Jess Walter – Viviamo in acqua

Titolo: Viviamo in acqua

Autore: Jess Walter

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 204

Prezzo: € 16,00

“Ho una teoria: che questa, Las Vegas, sarà l’unica città che gli archeologi del futuro ritroveranno. Il clima secco la conserverà e le squadre di scienziati dell’anno 5000 toglieranno e scrosteranno con cura la sabbia, sotto la quale troveranno piramidi, castelli e riproduzioni della Tour Eiffel e dello skyline di New York, pertiche per la lap dance e carte con le donne nude; e questi archeologi del futuro ricreeranno la nostra intera cultura fondata unicamente su questo schifosissimo posto, cinico e superficiale.”

Avevo un ricordo sfocato di Jess Walter, legato a un romanzo che lessi parecchi anni fa (“La vita finanziaria dei poeti”) e che probabilmente avevo anche apprezzato, ma che si era perso nei meandri della mia memoria di lettore. Così quando me lo sono ritrovato davanti, con la raccolta di racconti “Viviamo in acqua”, non avevo davvero idea di cosa aspettarmi. È bastato però leggere il primo racconto, per capire di trovarmi di fronte a un libro incredibile. Nelle storie di Jess Walter ritroviamo l’ironia più arguta, la critica (non poi così velata) alla routine della vita americana e la malinconia della solitudine ma anche una carezzevole dolcezza, il grottesco della sopravvivenza quotidiana e l’illusione che si tramuta bastardamente in disillusione. Insomma, nei racconti di Jess Walter c’è tutto.

Originario di Spokane, lo scrittore statunitense ambienta la quasi totalità delle proprie storie nella sua città, cogliendo a pieno gli aspetti peggiori (con qualche piccola concessione nella parte migliore) della classe media americana, con tutto il suo carico di contraddizioni e malignità. Da situazioni al limite del paradossale, come quella di un senzatetto che con i soldi guadagnati dalle elemosine acquista l’ultimo libro di Harry Potter, scaturiscono vuoti incolmabili e dolori sinceri, rappresentati alla perfezione dallo strazio di un padre che non può vedere il proprio figlio. O al contrario quel vuoto tenta disperatamente di essere riempito da un figlio alla ricerca della storia e delle origini del padre, in un racconto a incastri, autentico gioiello, sviluppato magistralmente nella storia che dà il titolo all’opera, a mio avviso il capolavoro dell’intera antologia. Altre volte ancora il dolore si trasforma in ossessione e in autentica furia, come nell’agghiacciante “Vergine”, le cui ultime righe mi hanno lasciato addosso un inquietante senso di disagio. Disagio che si respira a pieni polmoni anche ne “Il lupo e la foresta”, in cui un’ombra scura e ingombrante allunga i suoi tentacoli sulle buone intenzioni del protagonista, creando un’apparenza disturbante, una superficie appena smossa, in cui occorrerebbe andare in profondità, per scoprire cosa si cela davvero negli abissi: tema caro all’autore e più volte riproposto.
Jess Walter però parla ai nostri cuori anche attraverso il sarcasmo più dissacrante. Basti pensare a “I re della carriola”, piccola meraviglia carica di humor, che non ha nulla da invidiare al miglior Bukowski e che mi ha strappato una risata in più di un’occasione. O ancora al tragicomico “Il ladro”, che trova nelle derisorie descrizioni di un padre dei propri tre figli, un’ironia caustica e maligna. Per non farsi mancare nulla, lo scrittore statunitense ci regala anche un’incursione nell’horror, ma sempre sui generis e filtrato dalla sua grande sensibilità. Stiamo parlando di “Non mangiare gatto”, racconto che ribalta completamente gli stereotipi sugli zombie, prendendo a prestito una creatura di cui si è già scritto tutto e riuscendo a creare qualcosa di originale.

Viviamo in acqua” non lascia scampo: l’auspicata redenzione non arriva, tra crisi d’identità, sete di vendetta, autolesionismo e velleità filantropiche. Jess Walter ci insegna che guardare dentro noi stessi, alla ricerca di una parvenza di verità, il più delle volte non è consolatorio né tantomeno salvifico. Tutto ciò che possiamo fare è continuare a vivere: se in acqua, alla stregua di pesci intrappolati in un acquario, non ci è dato saperlo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

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Jade Sharma – Problems: stupefacenti complicazioni

Titolo: Problems. Stupefacenti complicazioni

Autore: Jade Sharma

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 230

Prezzo: € 14,00

“A volte sentivo come se ci fosse qualcosa di nero al di sotto di tutto. Come un dipinto di Rothko, come se la nerezza sanguinasse attraverso le cose. Come se sentissi che ogni cosa non portasse a niente, e non potevo farci nulla. Giorni e giorni di solitudine e intorpidimento e a scopare estranei e a ricevere i soldi e a sprecarli tutti, per sapere che dopo un giorno o giù di lì ne avrei avuti molti altri. Sarebbe andato avanti così finché non mi fossero caduti i denti, finché non avrei avuto neanche la forza di tirarmene fuori. Niente figli, niente famiglia, io da sola a eccezione del terrore crescente che i miei sogni non siano riposti nel futuro ma da qualche parte alle mie spalle.”

Non so se il paragone sia pienamente calzante ma dopo appena poche pagine di “Problems: stupefacenti complicazioni”, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una sorta di Charles Bukowski al femminile aggiornato ai nostri tempi. Un paragone che però non deve fuorviare perché Jade Sharma è assolutamente originale e piena di carisma e non ha bisogno di scimmiottare il buon Charles. Quello che mi ha ricordato l’autore statunitense è quel mix esplosivo di esilarante oscenità alternata a momenti di arguta riflessione. Una combinazione letale che incolla il lettore alle pagine e provoca dipendenza.

