente in un piccolo cerchio nel testo e rende traslucide le parole. L’inchiostro comincia a gocciolare. Le fibre si allentano. Se fai scorrere le dita su questo paragrafo, sentirai il punto dove ho conficcato il mio pollice attraverso il foglio. C’è un intero mondo in quel buco.”

Seconda uscita per Pidgin Edizioni, casa editrice che fa della letteratura underground il suo manifesto, dando voci ad autori dal linguaggio forte e mai banale. Questa volta tocca al drammaturgo americano Jeff Jackson e al suo “Mira corpora“, romanzo che già dal titolo lascia intuire originalità e voglia di sorprendere il lettore. L’opera di Jackson potrebbe essere annoverata nel grande calderone dei romanzi di formazione ma ridurre in tal senso la storia di Jeff, il ragazzo protagonista omonimo dell’autore, risulterebbe alquanto limitante. “Mira corpora“, oltre che percorso esistenziale e spirituale, è surrealismo, simbolismo, violenza e ossessione.

L’infanzia di Jeff non è stata come quella della maggior parte dei bambini: sempre in bilico tra l’aggressività di una madre alcolizzata e i soggiorni trascorsi in questo o quell’altro orfanotrofio, il piccolo narratore non ha mai conosciuto l’amore incondizionato di un genitore o il profondo senso di sicurezza sprigionato da una rincuorante monotonia familiare. Proprio in un orfanotrofio prende il via la storia, con una potentissima scena iniziale, in cui sembra quasi che il ragazzino provi a cercare l’affetto che da sempre gli manca in un gruppo di cani randagi, attratto allo stesso tempo dalla vita selvaggia di quegli esseri a quattro zampe, concezione dell’esistenza che abbraccerà lui stesso qualche anno più tardi, quando deciderà che i soprusi della madre avranno raggiunto il limite di tolleranza. Proprio la fuga da casa lo condurrà attraverso un cammino corporeo e psichico, in cui sovente la crudezza della realtà si aggroviglia senza soluzione di continuità all’inquietudine onirica di simbologie e utopie dai contorni magici. La narrazione ingloba dapprima scenari naturali e primitivi, per poi spostare le sue sghembe coordinate all’interno di paesaggi urbani dalle tinte fosche e cruente.
Lungo il proprio viaggio, Jeff farà la conoscenza di un nugolo di personaggi dai tratti distintivi ben marcati, ognuno dei quali incastrerà un tassello fondamentale nel caos che si agita inquieto nella sua esistenza. Uomini cinici, oracoli, leader di band scomparse dai palcoscenici: ciascuno di loro condurrà Jeff all’interno della propria oscurità personale, destabilizzando la sua apatia e la sua vita da reietto, ma dandogli anche qualcosa a cui mirare, che si materializzerà in un dipinto raffigurante un albero di arance all’interno di una radura. Un’immagine che Jeff scruta con occhi indagatori, curiosi e sognanti e che potrebbe benissimo rappresentare la normalità di una vita che invece è sempre stati ai limiti e l’affetto di una madre che è sempre mancato. Un’immagine che potrebbe però rivelarsi un’illusione, un mondo di carta che mai potrebbe coincidere con la realtà. Una realtà in cui il corpo dell’essere umano, martoriato, sfruttato, decaduto o violentato, sembra essere l’unico elemento concreto a cui appigliarsi, facendo leva sul primario istinto di sopravvivenza insito in ognuno di noi, quando il miraggio dell’albero di arance scompare lento all’orizzonte.

Mira corpora” non è una lettura immediata e lineare e ogni episodio rappresenta una finestra spalancata su di un piccolo universo, che si ricongiunge agli altri attraverso il collante rappresentato dal corpo e dalla spirito di Jeff, in un cerchio che forse si chiude soltanto in apparenza. Una narrazione dalla spiccata personalità e mai convenzionale aiuta il lettore ad addentrarsi tra le pieghe del libro, in un percorso tortuoso e ricco di insidie ma che, se affrontato con la giusta dose di curiosità e riflessione, sa regalare una storia difficile da dimenticare.

Voto: 4/5

Mr. P.

