Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere

Titolo: Parole nella polvere

Autore: Máirtín Ó Cadhain

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2017

Pagine: 400

Prezzo: € 26,00

“Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri, gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme…”

Uno schizofrenico, gioioso, funebre delirio. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver terminato la lettura di “Parole nella polvere”, romanzo corale dello scrittore irlandese Máirtín Ó Cadhain, tradotto per la prima volta in italiano da Edizioni Lindau. Proprio la presenza di ben quattro traduttori è stato uno degli aspetti che mi aveva maggiormente incuriosito prima di immergermi nelle febbricitanti atmosfere dell’opera di Ó Cadhain. Scritto in origine in gaelico e poi tradotto in inglese, in tre differenti versioni, “Parole nella polvere” è ricchissimo di suggestioni e riferimenti alla cultura popolare irlandese, creando un turbinio di espressioni che sono state mantenute anche nella traduzione italiana, senza per questo rendere difficoltosa la lettura. Grande merito quindi, a mio modesto parere, va riconosciuto ai traduttori (Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano).
Dopo questa doverosa premessa, possiamo addentrarci nelle folli pagine di Ó Cadhain.

L’intero libro è ambientato tra le tombe di un piccolo cimitero del Connemara, regione selvaggia dell’Irlanda occidentale. Protagonisti sono proprio coloro che abitano quelle tombe. Attenzione però: i morti non sono mai stati così vivi! E direi anche così spassosi. Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, “Parole nella polvere” ci rende partecipi dei piccoli drammi di un’intera comunità, tra i dilemmi della quotidianità e i disastri della seconda guerra mondiale e del nazismo. Il linguaggio è colorito e fragoroso, in cui insulti e maledizioni di certo non si sprecano. Insomma, più che in un cimitero, ci pare quasi di essere un mercato rionale. Ed è proprio questa la forza dell’opera di  Ó Cadhain: una vivacità che scorre come energia elettrica tra le pagine del libro, catturando il lettore e trascinandolo a forza tra le meschinità e i futili problemi di un paesino del Connemara. Se pensiamo poi che a recriminare sul passato e a essere smaniosi di conoscere quanto sta accadendo nel mondo dei vivi sono i defunti, l’effetto comico e surreale è assicurato. Altroché pace e riposo eterno: nel piccolo cimitero di Ó Cadhain a regnare è una caciara vitale e senza freni.
Assistiamo così alle imprecazioni cariche d’odio di Caitríona, vedova perennemente in guerra contro la sorella e la nuora. All’ostentazione di cultura del Maestro, vanificata dalle feroce gelosia verso la moglie e il nuovo amante Billyboy il postino. O ancora al pudore di Jack l’usignolo, che non vuole mai parlare male di chi non è presente. Il microcosmo di Ó Cadhain è ricchissimo di personaggi, ognuno con le proprie debolezze e manie. Ognuno invidioso di ciò che hanno gli altri. E cosa ci si può invidiare tra morti, se non la croce? Una possente croce in pietra dell’isola, piantata sopra la tomba a dimostrare che sotto quel cumulo di terra non giace una persona qualunque. La stessa croce che diventa motivo di orgoglio ferito per Caitríona, che domanda a ogni nuovo arrivato a che punto sia la sua preparazione.
Unica voce che si distacca dal cicaleccio dei morti è quella della tromba del cimitero, che dolente introduce il lettore a ogni nuovo capitolo, con i suoi nostalgici paragoni tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Parole nella polvere” non è una lettura semplice. Ci si deve dedicare tempo e attenzione, se non altro almeno per districarsi tra la selva di personaggi. È un libro che mi ha ricordato l'”Ulisse” di Joyce, con quella sua forma poco romanzata e parecchio sperimentale, che a tratti potrebbe risultare pesante. È un’opera che deve essere scoperta poco alla volta, prendendo piano piano confidenza con gli abitanti del cimitero e con le loro storie. Un’esperienza di lettura, forse non adatta a chiunque, ma che potrebbe donare molto a chi decide di immergersi completamente tra le sue pagine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Annunci

Peppe Fiore – Dimenticare

Titolo: Dimenticare

Autore: Peppe Fiore

Editore: Einaudi

Anno: 2017

Pagine: 200

Prezzo: € 18,50

“Il passato esiste solo in funzione di come uno se lo racconta, e diventa davvero passato solo quando prende la forma di una storia.”

“Come si fa?”, mi chiedo. Come si fa a parlare di un libro che mi ha colpita così nel profondo? Come posso esprimere con le parole, in modo razionale e pacato, ciò che non sono neanche ancora riuscita a metabolizzare per bene? Potrò, riuscirò? Queste sono le domande che mi pongo mentre mi accingo a scrivere di “Dimenticare”, ultimo lavoro di Peppe Fiore, scrittore e sceneggiatore napoletano. Fin dalle prime pagine sono stata catturata dalle atmosfere di questo romanzo, che può apparire a qualcuno, forse, abbastanza semplice; dietro a questa maschera, si rivela invece – a mio avviso – una complessità non da poco. La scena iniziale mi ha immediatamente richiamato alla mente, chissà perché, Paolo Sorrentino e, man mano che procedevo con la lettura, non sono riuscita a scrollarmi di dosso questa sensazione: la storia narrata, le ambientazioni, i dialoghi tanto scarni quanto pungenti, quel senso di sospensione e di assurdo, tutto mi ha ricordato un film del regista napoletano. E questo è assolutamente un punto a favore, amandolo io moltissimo!

