Edurne Portela – Meglio l’assenza

Titolo: Meglio l’assenza

Autore: Edurne Portela

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2019

Pagine: 288

Prezzo: € 19,00

“Le case sono un po’ come le persone. A mano a mano che invecchiano, lasciano esposta la struttura originaria, le cui tracce sono ancora riconoscibili malgrado i danni prodotti dal tempo. La casa di mia madre, dopo tutti questi anni, è sciupata e integra insieme. Come lei. Come me.”

Dopo svariati saggi e articoli accademici, “Meglio l’assenza” è l’esordio nella narrativa dell’autrice basca Edurne Portela. Un esordio intenso e spietato, inquieto e delicato, portato in Italia da Edizioni Lindau  nella loro collana di letteratura contemporanea. “Meglio l’assenza” è un’opera prima costellata di cicatrici e memorie, che intreccia in modo del tutto naturale le tormentate vicende famigliari della protagonista con il clima intriso di violenza dei Paesi Baschi degli anni ’80 e ’90: un tempo e un luogo in cui crescere può comportare ferite indelebili, capaci di marchiare a fuoco un’intera esistenza.

Protagonista e narratrice in prima persona, dapprima attraverso lo sguardo ingenuo dell’infanzia, poi ribelle dell’adolescenza e infine disilluso dell’età adulta, è Amaia Gorostiaga, la più piccola di quattro fratelli. L’intera vicenda abbraccia un arco temporale che va dalla fine degli anni ’70 agli inizi degli anni ’90, per poi riemergere con prepotenza nel 2009, con Amaia ormai donna che torna nel proprio paese natale dopo anni di assenza. Centro nevralgico del mondo di Amaia è la propria famiglia, in cui la solitudine e una violenza immotivata soffocano costantemente quel barlume di amore che fatica a emergere, nascosto da rabbia e frustrazione.
Amadeo, padre brutale e che sa esprimere le proprie emozioni soltanto attraverso maltrattamenti e soprusi, è il vero filo conduttore della regnatela di sentimenti che invadono senza sosta l’esistenza di Amaia. Il rapporto tra padre e figlia è un percorso tortuoso e pieno di angoli bui, espressione imperiosa dell’assenza del titolo. Amadeo infatti è invischiato in un reticolo di traffici poco chiari che lo legano, volente o nolente, all’ETA, l’organizzazione armata separatista di matrice terroristica che maggiormente ha incarnato la lotta per l’indipendenza del Paese Basco. Tutto ciò lo porta ad allontanarsi dalla propria famiglia, lasciando un vuoto incolmabile, che avrà ripercussioni tragiche sia sulla moglie che sui figli. Un’assenza che Amaia non perdona, nel tentativo disperato di scavare a fondo nella vita del padre e in tutti i segreti che ha sempre celato alla propria famiglia. Un passato oscuro e irto di difficoltà, che ossessionerà Amaia durante gli anni dell’adolescenza e si riaffaccerà in età adulta. Un passato di cui è a conoscenza soltanto la madre di Amaia, Elvira, donna fragile e legata al marito da una sorta di malsana dipendenza economica ed emotiva, troppo presa dai suoi demoni per potersi dedicare completamente alla crescita dei quattro figli. Così Amaia e i suoi tre fratelli cercano di sopravvivere ai tumulti della giovinezza, ognuno a modo suo, tra droghe, lotte armate e indifferenza. Qui torna in gioco la crudeltà dell’assenza di un padre, che quando è presente è capace solamente di ferire. Proprio questo porterà Amaia a preferire l’assenza, a scegliere di gettarsi in un vuoto distaccato anziché affrontare una presenza dispotica e rabbiosa.
La Portela è infine maestra nel dipingere un ritratto crudele e senza filtri dei Paesi Baschi negli anni della lotta per l’indipendenza, tratteggiando una società e un ambiente implacabili, che non si limitano a fare da sfondo alla vicenda di Amaia, ma sono parte integrante della vita della protagonista.

Meglio l’assenza” è un romanzo di formazione senza mezze misure, che entra in pieno petto, afferrando il lettore e scuotendolo con forza. Una lettura che non può lasciare indifferenti e che entra in modo viscerale nel cuore e nella mente di chi legge. Un piccolo gioiello che si addentra nei legami famigliari in maniera spietata e sensibile e, proprio per questo, incredibilmente vera.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Annunci

Autori vari – Racconti italiani gotici e fantastici

Titolo: Racconti italiani gotici e fantastici

Autore: AA. VV.

Editore: Black Dog Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 340

Prezzo: € 17,00

“«Non pare a lei più naturale il credere che i pensieri e i sentimenti non sieno altra cosa che le infinite e rapidissime combinazioni di atomi infinitamente piccoli, i quali si muovono, s’aggruppano, si sciolgono, si ricompongono, si riposano, si ridestano nelle cellette del cervello? E così vengono facilmente spiegati il sonno, i sogni, la memoria, il rammentarsi improvviso, le bizzarrie della immaginazione, lo svolgersi ordinato del criterio e via, via.»
«E la morte? »
«È la putrefazione della materia del pensiero: la putrefazione dell’anima.»”

Prima uscita per la neo casa editrice “Black Dog Edizioni”, di cui vi avevo già parlato tempo fa in questa intervista. L’editore ligure, con la precisa dichiarazione d’intenti di dedicarsi completamente alla letteratura fantastica, non poteva non iniziare la propria avventura con una raccolta di racconti che recupera il meglio del gotico e del fantastico italiano. Curata dalla nostra vecchia conoscenza Dario Pontuale, “Racconti italiani gotici e fantastici” è la prima di una serie di tre antologie che intendono pescare a piene mani nell’Ottocento e nel primo Novecento italiano, facendoci scoprire il lato più oscuro e meno conosciuto di alcuni tra i più amati autori classici del nostro Paese. Così, in questo primo volume, accanto a nomi meno noti ma non per questo meno degni di riscoperta, come Emilio De Marchi, Federigo Verdinois o Remigio Zena, troviamo autentici mostri sacri della letteratura italiana come Italo Svevo, i fratelli Boito o Igino Ugo Tarchetti.

