Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere

Titolo: Parole nella polvere

Autore: Máirtín Ó Cadhain

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2017

Pagine: 400

Prezzo: € 26,00

“Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri, gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme…”

Uno schizofrenico, gioioso, funebre delirio. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver terminato la lettura di “Parole nella polvere”, romanzo corale dello scrittore irlandese Máirtín Ó Cadhain, tradotto per la prima volta in italiano da Edizioni Lindau. Proprio la presenza di ben quattro traduttori è stato uno degli aspetti che mi aveva maggiormente incuriosito prima di immergermi nelle febbricitanti atmosfere dell’opera di Ó Cadhain. Scritto in origine in gaelico e poi tradotto in inglese, in tre differenti versioni, “Parole nella polvere” è ricchissimo di suggestioni e riferimenti alla cultura popolare irlandese, creando un turbinio di espressioni che sono state mantenute anche nella traduzione italiana, senza per questo rendere difficoltosa la lettura. Grande merito quindi, a mio modesto parere, va riconosciuto ai traduttori (Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano).
Dopo questa doverosa premessa, possiamo addentrarci nelle folli pagine di Ó Cadhain.

L’intero libro è ambientato tra le tombe di un piccolo cimitero del Connemara, regione selvaggia dell’Irlanda occidentale. Protagonisti sono proprio coloro che abitano quelle tombe. Attenzione però: i morti non sono mai stati così vivi! E direi anche così spassosi. Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, “Parole nella polvere” ci rende partecipi dei piccoli drammi di un’intera comunità, tra i dilemmi della quotidianità e i disastri della seconda guerra mondiale e del nazismo. Il linguaggio è colorito e fragoroso, in cui insulti e maledizioni di certo non si sprecano. Insomma, più che in un cimitero, ci pare quasi di essere un mercato rionale. Ed è proprio questa la forza dell’opera di  Ó Cadhain: una vivacità che scorre come energia elettrica tra le pagine del libro, catturando il lettore e trascinandolo a forza tra le meschinità e i futili problemi di un paesino del Connemara. Se pensiamo poi che a recriminare sul passato e a essere smaniosi di conoscere quanto sta accadendo nel mondo dei vivi sono i defunti, l’effetto comico e surreale è assicurato. Altroché pace e riposo eterno: nel piccolo cimitero di Ó Cadhain a regnare è una caciara vitale e senza freni.
Assistiamo così alle imprecazioni cariche d’odio di Caitríona, vedova perennemente in guerra contro la sorella e la nuora. All’ostentazione di cultura del Maestro, vanificata dalle feroce gelosia verso la moglie e il nuovo amante Billyboy il postino. O ancora al pudore di Jack l’usignolo, che non vuole mai parlare male di chi non è presente. Il microcosmo di Ó Cadhain è ricchissimo di personaggi, ognuno con le proprie debolezze e manie. Ognuno invidioso di ciò che hanno gli altri. E cosa ci si può invidiare tra morti, se non la croce? Una possente croce in pietra dell’isola, piantata sopra la tomba a dimostrare che sotto quel cumulo di terra non giace una persona qualunque. La stessa croce che diventa motivo di orgoglio ferito per Caitríona, che domanda a ogni nuovo arrivato a che punto sia la sua preparazione.
Unica voce che si distacca dal cicaleccio dei morti è quella della tromba del cimitero, che dolente introduce il lettore a ogni nuovo capitolo, con i suoi nostalgici paragoni tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Parole nella polvere” non è una lettura semplice. Ci si deve dedicare tempo e attenzione, se non altro almeno per districarsi tra la selva di personaggi. È un libro che mi ha ricordato l'”Ulisse” di Joyce, con quella sua forma poco romanzata e parecchio sperimentale, che a tratti potrebbe risultare pesante. È un’opera che deve essere scoperta poco alla volta, prendendo piano piano confidenza con gli abitanti del cimitero e con le loro storie. Un’esperienza di lettura, forse non adatta a chiunque, ma che potrebbe donare molto a chi decide di immergersi completamente tra le sue pagine.

Voto: 4/5

Mr. P.

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James Baldwin – Stamattina stasera troppo presto

Titolo: Stamattina stasera troppo presto

Autore: James Baldwin

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 281

Prezzo: € 16,00

“Eppure giorno dopo giorno si rendeva conto di essere nero come il peccato, capiva che i segreti del suo cuore erano una puzza alle narici di Dio.”

James Baldwin fa parte di quella schiera di autori che nel nostro paese sono caduti ingiustamente nell’oblio e che necessiterebbero di una corposa ristampa delle loro opere. Per fortuna ci ha pensato Racconti Edizioni, riportando nelle librerie italiane “Stamattina stasera troppo presto”, l’unica raccolta di racconti dello scrittore newyorchese. Un’antologia potente, rabbiosa, mai banale. Otto blues, come li definisce la stessa casa editrice, che ci prendono a schiaffi in pieno volto, ci scuotono e ci urlano contro ma che sanno anche cullarci e accarezzarci malinconicamente.