Protagonista indiscussa di “Problems” è Maya, donna complicata dall’alquanto discutibile stile di vita. Maya è un personaggio scomodo, dipinto alla perfezione a 360°. Uno di quei personaggi che ti entrano dentro e a cui è impossibile restare indifferenti. Durante la lettura sono passato alternativamente dal desiderio di abbracciarla come faresti con un vecchio amico a cui continui a voler bene nonostante tutto a una voglia irrefrenabile di darle un bel calcio nel culo. Maya è così: un personaggio autentico, senza mezzi termini e umano all’ennesima potenza. La sua vita si alterna tra velleità da scrittrice, una tesi perennemente in fase di stesura, un matrimonio in cui si sente soffocare e un amante più anziano in cui ricerca illusoriamente il vero amore. Il tutto condito da una doppia dipendenza: dalle droghe e dal sesso. Senza dimenticare l’avversione/attrazione verso il cibo (vedi alla voce: bulimia).
Narrato in una irriverente prima persona, “Problemsè un’immersione senza salvagente nella psicologia autodistruttiva di Maya. Una discesa in un vortice impetuoso, dove gli appigli che conducono a un’esistenza cosiddetta “normale” si fanno sempre più rari, mentre la vita di Maya scivola via ogni giorno più velocemente, prossima al collasso. E a nulla serve Peter, marito sì alcolizzato, ma che la ama di un amore autentico, forse unico vero baricentro in grado di dare una parvenza di equilibrio alla realtà fuori dagli schemi in cui vive Maya. Così come a nulla serve Ogden, l’anziano amante a cui la protagonista chiede invece con tutta se stessa di essere amata per quello che è, senza riserve e senza inibizioni. Una preghiera che resterà inascoltata.
Personaggi dalle mille sfaccettature, che ruotano tutti intorno alla narratrice, in un caleidoscopio di umanità che, nel suo piccolo, riflette alla perfezione le contraddizioni della società moderna. Ritroviamo così le difficoltà nel trovare un lavoro e nel riuscire a tenerselo stretto, per non parlare di un impiego che faccia sentire realizzati: pura utopia. La mercificazione del corpo, in un mondo dove ormai il sesso è diventato soltanto trasgressione e violazione. E ancora la violenza, fisica o psicologica, che sfocia nel razzismo e mette in luce una moralità che ormai è un vetro opaco oltre cui non si scorge più nulla. Infine la dipendenza, qui sviscerata in più declinazioni, che porta l’esistenza di chi ne è affetto a un circolo vizioso senza inizio e né fine, dove ciò che conta è soltanto la prossima busta di eroina o la prossima bottiglia di liquore. E non basta la volontà di ripulirsi e disintossicarsi: il percorso di riabilitazione di Maya e di chi le sta intorno viene trattato con caustica ironia, tra promesse di redenzione sempre rimandate al giorno dopo e crisi di astinenza il cui risultato fallimentare è già stato scritto.

Problems: stupefacenti complicazioni” è un romanzo che fa della crudezza e della derisione i suoi punti di forza, regalando attimi di sagace indagine all’interno di noi stessi, che instillano nel lettore dubbi e domande scomodi ma necessari. Un esordio potente, che arriva dritto allo stomaco e al cuore, assestando colpi precisi e dolorosi. Lasciandoci a fine lettura a leccarci le ferite, storditi ma più consapevoli.

Voto: 4/5

Mr. P.

Autori vari – Calles: tredici racconti dalla Bolivia

Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Autori: AA. VV.

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 203

Prezzo: € 15,00

“Quando Álvaro aveva annunciato la sua partenza, Vanessa inizialmente aveva provato tristezza, presto convertita in quella specie di strano piacere che genera la profezia autocompiaciuta; come quando camminiamo nella penombra sapendo che va tutto bene, ma è inevitabile pensare che da qualche parte possa esserci nascosto qualcuno, o che in quel momento, proprio quello, tra tutti i momenti di cui è fatta la vita, avverrà il primo contatto con un’anima in pena o con il diavolo. Siamo convinti di vedere qualcosa e che quello sia l’attimo più emozionante della nostra esistenza. Terrore e piacere simultanei. Finché non si accende la luce e constatiamo che se qualcosa c’è, è stato lì da sempre.”

Mi sono avvicinato alla letteratura sudamericana soltanto negli ultimi anni, ma quando penso ai romanzi e ai racconti che scaturiscono dalle penne di autori latini, subito mi saltano alla mente paesi come l’Argentina o il Cile, quest’ultimo in particolare rappresentato da Roberto Bolaño. Per fortuna, a sdoganare la letteratura (da noi) misconosciuta di alcuni paesi dell’America del Sud, ci sta pensando Gran Vía, attraverso la pubblicazione di una serie di antologie, ciascuna dedicata a una specifica nazione. Dopo Messico, Cuba e Cile, è la volta della Bolivia, la cui scena letteraria è ancora un territorio inesplorato per i lettori italiani. La raccolta che ci propone Gran Vía comprende tredici racconti di altrettanti autori, in un caleidoscopio emozionale che avvince e stupisce.

Calles” presenta una nuova generazione di scrittori boliviani, tutti nati dopo il 1970, a eccezione di Edmundo Paz Soldán, nato nel 1967 e che probabilmente ha dato il via alle nuove voci qui raccolte. Uno scenario florido e variegato, che tratta temi universali, adattandoli alla geografia urbana boliviana, in modo diretto e senza compromessi.
Così la violenza, sia essa premeditata che totalmente casuale, e per questo forse anche più spaventosa, ci viene sbattuta in faccia senza tanti preamboli. È ad esempio il caso di Marcelo, il giovane protagonista di “Tutti realizzano i propri sogni tranne me” di Wilmer Urrelo Zárate, uno dei racconti maggiormente sperimentali dell’intera raccolta, che da carnefice diventa vittima designata, in una escalation di brutalità che lascia turbati o la repentina e accidentale esplosione di aggressività de “La giapponese” di Saúl Montaño, che lascia il lettore assolutamente disorientato. La violenza però può anche essere solo lasciata intuire, come nel soffocante “Nel bosco” di Giovanna Rivero, che insinua sotto pelle supposizioni dai contorni angoscianti, o portare alla disgregazione e alla rottura dei fragili equilibri interni che regolano la famiglia. Proprio i delicati legami famigliari e le loro incrinature, sono al centro della gran parte dei racconti raccolti in “Calles”. “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi e “La casa grande” di Rodrigo Hasbún sono esempi perfetti di drammi famigliari racchiusi in una manciata di pagine, in cui la malattia e la vecchiaia aleggiano sui personaggi come terribili spauracchi o segreti che non devono essere rilevati. A volte però la sicurezza confortevole del nucleo famigliare può essersi dissolta nel nulla, come accade alla solitaria protagonista di “Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva, che imparerà sulla propria pelle a ricostruire da zero una nuova esistenza. In altre, invece, tale sicurezza non è mai esistita: basti pensare alla narratrice di “Deforme” di Fabiola Morales, che fin dall’adolescenza sostituisce le figure assenti dei genitori con la fotografa Dorothea Lange e la pittrice Frida Kahlo.
Menzione a parte meritano “Gringo” di Maximiliano Barrientos e “Dochera” del già citato Edmundo Paz Soldán. Il primo è un incubo del passato che torna a bussare prepotentemente nelle vite tranquille del narratore e della sua famiglia: un piccolo capolavoro onirico e allucinato, forse il mio preferito dell’intera antologia. Il secondo è la deliziosa analisi della psiche di un cruciverbista che si scopre innamorato, tra squarci di tenerezza e incantevole follia.

