Nigel Nicolson – Ritratto di un matrimonio

Titolo: Ritratto di un matrimonio

Autore: Nigel Nicolson

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 296

Prezzo: € 23,00

“Ma, come sola giustificazione, separo i miei amori in due metà: da una parte il mio amore per Harold, ch’è perenne e inalterabile, è la cosa migliore, e non v’è mai stato altro che purezza in questo mio sentimento, come non v’è mai stato altro che assoluta candidissima purezza nel suo spirito; e, dall’altra parte, v’è la mia natura perversa, che amò e tiranneggiò Rosamund, finendo per abbandonarla senza un palpito di rimorso, e che adesso è irrimediabilmente legata a Violet. Ho qui un foglietto su cui Violet, psicologa d’intuito, ha scritto una volta: «La parte superiore del tuo volto è purissima e solenne – quasi infantile. E la parte inferiore è imperiosa, sensuale, quasi brutale. E ciò forma il più assurdo dei contrasti, ed è straordinariamente emblematico della tua duplice personalità, alla dottor Jekyll e Mister Hyde». Questo è il nocciolo della questione, e ben vedo adesso che la mia maledizione è in questo dualismo, contro cui per debolezza e intemperanza non ho saputo lottare.”

Credo che ormai si sia capito: ho una passione particolare per tutti quei libri che prendono la forma del diario, dello scambio epistolare, del memoir. Immergermi totalmente nella vita di qualcuno – di un artista, perlopiù – me lo fa sentire vicino, mi permette di conoscerlo meglio, di trovare dei punti di contatto tra me e lui e di analizzare (e forse comprendere?) poi in un modo più approfondito le sue opere. Ecco i motivi che mi spingono a leggere questo tipo di letteratura, molto personale, molto intima, spesso anche molto dolorosa. Non stupisce quindi il mio interesse per “Ritratto di un matrimonio”, opera a metà tra biografia e autobiografia, a cura di Nigel Nicolson, pubblicata da Edizioni Lindau. Questo volume è particolare proprio perché è un vero e proprio ritratto della vita di due persone, tracciato però a quattro mani. La coppia in questione è quella formata da Vita Sackville-West e da suo marito Harold Nicolson. Le ‘quattro mani’ sono quelle di Vita stessa, che all’età di ventotto anni confessa nero su bianco, in un quaderno, i segreti nascosti nel suo cuore, e quelle di Nigel, suo figlio, che una volta adulto decide di pubblicare quelle memorie e di completarle, narrando l’incredibile e tormentata storia d’amore dei suoi genitori. Le due voci, dunque, si alternano nei diversi capitoli, insieme a quelle di altri protagonisti delle vicende narrate: preziosissime sono le testimonianze fornite da lettere, fotografie, diari di familiari e amici, piccoli pezzi del puzzle che messi insieme riescono a dare un quadro più generale dei quarantanove anni di matrimonio di Vita e Harold. Che cosa ha reso così speciale questo rapporto? – qualcuno potrebbe chiedere.

Vita incontra per la prima volta Harold nel giugno 1910,  giovanissima: lei ha a malapena diciotto anni, lui ventitré. Anche se fin dall’inizio è affascinata dal suo modo di fare gioioso e intelligente e dai suoi capelli ricci, la donna non s’interessa granché di lui: apprezza sì la sua compagnia ma non riesce a vederlo da un punto di vista diverso, che trascenda la semplice amicizia. Vita è infatti attratta dalle donne, dalla sua amica di sempre, Rosamund, e nel suo quaderno afferma di essere stata  – in quel periodo – “molto innamorata” di lei. I due cominciano comunque una frequentazione più o meno abituale e, ricordando la sera della proposta di matrimonio al ballo di Hatfield (nel gennaio 1912), Vita scrive: “Non mi aveva mai neanche parlato d’amore – non una parola, mai – e m’ero accorta di piacergli solo perché cercava in ogni modo di star con me, e quand’era lontano mi scriveva sempre. Inoltre, me l’avevan messo in testa le chiacchiere della gente. Avevo sempre pensato che si sbagliassero, ma no; e quella sera stessa al ballo [di Hatfield] mi chiese di sposarlo, e io gli risposi di sì. Lui era molto timido, e si strappò a uno a uno tutti i bottoni dei guanti; e io ero spaventata, e cercavo di impedirgli di arrivare al dunque”. Nonostante queste sue memorie, la giovane Vita pare realmente confusa: come è possibile notare dai diari dell’epoca (suoi e della madre, Lady Sackville), la sua risposta non fu né totalmente positiva né totalmente negativa. Chiese del tempo e, per questo motivo, il fidanzamento fu tenuto nascosto per mesi e rimandato ufficialmente, complice anche la partenza di Harold per Costantinopoli. Sempre convinta di avere una duplice natura, conscia del fatto che per lei “amare” significasse poter rivolgere questo sentimento a più di una persona, dopo una serie di tensioni e peripezie Vita sposò Harold il primo ottobre 1913, a Knole, il maniero dove lei era cresciuta.

La complessità del loro rapporto, però, non si esaurì semplicemente prima del matrimonio, anzi: fu proprio negli anni che seguirono che le cose si complicarono ulteriormente. L’amicizia di vecchia data tra Vita e Violet Trefusis, “ambigua” nei sentimenti fin dall’adolescenza (“Ti amo, Vita, perché ho visto la tua anima” le scriveva Violet nel 1910, ad appena sedici anni), subì un’evoluzione e tra le due donne emerse un’appassionata e violenta storia d’amore. Un continuo rincorrersi, trascorrere mesi lontane dai rispettivi compagni ma sempre insieme, una vita passata a scrivere e a viaggiare: Cornovaglia, Italia, Francia, Inghilterra. Quattro anni (dal 1918 al 1921) a dir poco impetuosi, felici a tratti, in cui il rapporto con suo marito – nonostante le vicende e le lettere amareggiate che lui le mandava – non vacillò mai veramente, perché lui stesso non nascondeva a sua moglie le sue relazioni omosessuali. Gradualmente, dopo promesse infrante e fughe travolgenti, la relazione tra le due donne s’interruppe, soprattutto per volere di Vita stessa. Nel dicembre 1922 scriverà ad Harold: “Non vorrei aver niente a che fare con Violet, di nuovo, neanche per tutto l’oro del mondo. E neanche se tu non esistessi – te che amo nel modo più profondo, e inguaribilmente. Oh lo so cosa dirai! «Ma mi amavi anche allora, eppure sei andata via con lei». E’ proprio vero. Ti amavo, sì, e ti ho sempre amato, anche in quegli anni disgraziati… Ma lo sai, no, cos’è l’infatuazione. E io ero pazza”. I due rimasero insieme per tutta la vita e il loro amore, pur superando altre prove – comunque mai così difficili come le precedenti – , riuscì a resistere, perfettamente intatto.