Joy Williams – L’ospite d’onore

Titolo: L’ospite d’onore

Autore: Joy Williams

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 664

Prezzo: € 18,00

“«Mi sento come se avessi passato tutta la vita nell’angolo di una stanza» dice Annie. «È questo il problema. Che sono sempre stata in un angolo. E adesso non vedo niente. Non so nemmeno che stanza è, mi capisci?» Tom annuisce ma lui quella stanza non la vede. La tristezza si è tramutata in sangue, gli scorre dentro. Non esistono stanze.”

Carver, Cheever, Flannery O’Connor: questi sono soltanto alcuni dei mostri sacri a cui viene accostata la penna di Joy Williams, maestra indiscussa del racconto americano e finalista al Premio Pulitzer, ancora inedita in Italia per quanto riguarda la sua produzione breve. A colmare questa enorme lacuna ci ha pensato Edizioni Black Coffee, casa editrice sempre attenta alla (ri)scoperta di autori statunitensi che qui da noi non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento. “L’ospite d’onore” contiene infatti ben 46 racconti, ossia la maggior parte della produzione di short storie della Williams. Un intero universo narrativo, che irrompe con forza nel lettore tirandolo a sé, ammaliandolo prima, per poi masticarlo e risputarlo fuori completamente avvinto dagli scritti di questa autrice straordinaria.

Innumerevoli sono i temi che Joy Williams tratta nei suoi racconti, quasi sempre radicati nella provincia americana, ma la parola chiave mi è parsa dare un senso all’intero lavoro è “cambiamento“. Che sia un evento (positivo o negativo) che ha portato a stravolgere le vite dei protagonisti oppure il desiderio struggente di trasformare la propria esistenza o ancora un istinto di sopravvivenza che li porta ad adattarsi al senso di nuovo e di sconosciuto che irrompe nella realtà, il cambiamento in questi 46 racconti è una presenza costante, a volte scomoda, che aggredisce i personaggi. Un cambiamento che a volte porta i protagonisti della Williams a cercare un rifugio nella religione, in una fede troppo spesso opaca e dai contorni illusori, che non aiuta l’uomo ma anzi lo rende ancora più insicuro e confuso. In altri episodi invece il senso di sicurezza che viene a mancare cerca di essere alleviato dall’amore verso un’altra persona, sentimento che non tarda a sconfinare in un’ossessione o in una dipendenza malata.
Altro grande protagonista dei racconti dell’autrice statunitense è la famiglia, intesa come intreccio ermetico di passioni e legami complicati. Troviamo così figlie che disprezzano le proprie madri, genitori che nutrono verso i figli una malsana indifferenza o ancora nonni che si aggrappano con ogni più piccolo residuo di energia alla propria nipotina, unica ancora di salvezza per non perdere di vista la realtà. Famiglie disgregate, che tentano di ricominciare un’esistenza degna di essere vissuta, che appaiono perfette ma che sotto il velo di un’apparente normalità celano l’orrore di una miriade di crepe. Famiglie il più delle volte pervase da un senso di perdita, altra grande chiave di lettura di questi 46 racconti.
La perdita è un concetto che negli scritti della Williams si respira a pieni polmoni. Può essere la perdita del proprio figlio, morto o detenuto in carcere, la perdita di un animale, a cui forse si è più legati che alla persona che si crede di amare, o ancora la perdita dell’innocenza, in cui l’infanzia si tramuta in modo brusco e immotivato in età adulta. Ma anche la perdita dell’illusione consolatoria di vivere una vita stabile e appagante e l’insorgere dell’improvvisa necessità di ricercare uno scopo nella propria esistenza, un obiettivo da perseguire per dimenticare quanto futile e privo di senso possa essere il cammino di un uomo.
Pur essendo una raccolta piuttosto corposa, la qualità media dei racconti si mantiene sempre su ottimi livelli, con pochi casi di scritti leggermente sotto tono. I picchi invece sono parecchi, ma tra tutti ho scelto di citarne tre. “Chimica invernale” narra dell’ossessione morbosa di due amiche per il proprio professore di chimica, in cui il senso di inadeguatezza e l’idealizzazione di un amore irraggiungibile porteranno a un epilogo agghiacciante. In “Congresso” protagonista è invece una moglie che si ritrova dall’oggi al domani a dover badare a un marito paralizzato, aiutata da uno degli studenti del consorte. La brama di poter accedere a una nuova vita e un amore del tutto imprevisto ma incontrollabile si fondono dando vita a un racconto dalle atmosfere dolenti e delicate, a tratti oniriche. Infine come non citare lo stupendo racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui una figlia deve convivere con il dolore tremendo di una madre malata, in cui l’attesa della morte e il cercare di riappropriarsi di una vita che non senti più tua diventano autentico struggimento.

