Nona Fernández – La dimensione oscura

Titolo: La dimensione oscura

Autore: Nona Fernández

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 213

Prezzo: € 16,00

“Apriamo di nuovo questa porta. Al di là troveremo un’altra dimensione. Un mondo da sempre nascosto dal vecchio trucco che vi fa volgere lo sguardo altrove. Un territorio ampio e oscuro che sembra lontano, ma che si trova vicino come l’immagine che lo specchio ci restituisce ogni giorno. State passando dall’altra parte del vetro, direbbe l’intensa voce fuori campo della mia serie preferita. State entrando in una dimensione ai confini della realtà.”

Poche volte mi è capitato di rimanere così spiazzato davanti a un libro. Quando mi sono ritrovato tra le mani “La dimensione oscura” davvero non avevo idea a cosa sarei andato incontro. Romanzo? Saggio? Memoir? L’opera di Nona Fernández è nello stesso tempo tutto questo e nulla di quello che ho elencato. La somma delle parti ha creato qualcosa di unico e straordinario. Un atroce spaccato della storia del Cile ma anche un distillato amaro della vita dell’autrice, tra ricostruzioni autentiche e viaggi nella coscienza. Un libro che genera dolore, anche a chi come me abita a migliaia di chilometri di distanza e nel 1984 era appena nato, e che trascina il lettore in una dimensione alternativa, in cui pallide lame di luce tentano di dare un senso a un buio che attanaglia il cuore.

Protagonista della storia narrata dalla Fernández  è il Cile martoriato di Augusto Pinochet degli anni ’70 e ’80, in cui gli oppositori e i detrattori del regime si trasformavano in desaparecidos, tra brutali torture, uccisioni e rapimenti. In mezzo a questo vortice di orrore spunta una data che, nel bene e nel male, contribuirà a cambiare la storia cilena: il 27 agosto 1984. La mattina di quel giorno, uguale a centinaia di altre mattine trascorse in balia della dittatura di Pinochet, Andrés Antonio Valenzuela Morales, che la Fernández  chiama “l’uomo delle torture”, si reca negli uffici di “Cauce“, rivista dell’opposizione. Quell’uomo ha soltanto una volontà: parlare, confessando i terribili crimini commessi contro i desaparecidos. Vuole svuotarsi la coscienza, vomitare tutto il proprio disgusto per la sua vita scellerata, che pesa come un macigno sulla sua anima ormai marcita. Un’ammissione che culminerà in un articolo in prima pagina, con una copertina in cui campeggia la foto dell'”uomo delle torture” e la gigantesca scritta “Io aguzzino“. Proprio grazie a quell’articolo l’autrice conoscerà “l’uomo delle torture”, che si tramuterà in una costante all’interno della sua vita, riapparendo più volte a distanza di anni, fino a quando la Fernández immagina di spedirgli una lettera per comunicargli che intende scrivere un libro su di lui. Lui che sciaguratamente rappresenta in modo magistrale “la dimensione oscura”, sorta di limbo parallelo alla realtà, cupo universo fatto di violenza, morte e scomparse. A questo proposito, particolarmente azzeccato e originale diventa il paragone che l’autrice elabora tra la dimensione oscura della dittatura cilena e la serie tv cult degli anni ’60 “Ai confini della realtà“, spettacolo televisivo che riempiva i pomeriggi adolescenziali della scrittrice.
Scavando nel torbido dei fatti di cronaca nera legati al regime dittatoriale cileno, la Fernández  inframezza la riproduzione storica degli eventi (a volte infarciti da necessari ma mai invadenti voli di fantasia) con toccanti esperienze personali, in un connubio unico tra finzione, memoir e non-fiction. Così le strazianti storie personali dei desaparecidos e delle loro famiglie, si mischiano all’infanzia dell’autrice, che ha vissuto quegli anni da spettatrice inconsapevole, metabolizzando un dolore che ritorna a galla, prorompente, nella sua esistenza da adulta.

La dimensione oscura” è un libro sulla sofferenza e sulla perdita ma anche sulla memoria e sulla necessità di ricordare la devastazione del regime di Pinochet. Perché soltanto ricordando si potrà rendere giustizia a chi si è immolato per la libertà, a chi è stato vittima di soprusi e di violenze ma non si è piegato, affrontandole a testa alta. Un libro necessario per chi vuole dare la giusta importanza alle testimonianze del passato ma che nel frattempo lancia uno sguardo speranzoso al futuro.

Voto: 5/5

Mr. P.

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Connie Palmen – Tu l’hai detto

Titolo: Tu l’hai detto

Autore: Connie Palmen

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 256

Prezzo: € 17,00

“Tutto della mia sposa mi commuoveva, ma questa incapacità di essere se stessa, la ricerca spasmodica di una voce autentica, era la cosa che più mi colpiva. Era tagliata fuori dalla parte più pura di sé, quella in cui risiedevano la creatività e il genio, incatenata alla ferita, alla rabbia, alla crudeltà. Quell’isolamento era la causa della sua frustrazione e disperazione. I ragionamenti da ambiziosa ragazza perbene la tenevano lontana da tutto ciò che era ambiguo, complesso, oscuro e violento, dalla sua vera natura. E io ero convinto che il più grande atto d’amore sarebbe stato liberarla, come un cavaliere della tavola rotonda, dalle segrete di un animo oscuro, condurla fuori e porgerle il sacro graal dell’immaginazione libera.”