Il protagonista di “Dimenticare” è Daniele, un uomo all’apparenza schivo, che decide di abbandonare di punto in bianco la sua vita a Fiumicino per trasferirsi altrove, in un paesino sulle montagne laziali, con l’intento di prendere in gestione il bar di una stazione sciistica ormai inutilizzata. Nulla di troppo complicato, fino a qua: sono molte le opere che parlano di decisioni affrettate, di cambiamenti inaspettati, di luoghi “limite”, solitari e silenziosi. Daniele comincia a condurre un’esistenza pacata: instaura dei rapporti con alcuni abitanti, lavora senza sosta e tutto sembra filare liscio. Fin da subito, però, il lettore intuisce che qualcosa non quadra: perché Daniele se n’è andato? Che cosa l’ha spinto ad allontanarsi dalla sua famiglia, da quel fratello tanto amato quanto odiato, da quel nipote così affezionato a lui? Perché il passato sembra tornare ad ogni respiro, che cosa sta cercando di cancellare con tenacia, con una forza che l’ha fatto isolare in quella casa dismessa? E, ancora, è davvero possibile dimenticare? Perché i ricordi possono riemergere, il protagonista stesso se ne rende conto: «Credeva di essersene liberato e invece erano rimasti lì, sotto la corteccia della coscienza, come radici che non possono esprimersi alla luce, e si ramificano verso il profondo».

Il romanzo di Peppe Fiore non è però né un thriller né un giallo e, soprattutto, non è per nulla scontato: ciascuna pagina è intrisa di malinconia, la psicologia del protagonista è scavata a fondo ed aleggia continuamente nell’aria qualcosa di strano, di oscuro, quella «bestia addormentata, sempre con un occhio chiuso e l’altro aperto», che si nasconde dentro ciascuno di noi. Fiore è in grado di mostrarci le parti più sofferenti e cupe di noi stessi, è stato capace di farmi venire i brividi e di smuovere corde molto profonde, con una certa poeticità, che si riscontra fino all’ultima, perfetta, parola.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Amy Fusselman – Il medico della nave / 8

Titolo: Il medico della nave / 8

Autore: Amy Fusselman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 208

Prezzo: € 13,00

“Me ne stavo sdraiata lì, a percepire quelle mani su di me nonostante lo spazio che ci separava, e pensavo, Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio, ma il tempo.”

È innegabile: la non-fiction sta prendendo il sopravvento, ultimamente, anche e soprattutto nella forma del memoir. Abbiamo forse bisogno di qualcosa che vada al di là della finzione, di qualcosa che ci ricordi i nostri legami con la realtà di tutti i giorni, che ci faccia pensare “Tutto questo è accaduto davvero, perciò lo sento più vicino a me, più autentico?”. Qualunque sia il motivo, anche per Edizioni Black Coffee è giunto il momento di confrontarsi con un’opera del genere: “Il medico della nave / 8”, infatti, sono due lavori autobiografici della scrittrice newyorkese Amy Fusselman, riuniti nell’ultima uscita della casa editrice toscana, dalla copertina ancora una volta brillante e significativa.

Fin dalle prime frasi de “Il medico della nave”, Amy Fusselman mette in evidenza quelli che saranno due punti fermi di questo suo lavoro: la maternità («Io voglio restare incinta. O meglio, non voglio morire senza aver avuto figli.») e la morte, recente, del padre («Un tempo ero una bambina, avevo un padre. Ora mio padre è morto. E’ morto due settimane fa.»).  Due concetti completamente opposti si contrappongono per tutta la prima parte del libro: da un lato troviamo un desiderio fermo, costante, ricercato con fatica e speranza, talvolta con paura e frustrazione, una volontà che ha a che fare con la nascita, l’aprirsi alla vita, al cominciare a scrivere la propria storia, ogni giorno. Dall’altro, assistiamo, impotenti come la scrittrice stessa, allo spegnersi di un’esistenza, e a tutto ciò che questo comporta. La Fusselman alterna continuamente le sue sensazioni, i suoi timori ed il suo arduo percorso verso la maternità ai ricordi trascritti dal genitore in un diario tenuto quando era medico su una nave durante la Seconda Guerra Mondiale. In qualche modo, grazie a quelle pagine ormai passate, il padre della scrittrice riesce a rivivere, a dare un segno non solo al lettore, ma anche alla stessa figlia che ancora lo cerca, nonostante tutto.

