I migliori dischi del 2016 – Prima parte

Anche quest’anno è arrivato il momento di tirare le somme sugli ascolti musicali di questo 2016, stilando la lista dei dischi le cui note hanno fatto da sfondo alle mie giornate, accompagnando i momenti più intensi dell’anno che sta per terminare. I dodici mesi appena trascorsi sono stati più generosi rispetto al 2015, per quanto riguarda le uscite discografiche che sono maggiormente nelle mie corde. Così ho deciso di consigliarvi non dieci, ma venti album, suddividendoli in due articoli, sperando che le mie segnalazioni vi portino a scoprire e ad apprezzare nuova musica. Perché, come disse Nietzsche, “senza musica la vita sarebbe un errore.”

20. BANKS & STEELZ – ANYTHING BUT WORDS

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Se ad inizio anno mi avessero detto che avrei inserito nella lista dei dischi che più ho amato nel corso del 2016 un album hip hop, probabilmente mi sarei messo a ridere. Non ho nulla contro l’hip hop, ma è quanto di più distante ci sia dal genere di musica che amo. Invece ci sono voluti Paul Banks degli Interpol e RZA dei Wu-Tang Clan a farmi ricredere, con il loro progetto Banks & Steelz. “Anything but words” è un album che sa miscelare sapientemente il ritmo e l’aggressività dell’hip hop con il cantato oscuro e mesto di Banks, creando pezzi unici e trascinanti come la bomba sonora “Giant”, la latineggiante “Love and war” o “Conceal”, dal retrogusto che sa di Massive Attack. Non mancano gli episodi smaccatamente hip hop e che mi hanno fatto storcere un po’ il naso, ma nel complesso “Anything but words” si è rivelato un disco che trascende i generi e regala un’ora di piacevole intrattenimento sonoro.
Best track: Giant

19. NADA SURF – YOU KNOW WHO YOU ARE

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Ritorno leggermente sottotono per i Nada Surf che, dopo il bellissimo “The stars are indifferent to astronomy” del 2012, confezionano un nuovo disco meno intriso della consueta malinconia che ha caratterizzato gli ultimi lavori della band newyorkese. “You know who you are” resta comunque un album godibilissimo, che passa con disinvoltura dal pop malinconico dello stupendo singolo “Believe you’re mine”, al rock spensierato della title track, passando per la ballata dal sapore folk “Animal“. Tra ottimi testi e atmosfere da on the road americano, l’album scorre via che è un piacere, anche se a tratti si fatica a distinguere un pezzo da un altro. Ma si sa che i Nada Surf non hanno mai brillato per originalità, lacuna compensata da sempre con pezzi che ti entrano dentro per non mollarti più.
Best track: Believe you’re mine

18. MARBLE SOUNDS – TAUTOU

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I Marble Sounds sono una band belga che ha fatto del pop malinconico e delicato il proprio marchio di fabbrica. Ingiustamente sconosciuti nel nostro paese, i Marble Sounds hanno confezionato in questo 2016 “Tautou”, il loro terzo disco, caratterizzato dalla voce quasi sussurrata del frontman Pieter Van Dessel, da una profusione di archi e da chitarre sognanti ed eteree. Esempio perfetto sono l’opener “The ins and outs”, un piccolo capolavoro, o la bella “Ten seconds to count down”, in cui echeggiano rimandi ai Sigur Rós. C’è però anche spazio per episodi più ritmati come “Set the rules” o il singolo “The first try” o per la commistione con il francese nella raffinata “Tout et partout”. I Marble Sounds hanno sfornato un album prezioso, che mi auguro potrà essere scoperto e amato come merita.
Best track: The ins and outs

 17. DARDUST – BIRTH

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Dopo lo stupendo “7”, composto interamente a Berlino, torna Dardust con “Birth”, registrato a Reykjavic e secondo episodio di un’ideale trilogia, che si concluderà con il terzo capitolo che vedrà protagonista Londra. Questa volta Dario Faini, il nome che si cela dietro a Dardust, abbandona parzialmente le atmosfere rarefatte e oniriche dell’esordio per virare decisamente verso un suono più elettronico e danzereccio. Basta citare il primo singolo “The wolf” o “Take the crown“, in collaborazione con Bloody Beetroots, per capire la nuova strada intrapresa da Faini. Anche se, per quanto riguarda il sottoscritto, sono ancora i momenti eterei e intrisi di malinconia le vere perle del disco: su tutti cito la titletrack e la struggente “Slow is the new loud”, con dolcissimi archi a farla da padroni. Una svolta stilistica che regala un ottimo disco, in bilico tra dancefloor e intimismo.
Best track: Slow is the new loud

