Amalia Guglielminetti – L’immagine e il ricordo

Titolo: L’immagine e il ricordo

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 124

Prezzo: € 12,50

“Un ritratto è cosa tanto muta e tanto fredda in confronto all’immagine che l’innamorato porta in sé stesso e vede con gli occhi del suo desiderio e del suo rimpianto. Dopo un certo tempo, che è il periodo ancora dolce sebbene già malinconico dell’intenso ricordo, quel rettangolo di carta su cui s’immobilizza in un atteggiamento immutabile quella figura pura così viva, così inquieta, così varia nella fantasia, diviene intollerabile allo sguardo e odioso al pensiero come l’immagine stessa dell’amore pietrificato, mummificato.”

Di Amalia Guglielminetti vi avevamo avevamo già parlato e ora, a distanza di qualche mese, proseguiamo nella piacevole (ri)scoperta di questa importante, anche se ingiustamente dimenticata, autrice italiana del primo Novecento. Stavolta il merito di aver ripubblicato parte della sua opera di narrativa breve va a Ianieri Edizioni, che propone la raccolta di novelle “L’immagine e il ricordo”.
Come si intuisce dall’emblematico titolo, il fil rouge che collega i dieci racconti che compongono l’antologia è costituito dalla rappresentazione della realtà attraverso una specifica immagine (mentale), dai ricordi che a volte tradiscono e dai riflessi metaforici di noi stessi e di chi ci sta intorno, più ingannevoli di quanto possano sembrare.

Le novelle della Guglielminetti affondano le proprie radici in una sensibilità tutta al femminile, tanto che le protagoniste dei racconti sono quasi sempre delle donne. Determinate, fragili, sognatrici, passionali, distaccate, dominate o dominatrici: la psicologia femminile è al centro dell’intera raccolta.
Così ritroviamo illusioni amorose che si infrangono contro una realtà che di idilliaco non ha più nulla, inganni che vengono svelati (a volte soltanto per pura coincidenza) e si ritorcono contro il proprio creatore o ancora passioni dettate dal momento e da circostanze particolari, che a mente lucida risultano tanto vuote quanto patetiche. Situazioni che scavano nella coscienza dei personaggi, riportando a galla ricordi che si credevano sepolti da tempo, creando nuovi struggimenti e false speranze. Immagini della persona amata che vengono proiettate da una mente in preda al turbamento, che le tratteggia con linee dai contorni effimeri, creando riflessi di una falsa realtà tanto agognata quanto irraggiungibile. A volte però le immagini che la nostra mente costruisce sono sostituite da rappresentazioni concrete e tangibili, che non sempre però risultano meno fugaci delle proiezioni mentali stesse. Significativo a tale proposito è il racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui un gruppo di amici si interroga su di un quesito tanto semplice quanto spiazzante: “Durerà più l’immagine o il ricordo?”. Non sempre infatti sono i ricordi a sbiadire e le immagini a conservarsi nonostante il trascorre impietoso degli anni.
Tra le novelle più riuscite dell’opera troviamo “La matrigna”, interprete, come ci fa notare Michela Monferrini nella prefazione, di un curioso parallelismo con il ben più famoso romanzo di Elsa MoranteL’isola di Arturo”. Anche nel racconto della Guglielminetti, protagonista è un ragazzino rimasto orfano di madre, il cui padre decide di risposarsi con una donna molto più giovane. E anche qui tra il ragazzo e la sua matrigna sboccia un affetto e un rapporto dalle sfumature complesse e contraddittorie. Una corrispondenza che ci fa ulteriormente capire l’importanza (non riconosciuta) della Guglielminetti nella letteratura italiana del Novecento.

L’immagine e il ricordo” è una raccolta di novelle dai tratti delicati che, pur peccando a mio avviso di qualche ingenuità, regala un’intensa indagine psicologica, in particolar modo dell’universo femminile. Dieci racconti che, muovendosi tra grazia e inquietudine, vale la pena di riscoprire.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

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Gerard Reve – Le sere

Titolo: Le sere

Autore: Gerard Reve

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 318

Prezzo: € 18,00

“Intorno a noi accadono cose, ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Siamo sordi e ciechi.”

Sono le sei meno un quarto di mattina, è ancora buio. Vi svegliate di soprassalto, avete fatto un incubo. Lo riportate alla mente, ricascate nel sonno. Dopo qualche minuto, vi risvegliate. E’ una domenica di dicembre, niente lavoro, oggi potete dormire ancora per un po’. Ne approfittate e continuate così per un tempo indefinito. Sveglio, addormentato. Sveglio, addormentato. Alla fine, decidete di alzarvi e di non sprecare quella giornata: avete grandi piani, “Non mi perderò nel nulla!”, pensate. E invece lo farete. Trascorrerete tutti gli ultimi dieci giorni del mese così. Nel nulla più assoluto.

