Pablo Besarón – Effetti collaterali

Titolo: Effetti collaterali

Autore: Pablo Besarón

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 119

Prezzo: € 11,00

“Se mi chiedete se credo in Dio come la maggior parte della gente, vi rispondo che a volte ci credo, nei momenti difficili oppure quando capitano fatti strani. Se mi chiedete se sono a favore della pena di morte, non lo sono. Forse possiamo supporre che soltanto Dio – lo stesso a cui non so se credere – può dare la vita e la morte. E se non volete chiamarlo Dio, chiamatelo Natura, o il divenire delle cose… è lui che deve pronunciarsi sulle grandi questioni, non l’uomo.”

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La morte: evento misterioso e da sempre pervaso da una certa aura di timore e sacralità, è una delle tematiche predilette da ogni genere di letteratura. È stata interpretata, dissezionata e scavata a fondo nelle pagine di centinaia di autori, dai classici dei grandi maestri, agli scrittori contemporanei, approdando anche su lidi fantastici e soprannaturali. Proprio a metà tra il reale e l’irreale si colloca il contributo che Pablo Besarón ha voluto dare al tentativo dell’uomo di trovare un senso all’atto estremo che caratterizza l’esistenza di ognuno di noi. Ma l’ha voluto fare contrapponendo alla morte la sua antitesi, quella vita che, tenace e combattiva, cerca di non piegarsi all’ombra oscura che da sempre gli sta alle calcagna. Nato a Buenos Aires nel 1974, Besarón, autore di saggi e scritti teorici, ha deciso di cimentarsi con la letteratura scegliendo la forma breve e componendo così “Effetti collaterali”, la sua prima raccolta di racconti, sulla scia dei grandi autori sudamericani come Borges e Cortázar. Dieci istantanee perturbanti e ricche di fascino, in cui una tendenza verso il fantastico si mescola con la realtà delle strade di Buenos Aires, dove anime perdute si incontrano, a volte pervase dall’orrore e dalla violenza, altre con una tenue luce negli occhi che sembra il preludio ad una speranza appena accennata.

La raccolta inizia con una delle storie più particolari ed inquietanti del lotto: “In un altro luogo” narra di una gravidanza interrotta e dell’amore sconfinato di un padre, che continua nonostante tutto ad alimentare il feto, facendolo crescere e trasformandolo in un bambino. Ciò all’insaputa della madre, nonostante l’insistenza del ragazzo nel volerla conoscere. Ma i dubbi assalgono il lettore: il figlio esiste realmente o è solo una proiezione mentale del padre? Oppure il mondo reale si è intrecciato indissolubilmente con l’aldilà? Si prosegue con il racconto che è diventato immediatamente il mio preferito, “Delia e la telenovela delle cinque”, in cui si mastica il classico sapore delle ghost stories. Ambientato all’interno di un condominio, vede il narratore coinvolto in una curiosa relazione di amicizia con un’anziana vicina di nome Delia. Ciò che destabilizza è che Delia è morta due mesi prima. Lo sconcertante finale dà un risvolto inaspettato e conturbante all’intera vicenda. In “Vita da romanzo”, in cui non a caso viene citato Cortázar, protagonista è uno scrittore che si rifugia a Colonia per trovare la necessaria tranquillità per la stesura del suo romanzo, fino a quando la sua vita e quella dell’amico Alfieri, rimasto a Buenos Aires, si intrecciano con la finzione letteraria da lui creata, abbattendo i confini che separano i due mondi. “Notizie su Cevares” narra di un uomo in fuga da un delitto, Cevares, che, dapprima con crescente stupore e poi con serena accettazione, diventa un altro uomo, Elvio Suàrez, prendendo il suo posto in tutto e per tutto. In “Parenti” due cugini da troppo tempo distanti si riavvicinano, tanto che sembra che uno debba quasi sostituirsi all’altro, fino all’enigmatico finale. “Gli ultimi giorni di Daniel Knopoff” è il tragico resoconto di un incidente d’auto che avrà conseguenze inaspettate. “I traditori di Gómez il Negro” è lo spaccato di vita di Gómez, un ragazzo scontroso e problematico, narrato dalla voce di chi lo ha tradito. È poi la volta di “Il neurochirurgo“, sorta di racconto nel racconto. La vicenda prende il via quando cinque uomini, al termine di una battuta di pesca, decidono di condividere la proprie esperienze personali che abbiano a che fare con la linea che separa la vita dalla morte. Quando è il turno del neurochirurgo brasiliano, la storia che narra ci fa gelare il sangue nelle vene. “Andata e ritorno” vede come protagonista un uomo che, dopo la morte della moglie avvenuta in giovane età, abbandona i propri figli, per poi ritrovarli parecchi anni dopo. Ma qualcosa nella sua mente non ha mai dimenticato gli anni della giovinezza, tanto che identifica la figlia maggiore proprio con la moglie perduta, facendone una persona sola. La raccolta si conclude con “Epifania (papà buono-papà cattivo)”, in cui, uno spiacevole episodio di vita famigliare, viene visto attraverso gli occhi innocenti di un bambino.