16. LOCAL NATIVES – SUNLIT YOUTH

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Per apprezzare “Sunlit youth”, terzo lavoro della band statunitense, bisogna dimenticare quel capolavoro che è “Hummingbird” e il suo registro sonoro ancorato all’indie folk delicato e sognante. I Local Natives con il loro terzo disco cambiano decisamente rotta e confezionano un album dalle sonorità smaccatamente pop. Ma come in tutti i contesti, anche in questo caso bisogna fare le dovute distinzioni: i cinque ragazzi americani ci regalano infatti un pop di grande qualità, senza sbavature e dove ogni suono è inserito perfettamente all’interno dei pezzi. Si passa dall’elettro pop di “Villainy” all’epicità di “Fountain of youth”, passando per quel gioiellino acustico che è “Ellie Alice” al pop sgangherato di “Psycho lovers”. Ve lo ripeto: la ricetta è dimenticare “Hummingbird” e tuffarsi nei coretti e nelle tastiere di “Sunlit youth”.
Best track: Fountain of youth

15.  AFTERHOURS – FOLFIRI O FOLFOX

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Dopo la mezza delusione di “Padania”, la band capitanata da Maunuel Agnelli torna con un doppio disco, intimo e potente nello stesso tempo. “Folfiri o Folfox” è pieno di grandi canzoni, degne dei migliori Afterhours: basti pensare alla stupenda ballata “Non voglio ritrovare il tuo nome“, al blues sporco di “Né pani né pesci” o ancora al rock elettronico di “Fa male solo la prima volta” o all’inno esistenziale “Se io fossi il giudice”. L’unica pecca è forse proprio l’eccessiva prolissità del disco, in cui non mancano pezzi onestamente poco incisivi e che sanno di riempitivo. Avrei apprezzato maggiormente un album unico contenente il meglio dei due dischi. Possiamo però dire, a ragion veduta, che gli Afterhours sono tornati in grande stile, con un disco che si farà ricordare.
Best track: Non voglio ritrovare il tuo nome

14. PERTURBAZIONE – LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO

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Dopo la dipartita di due componenti importanti come il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana, si riaffacciano sulle scene i Perturbazione. “Le storie che ci raccontiamo” è un disco profondamente diverso dai suoi predecessori, accostabile forse soltanto alle sonorità più pop ed elettroniche del precedente “Musica X”. Ce ne accorgiamo subito dall’opener “Dipende da te”, bel pezzo dai ritmi scanzonati ma dal testo riflessivo, o dall’accattivante singoloLa prossima estate”.  Non si può negare, la dolcezza del violoncello manca, ma poi la voce di Tommaso Cerasuolo e la sempre grande attenzione verso testi che rappresentano un’intera generazione, ci fanno di nuovo sentire a casa. E così ci emozioniamo con la nostalgica “Da qualche parte del mondo”  o con l’ottima title track. Dopotutto, non si può non volere bene ai Perturbazione.
Best track: Le storie che ci raccontiamo

13. ANOHNI – HOPELESSNESS

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Antony Hegarty lascia i suoi Johnsons per unirsi a Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never, diventando Anohni e abbandonando le atmosfere rarefatte e colme di delicata tristezza per virare verso l’elettronica accompagnata da testi politicamente impegnati. Se devo essere sincero personalmente sento la mancanza degli ambienti sonori creati dagli Antony and the Johnsons, capaci di sfornare tra i più bei dischi degli anni 2000. C’è però da dire che la svolta electro ha portato comunque ottimi risultati, come l’irresistibile “4 Degrees”, l’epica title track o l’incedere lento e ipnotico di “I don’t love you anymore”, il pezzo più Antony and the Johnsons dell’intero disco. Sicuramente un ottimo lavoro, dove la stupenda voce di Antony continua a farla imperterrita da padrona, anche se i romantici come me continuano a sperare in un ritorno alle origini.
Best track: I don’t love you anymore