In “8”, Amy Fusselman continua le sue riflessioni, ampliandole ulteriormente: di fondamentale importanza il concetto di tempo, che qui viene sviscerato in tutte le sue sfumature. Tempo, quindi, non solo come ciò che separa le persone le une dalle altre, ma anche come base per imparare qualsiasi cosa («Gli esseri umani imparano tramite ripetizione. Questo ci rende vincolati al tempo.»), come fiume in cui continuamente siamo immersi («Tu ci sei dentro a quel fiume, e la tua vita si svolge lì, giorno dopo giorno, azione dopo azione.») ma anche come mappa, che l’uomo cerca di utilizzare razionalmente per controllare ciò che, forse, ancora non conosce perfettamente. Ed è nel tempo stesso che si muove la penna della scrittrice, andando a ritroso, ricordando il suo amore per il pattinaggio, per le sue figure, le esperienze di terapia affrontate negli anni (da quella psicologica, tradizionale, a quelle più alternative). Il fil rouge che lega la maggior parte dei suoi ricordi, però, ha a che fare con un trauma vissuto quand’era bambina ed è proprio alla persona che ha dato vita a tutto ciò che la Fusselman si rivolge: il suo pedofilo. Se sono stata in grado sentire in modo vivido soltanto alcune parti di questo libro – forse a me i memoir non fanno l’effetto che ho ipotizzato all’inizio? Sono più attratta da ciò che non è completamente frutto dell’esperienza reale altrui? -, è con il ringraziamento dell’autrice all’uomo che ha influenzato irrimediabilmente la sua vita che ho avvertito le prime, vere, coltellate in pieno petto. «Ed è con gioia che ora dico: grazie, pedofilo. (…) grazie di aver fatto di me una scrittrice; (…) grazie di avermi spaventata a morte e avermi reso coraggiosa; grazie di avermi fatto credere di essere una supereroina che stava salvando la sua famiglia da morte certa».

Credo sia questo, forse, il messaggio più importante celato nelle pagine di entrambi i lavori: riuscire a scorgere un po’ di luce, là dove sembra esserci soltanto il buio più totale.  Ricordare per tenere ben presente, ben vivo il proprio percorso, ciò che si è superato e ciò che si è in grado di affrontare. Comprendere la paura del futuro, accettarla, farla propria ma poi metterla da parte: e non dimenticare mai, mai, che «La più grande menzogna del mondo è quella che ci fa credere che se una cosa è successa una volta, succederà di nuovo».

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Dario Pontuale – Ciak si legge

Titolo: Ciak si legge – Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 180

Prezzo: € 16,00

“Scoprirai che leggere avvera i desideri e amplifica i sogni.”

“Perché la cultura è proprio questo: insegnarsi reciprocamente a leggere.” [dalla postfazione di Valerio Nardoni]

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare la tipica frase: «Non ho letto il libro ma ho visto il film!». Decine e decine di volte, ci scommetto. Questo magari per pigrizia, perché non si è (ancora) tra i cosiddetti “lettori forti” oppure semplicemente perché è capitato di trovarsi davanti il film in televisione ma poi ci si è dimenticati di recuperare il libro. È accaduto a chiunque e non c’è nulla di cui vergognarsi.
Ciak si legge“, del bravissimo scrittore, saggista a curatore di classici Dario Pontuale, è proprio rivolto a chi vorrebbe addentrarsi nel meraviglioso mondo della letteratura classica ma non riesce a ritagliarsi il tempo necessario o non ha ancora sviluppato tale desiderio come si deve, ma necessita di una spintarella da chi la scrittura e la lettura le respira ogni giorno.

Il volume nasce da una serie di incontri che l’autore ha tenuto in varie biblioteche romane, in cui ogni volta presentava al pubblico ignaro un classico. Al termine della serata, Pontuale trascriveva il tutto per tenerne traccia, creando di fatto la raccolta di saggi che compone il libro. Ventidue sono gli autori che ci vengono raccontati, ognuno tramite un’opera, che non necessariamente si rivela essere la più conosciuta o significativa. Le scelte di Pontuale spaziano da classici ottocenteschi (Melville, Tolstoj, Flaubert) ad autori più moderni (Bukowski, Camus, Salinger), passando per la grande letteratura italiana (Buzzati, Pavese, Fenoglio). Una carrellata di scrittori e opere immortali, presentati ognuno con una piccola biografia, una citazione e un’illustrazione originale della classe del 2° anno del Corso di Illustrazione della Scuola Internazionale di Comics di Padova. Disegni che impreziosiscono ulteriormente il volume e che diventano vere e proprie chicche per bibliofili e non. Ovviamente non può mancare il riferimento cinematografico, con tutte le informazioni utili sulla trasposizione in pellicola di ogni capolavoro. Il cuore del libro però sono i brevi saggi che accompagnano ogni autore, incentrati per la maggior parte sull’opera scelta da Pontuale. Approfondimenti che si tramutano quasi in racconti e da cui traspare in modo cristallino tutto l’amore, autentico e appassionato, che lo scrittore romano nutre per la lettura e in particolare per i classici. Gli accenni alle trame fanno molta attenzione a non svelare troppo, lasciando anzi il lettore con il fiato sospeso e con la voglia di saperne di più, di correre in libreria o in biblioteca e recuperare il volume. Pontuale è abilissimo a instillare in chi legge il desiderio di proseguire la lettura, lasciando che  la mente di ognuno spazi dall’attesa di Giovanni Drogo alla fortezza Bastiani, alle avventure marinaresche di Jim Hawkins e del temibilie Long John Silver o ancora all’inettitudine di Zeno Cosini. Un vero e proprio bignami a cui attingere quando si ha bisogno di uno stimolo autentico alla lettura.

Come tutte le altre opere di Pontuale che ho avuto il piacere di leggere, anche “Ciak si legge” è una dichiarazione d’amore verso il mondo dei libri e verso la duplice faccia della stessa medaglia, ovvero la scrittura e la lettura. Una passione che traspare nitida da ogni pagina di questa raccolta di saggi, che ha il compito, a mio avviso centrato in pieno, di trasmettere tale passione anche a chi la lettura non la mastica quotidianamente ma sente in sé il bisogno di evadere, sognare, essere teneramente cullato o deliziosamente spaventato. Insomma, chi sente ancora il bisogno di emozionarsi.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

James Baldwin – Stamattina stasera troppo presto

Titolo: Stamattina stasera troppo presto

Autore: James Baldwin

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 281

Prezzo: € 16,00

“Eppure giorno dopo giorno si rendeva conto di essere nero come il peccato, capiva che i segreti del suo cuore erano una puzza alle narici di Dio.”

