Michael Kimball – Big Ray

Titolo: Big Ray

Autore: Michael Kimball

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 190

Prezzo: € 15,00

“Ogni volta che penso al fatto che mio padre è morto, sento come se fossi qualcun altro. Ogni volta che non penso al fatto che mio padre è morto, mi sento me stesso.”

Big Ray” è perdita, accusa, accettazione, smarrimento, rimpianto. Più di tutto è però dolore. Un dolore acuto, irreparabile, multiforme. Un dolore che avvolge con le sue spire bloccando il respiro, senza lasciare la più piccola via di fuga. Un dolore totalizzante.
Michael Kimball riesce a elaborare questo dolore in un’opera toccante e suggestiva, donandoci uno splendido ibrido tra memoir e fiction, in cui ognuno di noi può ritrovarsi, anche soltanto in una manciata di parole.

Big Ray è il padre del narratore. È obeso, disilluso dalla vita, tirannico, solo. Ed è morto. Proprio la morte del genitore è l’evento scatenante del libro. Una sorta di Big Bang emotivo che paralizza l’esistenza del figlio, diventando l’unico punto fermo della sua realtà. Così ricordi d’infanzia e adolescenza si mischiano, senza soluzione di continuità, a un presente in cui il dolente tentativo di rielaborare il lutto assorbe ogni centimetro della mente del protagonista. Gran parte del fascino del libro è proprio insito nella particolarissima forma narrativa adottata, ossia oltre cinquecento mini paragrafi, tra passato e contemporaneità, in cui viene dato libero sfogo a reminiscenze, suggestioni, riflessioni.
Critiche feroci a una figura paterna evanescente e carica di ostilità, vanno di pari di passo con attimi di una purezza affettiva sconcertante, in cui il narratore avrebbe soltanto voluto un padre che lo accettasse e lo incoraggiasse, che lo stringesse a sé dicendogli quanto gli voleva bene. Un padre che, a modo suo, pare però essere diventato più bendisposto con il passare degli anni. Da quando il figlio è adulto e le loro strade di sono separate, Big Ray gli telefona tutti i giorni, senza saltarne uno. Tuttavia il protagonista sembra quasi non sapere cosa farsene ormai di un padre così, tanto che per un lungo periodo di tempo non gli risponde nemmeno più al telefono. E quel gesto, che si potrebbe giudicare meschino, non lo disturba: anzi, lo fa decisamente sentire meglio. Forse perché è consapevole che avrebbe avuto bisogno di Big Ray quando era soltanto un ragazzino, durante l’adolescenza, il periodo più delicato nella vita di una persona. Invece il padre non c’è mai stato e quando affiorano ricordi infantili in cui il genitore è ben presente, sarebbe meglio seppellirli sotto cumuli di macerie o chiuderli per sempre in un recesso buio e profondo del proprio cuore. Proprio questo dualismo di sentimenti è il cuore pulsante dell’opera, ciò che rende “Big Ray” così delicato e straziante.
“Avevo avuto paura di mio padre per la maggior parte della mia vita. Dopo la sua morte, ebbi paura di essere una persona senza un padre, ma mi sentii anche sollevato che fosse morto. Tutto ciò che riguardava mio padre sembrava così complicato.”

Big Ray” trascina il lettore nel baratro di un inferno privato, con una narrazione frammentata che rappresenta alla perfezione l’emergere sconnesso di cimeli emotivi, raccolti dal protagonista in un personalissimo museo mentale dedicato al genitore che non c’è più. Un libro che ci avvolge in un abbraccio gelido e la cui essenza è tutta in questa, tanto dolorosa quanto semplice, frase:“Mio padre non mi piace ancora, ma mi manca ancora.”.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Ling Ma – Febbre

Titolo: Febbre

Autore: Ling Ma

Editore: Codice Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 348

Prezzo: € 19,00

“I ricordi generano ricordi. La febbre di Shen è una patologia della memoria, i malati sono intrappolati indefinitamente nei loro ricordi. Ma qual è la differenza tra i malati di febbre e noi? Perché anch’io ricordo, ricordo perfettamente. I miei ricordi si ripetono, non richiesti, in continuazione. E le nostre giornate, proprio come loro, continuano in un ciclo infinito. Viaggiamo in auto, dormiamo, viaggiamo ancora un po’.”

Ultimamente provo una difficoltà non indifferente nel farmi ‘prendere’ da un libro: non succede, vado avanti svogliata, in una sorta di “blocco del lettore” apatico, e niente sembra riuscire a darmi quella sensazione di dipendenza, di “binge reading” che qualche anno fa provavo spesso. Colpa mia? Colpa dei volumi che scelgo? Forse entrambe le cose. Sono dunque rimasta non soltanto piacevolmente sorpresa ma anche in preda ad una gioia esultante nel leggere “Febbre” di Ling Ma, romanzo che mi ha appassionata – come non succedeva da un pezzo – e che mi ha lasciato quella sensazione meravigliosa del riuscire ad entrare in una storia, dell’essere lì, presente, a sbirciare i personaggi, in quel luogo e quel tempo. Complici in questa vittoria sono stati i tipi di Codice Edizioni, esperti in pubblicazioni di saggistica ma non solo: il loro catalogo di narrativa è variegato e interessante, originale e intrigante, merito anche della nuova veste grafica, che comprende le illustrazioni di copertina del bravissimo Davide Bonazzi. Non appena si prende in mano “Febbre”, infatti, non si può non rimanere attratti dall’immagine cui ci troviamo di fronte: una metropoli fiammeggiante, dipinta di giallo e rosso,  un’autostrada con mezzi di trasporto abbandonati e una donna, sola, che cammina. Come ho già detto nella recensione della Machado, queste copertine parlano e svelano particolari della storia che si andrà a leggere.