12. LISA HANNIGAN – AT SWIM

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Il 2016 vede anche il ritorno della meravigliosa voce di Lisa Hannigan, ormai alla terza prova solista dopo aver affiancato per anni Damien Rice. Questa volta la Hannigan ci propone un album dalle tinte più fosche e cupe, pur non tralasciando la vena folk che l’ha resa famosa. Così il viaggio sonoro che ci propone la Hannigan passa per episodi più tradizionali e d’atmosfera come la magnifica “Snow“, alla malinconica ballata al piano “We, the drowned”, proponendoci anche esperimenti a cappella come “Anahorish”, per chiudersi con l’elettronica dark della bellissima “Barton”. Una prova matura e maggiormente variegata rispetto al passato, con la solita, immensa voce della Hannigan ad accompagnare il tutto.
Best track: Barton

11. MODERAT – III

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Si capiva che i Moderat avevano tirato fuori dal cilindro un gran disco già dal primo singolo “Reminder”, una bomba impazzita capace di emozionare e far muovere chiunque. L’elettronica da dancefloor di “Running” si alterna a episodi sonori più raffinati come la stupenda opener “Eating hooks” o la sincopata “The fool”, ma non mancano incursioni in sonorità decisamente più spinte ed ostiche per chi mastica poco i ritmi elettronici del trio di Berlino, come la strumentale “Animal trails”. Un percorso in grado di trasportare l’ascoltare tra algidi paesaggi sonori inframezzati da momenti più caldi e melodici, in un mix perfetto e letale. Assolutamente una delle mie migliori scoperte di questo ricco 2016.
Best track: Reminder

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I migliori dischi del 2015

Ormai il 2015 è agli sgoccioli e, come in ogni anno che si rispetti, anche nei dodici mesi appena trascorsi la musica è andata a braccetto con le mie giornate. Rispetto al 2014, per quanto mi riguarda, quest’anno è stato più avaro di uscite discografiche di mio gradimento, ma sulla qualità non si discute. Come si dice in questi casi: pochi ma buoni. Ho deciso quindi di condividere quelli che sono stati i migliori dischi del 2015, sperando di potervi dare qualche buono spunto di ascolto. Dopo la top ten, ho pensato di segnalare anche altri album che ho apprezzato particolarmente, ma che non sono riusciti ad entrare in classifica. Che le danze abbiano inizio!

10. DAVE GAHAN & SOULSAVERS – ANGELS & GHOSTS

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Secondo disco per il frontman dei Depeche Mode insieme alla band inglese dei Soulsavers. Abbandonate le sonorità elettroniche dello storico gruppo di origine, Dave Gahan realizza un disco intimo e personale, caratterizzato da strumenti acustici e archi. Non lasciatevi fuorviare dall’oscuro e stupendo singolo “All of this and nothing” o dall’inno pop “Shine“: la vera anima del disco è costituita dalla serie di perle malinconiche della seconda metà. E così incontriamo la dolcissima “Lately“, la sognanteThe last time” o l’energica ballata rock “Don’t cry“. La chiusura è poi affidata alla struggente “My sun“, accompagnata da uno dei testi migliori di quest’anno. Anche lontano dai suoi Depeche Mode, Dave Gahan sa sfornare grandi canzoni. – Best track: My sun

9. LANTERS ON THE LAKE – BEINGS

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Quartetto proveniente da Newcastle, i Lanterns On The Lake sono una di quelle band che meriterebbero almeno il triplo del pubblico che hanno. “Beings“, terzo disco della loro carriera, è un album squisitamente autunnale. Leggeri tocchi di pianoforte, eterei violini e chitarre inquiete sono gli ingredienti per un cocktail musicale perfetto per la stagione in cui le foglie cadono dagli alberi. Pensiamo infatti alla magnifica opener “Of dust & matter” o alla dolcissima “Send me home“. Ma nel viaggio sonoro proposto dalla band inglese troviamo anche l’indie rock di “Through the cellar door“, la psichedelia della title track e la chiusura strumentale di “Inkblot“. Canzoni magnifiche, contenute in un disco passato colpevolmente inosservato. – Best track: Of dust & matter

8. ÓLAFUR ARNALDS – BROADCHURCH SOUNDTRACK

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Durante il 2015 l’instancabile musicista islandese ha dato alle stampe non uno ma ben tre dischi: tutti lavori di alto livello e caratterizzati dalle sue tipiche sonorità sempre in bilico tra musica classica e derive elettroniche. Ma il lavoro che mi ha maggiormente colpito è sicuramente la colonna sonora di “Broadchurch“, a mio avviso una delle migliori serie tv degli ultimi anni. Ovviamente l’ascolto di questo disco è indissolubilmente legato alla visione del telefilm, pertanto consiglio di immergersi nell’incredibile paesaggio sonoro creato da Ólafur Arnalds solamente dopo essersi goduti le due stagioni di “Broadchurch“. Sarà come essere trasportati sulle ventose scogliere inglesi a strapiombo sul mare, immersi nella malinconia sprigionata da queste note, a volte delicate e avvolgenti, altre tetre e misteriose. Immagini e suoni che insieme hanno creato qualcosa di incredibile. – Best track: So far