James Baldwin fa parte di quella schiera di autori che nel nostro paese sono caduti ingiustamente nell’oblio e che necessiterebbero di una corposa ristampa delle loro opere. Per fortuna ci ha pensato Racconti Edizioni, riportando nelle librerie italiane “Stamattina stasera troppo presto”, l’unica raccolta di racconti dello scrittore newyorchese. Un’antologia potente, rabbiosa, mai banale. Otto blues, come li definisce la stessa casa editrice, che ci prendono a schiaffi in pieno volto, ci scuotono e ci urlano contro ma che sanno anche cullarci e accarezzarci malinconicamente.

James Baldwin, all’interno delle sue storie, diventa bambino, uomo, donna, bianco e nero. La sua scrittura diretta e priva di orpelli, che sa toccare con grazia le corde più nascoste dell’animo umano, ci accompagna nel profondo della coscienza della gente comune, tra problemi quotidiani e il desiderio straziante di una nuova vita.
Nei suoi racconti troviamo temi scomodi e dalle acute valenze sociali, che pescano a piene mani nella tormentata esistenza dell’autore americano. Il difficile rapporto tra un figlio, colmo d’insicurezza e in cerca di comprensione, con un patrigno inflessibile e fanatico religioso (“Il macigno”), si intreccia con un’omosessualità repressa, faticosa da comprendere per lo stesso narratore (“La scampagnata”). Tratti chiaramente autobiografici, che ci trasmettono la sensazione di disagio e di incomunicabilità con la famiglia che deve aver provato lo scrittore da ragazzo.
Non possono mancare ovviamente le tematiche legate al razzismo e alla discriminazione dei neri d’America, affrontate in modo magistrale in racconti come “«Previous condition»”, “Come out the wilderness”, dove Baldwin ci narra della burrascosa storia d’amore tra una donna di colore e un ragazzo bianco e “Uomo bianco”. Proprio da quest’ultimo, descritto attraverso le percezioni e i sentimenti di uomo di razza bianca, traspare tutta la crudeltà e la generalizzazione con cui è stato trattato il popolo nero. Un racconto agghiacciante, che non mancherà di infilarsi come un amo nella coscienza del lettore, per poi arpionargli il cuore. Altro esempio di brutalità inaudita, ma assumendo questa volta i caratteri di una vendetta dettata dall’invidia verso una famiglia bianca, è “L’uomo bambino”. Una manciata di pagine che lascia un vero e proprio senso di malessere. Emozioni dense che soltanto le grandi penne sanno trasmettere. Particolarmente toccante è invece “Blues per Sonny”, storia sul legame complicato tra due fratelli, che nonostante le divergenze e una visione opposta della vita, finiscono per ritrovarsi.
Il racconto che da il titolo alla raccolta è invece un altro esempio di esperienza autobiografica. Il protagonista è un attore e cantante che, come Baldwin stesso, è emigrato a Parigi, lontano da un’America che non l’ha mai accettato veramente. “Stamattina stasera troppo presto” narra l’ultima notte francese dell’attore prima di tornare negli Stati Uniti per una nuova opportunità di lavoro. Veniamo così a scoprire che il ritorno verso il paese natio, più che fonte di gioia, è foriero di paure e incertezze sul futuro. Il narratore si sente un espatriato fin dalla nascita, senza un luogo da poter chiamare casa. Un’odissea interiore di cui non ci è concesso conoscere il finale ma che ci lascerà intravedere uno spiraglio di speranza.

James Baldwin, attraverso le ingiustizie e le discriminazioni subite dalla sua razza, parla un linguaggio universale, diretto a ogni essere umano, senza distinzione di sesso o etnia. Racconti di denuncia sociale e di indagine psicologica, vigorosi e delicati nello stesso tempo. Storie che sapranno trasmettervi rabbia, rimpianto, solitudine, amore e che, statene pur certi, non potranno lasciarvi indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.

John Ajvide Lindqvist – Musica dalla spiaggia del paradiso

Titolo: Musica dalla spiaggia del paradiso

Autore: John Ajvide Lindqvist

Editore: Marsilio

Anno: 2015

Pagine: 426

Prezzo: € 18,50

“È dai difetti che si capisce una persona. Possiamo farci un’idea osservandone le caratteristiche, buone o cattive. Tutto quello che si vede in superficie. Ma se vogliamo davvero capire chi sia, dobbiamo addentrarci nell’oscurità e conoscere i suoi difetti. La rotella mancante definisce l’ingranaggio. Un quadro si giudica dalla pennellata sbagliata, mentre l’accordo dissonante fa a pezzi una canzone. Oppure la rende interessante. È l’altra faccia della medaglia.”