L’ospite d’onore” è una raccolta di piccoli gioielli, in cui la quotidianità degli abitanti di un’America di provincia viene scossa da sentimenti estranei e disturbanti, elementi nuovi che si inseriscono nelle vite dei protagonisti, a volte terrorizzando, altre infondendo barlumi di speranza. Un’antologia personale che ci ha permesso di comprendere il grande valore di un’autrice come Joy Williams, capace, in poche pagine, di far vibrare le corde nascoste del nostro animo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Megan Mayhew Bergman – Paradisi minori

Titolo: Paradisi minori

Autore: Megan Mayhew Bergman

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 234

Prezzo: € 18,00

“Qualche giorno dopo aver visto Smith per l’ultima volta, compresi che stavo aspettando qualcuno che non capivo. Forse avrei passato il resto della mia vita ad aspettare, l’ennesimo fuggiasco trasformato in mito dalla palude. E forse era la cosa migliore: certe persone, certi luoghi vanno lasciati come sono.”

È davvero arduo, almeno per me – che preferisco i romanzi ai racconti – trovare una raccolta valida, una raccolta in cui tutte (o quasi) le short stories lì riunite siano in grado di emozionarmi, di farmi riflettere, di farmi sentire parte dei vari mondi che sono stati creati. Con NN Editore era già successo: mi ero follemente innamorata de “Il paradiso degli animali” di David James Poissant. Ebbene, inutile dire che ciò è accaduto di nuovo con la stessa casa editrice e con un titolo ed un libro che, in qualche modo, è connesso al precedente: “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman. Il fil rouge che collega queste due opere è dato soprattutto dagli animali: essi ritornano in ogni storia, sono protagonisti tanto quanto gli esseri umani e ci permettono di capire che, alla fin fine, non vi è questa grande distinzione tra gli uni e gli altri. Poissant e la Bergman, inoltre, sono accomunati anche dai temi che esplorano nelle loro raccolte: un continuo altalenarsi di rare gioie e grandi sofferenze che ci ricordano quanto piccolo possa essere l’uomo di fronte all’ineluttabilità della vita.

Le protagoniste dei racconti della Bergman sono tutte donne: ciò che colpisce maggiormente il lettore è la forza, la determinazione con cui questi personaggi affrontano le proprie esistenze. Ci si può quindi trovare di fronte ad una madre alcolizzata che prova in tutti i modi a recuperare il rapporto con la figlia (“Un’altra storia a cui lei non crederà”), ad una donna che, tradita dal marito, ricerca con veemenza la propria libertà (“La compagnia giusta”) o ad una fidanzata che rimanda continuamente il proprio matrimonio perché ancora non è in grado di accettare il suo viso deturpato (“Salvare la faccia”). Nonostante le loro tragedie personali, queste donne continuano a combattere, continuano a vivere le loro vite senza mai arrendersi: accanto al dolore si fa timidamente strada una piccola speranza, senza la quale sarebbero completamente perse. Il lettore perciò si ritroverà ad osservare una donna che deve affrontare il lutto materno e che intraprenderà un lungo viaggio per poter afferrare per l’ultima volta la voce del genitore scomparso («Mi rendo conto di aver disperatamente bisogno di un pezzo di mia madre»), una ragazza che decide di vivere ai margini di una palude, cercando di isolarsi da tutto fino a quando non proverà di nuovo il brivido di essere toccata da un uomo («Dopo anni di solitudine e lunghi periodi di astinenza, mi ero dimenticata come ci si sente quando qualcuno ti accende come un interruttore, quando devi concentrarti mentre il cuore e il sangue ti urlano dentro.»), o ancora una moglie che cerca di rimanere incinta nonostante l’immenso senso di colpa provato («Se non riesco a prendermi cura di un cane non merito un bambino»). Accanto a questi personaggi, ci sono loro, gli animali: a volte vengono descritti come brutali, violenti, in grado di rovinare per sempre un’esistenza. In altri momenti, invece, sembrano l’unico appiglio possibile per rimanere a galla. Pappagalli, lemuri, cani, lupi, gatti, balene: possono essere un semplice sfondo, talvolta vengono utilizzati invece come metafora, altre ancora prendono il sopravvento e quasi rubano la scena alle protagoniste. In ogni caso la loro presenza è vivida, costante e s’inserisce perfettamente all’interno dei racconti e dei temi esplorati dalla scrittrice.

