Dario Pontuale – Certi ricordi non tornano

Titolo: Certi ricordi non tornano

Autore: Dario Pontuale

Editore: CartaCanta

Anno: 2018

Pagine: 142

Prezzo: € 13,00

“A una certa età la vita assomiglia a una caserma dove i soldati caduti non vengono sostituiti e dove restano soltanto le divise negli armadietti.”

“In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.” Quella che avete appena letto è una delle definizioni che Wikipedia dà della parola “resilienza“, concetto cardine attorno a cui ruota “Certi ricordi non tornano“, l’ultima opera di Dario Pontuale. Romanziere, saggista, curatore di classici, Pontuale torna alla narrativa dopo alcuni lavori che oserei quasi definire manualistici (ma pur sempre legati al mondo della letteratura), e lo fa con un romanzo tanto breve quanto intenso e che non ha nulla da invidiare alla sua ottima produzione precedente.
Dicevamo, la resilienza: un termine che forse non tutti conoscono ma il cui significato ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. A tale proposito, calza a pennello la suggestiva immagine con cui si apre la narrazione: un’onda si abbatte su di una barca, l’uomo che vi è sopra cade in mare ma riesce a risalire, salvandosi dalla furia delle acque. Ecco l’esempio perfetto di resilienza. E chi deve resistere senza piegarsi alle intemperie è senza ombra di dubbio Michele, il protagonista di “Certi ricordi non tornano“.

Tutto comincia nel Barrio, quartiere in cui Michele è nato ed è sempre vissuto, quartiere che custodisce tutti i ricordi a cui è più legato il narratore, anche quelli che non tornano. E proprio attraverso i ricordi si dipana sapientemente la storia raccontata da Pontuale, giocando con i flashback e sviluppando ogni capitolo come un preciso momento della vita del protagonista. Ma una costante dai contorni rassicuranti è sempre presente, figura concreta o “fantasma” che si insinua sottopelle: l’amico di una vita, diventato quasi un mentore, Alfiero Barracano.
Michele conosce Alfiero durante un bravata commessa da ragazzo e da allora i cammini dei due uomini procedono all’unisono, a volte incrociandosi a un bivio, altre come rette parallele, ma essendo sempre consapevoli che basta voltarsi per ritrovare il volto confortante dell’amico. Percorsi di vita vicini ma nello stesso tempo distanti tra loro, dove i ricordi e la resilienza, sì, sempre lei, assumono un loro peso specifico. La resilienza di chi ha trascorso un’intera esistenza operaio in una fabbrica, senza (quasi) mai trasgredire e nutrendo sempre un profondo rispetto verso gli altri e la resilienza di chi quella fabbricata invece l’ha occupata abusivamente, in nome di un ideale e di una moralità in cui riversare tutto se stesso.
Proprio la “Fortezza“, la vecchia fabbrica di liquori, diventerà il fulcro attraverso cui si dispiegheranno gli eventi e i ricordi. I ricordi di un anarchico tranquillo e di chi invece la rivoluzione la vorrebbe mettere in pratica ma finisce per diventarne vittima. Come le formiche, instancabili e organizzate, le vite di Michele e di Alfiero procedono in modo regolare, tra gioie e frustrazioni, fino a quando una crepa, dapprima minuscola e impercettibile, si trasforma in una voragine, che metterà a dura prova la capacità di resilienza di entrambi. Eppure c’è un sottile (che in realtà così sottile non è) fil rouge che lega i ricordi passati e gli eventi futuri, i baratri che spaventano e i rifugi che rassicurano: l’amore per i libri, presenza costante e appassionata in tutte le opere di Pontuale. Un amore che Alfiero trasmette al giovane Michele, forse il più grande dono che un amico possa fare.
Per finire c’è anche spazio per un gradito ritorno: chi conosce le opere dello scrittore romano, non potrà che sorridere nel ritrovarsi davanti nientepopodimeno che Eugenio Bisigato.

Impreziosito da una bella prefazione di Paolo Di Paolo, “Certi ricordi non tornano” è un libro sull’inseguire i ricordi di una vita ma tenendo ben saldi i piedi nel presente, nonostante non sia affatto come ce lo saremmo immaginati. Ma è anche un racconto sulla resistenza, su chi non si arrende al cattivo tempo, anche quando sembrerebbe il contrario. Tutto ciò condiviso da un’amicizia intensa quanto una poesia recitata in un giorno speciale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Annunci

Dario Pontuale – La Roma di Pasolini: Dizionario Urbano

Titolo: La Roma di Pasolini – Dizionario urbano

Autore: Dario Pontuale

Editore: Nova Delphi

Anno: 2017

Pagine: 320

Prezzo: € 15,00

“Al pederasta, all’omosessuale, al sodomita, al deviato, all’invertito, al pedofilo, al finocchio, al ricchione, al “froscio” il pantano dell’Idroscalo tappa per sempre la bocca.
Allo scrittore, al poeta, al giornalista, al critico, al regista, all’intellettuale il pantano dell’Idroscalo permette ancora di essere un avversario scomodo.”