Effetti collaterali” è l’ennesima bella scoperta, in ambito letterario sudamericano, di Edizioni Arcoiris e della loro collana Gli Eccentrici. Pablo Besarón sa attingere a piene mani dalla tradizione dei grandi autori latini, rielaborando la loro lezione con uno stile personale e coinvolgente. Un sottile filo di inquietudine percorre questi dieci racconti, che ci permettono di immergerci anima e corpo in un’Argentina nello stesso tempo magica ed oscura. Un tuffo ad occhi chiusi nel mistero insondabile della morte. Perchè dopotutto, come dice Livio Santoro nella postfazione al volume, «la morte è, ma non può essere».

Voto: 4/5

Mr. P.

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Budapest, diario di viaggio. Consigli iniziali

Premessa: questo è il primo di una serie di post che narrano dei viaggi miei e di Mr. P. “Blog con vista” è nato come spazio in cui condividere tutto ciò che amiamo, e viaggiare è una parte fondamentale della nostra vita, sebbene ciò non avvenga spessissimo e nonostante sia difficile poi per me scrivere qualcosa a riguardo, andare a ripescare diari, appunti, mappe, scontrini, itinerari etc. Ci tengo però tantissimo, perchè in post del genere posso unire svago ed utilità, racconti e fotografie. Questo primo diario di viaggio è giunto con un anno di ritardo, per cui qualcosa sarà senz’altro cambiato nel corso del tempo, ma sono sicura che Budapest sia ancora la capitale dell’Ungheria e che, bene o male, le cose che abbiamo fatto potrete ancora farle anche voi 😉 Spero di riuscire a darvi qualche spunto, nonostante il ritardo: magari non andrete in questa splendida città quest’estate, ma potrete godervela durante una qualsiasi altra stagione dell’anno! Buona lettura!

Budapest ci è venuta in mente durante un pomeriggio di giugno, lo scorso anno. Volevamo trascorrere le nostre vacanze estive in una capitale europea ma, complici il lavoro di Mr. P. ed miei esami universitari, non eravamo riusciti a decidere la nostra meta con un grande anticipo. Durante quel pomeriggio, però, ci è balenata l’idea di quella città che da molti è descritta come “la Parigi dell’Est“, affascinante e romantica ma allo stesso tempo piena di cultura. Siccome Mr.P. ha girato mezza Europa, dovevamo trovare un luogo che nessuno dei due aveva mai visitato, e, grazie anche ai prezzi relativamente bassi, abbiamo quindi optato per la capitale dell’Ungheria.

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Poco sapevamo della città, perciò ci siamo subito fiondati a fare qualche ricerca su Internet e a comprare una guida turistica, la fedelissima Lonely Planet -che abbiamo scoperto comunque avere qualche falla, con mio grande dispiacere. Abbiamo prenotato quindi aereo ed hotel per un mese dopo, all’incirca: partenza mercoledì 22 luglio dall’aeroporto di Bergamo Orio Al Serio (purtroppo i voli Ryanair per questa meta non partivano nè da Torino, la nostra città, nè da Milano), e ritorno fissato per una settimana esatta dopo, mercoledì 29 luglio. Gli orari dei voli sono stati un po’ infelici, ma non troppo: l’andata ci ha permesso di giungere a Budapest nel tardo pomeriggio, e quindi di goderci subito una splendida serata in città, il ritorno invece ha preso tutto il nostro ultimo giorno, perchè la partenza era fissata per le 12.20, quindi, tra il ritiro dei bagagli ed il raggiungimento dell’aeroporto, non siamo più riusciti a far nulla. Abbiamo comunque visto di peggio, quindi non mi lamento troppo. Per quanto riguarda il costo, invece, siamo stati decisamente fortunati: 31,60 € l’andata, e soli 17,99 € il ritorno! Un volo veramente low cost! A questa somma, ovviamente, è stata aggiunta quella dell’unico bagaglio da stiva -15 kg per 25 €, raddoppiato per il ritorno. La cifra, comunque, guardando altri voli per differenti destinazioni, è rimasta lo stesso piuttosto conveniente!

Il fato benevolo ci segue anche per quanto riguarda la scelta dell’hotel: nè io nè Mr. P. abbiamo grandi pretese a riguardo, basta avere una camera relativamente pulita in cui dormire, se poi è piccola ed in una struttura non iper-moderna-super-chic non importa assolutamente. L’unica cosa su cui non transigiamo -per viaggi come questo, insomma, se poi andiamo in campeggio ci adattiamo, naturalmente!- è il bagno privato. Decidiamo quindi di puntare sull’Hotel “Bara Junior”: un due stelle con colazione compresa che pare essere non troppo distante dal centro e che, per sette notti ci viene a costare 164 € a testa. La vera fortuna l’abbiamo avuta una volta giunti all’hotel, però, in quanto non erano più disponibili stanze nella struttura in cui avevamo prenotato e ci hanno quindi mandati (senza costi aggiuntivi!) nell’hotel affiliato, il “Bara”, che -nonostante il nome inquietante- aveva una stella in più ed una stanza niente male. Per giungere all’aeroporto, infine, abbiamo dovuto prendere tutta una serie di mezzi di trasporto che non potevamo evitare, abitando noi in provincia: giunti fino a Torino, abbiamo preso un Freccia Rossa fino alla stazione di Milano Centrale (15 € a testa), una navetta che ci portasse ad Orio al Serio (8 € per A/R), ed idem al ritorno (con la variante di un Freccia Bianca a 9 € per persona).