Più passa il tempo, più continuo a scrivere, più mi accorgo di una cosa che sfiora l’assurdo: quanto è difficile parlare di un libro che si è amato visceralmente, che si è sentito vicinissimo, che ci ha toccati nel profondo? È arduo, davvero: lo consigliamo a qualcuno e quando costui ci chiede “Perché è così bello?” ci si ferma, quasi istupiditi e molto spesso non si è in grado di rispondere. Perché è così bello? Che cosa ci ha trasmesso, nello specifico? Si tratta di una trama avvincente, di una struttura geniale, di una scrittura limpida e scorrevole? O forse sotto c’è di più? Abbiamo sfogliato quelle pagine e le abbiamo rilette, sottovoce. Abbiamo sentito risuonare ogni parola dentro di noi, come un mantra. Abbiamo provato qualcosa di raro e profondo. Non comprendiamo più se siamo stati noi a leggere quel libro oppure è stato lui a leggere noi, la nostra storia, le nostre paure, speranze, sensazioni. Ogni parola sembra superflua, inadatta a descrivere ciò che abbiamo provato durante quelle ore di lettura. Non è facile, soprattutto quando un’opera parla anche un po’ di noi, ma penso sia necessario almeno provarci. Ancora una volta, quindi, mi ritrovo a raccontarvi di un romanzo che mi ha rapita e lasciata senza fiato, cercando di superare quello scoglio che le parole occasionalmente impongono – sono limitate, è superfluo dirlo.

In “Tu l’hai detto” – edito Iperborea, casa editrice attentissima e dal meraviglioso catalogo -Connie Palmen, scrittrice olandese, catapulta il lettore nel “luogo” più intimo che possa esistere: la relazione fra due persone. I protagonisti del suo romanzo, però, non sono due individui qualsiasi: l’autrice ha scelto di dar voce a Ted Hughes, poeta e scrittore inglese, e di esplorare il suo rapporto con la moglie, Sylvia Plath. Decisione piuttosto coraggiosa, a mio parere: non dev’essere affatto semplice ‘introdursi’ in una delle coppie letterarie più conosciute al mondo e narrarne le vicende in modo realistico e coinvolgente. Non dev’essere nemmeno facile identificarsi nel protagonista, nonché narratore della storia; la Palmen ha svolto un lavoro certosino, affidandosi ai diari, alle lettere, alle poesie dei due, e ad un numero non indifferente di biografie e saggi critici sul tema. Nonostante ciò, però, la domanda rimane: come ci si può immedesimare così bene in Ted Hughes, nell’amore bruciante che ha provato per la sua compagna, nel dolore per la sua perdita? Chiaramente non ho una risposta, posso soltanto affermare che la scrittrice, ai miei occhi, ci è riuscita in pieno. Le parole di fronte a cui il lettore si troverà sembrano proprio quelle di un uomo innamorato, accecato dai suoi sentimenti e spesso ferito; di una persona che lotta e combatte quotidianamente con (e per) la donna della sua vita; di un marito che vive nel segno dell’ispirazione poetica e che cerca di risvegliare il ‘vero io’ della moglie, la sua parte più nascosta, più vulnerabile («Voleva essere una buona moglie per me e una madre amorosa per i nostri figli, ma era anche una scrittrice, consapevole che in lei si celava una poetessa geniale, e avrebbe distrutto la nostra vita insieme se non fosse riuscita a liberarla»). Ted e Sylvia s’incontrano per caso ad una festa, la loro fama li precede, si osservano velocemente e, in un modo che ha del mistico, sentono di appartenersi. La loro storia andrà avanti per sette, tormentatissimi anni. Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra di nuovo: un amore che ha attraversato diversi Paesi ma che non è riuscito a non soccombere alla sua maledizione.  «Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io.» afferma Ted/Connie. Ma ne siamo davvero sicuri? Non lo furono, forse entrambi? Sylvia, con la sua depressione, il suo senso di vergogna e d’inferiorità verso la madre, le sue gelosie ossessive. E Ted, spaventato dalla dipendenza nei suoi confronti, ogni giorno sempre più forte, che l’ha portato dritto tra le braccia di un’altra.

Leggere “Tu l’hai detto” ha scatenato dentro di me un turbinio di emozioni, per questo mi è difficile parlarne. Connie Palmen è stata perfettamente in grado di rendere lo struggimento di un uomo e di una donna, sia per l’altro che per se stessi: la rabbia, lo sconforto e le ambizioni di Sylvia sono state anche le mie, l’inutilità nei confronti di qualcuno che soffre ed una certa attrazione per ciò che è oscuro e intricato di Ted mi hanno accompagnata per molti anni. Terminata l’ultima pagina comprenderete anche il titolo di questo romanzo meraviglioso e non potrà che risuonarvi dentro per molto, molto tempo, accompagnato da una vaga nostalgia e da un sorriso triste.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Audur Ava Ólafsdóttir – Hotel Silence

Titolo: Hotel Silence

Autore: Audur Ava Ólafsdóttir

Editore: Einaudi

Anno: 2018

Pagine: 188

Prezzo: € 18,50

“Mi sembra quasi di sentire la voce della mamma: «Ogni sofferenza è unica e differente, – aveva detto una volta – e dunque non la si può confrontare. Invece la felicità è simile».”

Oggi vi svelo un pezzetto di me: sono incredibilmente attratta dai libri che parlano di suicidio. Forse per via di quello che studio, forse per alcune esperienze di vita, forse semplicemente perché è un tema complesso, a tratti inspiegabile, “affascinante” proprio per questo motivo. Non conoscevo la Ólafsdóttir ma appena ho letto la trama del suo ultimo romanzo, “Hotel Silence”, ho immediatamente detto fra me e me: “Dev’essere mio”. Perché? Perché il protagonista della storia narrata dall’autrice islandese è un quarantanovenne che decide di porre fine alla sua vita. Jónas è un uomo le cui certezze sono crollate una dopo l’altra, velocemente: sua moglie se n’è andata, chiedendo il divorzio e lui è rimasto inerme a guardarla scivolare via dalla sua esistenza, senza provare a fermarla. Ha da poco scoperto che Guðrún Vatnalilja, sua figlia, non è biologicamente sua figlia, particolare che la ex consorte gli rivela ben ventisei anni dopo la sua nascita. Sua madre trascorre le giornate in una casa di riposo, alternando momenti lucidi in cui si dedica alla sua passione più grande (i libri che parlano di guerre) e altri in cui si perde completamente a causa della sua malattia, che la porta a dimenticare e a ripetersi di continuo. Ha un vicino di casa, Svanur, che sembra quasi un amico ma è tanto oscuro quanto lui e non tocca una donna da otto anni. Pensa che il mondo sarà lo stesso, con lui o senza di lui, e che non abbia più nulla da offrirgli. È, insomma, infelice: «Io non so chi sono. Non sono niente, non possiedo niente». Ed è a questo punto che giunge l’idea di svanire completamente. Per non causare un ulteriore trauma alla figlia, la quale potrebbe ritrovare il suo corpo, decide di andare a morire all’estero, in un Paese appena uscito da una guerra civile devastante e, più precisamente, all’Hotel Silence. Porta con sé pochissime cose, tra cui una cassetta degli attrezzi – per riparare qualcosa? no, più probabilmente per aiutarsi nell’impresa – e i diari di quando aveva vent’anni, ritrovati da poco. Lascia un vago biglietto e parte, concedendosi una settimana per “concludere la faccenda”.