Considerato da molti l’erede europeo di Stephen King, John Ajvide Lindqvist si è sempre contraddistinto per una concezione dell’orrore in chiave moderna, rielaborando in maniera originale e personalissima alcuni stilemi dell’horror più classico. Pensiamo ad esempio al vampiro, reinventato in modo magistrale in quel capolavoro che è “Lasciami entrare”, oppure agli zombie, svecchiati e rinnovati ne “L’estate dei morti viventi” o ancora pescando a piene mani nella ghost story con “Il porto degli spiriti”.
Musica dalla spiaggia del paradiso“, sesta opera dell’autore svedese, lascia invece da parte creature mostruose e terrori ancestrali per addentrarsi con maggior profondità nei meandri della psiche e della coscienza umana, miscelando elementi soprannaturali con allucinazioni e stati di alterazione mentale.

Fin dalla prima pagina ci troviamo catapultati nel centro della narrazione, che prende il via quando un gruppo di turisti, nel bel mezzo delle vacanze trascorse in un campeggio nei pressi di Stoccolma, scoprono che ogni cosa intorno a loro è sparita. O meglio, restano soltanto le loro roulotte, circondate da un’immensa landa, ricoperta da un prato verde tagliato alla perfezione e sovrastata da un cielo di un blu uniforme, senza sole e senza nuvole. Dopo un primo momento di spaesamento, il panico inizia a serpeggiare tra i protagonisti, accorgendosi ben presto di non essere soli. Misteriose figure bianche, prive di lineamenti, si aggirano inquiete intorno al campo, richiamando l’attenzione degli sfortunati campeggiatori. Proprio queste sagome diventano il fulcro dell’universo psicologico costruito da Lindqvist: c’è chi, scrutandoli, vede il padre defunto, chi un commesso viaggiatore, chi invece una tigre nera e chi addirittura l’attore Jimmie Stewart. Il passato, portando con sé il proprio carico di colpe e di inganni, torna a ghermire con i suoi artigli affilati i dieci dispersi, lasciandoli atterriti, confusi e spaventati.
Si alternano così alla narrazione delle vicende presenti, corposi e affascinanti flashback sulle precedenti vite dei protagonisti. Unico collante della follia che imperversa nel campeggio, le note suadenti che fuoriescono dalle casse dalle autoradio: un flusso continuo di canzoni svedesi, con il comune denominatore dell’autore Peter Himmelstrand. Man mano che trascorrono le ore, in un pomeriggio perpetuo senza alba né tramonto, l’alienazione e lo squilibrio mentale si fanno strada nelle menti stremate dei villeggianti, tra tentativi di contatto con il mondo reale e fughe improvvisate alla ricerca di una via d’uscita da quell’orrore fatto di erba e cielo azzurro.
Tra i vari personaggi occorre citare Molly, una sinistra bambina dal carattere ambiguo, figlia del calciatore Peter e della modella Isabelle. Lasciata in tenera età dalla madre dentro una galleria buia per parecchie ore, sembra aver sviluppato un legame angoscioso con le figure bianche e l’universo parallelo in cui sono imprigionati.

Musica dalla spiaggia del paradiso” non è un libro semplice. Si rischia più volte di perdersi nei meandri psicologici creati da Lindqvist, in una sequenza ininterrotta di realtà e finzione. Un’opera che parrebbe lasciare più interrogativi che risposte ma che, se letta con la giusta attenzione, apre lo spiraglio a più di un’interpretazione. Un libro complesso che, senza preamboli, trasporta il lettore in un mondo estraneo, in cui l’autore si diverte a lasciare del non detto, a beneficio della fantasia di chi legge. Un romanzo che trascende i generi e che farà felice chi non si accontenta di una lettura ordinaria, ma cerca un qualcosa di più.

Voto: 4/5

Mr. P.

Emiliano González – Penumbria

Titolo: Penumbria

Autore: Emiliano González

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2017

Pagine: 84

Prezzo: € 9,00

“Dopo qualche istante, si ha l’impressione che la realtà abbia la consistenza, il colore e la luce di un quadro: la realtà è un quadro, e noi ne facciamo parte. Poi ci si rende conto che il cielo è di una sfumatura seppia solcata da nubi che promettono tempesta (senza mai rispettare la loro promessa) e che sono appena suonate, per sempre, le cinque del pomeriggio: nell’aria aleggia ancora l’ultimo rintocco, fatto al quale ci si abitua a fatica. Quando ci si riesce, i pensieri risuonano allo stesso modo di quel lamento, sono come incantati da quel suono, e si pensano solo pensieri delle cinque del pomeriggio, e forse per questo i libri  redatti a Penumbria sono libri da leggere al tramonto.” 

Continua il progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, volto alla pubblicazione di autori sudamericani di culto, le cui opere sono ancora inedite nel nostro Paese. Come per Polleri e Chimal, anche questa volta la partecipazione dei lettori è stata grande, portando così la casa editrice salernitana alla traduzione della raccolta di racconti “Penumbria” del messicano Emiliano González.
Tra i più importanti autori e studiosi contemporanei di letteratura fantastica in America Latina, González è uno scrittore poliedrico e dalla fantasia sfrenata, autore di racconti che racchiudono al proprio interno interi universi, ispirati a mostri sacri del fantastico come Lovecraft, Machen e Borges.