Questo potrebbe essere un riassunto breve e superficiale de “Le sere”, romanzo d’esordio di Gerard Reve, ritenuto uno dei ‘grandi’ della letteratura olandese del secondo Novecento. Nel 2016 è stata finalmente pubblicata la traduzione inglese dell’opera e a partire da quest’anno, grazie ad Iperborea, anche in Italia è possibile approcciarsi a questo autore e al suo libro, a mio parere per nulla immediato e purtroppo poco coinvolgente. Perché dico ciò? Perché l’atmosfera presente dalla prima all’ultima pagina (e sono ben 312!) è pesante, pervasa da  una lentezza e da una ripetitività che mi hanno sfiancata. Frits, il protagonista, è un giovane cinico e scorbutico che ha abbandonato gli studi e che svolge ora una mansione d’ufficio: è evidentemente insoddisfatto del suo lavoro, il quale viene citato molto poco nel corso della storia. Reve, infatti, è interessato ai momenti in cui il ragazzo torna a casa e, più nello specifico, alle sue sere – come è possibile osservare fin dal titolo del romanzo. Che cosa accade a queste serate, a queste notti, per ritenerle così importanti? Assolutamente nulla. O meglio, qualcosa succede, ma bene o male non si discosta mai da una certa linea: Frits cena con i genitori, li osserva, li analizza, li critica e li disprezza (il padre è per lui troppo rozzo, la madre petulante all’inverosimile). A volte accende la radio, in cerca di un po’ di musica, ma subito s’incupisce e la spegne; altre prova a leggere un giornale ma viene distratto dai mille pensieri  – spesso paranoici – che affollano la sua mente. Quando non rimane chiuso nel suo appartamento, il protagonista girovaga per Amsterdam, in cerca di qualche conoscente: quelli che Frits va a trovare non sembrano nemmeno degli amici veri e propri, quanto piuttosto delle semplici persone che intrattengono con lui conversazioni spesso futili e deliranti. Molti individui si rincontreranno nel corso della narrazione, altri li si vedrà una volta soltanto ma state certi di una cosa: Frits farà commenti malevoli sulla capigliatura e sulla presunta calvizie di ognuno di loro. Questa è, infatti, la sua ossessione principale: il ragazzo passa molto tempo di fronte allo specchio, ad esaminarsi e a scovare ogni suo più piccolo difetto. Pur non perdendo egli alcun capello, coglie costantemente e in modo quasi folle questo particolare in tutti gli uomini che incontra e lo fa sempre notare, che sia vero o no, che conosca bene la persona in questione o meno. Altro suo chiodo fisso è il parlare: per il giovane è necessario avere sempre qualche cosa da dire, sembra quasi spaventato dal silenzio che si potrebbe creare fra due o più esseri umani. I suoi pensieri ruotano intorno a ciò – “Di cosa parlerò, ora che questo argomento è ormai concluso?”, si domanda continuamente. Le conversazioni tra i personaggi, però, sono spesso strampalate, i dialoghi paiono slegati tra di loro, quasi non ci si ascoltasse davvero. E’ dunque questo un modo per sottolineare il nostro essere perennemente soli, il non comprenderci veramente, il non prestare attenzione agli altri? Senz’altro la solitudine è un tema che Reve mette in primo piano: Frits, nel suo continuo perder tempo, nel suo ciondolare senza meta, non trova un vero conforto nelle persone a lui vicine («Dal profondo ho gridato», disse tra sé e sé, «ma la mia voce non è stata ascoltata») e, nelle ultime pagine, si riduce addirittura ad inveire contro un giocattolo a forma di coniglio. La sua visione della vita è triste, pessimistica, è consapevole di non stare bene («Questa non è una bella faccia […] ho un’anima malata») ma nonostante questo rivela una buona dose di humor nero, come quando narra del suo odio per i vecchi o per le donne. Un altro elemento che lo contraddistingue è la cupezza e l’enigmaticità dei suoi sogni: il giovane quasi ogni notte, infatti, è perseguitato da incubi dalla trama contorta, perturbante, degni del miglior David Lynch. In questi si ritrova spesso in trappola, sminuito, condizione che riflette semplicemente la sua misera esistenza.

«Mentre me ne sto qui sdraiato, pian piano si fa buio» è il riassunto dei giorni che Frits trascorre: può sembrare una metafora – in effetti, forse, lo è anche – ma non solo, perché esprime esattamente ciò che accade di rilevante nella sua vita: niente. Ora dopo ora, l’inquietudine e il tedio che il lettore può provare giungono alla fine: è la notte di Capodanno. Ecco che tutto ciò che ho pensato in precedenza, tutta la pesantezza del nulla, le giornate così simili le une alle altre, i dialoghi paradossali, le riflessioni mancate, le aspettative che mi ero creata anzitempo e che sono state deluse, qualsiasi cosa, viene ripagata dall’ultima, bellissima, pagina. Ci si ritrova di fronte un giovane uomo, completamente perso, che si accorge di essere vivo, vivo davvero e che forse, nonostante tutto, la sua esistenza non è passata inosservata, in questo enorme vuoto che ci circonda.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Amalia Guglielminetti – Tipi bizzarri

Titolo: Tipi bizzarri

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Rina Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 162

Prezzo: € 18,00

“Era la prima volta, in dieci anni di vita comune, ch’egli la udiva parlare con una simile risolutezza, formulare decisioni così chiare e precise, esporre disposizioni di un’estrema gravità prese contro di lui. Era la prima volta che quella piccola donna sempre pavida e smarrita sentiva nella propria mano un’arma possente, e gliene veniva una tale coscienza dei suoi diritti e della sua forza che senza esitare si dichiarava alla vigilia di usarla, fin dove le fosse concesso, pur di ripagarsi del male subito.”