Facendo i conti finali, quindi, 270 € per volo, trasporti ed hotel (a testa, naturalmente), ci pare una cifra veramente conveniente, rispetto ad altri viaggi che abbiamo fatto. Ne siamo contenti, e non vediamo l’ora di fare un programma che ci permetta di non perdere troppo tempo e di vedere tutto quello che vogliamo. So che viaggiare significa anche vivere il luogo in cui ci si trova, ed infatti siamo riusciti a farlo: ma quando vado in un posto nuovo, sono piena d’entusiasmo (Mr. P. forse ancora più di me!) e non riesco ad accettare il fatto di perdermi qualcosa. D’altronde, per viaggiare non basta una vita, e quindi, finchè il mio fisico me lo permette, cammino e cammino e cammino ed esploro tutto l’esplorabile. Durante questa bellissima -ma ardua!- settimana ho tenuto un diario di viaggio, e mi piacerebbe poter condividere qui tutti i consigli e le emozioni provate. Personalmente, seguo tantissimi blog che parlano di viaggi e di gite fuori porta o simili, perchè scopro sempre qualcosa di nuovo, mi perdo nei racconti (anche questo è viaggiare, con la fantasia) e, infine, penso che siano utilissimi per potersi orientare nelle proprie vacanze.

Nella prossima puntata, quindi, inizierà il viaggio vero e proprio.

Allacciate le cinture!

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Mrs. C.

Arthur Machen – Il Grande Dio Pan

Titolo: Il Grande Dio Pan

Autore: Arthur Machen

Editore: Tre Editori

Pagine: 254

Anno: 2016

Prezzo: € 19,00

“Guardatevi attorno, Clarke! Guardate la montagna, e le colline che si susseguono alle colline come onde su onde. Guardate i boschi e i frutteti, i campi di frumento maturo e i prati che digradano verso i canneti lungo il fiume. Mi vedete qui, accanto a voi, e udite la mia voce, nondimeno vi dico che tutte queste cose, sì, dalla stella che si è appena accesa nel cielo fino al solido suolo sotto i nostri piedi, io vi dico che tutte queste cose non sono che sogni e ombre: ombre che nascondono ai nostri occhi il mondo reale. Un mondo reale esiste, ma si trova oltre questo incanto e questa visione, oltre “le cacce negli arazzi , gli effimeri sogni”, al di là di tutto ciò come al di là di un velo”.

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Scrittore gallese considerato tra i più importanti e significativi all’interno della letteratura gotica e soprannaturale, Arthur Machen nacque nel 1863 nel villaggio di Caerlon nel Monmouthshire, regione del Galles ricca di suggestioni pagane e miti celtici, che hanno influenzato profondamente l’intera produzione dell’autore, a cominciare proprio da “Il Grande Dio Pan”. Pubblicato inizialmente nel 1890 e riveduto e riproposto nel 1894, “Il Grande Dio Pan” è un romanzo breve che attirò su di sé parecchie critiche, sconvolgendo con le sue tematiche il puritanesimo dilagante nella Londra vittoriana dell’epoca. Innegabile è la profonda influenza che l’opera ha avuto nel corso degli anni a venire su tutta la letteratura di genere, tanto da essere particolarmente apprezzata da Howard Phillips Lovecraft e aver indotto Stephen King a descriverla come «una delle più importanti storie dell’orrore mai scritte. Forse la migliore in inglese.» Per troppi anni fuori catalogo nel panorama editoriale italiano, recentemente la Tre Editori ha pensato bene di riproporlo in una nuova edizione, arricchita da un saggio di Susan Johnston Graf (professoressa di letteratura inglese all’Università della Pennsylvania) e da una breve antologia panica in versi e in prosa.

Il Grande Dio Pan” narra le conseguenze di un terribile esperimento, messo in atto per consentire all’essere umano di sollevare il velo che separa il nostro mondo da un altro tipo di esistenza, assoluta  e terribile, fatta di istinti primordiali, dove la ragione è in perenne contrasto con lo spirito, spalancando così le percezioni dell’uomo verso fenomeni inspiegabili: tutto ciò viene definito dall’autore “vedere il Dio Pan”. Il Dio Pan rappresenta infatti il dio della natura e di tutto ciò che di animalesco e bestiale è presente nell’essere umano, compreso il risvegliarsi di un inquietante e distruttivo istinto sessuale. La narrazione si apre con il resoconto dello scellerato esperimento, origine di tutto l’orrore sprigionato nelle pagine a seguire. Il dottor Raymond, geniale chirurgo da sempre affascinato dall’occultismo e dalla medicina poco ortodossa, decide di praticare un’incisione nella materia cranica di un’innocente ragazza di nome Mary, prendendo a testimone dell’accaduto l’amico Clarke, ammaliato ma allo stesso tempo disgustato dall’orribile esperienza a cui assiste. Purtroppo però qualcosa va storto e Mary perde completamente la ragione. Un salto temporale di parecchi anni ci porta nello studio di Clarke, dove lo troviamo intento nella lettura del resoconto di due terribili incidenti che hanno portato alla sparizione di una giovane e all’insinuarsi di uno shock profondo e devastante nella mente di un bambino. Entrambe le disgrazie vedono ruotare intorno agli sfortunati protagonisti una misteriosa ragazza di nome Helen Vaughan, che il bimbo giura di aver visto giocare sull’erba con uno strano uomo nudo. Dopo aver sparso con parsimonia qualche sinistro indizio, Machen ci proietta ancora una volta avanti negli anni, nel cuore di Londra, questa volta in compagnia di colui che forse è il vero protagonista della storia: Villiers di Wadham. Una sera Villiers incontra un vecchio compagno di università, che gli confida di essere stato rovinato nel corpo e nell’anima dalla moglie, un’avvenente donna di nome Helen Vaughan. Villiers, profondamente colpito dal racconto dell’amico, viene a conoscenza dell’implicazione della coppia nella morte di un rispettabile gentiluomo inglese. Intanto la città viene invasa da un’ondata di inspiegabili ed orribili suicidi, che colpiscono uno dopo l’altro alcuni onesti galantuomini, accomunati dal fatto di aver frequentato assiduamente la casa della misteriosa signora Beaumont, donna bellissima giunta a Londra da pochi mesi e che pare stranamente legata a Helen Vaughan e a Mary. Un ignobile segreto sembra custodito all’interno della dimora della Beaumont, qualcosa di tremendo e sensuale allo stesso tempo, qualcosa che la mente razionale dell’uomo non può sopportare.