Fino a qui, Jónas si presenta come un uomo insofferente ma allo stesso tempo determinato: ha imboccato una via e ha intenzione di proseguire su quella strada. Ciò con cui non ha fatto i conti, però – ed è questo uno dei particolari preziosi che fanno di “Hotel Silence” un romanzo bellissimo e molto realistico – è la vita stessa, il cambiamento che può portare il ritrovarsi in un luogo completamente differente da quello a cui si è abituati, vicino a persone che hanno vissuto cose diverse dalle nostre. L’incontro con i giovani gestori dell’albergo, Fífí e Maí – fratello e sorella -, con il piccolo Adam e la loro realtà, si rivela dunque provvidenziale. Il protagonista comincia a riflettere sulla sua vita, sull’estraneità che prova nei suoi confronti: si guarda allo specchio e non si riconosce; comprende, rileggendo i suoi quaderni, che forse non ha mai capito chi è, pur essendoselo sempre domandato. L’autrice mette in luce l’importanza del riscoprirsi altrove, del sentirsi di nuovo utili, circondati da persone nuove, che racchiudono dentro di loro esistenze lontanissime dalle nostre. È il potere dei legami che, a volte, ci permettono di ritrovare uno scopo, anche quando tutto sembrava ormai perduto. Lasciarsi andare è difficile, certo, e ci si sente vulnerabili: ma se Jónas inizialmente copriva le sue cicatrici (quelle interiori, rimanendo chiuso in se stesso, e quelle esteriori, con i tatuaggi), lentamente comincia a comprendere quanto sia fondamentale smettere di nascondersi.

Una delle cose che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo sono le riflessioni sul dolore: è ribadita più volte, infatti, l’importanza del concetto che ognuno soffre a suo modo. Ogni sofferenza è diversa, la si vive in modo differente ed è inutile compararla a quella degli altri. Il protagonista spesso tende a farlo, si interroga moralmente sulle sue intenzioni: come può permettersi anche solo di pensare al suicidio quando ci sono persone che hanno visto morire i propri cari a causa della guerra e che, nonostante questo, si aggrappano con tutte le loro forze alla vita? È giusto, è sbagliato? Alcuni mali sono più devastanti di altri? Non si dovrebbe fare il paragone, ci dice l’autrice, semplicemente. Ognuno ha una propria sensibilità ed è con quella che deve convivere.

“Hotel Silence” è un libro che parla in modo disincantato del suicidio: non tralascia né le sue zone d’ombra (il dolore, a volte, può comunque vincere) né quelle di luce – la rinascita. La Ólafsdóttir è bravissima nel mostrare come si possa faticosamente essere in grado di uscire dal mare di fango in cui si è precipitati. È possibile riparare una vita che si è rotta? Questa la domanda che ci si pone. «Si cerca di fare del proprio meglio» – sembra risponderci la scrittrice – «Essendo esseri umani.»

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

 

James Graham Ballard – L’isola di cemento

Titolo: L’isola di cemento

Autore: James Graham Ballard

Editore: Feltrinelli

Anno: 2013

Pagine: 155

Prezzo: € 7,50

“A mano a mano che girovagava, Maitland scoprì che il suo corpo e il dolore nella gamba gli importavano sempre meno. Incominciò a rimuovere quel guscio, dimenticando dapprima l’arto offeso e poi tutte e due le gambe, cancellando qualsiasi coscienza dei bruciori al petto e al diaframma. Sorretto dall’aria fredda avanzò fra l’erba, riguardando con tranquillità quei tratti di paesaggio che nei giorni precedenti aveva imparato a conoscere così bene. Identificando l’isola con se stesso, contemplò le auto nello spiazzo dello sfasciacarrozze, il recinto di rete metallica e il cassone di cemento alle sue spalle. Fece dei gesti al loro indirizzo, nel tentativo di compiere un circuito dell’isola che gli permettesse di lasciare i vari pezzi di sé al posto giusto: la gamba destra nel punto dell’incidente, le mani ferite impalate sulla recinzione. Il petto, poi, dove si era seduto, contro il muro di cemento. In ogni punto una piccola liturgia avrebbe significato un passaggio di impegno da verso se stesso a verso l’isola. Parlò ad alta voce, come un prete che celebri l’eucaristia del proprio corpo.
«Io sono l’isola.»”

A piccoli ma determinanti passi per il mio bagaglio di lettore, prosegue la conoscenza di uno dei maggiori autori di fantascienza (ma non solo) del secolo scorso: James Graham Ballard. Affascinato da un titolo dal sapore post apocalittico (ma che in realtà cela tutt’altro) e da una trama che dà pochi punti di riferimento al lettore, la mia scelta è ricaduta su “L’isola di cemento“, romanzo pubblicato nel 1974 ma che conserva un’attualità sconvolgente.

