Ira Levin – Rosemary’s baby

Titolo: Rosemary’s baby

Autore: Ira Levin

Editore: SUR

Pagine: 253

Anno: 2015

Prezzo: € 16,50

“«Ma…», obiettò Rosemary, «ogni tanto di cose orrende forse ne capitano un po’ dappertutto, in ogni palazzo.»
«Ogni tanto», replicò Hutch. «Il punto, però, è che al Bramford di cose orrende ne capitano molto più spesso che non “ogni tanto”.»”

BIGSUR3_Levin_Rosemarysbaby_cover1

Era il 1967 quando Ira Levin scrisse uno dei più inquietanti e disturbanti romanzi dell’intera letteratura horror moderna: “Rosemary’s baby”. Reso celebre in tutto il mondo l’anno dopo grazie alla stupenda trasposizione cinematografica di Roman Polanski, il capolavoro di Levin miscela sapientemente indagine psicologica, occultismo e satanismo, trasmettendo al lettore un autentico senso di disagio e, cosa fondamentale per ogni buon libro horror che si rispetti, una buona dose di paura. Tutto questo senza versare una goccia di sangue. Per troppo tempo fuori catalogo all’interno del mercato editoriale italiano, “Rosemary’s baby” è stato finalmente ripubblicato nel 2015 da Edizioni Sur, che ha riportato alla luce un volume fondamentale, e non solo per gli amanti del genere.

Rosemary è una morigerata ragazza di provincia, cresciuta con un’educazione cattolica e un rigido senso morale. Provincia che però le sta stretta, tanto che decide di trasferirsi a New York, inimicandosi così l’intera famiglia. La nuova sistemazione le da l’occasione di conoscere dapprima Hutch, uno scrittore di mezza età che prenderà il posto del padre che l’ha rinnegata, e successivamente il suo futuro marito, l’attore in cerca di successo Guy Woodhouse. I sogni di Rosemary si stanno avverando: un uomo di cui è innamorata, un nuovo appartamento tutto per loro (lasciando così finalmente il monolocale dove viveva Guy) e la speranza di diventare madre in un futuro non troppo lontano. Tutto è pronto per cominciare una nuova vita, quando si presenta un’occasione irripetibile: un appartamento libero al Bramford, uno dei più antichi e suggestivi palazzi dell’intera città. La proposta è troppo ghiotta da rifiutare, così i due sposi novelli non ci pensano due volte e si trasferiscono nella nuova dimora, nonostante il passato torbido e sanguinolento dell’edificio. Hutch infatti tenta inutilmente di dissuaderli, narrandogli di cannibali, assassini e adoratori del demonio che nel corso degli anni hanno soggiornato al Bramford. Ma niente di tutto ciò riesce a far cambiare idea a Guy e Rosemary, nemmeno il racconto sul lugubre Adrian Marcato, l’unico ad essere riuscito nell’impresa di evocare il diavolo in persona. Il nuovo appartamento è un sogno: spazioso ed elegante, perfino con una stanza in più per il futuro bambino. Bambino che però Guy non sembra intenzionato ancora ad avere: troppo preso da se stesso e dalla propria carriera, si inizia ad intravedere l’uomo egoista e cinico che si rivelerà nel corso del romanzo, pronto ad utilizzare Rosemary come un oggetto, pur di raggiungere i suoi scopi. Nel frattempo i Woodhouse fanno la conoscenza dei vicini, in particolare di due anziani e simpatici signori che abitano nell’alloggio di fianco: Roman e Minnie Castevet. Gentili e premurosi, i due si affezionano subito alla giovane coppia, ricambiati in particolar modo da Guy, che inizia a frequentarli assiduamente. Ma le strane erbe che Minnie coltiva tanto gelosamente e il suono sinistro di un flauto mischiato a strane voci che provengono la sera dal loro appartamento, turbano Rosemary, tanto che la notte incubo e realtà sembrano miscelarsi nella sua mente, rendendosi indistinguibili l’uno dall’altra. Ma la felicità sembra tornare a bussare alla porta dei Woodhouse: Guy infatti si è improvvisamente deciso a diventare padre e, aspettando il momento propizio, il bambino viene concepito in una strana notte in cui Rosemary è in una sorta di dormiveglia a causa del troppo alcool e non si rende conto pienamente di ciò che accade. Le facce di Roman e Minnie vorticano intorno a lei insieme a quella di Guy e il mattino dopo si risveglia con il petto ricoperto di graffi profondi. Ma Rosemary non se ne preoccupa troppo: il suo sogno si è avverato. Finalmente diventerà madre. Ma il sogno si trasformerà ben presto in un orribile incubo: Roman e Minnie diventeranno onnipresenti e soffocanti, dolori atroci invaderanno il corpo e lo spirito di Rosemary e Guy tornerà a concentrarsi esclusivamente sulla propria carriera. Un turbine di angoscia e di orribili sospetti accompagnerà Rosemary: chi sono veramente Roman e Minnie? Perchè Guy è così attaccato a loro? La sua gravidanza è in pericolo? Ciò che più colpisce e rende terrificante il romanzo, è la capacità di Ira Levin di introdurre l’orrore con il contagocce all’interno di banali gesti quotidiani, di dosarlo con astuzia nelle abitudini dei protagonisti. E così seguiamo Rosemary cucinare, fare la spesa o pulire la casa, ma sempre con un senso di angoscia per qualcosa di terribile che è in procinto di succedere. La stessa Rosemary si rivela essere una creatura fragile e piena di paure, il suo vero volto dietro la maschera da donna emancipata e sicura di sé. Lo sconvolgente finale colpisce poi come un pugno in pieno volto, lasciando il lettore stordito ed inquieto anche dopo aver voltato l’ultima pagina.