Ogni volta che ho intenzione di consigliare un libro a qualcuno, mi pongo sempre una domanda fondamentale: che cosa è in grado di fare l’autrice in questione, dove ci porta, con il suo lavoro?Con Megan Mayhew Bergman è stato facile: la scrittrice ci ricorda che, in fondo, siamo soltanto delle bestie egoiste che lottano per la propria sopravvivenza. Ed è esattamente questa la chiave, il leitmotiv che collega questi meravigliosi dodici racconti.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Masande Ntshanga – Il reattivo

Titolo: Il reattivo

Autore: Masande Ntshanga

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 196

Prezzo: € 12,00

“E se i bambini piangessero perché la nascita è la prima forma di incarcerazione umana? E se l’essere imprigionati nel corpo umano fosse uno shock indelebile per la coscienza? E se la carne è destinata a cascare sin dal principio, non rappresenta allora un involucro inadatto, dal momento che la coscienza, naturalmente amorfa, è antitetica alla disintegrazione?”

Il reattivo” di Masande Ntshanga è il primo volume pubblicato da Pidgin Edizioni, casa editrice nata da pochi mesi ma con le idee ben chiare. Come suggerisce il nome stesso (con “pidgin” ci si riferisce a un idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popoli differenti), la casa editrice napoletana si propone di dare spazio alla letteratura underground, con una particolare attenzione al mescolamento dei linguaggi e dei generi. Sulla rampa di lancio è stato posizionato il romanzo d’esordio del giovane scrittore sudafricano Masande Ntshanga, che ha dato ragione alla coraggiosa scelta dell’editore.

Il reattivo” non è un romanzo immediato: questa è stata la prima percezione che ho avuto a lettura ultimata. È un libro da scoprire adagio, immergendosi a poco a poco in un ritmo narrativo che a tratti arranca, ma che ci prende per mano, fino a quando anche noi ci rendiamo conto di essere sotto il sole di Città del Capo.
Protagonista è Lindanathi, ragazzo positivo all’HIV, che divide il suo tempo tra un impiego da commesso e la vendita di farmaci anti-retrovirali insieme ai suoi amici più stretti, Ruan e Cecelia. I loro pomeriggi e le loro notti trascorrono tra alcol e droghe, assuefatti dai fumi dell’incoscienza, per dimenticarsi del loro status di condannati. Ingabbiati in una percezione alterata dell’esistenza, con la volontà (soltanto in apparenza illusoria) di poter cambiare le cose, i tre ragazzi ricevono inaspettatamente la telefonata di un uomo misterioso, che li vuole incontrare per commissionargli un lavoro. L’irruzione nelle loro vite di un enigmatico sconosciuto diventerà un pretesto per riflettere sulla propria condizione, in particolar modo per Lindanathi, prigioniero di un destino già segnato. Divorato dai sensi di colpa per la morte del fratello, assillato dall’Ultima Vita, ovvero ciò che potrà accadere durante il suo ultimo anno di vita, Lindanathi dovrà trovare la forza di combattere e di reagire, di trasformare il concetto di “reattivo”: non più soltanto sieropositivo ma intento a reagire.
In un Città del Capo che trasuda vivacità e autenticità, si snoda una vicenda che vuole essere un antidoto contro il lasciarsi morire, un’alternativa all’attesa fine a se stessa. Lo stesso nome del protagonista (Lindanathi significa “aspetta con noi”), sembra essere profetico del suo destino. Un destino che forse non si può cambiare, ma sicuramente si può affrontare: restare inermi non serve a nulla.