Calles” è una raccolta piena di sorprese, che mostra le mille piccole sfaccettature della quotidianità. La lettura di queste tredici storie incuriosisce e ci immerge in un panorama letterario che pare abbia davvero parecchio da dire. Un primo passo alla scoperta della Bolivia, sperando che il futuro ci riservi la traduzione di altre opere di questi validi autori.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Intuizioni

Titolo: Intuizioni

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 15,00

“Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. Quando capita, preferisco chiudere gli occhi e restare immobile, immobile come i bicchieri o le candele o il pane sul tavolo, abbandonata, esposta.”

Alexandra Kleeman è una giovane scrittrice statunitense portata in Italia da Edizioni Black Coffee inizialmente con il suo romanzo d’esordio, “Il corpo che vuoi” (già letto, amato e recensito qui) e, successivamente, con “Intuizioni”, la sua prima raccolta di short stories. Un paio di anni fa ho avuto l’occasione di conoscerla durante una presentazione e non sono riuscita a trattenermi: ho dovuto dirle che il suo libro era uno dei più strani che avessi mai letto! Chiaramente, era un complimento – anche se non so esattamente come sia suonato alle sue orecchie. Non è semplice trovare storie davvero particolari e originali, al giorno d’oggi, e ricordo in modo molto vivido le sensazioni provate durante la lettura, sensazioni che si sono verificate nuovamente con questa raccolta (in maniera forse ancora più accentuata!).

I dodici racconti di “Intuizioni” sono suddivisi in tre sezioni diverse. Pur non avendo dei nomi precisi ma soltanto un’indicazione numerica (I, II, III), è impossibile non notare che questa tripartizione indica una sorta di ciclo vitale (nascita, esistenza, morte) quasi rivisitato: le storie narrate infatti si riferiscono ai tre diversi momenti in modo metaforico. La Kleeman tiene a mente i concetti riportati sopra ma li amplia, giocando con le varie sfumature che queste tre fasi fondamentali della vita possono assumere. Non è un caso, infatti, che in “La maestra di danza” (prima sezione) la nascita descritta non sia una reale venuta al mondo ma la comparsa di un ragazzino selvatico in società, il suo pseudo addomesticamento da parte di un’insegnante tramite la danza, il cambiamento che cerca di farsi strada in una natura che si ribella. Allo stesso modo, nella seconda parte, emergono una serie di diapositive della vita quotidiana di una donna, Karen (che sia lo stesso personaggio o che siano tante Karen diverse non ci è dato saperlo). Infine, nella parte conclusiva, la morte è tangibile e reale (come in “Sangue finto”, un racconto dalle tinte horror che disorienta e provoca disagio) ma anche metaforica, come nel conclusivo “Tu, che scompari” (intenso e commovente, la vera perla di questa raccolta), in cui ad eclissarsi misteriosamente sono ricordi, cose, persone. Non si pensi però che le short stories scritte dalla Kleeman si attengano soltanto a ciò: sono lavori originali, molto diversi uno dall’altro, alcuni così particolari e su più livelli da apparire di difficile interpretazione. Nello specifico, tre di questi sono rimasti a me oscuri: “Breve storia del bello e cattivo tempo”, un racconto lungo quasi cinquanta pagine in cui una famiglia cerca di costruire una casa indipendente dal tempo meteorologico; “Ilemorfismo”, un’immersione nel mondo degli angeli; ed infine “Fame di un coniglio”, che non credo di aver compreso del tutto ancora adesso. La sensazione che il lettore prova addentrandosi in “Intituizioni” è inizialmente di spaesamento: molti dei racconti sono pervasi da un senso imminente di minaccia, di soffocamento, d’incubo. Maestri nel fare ciò sono, per esempio, “Favola”, la storia di una ragazza che si ritrova circondata da fidanzati e pretendenti invadenti e inquietanti, “Cena di aragosta”, che ci mostra come una vacanza tranquilla possa essere turbata da un’invasione di aragoste e “Intuizione”, un racconto claustrofobico in cui una donna si ritrova intrappolata in un appartamento, a vivere una vita che sembra non conoscere. Alcune delle short stories che ho apprezzato di più, però, fanno parte della sezione centrale, in cui i contorni onirici si fanno più sfocati ed è possibile osservare la bravura della Kleeman nel ritrarre persone normali ed esistenze quasi banali. I rapporti interpersonali, la paura, l’amore, la voglia di fuggire, la maternità, la solitudine vengono esplorate con tatto e profondità ed è improbabile non rivedersi, almeno in parte, in una di quelle tre Karen.

Risulta difficile, dunque, riassumere alla perfezione quest’opera: è variegata, originale, a tratti disturbante e surreale. Le ambientazioni sono perlopiù realistiche ma hanno sempre qualcosa di particolare, qualcosa che ci fa storcere il naso, soprattutto quando ci accorgiamo dell’attenzione posta sui particolari da parte dell’autrice. Ci sono riflessioni su oggetti e concetti che difficilmente vengono presi in considerazione, si analizzano spesso nei dettagli e, se inizialmente ci apparivano futili o insignificanti, a tratti ci sembrano poi ostili, conturbanti. Un senso di confusione non indifferente può prendere il sopravvento sul lettore – ed è forse questo il motivo per cui non sono riuscita ad amarla del tutto – ma è necessario tenere presente anche un sottile velo comico che si nasconde dietro questi dodici racconti, un umorismo cinico e nero che più di una volta ha trovato un’espressione sul mio viso: parlo di quei sorrisi stiracchiati che si fanno quando si è a disagio, quando si cerca di mantenere la calma ma in realtà ci si scopre turbati nel profondo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Pablo Palacio – Un uomo ucciso a calci

Titolo: Un uomo ucciso a calci

Autore: Pablo Palacio

Editore: Edizione Arcoiris

Anno: 2018

Pagine: 96

Prezzo: € 10,00

“Si deve attendere. La vita è una paralisi dell’attesa. Guardiamo sempre dalla finestra speranzosi che arrivi il bel tempo. Aspettiamo che ci cadano addosso soluzioni dal tempo stesso. Seduti in poltrona, contempliamo il cinematografo dei fatti che ci accadono. Guardiamo verso l’alto per trovare il lucernario da cui uscire, pallidi e confusi, ed essere spettatori del nostro stupefacente dramma, se è possibile, se la vita lo permette.”