Con il sottotitolo “Esperimenti“, la prima raccolta della trilogia raccoglie testi fantastici caratterizzati da un profondo legame con la scienza, che nella maggior parte dei casi si tramuta in fantascienza. I tredici racconti qui racchiusi si propongono di indagare, mediante appunto la connotazione fantastica e gotica di cui sono intrise trame e ambientazioni, il rapporto distorto e malato che l’uomo da sempre ha verso le scoperte scientifiche. Un legame deformato che porta alla violazione delle leggi della natura e a una disumanizzazione dai contorni catastrofici. Non meno importante poi, l’eterna dicotomia tra fede e scienza, in una lotta che trova proprio in questi racconti alcuni tra gli episodi più agghiaccianti.
Accanto a singolari malattie, come quella che assilla il disgraziato protagonista di “Macchia grigia” di Camillo Boito, originalissima storia di rimorso e vendetta, troviamo cure scientifiche a malattie dell’animo, come ci illustra Luigi Capuana ne “Il dottor Cymbalus“, in cui le teorie scientifiche vengono appunto applicate come terapia dell’anima, con esiti pericolosi e degradanti. Dello stesso Capuana, particolarmente interessante è la versione che l’autore siciliano dà di uno dei più famosi mostri di tutti i tempi. Parliamo del vampiro, qui declinato in una dimensione quasi metafisica, con una rilettura dai tratti insoliti e ammalianti. Non mancano però anche le classiche ghost stories, rappresentate degnamente da “Un osso di morto” di Igino Ugo Tarchetti e da “Le due mogli” di Federigo Verdinois: quasi ironica la prima, con un tocco di leggerezza che stempera la tensione, soffocante e commovente la seconda.
Menzione a parte meritano poi due piccoli capolavori, che mi hanno affascinato e avvolto nel loro manto oscuro. “La lettera U (Manoscritto d’un pazzo)” di Igino Ugo Tarchetti è una vera e propria discesa nella follia della mente umana, in cui l’ossessione per la lettera U condiziona l’intera esistenza del protagonista. Un’idea di base assolutamente originale, sviluppata in forma di confessione, che non può non tenere incollati fino all’ultima riga. Differente ma ugualmente ammaliante e carico di un particolare senso di mistero è “Confessione postuma” di Remigio Zena. Qui ci addentriamo nei territori della fede, in un racconto claustrofobico ed enigmatico. Magistrale la costruzione dell’ambientazione gotica: sembra infatti quasi di seguire davvero il protagonista tra vicoli oscuri e stradine tortuose. Da leggere assolutamente di notte, con la sola luce della lampada a illuminare le pagine.

Il primo volume dei “Racconti italiani gotici e fantastici” è uno scrigno di piacevolissime sorprese, che ci insegna a guardare sotto una nuova luce alcuni tra i maggiori autori italiani a cavallo tra Ottocento e Novecento e a scoprirne altri immeritatamente dimenticati.
Da ricordare infine le stupende illustrazioni di Alex Raso, che impreziosiscono ulteriormente il libro. Non ci resta quindi che attendere con trepidazione i prossimi due tomi, dai suggestivi sottotitoli “Ombre” e “Oltremondi“!

Voto: 4/5

Mr. P.

Jess Walter – Viviamo in acqua

Titolo: Viviamo in acqua

Autore: Jess Walter

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 204

Prezzo: € 16,00

“Ho una teoria: che questa, Las Vegas, sarà l’unica città che gli archeologi del futuro ritroveranno. Il clima secco la conserverà e le squadre di scienziati dell’anno 5000 toglieranno e scrosteranno con cura la sabbia, sotto la quale troveranno piramidi, castelli e riproduzioni della Tour Eiffel e dello skyline di New York, pertiche per la lap dance e carte con le donne nude; e questi archeologi del futuro ricreeranno la nostra intera cultura fondata unicamente su questo schifosissimo posto, cinico e superficiale.”

Avevo un ricordo sfocato di Jess Walter, legato a un romanzo che lessi parecchi anni fa (“La vita finanziaria dei poeti”) e che probabilmente avevo anche apprezzato, ma che si era perso nei meandri della mia memoria di lettore. Così quando me lo sono ritrovato davanti, con la raccolta di racconti “Viviamo in acqua”, non avevo davvero idea di cosa aspettarmi. È bastato però leggere il primo racconto, per capire di trovarmi di fronte a un libro incredibile. Nelle storie di Jess Walter ritroviamo l’ironia più arguta, la critica (non poi così velata) alla routine della vita americana e la malinconia della solitudine ma anche una carezzevole dolcezza, il grottesco della sopravvivenza quotidiana e l’illusione che si tramuta bastardamente in disillusione. Insomma, nei racconti di Jess Walter c’è tutto.

Originario di Spokane, lo scrittore statunitense ambienta la quasi totalità delle proprie storie nella sua città, cogliendo a pieno gli aspetti peggiori (con qualche piccola concessione nella parte migliore) della classe media americana, con tutto il suo carico di contraddizioni e malignità. Da situazioni al limite del paradossale, come quella di un senzatetto che con i soldi guadagnati dalle elemosine acquista l’ultimo libro di Harry Potter, scaturiscono vuoti incolmabili e dolori sinceri, rappresentati alla perfezione dallo strazio di un padre che non può vedere il proprio figlio. O al contrario quel vuoto tenta disperatamente di essere riempito da un figlio alla ricerca della storia e delle origini del padre, in un racconto a incastri, autentico gioiello, sviluppato magistralmente nella storia che dà il titolo all’opera, a mio avviso il capolavoro dell’intera antologia. Altre volte ancora il dolore si trasforma in ossessione e in autentica furia, come nell’agghiacciante “Vergine”, le cui ultime righe mi hanno lasciato addosso un inquietante senso di disagio. Disagio che si respira a pieni polmoni anche ne “Il lupo e la foresta”, in cui un’ombra scura e ingombrante allunga i suoi tentacoli sulle buone intenzioni del protagonista, creando un’apparenza disturbante, una superficie appena smossa, in cui occorrerebbe andare in profondità, per scoprire cosa si cela davvero negli abissi: tema caro all’autore e più volte riproposto.
Jess Walter però parla ai nostri cuori anche attraverso il sarcasmo più dissacrante. Basti pensare a “I re della carriola”, piccola meraviglia carica di humor, che non ha nulla da invidiare al miglior Bukowski e che mi ha strappato una risata in più di un’occasione. O ancora al tragicomico “Il ladro”, che trova nelle derisorie descrizioni di un padre dei propri tre figli, un’ironia caustica e maligna. Per non farsi mancare nulla, lo scrittore statunitense ci regala anche un’incursione nell’horror, ma sempre sui generis e filtrato dalla sua grande sensibilità. Stiamo parlando di “Non mangiare gatto”, racconto che ribalta completamente gli stereotipi sugli zombie, prendendo a prestito una creatura di cui si è già scritto tutto e riuscendo a creare qualcosa di originale.

Viviamo in acqua” non lascia scampo: l’auspicata redenzione non arriva, tra crisi d’identità, sete di vendetta, autolesionismo e velleità filantropiche. Jess Walter ci insegna che guardare dentro noi stessi, alla ricerca di una parvenza di verità, il più delle volte non è consolatorio né tantomeno salvifico. Tutto ciò che possiamo fare è continuare a vivere: se in acqua, alla stregua di pesci intrappolati in un acquario, non ci è dato saperlo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Jade Sharma – Problems: stupefacenti complicazioni

Titolo: Problems. Stupefacenti complicazioni

Autore: Jade Sharma

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 230

Prezzo: € 14,00

“A volte sentivo come se ci fosse qualcosa di nero al di sotto di tutto. Come un dipinto di Rothko, come se la nerezza sanguinasse attraverso le cose. Come se sentissi che ogni cosa non portasse a niente, e non potevo farci nulla. Giorni e giorni di solitudine e intorpidimento e a scopare estranei e a ricevere i soldi e a sprecarli tutti, per sapere che dopo un giorno o giù di lì ne avrei avuti molti altri. Sarebbe andato avanti così finché non mi fossero caduti i denti, finché non avrei avuto neanche la forza di tirarmene fuori. Niente figli, niente famiglia, io da sola a eccezione del terrore crescente che i miei sogni non siano riposti nel futuro ma da qualche parte alle mie spalle.”