Una delle cose che più amo del fatto di avere un blog, di essere in qualche modo “inserita” (parola grossa!) nel mondo dei libri è questa: scoprire nuove case editrici, nuovi progetti, nuove opere, che probabilmente in altro modo non sarei riuscita a conoscere. Proprio grazie a questo spazio, infatti, ho potuto apprendere dell’esistenza di Rina Edizioni, piccola casa editrice indipendente di Roma. Il loro progetto editoriale, dal nome “Libertarie: scrittrici italiane d’altri tempi” è senz’altro mirabile: si tratta di andare a riscoprire testi ‘dimenticati’ o poco noti della letteratura dell’Ottocento e del Novecento, lavori di scrittrici italiane su cui purtroppo, al giorno d’oggi, ci si sofferma troppo poco. Per dirlo con le loro parole: «Ci interessa ricercare e ripubblicare questi testi perché crediamo sia doveroso renderli noti a tutti, soprattuto nella nostra contemporaneità. Siamo convinti sia necessario recuperare i nomi di queste scrittrici, a noi troppo spesso ignote perché volutamente estromesse dalla nostra storia letteraria e quindi scivolate nell’oblio, come atto di responsabilità culturale, storica e morale per riscoprire, conoscere e comprendere una preziosa eredità che ci appartiene.» Attualmente, due sono i titoli proposti da questa casa editrice. Il primo è “Parla una donna” di Matilde Serao, una raccolta di articoli usciti su “Il Giorno” tra il 1915 e il 1916 in cui il tema della guerra viene affrontato dal punto di vista femminile. Il secondo, invece, è appunto “Tipi bizzarri” di Amalia Guglielminetti. Poetessa e scrittrice piemontese, la Guglielminetti pubblicò questa raccolta di novelle nel 1931, suscitando stupore e scalpore nella società intellettuale dell’epoca.

Le nove storie riunite in “Tipi bizzarri” hanno un comune denominatore: l’amore, nelle sue svariate sfaccettature, nelle sue ipocrisie più o meno velate. I personaggi ritratti dalla Guglielminetti si dividono in due categorie principali. Da una parte troviamo donne e uomini prede dell’illusione amorosa, ingenui e innocenti, innamorati persi “da manuale”; dall’altra, uomini e donne spietati e capricciosi, che non hanno alcun scrupolo e che si dilettano nell’ingannare le loro prede. Molto spesso si ritrovano vittime e carnefici e i ruoli, a volte, si sfumano fino a scambiarsi del tutto. In “Tipi bizzarri”, per esempio, una pittrice pretenziosa rifiuta malamente le avances di un uomo che crede troppo rozzo, per poi cedere a quelle di un visconte seduttore che non ci penserà due volte ad abbandonarla frettolosamente; una volta colto il raggiro, Edmea tornerà dal primo, scoprendo però che questo non l’ha certo aspettata. “La coppia invidiabile” e “La moglie timida” sono forse i due racconti che ho preferito: la Guglielminetti svela la falsità dei rapporti interpersonali, insinuando dubbi nel lettore e facendo architettare ingegnose vendette a personaggi che parevano mansueti e taciturni. Nella prima novella, infatti, una coppia all’apparenza perfetta diventa l’oggetto delle conversazioni di due sposi che ormai non si sopportano più granchè: scopriranno, però, che è molto semplice ingannarsi. Nella seconda, invece, una donna che è sempre stata remissiva nei confronti del proprio marito ne scopre il tradimento; questa sarà l’occasione per prendere realmente la parola per la prima volta nella sua vita e per smascherare l’ipocrisia dell’uomo.

È stato interessante (ri)scoprire la Guglielminetti, la sua arguzia e l’audacia delle sue storie. Nonostante questi lati positivi, alla lunga la raccolta ripropone molto spesso le stesse modalità e gli stessi temi, cosa che potrebbe annoiare il lettore. Il mio consiglio è di leggerla poco per volta, magari per intervallare due libri più pesanti e impegnativi – proprio come ho fatto io.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Arrigo Boito – Il pugno chiuso

Titolo: Il pugno chiuso

Autore: Arrigo Boito

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 104

Prezzo: € 12,50

“Lo scacco nero, per Tom che lo guardava, non era più uno scacco, era un uomo; non era più nero, era negro. La ceralacca rossa era sangue vivo e la testa ferita una vera testa ferita. Quello scacco egli lo conosceva, egli aveva visto molti anni addietro il suo volto, quello scacco era un vivente… o forse un morto. No quello scacco era un moribondo, un essere caro librato fra la vita e la morte. Bisogna salvarlo! Salvarlo con tutta la forza possibile del coraggio e della ispirazione.”

Non conoscevo Arrigo Boito, se non per essere stato un importante letterato italiano a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Noto soprattutto per i suoi libretti d’opera, l’autore padovano è stato tra i massimi esponenti della Scapigliatura, movimento artistico sviluppatosi nell’Italia settentrionale a partire dagli anni sessanta dell’Ottocento e a cui si possono ricondurre, per stile e tematiche, le tre novelle racchiuse nella raccolta con cui Ianieri Edizioni intende farci riscoprire un classico della letteratura italiana ingiustamente dimenticato. Curato da Dario Pontuale, uno che di classici da riscoprire se ne intende e che ha anche contribuito con un’interessante prefazione, “Il pugno chiuso” affronta, nelle tre storie che lo compongono, tematiche come la morte, la ricerca introspettiva del proprio io, l’ossessione, l’intolleranza razziale e la vendetta, il tutto infarcito dall’attitudine macabra e con un occhio di riguardo al fantastico, che caratterizza il pensiero scapigliato.