Sono due le cose che mi hanno particolarmente toccata di questa storia – che, ricordiamolo, è realmente accaduta. La prima ha a che fare con la tenacia e la determinazione che possono legare due persone: nonostante Vita e Harold abbiano avuto entrambi altri amanti, altri amori, si siano allontanati per diversi periodi, abbiano sofferto e siano stati egoisti, hanno sempre creduto in ciò che li univa, sono sempre tornati, alla fine, l’uno dall’altro, e non per abitudine o per noia, ma per un sentimento profondo e raro. Questo mi porta alla seconda cosa che mi ha colpita: il modo estremamente moderno in cui entrambi concepivano il matrimonio. Una relazione aperta, libera, in cui non ci si doveva sentire costretti ad alcunché. Chi l’ha deciso che l’oggetto del nostro amore dev’essere necessariamente uno soltanto? Perché non può essere anche un altro uomo, un’altra donna per me, e viceversa per il mio compagno? Si tende spesso a giudicare, ancora oggi, chi percorre una strada differente da quella che pare più diffusa: vogliamo davvero abbassarci a ciò e non comprendere che, invece, è meraviglioso fare semplicemente ciò che si desidera, al di là delle convenzioni, sempre naturalmente con rispetto nei confronti degli altri? Nigel Nicolson stesso, ad un certo punto, parlando di sua madre afferma: “Combatté per il diritto di amare, uomini e donne, respingendo la convenzione per cui solo la fedeltà si addice al matrimonio, e quell’altra per cui le donne devono amare soltanto gli uomini, gli uomini soltanto le donne. Per questo era disposta a rinunciare a tutto. Sì, sarà stata pazza – come disse, in seguito, lei stessa – ma era una magnifica follia. Sarà stata crudele, ma la sua era crudeltà di dimensioni eroiche. Come posso spiegare la violenza d’una tale passione? E come potrebbe a lei rincrescere che ne giunga notizia a una nuova generazione, infinitamente più comprensiva della sua?”. 

Voto: 4/5

Mrs. C.

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Blake Butler – Atlante delle ceneri

Titolo: Atlante delle ceneri

Autore: Blake Butler

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 12,00

“COME RICORDERAI?
– Nei miei denti dondolanti. Nelle mie ginocchia rumorose. Con la striscia di mattino che attraversa il giardino; dove salgono i vermi, dove la terra sputa sulla sua cena. Questa casa invecchia con me ogni notte. Come ricorderò? Nelle fiamme. Nel rantolo delle nuvole. Ogni volta che odo un tonfo dal tetto sopra di me. Ogni volta che mi bagno la faccia per la vergogna. C’è sempre tutta questa carta: le nostre ricevute, gli appunti e i grazie mille, rime per compleanni composte da estranei; note e spazzatura e posta mai aperta; fotografie deformate dall’acqua. A volte recito ad alta voce la mia vita per ore. A volte invece proprio non me la sento.”

Un prontuario tardivo“: così recita il sottotitolo di “Atlante delle ceneri“, opera dello scrittore statunitense Blake Butler, autore fin’ora inedito in Italia ma portato nel nostro Paese dalla sempre attenta Pidgin Edizioni, che continua il suo lavoro di ricerca di testi originali e dai forti connotati sperimentali.
Ma dicevamo appunto del “prontuario tardivo”. Nessun’altra definizione poteva essere più appropriata per “Atlante delle ceneri“, che si rivela appunto una sorta di enigmatico manuale di (non) sopravvivenza alla fine (?) del mondo.  Butler infatti immagina un pianeta devastato da innumerevoli piaghe (si passa quelle classiche come l’acqua, il buio o gli insetti a piaghe nate da una fervida inventiva: interferenze, glitter, denti, tanto per citarne alcune), dove pochi sopravvissuti tentano di ritrovare gocce di utopiche speranze in un mondo ormai al collasso. Qui arriva la prima particolarità di un’opera in cui l’aggettivo “eccentrico”, nella migliore accezione del termine, calza a pennello. “Atlante delle ceneri” in realtà non è né propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti ma è un romanzo a racconti. La struttura narrativa è infatti suddivisa in episodi singoli, storie che possono essere lette come vicende a sé stanti ma che contribuiscono a comporre un unico mosaico letterario, che costituisce appunto il prontuario citato all’inizio. Ogni racconto è inoltre introdotto dalla manifestazione di una piaga diversa, raccontata da un narratore non meglio identificato. Una costruzione dell’opera che mi ha alquanto affascinato.

Quindi quello di Butler si può annoverare tra gli innumerevoli libri collegati alla distopia e al post apocalittico? Soltanto in parte. Il filone distopico infatti è soltanto lo sfondo (e forse  il pretesto) per potersi addentrare in profondità nell’animo umano, tra sentimenti di perdita, solitudine esistenziale e una moralità che viene spazzata via dal marciume del pianeta. Con uno stile originale e altamente suggestivo, Butler passa agevolmente da momenti squisitamente ascrivibili all’horror, che generano nel lettore forti sentimenti di angoscia e inquietudine, a un lirismo quasi poetico e a un’introspezione psicologica che producono emozioni contrastanti ma mai banali in chi legge.
Tra le pagine catastrofiche di Butler ritroviamo tour in quartieri sommersi, collezioni di fotografie che ricostruiscono con struggimento un’intera esistenza e madri schiave dei propri figli. Per proseguire con la delicata amicizia tra un uomo e una bambina alla tormentata ricerca di uno scopo qualsiasi per continuare a vivere in un mondo devastato, ma anche la tragedia di una coppia e del loro bambino malato, situazione dolorosa che si tramuterà in qualcosa di terrificante. Ogni racconto è pervaso da un forte senso di drammaticità, che lega ogni storia come pezzi di puzzle, dando vita a un’immagine sinistra e carica di fatalità. Ma sotto quel torrente nero, fatto di parole ed emozioni dai tratti sconvolgenti, scorre anche la speranza e la necessità di fuggire dalla devastazione e dalla solitudine di un pianeta distrutto. Proprio questa voglia di continuare a lottare e proseguire nelle proprie esistenze, nonostante in apparenza non ci sia più nulla per cui valga la pena resistere, è il vero fil rouge dell’opera.

Atlante delle ceneri” è una lettura dal forte impatto emotivo, che scava senza remore nella coscienza annebbiata dell’uomo, sussurrandoci che la nostra natura di esseri umani non muta, anche di fronte alla fine di un’era, ma anzi si fortifica. Perché l’amore sconfinato di una madre per i propri figli o il dolore sedimentato nel nostro cuore per la perdita dei propri cari, sono sentimenti che non cambiano, né ora, né mai.