Arthur Machen distilla l’orrore con il contagocce, in un sadico gioco in cui ciò che non viene detto ma viene lasciato all’immaginazione del lettore è forse quello che più ci terrorizza. “Il Grande Dio Pan” è un labirinto di sensazioni contrastanti, in cui l’inquietudine striscia lenta ma inesorabile pagina dopo pagina. Un classico assoluto della letteratura horror, che riuscì a spaventare anche il grande sir Arthur Conan Doyle, che dopo aver letto alcuni racconti di Machen passò la notte insonne. «Arthur Machen è proprio un genio, ma prima di portarmelo a letto di nuovo ci penserò due volte.» E se lo dice Conan Doyle, potete fidarvi

Voto: 4/5

Mr. P.

Hjalmar Söderberg – Smarrimenti

Titolo: Smarrimenti

Autore: Hjalmar Söderberg

Editore: Lindau

Anno: 2015

Pagine: 192

Prezzo: € 16, 50

“Il suo sogno segreto era un’esistenza tra pochi intimi sui quali poter profondere il proprio affetto, per poi, a cuore tanto più leggero, gettare in faccia al resto del mondo il suo pallido, mordace disprezzo.”

Smarrimenti

 Ci sono libri su cui non è possibile esprimere un’opinione una volta terminata l’ultima pagina. Ci sono libri che si devono concludere, lasciar andare, e poi riprendere, qualche tempo dopo, insieme alla speranza di poter entrare in sintonia con loro, con ciò che l’autore ci vuole mostrare, con i luoghi descritti e la psicologia dei personaggi in essi racchiusi. E’ esattamente questo il rapporto che ho avuto con “Smarrimenti” di Hjalmar Söderberg: l’ho letto una volta, mi sono sentita a disagio – potrei dire quasi, riprendendo l’azzeccatissimo titolo, smarrita -, ho lasciato passare un paio di mesi, l’ho preso nuovamente in mano, e mi sono rituffata tra le sue pagine. Alcune sensazioni si sono ripresentate, altre nuove sono sorte, e finalmente mi sono sentita (quasi) pronta per parlarne. Non fraintendetemi: “Smarrimenti” non è un libro sconvolgente di per sè, nonostante abbia dato un grande scalpore negli anni in cui fu pubblicato. E’ che, inizialmente, non mi ha catturata abbastanza, pur lasciandomi un senso di vicinanza, e, finita la prima lettura, non ero in grado di formulare un giudizio complessivo. Aprendolo per la seconda volta invece, grazie anche alla familiarità acquisita precedentemente, ho  cominciato a capire un po’ di più il tutto, sapendo ormai che cosa aspettarmi, ed il romanzo ha preso una piega diversa. Penso che tutto ciò sia successo anche perchè questo è stato il mio primo approccio con un ‘classico’ della letteratura nordica: solitamente leggo italiani, inglesi, francesi, americani, ed approdare per la prima volta in un territorio pseudo sconosciuto non è mai facile. Per fortuna però grazie ad Edizioni Lindau ho avuto quest’opportunità, e sono felice di aver fatto questo salto nel buio.