7. BLUR – THE MAGIC WHIP

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Il 2015 ha visto dopo ben dodici anni di tira e molla il definitivo ritorno discografico dei Blur. Influenzato da Hong Kong, dove è stato parzialmente registrato, “The magic whip” vede il quartetto inglese in splendida forma. Non mancano ovviamente i classici pezzi di pop scanzonato infarciti di coretti, ormai marchio di fabbrica dei Blur (su tutti la spensierata”Ong ong“), ma anche le stupende ballate a cui ci hanno abituati nel corso degli anni (“My terracotta heart” e “New world towers“). Fortunatamente anche la vena sperimentale degli ultimi dischi continua a farsi sentire anche in questo nuovo lavoro: lo pseudo reggae di “Ghost ship” o la chiusura in salsa western di “Mirrorball” ne sono ottimi esempi. Un gran ritorno per una band che ha ancora molto da dire. – Best track: My terracotta heart

6. DARDUST – 7

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Il mio disco rivelazione dell’anno è italianissimo ma ha un suono nord europeo. Dietro al nome Dardust si nasconde infatti Dario Faini e “7” è stato registrato interamente a Berlino, prima città di una trilogia che vedrà protagoniste dei capitoli successivi Reykjavic e Londra. Come suggerisce il titolo, l’album è composto da sette composizioni strumentali, che sanno miscelare abilmente la musica classica ed un senso della melodia tutto italiano a sonorità elettroniche e ambient. E così nelle bellissime “Sunset on M.” e “Un nuovo inizio a Neukölln” la magia del pianoforte e l’incredibile dolcezza degli archi vengono sostenuti da synth e suoni digitali. Sette piccoli capolavori, da ascoltare a luce spenta e ad occhi chiusi, lasciando la mente libera di perdersi tra queste note. Arricchiscono il disco sei altrettanto stupende versioni acustiche. – Best track: Sunset on M.

5. GUY GARVEY – COURTING THE SQUALL

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Prima prova solista per Guy Garvey, frontman degli inglesissimi Elbow, band che non ha mai sbagliato un disco. Le squisite atmosfere malinconiche della band di Manchester permeano gran parte dell’album di Garvey (basta citare la title track o la sognante “Juggernaut“), a cui però si aggiungono fiati, percussioni e un inaspettato approccio blues e funk “(Angela’s eyes” e “Belly of the whale” ne sono una prova). Non manca nemmeno una pennellata di jazz nell’oscura “Electricity“, cantata in coppia con Jolie Holland. Un disco da gustare da soli, con un whisky in mano e la dolcezza della voce di Garvey ad accarezzarci l’anima. – Best track: Courting the squall

4. MEW – +-

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Purtroppo poco conosciuti nel nostro paese, i Mew sono una band danese che da anni sforna ottimi dischi pop, nel senso più colto e lodevole del termine. Non fa eccezione nemmeno “+-“, album dal titolo bizzarro ma con un gran contenuto. Brani zuccherosi ed easy listening, come il bel singolo “The night believer” o “Interview the girl“, si alternano a pezzi decisamente più sperimentali, come l’eterea “Clinging to a bad dream” o l’epica cavalcataRows“. Per non parlare della ballata finale “Cross the river on your own“, che vi farà cadere più di una lacrima. Un disco e una band che meriterebbero sicuramente molta più visibilità rispetto a quella, ahimè, limitata di cui godono. – Best track – Cross the river on your own

3. EL VY – RETURN TO THE MOON

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Gli EL VY sono il side project di Matt Berninger, frontman dei The National (una delle migliori band degli anni 2000), e di Brent Knopf dei bravi ma meno conosciuti Menomena. Insieme hanno deciso di divertirsi, incidendo un disco che dire eterogeneo è un eufemismo. Si passa infatti con disinvoltura dal danzereccio pop da cameretta di “Return to the moon” alle chitarre malate di “I’m the man to be“, proseguendo con le atmosfere assolutamente National di “No time to crank the sun” e il rock scanzonato di “Happiness Missouri“. Il tutto ovviamente tenuto insieme dalla voce di Matt Berninger, che potrebbe benissimo cantare una filastrocca per bambini rendendola eccezionale. Aspettando il ritorno dei The National, gli EL VY si sono rivelati un ottimo diversivo. – Best Track: No time to crank the sun