Tra i più grandi scrittori ecuadoriani del Novecento, Pablo Palacio approda anche in Italia con la raccolta di racconti “Un uomo ucciso a calci”, all’interno della collana “Gli eccentrici” di Edizioni Arcoiris, che prosegue nel suo attento lavoro di riscoperta della letteratura sudamericana. Già dall’eloquente titolo e dalla bellissima copertina, comprendiamo che i racconti di Palacio sono cinici, spietati e senza scrupoli. Leggendo però le nove storie che compongono l’opera, ritroviamo anche uno squisito senso del grottesco e della satira, che fa degli scritti dell’autore ecuadoriano qualcosa di assolutamente anomalo.

La maggior parte dei personaggi che popolano il mondo letterario di Palacio sono degli outsider, quasi dei reietti, distanti dalla realtà che li circonda e dalla razionalità che li vorrebbe degli individui comuni. L’esempio che calza a pennello è la donna bicefala di “La doppia e unica donna”, interprete di un conflitto interiore che si estende al mondo intero. Se da una parte infatti la protagonista si considera un’unica persona e non sopporta il fatto che gli altri la considerino un doppio individuo con due personalità ben distinte, dall’altra, nel suo intimo, la donna è felice di essere diversa da tutti e vede la propria maledizione rovesciarsi in un’accezione positiva. Altro personaggio riuscitissimo, è l’antropofago protagonista dell’omonimo racconto, in cui gli istinti brutali e primordiali si tramutano in un desiderio impossibile da dominare, trasformando l’uomo in un folle emarginato. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è poi un esempio feroce ed esilarante nello stesso tempo di ricostruzione di un crimine, in cui la presunta distanza dall’ordinarietà e le tensioni psichiche che attraversano la mente di un uomo, sono soltanto immaginate dal narratore, a sua volta ossessionato dal delitto perpetrato e vittima lui stesso della stessa psicologia contorta.
Palacio non si fa però mancare anche una breve incursione nel fantastico (“Stregonerie”), una scheggia letteraria a sfondo sociale (“La storiella”) e l’enigmatico e dai contorni onirici “Luce laterale”, forse il racconto che mi ha incuriosito maggiormente, proprio per il senso di indefinito e di indecifrabilità che lo permea. Una storia dalle sfumature quasi gotiche, che mi ha ricordato un Edgar Allan Poe iniettato di follia.
Purtroppo qualche altra storia mi è sembrata troppo poco sviluppata, con finali che, a mio avviso, non hanno reso piena giustizia a delle trame che avrebbero meritato maggiori respiro. Ma forse questo era proprio l’intento di Palacio: piccoli resoconti di insensatezza quotidiana, che ci allontanano ancora di più da una logica dell’esistenza.

Un uomo ucciso a calci” è una raccolta sperimentale, che genera nel lettore un misto di fascino e repulsione. Satira e violenza si mischiano per dare vita a storie originali, che aggiungono un importante tassello al mondo letterario sudamericano esportato nel nostro Paese. Chissà se in futuro riusciremo a leggere altro di Pablo Palacio: dopo questi nove racconti, la curiosità non manca.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Babak Lakghomi – Quaderni sull’acqua

Titolo: Quaderni sull’acqua

Autore: Babak Lakghomi

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 108

Prezzo: € 12,00

“Le vene sotto la tua pelle: le strade sulla mia cartina. Se le seguirai, non ti perderai, mi hai detto.”

A metà strada tra noir e racconto psicologico, ma dotato di una profonda carica sperimentale che lo distingue da entrambi, “Quaderni sull’acqua” è un romanzo breve di non facile definizione. L’iraniano Babak Lakghomi sembra quasi voler mettere da parte la trama e l’intreccio dei fatti narrati, a favore di un viaggio psichedelico e vorticante nei pensieri del narratore. Se l’intenzione dell’autore era quella di straniare il lettore e lasciargli addosso un’appiccicosa sensazione di inquietudine e dubbio, l’obiettivo è stato centrato in pieno. Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, una sottile e angosciosa incertezza è esattamente quello che ho provato.

Protagonista di “Quaderni sull’acqua” è uomo che non ci rivela mai il suo vero nome ma che si fa chiamare da chiunque incontri con un laconico “Bob”. Quasi a simboleggiare una violenta rottura con il proprio passato e l’inizio di una nuova vita, che però si rivela essere un incubo paranoico in cui una rinascita purificatrice dalle proprie ceneri viene preclusa. Bob infatti è ossessionato da un manipolo di uomini in nero che sembrano controllare ogni suo movimento. Ossessione che pare un retaggio della sua vecchia vita, in cui Bob era marito e padre di famiglia. Ma quella sua parte dell’esistenza è ormai lontana anni luce: espatriato in terra straniera, Bob vive in una squallida camera in affitto, di fianco a un enigmatico francese colpevole di rubargli i viveri. Unico suo contatto intimo e reale con il mondo al di fuori dell’alienante esistenza in cui è confinato, è Lily, una ragazza conosciuta per caso ma che potrebbe diventare per il protagonista l’unica ancora in grado di non farlo sprofondare ancora più a fondo nella sua confusione mentale. Le vite di Bob e Lily vengono scomposte e ricomposte come piccoli pezzi di puzzle che faticano a incastrarsi, tra ricordi sfocati, pensieri sconclusionati e frammenti di frasi scritte su misteriosi quaderni. Ed è inevitabile per il lettore interrogarsi su quanto ci sia di autentico nelle ricostruzioni di queste due esistenze e quanto frutto della mente instabile del narratore. Bob è realmente inseguito da qualcuno? Il suo bizzarro vicino nasconde davvero qualcosa di losco? Quanto pesano le paranoie e le ansie di Bob nell’intera vicenda? Domande che emergono man mano che ci addentriamo negli intricati labirinti della mente del protagonista. Domande che fluttuano sinuose e spietate sulla superficie della realtà, come i quaderni che galleggiano indecifrabili nella stupenda illustrazione di copertina. Lakghomi sembra suggerirci che il nucleo fondamentale della narrazione sia in realtà quanto non ci viene raccontato. Come se fosse compito del lettore srotolare la matassa ingarbugliata della mente sofferente di Bob, a partire dagli indizi che ci lascia proprio il protagonista.