Il volume si apre con il racconto maggiormente significativo dell’intera raccolta, “Rudisbroeck o gli automi“, considerato tra i capolavori di González. Una storia che è scoperta ed esplorazione della misteriosa e perturbante città di Penumbria, dove il tempo sembra essersi cristallizzato alle cinque del pomeriggio e dove il cielo ha perennemente i colori nostalgici e sepolcrali della sera che si tramuta in notte. Insieme al narratore ci imbattiamo in una miriade di personaggi bizzarri e dall’aspetto sinistro: l’ambiguo antiquario Mefisto, il folle Papá Fritz, la conturbante attrice Sonia e il saggio e mostruoso Braulio. Ma la leggenda che ammanta Penumbria è legata al costruttore di automi Rudisbroeck, trincerato nella sua torre, di cui non si scorge la fine. Un racconto alienante e deliziosamente schizofrenico, in cui González dà un’ottima prova della potenza della sua immaginazione. “L’eredità di Cthulhu” è un degno omaggio al Solitario di Providence e agli pseudobiblium, di cui il “Necronomicon” è il più famoso esemplare. L’orrore primordiale qui è concentrato nella piccola scultura di uno scarabeo che si scoprirà avere un insospettabile legame con il raccapricciante Cthulhu, creatura ideata dallo stesso Lovecraft. Un racconto affascinante, che profuma di horror vecchio stampo. “La lettura segreta” sembra quasi un bozzetto di qualcosa di più corposo, appena un accenno a una serie di libri segreti che devono essere letti nell’ordine giusto e che diventano l’ossessione del narratore. Tre pagine visionarie, che lasciano aperti nel lettore dubbi e domande. “I quattro libri di Garret Mackintosh” è la ricostruzione della vita e delle opere dello scrittore gallese Thomas Garret Mackintosh, autore mai esistito che González tratteggia con tale dovizia di particolari che al termine della lettura ci ritroviamo con la voglia di scoprire la sua produzione, incuriositi dalle sue opere enigmatiche. Colpisce la grande quantità di racconti immaginari dalle trame abbozzate, che farebbero la felicità, per originalità e fascino, di tanti autori dei giorni nostri. Chiude la raccolta “Impressioni di Bruges“, un piccolo affresco della città belga, seducente ma forse un po’ troppo sconnesso.

Penumbria” è un una tavolozza dalle mille sfumature, dove però sono i toni scuri e uggiosi a fare da padroni. Racconti che trasportano il lettore in orrori primigeni e città ammantate da aure di mistero. Una raccolta che consiglio in particolar modo a chi già mastica letteratura fantastica e volesse aggiungere una chicca alla propria collezione. Uniche pecche, un paio di racconti che paiono quasi più schizzi e che lasciano nel lettore un senso di incompiutezza, e la brevità dell’opera. Di González avremmo voglia di leggere di più: chissà che Edizioni Arcoiris in futuro ci potrà accontentare.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Alter Ego Edizioni: classico e contemporaneo

Conoscevo la Alter Ego Edizioni principalmente come ottima casa editrice di autori emergenti ma ero all’oscuro della loro bellissima collana di classici tascabili “Gli Eletti”, di cui mi è stato proposto di leggere le ultime due uscite, consistenti nella riscoperta di racconti ingiustamente dimenticati di Luigi Capuana (“Il drago e Il tesoro nascosto” con prefazione di Cristina Ubaldini) e Jack London (“Finis e La fine della storia” con prefazione di Donato Di Stasi). Curatore della collana è Dario Pountale, uno che di classici se ne intende e che ho avuto modo di apprezzare nei mesi scorsi come autore con l’appassionante lettura dei suoi tre romanzi e che è uscito da poco, sempre per Alter Ego, con il gustoso racconto “I dannati della Saint George”, un piccolo tributo ai grandi classici d’avventura. Una triplice esperienza di lettura che mi ha accompagnato durante gli ultimi giorni di questa torrida estate.

Luigi Capuana – Il drago e Il tesoro nascosto
Dello scrittore siciliano, tra i fondatori insieme a Verga del Verismo, ci vengono proposti il racconto “Il drago”, che ricalca fortemente tale corrente letteraria e la fiaba “Il tesoro nascosto“, che invece potremmo annoverare nel filone della letteratura fantastica.
Protagonista de “Il drago” è Don Paolo Drago, anziano agricoltore ormai disilluso dopo la perdita prematura della moglie e delle due figlie, sua unica ragione di vita. Drago però si interessa alle sorti di due sventurate orfanelle, costrette a mendicare da una zia senza cuore, a cui il vecchio ha appioppato l’appellativo di “strega”, giocando così per tutto il racconto sulla conflittualità ironica tra due esseri fantastici come un drago e una strega. Impietosito dalle continue richieste di elemosina delle due bambine, Don Paolo decide di prenderle con sé, in un disperato tentativo di far rivivere le sue povere figliole, tanto da ribattezzare le fanciulle con il loro nome. Con il protagonista combattuto tra la tormentata consapevolezza di vivere un inganno e il bisogno sempre più forte di colmare il proprio vuoto interiore con il lucido delirio in cui si è gettato, la novella ci insegna che mentire a sé stessi nel tentativo vano di cambiare la propria vita, possa portare una serenità illusoria, ma che il rimorso e la spietata coscienza della realtà siano sempre in agguato dietro l’angolo.
Il tesoro nascosto” ha invece il sapore della favola, in cui il tesoro sepolto in una caverna può essere disseppellito, a detta del vecchio agricoltore che lo custodisce, soltanto da un uomo senza braccia. Così, tra uno stolto furfante che si fa amputare le braccia per arraffare l’oro e un malinconico ragazzo privo degli arti fin dalla nascita, la fiaba arriva al classico e confortante lieto fine. Una storia che fa delle braccia l’immagine simbolica di ciò che diamo per scontato e che in realtà vale infinite volte di più di qualsiasi ricchezza materiale.
Voto: 3,5/5