Un banale incidente automobilistico è il pretesto per dare il via alla narrazione, che vede nell’architetto trentacinquenne Robert Maitland il protagonista indiscusso. Uscita di strada, la sua Jaguar si ritrova semidistrutta nel bel mezzo di un’isola spartitraffico che divide l’autostrada alle porte di Londra. Ferito ma sopravvissuto alla sciagura, Maitland si rende conto di essere intrappolato nell’isola, quasi un universo parallelo di sterpaglie, blocchi di cemento e carcasse d’auto. Dopo i primi tentativi di fuga falliti miseramente, essendo l’isola circondata da declivi difficoltosi da scalare per la gamba lesa del protagonista, in Maitland inizia a scattare l’impietoso ingranaggio dell’istinto di sopravvivenza, accendendo nella sua coscienza un senso di sfida e una spietatezza che mai avrebbe pensato di avere. Assistiamo così a una metamorfosi progressiva e inarrestabile, dove lo scenario degradato dell’isola diventa quasi una provocazione per Maitland e la necessità di sopravvivere corre in parallelo a una cinica competizione: assumere il controllo totale dell’isola. Quel lembo di terra diviene per l’architetto più significativo del mondo che sta appena a qualche centinaia di metri di distanza. Addirittura più importante della moglie, del figlio e dell’amante. L’isola assume connotati quasi sacri, finendo con identificarsi sempre più con l’interiorità del protagonista, sporcando la sua coscienza con macchie di ruggine indelebili. Maitland scopre angoli spigolosi della propria mente che sfiorano la disumanità, recessi bui della propria psiche portati alla luce dalla volontà pura e semplice di non morire. Una crudeltà di cui ne faranno le spese anche i misteriosi abitanti dell’isola, in una gara di sopravvivenza che si sposta dalla fuga al dominio di quel tratto di suolo abbandonato.
Oltre a tutto ciò, Maitland incarna anche l’essere umano alienato e confinato dalla modernità e dal progresso nella propria misera solitudine. Un individuo dagli istinti sopiti e tenuti accuratamente a bada che tenta di ritrovare se stesso nella primordiale vita selvaggia in cui viene catapultato dopo l’incidente. L’isola così assume il doppio aspetto di prigione e di portatrice di libertà, a metà strada tra essere carnefice e assolutrice.

L’isola di cemento” è un’opera potente e disincantata, che trasporta il lettore, con la violenza di un pugno nello stomaco, in una dimensione parallela dai contorni tanto inquietanti quanto realistici. Una dura critica alla cultura del progresso, in cui l’uomo, nudo e indifeso, viene posto di fronte alla crudele sfida della sopravvivenza. Perché dopotutto, davanti alla nostra parte più intima e ai nostri istinti più reconditi, tutti noi regrediamo alla nostra vera e pura natura: dei semplici essere umani.

Voto: 4/5

Mr. P.

Stefano Caso – Libreria Luigi

Titolo: Libreria Luigi

Autore: Stefano Caso

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 187

Prezzo: € 14,00

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più. Un fantasma nero a cui avevo chiesto soccorso per fare di me un personaggio dotto e rispettabile. Un artificio che credevo divenisse potere per me e sudditanza per gli altri. E invece, lo avrei scoperto più tardi, era stata una raffinata difesa nei confronti della vita, dei miei desideri più genuini.”

Cosa significa “festeggiare” i propri cinquant’anni scoprendo che quanto si ritiene di più autentico e motivo d’orgoglio di tutta la propria vita, in realtà si tramuta in una gigantesca menzogna raccontata a se stessi?  Che come ci si vede allo specchio non corrisponde affatto all’idea che si sono costruiti di noi chi ci sta intorno? A questi quesiti prova a dare una risposta Stefano Caso, che nel suo “Libreria Luigi“, romanzo dal sapore pirandelliano, narra appunto le vicissitudini di Luigi Araldi, libraio che, dopo aver compiuto mezzo secolo, viene investito da un incredibile ciclone di eventi che cambieranno per sempre la sua esistenza.

Il turbine incontrollabile di tradimenti, rimorsi, vendette e rimpianti prende il via dalla poco gentile ma certamente innocua considerazione di un’anziana cliente che, all’affermazione di Luigi sul suo cinquantennale compleanno, risponde:
«Tanti auguri allora. Cinquanta? Lei porta la sua età in maniera davvero pietosa. Gliene avrei dati almeno una decina di più. Ma, come si dice, l’importante è essere giovani dentro. Non trova?»
Parole che hanno sul povero libraio l’effetto di un ferro rovente sulle carni vive: idealmente marchiata a fuoco da quella donna, la sua mente inizia a vorticare pericolosamente in cerca di un appiglio, rappresentato dalla tanto sbandierata cultura, l’unica cosa che lo ha sempre reso fiero e superbo. Ma proprio il suo aspetto fisico, tanto denigrato dalla vecchia signora, è il baluardo esterno del suo amore sconfinato per i libri e il sapere: barba spessa e scura e i pochi capelli rimasti portati lunghi. Segni distintivi che vengono per la prima volta messi in discussione e che sono soltanto l’inizio di una metamorfosi tanto imprevedibile quanto spassosa. Perché l’ironia, nel libro di Caso, non manca mai. Più di una volta, leggendolo, mi sono ritrovato a  sorridere, in particolare quando i fantasmi letterari del libraio in crisi esistenziale prendono il sopravvento. Lord Wotton, Vitangelo Moscarda, Charles Bukowski, Luigi Pirandello, Victor Hugo e chi più ne ha, più ne metta. Una girandola di personaggi appartenenti alla finzione letteraria e di autori passati a miglior vita infestano le giornate di Luigi, dispensando consigli non richiesti e lanciando maligne provocazioni.
Libreria Luigi” è un romanzo che affronta l’eterna paura di invecchiare e l’annosa questione dell’apparire agli altri, finendo così per mentire anche se stessi, ma sempre con la dovuta leggerezza e la giusta dose di umorismo. La trama non troppo originale viene compensata dallo stile dell’autore, scorrevole ma non banale, che alterna in un ripido saliscendi espressioni quasi auliche, che ritroviamo perlopiù nei pensieri del protagonista, che fa sfoggio della propria cultura anche parlando tra se e se, e il parlato di tutti i giorni.