James Baldwin, all’interno delle sue storie, diventa bambino, uomo, donna, bianco e nero. La sua scrittura diretta e priva di orpelli, che sa toccare con grazia le corde più nascoste dell’animo umano, ci accompagna nel profondo della coscienza della gente comune, tra problemi quotidiani e il desiderio straziante di una nuova vita.
Nei suoi racconti troviamo temi scomodi e dalle acute valenze sociali, che pescano a piene mani nella tormentata esistenza dell’autore americano. Il difficile rapporto tra un figlio, colmo d’insicurezza e in cerca di comprensione, con un patrigno inflessibile e fanatico religioso (“Il macigno”), si intreccia con un’omosessualità repressa, faticosa da comprendere per lo stesso narratore (“La scampagnata”). Tratti chiaramente autobiografici, che ci trasmettono la sensazione di disagio e di incomunicabilità con la famiglia che deve aver provato lo scrittore da ragazzo.
Non possono mancare ovviamente le tematiche legate al razzismo e alla discriminazione dei neri d’America, affrontate in modo magistrale in racconti come “«Previous condition»”, “Come out the wilderness”, dove Baldwin ci narra della burrascosa storia d’amore tra una donna di colore e un ragazzo bianco e “Uomo bianco”. Proprio da quest’ultimo, descritto attraverso le percezioni e i sentimenti di uomo di razza bianca, traspare tutta la crudeltà e la generalizzazione con cui è stato trattato il popolo nero. Un racconto agghiacciante, che non mancherà di infilarsi come un amo nella coscienza del lettore, per poi arpionargli il cuore. Altro esempio di brutalità inaudita, ma assumendo questa volta i caratteri di una vendetta dettata dall’invidia verso una famiglia bianca, è “L’uomo bambino”. Una manciata di pagine che lascia un vero e proprio senso di malessere. Emozioni dense che soltanto le grandi penne sanno trasmettere. Particolarmente toccante è invece “Blues per Sonny”, storia sul legame complicato tra due fratelli, che nonostante le divergenze e una visione opposta della vita, finiscono per ritrovarsi.
Il racconto che da il titolo alla raccolta è invece un altro esempio di esperienza autobiografica. Il protagonista è un attore e cantante che, come Baldwin stesso, è emigrato a Parigi, lontano da un’America che non l’ha mai accettato veramente. “Stamattina stasera troppo presto” narra l’ultima notte francese dell’attore prima di tornare negli Stati Uniti per una nuova opportunità di lavoro. Veniamo così a scoprire che il ritorno verso il paese natio, più che fonte di gioia, è foriero di paure e incertezze sul futuro. Il narratore si sente un espatriato fin dalla nascita, senza un luogo da poter chiamare casa. Un’odissea interiore di cui non ci è concesso conoscere il finale ma che ci lascerà intravedere uno spiraglio di speranza.

James Baldwin, attraverso le ingiustizie e le discriminazioni subite dalla sua razza, parla un linguaggio universale, diretto a ogni essere umano, senza distinzione di sesso o etnia. Racconti di denuncia sociale e di indagine psicologica, vigorosi e delicati nello stesso tempo. Storie che sapranno trasmettervi rabbia, rimpianto, solitudine, amore e che, statene pur certi, non potranno lasciarvi indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.

Julien Green – Vertigine

Titolo: Vertigine

Autore: Julien Green

Editore: Nutrimenti

Anno: 2017

Pagine: 232

Prezzo: € 17,00

Vorrei qualcosa che mi stupisse: non desidero altro. Sarei disposto ad accettare perfino una sorpresa sgradevole, terribile, purché, vivaddio, fosse una sorpresa, accetterei di buon grado che suscitasse in me il turbamento del puro stupore, che mi gettasse in confusione e che per un attimo mi facesse uscire da me stesso.”

Non conoscevo Julien Green ma la splendida e misteriosa copertina di “Vertigine”, unita a un titolo intrigante ed evocativo, sono stati sufficienti per far scattare in me la molla della curiosità nella scoperta di questo autore, dai noi ingiustamente poco conosciuto. A tale proposito dobbiamo ringraziare la casa editrice Nutrimenti che ha deciso di portare in Italia venti racconti inediti dello scrittore franco-americano, in un ottimo esperimento di traduzione collettiva.
Per entrare pienamente nella poetica e nella narrazione di Julien Green, emblematica è la dichiarazione dello stesso autore a proposito della forma racconto: “La novella, la short story, non è un romanzo breve ma un racconto nel quale l’autore, quando gli sembra che tutto sia stato detto, si ferma. È allora che comincia il sogno”. La maggior parte delle storie di questa raccolta lasciano infatti il lettore disorientato e senza punti di riferimento, a immaginare, o meglio sognare, i legami tra i vari personaggi e le cause o gli effetti delle loro azioni, in un “non detto” che stimola la curiosità di chi legge e apre scenari inediti e inquietanti.

Diversi i protagonisti dei racconti di Julien Green, tutti però accomunati da una profonda solitudine esistenziale, un’emarginazione che ferisce e lacera, tutti protesi verso la ricerca di qualcosa di nuovo e appagante, che si tratti di affetti autentici, di un riscatto dalla propria vita inconsistente e senza luce o di una tensione verso una sensualità torbida e smarrita. Grande risalto viene dato ai bambini e agli adolescenti, rinchiusi nella fragilità dell’infanzia e oggetto di vessazioni e violenze, sia fisiche che psicologiche, da parte degli adulti. Ascrivibili ai turbamenti della fanciullezza il crudele “La paura”, in cui un uomo, partendo da una situazione quotidiana, prova un estremo piacere nell’esercitare il proprio potere su una bambina terrorizzata o la breve e folgorante “La lezione”, dove uno zio punisce il nipote, attraverso una raccapricciante visione, per una colpa non ancora commessa. Il sadismo però si può trasformare in vera e propria violenza sessuale, dapprima soltanto accennata e vagheggiate (“Camere in affitto”) per poi diventare palese, trasmettendo al lettore un acuto senso di disagio (“La bambina”). Nella galleria di personaggio greeniani troviamo poi le donne abbandonate e dimenticate, il cui unico conforto risiede nel rapporto ambiguo verso un giovane ragazzo, che sia il figlioccio del marito defunto (“Ritratto di donna”) o il figliastro (“La risposta”) oppure che il legame tra i due sia più complesso e contraddittorio (“Una vita qualunque”). Rapporto che miscela la tenerezza e l’affetto casto di una madre a pulsioni nascoste e di natura sfuggente. Finirà per diventare una donna emarginata, come intuiamo dall’incipit del racconto, anche la protagonista de “La ribelle”, che ci rende partecipi della propria infanzia, in cui l’innocenza viene brutalmente spazzata via dalle oppressioni e dalle prepotenze subite in un collegio femminile. Caro a Green è anche il tema del voyeurismo, che trova sfogo nel diario ossessivo dell’inetto e nevrotico protagonista di “Diario di un incompreso”, il cui oggetto del proprio spiare diventano i suoi domestici o lo sbirciare sensuale e conturbante del narratore adolescente di “Fabien”. Non mancano però negli scritti dello scrittore franco-americano escursioni nel fantastico e nel grottesco: ottimi esempi li ritroviamo ne “Il sogno dell’assassino”, in cui realtà e fantasia si mischiano in un turbine surreale o ne “Il setaccio”, in cui un semplice oggetto nasconde una verità apocalittica. Menzione a parte meritano “Le scale”, racconto brevissimo ma che fa esplodere nel lettore un universo di inquietanti possibilità, in cui il narratore piomba nel terrore più nero dopo aver udito dei passi scendere le scale quando in casa non doveva esserci nessuno e “L’inferno”, in cui l’indolenza e la lussuria della famiglia del protagonista vengono contrapposti all’abisso personale in cui lentamente sprofonda egli stesso, creando due antitetiche ma possibili modalità di creare l’inferno in terra.