Romanzo angosciante ed estremamente avvincente, “Rosemary’s baby” ci introduce nella vita della protagonista in punta di piedi, inizialmente avvolgendoci con sottili inquietudini, per poi catapultarci all’interno del Bramford e della maternità di Rosemary, con l’inquietudine che aumenta pagina dopo pagina, per trasformarsi poi in panico ed autentico terrore. Un capolavoro che va oltre i generi, in grado di tenere incollato il lettore dall’inizio alla fine, senza cali di tensione o inutili abbellimenti. Una lettura insolita ed estremamente affascinante, che saprà deliziare e spaventare nello stesso tempo, regalando qualche ora di sana e necessaria paura.

Voto: 5/5

Mr. P.

 

Annunci

Catherine Lacey – Nessuno scompare davvero

Titolo: Nessuno scompare davvero

Autore: Catherine Lacey

Editore: SUR

Pagine: 243

Anno: 2016

Prezzo: € 16,50

“E non sarebbe stato meglio per il mondo se tutto fosse rimasto fermo, se ogni cosa avesse proprio smesso di crescere? Forse sì, ma tanto non succede, noi non ci fermiamo, le piante non si fermano, le persone non si fermano, continuiamo a spuntare e a vivere e a cercare di combinare qualcosa e a morire, e perchè tutti questi viticci e queste foglie continuano a darsi da fare di anno in secolo all’infinito? Perchè alla fine, diciamocelo, moriranno strangolate da un’altra erbaccia o seccate dal sole o gelate dal freddo o mangiate dagli opossum o dagli insetti o dalle persone. E mi chiesi anch’io cosa mi era preso, a me o a una persona come me, e mi chiesi cos’era che mi spingeva a fare cose del tipo mollare la mia vita di punto in bianco, e in quel momento non lo sapevo che cos’era, perchè allora non lo potevo sapere e a malapena lo capisco adesso cos’era o cos’è che mi ha spinto ad andarmene. Forse il nostro cervello è una macchina che trasforma le informazioni in sentimenti e i sentimenti in decisioni e a quanto pare la mia macchina è stata assemblata in modo strambo e ha un modo strambo di tradurre la vita, ma io non so come aggiustarla: non sono una riparatrice di macchine cerebrali, sono solo una portatrice di cervello come chiunque altro, e nessuno sa come si fa a riparare sé stessi, non del tutto se non altro, non abbastanza bene.”