Non so se il paragone sia pienamente calzante ma dopo appena poche pagine di “Problems: stupefacenti complicazioni”, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una sorta di Charles Bukowski al femminile aggiornato ai nostri tempi. Un paragone che però non deve fuorviare perché Jade Sharma è assolutamente originale e piena di carisma e non ha bisogno di scimmiottare il buon Charles. Quello che mi ha ricordato l’autore statunitense è quel mix esplosivo di esilarante oscenità alternata a momenti di arguta riflessione. Una combinazione letale che incolla il lettore alle pagine e provoca dipendenza.

Protagonista indiscussa di “Problems” è Maya, donna complicata dall’alquanto discutibile stile di vita. Maya è un personaggio scomodo, dipinto alla perfezione a 360°. Uno di quei personaggi che ti entrano dentro e a cui è impossibile restare indifferenti. Durante la lettura sono passato alternativamente dal desiderio di abbracciarla come faresti con un vecchio amico a cui continui a voler bene nonostante tutto a una voglia irrefrenabile di darle un bel calcio nel culo. Maya è così: un personaggio autentico, senza mezzi termini e umano all’ennesima potenza. La sua vita si alterna tra velleità da scrittrice, una tesi perennemente in fase di stesura, un matrimonio in cui si sente soffocare e un amante più anziano in cui ricerca illusoriamente il vero amore. Il tutto condito da una doppia dipendenza: dalle droghe e dal sesso. Senza dimenticare l’avversione/attrazione verso il cibo (vedi alla voce: bulimia).
Narrato in una irriverente prima persona, “Problemsè un’immersione senza salvagente nella psicologia autodistruttiva di Maya. Una discesa in un vortice impetuoso, dove gli appigli che conducono a un’esistenza cosiddetta “normale” si fanno sempre più rari, mentre la vita di Maya scivola via ogni giorno più velocemente, prossima al collasso. E a nulla serve Peter, marito sì alcolizzato, ma che la ama di un amore autentico, forse unico vero baricentro in grado di dare una parvenza di equilibrio alla realtà fuori dagli schemi in cui vive Maya. Così come a nulla serve Ogden, l’anziano amante a cui la protagonista chiede invece con tutta se stessa di essere amata per quello che è, senza riserve e senza inibizioni. Una preghiera che resterà inascoltata.
Personaggi dalle mille sfaccettature, che ruotano tutti intorno alla narratrice, in un caleidoscopio di umanità che, nel suo piccolo, riflette alla perfezione le contraddizioni della società moderna. Ritroviamo così le difficoltà nel trovare un lavoro e nel riuscire a tenerselo stretto, per non parlare di un impiego che faccia sentire realizzati: pura utopia. La mercificazione del corpo, in un mondo dove ormai il sesso è diventato soltanto trasgressione e violazione. E ancora la violenza, fisica o psicologica, che sfocia nel razzismo e mette in luce una moralità che ormai è un vetro opaco oltre cui non si scorge più nulla. Infine la dipendenza, qui sviscerata in più declinazioni, che porta l’esistenza di chi ne è affetto a un circolo vizioso senza inizio e né fine, dove ciò che conta è soltanto la prossima busta di eroina o la prossima bottiglia di liquore. E non basta la volontà di ripulirsi e disintossicarsi: il percorso di riabilitazione di Maya e di chi le sta intorno viene trattato con caustica ironia, tra promesse di redenzione sempre rimandate al giorno dopo e crisi di astinenza il cui risultato fallimentare è già stato scritto.

Problems: stupefacenti complicazioni” è un romanzo che fa della crudezza e della derisione i suoi punti di forza, regalando attimi di sagace indagine all’interno di noi stessi, che instillano nel lettore dubbi e domande scomodi ma necessari. Un esordio potente, che arriva dritto allo stomaco e al cuore, assestando colpi precisi e dolorosi. Lasciandoci a fine lettura a leccarci le ferite, storditi ma più consapevoli.

Voto: 4/5

Mr. P.

Autori vari – Calles: tredici racconti dalla Bolivia

Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Autori: AA. VV.

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 203

Prezzo: € 15,00

“Quando Álvaro aveva annunciato la sua partenza, Vanessa inizialmente aveva provato tristezza, presto convertita in quella specie di strano piacere che genera la profezia autocompiaciuta; come quando camminiamo nella penombra sapendo che va tutto bene, ma è inevitabile pensare che da qualche parte possa esserci nascosto qualcuno, o che in quel momento, proprio quello, tra tutti i momenti di cui è fatta la vita, avverrà il primo contatto con un’anima in pena o con il diavolo. Siamo convinti di vedere qualcosa e che quello sia l’attimo più emozionante della nostra esistenza. Terrore e piacere simultanei. Finché non si accende la luce e constatiamo che se qualcosa c’è, è stato lì da sempre.”

Mi sono avvicinato alla letteratura sudamericana soltanto negli ultimi anni, ma quando penso ai romanzi e ai racconti che scaturiscono dalle penne di autori latini, subito mi saltano alla mente paesi come l’Argentina o il Cile, quest’ultimo in particolare rappresentato da Roberto Bolaño. Per fortuna, a sdoganare la letteratura (da noi) misconosciuta di alcuni paesi dell’America del Sud, ci sta pensando Gran Vía, attraverso la pubblicazione di una serie di antologie, ciascuna dedicata a una specifica nazione. Dopo Messico, Cuba e Cile, è la volta della Bolivia, la cui scena letteraria è ancora un territorio inesplorato per i lettori italiani. La raccolta che ci propone Gran Vía comprende tredici racconti di altrettanti autori, in un caleidoscopio emozionale che avvince e stupisce.