“Smarrimenti” segue le vicende di Tomas Weber, un giovane ventenne biondo, esile, con gli occhi azzurri ed una bocca che «esprimeva un energico desiderio di prendersi tutto quanto la vita poteva offrire». Tomas ha da poco terminato gli studi, ed ha grandi sogni per il futuro: desidera sposare Märta Brehm, la ragazza che dice di amare, e diventare un ricco medico o un politico famoso. Egli sembra sapere esattamente ciò che vuole, ma fin dalle prime pagine si nota un’inquietudine di fondo, una presenza invisibile, un qualcosa di oscuro che instilla in noi l’ombra del dubbio: forse Tomas non è poi così sicuro, non si conosce ancora così bene. Il dubbio diventa certezza in pochissimo tempo: il protagonista infatti sviluppa una forte attrazione per una giovane donna, Ellen Karlsson, conosciuta per caso in un negozio di guanti. Si comincia a percepire fin da subito l’ambiguità di Tomas, i suoi sentimenti contrastanti: «Era Märta che amava, eppure gli sembrava di perdere qualcosa di essenziale della felicità della vita, se non avesse mai visto quelle braccia nude e bianche allungarsi verso di lui da qualche angolo oscuro di una stanza con le tende abbassate». In un pomeriggio di fine aprile il ragazzo incontra Ellen su di un tram e, a seguito di una passeggiata, i due si baciano. Proprio da qui inizieranno quegli “smarrimenti” da cui la signora Weber, madre di Tomas, ha sempre cercato di proteggere il figlio. Il protagonista infatti comincia a condurre la sua esistenza girovagando per una Stoccolma che sembra ricordare il suo animo: cupa, buia, descritta molto spesso nei suoi angoli meno illuminati, come i caffè al calare della notte, pieni di uomini dediti all’alcool. Conscio dell’impossibilità di avere una relazione seria con Märta a causa della loro giovane età, il ragazzo esplora i piaceri della carne con la povera e devota Ellen, in un continuo tira e molla. Ad aggiungersi ai suoi problemi c’è la mancanza di denaro, che comincia a farsi sentire prepotentemente; non volendo ricorrere all’aiuto del padre, Tomas si affida ad una figura sinistra, malevola e melliflua: il commerciante di mattoni. E’ a questo punto che il giovane uomo brillante e determinato si rivela per quello che è: semplicemente un ragazzo, con i suoi istinti e le sue passioni, con le sue esigenze egoistiche ed il cuore pulsante. Lasciandosi trascinare dalle situazioni, Tomas interrompe l’avventura con Ellen e, nel bel mezzo dell’estate, torna dalla sua Märta, incurante delle conseguenze che un gesto così avventato può portare. Gli esiti di questa sua decisione saranno disastrosi: la colpa irromperà nella vita dei due giovani amanti, e con lei la paura, il dolore, la consapevolezza di aver sbagliato. Il protagonista urla al mare infinito e vuoto i suoi tormenti, pentito: ma ormai è troppo tardi. Con la prima neve, all’inizio di novembre, è chiaro che non c’è più speranza. L’anno sta per terminare, e con lui tutto ciò che aveva permesso a Tomas di essere felice per brevi istanti; il commerciante di mattoni s’insinua continuamente nella sua vita, per riavere ciò che ha prestato, l’amore è ormai un lontano ricordo e la città svedese sembra riempirsi di tetri presagi: cortei funebri, campane che emettono inquietanti melodie, una sirena anti nebbia che sembra perseguitare il protagonista ovunque vada. Il paesaggio rispecchia esattamente le emozioni fosche di Tomas, che prende una decisione irreversibile, ormai disperato. Qui, però, sta il genio di Söderberg: il finale di “Smarrimenti” è uno dei più poetici che io abbia mai letto. Vi dirò di più: vale l’intero libro. Perchè l’autore ci riserva una flebile, pacata e timida speranza, una speranza che sa di biancheria pulita e di neve soffice. La stessa speranza che può provare un cavaliere ferito che si rialza coraggiosamente, pronto ad andare avanti, ancora.

Non è stato semplice per me entrare in sintonia con questo romanzo e con il suo protagonista, nè con Stoccolma, che è il secondo ‘personaggio’ principale del libro: la città viene frequentemente descritta come ombrosa, silenziosa, e poi improvvisamente viva. Una città dalla doppia faccia, un po’ come Tomas stesso: ambiguo, cupo, dedito ad un continuo rimuginare da una parte, ma improvvisamente energico nella sua giovinezza dall’altra. “Smarrimenti” è pervaso da un continuo senso di oppressione, d’immutabilità ed i temi che qui vengono esplorati hanno tutti bene o male a che fare con queste sensazioni: i personaggi che ruotano intorno a Tomas, la sua famiglia, gli amici, la borghesia stoccolmese che lo circonda, sono tutti spesso nostalgici, presi dai ricordi, dal passato felice che fu, sono persone disilluse e fragili, incarnate perfettamente nella figura del cugino della signora Weber, Gabriel Mortimer, il quale svaluta continuamente l’amore e consiglia a Tomas di evitarlo come la peste, se non vuole avere guai. Nonostante la malinconia dilagante, le pagine finali del romanzo esprimono un’esasperata voglia di vivere, di dimenticare le brutture nell’immediato e poi di ricordarsene soltanto nel futuro, in modo da guardarle da lontano, in un diverso tempo e spazio, per poterne ridere. Che è qualcosa che dovremmo senz’altro imparare a fare tutti, prima o poi.

Voto: 3/5

Mrs. C.

Intervista ad Aaron Scott

È da un po’ di tempo che ci frullava in testa l’idea di intervistare autori ed editori che ci hanno colpiti e a cui teniamo particolarmente e finalmente oggi è arrivata l’ora di inaugurare la sezione “Interviste” del blog.

Il nostro primo ospite è un autore indipendente, che con i suoi racconti neri ci ha terrorizzati, facendoci trascorrere delle piacevolissime ore di letture. Stiamo parlando di Aaron Scott, all’anagrafe Attillio Abbiezzi, scrittore milanese di storie horror, thriller e noir. La sua prima opera è la raccolta “Racconti Oscuri”, edita nel 2010 dalla Runde Taarn Edizioni, e ripubblicata autonomamente dall’autore nel 2012. Da “La vincitrice”, uno dei sette racconti che compongono l’antologia, è stato tratto un cortometraggio, diretto da Alessandro Concas. Nel 2014 Aaron Scott dà alle stampe la sua seconda opera “Incubi dal nuovo millennio”, in cui ogni storia è ambientata in uno specifico anno dei duemila (più precisamente dal 2001 al 2010) e dove la finzione si miscela con fatti di cronaca nera realmente avvenuti. Sempre nello stesso anno esce la traduzione inglese di “Racconti Oscuri”.