Julien Green ci dona venti bozzetti conturbanti e ambigui, in cui l’uomo viene destinato sin dalla più tenera età all’infrangersi dei sogni, alla sofferenza e alla crudeltà. Un viaggio, sensuale e agghiacciante, nel complicato labirinto delle relazioni umane, in cui un’apparente normalità cela una verità ben più criptica e spaventosa. Una raccolta di turbamenti che, tenendo fede al titolo, sanno regalare al lettore autentici attimi di vertigine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Mario Soldati – Storie di spettri

Titolo: Storie di spettri

Autore: Mario Soldati

Editore: Mondadori

Anno: 2010

Pagine: 208

Prezzo: € 9,50

“Perché non aveva il coraggio di seguire le impronte dei piccoli passi fino alla magnolia? Fra pochi minuti la neve le avrebbe cancellate, e lui non avrebbe mai più saputo: avrebbe perso, con la prova che non era un’allucinazione e che quelle impronte erano vere, l’ultima occasione di sapere. Ma forse era proprio questo il suo scopo. Non voleva sapere. Aveva paura di sapere.”

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Autore particolarmente prolifico, il torinese Mario Soldati è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. All’interno della sua vasta produzione, la forma breve è stata sicuramente fondamentale nella costruzione della sua poetica. Tra la miriade di racconti scritti dall’autore piemontese, negli anni ’60 la Mondadori pensò bene di raccogliere in un unico volume 20 storie che avessero come filo conduttore gli spettri. Ma non dobbiamo lasciarci fuorviare dall’ingannevole titolo: chi si aspetta infatti di trovare le classiche ghost stories che ricalcano i maestri del genere come M.R. James, Le Fanu o Conan Doyle, rimarrà deluso. Gli spettri che evocano i racconti di Soldati sono i fantasmi dell’anima, gli spiriti dell’inconscio, che scaturiscono dalle zone più buie della nostra psiche, le ombre di un passato che ritorna. Il soprannaturale viene soltanto sfiorato, lasciando disorientato più di una volta il lettore, in bilico sul sottilissimo filo che separa il reale dall’irreale.

Elemento che accomuna queste venti istantanee intrise di malinconia e mistero, è l’ambientazione tutta italiana: ovviamente Torino, città natale di Soldati, che ben si presta con la sua aura arcana, ma anche Roma e Genova. Ritroviamo in questo modo la media borghesia italiana, costituita da impiegati e professionisti, alle prese con fatti inspiegabili e conturbanti o semplicemente con struggenti ricordi della propria gioventù e di amori ormai perduti. Così un banale scambio di persona porta a congetture e riflessioni dai toni soprannaturali (“Il tarocco numero 13”) o un amore platonico viene bruscamente spezzato dall’angoscia sprigionata da strane figure appostate a guardia della casa di lei (“L’alloggetto del seminterrato”). E ancora antichi alberghi di provincia che si dissolvono (“L’albergo di Ghemme”), borse che vengono ritrovate, turbando con il loro contenuto l’ignaro protagonista (“La borsa di coccodrillo”) o oniriche partite di tennis giocate al crepuscolo (“La pallina da tennis”). Ma Soldati ci narra con innata maestria anche di uomini che ricercano disperati anni dopo l’unica donna che abbiano mai amato in vita loro (“Un paese in O”), anziani che sperano di essere aggrediti per certificare la malvagità del mondo (“L’aggressione”) o l’utilizzo di strani metodi per scegliere la propria moglie (“San Mamete”). Un racconto in particolare, a mio avviso, riassume perfettamente il connubio di inquietudine e di tenero struggimento che pervade l’intera raccolta, miscelando sapientemente pennellate di mistero con le reminiscenze di una passione giovanile ormai perduta per sempre. “I passi nella neve”, il cui sfondo è una Torino assolutamente perfetta per rappresentare quanto Soldati intende evocare con la sua penna, è la narrazione  di una fuga notturna alla ricerca delle tracce di un amore tanto antico quanto ancora potente. Un piccolo capolavoro, che condensa in poche pagine tormentate l’imperscrutabile e la nostalgia insista nell’animo umano.

Storie di spettri” è una raccolta preziosa e dai toni raffinati, capace di cullarci con le sue atmosfere agrodolci e nello stesso tempo di turbare e far sussultare il nostro animo. Distillati delle più pure emozioni umane, quali la paura e il rimpianto, da bere a piccoli sorsi, cercando di gustarli il più possibile. Piccoli affreschi carichi di sentimento da conservare gelosamente e leggere e rileggere, magari in una notte estiva con la finestra spalancata e il vento che trasporta echi e strani rumori o in una gelida serata invernale, con un camino scoppiettante e una tazza di the a tenerci compagnia.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Mark Twain – I diari di Adamo e di Eva

Titolo: I diari di Adamo e di Eva

Autore: Mark Twain

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2014

Pagine: 192

Prezzo: € 14,00

“Dopo tutti questi anni, capisco che all’inizio mi ero sbagliato sul conto di Eva: è meglio vivere fuori dal Giardino con lei, che lì dentro senza di lei. Da principio pensavo che parlasse troppo, ma ora mi dispiacerebbe se la sua voce tacesse e scomparisse dalla mia vita”.