Calles” presenta una nuova generazione di scrittori boliviani, tutti nati dopo il 1970, a eccezione di Edmundo Paz Soldán, nato nel 1967 e che probabilmente ha dato il via alle nuove voci qui raccolte. Uno scenario florido e variegato, che tratta temi universali, adattandoli alla geografia urbana boliviana, in modo diretto e senza compromessi.
Così la violenza, sia essa premeditata che totalmente casuale, e per questo forse anche più spaventosa, ci viene sbattuta in faccia senza tanti preamboli. È ad esempio il caso di Marcelo, il giovane protagonista di “Tutti realizzano i propri sogni tranne me” di Wilmer Urrelo Zárate, uno dei racconti maggiormente sperimentali dell’intera raccolta, che da carnefice diventa vittima designata, in una escalation di brutalità che lascia turbati o la repentina e accidentale esplosione di aggressività de “La giapponese” di Saúl Montaño, che lascia il lettore assolutamente disorientato. La violenza però può anche essere solo lasciata intuire, come nel soffocante “Nel bosco” di Giovanna Rivero, che insinua sotto pelle supposizioni dai contorni angoscianti, o portare alla disgregazione e alla rottura dei fragili equilibri interni che regolano la famiglia. Proprio i delicati legami famigliari e le loro incrinature, sono al centro della gran parte dei racconti raccolti in “Calles”. “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi e “La casa grande” di Rodrigo Hasbún sono esempi perfetti di drammi famigliari racchiusi in una manciata di pagine, in cui la malattia e la vecchiaia aleggiano sui personaggi come terribili spauracchi o segreti che non devono essere rilevati. A volte però la sicurezza confortevole del nucleo famigliare può essersi dissolta nel nulla, come accade alla solitaria protagonista di “Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva, che imparerà sulla propria pelle a ricostruire da zero una nuova esistenza. In altre, invece, tale sicurezza non è mai esistita: basti pensare alla narratrice di “Deforme” di Fabiola Morales, che fin dall’adolescenza sostituisce le figure assenti dei genitori con la fotografa Dorothea Lange e la pittrice Frida Kahlo.
Menzione a parte meritano “Gringo” di Maximiliano Barrientos e “Dochera” del già citato Edmundo Paz Soldán. Il primo è un incubo del passato che torna a bussare prepotentemente nelle vite tranquille del narratore e della sua famiglia: un piccolo capolavoro onirico e allucinato, forse il mio preferito dell’intera antologia. Il secondo è la deliziosa analisi della psiche di un cruciverbista che si scopre innamorato, tra squarci di tenerezza e incantevole follia.

Calles” è una raccolta piena di sorprese, che mostra le mille piccole sfaccettature della quotidianità. La lettura di queste tredici storie incuriosisce e ci immerge in un panorama letterario che pare abbia davvero parecchio da dire. Un primo passo alla scoperta della Bolivia, sperando che il futuro ci riservi la traduzione di altre opere di questi validi autori.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Intervista a Black Dog Edizioni

Per il nostro blog questa è un’occasione davvero speciale: oggi abbiamo l’onore di ospitare, in anteprima, la neonata casa editrice Black Dog, rappresentata dal suo fondatore Marcello Figoni. Una casa editrice con un manifesto letterario importante e già ben definito: Black Dog infatti nasce con l’intento di portare in Italia opere inedite a cavallo tra Ottocento e Novecento o di riscoprire vecchi classici, restituendogli rinnovata linfa vitale con nuove traduzioni. Il genere di riferimento è il fantastico, in tutte le sue declinazioni: horror, gotico, fantascienza, weird. Ma bando alle ciance: diamo direttamente la parola a Marcello!

Ciao Marcello e benvenuto su Blog con Vista. Ti ringraziamo molto per essere qui con noi per presentarci in esclusiva Black Dog. Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice dedicata interamente al fantastico, genere che noi adoriamo, ma che purtroppo in Italia spesso viene considerato ancora superficialmente un genere di serie B?

Ciao Paolo, grazie per avermi dato l’occasione di presentare ai vostri lettori il mio progetto editoriale.
Una parte della risposta al tuo quesito si trova nella domanda. Sono convinto che quella di genere sia una letteratura estremamente viva e accattivante, che reca con sé messaggi profondi e di grande attualità. È mio intento far cadere quel velo di pregiudizio che spesso la avviluppa e che non permette di approcciarla come Letteratura con la L maiuscola.
Inoltre i classici gotici o fantastici sono un ottimo modo per far innamorare della letteratura anche i più giovani, facendo loro scoprire i lati più oscuri e più intriganti di autori normalmente giudicati noiosi.

Ci puoi dire da cosa nasce il nome “Black Dog”, che tra l’altro troviamo azzeccatissimo?

Il nome “Black dog” è stato un parto della fervida immaginazione della mia compagna Angela. Il cane nero è un omaggio a quella che è una delle figure più misteriose e inquietanti del folklore inglese: creatura misteriosa, ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Inoltre vuole essere anche un omaggio al “mostro” che mi ha maggiormente colpito durante l’adolescenza: Il mastino dei Baskerville di “holmesiana” memoria.

Le prime due pubblicazioni, che usciranno a breve, sono il primo di una serie di volumi dedicati a racconti gotici e fantastici di autori italiani dell’Ottocento (raccolta tra l’altro curata dal nostro amato Dario Pontuale) e il romanzo di Jules Verne “Il padrone del mondo”. Sappiamo che entrambi i libri saranno illustrati, il che dimostra una grande cura anche dal punto di vista estetico. Vuoi parlarci nel dettaglio di queste due prime uscite?

Fin dall’inizio voglio presentare ai lettori storie accattivanti e belle da leggere che, però, siano anche accompagnate da messaggi forti e profondi.
L’antologia “Racconti italiani gotici e fantastici – Esperimenti” presenta novelle di nostri autori dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Spazieremo da Italo Svevo a Luigi Capuana a Igino Ugo Tarchetti, per citare i più famosi, fino ad arrivare a narratori meno noti, ma non per questo, di minor livello, come Remigio Zena o Emilio De Marchi. Tutte le novelle di questo volume hanno un retroterra scientifico, da qui il sottotitolo “Esperimenti”, e narrano, con sorprendente attualità, il tema della invasività della scienza e di come possa diventare disumano un uso distorto della scienza e della medicina. Questo volume, inoltre, vuole anche presentare autori spesso vissuti dagli studenti come “impolverati” sotto una luce nuova e più viva. A mio avviso la rielaborazione della figura del vampiro fatta da Luigi Capuana è semplicemente superba.
Il Padrone del Mondo” è uno degli ultimi romanzi di Jules Verne. È forse il più amaro e pessimista scritto dal narratore francese e presenta la preoccupazione nutrita dall’autore circa la possibile deriva autoritaria in campo politico. Pensando che il libro è stato pubblicato nel 1905, sorprende la grande preveggenza del narratore.
Le illustrazioni sono un punto di forza. Voglio presentare libri belli da leggersi e belli a vedersi. Le illustrazioni sono affidate ad artisti affermati come Alex Raso o Valentina Biletta o a emergenti di indubbio valore come Elena Massola. Mi sono sempre piaciuti i libri illustrati e credo che per troppo tempo si siano usate le illustrazioni solo per la letteratura per ragazzi e che sia tornato il momento di utilizzarle, come accadeva una volta, anche per i libri adatti a tutte le età.
Se mi permetti vorrei spendere una parola anche per i curatori e i prefatori dei libri in uscita: oltre al già citato Dario Pontuale che ha curato l’antologia, “Il Padrone del Mondo” sarà accompagnato da una sagace postfazione del critico e poeta Donato di Stasi. Le altre due pubblicazioni primaverili vedranno contributi della giornalista ed esperta di letteratura americana Simona Zecchi e del filosofo Andrea Comincini.