Lo ammetto: non ho mai avuto la giusta occasione di approfondire l’opera di Pier Paolo Pasolini. Forse per mancanza di tempo, di volontà o del momento propizio, ma non certo per mancanza di curiosità. La figura di uno dei maggiori intellettuali a cui il nostro Paese ha dato i natali ha sempre esercitato su di me un grande fascino, seppur mai sfociato nella lettura delle sue opere o nella visione dei suoi film. Così, quando mi è stato proposto di leggere “La Roma di Pasolini“, un testo ibrido a metà tra saggio e guida, ho accettato senza pensarci due volte. Un po’ perché Dario Pontuale per me è ormai diventato una garanzia di qualità e un po’ perché mi è sembrato un modo originale e fuori dagli schemi per iniziare la mia avventura pasoliniana.

Dario Pontuale, romano di nascita, ha scelto di organizzare la sconfinata produzione di Pasolini prendendo come punto di riferimento Roma, città nella quale il poeta friulano ha trascorso 25 anni della propria vita (dal 1950 al 1975), trovandovi poi anche tragicamente la morte. Il dizionario urbano di Pontuale, dividendo le voci in ordine alfabetico come ogni buon dizionario che si rispetti, analizza quindi le opere, sia letterarie che cinematografiche, che Pasolini ha concepito nella capitale d’Italia, dove Roma fa da sfondo alle vicende narrate, diventando a volte coprotagonista stessa delle storie. Così ritroviamo autentici classici del cinema e della letteratura italiana come “Accattone“, “Uccellacci e uccellini”, “Ragazzi di vita” o ancora “Una vita violenta“. Opere che hanno lasciato un segno indelebile nella cultura italiana di quegli anni ma anche in quelli a venire. Capolavori legati in maniera indissolubile alla città eterna, che hanno tratto dal luogo in cui sono ambientati preziosa linfa vitale.
Lo scritto di Pontuale però non si limita ad approfondire le opere dell’ingegno di Pasolini ma si addentra nei venticinque anni di vita che il poeta ha trascorso nella capitale, tra piazze, vie, ristoranti e monumenti. Una vera e propria guida ai luoghi che hanno ispirato Pasolini e che hanno permesso all’intellettuale di diventare il maestro indiscusso che oggi tutti noi ricordiamo. Così “La Roma di Pasolini” si tramuta anche in una guida alla città, da scoprire sotto la lente dell’opera pasoliniana. Leggendo della via Appia, del quartiere di Monteverde o della trattoria “Al Biondo Tevere” sembra quasi di essere tra quelle strade, in mezzo alla caciara e al clima che si respirava negli anni ’50 e ’60. Più di una volta, leggendo avidamente il dizionario di Pontuale, avrei voluto trovarmi nel mezzo della Capitale per imbarcarmi in una piccola odissea alla ricerca dei luoghi pasoliniani dispersi in tutta la città. Tra le vie e le piazze romane ritroviamo anche la scena intellettuale dell’epoca, composta da poeti, scrittori e registi che hanno accompagnato Pasolini durante l’intero quarto di secolo trascorso a Roma. Parliamo di intellettuali del calibro di Alberto Moravia, Dacia Maraiani, Elsa Morante, Bernarndo Bertolucci e Giorgio Bassani (per citarne solo alcuni), ognuno dei quali trova una specifica e dettagliata voce all’interno dell’atipico saggio di Pontuale.

La Roma di Pasolini” è un volume prezioso, da consultare ogni volta in cui nasca in noi la voglia di (ri)scoprire qualcosa di diverso su uno dei più significativi personaggi culturali (e non solo) del nostro Paese. Un ottimo punto di partenza per chi, come me, ancora non si era addentrato nel cuore dell’opera pasoliniana e uno strumento ricco di nuovi spunti per chi già è appassionato degli scritti e delle pellicole del poeta friulano.
Pochi giorni dopo aver terminato la lettura, durante una delle mie consuete incursioni in libreria, ho acquisto “Ragazzi di vita“, incuriosito dalle citazioni riportate da Pontuale e dalle sue parole a riguardo del libro. E quando un saggio riesce a solleticare la curiosità del lettore, inducendolo ad acquistare le opere di cui tratta, credo che abbia realmente colto nel segno.

Voto: 5/5

Mr. P.

Intervista a Dario Pontuale

Oggi abbiamo l’immenso piacere di avere ospite un autore che noi di Blog con vista amiamo particolarmente. Si tratta di Dario Pontuale, scrittore, saggista e curatore, di cui abbiamo letto, apprezzato e recensito saggi, romanzi e racconti. Anziché introdurvelo, vi lascerei alle sue stesse parole di presentazione, che ci siamo permessi di rubare dal suo sito.