Ps: Una nota a parte merita la cura maniacale dell’edizione, con pagine dai bordi neri (a simboleggiare la piaga del fuoco) e con differenti  sfondi a tema per ogni calamità descritta. Ancora una volta, brava Pidgin Edizioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Giorgia Tribuiani – Guasti

Titolo: Guasti

Autore: Giorgia Tribuiani

Editore: Voland

Anno: 2018

Pagine: 113

Prezzo: € 14,00

“Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Averlo sempre davanti è rimanere bloccati al momento della veglia funebre, con il cadavere immobile di fronte. Ecco, la veglia funebre dovrebbe essere un momento di passaggio, un limbo tra la vita con il proprio caro e quella senza di lui, da rattoppare. Io invece sono bloccata lì, alla contemplazione di questo mio cadavere, plastinata anch’io nel momento dell’estremo saluto.”

Ho iniziato a scrivere questo articolo un numero ormai imprecisato di volte. Mi siedevo alla scrivania, aprivo il laptop, entravo sul blog, rileggevo alcuni passi del libro di cui vi sto per parlare e poi mi bloccavo. Rimanevo impalata di fronte allo schermo, con le mani sulla tastiera, senza digitare nulla, domandandomi “Come posso cominciare?”. Ogni volta ci rinunciavo, sentivo di non riuscire a trovare le parole adatte per descrivere tutto ciò che ho provato leggendo “Guasti”, esordio letterario di Giorgia Tribuiani per Voland. Sentivo di non riuscire a rendere giustizia ad una storia che, più o meno, in qualche modo e per alcuni versi, può o potrà appartenere a ciascuno di noi. Una storia che parla d’amore, di perdita, di attaccamento e di liberazione. Però, insomma, a volte è necessario insistere, provare e riprovare. Così, dunque, ho fatto.

Lui era la star; lei emanava luce riflessa alla sua sinistra”. Con una breve frase è possibile descrivere il rapporto tra la protagonista di “Guasti”, Giada, e il suo compagno, fotografo di fama mondiale, considerato dai più un genio, un artista eclettico, magnetico, tanto affascinante quanto talentuoso. Giada e il suo uomo, accomunati dalla stessa passione, sopita in lei, innarrestabile in lui. Eppure, un giorno, qualcosa si spezza. Non ci è dato sapere come, non ci è dato sapere perché, quest’uomo – che non verrà chiamato con il suo nome nemmeno una volta durante l’intero romanzo – muore. E Giada si ritrova ad affrontare una perdita che pare incolmabile, non solo per il lutto in sé, ma anche per la modalità in cui questo si manifesta: un’assenza del tutto presente. Il compagno, infatti, aveva precedentemente preso (quasi per gioco, quasi fosse una nuova sfida artistica) una decisione che può apparire ai più a dir poco particolare: al momento della sua morte, il corpo avrebbe dovuto subire un processo di plastinazione, tecnica in grado di conservarne i tessuti e gli organi, per poi essere esposto in una mostra itinerante curata dal famoso Dottor Tulp. Trenta giorni nella sua città, altri trenta in una differente metropoli europea, e così via. Giada non può fermarsi a piangere semplicemente il suo compagno: lei se lo ritrova di nuovo davanti, plastinato, un artista tramutato in opera d’arte, e decide di accompagnarlo ancora una volta, di essergli accanto per tutta la durata dell’esposizione. Ogni giorno, diligentemente, si mette in fila, compra il biglietto e si reca ai piani superiori dell’edificio per raggiungerlo. Il corpo dell’uomo, con la sua Nikon tra le mani, sovrasta la sala:  fermava il tempo con le sue fotografie, quand’era in vita, e adesso questo si è fermato per lui, ne è diventato la vittima. Nonostante ciò, è probabilmente l’attrazione principale della mostra, sempre al centro dell’attenzione. Questo è il modo in cui lo vede la sua compagna, che comincia a rendersi conto del ruolo che ricopriva quando stavano insieme e di quello che nuovamente ricopre ora: un’ombra messa da parte, la spalla di un uomo brillante, la donna sull’altalena in uno dei suoi scatti. La protagonista, in quello che dapprima al lettore può sembrare un lungo lamento funebre, ci viene mostrata nella sua fragilità ed esasperazione; trascorre le sue ore di fronte a quel corpo plastinato, rivolgendo a lui tutto il suo amore e tutta la sua rabbia, di fatto parlando da sola: “(…) questa stanza piena di gente che non si ferma mai, ti addita, non fa che guardare il cazzo moscio che hai tra le gambe, la testa deforme, la Nikon che spreco lasciata a uno zombie e dimmi: tu questo volevi? rinunciare alla pace della terra per bagnarti ancora di sguardi, offrire agli sguardi anche ciò che era mio? Hai aspettato la morte per deridermi, hai aspettato la morte per tradirmi! Io per sempre prigioniera dei tuoi clic, a te bastava solo un clic, mentre tu non ti sei mai donato a me, non mi hai lasciato nemmeno il ricordo dell’uomo che eri, tu sei ancora qui, sempre qui a ricordarmi quanto sei distante, quanto sei tuo, quanto sei tu”. “Tu sei ancora qui”, afferma Giada con vigore, tra un ansiolitico e una corsa al bagno del piano, l’unico luogo in cui si può momentaneamente rifugiare quando sente di crollare: un ambiente che utilizza per ritornare ad ancorarsi alla realtà, osservando la propria figura allo specchio. L’unica novità che subentra nella sua monotona esistenza è il vigilante del piano di sotto (anch’egli senza nome), un uomo che con delicatezza e gentilezza comincia a prendersi cura di lei, offrendole dapprima una semplice colazione e poi, giorno dopo giorno, una spalla su cui piangere, un appiglio. Lui crede in lei, nella sua forza, è sicuro che stia già ricominciando a vivere e pensa che debba banalmente partire da una piccola idea, per poi svilupparla con calma e vedere dove questa la porterà. Allontanarsi, porre una certa distanza dalla causa della propria sofferenza è l’unico modo per ritrovare la strada. Ma questo, chiaramente, è un passo arduo per chi ha subito un lutto, e Giada non si sente pronta ad accettare la sua perdita: “Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo, capisci?”. Di vivo, però, non è rimasto nulla. Ciò che imprigiona la protagonista sono i ricordi di una libertà mai realmente acquisita, di una dipendenza a cui lei si è aggrappata nel corso della sua precedente relazione, tralasciando le sue passioni e i suoi desideri per seguire un uomo che soffocava quella luce che è nascosta in ciascuno di noi. Giada si rende sempre più conto di ciò e, quando un collezionista si mostra interessato a comprare il corpo plastinato del suo compagno, la scelta si palesa in tutta la sua crudeltà: “Devo distruggerti, o finirò per distruggere me”. 