Sul vostro sito leggiamo che grande importanza verrà data all’apporto femminile alla letteratura orrorifica: puoi darci qualche anticipazione in merito? E secondo te quanto è stato importante il contributo delle donne nel fantastico?

Il contributo femminile alla letteratura fantastica è stato fondamentale, basti pensare a Mary Shelley e a Ann Radcliffe. Queste, però, sono solamente le figure più note, ci sono poi altre grandissime narratrici di storie del soprannaturale o del fantastico che spesso hanno dovuto pubblicare sotto pseudonimo maschile, poiché tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento era ritenuto sconveniente che una donna scrivesse di certe cose. Proprio per questo la letteratura fantastica e di genere è stata un’arma importate a sostegno della causa dell’emancipazione femminile. Emblematica in questo senso è la figura di Mary Elenor Wilkins Freeman, una donna forte e libera, che ha fatto della letteratura il proprio lavoro e il proprio personale strumento di emancipazione. Di questa splendida autrice americana uscirà nel mese di giugno “Il vento nel cespuglio di rose e altre storie del soprannaturale”. Questa garbata, ma pungente antologia, sarà introdotta da un breve saggio di Simona Zecchi.

Questa è una domanda che solitamente facciamo agli autori, ma siamo curiosi di conoscere i gusti letterari anche degli editori: quali sono gli scrittori che maggiormente ti hanno influenzato e che ti hanno fatto balenare l’idea di trasformare la tua passione per la letteratura in una professione? E c’è qualche autore poco conosciuto che ti piacerebbe che i lettori italiani riscoprissero, magari proprio grazie a voi?

Mi sono sempre nutrito di narrativa gotica e fantastica: ho iniziato leggendo i “grandi nomi” come Edgar Allan Poe o Lovecraft, per allargare lo spettro e incrociare autori meno noti come William Hope Hodgson, Seabury Quinn o Clark Ashton Smith. Non ho mai trascurato, però, nemmeno gli autori nostrani e, una volta incontrata la “Scapigliatura” me ne sono innamorato. La mia passione per l’Ottocento italiano più oscuro mi ha portato a voler riproporre alcune “chicche” della nostra letteratura meno nota, ma sicuramente più viva.
Ho in mente molti progetti e se avrete la pazienza e la voglia di seguire le tracce lasciate dal cane nero vi imbatterete in gioielli inaspettati.

Oltre alla vostre pubblicazioni, sul sito della casa editrice è presente anche un blog chiamato Black Dog Magazine: ti va di parlarcene?

La tua domanda mi fa molto piacere. Il Magazine è uno spazio aperto in cui si possono trovare diverse suggestioni. Diverse voci, tutte autorevoli e competenti, accompagneranno il lettore in approfondimenti sulla letteratura di genere, vista anche da prospettive inaspettate. Ad esempio la Prof. Angelica Palumbo ha lanciato un sguardo “psicoanalitico” su due racconti di Poe e poi ha accompagnato il lettore in una appassionante riflessione sulle commistioni esistenti tra paesaggio, concetto di Sublime e Pittoresco nelle letteratura di genere vittoriana. A breve presenterò un bellissimo contributo di Andrea Comincini sulla paura.
Il Magazine è un luogo di riflessione, in cui trovare spunti che in un qualche modo si accostano alla letteratura e alle tematiche care alla mia casa editrice.

Per finire non può mancare la classica domanda sulle pubblicazioni future: quali sono i progetti di Black Dog per i prossimi mesi?

A fine maggio usciranno altri due titoli a cui sono molto affezionato. Uno l’ho già anticipato ed è “Il vento nel cespuglio di rose ed altre storie del soprannaturale” e l’altro è un romanzo fantasy di William Morris: “The House of the Wolfings”. Il grande architetto e socialista inglese è stato anche un grande conoscitore della mitologia norrena e, soprattutto, dei romanzi medievali islandesi che ha tradotto in inglese. Nella sua produzione letteraria fantastica l’eclettico Morris ha inserito in vicende storiche elementi soprannaturali e fantastici mutuati dalla mitologia norrena, creando storie estremamente affascinanti e raffinate. Nel romanzo che uscirà a breve, ad esempio, il substrato storico è dato dai primi scontri avvenuti tra l’esercito romano e i Goti sul confine danubiano. “The house of the Wolfings”, inoltre, ha un’altra particolarità: per ammissione dello stesso Tolkien è stato fonte di ispirazione per la creazione della sua Terra di Mezzo.

Grazie mille Marcello per la disponibilità!

Speriamo di avervi incuriosito: se volete saperne di più, potete seguire Black Dog Edizioni sulla loro pagina Facebook o visitare il loro sito. Siamo convinti che questa nuova casa editrice ci regalerà grandi soddisfazioni!

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Intuizioni

Titolo: Intuizioni

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 15,00

“Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. Quando capita, preferisco chiudere gli occhi e restare immobile, immobile come i bicchieri o le candele o il pane sul tavolo, abbandonata, esposta.”

Alexandra Kleeman è una giovane scrittrice statunitense portata in Italia da Edizioni Black Coffee inizialmente con il suo romanzo d’esordio, “Il corpo che vuoi” (già letto, amato e recensito qui) e, successivamente, con “Intuizioni”, la sua prima raccolta di short stories. Un paio di anni fa ho avuto l’occasione di conoscerla durante una presentazione e non sono riuscita a trattenermi: ho dovuto dirle che il suo libro era uno dei più strani che avessi mai letto! Chiaramente, era un complimento – anche se non so esattamente come sia suonato alle sue orecchie. Non è semplice trovare storie davvero particolari e originali, al giorno d’oggi, e ricordo in modo molto vivido le sensazioni provate durante la lettura, sensazioni che si sono verificate nuovamente con questa raccolta (in maniera forse ancora più accentuata!).