Stefano Caso ci propone una lettura leggera ma che sa anche offrire momenti di riflessione. La storia di una vita ordinaria e abitudinaria che sprofonda in una crisi tanto destabilizzate quanto necessaria. Un mutamento improvviso dai risvolti tragicomici ma che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha segretamente desiderato che avvenisse anche nella propria esistenza.

Voto: 3,5

Mr. P.

Francesco Borrasso – Storia dei miei fantasmi

Titolo: Storia dei miei fantasmi

Autore: Francesco Borrasso

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2017

Pagine: 144

Prezzo: € 14,00

“Cosa è stato bello e cosa no, adesso non è importante; cosa avrei potuto fare e cosa no, nemmeno; so solo che va tutto bene, o almeno così mi racconto quando la mattina al posto tuo c’è il vuoto, ma con te i colori e i sapori erano diversi; il male faceva meno male e i momenti felici erano di un’intensità a me sconosciuta.
La tua meraviglia dovrò anestetizzarla.
Resta tutto, anche se in fondo è tardi, e forse non resta niente.”

Intimità: questa è la prima parola che mi viene in mente pensando ai racconti di Francesco Borrasso. L’intimità dell’amore, quello fatto di piccole accortezze e tenera malinconia, della morte, che ci aggredisce con ricordi a cui non credevamo più di appartenere,  della solitudine, dove ciò che tentiamo da sempre di seppellire, torna a galla.
Alla seconda prova sulla lunga distanza, l’autore campano confeziona una raccolta di piccoli  ed emozionanti racconti: affreschi, diapositive, frammenti di vite come tante. Un universo interiore in cui smarrirsi diventa incantevole.

L’interiorità dell’essere umano e i complicati intrecci emotivi delle relazioni con gli altri, sono il  cuore pulsante del libro di Borrasso. Figli immersi nel ricordo struggente di un padre che non c’è più, coppie immortalate nell’ultimo attimo della loro passione, consapevoli che niente le potrà salvare, adolescenti che incominciano a sfiorare l’amore, restandone ammaliati e lacerati. L’autore tratteggia con maestria la psiche e i pensieri più intimi dei suoi personaggi, lasciando che il lettore si immedesimi con i tormenti e le speranze dei protagonisti.
Il crepuscolo che impregna una vecchiaia ormai vuota, l’amaro disincanto di uno scrittore prossimo alla fine o la zona d’ombra di un qualcosa di taciuto che divora lentamente l’amore tra due persone. I fantasmi di cui ci parla Borrasso sono ben più spaventosi degli spettri che infestano le pagine di romanzi e racconti gotici. Sono le inquietudini, le angosce e le ossessioni che albergano dentro di noi. Sono i simulacri di persone a cui abbiamo voluto bene ma che vorremmo relegare, senza riuscirci, in ricordi a cui non poter più avere accesso. Emblematico è il racconto che dà il titolo al volume, in cui il protagonista, ormai preda del disincanto, giungerà all’amara conclusione che “ogni storia d’amore ha il suo grado di imperfezione, e in alcune, vincono i fantasmi.”
Oltre agli affetti e ai rapporti con chi ci sta intorno, Borrasso affronta temi ancora più delicati, come l’autismo (“Il bambino alfanumerico”) o la depressione (“Un posto nascosto” o l’ambigua  e inquietante “Uomo da niente”) ma sempre con la stessa delicatezza e la capacità di avvolgere il lettore da ogni parte, lasciandolo senza una via di fuga. Vite spezzate, risorte, anestetizzate, paralizzate. Scelte da compiere, strade da percorrere, occhi che speranzosi volgono lo sguardo indietro e altri intimoriti che guardano dritti davanti a sé. Segni inequivocabili di esistenze che urlano la loro necessità di essere vissute.

Storia dei miei fantasmi” raccoglie racconti che parlano alle profondità dei nostri cuori, lasciando tracce cariche di dolore o di dolce mestizia, ma senza mai dimenticare uno spiraglio aperto su di una piccola speranza. Leggendolo vi renderete davvero conto che le storie di Borrasso sono le storie di ognuno di noi.

Voto: 4/5

Mr. P.

Nasce la nuova rivista letteraria “Passaporto Nansen”: intervista a Massimiliano Timpano

Negli ultimi anni, grazie anche alla digitalizzazione, abbiamo assistito a un ritorno in grande stile delle riviste letterarie. Da sempre ponte di lancio per autori esordienti, ma anche banco di prova per scrittori già affermati, le riviste letterarie sono una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale.
Oggi vorrei presentarvi una rivista neonata ma che sta già andando controcorrente (se non altro per il fatto che verrà stampata unicamente su carta, scelta ardita che trova il mio completo appoggio). Si tratta di “Passaporto Nansen”, rivista semestrale dedicata alla letteratura, che verrà distribuita in librerie indipendenti e biblioteche comunali al costo di € 2,00.
A tale proposito, abbiamo il grandissimo piacere di avere ospite su Blog con vista, Massimiliano Timpano, autore Bompiani e tra i curatori di “Passaporto Nansen”.

Ciao Massimiliano e grazie per essere qui con noi. Partiamo subito con una domanda classica: com’è nata “Passaporto Nansen”?

La rivista nasce dall’entusiasmo e dalla volontà di continuare a interrogare il passato per avere delle risposte al nostro presente.

So che fanno parte della vostra redazione penne autorevoli della narrativa e della saggistica italiana. Puoi presentarci in breve i tuoi compagni di viaggio?

Gli iniziatori e i primi capitani coraggiosi sono Paolo Di Paolo, scrittore e giornalista, Dario Pontuale, scrittore e critico militante, Angelo Deiana, penna giovane e promettente a cui si è aggiunta di recente Elisa Toma.