Ntshanga, con uno stile impeccabile e una prosa che sa scuotere il lettore e affascinarlo nello stesso tempo, ci narra uno spaccato di vita che ruota attorno all’idea della morte, all’attesa, al passato che non lascia liberi. Un esordio che lascia il segno, forse discontinuo nel percorso che si snoda lungo l’intero arco narrativo, ma che non manca di comunicare con la coscienza del lettore, lanciando un mantra carico di un unico significato: reagire.

Voto: 4/5

Mr. P.

Peppe Fiore – Dimenticare

Titolo: Dimenticare

Autore: Peppe Fiore

Editore: Einaudi

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: € 18,50

“Il passato esiste solo in funzione di come uno se lo racconta, e diventa davvero passato solo quando prende la forma di una storia.”

“Come si fa?”, mi chiedo. Come si fa a parlare di un libro che mi ha colpita così nel profondo? Come posso esprimere con le parole, in modo razionale e pacato, ciò che non sono neanche ancora riuscita a metabolizzare per bene? Potrò, riuscirò? Queste sono le domande che mi pongo mentre mi accingo a scrivere di “Dimenticare”, ultimo lavoro di Peppe Fiore, scrittore e sceneggiatore napoletano. Fin dalle prime pagine sono stata catturata dalle atmosfere di questo romanzo, che può apparire a qualcuno, forse, abbastanza semplice; dietro a questa maschera, si rivela invece – a mio avviso – una complessità non da poco. La scena iniziale mi ha immediatamente richiamato alla mente, chissà perché, Paolo Sorrentino e, man mano che procedevo con la lettura, non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione: la storia narrata, le ambientazioni, i dialoghi tanto scarni quanto pungenti, quel senso di sospensione e di assurdo, tutto mi ha ricordato un film del regista napoletano. E questo è assolutamente un punto a favore, amandolo io moltissimo!

Il protagonista di “Dimenticare” è Daniele, un uomo all’apparenza schivo, che decide di abbandonare di punto in bianco la sua vita a Fiumicino per trasferirsi altrove, in un paesino sulle montagne laziali, con l’intento di prendere in gestione il bar di una stazione sciistica ormai inutilizzata. Nulla di troppo complicato, fino a qua: sono molte le opere che parlano di decisioni affrettate, di cambiamenti inaspettati, di luoghi “limite”, solitari e silenziosi. Daniele comincia a condurre un’esistenza pacata: instaura dei rapporti con alcuni abitanti, lavora senza sosta e tutto sembra filare liscio. Fin da subito, però, il lettore intuisce che qualcosa non quadra: perché Daniele se n’è andato? Che cosa l’ha spinto ad allontanarsi dalla sua famiglia, da quel fratello tanto amato quanto odiato, da quel nipote così affezionato a lui? Perché il passato sembra tornare ad ogni respiro, che cosa sta cercando di cancellare con tenacia, con una forza che l’ha fatto isolare in quella casa dismessa? E, ancora, è davvero possibile dimenticare? Perché i ricordi possono riemergere, il protagonista stesso se ne rende conto: «Credeva di essersene liberato e invece erano rimasti lì, sotto la corteccia della coscienza, come radici che non possono esprimersi alla luce, e si ramificano verso il profondo».

Il romanzo di Peppe Fiore non è però né un thriller né un giallo e, soprattutto, non è per nulla scontato: ciascuna pagina è intrisa di malinconia, la psicologia del protagonista è scavata a fondo ed aleggia continuamente nell’aria qualcosa di strano, di oscuro, quella «bestia addormentata, sempre con un occhio chiuso e l’altro aperto», che si nasconde dentro ciascuno di noi. Fiore è in grado di mostrarci le parti più sofferenti e cupe di noi stessi, è stato capace di farmi venire i brividi e di smuovere corde molto profonde, con una certa poeticità, che si riscontra fino all’ultima, perfetta, parola.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Emiliano González – Penumbria

Titolo: Penumbria

Autore: Emiliano González

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2017

Pagine: 84

Prezzo: € 9,00

“Dopo qualche istante, si ha l’impressione che la realtà abbia la consistenza, il colore e la luce di un quadro: la realtà è un quadro, e noi ne facciamo parte. Poi ci si rende conto che il cielo è di una sfumatura seppia solcata da nubi che promettono tempesta (senza mai rispettare la loro promessa) e che sono appena suonate, per sempre, le cinque del pomeriggio: nell’aria aleggia ancora l’ultimo rintocco, fatto al quale ci si abitua a fatica. Quando ci si riesce, i pensieri risuonano allo stesso modo di quel lamento, sono come incantati da quel suono, e si pensano solo pensieri delle cinque del pomeriggio, e forse per questo i libri  redatti a Penumbria sono libri da leggere al tramonto.” 