«Scrivo romanzi, “faccio” lo scrittore, almeno ci provo. Certamente tento di farlo bene, con cura e dedizione, come in fondo dovrebbe essere sempre. Non “faccio”, però, soltanto questo. Dalla polvere di alti scaffali, dagli angoli bui di magazzini abbandonati inseguo capolavori dimenticati, assopiti sotto la coltre del tempo, rimasti soffocati dalle frenetiche ansie editoriali. Inseguo quelli che normalmente chiamano CLASSICI. Provo ad offrirgli nuova vita, tento di salvarli dall’oblio convinto che abbiano subìto un’ingiusta fine, sicuro che non abbiano resistito all’incuria degli anni per puro caso, bensì perché custodi di un magico sapere.»

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Dario Pontuale su Facebook e sul suo sito ufficiale.
Ma basta con i convenevoli e iniziamo la nostra chiacchierata!

Ciao Dario e grazie mille per esserti reso disponibile per la nostra piccola intervista.
Come dicevamo prima, sei scrittore di narrativa, saggista, curatore di classici e ovviamente lettore. Cosa ti senti maggiormente, tra tutto ciò?

So già che può risultare banale dirlo, ma prima di tutto mi sento lettore. Nessun’altra categoria potrebbe esistere se prima di tutto non venisse la lettura, il piacere pieno di leggere. Si deve restare lettori prima di ogni altra cosa, altrimenti il gioco funziona male.

Esplorando il tuo lato da scrittore, non può mancare la domanda più classica di tutte. Quali sono gli autori che hanno influenzato la tua poetica e il tuo modo di scrivere?

Non saprei, credo che la scrittura personale sia una lenta stratificazione, come un velo sopra a un altro velo, ognuno possiede il proprio distinguibile colore, ma se sovrapposti assumono una tonalità diversa da tutte. Ecco cos’è per me il personale stile di scrittura, cioè la somma di quei maestri che più restano celati e più agiscono. Se comunque dovessi rispondere per forza e a bruciapelo, citerei autori senza criterio, ma a me cari: Svevo, Conrad, Bukowski, Pasolini, Calvino, Buzzati, Stevenson, Salgari, Flaubert, Tolstoj, Hemingway, Ginzburg. Come abbiano influito non so, ma questi penso siano rimasti in me.
Ps: lo so, mancano le scrittrici, non c’è nessuna preclusione. Ho soltanto iniziato tardi a leggerle, le sto assimilando, presto vi stupirò.

Nella vita sei riuscito a far diventare la tua più grande passione un lavoro. Quando è stato il momento in cui hai davvero capito che l’amore per i libri si sarebbe trasformato in una professione?

Questo, sono sincero, non credo ancora di averlo capito. Ogni volta che esce un Classico o un mio libro, resto sempre un po’ sorpreso, quasi stupito, ma non per falsa modestia. Semplicemente perché è un momento che possiede sempre un aspetto magico, quello della trasmissione della parola, soprattutto in forma scritta. Lo percepii quando stampai la tesi, l’ho percepito allo stesso modo quanto è uscito l’ultimo libro. Un momento netto di passaggio non c’è mai stato e forse è meglio così.

Nell’ottimo saggio “Ciak si legge” presenti una serie di classici, alcuni anche non così noti, da cui è stato tratto un film. Qui ci sorge una duplice domanda: potresti consigliarci tre classici “dimenticati”, a cui hai lavorato oppure ti piacerebbe lavorare in futuro?

Sempre rispondendo a bruciapelo dico che per i Classici dimenticai a cui ho lavorato suggerisco: “Non intendo tacere” di Zola, “Il salvataggio” di Conrad e “Racconto di uno sconosciuto” di Checov. Autori, invece, su cui mi piacerebbe scrivere sono: Pavese, Bianciardi, Joyce.

E ancora: qual è il tuo rapporto con il cinema?

Amo il cinema perché racconta storie un po’ come fa la lettura. Se ci penso bene, sono uno al quale piace farsi raccontare delle storie. Un piacevole vizio antico, tutto qui.

So che non  è mai facile parlare dei propri lavori, ma c’è un tuo libro a cui sei più affezionato? E perché?

No, no a questa non rispondo. Troppo facile come tranello e poi, in fondo, non lo so. Quello di cui sono sicuro è che faccio una netta distinzione tra il mio lavoro di critico e quello di romanziere. Voglio bene a tutti i libri, ma li considero buoni cugini tra loro, non fratelli.

Cosa ti sentiresti di consigliare a un autore esordiente?

Di leggere e qui mi ripeto. Senza la lettura, la scrittura resta una farfalla con una sola ala. Precipita presto.

E invece da cosa consiglieresti di iniziare, a un lettore che non ha ancora scoperto la potenza e la magia dei classici?

Gli consiglierei di seguire la pancia. Prenda qualsiasi libro e cominci da dove vuole, dove andrà a finire spetterà a lui deciderlo. A me, tutta questa libertà d’azione, già sembra un ottimo incentivo.

E per finire non può mancare questa domanda: a cosa stai lavorando attualmente? Potresti anticiparci qualcosa sulle tue prossime uscite?

Sto lavorando a un saggio su Frankenstein che nel 2018 compie duecento anni. Sto scrivendo una prefazione per uno Stevenson dove ci sarà molto mare e per un Melville nel quale ci sarà parecchio oceano. Insomma, si scrive…umidi.

