I migliori dischi del 2016 – Seconda parte

Come promesso siamo arrivati alla parte alta della classifica. Dieci dischi che sono andati a braccetto con l’anno che è appena giunto al termine e che mi hanno regalato, ognuno in un modo diverso e particolare, grandi emozioni e sensazioni. Non resta che farveli scoprire!

10. DENTE – CANZONI PER META’

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Il 2016 ha visto anche il ritorno di uno dei miei cantautori preferiti, ossia Giuseppe Peveri in arte Dente. “Canzoni per metà” è un disco particolare, in cui Dente ha voluto suonare interamente tutte le parti strumentali e in cui ha deciso di abbandonare parzialmente e destrutturare la forma canzone tradizionale, fatta di strofa e ritornello, per confezionare 20 pezzi inconsueti e originali, alcuni privi di ritornelli, altri costituiti solamente da ritornelli. I testi, come sempre, pescano a piene mani nelle relazioni e nei rapporti interpersonali. Troviamo così pezzi assolutamente geniali come “Canzoncina” e “Curriculum” o canzoni impregnate della tipica malinconia e tenerezza a cui ci ha abituati Dente come “L’ultima preoccupazione” e “Noi e il mattino“. Un disco che oserei definire sperimentale e a cui occorre dedicare parecchi ascolti, per scovarne il cuore pulsante e non lasciarlo più.
Best track: Noi e il mattino

9. GIULIA’S MOTHER – TRUTH

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I Giulia’s Mother sono stati l’autentica rivelazione del mio 2016. Duo piemontese, armati di chitarra acustica e batteria, i due ragazzi sanno incantare e sorprendere, con melodie cristalline e intrise di malinconia. Tra le dieci tracce del disco troviamo l’emozionante cavalcata sonora “Say Nothing“, proseguendo con la struggente “Siù” e la spensierata “Green field“, per approdare all’oscura e toccanteOnly darkness and me“. Per non parlare del finale, che riserva bellissime sorprese con la strumentale e dagli echi islandesi dei Sigur Rós “Butterfly” e la chiusura “U“, in cui basta chiudere gli occhi per ritrovarsi seduti su di una spiaggia con il mare che lento lambisce i nostri piedi nudi. Un esordio folgorante che non può che far ben sperare per i lavori futuri della band.
Best track: Siù

8. TURIN BRAKES – LOST PROPERTY

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Torna a fare capolino anche il folk dei Turin Brakes, band pioniera del new acoustic movement, corrente musicale britannica dei primi anni 2000. Dopo il picco dei primi due dischi, la carriera del duo britannico è sempre proseguita con buoni risultati, tra dolci melodie e sferzanti chitarre. “Lost property” non smentisce il tipico sound della band, offrendo momenti tipicamente e squisitamente Turin Brakes come l’allegro singolo “Keep me around” o il pop malinconico della stupenda “Save you“. “Lost property” presenta però anche nuovi spunti sonori come il gospel dell’intima “Brighter than the dark” o la chiusura affidata al cupo tappeto sonoro di “Black rabbit“. I Turin Brakes continuano a proporci quello che sanno fare meglio e ogni volta è una delizia per le nostre orecchie.
Best track: Save you

7. ÓLAFUR ARNALDS – ISLAND SONGS

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Che anno sarebbe senza un disco di Ólafur Arnalds? Il musicista islandese questa volta ha deciso di registrare otto pezzi in sette settimane, ognuna trascorsa in una diversa location della natia Islanda, con ciascuno canzone registrata insieme ad un artista locale. Ciò che ne è venuto fuori è un disco di rara bellezza, colmo di melodie struggenti che cullano l’ascoltatore, trasportandolo tra fiordi ghiacciati e case di legno in cui arde un fuoco scoppiettante. “Árbakkinn” si apre con un componimento recitato dal poeta Einar Georg, tra tocchi di piano e archi tormentati, mentre in “Particles” spicca la voce angelica di Nanna Bryndís Hilmarsdóttir degli Of Monsters And Men. I cori femminili di “Raddir” inquietano e incantano allo stesso tempo e il piano di “Doria” ci accarezza in modo suadente. Un disco che è un vero e proprio viaggio, che saprà regalare grandi emozioni a chi si lascerà trasportare senza remore.
Best track: Doria

6. RICHARD ASHCROFT – THESE PEOPLE

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Dopo sei anni dalla delusione di “RPA & The United Nations of Sound“, torna sulla scena musicale Richard Ashcroft. L’ex leader dei The Verve riesce finalmente a sfornare un ottimo disco pop, degno del suo esordio solista. Le sonorità sono lontane anni luce dal sound sporco e psichedelico dei The Verve: a questo però ci si deve rassegnare. Ashcroft da solista ha sempre e solo scritto pezzi pop, ma quando lo ha fatto bene ha tirato fuori dei veri gioiellini. “These people” si apre con la danzereccia “Out of my body“, dal ritmo sincopato che non può far battere il piedino anche ai detrattori del cantautore britannico. Ma il punto forte di “These people ” è l’eterogeneità del sound: troviamo infatti il sapore country di “They don’t own me“, gli archi di “This is how it fells” e ancora la splendida ballataPicture of you” (che non avrebbe affatto sfigurato in un dico dei The Verve) o il pop cristallino della title track. Un disco variegato ed emozionante, che sicuramente ha fatto storcere il naso a chi rimane legato al passato di Ashcroft: io, pur continuando ad adorare i vecchi dischi dei The Verve, ho preferito voltare pagina e immergermi in questo ottimo “These people“.
Best track: Picture of you