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Tutti conoscono Mark Twain. Forse non tutti sanno che il suo era soltanto uno pseudonimo, chiamandosi in realtà Samuel Langhorne Clemens, ma senz’altro hanno ben presente in mente due dei capolavori dello scrittore americano: “Le avventure di Tom Sawyer” e “Le avventure di Huckleberry Finn“. La produzione di Twain è però vastissima: articoli, racconti e romanzi l’hanno accompagnato per la maggior parte della sua vita. Nel 1893 esce invece un’opera particolare, differente dalle altre e dalla nascita piuttosto travagliata: “I diari di Adamo e di Eva”. Inizialmente infatti l’autore aveva scritto un racconto divertente ed ironico che narrava le vicende del primo uomo sulla Terra; l’opera era però stata rifiutata dalla rivista per cui scriveva, ‘Cosmopolitan’. Nonostante questo, Twain ebbe l’occasione per riscattarsi: gli fu chiesto di prendere parte ad un volume promozionale per il turismo delle Cascate del Niagara e, malgrado qualche timore iniziale, accettò, riciclando il suo racconto su Adamo e riadattandolo: il magico ed etereo Giardino dell’Eden era diventato così una tenuta situata nei pressi delle cascate americane. Il successo non fu quello sperato, ma giunse inaspettato qualche anno dopo, prova che nella vita bisogna sempre saper attendere: le edizioni Harper & Brothers decisero di pubblicare il suo racconto in un volume autonomo illustrato e, successivamente, gli fu richiesto un corrispettivo femminile: così nacque non soltanto il diario di Adamo, ma anche quello della sua compagna, Eva. I due scritti vennero pubblicati insieme in America soltanto nel 1995; da un paio di anni, in Italia, grazie a Bordeaux Edizioni è possibile leggere un Twain insolito, spiritoso e dolce allo stesso tempo, accompagnato da una serie di illustrazioni nuove che non potranno non strapparci un sorriso o una lacrimuccia.

La prima raccolta che troviamo è quella di Adamo: inutile dire, però, che fin dall’inizio i suoi pensieri sono rivolti verso Eva. Chi è quell’essere così simile a lui e così tanto diverso allo stesso tempo? Perchè continua a seguirlo, perchè non la smette di parlare con lui, perchè da un nome a tutto quello che incontrano? E, soprattutto, perchè egli stesso sta cominciando a parlare al plurale, a pensare ad un ‘noi’? Adamo vorrebbe esplorare tranquillamente i dintorni, tuffarsi incoscientemente dalle Cascate, fuggire da lei e da quell’altro strano esserino che hanno trovato, quello che piange e chiede cibo senza mai parlare – che sia un serpente? un nuovo tipo di canguro? Eppure, con il passare del tempo, Adamo trasformerà la sua visione ingenua e divertente del mondo in una più matura e adulta, soprattutto quando il danno verrà compiuto e la mela farà sì che i due vengano mandati via dal Giardino: l’amore, quell’amore che ha sempre rifiutato, farà il suo ingresso nel cuore dell’uomo, fino alla fine dei suoi giorni. Il diario di Eva è, invece, senz’altro più profondo: la donna viene rappresentata come un’essere riflessivo, curioso, intrigata così com’è dalla bellezza della luna e dallo splendore delle stelle, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. E’ affascinata e affascinante, sensibile a tutto quello che la circonda, ma si sente un esperimento e niente più. Per fortuna, non è sola: un altro Esperimento si muove nelle vicinanze, e lei lo segue, cerca di capire chi sia e, nonostante i suoi gusti volgari ed i suoi modi ben poco gentili, comincia ad affezionarsi a lui. Così tanto che non solo desidera tenerlo lontano dai pericoli delle Cascate, ma vuole anche cercare di prendere una di quelle mele proibite per lui, perchè sa che, in fondo, la vuole ardentemente. Eva ha buone intenzioni ed ama la compagnia, che sia quella del suo Adamo o quella degli animali del Giardino. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il sentimento s’intensifica sempre di più, e la commozione che il lettore proverà al termine del libro è un’emozione vera, pura.

Adamo ed Eva sono da sempre due figure mitiche su cui molto si è detto: virile e potente il primo, fragile e peccatrice la seconda. Mark Twain, però, grazie ai suoi ‘Diari’, è riuscito a darci un’immagine diversa dei due: la velata ottusità dell’uomo e l’intraprendenza delicata della donna sono in grado di far sorridere la persona che si ritroverà immersa tra le pagine del libro – grazie anche alle spassose illustrazioni di Edoardo Palmigiani – ma altresì di farla riflettere. Tutti noi ci siamo chiesti quali devono essere stati gli iniziali pensieri dei primi ominidi, le loro sensazioni: grazie all’opera dello scrittore americano, a metà tra il sacro ed il profano, oggi possiamo farcene un’idea.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Robert Louis Stevenson – Le notti sull’isola

Titolo: Le notti sull’isola

Autore: Robert Louis Stevenson

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: € 16,00

“Vidi quell’isola per la prima volta quando non era né notte né mattino. La luna calava a ovest, ma era ancora grande e luminosa. A oriente, nella luce rosea dell’alba, la stella del mattino brillava come un diamante. La brezza di terra soffiava sui nostri volti e aveva un forte odore di limone selvatico e vaniglia, anche d’altri profumi, ma quelli erano i più intensi; la frescura mi fece starnutire. Debbo dire che ero stato per anni in un’isola bassa vicino l’equatore, vivendo gran parte del tempo in solitudine, fra gli indigeni. Questa era una nuova esperienza: perfino la lingua mi risultava nuova. La vista di quei boschi e di quelle montagne, il loro insolito odore, mi rigeneravano il sangue.”