“Siamo tutti guasti”, sembra dirci la Tribuiani. Guasti sono i corpi plastinati all’interno della mostra, ormai fermi per sempre in una determinata posa e in un certo momento, e guasti sono anche i vivi (“cadaveri che ancora si muovono, ma non sanno perché e in quale direzione), destinati a morire e a diventare immobili anch’essi. In questo romanzo il tema del lutto è, come afferma l’autrice stessa, una metafora per qualcosa di più ampio – e ciò lo si nota benissimo nelle ultime commoventi e catartiche pagine. Non si tratta soltanto di distaccarci da quello che è biologicamente morto: a volte è necessario lasciar andare ciò che non è più vivo, ciò che ci danneggia, ciò che ci trattiene nel passato e che non ci permette di andare avanti. A volte è necessario distruggere – metaforicamente, o forse no – qualcosa per poter ricominciare da capo. Si tratta infatti, nel caso di Giada, e anche nel mio, di una “dolcissima liberazione”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Dario Pontuale – Certi ricordi non tornano

Titolo: Certi ricordi non tornano

Autore: Dario Pontuale

Editore: CartaCanta

Anno: 2018

Pagine: 142

Prezzo: € 13,00

“A una certa età la vita assomiglia a una caserma dove i soldati caduti non vengono sostituiti e dove restano soltanto le divise negli armadietti.”

“In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.” Quella che avete appena letto è una delle definizioni che Wikipedia dà della parola “resilienza“, concetto cardine attorno a cui ruota “Certi ricordi non tornano“, l’ultima opera di Dario Pontuale. Romanziere, saggista, curatore di classici, Pontuale torna alla narrativa dopo alcuni lavori che oserei quasi definire manualistici (ma pur sempre legati al mondo della letteratura), e lo fa con un romanzo tanto breve quanto intenso e che non ha nulla da invidiare alla sua ottima produzione precedente.
Dicevamo, la resilienza: un termine che forse non tutti conoscono ma il cui significato ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. A tale proposito, calza a pennello la suggestiva immagine con cui si apre la narrazione: un’onda si abbatte su di una barca, l’uomo che vi è sopra cade in mare ma riesce a risalire, salvandosi dalla furia delle acque. Ecco l’esempio perfetto di resilienza. E chi deve resistere senza piegarsi alle intemperie è senza ombra di dubbio Michele, il protagonista di “Certi ricordi non tornano“.

Tutto comincia nel Barrio, quartiere in cui Michele è nato ed è sempre vissuto, quartiere che custodisce tutti i ricordi a cui è più legato il narratore, anche quelli che non tornano. E proprio attraverso i ricordi si dipana sapientemente la storia raccontata da Pontuale, giocando con i flashback e sviluppando ogni capitolo come un preciso momento della vita del protagonista. Ma una costante dai contorni rassicuranti è sempre presente, figura concreta o “fantasma” che si insinua sottopelle: l’amico di una vita, diventato quasi un mentore, Alfiero Barracano.
Michele conosce Alfiero durante un bravata commessa da ragazzo e da allora i cammini dei due uomini procedono all’unisono, a volte incrociandosi a un bivio, altre come rette parallele, ma essendo sempre consapevoli che basta voltarsi per ritrovare il volto confortante dell’amico. Percorsi di vita vicini ma nello stesso tempo distanti tra loro, dove i ricordi e la resilienza, sì, sempre lei, assumono un loro peso specifico. La resilienza di chi ha trascorso un’intera esistenza operaio in una fabbrica, senza (quasi) mai trasgredire e nutrendo sempre un profondo rispetto verso gli altri e la resilienza di chi quella fabbricata invece l’ha occupata abusivamente, in nome di un ideale e di una moralità in cui riversare tutto se stesso.
Proprio la “Fortezza“, la vecchia fabbrica di liquori, diventerà il fulcro attraverso cui si dispiegheranno gli eventi e i ricordi. I ricordi di un anarchico tranquillo e di chi invece la rivoluzione la vorrebbe mettere in pratica ma finisce per diventarne vittima. Come le formiche, instancabili e organizzate, le vite di Michele e di Alfiero procedono in modo regolare, tra gioie e frustrazioni, fino a quando una crepa, dapprima minuscola e impercettibile, si trasforma in una voragine, che metterà a dura prova la capacità di resilienza di entrambi. Eppure c’è un sottile (che in realtà così sottile non è) fil rouge che lega i ricordi passati e gli eventi futuri, i baratri che spaventano e i rifugi che rassicurano: l’amore per i libri, presenza costante e appassionata in tutte le opere di Pontuale. Un amore che Alfiero trasmette al giovane Michele, forse il più grande dono che un amico possa fare.
Per finire c’è anche spazio per un gradito ritorno: chi conosce le opere dello scrittore romano, non potrà che sorridere nel ritrovarsi davanti nientepopodimeno che Eugenio Bisigato.

Impreziosito da una bella prefazione di Paolo Di Paolo, “Certi ricordi non tornano” è un libro sull’inseguire i ricordi di una vita ma tenendo ben saldi i piedi nel presente, nonostante non sia affatto come ce lo saremmo immaginati. Ma è anche un racconto sulla resistenza, su chi non si arrende al cattivo tempo, anche quando sembrerebbe il contrario. Tutto ciò condiviso da un’amicizia intensa quanto una poesia recitata in un giorno speciale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Amalia Guglielminetti – L’immagine e il ricordo

Titolo: L’immagine e il ricordo

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 124

Prezzo: € 12,50

“Un ritratto è cosa tanto muta e tanto fredda in confronto all’immagine che l’innamorato porta in sé stesso e vede con gli occhi del suo desiderio e del suo rimpianto. Dopo un certo tempo, che è il periodo ancora dolce sebbene già malinconico dell’intenso ricordo, quel rettangolo di carta su cui s’immobilizza in un atteggiamento immutabile quella figura pura così viva, così inquieta, così varia nella fantasia, diviene intollerabile allo sguardo e odioso al pensiero come l’immagine stessa dell’amore pietrificato, mummificato.”

Di Amalia Guglielminetti vi avevamo avevamo già parlato e ora, a distanza di qualche mese, proseguiamo nella piacevole (ri)scoperta di questa importante, anche se ingiustamente dimenticata, autrice italiana del primo Novecento. Stavolta il merito di aver ripubblicato parte della sua opera di narrativa breve va a Ianieri Edizioni, che propone la raccolta di novelle “L’immagine e il ricordo”.
Come si intuisce dall’emblematico titolo, il fil rouge che collega i dieci racconti che compongono l’antologia è costituito dalla rappresentazione della realtà attraverso una specifica immagine (mentale), dai ricordi che a volte tradiscono e dai riflessi metaforici di noi stessi e di chi ci sta intorno, più ingannevoli di quanto possano sembrare.