I dodici racconti di “Intuizioni” sono suddivisi in tre sezioni diverse. Pur non avendo dei nomi precisi ma soltanto un’indicazione numerica (I, II, III), è impossibile non notare che questa tripartizione indica una sorta di ciclo vitale (nascita, esistenza, morte) quasi rivisitato: le storie narrate infatti si riferiscono ai tre diversi momenti in modo metaforico. La Kleeman tiene a mente i concetti riportati sopra ma li amplia, giocando con le varie sfumature che queste tre fasi fondamentali della vita possono assumere. Non è un caso, infatti, che in “La maestra di danza” (prima sezione) la nascita descritta non sia una reale venuta al mondo ma la comparsa di un ragazzino selvatico in società, il suo pseudo addomesticamento da parte di un’insegnante tramite la danza, il cambiamento che cerca di farsi strada in una natura che si ribella. Allo stesso modo, nella seconda parte, emergono una serie di diapositive della vita quotidiana di una donna, Karen (che sia lo stesso personaggio o che siano tante Karen diverse non ci è dato saperlo). Infine, nella parte conclusiva, la morte è tangibile e reale (come in “Sangue finto”, un racconto dalle tinte horror che disorienta e provoca disagio) ma anche metaforica, come nel conclusivo “Tu, che scompari” (intenso e commovente, la vera perla di questa raccolta), in cui ad eclissarsi misteriosamente sono ricordi, cose, persone. Non si pensi però che le short stories scritte dalla Kleeman si attengano soltanto a ciò: sono lavori originali, molto diversi uno dall’altro, alcuni così particolari e su più livelli da apparire di difficile interpretazione. Nello specifico, tre di questi sono rimasti a me oscuri: “Breve storia del bello e cattivo tempo”, un racconto lungo quasi cinquanta pagine in cui una famiglia cerca di costruire una casa indipendente dal tempo meteorologico; “Ilemorfismo”, un’immersione nel mondo degli angeli; ed infine “Fame di un coniglio”, che non credo di aver compreso del tutto ancora adesso. La sensazione che il lettore prova addentrandosi in “Intituizioni” è inizialmente di spaesamento: molti dei racconti sono pervasi da un senso imminente di minaccia, di soffocamento, d’incubo. Maestri nel fare ciò sono, per esempio, “Favola”, la storia di una ragazza che si ritrova circondata da fidanzati e pretendenti invadenti e inquietanti, “Cena di aragosta”, che ci mostra come una vacanza tranquilla possa essere turbata da un’invasione di aragoste e “Intuizione”, un racconto claustrofobico in cui una donna si ritrova intrappolata in un appartamento, a vivere una vita che sembra non conoscere. Alcune delle short stories che ho apprezzato di più, però, fanno parte della sezione centrale, in cui i contorni onirici si fanno più sfocati ed è possibile osservare la bravura della Kleeman nel ritrarre persone normali ed esistenze quasi banali. I rapporti interpersonali, la paura, l’amore, la voglia di fuggire, la maternità, la solitudine vengono esplorate con tatto e profondità ed è improbabile non rivedersi, almeno in parte, in una di quelle tre Karen.

Risulta difficile, dunque, riassumere alla perfezione quest’opera: è variegata, originale, a tratti disturbante e surreale. Le ambientazioni sono perlopiù realistiche ma hanno sempre qualcosa di particolare, qualcosa che ci fa storcere il naso, soprattutto quando ci accorgiamo dell’attenzione posta sui particolari da parte dell’autrice. Ci sono riflessioni su oggetti e concetti che difficilmente vengono presi in considerazione, si analizzano spesso nei dettagli e, se inizialmente ci apparivano futili o insignificanti, a tratti ci sembrano poi ostili, conturbanti. Un senso di confusione non indifferente può prendere il sopravvento sul lettore – ed è forse questo il motivo per cui non sono riuscita ad amarla del tutto – ma è necessario tenere presente anche un sottile velo comico che si nasconde dietro questi dodici racconti, un umorismo cinico e nero che più di una volta ha trovato un’espressione sul mio viso: parlo di quei sorrisi stiracchiati che si fanno quando si è a disagio, quando si cerca di mantenere la calma ma in realtà ci si scopre turbati nel profondo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Pablo Palacio – Un uomo ucciso a calci

Titolo: Un uomo ucciso a calci

Autore: Pablo Palacio

Editore: Edizione Arcoiris

Anno: 2018

Pagine: 96

Prezzo: € 10,00

“Si deve attendere. La vita è una paralisi dell’attesa. Guardiamo sempre dalla finestra speranzosi che arrivi il bel tempo. Aspettiamo che ci cadano addosso soluzioni dal tempo stesso. Seduti in poltrona, contempliamo il cinematografo dei fatti che ci accadono. Guardiamo verso l’alto per trovare il lucernario da cui uscire, pallidi e confusi, ed essere spettatori del nostro stupefacente dramma, se è possibile, se la vita lo permette.”

Tra i più grandi scrittori ecuadoriani del Novecento, Pablo Palacio approda anche in Italia con la raccolta di racconti “Un uomo ucciso a calci”, all’interno della collana “Gli eccentrici” di Edizioni Arcoiris, che prosegue nel suo attento lavoro di riscoperta della letteratura sudamericana. Già dall’eloquente titolo e dalla bellissima copertina, comprendiamo che i racconti di Palacio sono cinici, spietati e senza scrupoli. Leggendo però le nove storie che compongono l’opera, ritroviamo anche uno squisito senso del grottesco e della satira, che fa degli scritti dell’autore ecuadoriano qualcosa di assolutamente anomalo.

La maggior parte dei personaggi che popolano il mondo letterario di Palacio sono degli outsider, quasi dei reietti, distanti dalla realtà che li circonda e dalla razionalità che li vorrebbe degli individui comuni. L’esempio che calza a pennello è la donna bicefala di “La doppia e unica donna”, interprete di un conflitto interiore che si estende al mondo intero. Se da una parte infatti la protagonista si considera un’unica persona e non sopporta il fatto che gli altri la considerino un doppio individuo con due personalità ben distinte, dall’altra, nel suo intimo, la donna è felice di essere diversa da tutti e vede la propria maledizione rovesciarsi in un’accezione positiva. Altro personaggio riuscitissimo, è l’antropofago protagonista dell’omonimo racconto, in cui gli istinti brutali e primordiali si tramutano in un desiderio impossibile da dominare, trasformando l’uomo in un folle emarginato. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è poi un esempio feroce ed esilarante nello stesso tempo di ricostruzione di un crimine, in cui la presunta distanza dall’ordinarietà e le tensioni psichiche che attraversano la mente di un uomo, sono soltanto immaginate dal narratore, a sua volta ossessionato dal delitto perpetrato e vittima lui stesso della stessa psicologia contorta.
Palacio non si fa però mancare anche una breve incursione nel fantastico (“Stregonerie”), una scheggia letteraria a sfondo sociale (“La storiella”) e l’enigmatico e dai contorni onirici “Luce laterale”, forse il racconto che mi ha incuriosito maggiormente, proprio per il senso di indefinito e di indecifrabilità che lo permea. Una storia dalle sfumature quasi gotiche, che mi ha ricordato un Edgar Allan Poe iniettato di follia.
Purtroppo qualche altra storia mi è sembrata troppo poco sviluppata, con finali che, a mio avviso, non hanno reso piena giustizia a delle trame che avrebbero meritato maggiori respiro. Ma forse questo era proprio l’intento di Palacio: piccoli resoconti di insensatezza quotidiana, che ci allontanano ancora di più da una logica dell’esistenza.