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Quando parliamo di Robert Louis Stevenson, il primo pensiero che ci balena in testa va sicuramente ai grandi romanzi d’avventura “L’isola del tesoro” o “La freccia nera”, oppure al capolavoro della letteratura fantastica “Lo strano caso del Dr. Jekill e di Mr. Hyde”. Pochi di noi però sanno che lo scrittore scozzese ha al suo attivo anche una nutrita produzione di racconti, che spaziano dal gotico all’avventuroso, passando per il fantastico. La Bordeaux Edizioni ha pensato bene di farci riscoprire proprio una fetta delle opere brevi di Stevenson, purtroppo ingiustamente dimenticate, proponendo in una nuova traduzione la raccolta “Le notti sull’isola”. Il volume comprende tre racconti, profondamente influenzati dal soggiorno di Stevenson in Polinesia, che si protrarrà fino alla sua morte.

Pubblicate nel 1893 e originariamente non concepite come un’opera unica, le storie che compongono “Le notti sull’isola” si possono suddividere in due filoni principali, quello improntato ad un realismo volto alla condanna della presenza dell’uomo occidentale nelle colonie polinesiane, e quello invece impregnato di trovate fantastiche e surreali. “La spiaggia di Falesà”, il lungo racconto che apre il volume, è decisamente rientrante nella prima categoria. La vicenda viene narrata in prima persona dal mercante inglese Wiltshire, sbarcato sull’isola di Falesà con il compito di rilevare e riportare in attività una rivendita commerciale di beni di primo consumo. Già dalle prime pagine e dalla vivida descrizione che il protagonista fa dell’isola, ci sembra di essere catapultati in luogo esotico e fuori dal tempo, dove basta chiudere gli occhi per venire investiti dalla fresca brezza del mattino e sentire il profumo dei limoni selvatici inondarci le narici. La narrazione entra nel vivo quando Wiltshire fa la conoscenza del meschino e senza scrupoli Case, l’unico altro commerciante presente sull’isola. Simulando le migliori intenzioni, Case convince Wiltshire a sposare la bella Uma, indigena oggetto di una superstizione popolare, a causa della quale viene isolata dal resto abitanti. La paura spinge quindi gli isolani a smettere di trattare con Wiltshire, lasciando così a Case il dominio sui traffici commerciali di Falesà. Quando il narratore scopre l’inganno in cui è a caduto ad opera del rivale, giura di vendicarsi, senza però rinnegare il suo amore verso Uma. Iniziano così una serie di strani consulti con un missionario poco ortodosso e uno dei singolari vecchi a capo dell’isola, cercando di smascherare Case e le sue illusioni a danno degli indigeni, perpetrate profanando un luogo sacro mediante una subdola e diabolica messinscena. Il racconto vuole essere una denuncia del colonialismo occidentale a discapito dei popoli che abitano le isole del Pacifico, sfruttati e portati al degrado da chi invece avrebbe dovuti educarli e civilizzarli. La raccolta prosegue cambiando registro narrativo e avvolgendoci con atmosfere surreali e oniriche. “Il diavolo nella bottiglia” vede come protagonista un indigeno di nome Keawe, che entra in possesso – pagandola una miseria – di una misteriosa ed oscura bottiglia abitata da un orribile diavolo. Il mistico oggetto consente a chi lo possiede di realizzare qualsiasi desiderio, condannando però il proprietario alla dannazione eterna. L’unico modo per sfuggire alla sorte maledetta, è quello di venderlo a qualcun’altro ad un prezzo inferiore. La bottiglia condurrà Keawe sull’orlo della disperazione, intrecciando i suoi desideri con la scoperta del vero amore. Il visionario “L’isola delle voci“, ultimo racconto della raccolta, narra le vicende di Keola, genero di uno dei maghi più potenti al mondo. Venuto a conoscenza dello stravagante e pericoloso metodo utilizzato dal suocero per arricchirsi, tenta di sfruttare i suoi poteri a proprio vantaggio. Tutto ciò che però ottiene Keola è di rimanere imprigionato in un’isola dal sinistro appellativo dell’Isola delle voci, a causa dei continui bisbigli e mormorii che si odono sulla spiaggia e che gli abitanti attribuiscono agli spiriti. Keola dovrà fronteggiare una serie di inquietanti eventi, per riuscire a sfuggire al suo orribile destino. Completano il volume una bella prefazione di Ernesto Ferrero sull’importanza di leggere i classici e un’approfondita introduzione all’opera di Stevenson a cura di Dario Pontuale.

I racconti di Stevenson sprigionano un fascino irresistibile, disegnando immagini intense e colorate, in grado di trasportarci in un attimo dall’altra parte del mondo. Piccoli tesori da scoprire lentamente, lasciandosi avvolgere dall’immaginario avventuroso e irreale che sanno dipingere. Una lettura di evasione ma allo stesso tempo pregna di significati ed insegnamenti nascosti, che farà felici sia gli amanti della forma breve, sia chi cerca storie dal sapore esotico e originale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Hjalmar Söderberg – Smarrimenti

Titolo: Smarrimenti

Autore: Hjalmar Söderberg

Editore: Lindau

Anno: 2015

Pagine: 192

Prezzo: € 16, 50

“Il suo sogno segreto era un’esistenza tra pochi intimi sui quali poter profondere il proprio affetto, per poi, a cuore tanto più leggero, gettare in faccia al resto del mondo il suo pallido, mordace disprezzo.”

Smarrimenti

 Ci sono libri su cui non è possibile esprimere un’opinione una volta terminata l’ultima pagina. Ci sono libri che si devono concludere, lasciar andare, e poi riprendere, qualche tempo dopo, insieme alla speranza di poter entrare in sintonia con loro, con ciò che l’autore ci vuole mostrare, con i luoghi descritti e la psicologia dei personaggi in essi racchiusi. E’ esattamente questo il rapporto che ho avuto con “Smarrimenti” di Hjalmar Söderberg: l’ho letto una volta, mi sono sentita a disagio – potrei dire quasi, riprendendo l’azzeccatissimo titolo, smarrita -, ho lasciato passare un paio di mesi, l’ho preso nuovamente in mano, e mi sono rituffata tra le sue pagine. Alcune sensazioni si sono ripresentate, altre nuove sono sorte, e finalmente mi sono sentita (quasi) pronta per parlarne. Non fraintendetemi: “Smarrimenti” non è un libro sconvolgente di per sè, nonostante abbia dato un grande scalpore negli anni in cui fu pubblicato. E’ che, inizialmente, non mi ha catturata abbastanza, pur lasciandomi un senso di vicinanza, e, finita la prima lettura, non ero in grado di formulare un giudizio complessivo. Aprendolo per la seconda volta invece, grazie anche alla familiarità acquisita precedentemente, ho  cominciato a capire un po’ di più il tutto, sapendo ormai che cosa aspettarmi, ed il romanzo ha preso una piega diversa. Penso che tutto ciò sia successo anche perchè questo è stato il mio primo approccio con un ‘classico’ della letteratura nordica: solitamente leggo italiani, inglesi, francesi, americani, ed approdare per la prima volta in un territorio pseudo sconosciuto non è mai facile. Per fortuna però grazie ad Edizioni Lindau ho avuto quest’opportunità, e sono felice di aver fatto questo salto nel buio.