Le novelle della Guglielminetti affondano le proprie radici in una sensibilità tutta al femminile, tanto che le protagoniste dei racconti sono quasi sempre delle donne. Determinate, fragili, sognatrici, passionali, distaccate, dominate o dominatrici: la psicologia femminile è al centro dell’intera raccolta.
Così ritroviamo illusioni amorose che si infrangono contro una realtà che di idilliaco non ha più nulla, inganni che vengono svelati (a volte soltanto per pura coincidenza) e si ritorcono contro il proprio creatore o ancora passioni dettate dal momento e da circostanze particolari, che a mente lucida risultano tanto vuote quanto patetiche. Situazioni che scavano nella coscienza dei personaggi, riportando a galla ricordi che si credevano sepolti da tempo, creando nuovi struggimenti e false speranze. Immagini della persona amata che vengono proiettate da una mente in preda al turbamento, che le tratteggia con linee dai contorni effimeri, creando riflessi di una falsa realtà tanto agognata quanto irraggiungibile. A volte però le immagini che la nostra mente costruisce sono sostituite da rappresentazioni concrete e tangibili, che non sempre però risultano meno fugaci delle proiezioni mentali stesse. Significativo a tale proposito è il racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui un gruppo di amici si interroga su di un quesito tanto semplice quanto spiazzante: “Durerà più l’immagine o il ricordo?”. Non sempre infatti sono i ricordi a sbiadire e le immagini a conservarsi nonostante il trascorre impietoso degli anni.
Tra le novelle più riuscite dell’opera troviamo “La matrigna”, interprete, come ci fa notare Michela Monferrini nella prefazione, di un curioso parallelismo con il ben più famoso romanzo di Elsa MoranteL’isola di Arturo”. Anche nel racconto della Guglielminetti, protagonista è un ragazzino rimasto orfano di madre, il cui padre decide di risposarsi con una donna molto più giovane. E anche qui tra il ragazzo e la sua matrigna sboccia un affetto e un rapporto dalle sfumature complesse e contraddittorie. Una corrispondenza che ci fa ulteriormente capire l’importanza (non riconosciuta) della Guglielminetti nella letteratura italiana del Novecento.

L’immagine e il ricordo” è una raccolta di novelle dai tratti delicati che, pur peccando a mio avviso di qualche ingenuità, regala un’intensa indagine psicologica, in particolar modo dell’universo femminile. Dieci racconti che, muovendosi tra grazia e inquietudine, vale la pena di riscoprire.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Javier Montes – Vita d’albergo

Titolo: Vita d’albergo

Autore: Javier Montes

Editore: Nutrimenti

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 17,00

“Non so quando ha smesso di sembrarmi ragionevole la possibilità che le cose debbano rimanere così per sempre. Quando ha smesso di bastarmi questo avanzare senza di fatto fare un passo, di sentire che mi avvicino sinuosamente a una conclusione, di pensare che una conclusione non è altro che questo: avvicinarsi indefinitivamente a una conclusione.”

È possibile che una pura coincidenza possa stravolgere l’esistenza di uomo, portandolo sul baratro oscuro dell’ossessione? Questo è il nodo nevralgico della storia narrata da Javier Montes in “Vita d’albergo”, primo libro tradotto in Italia dell’autore spagnolo. Una narrazione che parte in sordina, strisciando sottopelle senza quasi fare rumore ma che poi esplode, tra tormenti e scelte sbagliate, rassegnazione e desiderio di rivalsa. Un libro dalla trama apparentemente semplice ma che in realtà indaga nella coscienza dell’uomo più di quanto sembri.

Protagonista del romanzo di Montes è un critico d’alberghi, che da anni gira il mondo in incognito per scrivere articoli e recensioni sugli hotel in cui alloggia. Lui decide l’albergo, scrive il pezzo e lo manda al giornale che lo pubblica. Particolarmente azzeccata, a questo proposito, la scelta dell’autore di narrare la storia in prima persona, rendendoci così partecipi in modo diretto della discesa negli inferi del protagonista. Questa volta però il critico viene invitato a soggiornare per una notte all’Imperial, albergo della sua città recentemente ristrutturato. Acconsentendo con entusiasmo a trascorre per la prima volta nella sua carriera una notte in un hotel della propria città, il giornalista ancora non sa che quella recensione gli stravolgerà l’esistenza.
L’equivoco che sta alla base dello sviluppo del romanzo è molto semplice: al protagonista viene consegnato un passe-partout e comunicato un numero di stanza che in realtà non è la sua. Grande sarà il suo stupore quando, oltrepassata la soglia della camera, si ritroverà di fronte il set improvvisato di un filmino porno. Qui il critico farà la conoscenza dell’ammaliante proprietaria del sito porno vitadalbergo.com, che ha lo stesso nome della sua rubrica di recensioni, specializzato in riprese con attori improvvisati nelle più disparate camere d’albergo del pianeta. Dapprima soltanto incuriosito e poi sempre più trascinato verso il mondo proibito di quell’enigmatica donna, complici anche le analogie tra i loro lavori, il narratore inizia a idealizzarla, erigendole un posto d’onore nella sua mente sovreccitata. Così, visitando regolarmente la pagina web, scopre che la donna e il suo staff intraprenderanno una sorta di mini tour alla ricerca di nuovi attori e nuovi alberghi. Ed ecco il pretesto perfetto per lanciarsi all’inseguimento della bella proprietaria del sito. Un viaggio che porterà il protagonista a fare i conti con la parte più oscura e profonda di sé  e a conoscere un variegato campione di umanità.
Una trama che a tratti si rivela fragile, viene così ampiamente compensata da nostalgiche ed evocative descrizioni delle città in cui fa tappa il critico, tra un freddo e malinconico mare d’inverno e la visione solitaria di un film in un vecchio cinema di periferia che ancora non si arrende all’avvento dei multisala. Stupendo, a questo proposito, un capitolo quasi interamente dedicato alla visione di ciò che accade nell’albergo dirimpetto alla stanza dove alloggia il giornalista, tra coppie che ritornano all’alba, uomini solitari e bambini che piangendo tengono svegli i genitori. Un concentrato autentico del genere umano che mi ha ricordato l’inizio di quel capolavoro cinematografico che è “La finestra sul cortile”.
Affiancati alle suggestive descrizioni, affiorano i sentimenti della voce narrante che, via via che l’inseguimento prende piede per entrare nel vivo, si fanno sempre più torbidi e ossessivi. Così l’immagine della donna e l’illusione di poterla agguantare raggiungono vette emotive inimmaginabili, costringendo il critico a mettere da parte qualsiasi altra cosa, compreso il proprio lavoro, e a fare i conti con un nuovo sé stesso. Quasi una personalità alternativa alla persona che aveva sempre creduto di essere. L’unica in grado di rispondere alla domanda che assilla il lettore mano a mano che ci si addentra nella storia: fin dove è disposto ad arrivare il narratore per assecondare e (forse) placare la sua ossessione?