La narrazione prende il via con la novella che dà il titolo al volume, ottimo esempio di racconto in cui le sfumature fantastiche e l’analisi psicologica si mescolano alla perfezione, lasciando il lettore disorientato e incapace di comprendere dove la realtà si dissolve per lasciare posto ai contorni indefiniti del soprannaturale. Il protagonista, ricercatore medico, ascolta il bizzarro e inquietante racconto di un uomo affetto da plica polonica (malattia dei capelli), che svela, tra un bicchiere e l’altro, l’incredibile vicenda di un usuraio alle prese con la sua mano destra che stringe in un pugno chiuso un fiorino rosso dall’aura maledetta. L’elemento perturbante dell’intera storia è l’impossibilità per l’usuraio di aprire la mano, particolare che affascina chi legge ma che allo stesso tempo confonde: tutto ciò è opera di un intervento ultraterreno o la causa scatenante è da ricondursi alla psiche dell’usuraio? Boito nel tracciare confini labili e nel giocare con l’intuizione del lettore si rivela un autentico maestro, confezionando una novella che ha poco da invidiare alle famose ghost stories d’oltremanica.
Il capolavoro della raccolta, almeno per quanto mi riguarda, lo troviamo però nel secondo racconto “L’alfiere nero”. Boito ci narra dell’intensa partita a scacchi giocata interamente a livello psicologico tra uno scacchista professionista bianco e un benestante imprenditore nero. I due sfidanti si dividono la scacchiera in base al colore della propria pelle, dopodiché ha inizio una partita serrata, fatta di sguardi obliqui, pensieri distorti e tattiche oscure. Un racconto che si allaccia alla questione razziale e allo sfruttamento degli schiavi neri, in un crescendo emozionale e spirituale, per poi esplodere nel dirompente finale. Un piccolo gioiello della short story, in cui follia, incubi e paranoie si amalgamano senza esclusione di colpi.
Termina la raccolta “Iberia”, novella che ho trovato la più debole del lotto e che letta oggi mi è apparsa un po’ troppo datata. Scritto in uno stile quasi aulico che enfatizza la tragicità degli avvenimenti narrati, il racconto, ambientato in Spagna in un’epoca che non ci è dato sapere, rievoca un tipico amore maledetto tra due giovani rampolli di una famiglia reale. Il finale dà un tocco di misticismo e mistero a un racconto che personalmente non ho apprezzato come avrei voluto e che non ha decollato, appunto, fino all’enigmatica chiusura.

Arrigo Boito ci regala in queste novelle atmosfere lugubri che pescano a piene mani nell’introspezione psicologica e nel racconto fantastico europeo, sapendo però creare trame e situazioni originali e piene di fascino. Una raccolta che pone un piccolo ma importante tassello all’interno della riscoperta di classici dimenticati e che contiene due autentici gioiellini di tensione macabra.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere

Titolo: Parole nella polvere

Autore: Máirtín Ó Cadhain

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2017

Pagine: 400

Prezzo: € 26,00

“Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri, gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme…”

Uno schizofrenico, gioioso, funebre delirio. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver terminato la lettura di “Parole nella polvere”, romanzo corale dello scrittore irlandese Máirtín Ó Cadhain, tradotto per la prima volta in italiano da Edizioni Lindau. Proprio la presenza di ben quattro traduttori è stato uno degli aspetti che mi aveva maggiormente incuriosito prima di immergermi nelle febbricitanti atmosfere dell’opera di Ó Cadhain. Scritto in origine in gaelico e poi tradotto in inglese, in tre differenti versioni, “Parole nella polvere” è ricchissimo di suggestioni e riferimenti alla cultura popolare irlandese, creando un turbinio di espressioni che sono state mantenute anche nella traduzione italiana, senza per questo rendere difficoltosa la lettura. Grande merito quindi, a mio modesto parere, va riconosciuto ai traduttori (Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano).
Dopo questa doverosa premessa, possiamo addentrarci nelle folli pagine di Ó Cadhain.