Catherine Lacey - Nessuno scompare davvero

Se un libro riesce a trasmetterci qualcosa – gioia, inquietudine, attesa, riflessione -, si è in grado di divorarlo in pochissimo tempo, un paio di giorni che siano, o addirittura qualche ora. Leggendo “Nessuno scompare davvero” di Catherine Lacey, però, ho riconfermato un’idea che si era fatta strada nella mia mente dopo letture ‘leggere e divertenti’ (vedi: i diari di Cesare Pavese, quelli di Sylvia Plath, ed un paio di altri autori rappresentanti di uno spleen quasi baudelairiano): non siamo solo noi che divoriamo i libri, anche loro sono capacissimi di dilaniarci e farci a pezzi. Vi dirò di più, anzi: questo è proprio il genere di letture che preferisco, perchè mi scavano dentro, mi parlano, mi fanno pensare, sono capaci di aiutarmi e di comprendermi come forse nessuno riesce a fare, a volte. Quando sono incappata in questa nuova uscita edita Sur (che fa parte della collana di narrativa nordamericana Big Sur, lanciata dalla casa editrice a partire da settembre 2015), non ho potuto fare a meno di sentire qualcosa dentro di me, una vocina interiore che mi diceva “Devi averlo! Se tu leggerai lui, lui leggerà te”. Complice anche la gentilezza degli editori, ho quindi avuto l’opportunità di immergermi nelle pagine scritte dalla Lacey che, ricordiamolo, con questa sua opera d’esordio è giunta in finale allo Young Lions Award, il premio della New York Public Library per i migliori autori under 35. Inutile dirvi che la vocina ci aveva visto giusto: io l’ho consumato e lui ha consumato me.

“Nessuno scompare davvero” è il racconto di un viaggio, un viaggio fisico (dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda) ma anche spirituale. E’ il racconto di una vita spezzata, di una donna divisa a metà. La protagonista, Elyria, ventott’anni, apparentemente ha tutto: un bell’appartamento al centro di Manhattan, un lavoro creativo, un marito che la ama. E’ però quando le cose sembrano andare bene che, inspiegabilmente, l’essere umano si pone più dubbi: durerà? Avrò sbagliato qualcosa? Il mio passato influenzerà il futuro? E, soprattutto, sono davvero, nei meandri più oscuri e profondi di me, la persona che mostro agli altri? La vita che sto vivendo è quella che avevo sognato anni fa? Elyria si pone tutte queste domande, e molte altre ancora: senza neanche riuscire a darsi una spiegazione del gesto, un giorno, quasi all’improvviso, decide di prendere uno zaino, riempirlo di poche ed essenziali cose, e di scappare, di fuggire dall’esistenza che ha condotto sino a quel momento. Una meta, seppur accennata e un po’ incerta, ce l’ha: la fattoria neozelandese di Werner,  un poeta conosciuto qualche tempo prima ad un reading. Ha quindi inizio un lungo viaggio, fatto per lo più in autostop, che permetterà ad Elyria di raggiungere la Nuova Zelanda, non senza aver prima incontrato numerose e diverse persone, ciascuna delle quali, in un modo o nell’altro, le insegnerà qualcosa su se stessa e sull’umanità in generale. Il suo cammino è tormentato, così come la sua anima: durante la sua assenza, la protagonista comincia a chiedersi se il rapporto con suo Marito – così lo chiamerà durante tutto il corso del romanzo – sia basato su un sentimento vero o se sia solamente il risultato di due metà sole e ferite. I tasselli del puzzle della sua vita vengono esplorati costantemente (la madre alcolizzata, il padre sconosciuto, la sorella suicida), senza però che si giunga ad una vera e propria conclusione. D’altronde, non è facile nè comprendersi fino in fondo nè tenere a bada il «bufalo impazzito che ognuno si porta dentro», ovvero la nostra parte sofferente, il nostro fardello segreto.

Il ritmo di questo profondissimo romanzo è incalzante, ipnotico, frenetico, un continuo flusso di coscienza che s’insinua tra i nostri pensieri; sarebbe da leggere interamente a voce bassa, sussurrato, per carpire meglio i monologhi interiori di Elyria, per sentirla più vicina a noi. Personalmente, pur essendo complicata e capricciosa e tormentata – anzi, forse proprio per questi motivi – ho amato la protagonista, mi sono sentita legata a lei in quanto molto affine a me stessa. Non posso che consigliare un libro del genere, pieno di frasi e concetti che non vi abbandoneranno per molto, molto tempo. E’ l’altro lato della letteratura: non soltanto mero divertimento, ma introspezione, psicologia, riflessione, autoanalisi. Decisamente quello che io cerco in un libro. Vorrei poter dire molto di più, ma non riesco, perchè le ferite che “Nessuno scompare davvero” mi ha lasciato sono fresche, e avranno bisogno di un pochino di tempo per essere rimarginate quasi del tutto. La cicatrice, ad ogni modo, rimarrà per sempre.

Voto: 5/5

Mrs. C.