Quaderni sull’acqua” racchiude in appena un centinaio di pagine un racconto che avrebbe meritato un ben più ampio sviluppo. Ma dopo il primo, alienante impatto, ci accorgiamo che la forza del romanzo di Lakghomi è insita proprio nella brevità e nel non detto, che diventa quasi più importante dei fatti riportati, lanciando un’avvincente sfida al lettore. Sfida che, se accettata con la giusta dose di curiosità, può regalare non poche soddisfazioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Esmé Weijun Wang – Il confine del paradiso

Titolo: Il confine del paradiso

Autore: Esmé Weijun Wang

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 414

Prezzo: € 19,50

“Mi ero consumato fino alle ossa. Avevo fatto lo scalpo al mio teschio, l’avevo aperto e avevo visto il mio cervello in putrefazione. L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.”

Quando ormai davo per scontato che il 2018 letterario fosse praticamente terminato e che non riservasse più alcuna sorpresa, ecco spuntare Edizioni Lindau con la nuova collana di narrativa contemporanea, di cui il primo titolo, “Il confine del paradiso” di Esmé Weijun Wang, si rivela essere una delle più belle letture dei dodici mesi appena trascorsi. La Wang, autrice statunitense nata da genitori taiwanesi, ci narra, in maniera delicata e suggestiva, una storia che ruota attorno alla malattia mentale, male di cui soffre la stessa scrittrice e che, a mio avviso, credo le abbia donato la forza e la capacità di parlarne con una tale profondità di sentimenti da lasciare il lettore stordito e affascinato. Un’acuta indagine psicologica, che non resta mai fine a sé stessa, ma anzi si infrange contro una muraglia di emozioni, spesso contrastanti e dai risvolti imprevedibili.

Il confine del paradiso” non ha un protagonista nell’accezione tradizionale del termine ma piuttosto una pluralità di storie che si intrecciano: le storie della famiglia Nowak. La Wang infatti adotta un espediente narrativo che si rivela vincente, facendo narrare ogni capitolo da un diverso protagonista, immergendo così il lettore nella mente di una manciata di personaggi tanto simili tra loro quando distanti.
La narrazione si apre con David, il padre della famiglia Nowak, colui che prima di chiunque altro si rende conto di essere affetto da una malattia mentale. Un personaggio che incarna alla perfezione il concetto di fragilità dell’esistenza e del male di vivere di montaliana memoria. Un uomo indifeso, che soltanto a tratti comprende davvero ciò per cui vale la pena essere al mondo e quanto gli altri, in realtà, abbiano bisogno di lui. L’antitesi di David e della debolezza insita dentro di lui, è la moglie taiwanese Jia-Hiu, ribattezzata dal marito Daisy. Donna dal carattere energico e autoritario, ma non priva di minacciosi lati oscuri, non viene mai domata dalla vita e, malgrado il terrore continuo di perderlo, continua a credere in David. Due opposti che si attraggono ma che, nonostante in apparenza rappresentino due metà complementari e indivisibili, non riusciranno mai veramente a diventare un tutt’uno. Mi sono trovato così coinvolto nei meandri di due coscienze dai contorni tanto differenti quanto ricolme, entrambe, di ossessioni, speranze e paure, per poi approdare alle narrazioni dei figli della coppia, William e Gillian.
Altri due personaggi riuscitissimi, i figli dei Nowak sono accomunati da un un legame morboso e a tratti inquietante. Entrare nella mente di William e Gillian è come intraprendere un viaggio allucinato in un mondo che non c’è più e in una concezione stessa della vita che crea nel lettore non pochi turbamenti. La maestria della Wang nel creare personaggi dalle caratteristiche peculiari e di una profondità sconcertante, a mio avviso, raggiunge il suo apice nel ritratto psicologico dei due fratelli. La loro follia è inevitabilmente indotta dai genitori, ma se in William questa si concretizza in una cieca obbedienza a regole assurde, in Gillian diventa più sottile, accomunandola al padre David.
L’ultima parte del libro è affidata a Marianne, il primo amore giovanile di David, e al fratello Marty. Due personaggi che soltanto in apparenza mostrano tratti caratteriali più comuni e meno spigolosi ma che, in realtà, nascondo dentro le loro coscienze ombre difficili da illuminare. Le loro esistenze si intrecceranno in maniera indissolubile con quelle dei Nowak, tanto da condizionarne le loro vite per sempre. Il talento della Wang è anche quello di mescolare con assoluta naturalezza le esperienze personali di tutti i protagonisti, senza risultare mai forzata, ma anzi lasciando che il lettore vengo avvolto, per poi sprofondare del tutto, nelle vicende tormentate dei Nowak e di chi gli ruota attorno, come se fosse un’unica, grande narrazione famigliare.

Il confine del paradiso” non è un romanzo semplice da affrontare, sia per le tematiche che per la densità delle emozioni descritte ma, come tutti i grandi libri che richiedono uno sforzo al lettore, sa ampiamente ripagare l’attenzione con una storia costruita in maniera eccezionale e uno scandaglio psicologico delle menti dei protagonisti che rapisce e spaventa. Edizioni Lindau ci regala una prima opera contemporanea dall’assoluto valore. E se il buongiorno si vede dal mattino, sono sicuro che questa nuova collana saprà regalarci grandi soddisfazioni.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Nigel Nicolson – Ritratto di un matrimonio

Titolo: Ritratto di un matrimonio

Autore: Nigel Nicolson

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 296

Prezzo: € 23,00

“Ma, come sola giustificazione, separo i miei amori in due metà: da una parte il mio amore per Harold, ch’è perenne e inalterabile, è la cosa migliore, e non v’è mai stato altro che purezza in questo mio sentimento, come non v’è mai stato altro che assoluta candidissima purezza nel suo spirito; e, dall’altra parte, v’è la mia natura perversa, che amò e tiranneggiò Rosamund, finendo per abbandonarla senza un palpito di rimorso, e che adesso è irrimediabilmente legata a Violet. Ho qui un foglietto su cui Violet, psicologa d’intuito, ha scritto una volta: «La parte superiore del tuo volto è purissima e solenne – quasi infantile. E la parte inferiore è imperiosa, sensuale, quasi brutale. E ciò forma il più assurdo dei contrasti, ed è straordinariamente emblematico della tua duplice personalità, alla dottor Jekyll e Mister Hyde». Questo è il nocciolo della questione, e ben vedo adesso che la mia maledizione è in questo dualismo, contro cui per debolezza e intemperanza non ho saputo lottare.”