Grazie mille Dario! È stato un piacere averti ospite su Blog con vista!

Grazie a voi per l’intervista e per tutta la sana passione trasmessa.

Mr. P.

Dario Pontuale – Ciak si legge

Titolo: Ciak si legge – Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 180

Prezzo: € 16,00

“Scoprirai che leggere avvera i desideri e amplifica i sogni.”

“Perché la cultura è proprio questo: insegnarsi reciprocamente a leggere.” [dalla postfazione di Valerio Nardoni]

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare la tipica frase: «Non ho letto il libro ma ho visto il film!». Decine e decine di volte, ci scommetto. Questo magari per pigrizia, perché non si è (ancora) tra i cosiddetti “lettori forti” oppure semplicemente perché è capitato di trovarsi davanti il film in televisione ma poi ci si è dimenticati di recuperare il libro. È accaduto a chiunque e non c’è nulla di cui vergognarsi.
Ciak si legge“, del bravissimo scrittore, saggista a curatore di classici Dario Pontuale, è proprio rivolto a chi vorrebbe addentrarsi nel meraviglioso mondo della letteratura classica ma non riesce a ritagliarsi il tempo necessario o non ha ancora sviluppato tale desiderio come si deve, ma necessita di una spintarella da chi la scrittura e la lettura le respira ogni giorno.

Il volume nasce da una serie di incontri che l’autore ha tenuto in varie biblioteche romane, in cui ogni volta presentava al pubblico ignaro un classico. Al termine della serata, Pontuale trascriveva il tutto per tenerne traccia, creando di fatto la raccolta di saggi che compone il libro. Ventidue sono gli autori che ci vengono raccontati, ognuno tramite un’opera, che non necessariamente si rivela essere la più conosciuta o significativa. Le scelte di Pontuale spaziano da classici ottocenteschi (Melville, Tolstoj, Flaubert) ad autori più moderni (Bukowski, Camus, Salinger), passando per la grande letteratura italiana (Buzzati, Pavese, Fenoglio). Una carrellata di scrittori e opere immortali, presentati ognuno con una piccola biografia, una citazione e un’illustrazione originale della classe del 2° anno del Corso di Illustrazione della Scuola Internazionale di Comics di Padova. Disegni che impreziosiscono ulteriormente il volume e che diventano vere e proprie chicche per bibliofili e non. Ovviamente non può mancare il riferimento cinematografico, con tutte le informazioni utili sulla trasposizione in pellicola di ogni capolavoro. Il cuore del libro però sono i brevi saggi che accompagnano ogni autore, incentrati per la maggior parte sull’opera scelta da Pontuale. Approfondimenti che si tramutano quasi in racconti e da cui traspare in modo cristallino tutto l’amore, autentico e appassionato, che lo scrittore romano nutre per la lettura e in particolare per i classici. Gli accenni alle trame fanno molta attenzione a non svelare troppo, lasciando anzi il lettore con il fiato sospeso e con la voglia di saperne di più, di correre in libreria o in biblioteca e recuperare il volume. Pontuale è abilissimo a instillare in chi legge il desiderio di proseguire la lettura, lasciando che  la mente di ognuno spazi dall’attesa di Giovanni Drogo alla fortezza Bastiani, alle avventure marinaresche di Jim Hawkins e del temibilie Long John Silver o ancora all’inettitudine di Zeno Cosini. Un vero e proprio bignami a cui attingere quando si ha bisogno di uno stimolo autentico alla lettura.

Come tutte le altre opere di Pontuale che ho avuto il piacere di leggere, anche “Ciak si legge” è una dichiarazione d’amore verso il mondo dei libri e verso la duplice faccia della stessa medaglia, ovvero la scrittura e la lettura. Una passione che traspare nitida da ogni pagina di questa raccolta di saggi, che ha il compito, a mio avviso centrato in pieno, di trasmettere tale passione anche a chi la lettura non la mastica quotidianamente ma sente in sé il bisogno di evadere, sognare, essere teneramente cullato o deliziosamente spaventato. Insomma, chi sente ancora il bisogno di emozionarsi.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Alter Ego Edizioni: classico e contemporaneo

Conoscevo la Alter Ego Edizioni principalmente come ottima casa editrice di autori emergenti ma ero all’oscuro della loro bellissima collana di classici tascabili “Gli Eletti”, di cui mi è stato proposto di leggere le ultime due uscite, consistenti nella riscoperta di racconti ingiustamente dimenticati di Luigi Capuana (“Il drago e Il tesoro nascosto” con prefazione di Cristina Ubaldini) e Jack London (“Finis e La fine della storia” con prefazione di Donato Di Stasi). Curatore della collana è Dario Pountale, uno che di classici se ne intende e che ho avuto modo di apprezzare nei mesi scorsi come autore con l’appassionante lettura dei suoi tre romanzi e che è uscito da poco, sempre per Alter Ego, con il gustoso racconto “I dannati della Saint George”, un piccolo tributo ai grandi classici d’avventura. Una triplice esperienza di lettura che mi ha accompagnato durante gli ultimi giorni di questa torrida estate.