L’intero libro è ambientato tra le tombe di un piccolo cimitero del Connemara, regione selvaggia dell’Irlanda occidentale. Protagonisti sono proprio coloro che abitano quelle tombe. Attenzione però: i morti non sono mai stati così vivi! E direi anche così spassosi. Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, “Parole nella polvere” ci rende partecipi dei piccoli drammi di un’intera comunità, tra i dilemmi della quotidianità e i disastri della seconda guerra mondiale e del nazismo. Il linguaggio è colorito e fragoroso, in cui insulti e maledizioni di certo non si sprecano. Insomma, più che in un cimitero, ci pare quasi di essere un mercato rionale. Ed è proprio questa la forza dell’opera di  Ó Cadhain: una vivacità che scorre come energia elettrica tra le pagine del libro, catturando il lettore e trascinandolo a forza tra le meschinità e i futili problemi di un paesino del Connemara. Se pensiamo poi che a recriminare sul passato e a essere smaniosi di conoscere quanto sta accadendo nel mondo dei vivi sono i defunti, l’effetto comico e surreale è assicurato. Altroché pace e riposo eterno: nel piccolo cimitero di Ó Cadhain a regnare è una caciara vitale e senza freni.
Assistiamo così alle imprecazioni cariche d’odio di Caitríona, vedova perennemente in guerra contro la sorella e la nuora. All’ostentazione di cultura del Maestro, vanificata dalle feroce gelosia verso la moglie e il nuovo amante Billyboy il postino. O ancora al pudore di Jack l’usignolo, che non vuole mai parlare male di chi non è presente. Il microcosmo di Ó Cadhain è ricchissimo di personaggi, ognuno con le proprie debolezze e manie. Ognuno invidioso di ciò che hanno gli altri. E cosa ci si può invidiare tra morti, se non la croce? Una possente croce in pietra dell’isola, piantata sopra la tomba a dimostrare che sotto quel cumulo di terra non giace una persona qualunque. La stessa croce che diventa motivo di orgoglio ferito per Caitríona, che domanda a ogni nuovo arrivato a che punto sia la sua preparazione.
Unica voce che si distacca dal cicaleccio dei morti è quella della tromba del cimitero, che dolente introduce il lettore a ogni nuovo capitolo, con i suoi nostalgici paragoni tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Parole nella polvere” non è una lettura semplice. Ci si deve dedicare tempo e attenzione, se non altro almeno per districarsi tra la selva di personaggi. È un libro che mi ha ricordato l'”Ulisse” di Joyce, con quella sua forma poco romanzata e parecchio sperimentale, che a tratti potrebbe risultare pesante. È un’opera che deve essere scoperta poco alla volta, prendendo piano piano confidenza con gli abitanti del cimitero e con le loro storie. Un’esperienza di lettura, forse non adatta a chiunque, ma che potrebbe donare molto a chi decide di immergersi completamente tra le sue pagine.

Voto: 4/5

Mr. P.

James Baldwin – Stamattina stasera troppo presto

Titolo: Stamattina stasera troppo presto

Autore: James Baldwin

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 281

Prezzo: € 16,00

“Eppure giorno dopo giorno si rendeva conto di essere nero come il peccato, capiva che i segreti del suo cuore erano una puzza alle narici di Dio.”

James Baldwin fa parte di quella schiera di autori che nel nostro paese sono caduti ingiustamente nell’oblio e che necessiterebbero di una corposa ristampa delle loro opere. Per fortuna ci ha pensato Racconti Edizioni, riportando nelle librerie italiane “Stamattina stasera troppo presto”, l’unica raccolta di racconti dello scrittore newyorchese. Un’antologia potente, rabbiosa, mai banale. Otto blues, come li definisce la stessa casa editrice, che ci prendono a schiaffi in pieno volto, ci scuotono e ci urlano contro ma che sanno anche cullarci e accarezzarci malinconicamente.

James Baldwin, all’interno delle sue storie, diventa bambino, uomo, donna, bianco e nero. La sua scrittura diretta e priva di orpelli, che sa toccare con grazia le corde più nascoste dell’animo umano, ci accompagna nel profondo della coscienza della gente comune, tra problemi quotidiani e il desiderio straziante di una nuova vita.
Nei suoi racconti troviamo temi scomodi e dalle acute valenze sociali, che pescano a piene mani nella tormentata esistenza dell’autore americano. Il difficile rapporto tra un figlio, colmo d’insicurezza e in cerca di comprensione, con un patrigno inflessibile e fanatico religioso (“Il macigno”), si intreccia con un’omosessualità repressa, faticosa da comprendere per lo stesso narratore (“La scampagnata”). Tratti chiaramente autobiografici, che ci trasmettono la sensazione di disagio e di incomunicabilità con la famiglia che deve aver provato lo scrittore da ragazzo.
Non possono mancare ovviamente le tematiche legate al razzismo e alla discriminazione dei neri d’America, affrontate in modo magistrale in racconti come “«Previous condition»”, “Come out the wilderness”, dove Baldwin ci narra della burrascosa storia d’amore tra una donna di colore e un ragazzo bianco e “Uomo bianco”. Proprio da quest’ultimo, descritto attraverso le percezioni e i sentimenti di uomo di razza bianca, traspare tutta la crudeltà e la generalizzazione con cui è stato trattato il popolo nero. Un racconto agghiacciante, che non mancherà di infilarsi come un amo nella coscienza del lettore, per poi arpionargli il cuore. Altro esempio di brutalità inaudita, ma assumendo questa volta i caratteri di una vendetta dettata dall’invidia verso una famiglia bianca, è “L’uomo bambino”. Una manciata di pagine che lascia un vero e proprio senso di malessere. Emozioni dense che soltanto le grandi penne sanno trasmettere. Particolarmente toccante è invece “Blues per Sonny”, storia sul legame complicato tra due fratelli, che nonostante le divergenze e una visione opposta della vita, finiscono per ritrovarsi.
Il racconto che da il titolo alla raccolta è invece un altro esempio di esperienza autobiografica. Il protagonista è un attore e cantante che, come Baldwin stesso, è emigrato a Parigi, lontano da un’America che non l’ha mai accettato veramente. “Stamattina stasera troppo presto” narra l’ultima notte francese dell’attore prima di tornare negli Stati Uniti per una nuova opportunità di lavoro. Veniamo così a scoprire che il ritorno verso il paese natio, più che fonte di gioia, è foriero di paure e incertezze sul futuro. Il narratore si sente un espatriato fin dalla nascita, senza un luogo da poter chiamare casa. Un’odissea interiore di cui non ci è concesso conoscere il finale ma che ci lascerà intravedere uno spiraglio di speranza.