“Dopo la Fine arrivò l’Inizio”.  Ecco le parole con cui si apre “Febbre”. Fin da questa primissima frase capiamo che il romanzo ci parlerà di un prima e di un dopo, di un forte cambiamento che ha stravolto non soltanto la vita di Candace Chen, la protagonista, ragazza di origini cinesi trasferitasi negli Stati Uniti da bambina, ma anche quella di tutti gli esseri umani. C’era il mondo come lo conoscevamo, anzi, come lo abbiamo sempre conosciuto , e poi qualcosa si è insinuato lentamente in esso, una febbre misteriosa proveniente dalla Cina, distruggendolo e trasformandolo. I tempi del racconto, che Ling Ma utilizza sapientemente, dunque si alternano: il lettore si ritrova in un presente devastato dal contagio, in uno scenario che definire apocalittico è poco, ma anche in un passato che man mano comincia a farsi sempre più vicino: si parla dell’infanzia di Candace, dell’emigrazione della sua famiglia, del suo trasferimento a New York da giovane adulta, e dei primissimi segnali di allarme, inizialmente sottovalutati da gran parte della popolazione mondiale. Ma che cos’è questa febbre che conosciamo sin dal titolo, che cosa comporta? Una sorta di metamorfosi. Le persone che contraggono la febbre di Shen diventano degli zombie. Attenti, però! Non “zombie” nel senso che si è soliti associare a questo termine – vi vedo che scuotete il capo, rammentando opere cinematografiche di dubbio gusto -: gli zombie di Ling Ma sono semplicemente persone divorate dalla loro routine, uomini e donne senz’anima che compiono gli atti meccanici che erano soliti fare nella loro vita normale, ripetono sempre gli stessi gesti, giorno dopo giorno, disintegrandosi pian piano anche fisicamente e infine morendo. Pochissimi sono i sopravvissuti, graziati per chissà quale motivo dal contagio,  e tutti insieme – Candace e gli altri otto – decidono di aggregarsi e scappare, provando a formare una nuova società a Chicago.

Sebbene la trama sia accattivante, nel suo continuo dondolio altalenante a causa dei numerosi flashback – che invogliano a capire sia cos’è successo in passato sia cosa accadrà in futuro -, due sono le cose che mi hanno più colpita di questo romanzo (prima opera per la scrittrice, quindi tanto di cappello!): il livello di coinvolgimento che Ling Ma riesce a scatenere nel lettore, anche e soprattutto con le sue descrizioni, e le tematiche che riprende qua e là per tutte le 348 pagine. La città di New York è descritta meravigliosamente, sembra di essere nell’estatto luogo di cui si sta leggendo; la vita nella metropoli viene narrata in modo molto realistico, subito si comincia a fare i conti con le speranze frantumate di migliaia di giovani che giungono lì pieni di sogni, frastornati da una città che luccica, sì, ma che nasconde altro (“Avevo sempre vissuto nel mito di New York più che nella sua realtà.”): non è oro quello che si vede, rivela banalità, riserva delusioni, è semplicemente una vetrina per il consumismo (“Vivere in una città è consumare le sue offerte.”). Questo lo si nota molto bene, per esempio, nella presenza di numerosissimi brand e griffe, che l’autrice riporta a volte quasi compulsivamente – un omaggio ad “American Psycho” di Bret Easton Ellis? Oltre alla disillusione a cui l’esistenza moderna può portare, c’è un’altra critica, probabilmente fondamento del libro stesso: quella alla ripetizione. La città tende a far mettere in atto sempre le stesse azioni, in modo meccanico (“Vivere in una città significa vivere la vita per la quale è stata costruita, adattarsi ai suoi orari e ai suoi ritmi.”), si scorge sempre la stessa routine, la si porta a compimento senza neanche pensarci, perché così si fa, perché altrimenti si resta indietro, schiacciati da quella frenesia metropolitana che contraddistingue la maggior parte dei suoi abitanti (“Vivere in una città è partecipare ai suoi sistemi impossibili e diffonderli. Svegliarsi. Andare a lavorare al mattino. E’ anche farsi piacere quei sistemi, perché, altrimenti, chi riuscirebbe a ripetere le stesse routine, un anno dopo l’altro?”). Le persone che si ammalano non sono le uniche ad essere degli automi: anche Candace, pur essendo perfettamente sana, si riscopre incantanta dai movimenti routinari e meccanici degli zombie (“Ci si poteva perdere a guardare le attività più banali che venivano ripetute ciclicamente in un loop infinito. E’ una febbre della ripetizione, della routine. Ma, stranamente, le routine non si ripetevano per forza nella stessa identica maniera. Se si stava un po’ attenti, si notavano delle variazioni. Come l’ordine in cui venivano disposti i piatti. O il fatto che a volte la signora girava in senso orario intorno al tavolo, altre in senso antiorario. Erano le variazioni a colpirmi.”), perché lei stessa, in un momento della sua vita, si è ritrovata incastrata nella noia, totalmente incapace di fare qualcosa di diverso dal suo casa-lavoro-casa-lavoro, così rapita dal suo egocentrismo robotico da non accorgersi di quello che capita fuori, al di là, della febbre che dilaga. Soltanto allontanandosi dalla sua casa, scappando insieme ad un gruppo che deve imparare a conoscere in modo fortuito, accogliendo una nuova modalità di vivere, lottando contro i rapporti di potere che si possono instaurare tra sconosciuti e avendo uno scopo ben preciso (la salvezza), forse potrà rendersi conto che c’è qualcos’altro. La monotonia e la routine ci spengono, sembra dirci un’estremamente contemporanea Ling Ma, ma un loop che ci appare infinito può essere spezzato.

Voto: 5/5

Mrs. C.