2. DEATH CAB FOR CUTIE – KINTSUGI

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Mi spiace doverlo dire ma la separazione da Zooey Deschanel ha fatto sicuramente bene a Ben Gibbard: almeno dal punto di vista musicale. “Kintsugi“, il primo disco senza lo storico chitarrista Chris Walla, è un disco maturo, con testi riflessivi e sonorità degne dei migliori Death Cab. Sicuramente la fine della storia d’amore con la Deschanel ha influenzato profondamente la scrittura degli undici brani che compongono l’album e l’atmosfera che si respira è quella di una malinconia pura, in grado di avvolgere dolcemente l’ascoltatore. Ma l’ormai terzetto americano non disdegna anche episodi più ritmati e brani dalla matrice prettamente rock (“The ghost of Beverly Drive” e “Black sun“), alternati alle ballate che sono da anni il marchio di fabbrica della band. E’ mancato veramente un soffio perchè “Kintsugi” non fosse in vetta alla top ten! – Best track: Little wanderer

1. EDITORS – IN DREAM

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Ed eccoci finalmente arrivati al gradino più alto della classifica, occupato da una delle mie band preferite in assoluto. Dopo un ritorno a sonorità analogiche e maggiormente rock oriented con il bellissimo “The weight of you love“, il quintetto londinese vira nuovamente verso un approccio digitale, sfornando un disco impregnato di atmosfere oscure e malinconiche, in cuiperò non mancano momenti da dancefloor indie (il singolone “Life is a fear” e la stupenda “Our love“). Un viaggio tormentato, tra suoni elettronici e la magnifica voce di Tom Smith, che ormai ha decisamente preso familiarità con il falsetto. Impreziosisce il tutto la collaborazione con Rachel Goswell degli Slowdive, il cui contributo è stato fondamentale a rendere “The law” uno dei pezzi più belli del 2015. Sperando vivamente che la band il prossimo anno torni da queste parti, non posso che decretare “In dream” il mio disco dell’anno. – Best track: The law

Ma, come vi ho accennato all’inizio dell’articolo, quest’anno ha visto l’uscita di altri dischi che mi hanno favorevolmente colpito e che ho deciso comunque di segnalarvi:

  • Coldplay – A head full of dreams
  • Elbow – Lost worker bee Ep
  • Grant Nicholas – Black clouds Ep
  • Muse – Drones
  • Ólafur Arnalds & Alice Sara Ott – The Chopin project
  • Ólafur Arnalds & Nils Fraham – Collaborative works
  • Placebo – Mtv unplugged
  • Starsailor – Good souls: the greatest hits
  • Subsonica – Una nave in una foresta dal vivo

E il vostro 2015 musicale come è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P

Top 5 libri delusioni nel 2015

Breve premessa

I libri di cui parlerò a breve non sono per me libri brutti, ma mi hanno sinceramente lasciato, chi più chi meno, un po’ d’amaro in bocca. Su ciascuna opera ero piena di aspettative e, purtroppo, sono state quasi tutte deluse. Forse è colpa del momento in cui li ho letti – c’è un tempo giusto per ogni romanzo –, forse mi hanno trasmesso poco o magari qualcosa mi ha infastidita. Oppure, sono semplicemente meno meravigliosi di quanto si decanti in giro.

GEORGES SIMENON – LA CAMERA AZZURRA

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Il mio primo Simenon. Non sarà di sicuro l’ultimo, perchè tra le centinaia di titoli che questo autore ha sfornato ce ne sono alcuni la cui trama m’ispira parecchio, spero solamente che non siano così scontati. “La camera azzurra” è una sorta di romanzo noir che tratta i temi dell’amore ossessivo e del tradimento. Temi che, di solito, mi attirano molto e che mi lasciano sempre qualcosa. Ma non è assolutamente ciò che è successo con questo libro. Pur scrivendo parecchio bene, ho trovato le vicende un po’ banali, a tratti noiose (seppure ad un certo punto della narrazione ci sia un buon colpo di scena) e quindi la sensazione che il romanzo mi ha lasciato è l’indifferenza, la mediocrità, nessun grande difetto ma neanche nessun pregio.