James Baldwin, attraverso le ingiustizie e le discriminazioni subite dalla sua razza, parla un linguaggio universale, diretto a ogni essere umano, senza distinzione di sesso o etnia. Racconti di denuncia sociale e di indagine psicologica, vigorosi e delicati nello stesso tempo. Storie che sapranno trasmettervi rabbia, rimpianto, solitudine, amore e che, statene pur certi, non potranno lasciarvi indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.

Julien Green – Vertigine

Titolo: Vertigine

Autore: Julien Green

Editore: Nutrimenti

Anno: 2017

Pagine: 232

Prezzo: € 17,00

Vorrei qualcosa che mi stupisse: non desidero altro. Sarei disposto ad accettare perfino una sorpresa sgradevole, terribile, purché, vivaddio, fosse una sorpresa, accetterei di buon grado che suscitasse in me il turbamento del puro stupore, che mi gettasse in confusione e che per un attimo mi facesse uscire da me stesso.”

Non conoscevo Julien Green ma la splendida e misteriosa copertina di “Vertigine”, unita a un titolo intrigante ed evocativo, sono stati sufficienti per far scattare in me la molla della curiosità nella scoperta di questo autore, dai noi ingiustamente poco conosciuto. A tale proposito dobbiamo ringraziare la casa editrice Nutrimenti che ha deciso di portare in Italia venti racconti inediti dello scrittore franco-americano, in un ottimo esperimento di traduzione collettiva.
Per entrare pienamente nella poetica e nella narrazione di Julien Green, emblematica è la dichiarazione dello stesso autore a proposito della forma racconto: “La novella, la short story, non è un romanzo breve ma un racconto nel quale l’autore, quando gli sembra che tutto sia stato detto, si ferma. È allora che comincia il sogno”. La maggior parte delle storie di questa raccolta lasciano infatti il lettore disorientato e senza punti di riferimento, a immaginare, o meglio sognare, i legami tra i vari personaggi e le cause o gli effetti delle loro azioni, in un “non detto” che stimola la curiosità di chi legge e apre scenari inediti e inquietanti.

Diversi i protagonisti dei racconti di Julien Green, tutti però accomunati da una profonda solitudine esistenziale, un’emarginazione che ferisce e lacera, tutti protesi verso la ricerca di qualcosa di nuovo e appagante, che si tratti di affetti autentici, di un riscatto dalla propria vita inconsistente e senza luce o di una tensione verso una sensualità torbida e smarrita. Grande risalto viene dato ai bambini e agli adolescenti, rinchiusi nella fragilità dell’infanzia e oggetto di vessazioni e violenze, sia fisiche che psicologiche, da parte degli adulti. Ascrivibili ai turbamenti della fanciullezza il crudele “La paura”, in cui un uomo, partendo da una situazione quotidiana, prova un estremo piacere nell’esercitare il proprio potere su una bambina terrorizzata o la breve e folgorante “La lezione”, dove uno zio punisce il nipote, attraverso una raccapricciante visione, per una colpa non ancora commessa. Il sadismo però si può trasformare in vera e propria violenza sessuale, dapprima soltanto accennata e vagheggiate (“Camere in affitto”) per poi diventare palese, trasmettendo al lettore un acuto senso di disagio (“La bambina”). Nella galleria di personaggio greeniani troviamo poi le donne abbandonate e dimenticate, il cui unico conforto risiede nel rapporto ambiguo verso un giovane ragazzo, che sia il figlioccio del marito defunto (“Ritratto di donna”) o il figliastro (“La risposta”) oppure che il legame tra i due sia più complesso e contraddittorio (“Una vita qualunque”). Rapporto che miscela la tenerezza e l’affetto casto di una madre a pulsioni nascoste e di natura sfuggente. Finirà per diventare una donna emarginata, come intuiamo dall’incipit del racconto, anche la protagonista de “La ribelle”, che ci rende partecipi della propria infanzia, in cui l’innocenza viene brutalmente spazzata via dalle oppressioni e dalle prepotenze subite in un collegio femminile. Caro a Green è anche il tema del voyeurismo, che trova sfogo nel diario ossessivo dell’inetto e nevrotico protagonista di “Diario di un incompreso”, il cui oggetto del proprio spiare diventano i suoi domestici o lo sbirciare sensuale e conturbante del narratore adolescente di “Fabien”. Non mancano però negli scritti dello scrittore franco-americano escursioni nel fantastico e nel grottesco: ottimi esempi li ritroviamo ne “Il sogno dell’assassino”, in cui realtà e fantasia si mischiano in un turbine surreale o ne “Il setaccio”, in cui un semplice oggetto nasconde una verità apocalittica. Menzione a parte meritano “Le scale”, racconto brevissimo ma che fa esplodere nel lettore un universo di inquietanti possibilità, in cui il narratore piomba nel terrore più nero dopo aver udito dei passi scendere le scale quando in casa non doveva esserci nessuno e “L’inferno”, in cui l’indolenza e la lussuria della famiglia del protagonista vengono contrapposti all’abisso personale in cui lentamente sprofonda egli stesso, creando due antitetiche ma possibili modalità di creare l’inferno in terra.