Credo che ormai si sia capito: ho una passione particolare per tutti quei libri che prendono la forma del diario, dello scambio epistolare, del memoir. Immergermi totalmente nella vita di qualcuno – di un artista, perlopiù – me lo fa sentire vicino, mi permette di conoscerlo meglio, di trovare dei punti di contatto tra me e lui e di analizzare (e forse comprendere?) poi in un modo più approfondito le sue opere. Ecco i motivi che mi spingono a leggere questo tipo di letteratura, molto personale, molto intima, spesso anche molto dolorosa. Non stupisce quindi il mio interesse per “Ritratto di un matrimonio”, opera a metà tra biografia e autobiografia, a cura di Nigel Nicolson, pubblicata da Edizioni Lindau. Questo volume è particolare proprio perché è un vero e proprio ritratto della vita di due persone, tracciato però a quattro mani. La coppia in questione è quella formata da Vita Sackville-West e da suo marito Harold Nicolson. Le ‘quattro mani’ sono quelle di Vita stessa, che all’età di ventotto anni confessa nero su bianco, in un quaderno, i segreti nascosti nel suo cuore, e quelle di Nigel, suo figlio, che una volta adulto decide di pubblicare quelle memorie e di completarle, narrando l’incredibile e tormentata storia d’amore dei suoi genitori. Le due voci, dunque, si alternano nei diversi capitoli, insieme a quelle di altri protagonisti delle vicende narrate: preziosissime sono le testimonianze fornite da lettere, fotografie, diari di familiari e amici, piccoli pezzi del puzzle che messi insieme riescono a dare un quadro più generale dei quarantanove anni di matrimonio di Vita e Harold. Che cosa ha reso così speciale questo rapporto? – qualcuno potrebbe chiedere.

Vita incontra per la prima volta Harold nel giugno 1910,  giovanissima: lei ha a malapena diciotto anni, lui ventitré. Anche se fin dall’inizio è affascinata dal suo modo di fare gioioso e intelligente e dai suoi capelli ricci, la donna non s’interessa granché di lui: apprezza sì la sua compagnia ma non riesce a vederlo da un punto di vista diverso, che trascenda la semplice amicizia. Vita è infatti attratta dalle donne, dalla sua amica di sempre, Rosamund, e nel suo quaderno afferma di essere stata  – in quel periodo – “molto innamorata” di lei. I due cominciano comunque una frequentazione più o meno abituale e, ricordando la sera della proposta di matrimonio al ballo di Hatfield (nel gennaio 1912), Vita scrive: “Non mi aveva mai neanche parlato d’amore – non una parola, mai – e m’ero accorta di piacergli solo perché cercava in ogni modo di star con me, e quand’era lontano mi scriveva sempre. Inoltre, me l’avevan messo in testa le chiacchiere della gente. Avevo sempre pensato che si sbagliassero, ma no; e quella sera stessa al ballo [di Hatfield] mi chiese di sposarlo, e io gli risposi di sì. Lui era molto timido, e si strappò a uno a uno tutti i bottoni dei guanti; e io ero spaventata, e cercavo di impedirgli di arrivare al dunque”. Nonostante queste sue memorie, la giovane Vita pare realmente confusa: come è possibile notare dai diari dell’epoca (suoi e della madre, Lady Sackville), la sua risposta non fu né totalmente positiva né totalmente negativa. Chiese del tempo e, per questo motivo, il fidanzamento fu tenuto nascosto per mesi e rimandato ufficialmente, complice anche la partenza di Harold per Costantinopoli. Sempre convinta di avere una duplice natura, conscia del fatto che per lei “amare” significasse poter rivolgere questo sentimento a più di una persona, dopo una serie di tensioni e peripezie Vita sposò Harold il primo ottobre 1913, a Knole, il maniero dove lei era cresciuta.

La complessità del loro rapporto, però, non si esaurì semplicemente prima del matrimonio, anzi: fu proprio negli anni che seguirono che le cose si complicarono ulteriormente. L’amicizia di vecchia data tra Vita e Violet Trefusis, “ambigua” nei sentimenti fin dall’adolescenza (“Ti amo, Vita, perché ho visto la tua anima” le scriveva Violet nel 1910, ad appena sedici anni), subì un’evoluzione e tra le due donne emerse un’appassionata e violenta storia d’amore. Un continuo rincorrersi, trascorrere mesi lontane dai rispettivi compagni ma sempre insieme, una vita passata a scrivere e a viaggiare: Cornovaglia, Italia, Francia, Inghilterra. Quattro anni (dal 1918 al 1921) a dir poco impetuosi, felici a tratti, in cui il rapporto con suo marito – nonostante le vicende e le lettere amareggiate che lui le mandava – non vacillò mai veramente, perché lui stesso non nascondeva a sua moglie le sue relazioni omosessuali. Gradualmente, dopo promesse infrante e fughe travolgenti, la relazione tra le due donne s’interruppe, soprattutto per volere di Vita stessa. Nel dicembre 1922 scriverà ad Harold: “Non vorrei aver niente a che fare con Violet, di nuovo, neanche per tutto l’oro del mondo. E neanche se tu non esistessi – te che amo nel modo più profondo, e inguaribilmente. Oh lo so cosa dirai! «Ma mi amavi anche allora, eppure sei andata via con lei». E’ proprio vero. Ti amavo, sì, e ti ho sempre amato, anche in quegli anni disgraziati… Ma lo sai, no, cos’è l’infatuazione. E io ero pazza”. I due rimasero insieme per tutta la vita e il loro amore, pur superando altre prove – comunque mai così difficili come le precedenti – , riuscì a resistere, perfettamente intatto.

Sono due le cose che mi hanno particolarmente toccata di questa storia – che, ricordiamolo, è realmente accaduta. La prima ha a che fare con la tenacia e la determinazione che possono legare due persone: nonostante Vita e Harold abbiano avuto entrambi altri amanti, altri amori, si siano allontanati per diversi periodi, abbiano sofferto e siano stati egoisti, hanno sempre creduto in ciò che li univa, sono sempre tornati, alla fine, l’uno dall’altro, e non per abitudine o per noia, ma per un sentimento profondo e raro. Questo mi porta alla seconda cosa che mi ha colpita: il modo estremamente moderno in cui entrambi concepivano il matrimonio. Una relazione aperta, libera, in cui non ci si doveva sentire costretti ad alcunché. Chi l’ha deciso che l’oggetto del nostro amore dev’essere necessariamente uno soltanto? Perché non può essere anche un altro uomo, un’altra donna per me, e viceversa per il mio compagno? Si tende spesso a giudicare, ancora oggi, chi percorre una strada differente da quella che pare più diffusa: vogliamo davvero abbassarci a ciò e non comprendere che, invece, è meraviglioso fare semplicemente ciò che si desidera, al di là delle convenzioni, sempre naturalmente con rispetto nei confronti degli altri? Nigel Nicolson stesso, ad un certo punto, parlando di sua madre afferma: “Combatté per il diritto di amare, uomini e donne, respingendo la convenzione per cui solo la fedeltà si addice al matrimonio, e quell’altra per cui le donne devono amare soltanto gli uomini, gli uomini soltanto le donne. Per questo era disposta a rinunciare a tutto. Sì, sarà stata pazza – come disse, in seguito, lei stessa – ma era una magnifica follia. Sarà stata crudele, ma la sua era crudeltà di dimensioni eroiche. Come posso spiegare la violenza d’una tale passione? E come potrebbe a lei rincrescere che ne giunga notizia a una nuova generazione, infinitamente più comprensiva della sua?”. 