“Smarrimenti” segue le vicende di Tomas Weber, un giovane ventenne biondo, esile, con gli occhi azzurri ed una bocca che «esprimeva un energico desiderio di prendersi tutto quanto la vita poteva offrire». Tomas ha da poco terminato gli studi, ed ha grandi sogni per il futuro: desidera sposare Märta Brehm, la ragazza che dice di amare, e diventare un ricco medico o un politico famoso. Egli sembra sapere esattamente ciò che vuole, ma fin dalle prime pagine si nota un’inquietudine di fondo, una presenza invisibile, un qualcosa di oscuro che instilla in noi l’ombra del dubbio: forse Tomas non è poi così sicuro, non si conosce ancora così bene. Il dubbio diventa certezza in pochissimo tempo: il protagonista infatti sviluppa una forte attrazione per una giovane donna, Ellen Karlsson, conosciuta per caso in un negozio di guanti. Si comincia a percepire fin da subito l’ambiguità di Tomas, i suoi sentimenti contrastanti: «Era Märta che amava, eppure gli sembrava di perdere qualcosa di essenziale della felicità della vita, se non avesse mai visto quelle braccia nude e bianche allungarsi verso di lui da qualche angolo oscuro di una stanza con le tende abbassate». In un pomeriggio di fine aprile il ragazzo incontra Ellen su di un tram e, a seguito di una passeggiata, i due si baciano. Proprio da qui inizieranno quegli “smarrimenti” da cui la signora Weber, madre di Tomas, ha sempre cercato di proteggere il figlio. Il protagonista infatti comincia a condurre la sua esistenza girovagando per una Stoccolma che sembra ricordare il suo animo: cupa, buia, descritta molto spesso nei suoi angoli meno illuminati, come i caffè al calare della notte, pieni di uomini dediti all’alcool. Conscio dell’impossibilità di avere una relazione seria con Märta a causa della loro giovane età, il ragazzo esplora i piaceri della carne con la povera e devota Ellen, in un continuo tira e molla. Ad aggiungersi ai suoi problemi c’è la mancanza di denaro, che comincia a farsi sentire prepotentemente; non volendo ricorrere all’aiuto del padre, Tomas si affida ad una figura sinistra, malevola e melliflua: il commerciante di mattoni. E’ a questo punto che il giovane uomo brillante e determinato si rivela per quello che è: semplicemente un ragazzo, con i suoi istinti e le sue passioni, con le sue esigenze egoistiche ed il cuore pulsante. Lasciandosi trascinare dalle situazioni, Tomas interrompe l’avventura con Ellen e, nel bel mezzo dell’estate, torna dalla sua Märta, incurante delle conseguenze che un gesto così avventato può portare. Gli esiti di questa sua decisione saranno disastrosi: la colpa irromperà nella vita dei due giovani amanti, e con lei la paura, il dolore, la consapevolezza di aver sbagliato. Il protagonista urla al mare infinito e vuoto i suoi tormenti, pentito: ma ormai è troppo tardi. Con la prima neve, all’inizio di novembre, è chiaro che non c’è più speranza. L’anno sta per terminare, e con lui tutto ciò che aveva permesso a Tomas di essere felice per brevi istanti; il commerciante di mattoni s’insinua continuamente nella sua vita, per riavere ciò che ha prestato, l’amore è ormai un lontano ricordo e la città svedese sembra riempirsi di tetri presagi: cortei funebri, campane che emettono inquietanti melodie, una sirena anti nebbia che sembra perseguitare il protagonista ovunque vada. Il paesaggio rispecchia esattamente le emozioni fosche di Tomas, che prende una decisione irreversibile, ormai disperato. Qui, però, sta il genio di Söderberg: il finale di “Smarrimenti” è uno dei più poetici che io abbia mai letto. Vi dirò di più: vale l’intero libro. Perchè l’autore ci riserva una flebile, pacata e timida speranza, una speranza che sa di biancheria pulita e di neve soffice. La stessa speranza che può provare un cavaliere ferito che si rialza coraggiosamente, pronto ad andare avanti, ancora.

Non è stato semplice per me entrare in sintonia con questo romanzo e con il suo protagonista, nè con Stoccolma, che è il secondo ‘personaggio’ principale del libro: la città viene frequentemente descritta come ombrosa, silenziosa, e poi improvvisamente viva. Una città dalla doppia faccia, un po’ come Tomas stesso: ambiguo, cupo, dedito ad un continuo rimuginare da una parte, ma improvvisamente energico nella sua giovinezza dall’altra. “Smarrimenti” è pervaso da un continuo senso di oppressione, d’immutabilità ed i temi che qui vengono esplorati hanno tutti bene o male a che fare con queste sensazioni: i personaggi che ruotano intorno a Tomas, la sua famiglia, gli amici, la borghesia stoccolmese che lo circonda, sono tutti spesso nostalgici, presi dai ricordi, dal passato felice che fu, sono persone disilluse e fragili, incarnate perfettamente nella figura del cugino della signora Weber, Gabriel Mortimer, il quale svaluta continuamente l’amore e consiglia a Tomas di evitarlo come la peste, se non vuole avere guai. Nonostante la malinconia dilagante, le pagine finali del romanzo esprimono un’esasperata voglia di vivere, di dimenticare le brutture nell’immediato e poi di ricordarsene soltanto nel futuro, in modo da guardarle da lontano, in un diverso tempo e spazio, per poterne ridere. Che è qualcosa che dovremmo senz’altro imparare a fare tutti, prima o poi.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Sherwood Anderson – Riso nero