Julien Green ci dona venti bozzetti conturbanti e ambigui, in cui l’uomo viene destinato sin dalla più tenera età all’infrangersi dei sogni, alla sofferenza e alla crudeltà. Un viaggio, sensuale e agghiacciante, nel complicato labirinto delle relazioni umane, in cui un’apparente normalità cela una verità ben più criptica e spaventosa. Una raccolta di turbamenti che, tenendo fede al titolo, sanno regalare al lettore autentici attimi di vertigine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Mario Soldati – Storie di spettri

Titolo: Storie di spettri

Autore: Mario Soldati

Editore: Mondadori

Anno: 2010

Pagine: 208

Prezzo: € 9,50

“Perché non aveva il coraggio di seguire le impronte dei piccoli passi fino alla magnolia? Fra pochi minuti la neve le avrebbe cancellate, e lui non avrebbe mai più saputo: avrebbe perso, con la prova che non era un’allucinazione e che quelle impronte erano vere, l’ultima occasione di sapere. Ma forse era proprio questo il suo scopo. Non voleva sapere. Aveva paura di sapere.”

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Autore particolarmente prolifico, il torinese Mario Soldati è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. All’interno della sua vasta produzione, la forma breve è stata sicuramente fondamentale nella costruzione della sua poetica. Tra la miriade di racconti scritti dall’autore piemontese, negli anni ’60 la Mondadori pensò bene di raccogliere in un unico volume 20 storie che avessero come filo conduttore gli spettri. Ma non dobbiamo lasciarci fuorviare dall’ingannevole titolo: chi si aspetta infatti di trovare le classiche ghost stories che ricalcano i maestri del genere come M.R. James, Le Fanu o Conan Doyle, rimarrà deluso. Gli spettri che evocano i racconti di Soldati sono i fantasmi dell’anima, gli spiriti dell’inconscio, che scaturiscono dalle zone più buie della nostra psiche, le ombre di un passato che ritorna. Il soprannaturale viene soltanto sfiorato, lasciando disorientato più di una volta il lettore, in bilico sul sottilissimo filo che separa il reale dall’irreale.

Elemento che accomuna queste venti istantanee intrise di malinconia e mistero, è l’ambientazione tutta italiana: ovviamente Torino, città natale di Soldati, che ben si presta con la sua aura arcana, ma anche Roma e Genova. Ritroviamo in questo modo la media borghesia italiana, costituita da impiegati e professionisti, alle prese con fatti inspiegabili e conturbanti o semplicemente con struggenti ricordi della propria gioventù e di amori ormai perduti. Così un banale scambio di persona porta a congetture e riflessioni dai toni soprannaturali (“Il tarocco numero 13”) o un amore platonico viene bruscamente spezzato dall’angoscia sprigionata da strane figure appostate a guardia della casa di lei (“L’alloggetto del seminterrato”). E ancora antichi alberghi di provincia che si dissolvono (“L’albergo di Ghemme”), borse che vengono ritrovate, turbando con il loro contenuto l’ignaro protagonista (“La borsa di coccodrillo”) o oniriche partite di tennis giocate al crepuscolo (“La pallina da tennis”). Ma Soldati ci narra con innata maestria anche di uomini che ricercano disperati anni dopo l’unica donna che abbiano mai amato in vita loro (“Un paese in O”), anziani che sperano di essere aggrediti per certificare la malvagità del mondo (“L’aggressione”) o l’utilizzo di strani metodi per scegliere la propria moglie (“San Mamete”). Un racconto in particolare, a mio avviso, riassume perfettamente il connubio di inquietudine e di tenero struggimento che pervade l’intera raccolta, miscelando sapientemente pennellate di mistero con le reminiscenze di una passione giovanile ormai perduta per sempre. “I passi nella neve”, il cui sfondo è una Torino assolutamente perfetta per rappresentare quanto Soldati intende evocare con la sua penna, è la narrazione  di una fuga notturna alla ricerca delle tracce di un amore tanto antico quanto ancora potente. Un piccolo capolavoro, che condensa in poche pagine tormentate l’imperscrutabile e la nostalgia insista nell’animo umano.

Storie di spettri” è una raccolta preziosa e dai toni raffinati, capace di cullarci con le sue atmosfere agrodolci e nello stesso tempo di turbare e far sussultare il nostro animo. Distillati delle più pure emozioni umane, quali la paura e il rimpianto, da bere a piccoli sorsi, cercando di gustarli il più possibile. Piccoli affreschi carichi di sentimento da conservare gelosamente e leggere e rileggere, magari in una notte estiva con la finestra spalancata e il vento che trasporta echi e strani rumori o in una gelida serata invernale, con un camino scoppiettante e una tazza di the a tenerci compagnia.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Mark Twain – I diari di Adamo e di Eva

Titolo: I diari di Adamo e di Eva

Autore: Mark Twain

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2014

Pagine: 192

Prezzo: € 14,00

“Dopo tutti questi anni, capisco che all’inizio mi ero sbagliato sul conto di Eva: è meglio vivere fuori dal Giardino con lei, che lì dentro senza di lei. Da principio pensavo che parlasse troppo, ma ora mi dispiacerebbe se la sua voce tacesse e scomparisse dalla mia vita”.