Il nome scelto per la rivista è piuttosto curioso e si rifà all’esploratore norvegese Federico Nansen, vincitore del Nobel per la Pace nel 1922 grazie appunto al “Passaporto Nansen”, documento destinato a proteggere gli apolidi e riconosciuto a livello internazionale da 52 paesi. Come mai la scelta di questo nome così originale?

La letteratura, io credo, non è un posto confortevole e comodo, un cuscino caldo e gualcito: ha a che fare, per mutuare le parole di Kafka, con continui assalti alle frontiere, una ricerca continua del proprio posto nel mondo.

Ora entriamo nel vivo della rivista: cosa dobbiamo aspettarci di trovare dentro “Passaporto Nansen”?

Una polifonia: penne diverse che rispondendo a interrogativi e intuizioni di monumenti del passato, sollevano altri interrogativi e dubbi.

So che il primo numero, presentato in anteprima il 23 marzo al Teatro Argentina di Roma, sarà dedicato a Pier Paolo Pasolini, grazie anche al patrocinio del “Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa della Delizia”. Come mai la scelta di iniziare la vostra avventura concentrandovi su uno dei maggiori intellettuali del XX secolo? Puoi anticiparci qualcosa sulla prima uscita di “Passaporto Nansen”?

Per la forza e l’attualità del pensiero di Pier Paolo Pasolini. In particolare, questo primo numero sarà dedicato a una domanda che Pasolini stesso pose nel 1971: “Come si riempie un vuoto letterario?”. Pensa a tutte le possibili implicazioni di questo “vuoto”: politiche, storiche, narratologiche… Nel primo numero di Passaporto Nansen ci sono. Già adesso, mentre ti sto rispondendo, vado riflettendo sull’idea di pieno e vuoto nelle arti figurative o ancora nel vuoto, nell’ambito più strettamente narrativo, in relazione ai personaggi relativi e quindi concavi che percorrono la propria storia romanzesca tentando di riempire quella mancanza.

Come scegliete i contributi che andranno a formare la rivista: testi, immagini, fotografie?

La redazione sarà fluida e aperta a quanti vorranno contribuire al confronto. In questo primo numero, come è ovvio, abbiamo chiesto alle nostre conoscenze più ristrette ma l’idea è di allargare sempre di più il cerchio.

Ultima domanda: la rivista verrà distribuita in formato cartaceo in librerie indipendenti e biblioteche. Perché la scelta di non adottare il formato digitale, da affiancare alla carta?

Non per vocazione alla sconfitta: siamo consapevoli dell’importanza del digitale nella comunicazione. Tuttavia, per quanto mi riguarda, la carta continua a essere un rifugio, una coperta di Linus. La rivista come hai già detto avrà un costo di due euro e la metà che ci tornerà sarà impiegata per spedire la rivista agli amici librai in trincea nelle varie parti d’Italia e per pagare le spese di stampa per il numero successivo. E se proprio andrà male, come novelli Hanta, delle copie stampate ne faremo parallelepipedi sigillati e armoniosi, trincando boccali di birra Urquell…

Grazie mille per il tuo tempo, Massimiliano. Vi ricordo che per avere notizie aggiornate sull’attività editoriale di “Passaporto Nansen”, potete seguire le pagine Facebook e Twitter della rivista.

Mr. P.

Javier Argüello – A proposito di Majorana

Titolo: A proposito di Majorana

Autore: Javier Argüello

Editore: Voland

Anno: 2017

Pagine: 333

Prezzo: € 16,00

“E vidi, come mai prima di allora, che cercare di ricostruire una storia – una qualsiasi storia –  rappresenta forse la più grande assurdità alla quale si possa essere esposti.”

In questi ventisei anni ancora non ho capito se credo al destino. Spesso mi ritrovo a pensare che no, non è possibile né razionale, esistono le coincidenze, il caso e niente più. Gli accadimenti non sono tutti intrinsecamente connessi, i nostri passi non sono già stati scritti da qualcuno e dobbiamo anzi assumerci la responsabilità di ogni nostra azione, perché noi e soltanto noi scriviamo la nostra vita. A volte, però, accadono delle cose che mi fanno mettere in dubbio tutto ciò. Spesso sono episodi assolutamente banali, che fanno sorridere e nient’altro (“Oh, ieri notte ho sognato Tizio e guarda chi incontro, dopo dieci anni, in treno, oggi!”). Altre volte, invece, queste casualità mi fanno quasi rabbrividire e non riesco a non pensarci a distanza di giorni. È stata dunque una fortuita combinazione ritrovarmi con questo libro in mano, leggerlo, e rimanere sconcertata non soltanto dal tema di fondo (sì, si parla di destino) ma anche dai luoghi descritti – da me visitati pochi giorni prima – e dalle riflessioni scaturite da queste pagine, così vicine a ciò che provavo in quel periodo della mia vita? Probabilmente sì, è stata una semplice e banale coincidenza. Eppure, una parte di me, non riesce a non credere che questo romanzo, in qualche modo, mi abbia chiamata, in quelle confuse settimane di novembre, perché aveva qualcosa da dirmi, e non poteva farlo che in quel preciso momento.