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Aaron Scott su Facebook e sul suo sito ufficiale

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Ma ora diamo la parola direttamente a lui!

Ciao Attilio e grazie mille per la disponibilità. Partiamo subito con una domanda che sicuramente ti avranno fatto in molti: da cosa deriva la scelta di utilizzare uno pseudonimo? E perché Aaron Scott?

In realtà la scelta dello pseudonimo non è nata da me, ma dalla prima casa editrice che nel 2010 ha pubblicato la prima versione di “Racconti Oscuri” (la Runde Taarn Edizioni). Mi consigliarono di utilizzare uno pseudonimo straniero e mi proposero loro il nome di Aaron Scott. Mi piacque subito e così decisi di tenerlo anche dopo aver concluso la collaborazione con loro.

Altra domanda classica, ma che non può mancare in qualsiasi intervista letteraria che si rispetti: quali sono gli autori che più hanno influenzato la tua scrittura e che sono diventati i tuoi modelli letterari?

La lista sarebbe molto lunga, quindi mi limito a citarti quelli che più di tutti mi hanno fatto innamorare della lettura e in seguito della scrittura. Il mio primo romanzo di un certo spessore letto di mia “iniziativa” (quindi non per “imposizione scolastica”) è stato “It” di King, di cui poi in seguito ho letto tutto ciò che ha scritto. Sembra banale, ma credo sia veramente il Re tra gli autori contemporanei.
Per quanto riguarda la forma del racconto (genere in cui appunto mi sono cimentato come scrittore) posso citarti i miei quattro preferiti: Dino Buzzati, E.A. Poe, Lovecraft e Kafka.

La tua prima raccolta “Racconti oscuri” è uscita inizialmente con la Runde Taarn Edizioni, per poi tornare in una nuova edizione autopubblicata. Come mai hai scelto la via dell’autopubblicazione? E cosa consiglieresti ad un autore esordiente?

Il tutto è nato un po’ per caso. Onestamente non mi considero uno “scrittore” nel senso tecnico del termine, ma uno a cui piace inventare e raccontare storie. I primi racconti che ho scritto non avevo mai pensato di pubblicarli in un libro. Li avevo inseriti in alcuni forum dedicati a racconti brevi e solo dopo aver ricevuto degli ottimi riscontri da parte di chi li aveva letti mi sono deciso a raccoglierne alcuni per proporli a delle case editrici. E qui mi sento di dare il primo consiglio: mai accettare proposte arrivate in poco tempo da case editrici che propongono una pubblicazione a pagamento. Io ne ho ricevute varie e credo che non avessero neanche letto i titoli dei miei racconti. La Runde Taarn invece mi contattò per telefono, spiegando perché i miei racconti erano piaciuti e proponendomi un contratto ragionevole. Accettai e quindi uscì la prima versione di Racconti Oscuri. Purtroppo la casa editrice era piccola e poco dopo fu costretta a chiudere. A quel punto decisi di provare la via del self-publishing: avevo un lavoro già editato e le conoscenze per poter realizzare un e-book (da anni mi occupo di progetti web e sono quindi stato avvantaggiato rispetto a questi aspetti tecnici). Infine avevo il contatto con un ottimo illustratore. Misi assieme il tutto e dopo aver superato lo scoglio burocratico di iscrizione ad Amazon ed Apple Store “Racconti Oscuri” andò on-line con l’aggiunta di 3 nuovi racconti che sarebbero poi apparsi in “Incubi dal Nuovo Millennio”. In seguito ho poi reso disponibile tramite Amazon Create Space anche la versione cartacea del libro. Ad oggi “Racconti Oscuri” ha superato le 1000 copie vendute tra versione digitale e cartacea, ricevendo anche buone recensioni. Scrivo per hobby, per passione, nel tempo libero, con il desiderio di raggiungere sempre più persone e di riuscire a coinvolgerle con le mie storie.

Tornando ai consigli, se posso permettermi di darli, direi di iniziare da 5 passi fondamentali per chi vuole provare la via dell’auto-pubblicazione:

  1. Scrivete ciò che vi piace e non abbiate fretta. Scrivete la parola FINE solo quando siete soddisfatti di ciò che viene prima.

  2. Non saltate la fase dell’editing. Se non potete permettervi un editor a pagamento fate comunque leggere la vostra opera a più persone possibile. Pubblicare un lavoro pieno di errori/orrori grammaticali è assolutamente controproducente.

  3. Non sottovalutate la copertina. E’ la prima cosa che un lettore guarda

  4. Il vostro libro non si vende da solo. La promozione è fondamentale.

  5. Evitate di far lasciare recensioni a 5 stelle da amici e parenti. Io in 4 anni ho ricevuto per “Racconti Oscuri” su Amazon 18 recensioni, e non sempre positive. Tutte però sono state una piccola conquista: poter aver un riscontro da un tuo lettore è gratificante nel caso di recensioni positive e utilissimo in caso di recensioni negative. Avere in pochi giorni molte recensioni a 5 stelle da amici e parenti non solo non è utile all’autore, ma rischia di diventare poco credibile.