Luigi Capuana – Il drago e Il tesoro nascosto
Dello scrittore siciliano, tra i fondatori insieme a Verga del Verismo, ci vengono proposti il racconto “Il drago”, che ricalca fortemente tale corrente letteraria e la fiaba “Il tesoro nascosto“, che invece potremmo annoverare nel filone della letteratura fantastica.
Protagonista de “Il drago” è Don Paolo Drago, anziano agricoltore ormai disilluso dopo la perdita prematura della moglie e delle due figlie, sua unica ragione di vita. Drago però si interessa alle sorti di due sventurate orfanelle, costrette a mendicare da una zia senza cuore, a cui il vecchio ha appioppato l’appellativo di “strega”, giocando così per tutto il racconto sulla conflittualità ironica tra due esseri fantastici come un drago e una strega. Impietosito dalle continue richieste di elemosina delle due bambine, Don Paolo decide di prenderle con sé, in un disperato tentativo di far rivivere le sue povere figliole, tanto da ribattezzare le fanciulle con il loro nome. Con il protagonista combattuto tra la tormentata consapevolezza di vivere un inganno e il bisogno sempre più forte di colmare il proprio vuoto interiore con il lucido delirio in cui si è gettato, la novella ci insegna che mentire a sé stessi nel tentativo vano di cambiare la propria vita, possa portare una serenità illusoria, ma che il rimorso e la spietata coscienza della realtà siano sempre in agguato dietro l’angolo.
Il tesoro nascosto” ha invece il sapore della favola, in cui il tesoro sepolto in una caverna può essere disseppellito, a detta del vecchio agricoltore che lo custodisce, soltanto da un uomo senza braccia. Così, tra uno stolto furfante che si fa amputare le braccia per arraffare l’oro e un malinconico ragazzo privo degli arti fin dalla nascita, la fiaba arriva al classico e confortante lieto fine. Una storia che fa delle braccia l’immagine simbolica di ciò che diamo per scontato e che in realtà vale infinite volte di più di qualsiasi ricchezza materiale.
Voto: 3,5/5

Jack London – Finis: una tragedia nel lontano nord-ovest e La fine della storia
Cambiamo completamente registro con i due racconti di Jack London, ambientati entrambi nell’artico canadese, riconducibili a quel filone avventuroso di cui lo stesso London è stato maestro indiscusso.
Finis” narra le peripezie e l’estenuante attesa di Morganson, cercatore d’oro caduto in disgrazia, divorato dalla fame e dal desiderio bruciante di raggiungere il sud. Un racconto crudele e spietato sull’istinto di sopravvivenza più bieco, in cui ogni parvenza di umanità e moralità viene spazzata via dalla necessità di agguantare la vita che sta lentamente sfuggendo di mano, tra infruttuosi appostamenti in attesa del passaggio di un qualsiasi essere umano e il freddo glaciale dell’inverno canadese. Costretto a razionare il cibo e le energie, Morganson sprofonderà sempre più in vortice di negatività e ombra.
La fine della storia” è invece un racconto di redenzione, quasi di catarsi spirituale. Protagonista è Linday, medico che non esercita più la professione ma che viene chiamato per curare le violente ferite subite da un cercatore d’oro dall’attacco di una pantera. Dopo un viaggio disseminato di ostacoli, Linday si troverà di fronte a una dolorosa sorpresa, riguardante l’identità del misterioso malato. Il medico dovrà mettere da parte ogni risentimento, in un percorso di cura del corpo devastato del povero paziente che si tramuta in guarigione dell’anima, cicatrizzando vecchie ferite e dando nuova linfa al suo spirito martoriato.
Due racconti che sanno trasportare il lettore nella solitudine di lande desolate, in una truce, ma nello stesso tempo appassionante, ricerca di sé stessi.
Voto: 4,5/5

Dario Pontuale – I dannati della Saint George
Dopo due classici riscoperti, per terminare in bellezza è la volta di un autore contemporaneo che ha scritto un racconto dal retrogusto classico. Questo però non implica assolutamente scopiazzature ma una giusta dose di ispirazione, che ha permesso a Dario Pontuale di fare propria la lezione di maestri immortali del racconto d’avventura come Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad, rielaborandola nel suo personalissimo e riconoscibile stile. Narratore e protagonista della storia è il custode portuale Libero Gori, che ci racconta del suo formidabile incontro con il corsaro Black Sam e con i dannati della Saint George, veliero affondato con l’intero equipaggio nel 1761. A metà strada tra racconto di mare e storia di fantasmi (di cui lo stesso Stevenson è stato egregio autore), lo scritto di Pontuale sa rapire il lettore, catapultandolo in una Livorno di inizio Novecento, oscura e inquietante, in cui il tema del viaggio, tanto caro allo scrittore, viene contaminato dal fantastico e dal perturbante. Impreziosiscono il tutto le belle illustrazioni interne di Doriano Strologo. Una lettura agile ed entusiasmante, che ci narra un’avventura dal gusto esotico e senza tempo, che sa regalare al lettore un piacevolissimo momento d’evasione.
Voto: 4/5

Mr. P.