Esistono dei libri che sono una vera e propria scoperta, una sorpresa. A me è accaduto precisamente questo, con “A proposito di Majorana”. Non mi aspettavo nulla di quello che ci ho trovato dentro. Ad una prima, distratta, occhiata, il lavoro di Javier Argüello può sembrare un giallo: l’intera vicenda, infatti, ruota attorno ad un’indagine. Fin dall’inizio, però, notiamo qualcosa di diverso, di atipico, per un romanzo che sembra di genere. Il protagonista non è né un poliziotto né un detective: egli è, infatti, un giornalista. Ernesto Aguiar è un “uomo medio”. Apparentemente la sua vita sembra normalissima: ha una fidanzata che sta per sposare, Ana, un lavoro che gli permette di sopravvivere, un’esistenza pacata. Ma proprio dietro la sua pacatezza si nasconde tutta la sua insoddisfazione: il lavoro da giornalista è in realtà uno specchietto per le allodole, in quanto la sua vera mansione è redigere necrologi. Prova un forte sentimento per la sua compagna ma sente che lei non riesce e non riuscirà mai a comprenderlo a fondo. Le sue certezze, inesorabilmente, crollano una dopo l’altra e Aguiar si sente perso, solo, senza più un appiglio. È però a questo punto che giunge, inaspettatamente, un’opportunità d’oro: il suo capo gli offre un incarico che lo porterà per qualche giorno lontano da Barcellona, la sua città. È necessario, infatti, scrivere un pezzo su uno dei fisici più importanti al mondo, Ettore Majorana e, più specificamente, sulla sua misteriorsa scomparsa, avvenuta ottant’anni prima. Il protagonista si dovrà quindi recare a Napoli per portare avanti un’inchiesta dai contorni piuttosto sfocati. L’occasione è perfetta per lui: allontanarsi dalla realtà che lo circonda quotidianamente è quello di cui ha bisogno, soltanto distanziandosi da tutto potrà fare chiarezza («D’un tratto la direzione che dovevano prendere le cose mi fu chiara come poco altro nella vita. Pure l’assurdo incarico del mio capo si rivelava un passo necessario. Sparire. Quando lo capii, la parola riecheggiò nella mia testa ma stavolta con un significato diverso, come se all’improvviso avesse acquisito maggiore solidità, come se all’astratto impulso di fuga di qualche ora prima si fossero aggiunti un piano preciso e un pretesto concreto, come se un fenomeno confinato fino ad allora al mero campo delle probabilità si fosse di colpo materializzato in una forma compiuta. E a quel punto non mi sembrò più una follia. D’un tratto l’impossibile divenne reale. E il reale si trasformò in inevitabile»). L’incontro con un vecchio compagno di scuola, Ross il Biondo, è un ulteriore segno: l’amico, infatti, lo invita ad accompagnarlo in un viaggio in barca a vela che stava organizzando da un po’, promettendogli un passaggio fino a Napoli. Ogni cosa sembra cadere a pennello, tutto in qualche modo va ad assecondare il suo impulso di fuga, che fino ad ora aveva sempre celato cautamente.

Il romanzo di Argüello – e lo si capisce fin dalle primissime pagine –  si snoda su differenti livelli temporali: lo scrittore alterna continuamente il passato (la traversata marittima di Aguiar e Ross il Biondo) al presente (la vita del protagonista, ormai giunto a Napoli). Allo stesso modo, due sono le scomparse davanti a cui ci si ritroverà: non soltanto quella, ormai quasi dimenticata, di Majorana, ma anche quella di Ross il Biondo, dissoltosi nel nulla dopo un incidente con la barca sulle coste di Sorrento. Come dicevo inizialmente, però, l’aspetto poliziesco è soltanto una parte di ciò che nasconde questo romanzo: le vicende di Aguiar e le indagini che lo coinvolgeranno sono un pretesto per avventurarsi in sentieri molto più profondi e complicati, sentieri che riguardano l’animo umano, il tempo, la fisica, il destino  e «l’inesorabile unità delle cose che si influenzano reciprocamente e cercano la loro forma nel luogo verso cui tutte convergono». Preferisco non aggiungere nulla alla trama perché la bravura di Argüello sta proprio nel dipanarla lentamente, con un tocco di suspense, con riflessioni intime e ricercate sull’esistenza. Posso soltanto consigliarvi di lasciarvi sfiorare dalle sue parole, dai rumori e dagli odori di una Napoli descritta meravigliosamente, dalla vita che emerge in questo libro. Forse, giunti al termine della vostra lettura, avrete più domande che risposte ma io penso che il segreto – se un segreto esiste, naturalmente – sia proprio questo: non smettere mai di porsele, queste domande.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Jeff Jackson – Mira corpora

Titolo: Mira corpora

Autore: Jeff Jackson

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 216

Prezzo: € 12,00

“Registro gli eventi della mia vita, riempiendo un quaderno dopo l’altro. Forse non riporto i dettagli esattamente nel modo giusto, ma non importa. I fatti precisi non hanno valore, qui. Ciò che conta è la saliva che ho appena sputato su questo stesso foglio di carta. Il denso grumo si dissolve lentamente in un piccolo cerchio nel testo e rende traslucide le parole. L’inchiostro comincia a gocciolare. Le fibre si allentano. Se fai scorrere le dita su questo paragrafo, sentirai il punto dove ho conficcato il mio pollice attraverso il foglio. C’è un intero mondo in quel buco.”

Seconda uscita per Pidgin Edizioni, casa editrice che fa della letteratura underground il suo manifesto, dando voci ad autori dal linguaggio forte e mai banale. Questa volta tocca al drammaturgo americano Jeff Jackson e al suo “Mira corpora“, romanzo che già dal titolo lascia intuire originalità e voglia di sorprendere il lettore. L’opera di Jackson potrebbe essere annoverata nel grande calderone dei romanzi di formazione ma ridurre in tal senso la storia di Jeff, il ragazzo protagonista omonimo dell’autore, risulterebbe alquanto limitante. “Mira corpora“, oltre che percorso esistenziale e spirituale, è surrealismo, simbolismo, violenza e ossessione.