Vita d’albergo” è un romanzo dalle sfumature particolari, che ci insegna come non sempre ci conosciamo per ciò che siamo davvero. Un libro che alterna sentimenti di dolce nostalgia a violente indagini psicologiche, in un crescendo emozionale che culmina in un finale che ho trovato particolarmente riuscito. Forse non un romanzo per tutti i palati ma che sicuramente saprà soddisfare i lettori più curiosi, che hanno voglia scavare sotto la superficie.

Voto: 4/5

Mr. P.

Gli Eletti: piccoli classici da (ri)scoprire

Avevo già apprezzato lo scorso anno la collana di classici tascabiliGli eletti” di Alter Ego Edizioni, che si prefigge di riscoprire testi brevi e imprescindibili della letteratura mondiale, attraverso un lavoro di ricerca e analisi coadiuvato da Dario Pontuale, scrittore e critico ormai diventato di casa su “Blog con vista”. Questa volta la proposta di lettura è ricaduta su due autori francesi, che si sono rivelati una graditissima sorpresa.
Di  Guy de Maupassant avevo già scoperto le torbide atmosfere dei suoi bellissimi racconti soprannaturali e del crimine, ma ancora mi mancava la sua produzione drammatica, di cui ho avuto un piacevole assaggio con “Quel porco di Morin e L’abbandonato“, volumetto arricchito dalla prefazione di Simone Gambacorta.
Devo invece ammettere la mia ignoranza riguardo a Honoré de Balzac, gigante letterario di cui non avevo letto nulla prima di imbattermi ne “Il capolavoro sconosciuto“, anch’esso impreziosito dalla prefazione di Patrizia Angelozzi.

Guy de Maupassant – Quel porco di Morin e L’abbandonato
I due racconti di Maupassant qui raccolti affrontano entrambi lo scomodo tema della verità e della menzogna e di come entrambi gli opposti di una stessa medaglia, che altro non è che la realtà, vengono rappresentati.
In “Quel porco di Morin” viene messa in scena la vicenda del mercante di provincia Morin, che a causa di un gesto avventato, generato a sua volta da una goffa illusione, vede nel giro di pochi giorni crollargli addosso l’intera esistenza. Una rispettabile reputazione infangata in un attimo da uno stupido e avventato episodio, che marchierà in modo indelebile il maldestro commerciante, tanto da chiedere l’aiuto del narratore, un giornalista amico di Morin. Proprio lui narrerà la storia a suo modo e secondo il suo punto di vista, facendo comprendere al lettore come la realtà possa essere manipolata, anche involontariamente, a seconda di chi la vive e la racconta. Non conosceremo mai la storia con gli occhi di Morin ma dovremo accontentarci di una verità che lascia più di qualche dubbio.
L’abbandonato” è un racconto di menzogne e di sotterfugi, in cui una madre a cui è stato strappato dalle braccia il figlio appena nato, perché frutto di un adulterio, decide di ritrovarlo dopo quarant’anni. Ma non sempre affrontare la realtà per smascherare l’inganno si rivela la scelta più giusta. Un sentimento di vergogna si impadronirà delle donna, che uscirà miseramente sconfitta dal suo tentativo di ridare dignità alla propria vita.
Due racconti dolorosi e intrisi di un’angoscia sottile, che ci mettono di fronte, nudi e senza protezione, alla crudezza delle nostre esistenze.
Voto: 4/5

Honoré de Balzac – Il capolavoro sconosciuto
La novella di Balzac “Il capolavoro sconosciuto” è un autentico atto d’amore verso l’arte, qui rappresentata attraverso la pittura, ma estendibile a qualsiasi tentativo umano di ricerca del bello e della perfezione. Proprio la ricerca di una perfeziona assoluta è la chimera che accompagna le vicende narrate da Balzac.
Protagonista è un giovane Nicolas Poussin, pittore realmente vissuto in Francia a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, e la sua smania di diventare un vero artista, grazie anche all’incontro che sta per avere con Frans Pourbus (altro pittore preso a prestito dalla storia), che Poussin considera un vero e proprio maestro. Nell’appartamento di Pourbus, il giovane aspirante pittore farà la conoscenza di un enigmatico vecchio che, stando ai suoi discorsi, sembra incarnare l’essenza stessa dell’arte pittorica. Tanto che, criticando i capolavori di Pourbus, millanterà un fantomatico ritratto di donna a cui starebbe lavorando da anni, alla ricerca della perfezione universale. Proprio questa odissea personale verso l’eccellenza assoluta, condurrà il racconto verso un epilogo dalle tinte fosche e inquietanti.
Balzac sembra quasi volerci dire che la natura è perfetta così come si presenta ai nostri occhi, proprio perché gode di una straordinaria imperfezione e che la nostra ambizione di apparire perfetti, sia agli altri che a noi stessi, è soltanto un desiderio effimero, specchio della nostra fragilità e insicurezza.
Voto: 3,5/5

Proponendoci letture veloci ma mai banali, anche questa volta i ragazzi di Alter Ego Edizioni si sono dimostrati ottimi avventurieri alla ricerca di classici dimenticati!

Mr. P.

Becky Sharp – Penelope Poirot e l’ora blu

Titolo: Penelope Poirot e l’ora blu

Autore: Becky Sharp

Editore: Marcos y Marcos

Anno: 2018

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Non si dovrebbe mai tornare nei luoghi dell’infanzia: tutto ci sembra profanazione.”

Conoscevo soltanto di nome Becky Sharp, pseudonimo dietro il quale si nasconde una talentuosa giallista italiana, e la sua Penelope Poirot, nipote di uno dei più celebri investigatori letterari di tutti i tempi. Così, quando mi si è presentata l’occasione di addentrarmi nei misteri di “Penelope Poirot e l’ora blu“, terzo volume dedicato all’investigatrice dagli illustri natali, non ho esitato un attimo. Complice il caldo agostano e la sana voglia di una lettura disimpegnata, l’opera di Becky Sharp si è rivelata un’ottima compagna per questi ultimi giorni d’estate.