Dario Pontuale – L’irreversibilità dell’uovo sodo

Titolo: L’irreversibilità dell’uovo sodo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 236

Prezzo: € 14,00

“Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri.”

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è la terza opera di Dario Pontuale che leggo nel giro di qualche mese ed è il terzo centro pieno che l’autore romano realizza con i suoi scritti carichi di dolce mestizia e tensione emotiva. Quello che abbiamo di fronte è un romanzo che si può ascrivere in parte alla letteratura di viaggio, intesa ovviamente sia come viaggio fisico che spirituale. Leggendo “L’irreversibilità dell’uovo sodo” ci addentriamo insieme al protagonista in una Argentina che, partendo dalla moderna e industrializzata Buenos Aires, si snoda attraverso terre brulle e sconfinate e paesini quasi dimenticati, per raggiungere il cuore della Patagonia, fino ai confini con il Perù e alla Terra del Fuoco. Un cammino che ci insegnerà più di quanto possiamo immaginare.

Protagonista del romanzo è Gabriele Grodo, socio ormai unico dell’agenzia investigativa Grodo & Luccherini, dopo che l’amico Alessio Luccherini decide di abbandonare il lavoro da investigatore per dedicarsi anima e corpo all’amore della sua vita. Tra le dimissioni della segretaria Cristina, un factotum ucraino che si lascia scoprire ad ogni appostamento e i clienti che scarseggiano alquanto ad arrivare, la passione e la vitalità di Gabriele sembrano essere evaporate, lasciando il posto ad un’esistenza priva di stimoli e di nuovi orizzonti da inseguire. L’agenzia sembra destinata alla sfacelo, e con lei anche Gabriele, quando inaspettatamente arriva una telefonata che cambia radicalmente le carte in tavola. Dall’altro capo del filo c’è il signor Arduini, pensionato che nutre un amore viscerale per il mondo degli scacchi e purtroppo costretto da tempo su di una sedia a rotelle. Arduini è assolutamente convinto di aver intrapreso da più di dieci anni una partita a scacchi a distanza con l’imbattuto campione mondiale Alfred Molling, il tutto attraverso una fitta e bizzarra corrispondenza. Molling, il più grande scacchista di sempre, è scomparso inspiegabilmente negli anni ’70, senza più lasciare alcuna traccia di sé. Arduini ha però desunto si tratti di lui dal suo impareggiabile modo di giocare e potete immaginare quale sia il suo stupore e la sua immensa gioia nel constatare che, con uno scacco matto, uno sconosciuto amatore abbia battuto un campione mondiale. Dall’invio però dell’ultima corrispondenza contenente lo scacco matto, Arduini non riceve più risposta dal suo avversario. Il compito di Gabriele sarà quindi quello di recarsi a Buenos Aires, città da cui sono partite tutte le missive, per consegnare nelle mani di Molling la mossa che ha decretato la sua sconfitta, sancendo così definitivamente la vittoria di Arduini. Un compito in apparenza senza difficoltà, oltretutto ben pagato e che coniuga anche qualche giorno di vacanza. Gabriele accetta con entusiasmo, non sapendo che quello a cui andrà incontro sarà un viaggio all’interno del territorio argentino, in cui farà la conoscenza di personaggi strabilianti, ognuno dei quali gli consegnerà la chiave per comprendere meglio la propria esistenza e i propri sogni, tanto che la ricerca del campione scomparso diventerà un pretesto per una più importante ricerca interiore. La grande abilità di Pontuale la ritroviamo anche nell’originale espediente di creare un parallelismo tra l’avventura di Gabriele e il viaggio intrapreso da Kurtz nel romanzo di Jospeh Conrad “Cuore di tenebra, la cui lettura guiderà come un compagno fedele l’intero percorso di Gabriele. Ultima considerazione sui personaggi che l’investigatore troverà lungo il suo cammino, mai mere macchiette ma uomini dotati sempre di una propria complessa e profonda personalità: troviamo così Eneas, venditore di libri ambulante che conosce a memoria tutti gli incipit dei volumi che vende, Erastos, definito “ritrattista della parola”, ossia un poeta di strada che scrive versi su misura a chi glieli richiede, per continuare con i Munoz, strampalati fratelli contrabbandieri di alcool ma dal cuore d’oro e terminando con il marinaio filosofo Neto, che svelerà a Gabriele il mistero dell’uovo sodo.