Continua il progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, volto alla pubblicazione di autori sudamericani di culto, le cui opere sono ancora inedite nel nostro Paese. Come per Polleri e Chimal, anche questa volta la partecipazione dei lettori è stata grande, portando così la casa editrice salernitana alla traduzione della raccolta di racconti “Penumbria” del messicano Emiliano González.
Tra i più importanti autori e studiosi contemporanei di letteratura fantastica in America Latina, González è uno scrittore poliedrico e dalla fantasia sfrenata, autore di racconti che racchiudono al proprio interno interi universi, ispirati a mostri sacri del fantastico come Lovecraft, Machen e Borges.

Il volume si apre con il racconto maggiormente significativo dell’intera raccolta, “Rudisbroeck o gli automi“, considerato tra i capolavori di González. Una storia che è scoperta ed esplorazione della misteriosa e perturbante città di Penumbria, dove il tempo sembra essersi cristallizzato alle cinque del pomeriggio e dove il cielo ha perennemente i colori nostalgici e sepolcrali della sera che si tramuta in notte. Insieme al narratore ci imbattiamo in una miriade di personaggi bizzarri e dall’aspetto sinistro: l’ambiguo antiquario Mefisto, il folle Papá Fritz, la conturbante attrice Sonia e il saggio e mostruoso Braulio. Ma la leggenda che ammanta Penumbria è legata al costruttore di automi Rudisbroeck, trincerato nella sua torre, di cui non si scorge la fine. Un racconto alienante e deliziosamente schizofrenico, in cui González dà un’ottima prova della potenza della sua immaginazione. “L’eredità di Cthulhu” è un degno omaggio al Solitario di Providence e agli pseudobiblium, di cui il “Necronomicon” è il più famoso esemplare. L’orrore primordiale qui è concentrato nella piccola scultura di uno scarabeo che si scoprirà avere un insospettabile legame con il raccapricciante Cthulhu, creatura ideata dallo stesso Lovecraft. Un racconto affascinante, che profuma di horror vecchio stampo. “La lettura segreta” sembra quasi un bozzetto di qualcosa di più corposo, appena un accenno a una serie di libri segreti che devono essere letti nell’ordine giusto e che diventano l’ossessione del narratore. Tre pagine visionarie, che lasciano aperti nel lettore dubbi e domande. “I quattro libri di Garret Mackintosh” è la ricostruzione della vita e delle opere dello scrittore gallese Thomas Garret Mackintosh, autore mai esistito che González tratteggia con tale dovizia di particolari che al termine della lettura ci ritroviamo con la voglia di scoprire la sua produzione, incuriositi dalle sue opere enigmatiche. Colpisce la grande quantità di racconti immaginari dalle trame abbozzate, che farebbero la felicità, per originalità e fascino, di tanti autori dei giorni nostri. Chiude la raccolta “Impressioni di Bruges“, un piccolo affresco della città belga, seducente ma forse un po’ troppo sconnesso.

Penumbria” è un una tavolozza dalle mille sfumature, dove però sono i toni scuri e uggiosi a fare da padroni. Racconti che trasportano il lettore in orrori primigeni e città ammantate da aure di mistero. Una raccolta che consiglio in particolar modo a chi già mastica letteratura fantastica e volesse aggiungere una chicca alla propria collezione. Uniche pecche, un paio di racconti che paiono quasi più schizzi e che lasciano nel lettore un senso di incompiutezza, e la brevità dell’opera. Di González avremmo voglia di leggere di più: chissà che Edizioni Arcoiris in futuro ci potrà accontentare.

Voto: 3,5/5

Mr. P.