IRVIN YALOM – LA CURA SCHOPENHAUER

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Ho iniziato questo romanzo con tantissime aspettative, per due motivi principali: primo, avevo letto, sempre dello stesso autore, “Le lacrime di Nietzsche”, e mi era piaciuto tantissimo, mi aveva quasi commossa; secondo, ho a che fare con la psicologia ed amo la filosofia. Le premesse c’erano tutte, dunque: un autore già conosciuto che era riuscito a toccarmi il cuore, una trama che parlava di uno psichiatra che contattava un vecchio paziente, fissato con Schopenhauer, e con cui iniziava una terapia di gruppo. E invece no. Il libro è farcito da una serie di luoghi comuni sul vivere la vita, fare quello che amiamo, aiutare gli altri, e blablabla. Che all’inizio potrebbero anche starci, ma dopo un po’ anche no. Le trascrizioni delle sedute di gruppo sono interessanti, ma siccome praticamente tutti i protagonisti (ad eccezione di Philip, per quanto mi riguarda) sono super irritanti, alla fine ci si stanca – e ci si confonde pure tra i nomi, si fa fatica a distinguerli. Le piccole intrusioni biografiche sulla vita di Schopenhauer non sono male, ma alla lunga rischiano di diventare solo una summa di tutti i suoi aforismi. Le avventure di Pam in India è meglio se non ne parliamo neanche. Insomma, qualche piccolo spunto c’è, ma mi aspettavo veramente tanto di più. Banalissimo e costruito male.

JOHN WILLIAMS – STONER

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E qui mi aspetto una pioggia di insulti e parolacce. Ai primi due libri che ho citato ho dato 3 stelline su 5, gli ultimi se ne beccano 3.5/5, sono stata un po’ più magnanima. Ma veniamo al dunque: “Stoner”. E’ stato definito uno dei libri più belli degli ultimi anni, quindi ero veramente curiosa di leggerlo. Forse mai delusione fu più grande. “Stoner” è un romanzo irritante. Il protagonista, William Stoner, è un uomo normale, segue una certa linea per tutta la sua vita e non appena devia un po’ da quella che per lui e gli altri è la norma, cede e torna subito alla quotidianità. Egli vive fino alla fine dei suoi giorni un’esistenza convenzionale, costellata da numerose sfortune e ben poche gioie. E tutto ciò è irritante perchè il lettore si ritrova a pensare “Dai Stoner, forse questa volta ce la fai, se t’impegni veramente, se non ti rassegni, se cambi qualcosa nella tua vita, se, se, se…” eppure niente. Stoner nacque e Stoner rimase. E per chi odia l’inettitudine, per chi vuole fare qualcosa e non accettare invece silenziosamente ciò che accade, tutto questo è inaccettabile. Sono conscia del fatto che molto spesso vada così, ma io non cedo a questa visione, non ancora almeno. John Williams comunque rende il libro abbastanza piacevole perchè scrive bene, e certi passi sono molto poetici ed eleganti. L’amore per la letteratura, l’odio sottile nelle relazioni più intime, sono trattati anche questi temi, ma, purtroppo o per fortuna, un romanzo del genere non riesco proprio a definirlo un capolavoro. Se non altro, mi ha insegnato come non vivere la mia vita futura.

HENRY JAMES – RITRATTO DI SIGNORA

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Un pomeriggio, accendendo la televisione, ho cominciato a vedere un film che aveva Nicole Kidman come protagonista: “Ritratto di signora”. Non lo conoscevo, ma ho subito scoperto che era tratto da un romanzo di un autore anche piuttosto famoso: nientepopodimeno che Henry James. Siccome la pellicola già mi stava appassionando dopo pochi minuti, ho deciso d’interromperla e di comprare il libro, detestando vedere prima le trasposizioni cinematografiche. Così, qualche mese dopo, è giunto nelle mie mani. Ci ho messo un sacco a finirlo. Forse perchè l’ho letto durante la sessione d’esami, o forse perchè è un tomo di più di 600 pagine in cui non succede poi granchè. Se vi aspettate colpi di scena a non finire, non è il libro che fa per voi. “Ritratto di signora” è un romanzo per lo più introspettivo, ed ho iniziato ad apprezzarlo davvero solo oltre la metà. Le descrizioni di James di città come Londra o Roma mi hanno trascinata esattamente in quei posti, nelle strade nebbiose della prima e tra le rovine antiche della seconda. Nonostante io ami i classici e tutte quelle opere che scavano dentro l’animo umano, non sono rimasta folgorata da questo libro, mi aspettavo forse di più, e a fine lettura mi sono ritrovata un po’ provata da tutta questa pesantezza.