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è un romanzo intenso ed estremamente affascinante, che ci prende per mano e ci conduce nelle zone d’ombra della coscienza umana, lasciandoci però sempre intravedere uno spiraglio di luce e di speranza, che tocca a noi rincorrere e fare nostro. Un viaggio appassionante che sarà difficile da dimenticare, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, conscio che il più delle volte ciò che conta veramente non è il raggiungimento della meta, ma ciò che apprendiamo e che ci viene insegnato durante il tragitto.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dario Pontuale – Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Titolo: Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2012

Pagine: 210

Prezzo: € 14,00

“«Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce, dunque, perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità.». Pausa, facendosi più scuro in volto: «Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano dalla vita?».”

atomo-pontuale

Dario Pontuale è stato una vera e propria rivelazione: dopo aver amato lo splendido “La biblioteca delle idee morte”, ho voluto continuare nella scoperta della sua opera e la scelta è ricaduta su “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno”. Man mano che mi addentravo nell’affascinante ed ipnotica vicenda narrata, ho ritrovato tutti gli elementi che avevano fatto nascere in me la sincera ammirazione per la scrittura dell’autore romano: l’amore incondizionato per la lettura e la scrittura, le profonde e toccanti riflessioni che ti obbligano a rileggere più volte la stessa frase, perdendoti nella malinconica filosofia di Pontuale e un’attenta e curata costruzione psicologica dei personaggi. “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un romanzo in cui ci si addentra in punta di piedi, dapprima increduli e ammaliati, per poi lasciarsi travolgere dal corso degli eventi e dalla tenace ricerca di un significato a quanto il protagonista sta vivendo.

La storia prende il via il giorno in cui il narratore, Zeno Bizanti, acquista la sua prima casa. Autore di programmi televisivi che potremmo definire “spazzatura”, Bizanti viene licenziato proprio quando tenta per la prima volta di osare, andando al di là dei banali talk show o degli imbarazzanti reality. Evidentemente però l’onestà non paga e l’ormai ex autore si ritrova di punto in bianco disoccupato. L’acquisto immobiliare, programmato settimane prima, diventa quindi quasi il simbolo di un nuovo inizio, una sorta di catarsi per ripulirsi dallo scomodo passato. L’abitazione apparteneva all’eccentrico Eugenio Bisigato, guardiano notturno affetto da disposofobia, ossia un disturbo mentale caratterizzato dal bisogno ossessivo di accumulare oggetti. Bizanti infatti trova la prima sorpresa quando scopre che il seminterrato dell’immobile è stipato all’inverosimile da cianfrusaglie ed anticaglie di qualsiasi genere. Ma le bizzarrie per il nuovo proprietario non finiscono qui. Infatti non trascorrono che una manciata di giorni, prima che un’arzilla e simpatica vecchietta bussi alla porta di casa Bizanti, chiedendo del signor Bisigato. L’anziana signora ha ritrovato su di una panchina una moleskine, in cui viene espressamente indicato che in caso di smarrimento l’oggetto venga restituito ad Eugenio Bisigato. Il quaderno però è soltanto il primo di una serie di dieci e riporta la cronaca della scoperta di Uqbar, antica regione dell’Asia Minore. Come se non bastasse, altri due curiosi personaggi irrompono nei giorni successivi nella vita di Bizanti, entrambi con una copia della moleskine: un austero e distinto signore con l’hobby di fotografare fulmini e un giovane aspirante scrittore con la passione per Bukowski. Tutti e quattro insieme, aiutati anche dalla nipote di Bisigato e dal migliore amico di Bizanti, cercano di fare luce sul criptico operato dell’autore delle moleskine. La regione descritta nel quaderno è reale o è stata partorita dalla mente stravagante di Bisigato? E perché disperdere dieci moleskine identiche per tutta la città? Interrogativi che porteranno ad un’incessante ricerca di un mondo supplementare al nostro. Intanto l’immaginazione dei protagonisti (e dei lettori) galopperà verso lidi poco battuti, in un turbinio di ipotesi e fantasticherie.

Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un libro sul potere della fantasia e sulla finzione che si mescola alla realtà, rendendola diversa e più affascinante rispetto a quanto i nostri occhi vedono. Un’ode alla forza del racconto, al talento di inventare storie che rapiscono e ipnotizzano, alla volontà di non accontentarsi di questo mondo ma di cercare costantemente qualcosa di differente, di magico  ed appassionante. Perché a volte ciò che ammiriamo attraverso le lenti dell’immaginazione è più vero della realtà stessa.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dario Pontuale – La biblioteca delle idee morte

Titolo: La biblioteca delle idee morte

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 138

Prezzo: € 10,00

“D’accordo, forse non camperò scrivendo romanzi o racconti, ma certamente sopravviverò leggendoli.”

71z4dlaw9al

La biblioteca delle idee morte” è l’opera d’esordio di Dario Pontuale, scrittore romano e studioso di letteratura otto-novecentesca, autore di tre romanzi. Anche se, quando parliamo di “La biblioteca delle idee morte“, identificarlo come romanzo, nell’accezione più classica del termine, è riduttivo. Infatti il primo libro di Pontuale racchiude al proprio interno cinque racconti, che si fondono e diventano una cosa sola con la storia principale narrata dal protagonista. Il tutto poi è una splendida e sentita dichiarazione d’amore verso quel mondo fatto di carta e inchiostro, che al suo interno racchiude emozioni a non finire. I libri, e di conseguenza la lettura e la scrittura, sono i veri e indiscussi protagonisti dell’opera di Pontuale, che diventa un’ode alla letteratura, senza alcuna forma di distinzione.