Un uomo ucciso a calci” è una raccolta sperimentale, che genera nel lettore un misto di fascino e repulsione. Satira e violenza si mischiano per dare vita a storie originali, che aggiungono un importante tassello al mondo letterario sudamericano esportato nel nostro Paese. Chissà se in futuro riusciremo a leggere altro di Pablo Palacio: dopo questi nove racconti, la curiosità non manca.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Esmé Weijun Wang – Il confine del paradiso

Titolo: Il confine del paradiso

Autore: Esmé Weijun Wang

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 414

Prezzo: € 19,50

“Mi ero consumato fino alle ossa. Avevo fatto lo scalpo al mio teschio, l’avevo aperto e avevo visto il mio cervello in putrefazione. L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.”

Quando ormai davo per scontato che il 2018 letterario fosse praticamente terminato e che non riservasse più alcuna sorpresa, ecco spuntare Edizioni Lindau con la nuova collana di narrativa contemporanea, di cui il primo titolo, “Il confine del paradiso” di Esmé Weijun Wang, si rivela essere una delle più belle letture dei dodici mesi appena trascorsi. La Wang, autrice statunitense nata da genitori taiwanesi, ci narra, in maniera delicata e suggestiva, una storia che ruota attorno alla malattia mentale, male di cui soffre la stessa scrittrice e che, a mio avviso, credo le abbia donato la forza e la capacità di parlarne con una tale profondità di sentimenti da lasciare il lettore stordito e affascinato. Un’acuta indagine psicologica, che non resta mai fine a sé stessa, ma anzi si infrange contro una muraglia di emozioni, spesso contrastanti e dai risvolti imprevedibili.

Il confine del paradiso” non ha un protagonista nell’accezione tradizionale del termine ma piuttosto una pluralità di storie che si intrecciano: le storie della famiglia Nowak. La Wang infatti adotta un espediente narrativo che si rivela vincente, facendo narrare ogni capitolo da un diverso protagonista, immergendo così il lettore nella mente di una manciata di personaggi tanto simili tra loro quando distanti.
La narrazione si apre con David, il padre della famiglia Nowak, colui che prima di chiunque altro si rende conto di essere affetto da una malattia mentale. Un personaggio che incarna alla perfezione il concetto di fragilità dell’esistenza e del male di vivere di montaliana memoria. Un uomo indifeso, che soltanto a tratti comprende davvero ciò per cui vale la pena essere al mondo e quanto gli altri, in realtà, abbiano bisogno di lui. L’antitesi di David e della debolezza insita dentro di lui, è la moglie taiwanese Jia-Hiu, ribattezzata dal marito Daisy. Donna dal carattere energico e autoritario, ma non priva di minacciosi lati oscuri, non viene mai domata dalla vita e, malgrado il terrore continuo di perderlo, continua a credere in David. Due opposti che si attraggono ma che, nonostante in apparenza rappresentino due metà complementari e indivisibili, non riusciranno mai veramente a diventare un tutt’uno. Mi sono trovato così coinvolto nei meandri di due coscienze dai contorni tanto differenti quanto ricolme, entrambe, di ossessioni, speranze e paure, per poi approdare alle narrazioni dei figli della coppia, William e Gillian.
Altri due personaggi riuscitissimi, i figli dei Nowak sono accomunati da un un legame morboso e a tratti inquietante. Entrare nella mente di William e Gillian è come intraprendere un viaggio allucinato in un mondo che non c’è più e in una concezione stessa della vita che crea nel lettore non pochi turbamenti. La maestria della Wang nel creare personaggi dalle caratteristiche peculiari e di una profondità sconcertante, a mio avviso, raggiunge il suo apice nel ritratto psicologico dei due fratelli. La loro follia è inevitabilmente indotta dai genitori, ma se in William questa si concretizza in una cieca obbedienza a regole assurde, in Gillian diventa più sottile, accomunandola al padre David.
L’ultima parte del libro è affidata a Marianne, il primo amore giovanile di David, e al fratello Marty. Due personaggi che soltanto in apparenza mostrano tratti caratteriali più comuni e meno spigolosi ma che, in realtà, nascondo dentro le loro coscienze ombre difficili da illuminare. Le loro esistenze si intrecceranno in maniera indissolubile con quelle dei Nowak, tanto da condizionarne le loro vite per sempre. Il talento della Wang è anche quello di mescolare con assoluta naturalezza le esperienze personali di tutti i protagonisti, senza risultare mai forzata, ma anzi lasciando che il lettore vengo avvolto, per poi sprofondare del tutto, nelle vicende tormentate dei Nowak e di chi gli ruota attorno, come se fosse un’unica, grande narrazione famigliare.

Il confine del paradiso” non è un romanzo semplice da affrontare, sia per le tematiche che per la densità delle emozioni descritte ma, come tutti i grandi libri che richiedono uno sforzo al lettore, sa ampiamente ripagare l’attenzione con una storia costruita in maniera eccezionale e uno scandaglio psicologico delle menti dei protagonisti che rapisce e spaventa. Edizioni Lindau ci regala una prima opera contemporanea dall’assoluto valore. E se il buongiorno si vede dal mattino, sono sicuro che questa nuova collana saprà regalarci grandi soddisfazioni.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Nigel Nicolson – Ritratto di un matrimonio

Titolo: Ritratto di un matrimonio

Autore: Nigel Nicolson

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 296

Prezzo: € 23,00

“Ma, come sola giustificazione, separo i miei amori in due metà: da una parte il mio amore per Harold, ch’è perenne e inalterabile, è la cosa migliore, e non v’è mai stato altro che purezza in questo mio sentimento, come non v’è mai stato altro che assoluta candidissima purezza nel suo spirito; e, dall’altra parte, v’è la mia natura perversa, che amò e tiranneggiò Rosamund, finendo per abbandonarla senza un palpito di rimorso, e che adesso è irrimediabilmente legata a Violet. Ho qui un foglietto su cui Violet, psicologa d’intuito, ha scritto una volta: «La parte superiore del tuo volto è purissima e solenne – quasi infantile. E la parte inferiore è imperiosa, sensuale, quasi brutale. E ciò forma il più assurdo dei contrasti, ed è straordinariamente emblematico della tua duplice personalità, alla dottor Jekyll e Mister Hyde». Questo è il nocciolo della questione, e ben vedo adesso che la mia maledizione è in questo dualismo, contro cui per debolezza e intemperanza non ho saputo lottare.”