So che non è mai facile parlare delle proprie opere, ma sapresti indicarci il tuo racconto preferito, sia per quanto riguarda “Racconti oscuri” che “Incubi dal nuovo millennio”, e il perché?

Per “Racconti Oscuri” scelgo “La Donna più vecchia del Mondo”. E’ stato il primo racconto che ho scritto e credo che sia uno di quelli più riusciti dal punto di vista della “Paura” che può suscitare nel senso in cui la intendo io, ovvero come ho scritto nella prefazione:

“…Difficile è, per uno scrittore horror riuscire a creare quel senso di angoscia e di terrore (“la paura”) che nasce durante la lettura e che rimane nel lettore anche dopo aver chiuso il libro. Sto parlando di quel brivido lungo la schiena che ci può assalire quando ci ritroviamo da soli in casa, magari al buio della nostra stanza da letto, ripensando a ciò che abbiamo letto. Se questo accade allora lo scrittore ha raggiunto il suo scopo.”

Ecco, credo che “La donna più Vecchia del Mondo” raggiunga questo obiettivo.

Per quanto riguarda “Incubi dal Nuovo Millennio” scelgo anche qui il primo racconto della Raccolta: “Il Tecnico dei Computer”. Non voglio raccontare nulla per chi non avesse ancora letto il libro, dico solo che in questo racconto c’è tutto il senso che ho voluto dare al libro e che si riassume nella frase “La realtà supera la Fantasia, ma cosa è più terrificante?”

Le copertine delle tue raccolte sono molto curate e d’impatto: puoi dirci a chi ti sei affidato per la realizzazione? E quanto conta per te l’aspetto grafico in un libro?

Ritengo che la copertina di un libro sia fondamentale, soprattutto per autori esordienti. Spesso è la prima cosa che colpisce il lettore alla ricerca del suo libro, sia in una libreria, che in uno store on-line. Non solo la copertina, ma anche l’impaginazione di un libro è fondamentale. Spaziature, rientri, utilizzo di una logica per indicare i dialoghi rendono la lettura più fluida. Al contrario una pessima impaginazione può stancare il lettore.

Per le copertine mi sono per ora sempre affidato a Roberto Martinelli, un illustratore che già aveva realizzato la copertina della primissima versione di Racconti Oscuri commissionata dalla Runde Taarn. Ha uno stile molto particolare e personale che mi ha subito colpito. Gli ho sempre lasciato molta libertà nella creatività: l’unico input è stato quelli di spedirgli i miei racconti lasciando che fosse lui ad ideare il disegno in base a ciò che i racconti gli avevano trasmesso. E ciò che ha fatto mi ha sempre soddisfatto.

Incubi dal nuovo millennio” ha la particolarità di intrecciare la finzione dell’horror e del soprannaturale con vicende reali di cronaca nera estrapolate dalla storia recente del nostro Paese. Come ti è venuta in mente quest’idea?

In realtà all’inizio i racconti non contenevano questo aspetto. Mia moglie (la mia prima “Beta-Reader”) mi suggerì di cercare un filo conduttore per legare i racconti tra di loro. L’idea mi piaceva, ma non trovavo uno spunto per riuscire a concretizzarla. Poi, all’improvviso, ecco un’idea per un nuovo racconto (“Il Tecnico dei Computer”), dove la storia da me inventata viene letteralmente stravolta da un fatto realmente accaduto. Così ho deciso di inserire in ogni racconto un piccolo riferimento a fatti di cronaca, con l’idea di rimarcare come questa sia veramente il vero orrore e non le storie da me inventate. Avevo dieci racconti così mi sono messo a cercare fatti di cronaca per ogni anno del nuovo millennio fino al 2010: dieci Incubi dal Nuovo Millennio che ho inserito in maniera più o meno esplicita nei dieci racconti del libro.

Contagio”, tratto da “Incubi dal nuovo millennio”, è un racconto piuttosto forte, che tratta di un tema purtroppo sempre d’attualità come la pedofilia: come è stato scrivere di un male così terribile, considerando che “Contagio” si discosta parecchio dai classici racconti horror e noir a cui siamo abituati?

Ti confesso che non è stato per niente facile. Ho riscritto più volte la parte in cui viene descritta la violenza subita dal bambino: all’inizio l’idea era solo di fare intuire ciò che accadeva, poi però mi sono convinto che il racconto doveva essere fastidioso e che era inutile girarci attorno. Volevo a modo mio denunciare cose che realmente accadono. Mostri e fantasmi non sono nulla rispetto al vero orrore che molti bambini purtroppo devono subire. Non solo, spesso in questi casi le vittime crescendo diventano a loro volta carnefici contagiati dai loro fantasmi del passato.

Questo è quello che ho voluto cercare di trasmettere con “Contagio”.

Dal tuo bel racconto “La vincitrice” è stato tratto l’omonimo cortometraggio: com’è il tuo rapporto con il cinema?

Direi ottimo! La mia passione per l’horror è nata prima al cinema e solo in seguito con la letteratura. Sono cresciuto vedendo e rivedendo all’infinito i primi film di Dario Argento (Profondo Rosso e Suspiria in primis). Ancora oggi quando scelgo un film la mia scelta ricade quasi sempre su un horror. Quello che rende il cinema magico credo sia il fatto di riunire più forme artistiche: l’arte visiva, ma anche quella narrativa per quanto riguarda la trama e quella musicale per le colonne sonore, oltre ovviamente alle capacità di registi e attori. Quando l’alchimia di questi elementi riesce la magia arriva.