La narrazione prende il via attraverso le parole del protagonista, un ragazzo che lavora presso una casa editrice di piccole dimensioni. Nonostante i suoi gloriosi sogni di successo legati al mondo editoriale, al momento l’unica occupazione che è riuscito a trovare è quella di tuttofare (svuotare i cestini, riordinare le scrivanie, spegnere le luci, chiudere le ante degli armadi rimaste aperte). Questo suo ruolo, che lui ama definire come “il perfezionista dell’azienda”, gli consente di essere sempre l’ultimo che la sera abbandona gli uffici. Ciò gli permette di attuare una sua personale crociata verso i manoscritti rifiutati, per salvaguardarli e dare loro l’attenzione che si meritano. Da tre anni infatti il narratore sottrae, dalle immense pile presenti sulle scrivanie, alcuni degli scritti che non verranno mai pubblicati, creando così la propria personale biblioteca. Ogni volta che sfoglia uno dei volumi rubati, gli sembra di addentrarsi in un luogo ancora inesplorato e di essere così un privilegiato rispetto agli altri lettori, che non potranno mai godere di quelle pagine. Il protagonista ci fa così entrare quasi sottovoce all’interno del suo mondo, scegliendo di leggerci alcuni dei racconti che nel corso degli anni lo hanno maggiormente toccato nel profondo. Espediente narrativo che ho trovato particolarmente originale e intrigante, è stato l’associare ad ogni manoscritto un odore che lo impregna e con cui il narratore non può fare a meno di identificarlo. Il primo racconto di cui andiamo alla scoperta è “Tentazione” o “Racconto alla lavanda”. Francesco De Fabris è un solitario e abitudinario professore di diritto, la cui vita si trascina lenta e senza sorprese. Sarà un avvenimento semplice e banale che arriverà a fare caos nella sua esistenza. Infatti il professore riceve per sbaglio una scatola indirizzata ad un’altra persona, tale Francesco De Fabbris, e ciò scatenerà una serie di dubbi e tormenti interiori senza precedenti nella vita dell’uomo. La deve aprire oppure la deve restituire? Sarà stato un errore di ortografia oppure è davvero indirizzata ad un’altra persona? Tra incertezze e angosce, ci facciamo strada verso il secondo racconto, “Senza neanche bussare” o “Racconto al caffè”. Protagonista è il signor Renato, medico di un piccolo paese, che improvvisamente si ritrova faccia a faccia con il suo doppio, che gli propone di fingersi morto, così da dimostrare al dottore come la gente reagirà di fronte alla sua dipartita. Dapprima scettico ma poi lasciatosi convincere, il signor Renato scoprirà che ciò che gli altri pensano di lui non è esattamente come se lo immaginava. Si prosegue con “Di certo ero piccolo” o “Racconto al pane caldo”, che ci riporta ai tempi dell’infanzia, quando un cortile polveroso, un pallone e una porta improvvisata erano tutto il nostro mondo. Narrato in prima persona, il protagonista è un ragazzino che sbaglia un tiro lanciando il pallone sui rami di un albero, dove rimane incastrato. Incidente all’apparenza di poca importante, assume contorni giganteschi agli occhi del piccolo narratore, che trasformerà il recupero del pallone in una vera e propria missione. “Sguardi da un vetro” o “Racconto alla polvere” è sicuramente la storia con i maggiori risvolti filosofici e riflessivi. Lorenzo decida di abbandonare il paese in cui è cresciuto per iniziare altrove una nuova esistenza. Mentre sul treno guarda con occhi nostalgici quanto si sta lasciando indietro, fa la conoscenza di un bizzarro anziano, che gli aprirà la mente verso nuove prospettive e punti di vista. Nell’ultimo racconto, “Purgatori artificiali” o “Racconto all’aria”, seguiamo i tortuosi e toccanti pensieri di un lavoratore estremamente particolare. Chi narra la storia è infatti un guardiano di magazzini di sogni sfumati, che ci prende per mano e ci introduce all’interno della sua strana occupazione, tra clienti misteriosi e un capo spietato.

La biblioteca delle idee morte” è un romanzo nel romanzo, che alterna commoventi spaccati di vita ad intense e penetranti riflessioni esistenziali del narratore. Un vero e proprio elogio dell’arte della scrittura e di quegli scrittori che, anche se non troveranno mai qualcuno che creda nelle loro opere, avranno sempre qualcosa di bello ed importante da dire. Un invito ai lettori a non fossilizzarsi su quanto ci propone in superficie il mercato editoriale, ma a scavare  con la passione che contraddistingue  chi della lettura ne ha fatto uno stile di vita, riportando alla luce e dando la giusta visibilità a perle letterarie che altrimenti andrebbero perse. E io non posso che essere d’accordo con Pontuale: a volte le idee morte sono più vive che mai.

Mr. P.

Voto: 4,5/5