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Tutti conoscono Mark Twain. Forse non tutti sanno che il suo era soltanto uno pseudonimo, chiamandosi in realtà Samuel Langhorne Clemens, ma senz’altro hanno ben presente in mente due dei capolavori dello scrittore americano: “Le avventure di Tom Sawyer” e “Le avventure di Huckleberry Finn“. La produzione di Twain è però vastissima: articoli, racconti e romanzi l’hanno accompagnato per la maggior parte della sua vita. Nel 1893 esce invece un’opera particolare, differente dalle altre e dalla nascita piuttosto travagliata: “I diari di Adamo e di Eva”. Inizialmente infatti l’autore aveva scritto un racconto divertente ed ironico che narrava le vicende del primo uomo sulla Terra; l’opera era però stata rifiutata dalla rivista per cui scriveva, ‘Cosmopolitan’. Nonostante questo, Twain ebbe l’occasione per riscattarsi: gli fu chiesto di prendere parte ad un volume promozionale per il turismo delle Cascate del Niagara e, malgrado qualche timore iniziale, accettò, riciclando il suo racconto su Adamo e riadattandolo: il magico ed etereo Giardino dell’Eden era diventato così una tenuta situata nei pressi delle cascate americane. Il successo non fu quello sperato, ma giunse inaspettato qualche anno dopo, prova che nella vita bisogna sempre saper attendere: le edizioni Harper & Brothers decisero di pubblicare il suo racconto in un volume autonomo illustrato e, successivamente, gli fu richiesto un corrispettivo femminile: così nacque non soltanto il diario di Adamo, ma anche quello della sua compagna, Eva. I due scritti vennero pubblicati insieme in America soltanto nel 1995; da un paio di anni, in Italia, grazie a Bordeaux Edizioni è possibile leggere un Twain insolito, spiritoso e dolce allo stesso tempo, accompagnato da una serie di illustrazioni nuove che non potranno non strapparci un sorriso o una lacrimuccia.

La prima raccolta che troviamo è quella di Adamo: inutile dire, però, che fin dall’inizio i suoi pensieri sono rivolti verso Eva. Chi è quell’essere così simile a lui e così tanto diverso allo stesso tempo? Perchè continua a seguirlo, perchè non la smette di parlare con lui, perchè da un nome a tutto quello che incontrano? E, soprattutto, perchè egli stesso sta cominciando a parlare al plurale, a pensare ad un ‘noi’? Adamo vorrebbe esplorare tranquillamente i dintorni, tuffarsi incoscientemente dalle Cascate, fuggire da lei e da quell’altro strano esserino che hanno trovato, quello che piange e chiede cibo senza mai parlare – che sia un serpente? un nuovo tipo di canguro? Eppure, con il passare del tempo, Adamo trasformerà la sua visione ingenua e divertente del mondo in una più matura e adulta, soprattutto quando il danno verrà compiuto e la mela farà sì che i due vengano mandati via dal Giardino: l’amore, quell’amore che ha sempre rifiutato, farà il suo ingresso nel cuore dell’uomo, fino alla fine dei suoi giorni. Il diario di Eva è, invece, senz’altro più profondo: la donna viene rappresentata come un’essere riflessivo, curioso, intrigata così com’è dalla bellezza della luna e dallo splendore delle stelle, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. E’ affascinata e affascinante, sensibile a tutto quello che la circonda, ma si sente un esperimento e niente più. Per fortuna, non è sola: un altro Esperimento si muove nelle vicinanze, e lei lo segue, cerca di capire chi sia e, nonostante i suoi gusti volgari ed i suoi modi ben poco gentili, comincia ad affezionarsi a lui. Così tanto che non solo desidera tenerlo lontano dai pericoli delle Cascate, ma vuole anche cercare di prendere una di quelle mele proibite per lui, perchè sa che, in fondo, la vuole ardentemente. Eva ha buone intenzioni ed ama la compagnia, che sia quella del suo Adamo o quella degli animali del Giardino. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il sentimento s’intensifica sempre di più, e la commozione che il lettore proverà al termine del libro è un’emozione vera, pura.

Adamo ed Eva sono da sempre due figure mitiche su cui molto si è detto: virile e potente il primo, fragile e peccatrice la seconda. Mark Twain, però, grazie ai suoi ‘Diari’, è riuscito a darci un’immagine diversa dei due: la velata ottusità dell’uomo e l’intraprendenza delicata della donna sono in grado di far sorridere la persona che si ritroverà immersa tra le pagine del libro – grazie anche alle spassose illustrazioni di Edoardo Palmigiani – ma altresì di farla riflettere. Tutti noi ci siamo chiesti quali devono essere stati gli iniziali pensieri dei primi ominidi, le loro sensazioni: grazie all’opera dello scrittore americano, a metà tra il sacro ed il profano, oggi possiamo farcene un’idea.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.