Credo che i miei racconti siano molto “cinematografici”: quando scrivo spesso mi immagino le scene come se fossero in un film e il mio stile spesso si avvicina a quello di una sceneggiatura.

Il corto de “La Vincitrice” è stato realizzato da Alessandro Concas, un giovane regista di Cagliari che mi ha contattato dicendo di essere rimasto molto colpito dai miei racconti e chiedendomi il permesso di realizzare un cortometraggio. Ho accettato subito, curioso di vedere cosa sarebbe uscito. Non sapevo cosa aspettarmi e dopo aver visto il prodotto finito sono rimasto davvero entusiasta del risultato. Il corto è girato benissimo, con un’attrice veramente straordinaria (Sabrina Bissiri), che ha ricevuto una menzione come miglior attrice al “CortoDino” Festival del 2012.

Alessandro Concas ha successivamente realizzato due ottime e divertenti Web-Sitcom: “Casa Argumental On Stage” e “I Corti di Gesù di Cagliari”, che consiglio vivamente. C’è anche un progetto più ampio con lui, di cui per ora preferisco non anticipare nulla e che spero possa andare in porto.

Un altro progetto per ora in fase embrionale è con Alessandro Benna, regista torinese che sta lavorando ad una sceneggiatura ispirata a due miei racconti.

Vedere le mie storie prendere vita sullo schermo e riconoscermi nella rappresentazione cinematografica è per me una sensazione fantastica ed una soddisfazione enorme!

Tu sei uno scrittore di short stories (forma narrativa che apprezziamo moltissimo), ma non ti è mai passato per la mente di tentare la stesura di un romanzo?

Come puoi immaginare anche io adoro i racconti brevi. E’ un genere a mio avviso spesso sottovalutato, soprattutto in Italia. Penso venga considerato un po’ un genere di “Serie B”. Credo invece che scrivere racconti di impatto, che riescano a travolgere e coinvolgere il lettore in poche pagine, non sia per niente facile. E’ un genere completamente diverso dal romanzo, ma non per questo inferiore. Per ora mi diverte scrivere questo tipo di storie ed è quello che continuo a fare. Ci sono comunque un paio di storie che ho iniziato a scrivere e che hanno preso via via vita propria: non credo diverranno dei romanzi, ma sicuramente sono storie molto più lunghe di quelle che ho pubblicato fino ad ora. Purtroppo il tempo che posso dedicare alla scrittura non è mai abbastanza. Ci vorrà quindi un po’ di attesa per queste storie più lunghe… hanno molte cose da dire!

Nonostante sia oscurato da romanzi erotici e bestseller alquanto discutibili, il panorama horror contemporaneo è più che mai vivo: potresti consigliarci tre titoli di autori, italiani o stranieri, che ti sono capitati tra le mani recentemente e che ti hanno colpito?

Il panorama horror italiano credo stia vivendo una fase positiva di rinascita. Da poco sono iscritto alla HWA (Horror Writer Association) Italiana, nata dalla prolifica e prestigiosa HWA americana. Il fondatore della sezione italiana è l’autore Alessandro Manzetti (di cui consiglio vivamente la lettura anche sotto lo pseudonimo di Caleb Battiago) che tra l’altro ha da poco vinto anche un Bram Stoker Award, premio di assoluta rilevanza internazionale. Stanno nascendo vari progetti e iniziative che credo potranno aiutare l’horror nostrano a emergere anche all’estero.

Ed ecco i miei “consigli per gli acquisti”.

Eraldo Baldini: uno dei miei autori contemporanei preferiti che non credo abbia bisogno di presentazioni. Il suo genere si avvicina più al noir che all’horror, ma ha scritto anche storie molto inquietanti. Un titolo su tutti da consigliare è “Gotico Rurale”, una raccolta di splendidi racconti in cui atmosfere gotiche e un’ironia del tutto particolare ci accompagnano in una lettura piacevolissima

Samuel Marolla: l’ho scoperto da poco e mi sono innamorato del suo stile e dei suoi libri. Consiglio la lettura della raccolta “La galaverna” e il romanzo breve “Imago Mortis”.

Infine due raccolte di racconti che vale la pena leggere: “Ore Nere”, edita da dbooks contenente storie di vari autori italiani emergenti e “Il Buio Dentro” di Kipple Officina Libraria che contiene oltre a racconti di ottimi autori italiani (Caleb Battiago, Paolo di Orazio e Nicola Lombardi) anche due storie inedite di Richard Laymon.

E per finire non può mancare la classica domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai lavorando ad una nuova raccolta?

Come detto sto lavorando ad alcune storie lunghe per le quali non ho fretta, saranno loro ad indicarmi via via come procedere.

Attualmente ho scritto alcuni racconti per dei concorsi letterari ed altri sono in lavorazione … sicuramente pubblicherò qualcosa di inedito, ma al momento non ho ancora le idee su come e quando. Anche per pubblicare serve un’ispirazione!

Grazie mille Attilio, è stato un piacere e un onore averti ospite sul nostro blog!

Grazie a voi!! Spero di ritornare presto per parlarti di nuovi progetti!

Un ultimo consiglio a tutti: non abbiate paura di avere paura!

Mr. P.