DINO BUZZATI – IL DESERTO DEI TARTARI

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Ecco, qui mi vergogno un po’. Perchè so che il mio problema con questo libro di Buzzati è in realtà dato dal sentimento principale che l’autore voleva far provare al lettore: la lentezza, l’attesa, l’inesorabilità del tempo. A volte mi sono chiesta “Ma quando finisce?!?”. Non perchè fosse un libro brutto, ma proprio a causa del continuo aspettare qualcosa, una svolta, questi benedetti Tartari! In realtà, non mi è dispiaciuto. Buzzati, come sempre, scrive molto bene, certi monologhi interiori sono veramente belli e la storia in sè è piena di poesia. L’autore riesce a descrivere perfettamente la solitudine umana, la speranza, l’attesa continua. Perchè sì, questo è un libro sulle attese. Il protagonista aspetta per tutta la vita una guerra, un evento forse mitico, un qualcosa che però potrebbe dare senso alla sua esistenza; Giovanni Drogo prova a tornare nel suo mondo, quello prima dell’esperienza alla Fortezza, ma non ci riesce, nonostante fosse uno dei suoi desideri maggiori il primo giorno di servizio. Lui deve aspettare, sa che succederà qualcosa, o, per lo meno, ci spera. Questo romanzo richiede concentrazione ed una buona dose di tempo: ciò che ha fatto sì che lo inserissi in questa lista è proprio la lentezza, lentezza che giustamente serve a dare il ritmo malinconico di cui è pervaso. Insomma, riconosco che Buzzati abbia avuto un’idea geniale, ma tutto questo attendere mi ha un po’ stancata.

Ecco quindi alcuni dei libri che mi hanno meno entusiasmata, durante questo 2015. E per quanto riguarda voi? C’è qualche libro da cui vi aspettavate molto e che invece vi ha delusi? Fatecelo sapere!

Mrs. C.

Top 5 libri letti nel 2015

L’anno sta per finire e, naturalmente, è tempo di classifiche. Durante questo 2015 sono riuscita a leggere “soltanto” 34 libri.  Devo dire, però, che quelli che mi hanno colpita nel profondo si possono contare sulle dita di una mano. Ecco, quindi, la mia top 5, i migliori libri letti durante questi ultimi 365 giorni!

NATSUO KIRINO – LE QUATTRO CASALINGHE DI TOKYO

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Questo è IL libro. Il libro più bello, avvincente e disturbante del 2015, quello che mi ha dato più dipendenza e che non vedevo davvero l’ora di leggere appena avevo un momento di tempo. Non sono una profonda conoscitrice della letteratura giapponese e questo è il primo romanzo che leggo di Natsuo Kirino, ma mi ha davvero spiazzata, colpita ed affondata. Su “aNobii” qualcuno aveva scritto «Quentin Tarantino potrebbe farci un film» ed effettivamente sarebbe proprio il suo genere. La trama è semplice: quattro donne, colleghe ma non propriamente amiche, si ritrovano legate l’una all’altra a causa di un omicidio che cercano di coprire. Da qui il libro si sviluppa ulteriormente, in una spirale di colpi di scena, atrocità, violenze, inganni e ricatti. Ogni capitolo alterna un punto di vista diverso sulla vicenda, sondando la parte più oscura della nostra mente. Scritto divinamente, non è nè un thriller, nè un giallo, nè un romanzo psicologico, ma forse un mix di tutti e tre, un noir ambientato in una Tokyo probabilmente neanche poi così lontana da certe realtà.

ORIANA FALLACI – LETTERA A UN BAMBINO MAI NATO

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Primo approccio con la Fallaci, libro completamente differente dal primo in classifica, ma crudo e doloroso quanto il precedente, anche se in un modo totalmente diverso. “Lettera a un bambino mai nato” è il lungo monologo di una donna al bambino che si ritrova a portare in grembo, è una lettera piena di dubbi esistenziali: è giusto mettere al mondo un figlio in un’epoca come questa, dove la violenza dilaga ed il rispetto viene continuamente a mancare? E’ giusto abortire? E di chi è la responsabilità in questo caso? E’ un un’opera che in primis tutte le donne dovrebbero leggere, intenzionate o meno ad avere figli. E’ però anche uno scritto che ogni uomo dovrebbe interiorizzare, prima o poi, per comprendere le difficoltà ed il dolore che, molto spesso, le donne si ritrovano a subire. Un libro breve ma tagliente come pochi.