Jack London – Finis: una tragedia nel lontano nord-ovest e La fine della storia
Cambiamo completamente registro con i due racconti di Jack London, ambientati entrambi nell’artico canadese, riconducibili a quel filone avventuroso di cui lo stesso London è stato maestro indiscusso.
Finis” narra le peripezie e l’estenuante attesa di Morganson, cercatore d’oro caduto in disgrazia, divorato dalla fame e dal desiderio bruciante di raggiungere il sud. Un racconto crudele e spietato sull’istinto di sopravvivenza più bieco, in cui ogni parvenza di umanità e moralità viene spazzata via dalla necessità di agguantare la vita che sta lentamente sfuggendo di mano, tra infruttuosi appostamenti in attesa del passaggio di un qualsiasi essere umano e il freddo glaciale dell’inverno canadese. Costretto a razionare il cibo e le energie, Morganson sprofonderà sempre più in vortice di negatività e ombra.
La fine della storia” è invece un racconto di redenzione, quasi di catarsi spirituale. Protagonista è Linday, medico che non esercita più la professione ma che viene chiamato per curare le violente ferite subite da un cercatore d’oro dall’attacco di una pantera. Dopo un viaggio disseminato di ostacoli, Linday si troverà di fronte a una dolorosa sorpresa, riguardante l’identità del misterioso malato. Il medico dovrà mettere da parte ogni risentimento, in un percorso di cura del corpo devastato del povero paziente che si tramuta in guarigione dell’anima, cicatrizzando vecchie ferite e dando nuova linfa al suo spirito martoriato.
Due racconti che sanno trasportare il lettore nella solitudine di lande desolate, in una truce, ma nello stesso tempo appassionante, ricerca di sé stessi.
Voto: 4,5/5

Dario Pontuale – I dannati della Saint George
Dopo due classici riscoperti, per terminare in bellezza è la volta di un autore contemporaneo che ha scritto un racconto dal retrogusto classico. Questo però non implica assolutamente scopiazzature ma una giusta dose di ispirazione, che ha permesso a Dario Pontuale di fare propria la lezione di maestri immortali del racconto d’avventura come Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad, rielaborandola nel suo personalissimo e riconoscibile stile. Narratore e protagonista della storia è il custode portuale Libero Gori, che ci racconta del suo formidabile incontro con il corsaro Black Sam e con i dannati della Saint George, veliero affondato con l’intero equipaggio nel 1761. A metà strada tra racconto di mare e storia di fantasmi (di cui lo stesso Stevenson è stato egregio autore), lo scritto di Pontuale sa rapire il lettore, catapultandolo in una Livorno di inizio Novecento, oscura e inquietante, in cui il tema del viaggio, tanto caro allo scrittore, viene contaminato dal fantastico e dal perturbante. Impreziosiscono il tutto le belle illustrazioni interne di Doriano Strologo. Una lettura agile ed entusiasmante, che ci narra un’avventura dal gusto esotico e senza tempo, che sa regalare al lettore un piacevolissimo momento d’evasione.
Voto: 4/5

Mr. P.

Mary Miller – Happy Hour

Titolo: Happy Hour

Autore: Mary Miller

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 264

Prezzo: € 15,00

“Pensa a tutte le volte che è stata male lei, e poi pensa alla bellezza e a quanta fatica faccia a trovarne, persino nelle cose belle. Si domanda se chi ha sofferto nella vita ne veda di più. Si chiede come faccia una manciata di parole a sembrarle tanto significativa quando in realtà non significa niente.”

Edizioni Black Coffee è una casa editrice nata recentemente, ma che questo non vi tragga in inganno: i tre titoli usciti fino ad ora sono interessantissimi. La loro filosofia è quella di andare a (ri)scoprire la letteratura nordamericana contemporanea, con una preferenza – almeno per il momento – per quelle che sono le voci femminili della narrativa. Alexandra Kleeman e Bonnie Nadzam ci avevano già incantato con le loro uscite (la prima, particolarissima, la seconda malinconica e suggestiva) e anche questa volta le sensazioni che ho provato leggendo “Happy Hour” sono state assolutamente positive. Devo ammettere che i racconti non sono la mia forma letteraria preferita (al contrario di Mr. P., che leggerebbe soltanto raccolte su raccolte!) ma quando questi sono originali, piacevoli, ben scritti ed emozionanti, non me li faccio scappare per niente al mondo. Mary Miller risponde in pieno alle caratteristiche sopra citate: leggendo le sue short stories infatti sono stata catapultata in una miriade di piccoli mondi che, per quanto semplici e simili tra loro, hanno saputo farmi provare tutta una serie di sentimenti, dal fastidio alla tristezza, dalla speranza alla rassegnazione più nera.