L’infanzia di Jeff non è stata come quella della maggior parte dei bambini: sempre in bilico tra l’aggressività di una madre alcolizzata e i soggiorni trascorsi in questo o quell’altro orfanotrofio, il piccolo narratore non ha mai conosciuto l’amore incondizionato di un genitore o il profondo senso di sicurezza sprigionato da una rincuorante monotonia familiare. Proprio in un orfanotrofio prende il via la storia, con una potentissima scena iniziale, in cui sembra quasi che il ragazzino provi a cercare l’affetto che da sempre gli manca in un gruppo di cani randagi, attratto allo stesso tempo dalla vita selvaggia di quegli esseri a quattro zampe, concezione dell’esistenza che abbraccerà lui stesso qualche anno più tardi, quando deciderà che i soprusi della madre avranno raggiunto il limite di tolleranza. Proprio la fuga da casa lo condurrà attraverso un cammino corporeo e psichico, in cui sovente la crudezza della realtà si aggroviglia senza soluzione di continuità all’inquietudine onirica di simbologie e utopie dai contorni magici. La narrazione ingloba dapprima scenari naturali e primitivi, per poi spostare le sue sghembe coordinate all’interno di paesaggi urbani dalle tinte fosche e cruente.
Lungo il proprio viaggio, Jeff farà la conoscenza di un nugolo di personaggi dai tratti distintivi ben marcati, ognuno dei quali incastrerà un tassello fondamentale nel caos che si agita inquieto nella sua esistenza. Uomini cinici, oracoli, leader di band scomparse dai palcoscenici: ciascuno di loro condurrà Jeff all’interno della propria oscurità personale, destabilizzando la sua apatia e la sua vita da reietto, ma dandogli anche qualcosa a cui mirare, che si materializzerà in un dipinto raffigurante un albero di arance all’interno di una radura. Un’immagine che Jeff scruta con occhi indagatori, curiosi e sognanti e che potrebbe benissimo rappresentare la normalità di una vita che invece è sempre stati ai limiti e l’affetto di una madre che è sempre mancato. Un’immagine che potrebbe però rivelarsi un’illusione, un mondo di carta che mai potrebbe coincidere con la realtà. Una realtà in cui il corpo dell’essere umano, martoriato, sfruttato, decaduto o violentato, sembra essere l’unico elemento concreto a cui appigliarsi, facendo leva sul primario istinto di sopravvivenza insito in ognuno di noi, quando il miraggio dell’albero di arance scompare lento all’orizzonte.

Mira corpora” non è una lettura immediata e lineare e ogni episodio rappresenta una finestra spalancata su di un piccolo universo, che si ricongiunge agli altri attraverso il collante rappresentato dal corpo e dalla spirito di Jeff, in un cerchio che forse si chiude soltanto in apparenza. Una narrazione dalla spiccata personalità e mai convenzionale aiuta il lettore ad addentrarsi tra le pieghe del libro, in un percorso tortuoso e ricco di insidie ma che, se affrontato con la giusta dose di curiosità e riflessione, sa regalare una storia difficile da dimenticare.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dani Fiorenza – Tutto quello che mi succede è colpa mia

Titolo: Tutto quello che mi succede è colpa mia

Autore: Dani Fiorenza

Editore: Echos Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 152

Prezzo: € 12,00

“Tutte le mattine pensava che non sarebbe dovuto essere lì, seduto su quella panchina a passare un’altra notte insonne. Non sarebbe neanche dovuto essere quello che era. Avrebbe dovuto essere qualcun’altro. O meglio, come diceva lui, avrebbe dovuto essere qualcos’altro, ciò che sarebbe potuto diventare se in passato avesse fatto quello che, in determinati momenti della sua vita, aveva inizialmente intenzione di fare.”

Esordio letterario per Dani Fiorenza, giovane autore toscano che da qualche mese ha dato alle stampe la sua prima raccolta di racconti. “Tutto quello che mi succede è colpa mia” contiene nove schegge di puro nonsense e follia, influenzate, a mio avviso, da autori quali Buzzati e Kafka. Un viaggio all’insegna dell’assurdo e del surreale, che trascina il lettore in una realtà in cui, scavando a fondo, ci si accorge che ogni cosa non è ciò che sembra.

Protagonisti delle storie di Fiorenza sono uomini e donne alle prese con l’esistenza di tutti i giorni, tra problemi quotidiani, gesti avventati e rimpianti. Vite come tante, dove però basta svoltare l’angolo per perdere l’orientamento e restare disorientati, in cui il senso del grottesco e dell’irrazionale è sempre in agguato. Possiamo così assistere a un vero e proprio ribaltamento dei ruoli, quando la vittima di un incidente si trasforma in un cinico e spietato carnefice (“Giustizia è fatta“), oppure a un litigio tra fidanzati che diventa la causa scatenante per dichiararsi amore eterno, nonostante la ragazza non sia più in vita (“Ti amo, vuoi capirlo o no?!“). Ma anche la morte e la sofferenza non vengono risparmiate dal sarcasmo amaro che traspare da queste storie. Emblematico è il racconto “L’amaro è di chi muore“, in cui un ingegnere scopre di essere deceduto, comprendendo miseramente come la sua dipartita non causi il dolore che invece si sarebbe aspettato di scoprire nei cuori delle persone che lo conoscevano. E ancora “Chiudi gli occhi e dormi“, che vede protagonisti due ragazzi che, per aiutare un uomo ferito (ma soltanto per tornaconto personale), finiranno soltanto per danneggiarlo.
La letteratura dell’assurdo non è semplice da gestire: deve appassionare e far sorridere ma senza, a mio parere, sfociare nella caricatura o nell’esagerazione. Nel suo esordio, il giovane autore toscano, sfodera sicuramente una grande originalità di trame e personaggi e ha l’indiscutibile pregio di confezionare racconti molto differenti l’uno dall’altro. Le storie filano via lisce, riuscendo a strappare più di un sorriso al lettore, ma in alcuni frangenti l’eccessività e il paradosso vengono a galla, guastando trame ben congegnate. In particolare ho trovato alcuni espedienti narrativi e qualche finale decisamente fuori posto.
Lo stile è pulito e fresco, ideale per una letteratura di intrattenimento come quella qui espressa, anche se a volte mi è sembrato eccessivamente colloquiale. Infine un appunto anche per i refusi, un po’ troppo sovrabbondanti.

Tutto quello che mi succede è colpa mia” è un esordio discreto, con tutti i pregi e i difetti di un autore alle prese con la sua prima opera. Incontrerà sicuramente il gradimento di chi cerca una lettura disimpegnata ma non vuota, che faccia evadere qualche ora dalla realtà, proiettando il lettore in un mondo visionario e onirico.

Voto: 3/5

Mr. P.