Titolo: Riso nero

Autore: Sherwood Anderson

Editore: Cliquot

Pagine: 222

Anno: 2016

Prezzo: € 16,00

“Le persone sono come gocce d’acqua in un fiume che scorre. All’improvviso il fiume si altera. Diventa carico di furiosa energia, a va a ricoprire le terre, sradica gli alberi, travolge le case. Si formano piccoli mulinelli. Certe gocce d’acqua vengono trascinate in circoli vorticosi, toccandosi costantemente tra loro, mescolandosi tra loro, assorbendosi l’una nell’altra. Ci sono momenti in cui gli esseri umani smettono di essere isolati. Ciò che sente uno, lo sentono gli altri. Si potrebbe dire che, in certi momenti, uno lascia il proprio corpo ed entra, completamente, nel corpo di un altro. L’amore potrebbe essere qualcosa di simile.”

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Quando si parla di letteratura americana con la “L” maiuscola, i nomi a cui si fa più spesso riferimento sono i soliti noti: Hemingway, Faulkner, Steinbeck, tanto per citarne alcuni. Ma il più delle volte manca all’appello proprio l’autore che con il proprio modo di narrare ha influenzato questi grandi scrittori: Sherwood Anderson. Noto soprattutto per la raccolta di racconti “Winesburg, Ohio”, dalla penna di Anderson sono usciti anche dei grandi romanzi americani, colpevolmente passati in sordina nel nostro Paese. Uno di questi è proprio “Riso nero”, opera scritta nel 1925, che negli anni Trenta Cesare Pavese ha voluto fortemente “esportare” anche in Italia, occupandosi personalmente della traduzione. Nel 2016 ci pensa Edizioni Cliquot a riproporla ai lettori italiani, in una bellissima edizione e con una nuova traduzione.

Riso nero” narra le vicende di John Stockton, giornalista di Chicago, ingabbiato in una professione che da tempo ha smesso di esercitare il suo fascino e legato a Bernice, una donna con pretese letterarie e frequentatrice delle élite culturali della città. Ma le convenzioni e le regole di cui sono intrisi gli ambienti sociali che li circondano, mettono John a disagio, tanto che la sua insoddisfazione raggiunge il culmine, portandolo in una banale serata come tante altre, ad abbandonare la moglie e Chicago. John vuole dare un taglio netto al passato, così inizia la sua peregrinazione navigando lungo il Mississippi e fermandosi qualche tempo a New Orleans, ma il suo viaggio prosegue fino a terminare ad Old Harbor, cittadina in cui è cresciuto. Per evitare di farsi riconoscere, cambia nome in Bruce Dudley, e lì ricomincia la sua nuova vita. Per poter guadagnare qualche soldo trova impiego in una fabbrica di ruote di proprietà di Fred Grey, il cittadino più ricco e importante di Old Harbor. L’inquietudine e il senso di insofferenza che provava costantemente a Chicago sembrano placarsi, immerso in un quotidiano semplice e senza menzogne. Qui fa la conoscenza di uno dei personaggi meglio riusciti del romanzo di Sherwood: il vecchio operaio Sponge Martin, energico ed esuberante nonostante la sua età, che ha l’abitudine di ubriacarsi insieme alla moglie una volta al mese, quando cade il giorno di paga. L’anziano Sponge è un fulgido esempio di americano vecchio stampo, un concentrato di vita e di passione a cui è impossibile resistere. Ma proprio quando l’esistenza di Bruce sembra stabilizzarsi, con il semplice ma onesto lavoro alla fabbrica e le domeniche passate a pranzare a casa di Sponge, un fulmine torna ad incendiare la sua vita. Basta infatti lo scambio di uno sguardo con Aline Aldridge, la bella moglie del suo titolare Fred Grey, per destabilizzarlo nuovamente. Aline è il secondo grande protagonista di “Riso nero”: figlia di un ricco avvocato americano, conosce il suo futuro marito a Parigi, subito dopo la fine della guerra mondiale. Donna passionale e istintiva, si accorge di aver commesso un errore nello sposare Fred Grey: nonostante sia il cittadino più potente ed importante di Old Harbor, e lei la donna più invidiata, questo non le basta. Ogni giorno che passa si rende conto che la sua vita è costruita su un muro di falsità, un muro che lentamente si sta sgretolando. Così, dal primo momento in cui i suoi occhi si posano sul viso di Bruce, capisce di desiderarlo con tutta se stessa, complice anche il fatto che le ricorda un uomo da cui era stata attratta a Parigi, proprio la stessa sera in cui conobbe Fred. Dopo un primo momento in cui Bruce pare indeciso, anche lui comprende che tra loro sta nascendo un’attrazione che non si può ignorare. Decide quindi di licenziarsi dalla fabbrica e si fa assumere come giardiniere alle dipendenze dei Grey, così da poter passare più tempo possibile insieme ad Aline. Il loro comportamento inizia a destare sospetti in Fred, che però, nonostante ami sua moglie, non fa nulla per separarli. Particolarmente significativo è l’episodio in cui Grey risale di sera il sentiero collinoso che lo conduce al cancello della sua abitazione ed è seguito qualche passo indietro da Bruce, che rientra da alcune commissioni in paese. Fred si sente quasi braccato dal giovane manovale, tanto che accelera il passo per poter trovare rifugio in casa. Sembra che i ruoli si invertano e che il padrone, impotente, diventi succube dell’operaio. La narrazione culmina il giorno in cui Fred va ad una parata militare, lasciando Bruce ed Aline soli per tutto il pomeriggio. Situazione che porterà a delle conseguenze definitive. E a fare da sottofondo a tutto il romanzo il riso nero del titolo, ovvero le risate, a volte gioiose, altre volte quasi maledette, dei neri d’America. In particolare le due domestiche di colore dei Grey, che assistono alla relazione tra Bruce e Aline, e le cui risate risuonano per tutta la casa.