PATRICIA HIGHSMITH – IL TALENTO DI MR. RIPLEY

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Un paio di anni fa (nonostante sia uscito nel 1999) ho visto per la prima volta l’omonimo film di Anthony Minghella e ne sono rimasta completamente affascinata. Ho quindi deciso poi di leggere il libro da cui la pellicola era stata tratta, sperando di non rimanerne delusa – perchè sì, quando a volte si vede prima la versione cinematografica, poi si corre il rischio di perdere tutti i colpi di scena e le novità che si assaporerebbero nella lettura. Fortunatamente, con il capolavoro di Patricia Highsmith non è successo. Tom Ripley è un giovane americano che campa organizzando piccole truffe; è piuttosto insoddisfatto della sua vita ma, per una volta, la buona sorte gli viene in soccorso. Incontra infatti il signor Greenleaf, padre di un suo vecchio compagno di scuola, Dickie, che lo persuade – pagandolo anche discretamente – a recarsi in Italia, nel paesino marittimo di Mongibello, dove il figlio risiede, per convincerlo a tornare in America. Ha luogo quindi quello che per Tom è un “nuovo inizio”: incontra Dickie, ne rimane ammaliato, e decide di dar luogo ad uno scambio d’identità che gli permetterà di assumere una nuova, magnifica, ricca vita. Senza spoilerare troppo, vi dico che questo romanzo, ambientato per la maggiorparte in Italia, è un thriller psicologico veramente appassionante, e, nonostante il protagonista non sia propriamente una brava persona, non potrete non affezionarvi a lui.

OSCAR WILDE – DE PROFUNDIS

WILDE

Passiamo ora ad un libro cosiddetto “classico”. Non è facile descrivere il mix di emozioni che ha suscitato in me questa lunga lettera scritta col cuore in mano da Oscar Wilde al suo amico e compagno (o forse è meglio dire “ex amico e compagno”) Alfred Douglas, detto Bosie. Sono pagine piene di dolore, rancore, amore ma anche infelicità quelle a cui mi sono trovata davanti. L’autore le ha scritte mentre era incarcerato anche a causa del suo giovane amante, in quanto fu condannato per il reato di sodomia. Si ritrova qui un Wilde che appare meno “brillante” del solito: ciò che intendo dire è che, pur mantenendo un altissimo livello di scrittura, traspare in pieno una figura devastata dal dolore, irritata, debole e fragile in tutta la sua umanità. Wilde qui non è più soltanto l’eccentrico dandy conosciuto da tutti per i suoi aforismi e la sua eleganza innata: è anche e soprattutto un uomo che esterna la sua passività ed il suo vittimismo nei confronti di un ragazzino viziato ed egocentrico. Una coltellata in pieno petto per chi si è ritrovato almeno una volta nella vita inerme nelle mani della persona che amava.

ITALO CALVINO – GLI AMORI DIFFICILI

 CALVINO

Questo libro in realtà non ha ricevuto le cinque stelline su cinque, ma si è aggiudicato un 4.5/5. Il motivo per cui non gli ho dato il massimo è perchè “Gli amori difficili” inizia con un paio di racconti che non mi hanno entusiasmato granchè e che sono, a mio parere, nettamente inferiori alle piccole perle che si trovano successivamente. Il mio disappunto iniziale (ed anche finale, in quanto gli ultimi due racconti, quelli più lunghi, li ho trovati ugualmente meno belli rispetto agli altri) ha fatto sì che questo non rientrasse pienamente nei libri amati alla follia nel 2015, ma comunque una quinta posizione se la conquista lo stesso, perchè Calvino è Calvino, e prima o poi stupisce e rapisce comunque. La maggior parte delle storie qui narrate ha a che fare con l’amore, un amore che però nasconde molto spesso una grande amarezza, anche se a volte commuove quasi fino alle lacrime. L’autore scrive meravigliosamente, fa dei piccoli gesti quotidiani e degli incessanti dubbi della mente il suo cavallo di battaglia e riesce ad infiltrarsi con dolcezza nel cuore del lettore. Il racconto che vale da solo forse l’intero libro è senz’altro “L’avventura di un automobilista”, disarmante.

Ma adesso tocca a voi: qual è la vostra top 5 dei libri letti in questo 2015? Fateci sapere, perchè siamo sempre in cerca di nuovi spunti letterari!

Mrs. C.