La vicenda è ambientata a Corterossa, un piccolo borgo medievale al confine tra Piemonte e Liguria. Un luogo allo stesso tempo incantevole e minaccioso, carico di magia e di mistero. Proprio la magia e il folklore, incarnati da convegni di fate e sacrifici rituali, sono i protagonisti indiscussi del libro. Così ritroviamo Penelope Poirot e la sua fedele segretaria Velma Hamilton alle prese con una morte all’apparenza accidentale, ma che in realtà cela segreti taciuti e verità inquietanti, il tutto circondato da antiche leggende e ricordi soltanto apparentemente sepolti. Perché Corterossa è il paesino dei nonni di Velma Hamilton, dove l’inglese ha trascorso tutte le estati della sua infanzia insieme alla sua migliore amica Sveva, illudendosi entrambe di potersi tramutare in due splendide fate. Il ritorno ai profumi agrodolci dell’infanzia non sarà facile per Velma, confusa e turbata dalla marea di ricordi che affiorano, tanto che Penelope Poirot dovrà fare affidamento soltanto sulle ereditarie capacità d’intuizione, mettendo da parte l’aiuto della sua segretaria. Non voglio svelare di più sullo svolgersi della trama o sui personaggi che ruotano intorno alle due protagoniste, perché credo che ogni giallo che si rispetti debba essere scoperto poco per volta, senza rovinarsi il piacere di gustarsi il susseguirsi dei colpi di scena, piccoli o grandi che siano.
Sono rimasto piacevolmente colpito dallo stile fresco e ironico della Sharp, che sa mantenere viva l’attenzione del lettore, disseminando il libro di minuscoli indizi, a volte anche allo scopo di depistarlo. Il libro scivola via in maniera estremamente gradevole, caratteristica a mio avviso essenziale per ogni buon giallo, soprattutto per quanto riguarda le opere che si rifanno ai grandi classici del genere, come appunto questa. Non mancano però anche momenti malinconici e riflessivi, che arricchiscono la narrazione, insieme ad abbondanti dosi di umorismo. A questo proposito si rivela particolarmente azzeccato il personaggio di Penelope Poirot, eccentrica ex giornalista e critica gastronomica, impegnata nella ricerca di una saggezza superiore. Con la recente fissazione di lanciarsi in una nuova carriera di creatrice di aforismi, l’investigatrice inglese, tra continue lamentele, domande scomode e picchi di sapienza improvvisata, sa, nello stesso tempo, come farsi amare e odiare dal lettore.

Penelope Poirot e l’ora blu” è un romanzo divertente e arguto che, pur non avendo la caratura dei classici che vedono protagonista il più famoso zio, si rivela un’ottima lettura di intrattenimento. Perfetto per trascorrere in modo gradevole una manciata di ore, magari sorseggiando una bibita fresca e godendosi l’ultimo scampolo d’estate prima di immergersi nelle malinconiche atmosfere autunnali.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Gerard Reve – Le sere

Titolo: Le sere

Autore: Gerard Reve

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 318

Prezzo: € 18,00

“Intorno a noi accadono cose, ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Siamo sordi e ciechi.”

Sono le sei meno un quarto di mattina, è ancora buio. Vi svegliate di soprassalto, avete fatto un incubo. Lo riportate alla mente, ricascate nel sonno. Dopo qualche minuto, vi risvegliate. E’ una domenica di dicembre, niente lavoro, oggi potete dormire ancora per un po’. Ne approfittate e continuate così per un tempo indefinito. Sveglio, addormentato. Sveglio, addormentato. Alla fine, decidete di alzarvi e di non sprecare quella giornata: avete grandi piani, “Non mi perderò nel nulla!”, pensate. E invece lo farete. Trascorrerete tutti gli ultimi dieci giorni del mese così. Nel nulla più assoluto.

Questo potrebbe essere un riassunto breve e superficiale de “Le sere”, romanzo d’esordio di Gerard Reve, ritenuto uno dei ‘grandi’ della letteratura olandese del secondo Novecento. Nel 2016 è stata finalmente pubblicata la traduzione inglese dell’opera e a partire da quest’anno, grazie ad Iperborea, anche in Italia è possibile approcciarsi a questo autore e al suo libro, a mio parere per nulla immediato e purtroppo poco coinvolgente. Perché dico ciò? Perché l’atmosfera presente dalla prima all’ultima pagina (e sono ben 312!) è pesante, pervasa da  una lentezza e da una ripetitività che mi hanno sfiancata. Frits, il protagonista, è un giovane cinico e scorbutico che ha abbandonato gli studi e che svolge ora una mansione d’ufficio: è evidentemente insoddisfatto del suo lavoro, il quale viene citato molto poco nel corso della storia. Reve, infatti, è interessato ai momenti in cui il ragazzo torna a casa e, più nello specifico, alle sue sere – come è possibile osservare fin dal titolo del romanzo. Che cosa accade a queste serate, a queste notti, per ritenerle così importanti? Assolutamente nulla. O meglio, qualcosa succede, ma bene o male non si discosta mai da una certa linea: Frits cena con i genitori, li osserva, li analizza, li critica e li disprezza (il padre è per lui troppo rozzo, la madre petulante all’inverosimile). A volte accende la radio, in cerca di un po’ di musica, ma subito s’incupisce e la spegne; altre prova a leggere un giornale ma viene distratto dai mille pensieri  – spesso paranoici – che affollano la sua mente. Quando non rimane chiuso nel suo appartamento, il protagonista girovaga per Amsterdam, in cerca di qualche conoscente: quelli che Frits va a trovare non sembrano nemmeno degli amici veri e propri, quanto piuttosto delle semplici persone che intrattengono con lui conversazioni spesso futili e deliranti. Molti individui si rincontreranno nel corso della narrazione, altri li si vedrà una volta soltanto ma state certi di una cosa: Frits farà commenti malevoli sulla capigliatura e sulla presunta calvizie di ognuno di loro. Questa è, infatti, la sua ossessione principale: il ragazzo passa molto tempo di fronte allo specchio, ad esaminarsi e a scovare ogni suo più piccolo difetto. Pur non perdendo egli alcun capello, coglie costantemente e in modo quasi folle questo particolare in tutti gli uomini che incontra e lo fa sempre notare, che sia vero o no, che conosca bene la persona in questione o meno. Altro suo chiodo fisso è il parlare: per il giovane è necessario avere sempre qualche cosa da dire, sembra quasi spaventato dal silenzio che si potrebbe creare fra due o più esseri umani. I suoi pensieri ruotano intorno a ciò – “Di cosa parlerò, ora che questo argomento è ormai concluso?”, si domanda continuamente. Le conversazioni tra i personaggi, però, sono spesso strampalate, i dialoghi paiono slegati tra di loro, quasi non ci si ascoltasse davvero. E’ dunque questo un modo per sottolineare il nostro essere perennemente soli, il non comprenderci veramente, il non prestare attenzione agli altri? Senz’altro la solitudine è un tema che Reve mette in primo piano: Frits, nel suo continuo perder tempo, nel suo ciondolare senza meta, non trova un vero conforto nelle persone a lui vicine («Dal profondo ho gridato», disse tra sé e sé, «ma la mia voce non è stata ascoltata») e, nelle ultime pagine, si riduce addirittura ad inveire contro un giocattolo a forma di coniglio. La sua visione della vita è triste, pessimistica, è consapevole di non stare bene («Questa non è una bella faccia […] ho un’anima malata») ma nonostante questo rivela una buona dose di humor nero, come quando narra del suo odio per i vecchi o per le donne. Un altro elemento che lo contraddistingue è la cupezza e l’enigmaticità dei suoi sogni: il giovane quasi ogni notte, infatti, è perseguitato da incubi dalla trama contorta, perturbante, degni del miglior David Lynch. In questi si ritrova spesso in trappola, sminuito, condizione che riflette semplicemente la sua misera esistenza.