Il fil rouge che lega queste sedici storie è rappresentato dalle donne. Donne sofferenti, donne che non hanno il coraggio di cambiare la loro vita nonostante la loro forte volontà – non così forte, allora? – , donne che amano e vengono ferite dal loro stesso amore. Donne in crisi, donne che in modo risoluto non abbandonano la strada in cui si trovano, donne che, nonostante tutto, cercano di farcela. Donne che vanno al di là dello stereotipo della moglie perfetta, che bada ai figli e alla casa e non si lamenta mai. Donne che (finalmente, devo ammettere!) vengono rappresentate anche nei loro vizi, nelle loro cattive abitudini, nelle loro fragilità più profonde. Ed è così che il lettore si ritroverà ad aspettare un autobus che non arriva, in preda all’ansia di vivere anche le cose più normali e quotidiane (“Il 37”), a considerare il figlio della persona che si frequenta una tenera scocciatura (“Un tempo questo era il passaggio coperto più lungo del mondo”), ad affrontare un divorzio non del tutto consapevole di quello che verrà dopo (“Le mele dell’amore”), a fare i conti con una sorella forse troppo distante (“Tabelle”). Naturalmente molti altri temi vengono toccati dalla Miller, e più volte mi sono domandata: com’è possibile descrivere in modo lieve argomenti così profondi? E’ sicuramente un’arte, perché quest’autrice è stata in grado di farmi apprezzare vite tanto ordinarie e comuni quanto dolorose e cupe, senza appesantirmi, facendomele sfiorare invece in modo delicato.

Unico difetto da me riscontrato è la somiglianza tra alcuni racconti: spesso infatti vengono ripresi taluni elementi (l’alcol, un ex fidanzato/marito quasi onnipresente, una vita non esattamente felice) ma, nonostante questo, ciascuna storia ha le sue peculiarità e, pur essendoci un certo leitmotiv, ho potuto conoscere una serie di personaggi a cui mi sono affezionata, che ho anche odiato, talvolta. Se dunque desiderate leggere qualcosa di diverso sul genere femminile, non posso che consigliarvi “Happy hour”: un viaggio verso quelli che sono tormenti reali che, bene o male, tutti hanno attraversato almeno una volta.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Christian Sartirana – La gente della marea

Titolo: La gente della marea

Autore: Christian Sartirana

Editore: Nero Press Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 28

Prezzo: € 0,99

“Tutto appariva insolitamente levigato, simile a una sorta di strano manufatto marino. Come uno di quei pezzi di vetro smussati e opacizzati dall’acqua del mare. Li abbiamo raccolti tutti, credo, almeno una volta. Quei cocci di vetro hanno il fascino di un gioiello creato da mani aliene, sconosciute. Be’, le forme che avevo intorno avevano proprio il medesimo aspetto assurdo e sconosciuto. Dietro le macchine e le insegne dei negozi, contro i muri dei palazzi, sulle finestre e sopra i tetti, scorgevo tratti in cui le loro naturali simmetrie sembravano confondersi. È difficile da spiegare, ma era come se le loro forme fossero entrate in collisione. Si mescolavano, creando delle geometrie incomprensibili che, per quanto assurde, sembravano comunque avere una loro identità. Erano come il prodotto di un gusto artistico sconosciuto a quello dell’uomo. I nostri sensi non sarebbero mai stati in grado di organizzarli nella giusta sequenza. Tuttavia a guardarle m’ispiravano un orrore immediato.”

Avevo già apprezzato la prosa limpida e carica di tensione di Christian Sartirana, scrittore piemontese che sta lasciando il segno nel panorama letterario italiano di genere, nell’ottimo romanzo breve “Le cose oscure”. A distanza di qualche mese mi sono tuffato (e il verbo non è casuale) nella sua ultima fatica, il racconto “La gente della marea”, edito Nero Press Edizioni nella collana horror “Insonnia”. Cambiano completamente le atmosfere rispetto al precedente lavoro, ma il senso di inquietudine strisciante e di completo spaesamento di fronte a un orrore ignoto e arcano restano immutati.

La base dell’intera narrazione è una vecchia leggenda popolare, quella dell’Antica Gente o Gente della Marea, diffusa tra i cittadini del comune sardo di Bosa. Edoardo, il giovane protagonista del racconto, ne subisce il fascino fin da piccolo, quando a narrargliela è la nonna materna, durate le estati trascorse appunto a Bosa, paese di origine della famiglia di Edoardo. Una favola nera che porta con sé una scia di misteriose morti e sparizioni. Un mito che la madre di Edoardo vuole dimenticare, così come le sue origini e la terra da cui proviene. Cresciuto a Torino, con il tempo il narratore seppellisce nei recessi della memoria le enigmatiche e minacciose figure della Gente della Marea, fino a quando il decesso della madre e l’aver ereditato l’antica dimora di famiglia, scatenano in lui l’improvvisa volontà di riscoprire i territori della sua infanzia. Ciò che però si rivelerà essere diventata Bosa sconvolgerà per sempre la vita di Edoardo, risucchiandolo in un vortice di orrore atavico e delirante follia.

Il merito di Sartirana è quello di tenere alta fino alla fine la tensione nel lettore, in un crescendo inesauribile di malessere e di angoscia. Magistralmente descritta l’atmosfera di desolazione e di abbandono dell’ormai città fantasma Bosa, tra rimandi lovecraftiani e minuziose rappresentazioni delle forme aliene e dalle geometrie incomprensibili che invadono il paese. Sembra quasi di essere lì insieme a Edoardo, avvolti da un mistero oscuro e inesplicabile. Il fascino criptico e perverso del mare, da sempre oggetto di racconti a sfondo orrorifico, viene ben rielaborato da Sartirana, che ci offre una storia godibile e carica di suspense, che sa regalare piacevoli momenti di autentico terrore.

Voto: 4/5

Mr. P.