Credo che ormai si sia capito: ho una passione particolare per tutti quei libri che prendono la forma del diario, dello scambio epistolare, del memoir. Immergermi totalmente nella vita di qualcuno – di un artista, perlopiù – me lo fa sentire vicino, mi permette di conoscerlo meglio, di trovare dei punti di contatto tra me e lui e di analizzare (e forse comprendere?) poi in un modo più approfondito le sue opere. Ecco i motivi che mi spingono a leggere questo tipo di letteratura, molto personale, molto intima, spesso anche molto dolorosa. Non stupisce quindi il mio interesse per “Ritratto di un matrimonio”, opera a metà tra biografia e autobiografia, a cura di Nigel Nicolson, pubblicata da Edizioni Lindau. Questo volume è particolare proprio perché è un vero e proprio ritratto della vita di due persone, tracciato però a quattro mani. La coppia in questione è quella formata da Vita Sackville-West e da suo marito Harold Nicolson. Le ‘quattro mani’ sono quelle di Vita stessa, che all’età di ventotto anni confessa nero su bianco, in un quaderno, i segreti nascosti nel suo cuore, e quelle di Nigel, suo figlio, che una volta adulto decide di pubblicare quelle memorie e di completarle, narrando l’incredibile e tormentata storia d’amore dei suoi genitori. Le due voci, dunque, si alternano nei diversi capitoli, insieme a quelle di altri protagonisti delle vicende narrate: preziosissime sono le testimonianze fornite da lettere, fotografie, diari di familiari e amici, piccoli pezzi del puzzle che messi insieme riescono a dare un quadro più generale dei quarantanove anni di matrimonio di Vita e Harold. Che cosa ha reso così speciale questo rapporto? – qualcuno potrebbe chiedere.

Vita incontra per la prima volta Harold nel giugno 1910,  giovanissima: lei ha a malapena diciotto anni, lui ventitré. Anche se fin dall’inizio è affascinata dal suo modo di fare gioioso e intelligente e dai suoi capelli ricci, la donna non s’interessa granché di lui: apprezza sì la sua compagnia ma non riesce a vederlo da un punto di vista diverso, che trascenda la semplice amicizia. Vita è infatti attratta dalle donne, dalla sua amica di sempre, Rosamund, e nel suo quaderno afferma di essere stata  – in quel periodo – “molto innamorata” di lei. I due cominciano comunque una frequentazione più o meno abituale e, ricordando la sera della proposta di matrimonio al ballo di Hatfield (nel gennaio 1912), Vita scrive: “Non mi aveva mai neanche parlato d’amore – non una parola, mai – e m’ero accorta di piacergli solo perché cercava in ogni modo di star con me, e quand’era lontano mi scriveva sempre. Inoltre, me l’avevan messo in testa le chiacchiere della gente. Avevo sempre pensato che si sbagliassero, ma no; e quella sera stessa al ballo [di Hatfield] mi chiese di sposarlo, e io gli risposi di sì. Lui era molto timido, e si strappò a uno a uno tutti i bottoni dei guanti; e io ero spaventata, e cercavo di impedirgli di arrivare al dunque”. Nonostante queste sue memorie, la giovane Vita pare realmente confusa: come è possibile notare dai diari dell’epoca (suoi e della madre, Lady Sackville), la sua risposta non fu né totalmente positiva né totalmente negativa. Chiese del tempo e, per questo motivo, il fidanzamento fu tenuto nascosto per mesi e rimandato ufficialmente, complice anche la partenza di Harold per Costantinopoli. Sempre convinta di avere una duplice natura, conscia del fatto che per lei “amare” significasse poter rivolgere questo sentimento a più di una persona, dopo una serie di tensioni e peripezie Vita sposò Harold il primo ottobre 1913, a Knole, il maniero dove lei era cresciuta.

La complessità del loro rapporto, però, non si esaurì semplicemente prima del matrimonio, anzi: fu proprio negli anni che seguirono che le cose si complicarono ulteriormente. L’amicizia di vecchia data tra Vita e Violet Trefusis, “ambigua” nei sentimenti fin dall’adolescenza (“Ti amo, Vita, perché ho visto la tua anima” le scriveva Violet nel 1910, ad appena sedici anni), subì un’evoluzione e tra le due donne emerse un’appassionata e violenta storia d’amore. Un continuo rincorrersi, trascorrere mesi lontane dai rispettivi compagni ma sempre insieme, una vita passata a scrivere e a viaggiare: Cornovaglia, Italia, Francia, Inghilterra. Quattro anni (dal 1918 al 1921) a dir poco impetuosi, felici a tratti, in cui il rapporto con suo marito – nonostante le vicende e le lettere amareggiate che lui le mandava – non vacillò mai veramente, perché lui stesso non nascondeva a sua moglie le sue relazioni omosessuali. Gradualmente, dopo promesse infrante e fughe travolgenti, la relazione tra le due donne s’interruppe, soprattutto per volere di Vita stessa. Nel dicembre 1922 scriverà ad Harold: “Non vorrei aver niente a che fare con Violet, di nuovo, neanche per tutto l’oro del mondo. E neanche se tu non esistessi – te che amo nel modo più profondo, e inguaribilmente. Oh lo so cosa dirai! «Ma mi amavi anche allora, eppure sei andata via con lei». E’ proprio vero. Ti amavo, sì, e ti ho sempre amato, anche in quegli anni disgraziati… Ma lo sai, no, cos’è l’infatuazione. E io ero pazza”. I due rimasero insieme per tutta la vita e il loro amore, pur superando altre prove – comunque mai così difficili come le precedenti – , riuscì a resistere, perfettamente intatto.

Sono due le cose che mi hanno particolarmente toccata di questa storia – che, ricordiamolo, è realmente accaduta. La prima ha a che fare con la tenacia e la determinazione che possono legare due persone: nonostante Vita e Harold abbiano avuto entrambi altri amanti, altri amori, si siano allontanati per diversi periodi, abbiano sofferto e siano stati egoisti, hanno sempre creduto in ciò che li univa, sono sempre tornati, alla fine, l’uno dall’altro, e non per abitudine o per noia, ma per un sentimento profondo e raro. Questo mi porta alla seconda cosa che mi ha colpita: il modo estremamente moderno in cui entrambi concepivano il matrimonio. Una relazione aperta, libera, in cui non ci si doveva sentire costretti ad alcunché. Chi l’ha deciso che l’oggetto del nostro amore dev’essere necessariamente uno soltanto? Perché non può essere anche un altro uomo, un’altra donna per me, e viceversa per il mio compagno? Si tende spesso a giudicare, ancora oggi, chi percorre una strada differente da quella che pare più diffusa: vogliamo davvero abbassarci a ciò e non comprendere che, invece, è meraviglioso fare semplicemente ciò che si desidera, al di là delle convenzioni, sempre naturalmente con rispetto nei confronti degli altri? Nigel Nicolson stesso, ad un certo punto, parlando di sua madre afferma: “Combatté per il diritto di amare, uomini e donne, respingendo la convenzione per cui solo la fedeltà si addice al matrimonio, e quell’altra per cui le donne devono amare soltanto gli uomini, gli uomini soltanto le donne. Per questo era disposta a rinunciare a tutto. Sì, sarà stata pazza – come disse, in seguito, lei stessa – ma era una magnifica follia. Sarà stata crudele, ma la sua era crudeltà di dimensioni eroiche. Come posso spiegare la violenza d’una tale passione? E come potrebbe a lei rincrescere che ne giunga notizia a una nuova generazione, infinitamente più comprensiva della sua?”. 

Voto: 4/5

Mrs. C.