«Mentre me ne sto qui sdraiato, pian piano si fa buio» è il riassunto dei giorni che Frits trascorre: può sembrare una metafora – in effetti, forse, lo è anche – ma non solo, perché esprime esattamente ciò che accade di rilevante nella sua vita: niente. Ora dopo ora, l’inquietudine e il tedio che il lettore può provare giungono alla fine: è la notte di Capodanno. Ecco che tutto ciò che ho pensato in precedenza, tutta la pesantezza del nulla, le giornate così simili le une alle altre, i dialoghi paradossali, le riflessioni mancate, le aspettative che mi ero creata anzitempo e che sono state deluse, qualsiasi cosa, viene ripagata dall’ultima, bellissima, pagina. Ci si ritrova di fronte un giovane uomo, completamente perso, che si accorge di essere vivo, vivo davvero e che forse, nonostante tutto, la sua esistenza non è passata inosservata, in questo enorme vuoto che ci circonda.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Amalia Guglielminetti – Tipi bizzarri

Titolo: Tipi bizzarri

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Rina Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 162

Prezzo: € 18,00

“Era la prima volta, in dieci anni di vita comune, ch’egli la udiva parlare con una simile risolutezza, formulare decisioni così chiare e precise, esporre disposizioni di un’estrema gravità prese contro di lui. Era la prima volta che quella piccola donna sempre pavida e smarrita sentiva nella propria mano un’arma possente, e gliene veniva una tale coscienza dei suoi diritti e della sua forza che senza esitare si dichiarava alla vigilia di usarla, fin dove le fosse concesso, pur di ripagarsi del male subito.”

Una delle cose che più amo del fatto di avere un blog, di essere in qualche modo “inserita” (parola grossa!) nel mondo dei libri è questa: scoprire nuove case editrici, nuovi progetti, nuove opere, che probabilmente in altro modo non sarei riuscita a conoscere. Proprio grazie a questo spazio, infatti, ho potuto apprendere dell’esistenza di Rina Edizioni, piccola casa editrice indipendente di Roma. Il loro progetto editoriale, dal nome “Libertarie: scrittrici italiane d’altri tempi” è senz’altro mirabile: si tratta di andare a riscoprire testi ‘dimenticati’ o poco noti della letteratura dell’Ottocento e del Novecento, lavori di scrittrici italiane su cui purtroppo, al giorno d’oggi, ci si sofferma troppo poco. Per dirlo con le loro parole: «Ci interessa ricercare e ripubblicare questi testi perché crediamo sia doveroso renderli noti a tutti, soprattuto nella nostra contemporaneità. Siamo convinti sia necessario recuperare i nomi di queste scrittrici, a noi troppo spesso ignote perché volutamente estromesse dalla nostra storia letteraria e quindi scivolate nell’oblio, come atto di responsabilità culturale, storica e morale per riscoprire, conoscere e comprendere una preziosa eredità che ci appartiene.» Attualmente, due sono i titoli proposti da questa casa editrice. Il primo è “Parla una donna” di Matilde Serao, una raccolta di articoli usciti su “Il Giorno” tra il 1915 e il 1916 in cui il tema della guerra viene affrontato dal punto di vista femminile. Il secondo, invece, è appunto “Tipi bizzarri” di Amalia Guglielminetti. Poetessa e scrittrice piemontese, la Guglielminetti pubblicò questa raccolta di novelle nel 1931, suscitando stupore e scalpore nella società intellettuale dell’epoca.

Le nove storie riunite in “Tipi bizzarri” hanno un comune denominatore: l’amore, nelle sue svariate sfaccettature, nelle sue ipocrisie più o meno velate. I personaggi ritratti dalla Guglielminetti si dividono in due categorie principali. Da una parte troviamo donne e uomini prede dell’illusione amorosa, ingenui e innocenti, innamorati persi “da manuale”; dall’altra, uomini e donne spietati e capricciosi, che non hanno alcun scrupolo e che si dilettano nell’ingannare le loro prede. Molto spesso si ritrovano vittime e carnefici e i ruoli, a volte, si sfumano fino a scambiarsi del tutto. In “Tipi bizzarri”, per esempio, una pittrice pretenziosa rifiuta malamente le avances di un uomo che crede troppo rozzo, per poi cedere a quelle di un visconte seduttore che non ci penserà due volte ad abbandonarla frettolosamente; una volta colto il raggiro, Edmea tornerà dal primo, scoprendo però che questo non l’ha certo aspettata. “La coppia invidiabile” e “La moglie timida” sono forse i due racconti che ho preferito: la Guglielminetti svela la falsità dei rapporti interpersonali, insinuando dubbi nel lettore e facendo architettare ingegnose vendette a personaggi che parevano mansueti e taciturni. Nella prima novella, infatti, una coppia all’apparenza perfetta diventa l’oggetto delle conversazioni di due sposi che ormai non si sopportano più granchè: scopriranno, però, che è molto semplice ingannarsi. Nella seconda, invece, una donna che è sempre stata remissiva nei confronti del proprio marito ne scopre il tradimento; questa sarà l’occasione per prendere realmente la parola per la prima volta nella sua vita e per smascherare l’ipocrisia dell’uomo.

È stato interessante (ri)scoprire la Guglielminetti, la sua arguzia e l’audacia delle sue storie. Nonostante questi lati positivi, alla lunga la raccolta ripropone molto spesso le stesse modalità e gli stessi temi, cosa che potrebbe annoiare il lettore. Il mio consiglio è di leggerla poco per volta, magari per intervallare due libri più pesanti e impegnativi – proprio come ho fatto io.

Voto: 3/5

Mrs. C.