Voto: 4/5

Mrs. C.

Giorgia Tribuiani – Guasti

Titolo: Guasti

Autore: Giorgia Tribuiani

Editore: Voland

Anno: 2018

Pagine: 113

Prezzo: € 14,00

“Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Averlo sempre davanti è rimanere bloccati al momento della veglia funebre, con il cadavere immobile di fronte. Ecco, la veglia funebre dovrebbe essere un momento di passaggio, un limbo tra la vita con il proprio caro e quella senza di lui, da rattoppare. Io invece sono bloccata lì, alla contemplazione di questo mio cadavere, plastinata anch’io nel momento dell’estremo saluto.”

Ho iniziato a scrivere questo articolo un numero ormai imprecisato di volte. Mi siedevo alla scrivania, aprivo il laptop, entravo sul blog, rileggevo alcuni passi del libro di cui vi sto per parlare e poi mi bloccavo. Rimanevo impalata di fronte allo schermo, con le mani sulla tastiera, senza digitare nulla, domandandomi “Come posso cominciare?”. Ogni volta ci rinunciavo, sentivo di non riuscire a trovare le parole adatte per descrivere tutto ciò che ho provato leggendo “Guasti”, esordio letterario di Giorgia Tribuiani per Voland. Sentivo di non riuscire a rendere giustizia ad una storia che, più o meno, in qualche modo e per alcuni versi, può o potrà appartenere a ciascuno di noi. Una storia che parla d’amore, di perdita, di attaccamento e di liberazione. Però, insomma, a volte è necessario insistere, provare e riprovare. Così, dunque, ho fatto.

Lui era la star; lei emanava luce riflessa alla sua sinistra”. Con una breve frase è possibile descrivere il rapporto tra la protagonista di “Guasti”, Giada, e il suo compagno, fotografo di fama mondiale, considerato dai più un genio, un artista eclettico, magnetico, tanto affascinante quanto talentuoso. Giada e il suo uomo, accomunati dalla stessa passione, sopita in lei, innarrestabile in lui. Eppure, un giorno, qualcosa si spezza. Non ci è dato sapere come, non ci è dato sapere perché, quest’uomo – che non verrà chiamato con il suo nome nemmeno una volta durante l’intero romanzo – muore. E Giada si ritrova ad affrontare una perdita che pare incolmabile, non solo per il lutto in sé, ma anche per la modalità in cui questo si manifesta: un’assenza del tutto presente. Il compagno, infatti, aveva precedentemente preso (quasi per gioco, quasi fosse una nuova sfida artistica) una decisione che può apparire ai più a dir poco particolare: al momento della sua morte, il corpo avrebbe dovuto subire un processo di plastinazione, tecnica in grado di conservarne i tessuti e gli organi, per poi essere esposto in una mostra itinerante curata dal famoso Dottor Tulp. Trenta giorni nella sua città, altri trenta in una differente metropoli europea, e così via. Giada non può fermarsi a piangere semplicemente il suo compagno: lei se lo ritrova di nuovo davanti, plastinato, un artista tramutato in opera d’arte, e decide di accompagnarlo ancora una volta, di essergli accanto per tutta la durata dell’esposizione. Ogni giorno, diligentemente, si mette in fila, compra il biglietto e si reca ai piani superiori dell’edificio per raggiungerlo. Il corpo dell’uomo, con la sua Nikon tra le mani, sovrasta la sala:  fermava il tempo con le sue fotografie, quand’era in vita, e adesso questo si è fermato per lui, ne è diventato la vittima. Nonostante ciò, è probabilmente l’attrazione principale della mostra, sempre al centro dell’attenzione. Questo è il modo in cui lo vede la sua compagna, che comincia a rendersi conto del ruolo che ricopriva quando stavano insieme e di quello che nuovamente ricopre ora: un’ombra messa da parte, la spalla di un uomo brillante, la donna sull’altalena in uno dei suoi scatti. La protagonista, in quello che dapprima al lettore può sembrare un lungo lamento funebre, ci viene mostrata nella sua fragilità ed esasperazione; trascorre le sue ore di fronte a quel corpo plastinato, rivolgendo a lui tutto il suo amore e tutta la sua rabbia, di fatto parlando da sola: “(…) questa stanza piena di gente che non si ferma mai, ti addita, non fa che guardare il cazzo moscio che hai tra le gambe, la testa deforme, la Nikon che spreco lasciata a uno zombie e dimmi: tu questo volevi? rinunciare alla pace della terra per bagnarti ancora di sguardi, offrire agli sguardi anche ciò che era mio? Hai aspettato la morte per deridermi, hai aspettato la morte per tradirmi! Io per sempre prigioniera dei tuoi clic, a te bastava solo un clic, mentre tu non ti sei mai donato a me, non mi hai lasciato nemmeno il ricordo dell’uomo che eri, tu sei ancora qui, sempre qui a ricordarmi quanto sei distante, quanto sei tuo, quanto sei tu”. “Tu sei ancora qui”, afferma Giada con vigore, tra un ansiolitico e una corsa al bagno del piano, l’unico luogo in cui si può momentaneamente rifugiare quando sente di crollare: un ambiente che utilizza per ritornare ad ancorarsi alla realtà, osservando la propria figura allo specchio. L’unica novità che subentra nella sua monotona esistenza è il vigilante del piano di sotto (anch’egli senza nome), un uomo che con delicatezza e gentilezza comincia a prendersi cura di lei, offrendole dapprima una semplice colazione e poi, giorno dopo giorno, una spalla su cui piangere, un appiglio. Lui crede in lei, nella sua forza, è sicuro che stia già ricominciando a vivere e pensa che debba banalmente partire da una piccola idea, per poi svilupparla con calma e vedere dove questa la porterà. Allontanarsi, porre una certa distanza dalla causa della propria sofferenza è l’unico modo per ritrovare la strada. Ma questo, chiaramente, è un passo arduo per chi ha subito un lutto, e Giada non si sente pronta ad accettare la sua perdita: “Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo, capisci?”. Di vivo, però, non è rimasto nulla. Ciò che imprigiona la protagonista sono i ricordi di una libertà mai realmente acquisita, di una dipendenza a cui lei si è aggrappata nel corso della sua precedente relazione, tralasciando le sue passioni e i suoi desideri per seguire un uomo che soffocava quella luce che è nascosta in ciascuno di noi. Giada si rende sempre più conto di ciò e, quando un collezionista si mostra interessato a comprare il corpo plastinato del suo compagno, la scelta si palesa in tutta la sua crudeltà: “Devo distruggerti, o finirò per distruggere me”. 