5. SOPHIA – AS WE MAKE OUR WAY (UNKNOWN HARBOURS)

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Qui devo fare un enorme mea culpa per non aver mai tenuto in giusta considerazione i Sophia (che con i miei gusti musicali vanno a nozze), “scoprendoli” solamente nel 2016 con un mezzo capolavoro come “As we make our way (unknown harbours)“, disco di una delicatezza e una raffinatezza fuori dal comune. Basti pensare al singolone “Resisting“, uno dei migliori pezzi dell’anno, alla struggente “Don’t ask“, alla delizia acustica “The drifter“, dove basta chiudere gli occhi per ritrovarsi distesi su di un altopiano americano, o ancora all’inno “California“. Peccato per un paio di riempitivi che fanno calare la qualità globale del disco, che altrimenti sarebbe entrato senza dubbio in top 3. Una grande prova di classe per Robin Proper-Sheppard e la sua band, che hanno confezionato un album che ci accompagnerà ancora per molto.
Best track: Resisting

4. FEEDER – ALLA BRIGHT ELECTRIC

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Altra band che amo e che purtroppo in Italia non ha mai avuto il successo che merita, sono i gallesi Feeder. Autori di veri e propri capolavori, il trio ritorna con “All bright electric“, disco che sa miscelare i momenti più rock e duri che hanno caratterizzato la band fin dalle origini a episodi più malinconici e delicati, troppo spesso accantonati negli ultimi lavori del gruppo. Alla prima categoria appartengono sicuramente l’esplosiva “Holy water” e l’oscura “Geezer“, ma i pezzi da novanta del disco arrivano quando Grant Nicholas e compagni abbassano il tiro, come nella tormentata “Oh Mary“, nell’epicità di “Another day on earth” o nei cori malinconici di “Slint“. “All bright electric” è uno tra i migliori lavori della band degli ultimi anni, con sonorità e testi in puro Feeder style. Non brillerà certo per originalità, ma quello che abbiamo sempre chiesto ai Feeder sono melodie cristalline, chitarre graffianti e la bella voce di Grant Nicholas ad arricchire il tutto. E anche questa volta il trio ha fatto centro.
Best track: Another day on earth

3. THE VEILS – TOTAL DEPRAVITY

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Finn Andrews e soci si riaffacciano sulle scene musicali dopo tre anni e lo fanno in grande stile: “Total depravity” è infatti un album dal cuore oscuro e pulsante, che miscela melodia e sperimentazione, alternando classici pezzi alla The Veils con veri e propri azzardi sonori. Si capisce che i ragazzi non scherzano già dall’opener “Axolotl“, in cui la voce distorta di Andrews più che cantare, declama su di un tappeto sonoro impazzito o dall’elettronica e cupa “King of chrome“. Ma nel disco trova anche posto il rock desertico di “Low lays the devil“, la stupenda ballata acustica “Iodine & iron” o il pop sofisticato di “Swimming with the crocodiles“. Una prova di grande maturità, per una band che si è conquistata un posto di tutto rispetto nel panorama alternative mondiale e che spero verrà riconosciuta per il valore che realmente esprime.
Best track: Iodine & iron

2. RADIOHEAD – A MOON SHAPED POOL

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Il 2016 è stato sopratutto il ritorno dei Radiohead dopo, a mio avviso, il deludente “The king of limbs” uscito nel lontano 2011. In “A moon shaped pool” la band di Oxford mette parzialemnte da parte l’elettronica, di cui aveva abusato nelle ultime prove in studio, e ritorna ad una strumentazione più classica. Il nuovo corso sonoro intrapreso da Thom Yorke e soci si intuisce già dall’ottimo singolo “Burn the witch“, in cui tornano a predominare le chitarre, o dalla stupenda “Daydreaming“, in cui la voce angelica di Yorke si appoggia ad un delicato e onirico tappeto sonoro. Delizie per le nostre orecchie sono anche la tetra “Decks dark“, la pseudo latineggiante “Present tense” o la tanto attesa, e finalmente arrivata, struggente versione in studio di “True love waits“, un dei migliori pezzi dei Radiohead in assoluto. Attendere cinque questa volta ne è davvero valsa la pena.
Best track: Daydreaming

1. DAUGHTER – NOT TO DISAPPEAR

LDe_2015__178, 27/09/2015, 15:10, 8C, 6000x5980 (0+1377), 100%, Oct 5th -2013 , 1/8 s, R43.1, G22.1, B44.7