La scrittura di Sherwood Anderson ci catapulta direttamente negli Stati Uniti degli anni Venti, seguendo solo a tratti il filo logico della narrazione, intervallandola con frequenti flashback e rincorrendo i sentieri tortuosi dei pensieri dei protagonisti. “Riso nero” è un romanzo che va assaporato lentamente, per potersi perdere nelle vite di Bruce e Aline, esistenze dolorose ma piene di passioni violente e di incredibile voglia di vivere.  Uomini e donne che si spogliano davanti a noi di tutte le loro più intime debolezze, rendendoci spettatori privilegiati delle profondità dell’animo umano. Un romanzo che racchiude dentro di sé tutta l’America.

Mr. P.

Voto: 4/5

Hjalmar Söderberg – Il disegno a inchiostro e altri racconti

Titolo: Il disegno a inchiostro e altri racconti

Autore: Hjalmar Söderberg

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2015

Pagine: 101

Prezzo: € 12,00

“La mia vita è un sogno oscuro e confuso. Un giorno mi sveglierò in un altro sogno più vicino alla realtà e con un senso più profondo dell’attuale. Da quel sogno mi sveglierò in un terzo e poi in un quarto, e ogni nuovo sogno sarà più vicino alla realtà del precedente. In questo avvicinarsi alla verità consiste il senso misterioso e profondo della vita.”

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Venti racconti condensati in un centinaio di pagine: le “Historietter” di Hjalmar Söderberg vengono tradotte e proposte in Italia per la prima volta dalla casa editrice torinese Lindau. Scrittore svedese vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Söderberg ha dimostrato durante la sua carriera un intenso amore per la forma breve, tratteggiando nel corso degli anni schizzi e storielle dalle sfumature più variegate. Pubblicate a sprazzi su riviste e quotidiani, le short stories dell’autore scandinavo sono state poi raccolte in volume nel 1898, dando così la possibilità ai lettori di immergersi completamente all’interno dell’universo söderberghiano.

Apre l’antologia il racconto che da il titolo all’opera, diventando chiave di lettura per le novelle che seguono. Protagonista è infatti il semplice disegno di un paesaggio, che il narratore mostra ad una ragazza. Ma anzichè ammirarlo e godere unicamente della sua bellezza artistica, la giovane si interroga insistentemente sul significato nascosto nel quadretto. Nonostante il suo struggimento, non le è però possibile risalire a cosa realmente riveli quel disegno. Semplicemente perchè un vero significato non c’è: si tratta solo di un paesaggio, nè più nè meno. Söderberg con questo breve schizzo vuole renderci partecipi dell’impossibilità dell’uomo di comprendere la propria ragione di vita, trasformando così l’esistenza in un guscio vuoto, in cui il destino dell’essere umano diventa assurdo ed inesplicabile. Proprio l’angoscia esistenziale che ne deriva è l’elemento pregnante dei racconti di Söderberg, che la analizzano in tutte le sue tonalità. Troviamo così storie dai risvolti onirici e visionari, come “Il sogno dell’eternità”, in cui il protagonista continua a salire ininterrottamente le scale del palazzo in cui abita, senza mai riuscire a raggiungere la porta della propria abitazione, come se volesse sfuggire ad una realtà carica di angoscia rifugiandosi nel sogno che si trasforma in incubo, quasi a significare che non c’è pace nemmeno estraniandosi da una vita priva di senso. Oppure “L’ombra”, che narra di un amore perduto a causa di un’ombra, o ancora “Incubo”, allucinato resoconto di un sogno che mostra al protagonista lo squallore e l’orrore della propria morte. Ma nelle storie di Söderberg trova spazio anche l’ironia, ben rappresentata in “Spleen”, dove un uomo trova la sua ragione d’essere nel gioco della lotteria, oppure ne “Il carciofo”, in cui due amici discorrono sul sapore di un carciofo, fino a quando uno dei due avrà la meglio. Molti sono i personaggi tratteggiati dalla penna dello scrittore svedese, come il maestro sbeffeggiato dai propri scolari che può solo rifugiarsi nel dolore di una vita spezzata (“Il professore di storia”), il ragazzino preso di mira dai compagni più forti che troverà la propria vocazione nel teatro (“Il buffone”), o ancora il cane che trascorre l’intera esistenza nella speranza di un fischio del suo padrone, ormai morto da anni (“Il cane senza padrone”). Ma il vero capolavoro dell’intera raccolta a mio avviso lo possiamo trovare ne “La pelliccia”, intenso racconti dagli echi gogoliani. Protagonista è un anziano dottore in procinto di morire, che crede di trovare un momentaneo conforto indossando la pelliccia del proprio migliore amico. Avere addosso quella pelliccia lo fa sentire quasi un uomo nuovo con rinnovate speranze, dapprima flebili per poi diventare sempre più consistenti, che si affacciano nei suoi pensieri. Ma anche la pelliccia nasconde un inganno, che gli rivelerà quanto amara e disperata possa essere la vita. Unico difetto è forse l’eccessiva brevità di alcuni scritti, che a mio avviso avrebbero potuto essere meglio sviluppati, lasciando invece un po’ di perplessità nel lettore.

E’ una schiera di uomini disillusi e scoraggiati quella che popola i racconti di “Il disegno a inchiostro”. Alcuni tentanto ancora di aggrapparsi alla vana speranza che il destino dell’uomo possa condurre a più alti scopi, altri invece vivono la propria esistenza con l’angosciosa tristezza della verità, ossia l’assurdità del vuoto che avvolge come un cappio l’esistenza umana, privandola di ogni senso. Söderberg sa scandagliare perfettamente l’animo umano, donandoci una serie di piccoli e feroci ritratti dell’inquietudine che alberga nel cuore di ogni uomo. Una tavolozza di colori a cui attingere per poter godere, con sguardo disincantato, di tutte le sfumature della nostra esistenza.

Voto: 3,5/5

Mr. P.