“Siamo tutti guasti”, sembra dirci la Tribuiani. Guasti sono i corpi plastinati all’interno della mostra, ormai fermi per sempre in una determinata posa e in un certo momento, e guasti sono anche i vivi (“cadaveri che ancora si muovono, ma non sanno perché e in quale direzione), destinati a morire e a diventare immobili anch’essi. In questo romanzo il tema del lutto è, come afferma l’autrice stessa, una metafora per qualcosa di più ampio – e ciò lo si nota benissimo nelle ultime commoventi e catartiche pagine. Non si tratta soltanto di distaccarci da quello che è biologicamente morto: a volte è necessario lasciar andare ciò che non è più vivo, ciò che ci danneggia, ciò che ci trattiene nel passato e che non ci permette di andare avanti. A volte è necessario distruggere – metaforicamente, o forse no – qualcosa per poter ricominciare da capo. Si tratta infatti, nel caso di Giada, e anche nel mio, di una “dolcissima liberazione”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Javier Montes – Vita d’albergo

Titolo: Vita d’albergo

Autore: Javier Montes

Editore: Nutrimenti

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 17,00

“Non so quando ha smesso di sembrarmi ragionevole la possibilità che le cose debbano rimanere così per sempre. Quando ha smesso di bastarmi questo avanzare senza di fatto fare un passo, di sentire che mi avvicino sinuosamente a una conclusione, di pensare che una conclusione non è altro che questo: avvicinarsi indefinitivamente a una conclusione.”

È possibile che una pura coincidenza possa stravolgere l’esistenza di uomo, portandolo sul baratro oscuro dell’ossessione? Questo è il nodo nevralgico della storia narrata da Javier Montes in “Vita d’albergo”, primo libro tradotto in Italia dell’autore spagnolo. Una narrazione che parte in sordina, strisciando sottopelle senza quasi fare rumore ma che poi esplode, tra tormenti e scelte sbagliate, rassegnazione e desiderio di rivalsa. Un libro dalla trama apparentemente semplice ma che in realtà indaga nella coscienza dell’uomo più di quanto sembri.

Protagonista del romanzo di Montes è un critico d’alberghi, che da anni gira il mondo in incognito per scrivere articoli e recensioni sugli hotel in cui alloggia. Lui decide l’albergo, scrive il pezzo e lo manda al giornale che lo pubblica. Particolarmente azzeccata, a questo proposito, la scelta dell’autore di narrare la storia in prima persona, rendendoci così partecipi in modo diretto della discesa negli inferi del protagonista. Questa volta però il critico viene invitato a soggiornare per una notte all’Imperial, albergo della sua città recentemente ristrutturato. Acconsentendo con entusiasmo a trascorre per la prima volta nella sua carriera una notte in un hotel della propria città, il giornalista ancora non sa che quella recensione gli stravolgerà l’esistenza.
L’equivoco che sta alla base dello sviluppo del romanzo è molto semplice: al protagonista viene consegnato un passe-partout e comunicato un numero di stanza che in realtà non è la sua. Grande sarà il suo stupore quando, oltrepassata la soglia della camera, si ritroverà di fronte il set improvvisato di un filmino porno. Qui il critico farà la conoscenza dell’ammaliante proprietaria del sito porno vitadalbergo.com, che ha lo stesso nome della sua rubrica di recensioni, specializzato in riprese con attori improvvisati nelle più disparate camere d’albergo del pianeta. Dapprima soltanto incuriosito e poi sempre più trascinato verso il mondo proibito di quell’enigmatica donna, complici anche le analogie tra i loro lavori, il narratore inizia a idealizzarla, erigendole un posto d’onore nella sua mente sovreccitata. Così, visitando regolarmente la pagina web, scopre che la donna e il suo staff intraprenderanno una sorta di mini tour alla ricerca di nuovi attori e nuovi alberghi. Ed ecco il pretesto perfetto per lanciarsi all’inseguimento della bella proprietaria del sito. Un viaggio che porterà il protagonista a fare i conti con la parte più oscura e profonda di sé  e a conoscere un variegato campione di umanità.
Una trama che a tratti si rivela fragile, viene così ampiamente compensata da nostalgiche ed evocative descrizioni delle città in cui fa tappa il critico, tra un freddo e malinconico mare d’inverno e la visione solitaria di un film in un vecchio cinema di periferia che ancora non si arrende all’avvento dei multisala. Stupendo, a questo proposito, un capitolo quasi interamente dedicato alla visione di ciò che accade nell’albergo dirimpetto alla stanza dove alloggia il giornalista, tra coppie che ritornano all’alba, uomini solitari e bambini che piangendo tengono svegli i genitori. Un concentrato autentico del genere umano che mi ha ricordato l’inizio di quel capolavoro cinematografico che è “La finestra sul cortile”.
Affiancati alle suggestive descrizioni, affiorano i sentimenti della voce narrante che, via via che l’inseguimento prende piede per entrare nel vivo, si fanno sempre più torbidi e ossessivi. Così l’immagine della donna e l’illusione di poterla agguantare raggiungono vette emotive inimmaginabili, costringendo il critico a mettere da parte qualsiasi altra cosa, compreso il proprio lavoro, e a fare i conti con un nuovo sé stesso. Quasi una personalità alternativa alla persona che aveva sempre creduto di essere. L’unica in grado di rispondere alla domanda che assilla il lettore mano a mano che ci si addentra nella storia: fin dove è disposto ad arrivare il narratore per assecondare e (forse) placare la sua ossessione?

Vita d’albergo” è un romanzo dalle sfumature particolari, che ci insegna come non sempre ci conosciamo per ciò che siamo davvero. Un libro che alterna sentimenti di dolce nostalgia a violente indagini psicologiche, in un crescendo emozionale che culmina in un finale che ho trovato particolarmente riuscito. Forse non un romanzo per tutti i palati ma che sicuramente saprà soddisfare i lettori più curiosi, che hanno voglia scavare sotto la superficie.

Voto: 4/5

Mr. P.