Dopo il capolavoro “If you leave“, i Daughter sfornano un secondo disco che eguaglia in bellezza, e raffinatezza lo stupendo esordio. Il suono della band si fa più corposo e pieno, abbandonando parzialmente le atmosfere acustiche e rarefatte a cui ci avevano abituato. Il sapore vagamente dream pop di “New ways” ci fa subito comprendere di essere di fronte ad un disco eccezionale. Ogni traccia è un piccolo capolavoro di intensità emotiva e ricercatezza: le chitarre ariose di “How“, la sperimentazione di “Alone/With you“, il canto disperato e libero di “To belong” o ancora i sei minuti di pura perfezione di “Fossa“, un’analisi cruda e lucida di una storia d’amore intrisa di dolore, con una struggente coda strumentale. Non ci sono dubbi che il mio disco dell’anno sia questo secondo album dei Daughter, con la speranza che la banda di Elena Tonra continui a strapparci il cuore ancora per molto, molto tempo.
Best track: Fossa

In ultimo vi segnalo ancora una manciata di dischi che non sono rientrati in classifica, essendo best of, ep o live:

  • Lanterns on the lake – Live in concert
  • Massive Attack – Ritual spirit ep
  • Massive Attack – The spoils ep
  • Moderat – Live
  • Nada Surf – Peaceful ghosts
  • Placebo – Life’s what you make it ep
  • Placebo – A place for us to dream

E il vostro 2016 musicale come è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P.

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Daughter – Not to disappear

Titolo: Not to disappear

Artista: Daughter

Etichetta: 4AD

Anno: 2016

“I feel sick
I’m drowning in the pit of my stomach
Oh I know it’s my fault
While you’re busy diving I find I feel alone
Feel a little out of my mind”

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Torna il terzetto inglese capitanato dalla brava e bella Elena Tonra, che tanto aveva impressionato con il fulminante esordio del 2013 “If you leave”, album che era entrato di diritto nei migliori dischi di fine anno di tutti i siti musicali specializzati. A distanza di tre anni, i talentuosi ragazzi londinesi ci riprovano con il sophomore “Not to disappear”, disco sofisticato ed ambizioso, che segna una parziale svolta nel sound della band. Infatti le atmosfere acustiche e rarefatte del primo lavoro vengono in parte abbandonate, in favore di un suono più corposo e pieno.

Si parte subito in quarta con l’opener “New ways”, dal sapore vagamente dream pop e che ben rappresenta il nuovo indirizzo sonoro intrapreso, con un testo magnifico (basta citare il geniale “I need new ways to waste my time”) che la rende una delle migliori tracce dell’intera opera. Si prosegue con il bel singolo “Numbers”, dove fanno capolino i vecchi Daughter, con la stupenda voce della Tonra a farla da padrone su di un tappeto sonoro ridotto al minimo. “Doing the right thing”, il primo estratto che aveva anticipato l’uscita del disco, è un’intensa e commovente riflessione sulla fragilità umana (“I have lost my children, I have lost my love, I just sit in silence, let the pictures soak”). “How” ci accoglie con un arioso riff di chitarra che ci avvolge nella sua tenera malinconia, cullandoci con una melodia dolceamara. E’ poi la volta di “Mothers”, forse il brano più Daughter vecchio stampo dell’intero disco, che termina però con un’inusuale coda strumentale elettronica. Nel testo la Tonra si interroga sul significato e sulle conseguenze della maternità. “Alone/With You” ci introduce nella parte più sperimentale dell’album: un mantra ipnotico ci accompagna per l’intera durata del brano, che dal punto di vista del testo si può dividere un due parti distinte. Nella prima la Tonra descrive la sua solitudine invocando la persona amata, ma nella seconda maledice se stessa e il suo bisogno di stare con qualcuno che contribuisce soltanto ad accrescere il suo senso di abbandono. Quasi uno studio della solitudine da diversi punti di vista. Una batteria paranoica ci proietta in “No Care”, il brano più tirato del disco, in cui la Tonra quasi sputa fuori la sua rassegnazione e il suo dolore verso una relazione senza amore e senza via d’uscita. E’ poi la volta di una doppietta che mozza il fiato. “To Belong” è un grido di libertà e di indipendenza (“I don’t want to belong, to you, to anyone”), con le chitarre che tessono trame sonore oniriche ed avvolgenti. “Fossa” è sei minuti di pura bellezza, un’analisi cruda e lucida di una storia d’amore intrisa di dolore, con una struggente coda strumentale. La chiusura del disco è affidata alla delicata ed eterea “Made of stone”, epilogo perfetto per terminare il nostro viaggio musicale.

Not to disappear” è un disco che non ha punti deboli, in cui il sound dell’esordio viene arricchito e trasportato verso nuovi lidi. Una prova di maturità da parte di una band che dimostra di saper costruire melodie perfette, incastonate in testi riflessivi e tormentati. Un ritorno che conferma le grandi qualità dei tre ragazzi inglesi, consacrandoli tra le migliori band attualmente in circolazione.

Best tracks: New Ways, To Belong, Fossa

Voto: 5/5

Mr. P.