Máirtín Ó Cadhain – Parole nella polvere

Titolo: Parole nella polvere

Autore: Máirtín Ó Cadhain

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2017

Pagine: 400

Prezzo: € 26,00

“Nel Cimitero non esistono tempo né vita. Né luce né oscurità. Non esistono alba, maree o cambiamenti di vento e clima. Le giornate non si allungano, né le Pleiadi e il Grande Carro si manifestano; né le creature viventi si abbigliano col manto della Gioia e della Festività. Non ci sono gli occhi vivaci dei bambini, né gli stravaganti desideri dei giovani, né le rosee gote delle fanciulle, né la dolce voce della madre affettuosa, né il sorriso sereno degli anziani. Occhi, desideri, gote, voci e sorrisi si dissolvono tutti in una massa amorfa nell’alambicco generoso della terra. La carnagione qui non ha voce, né la voce ha carnagione, perché la chimica indifferente della tomba non possiede voce né carnagione. Soltanto ossa che si sbriciolano, carne che imputridisce e parti del corpo un tempo vitali che si decompongono. Solo un guardaroba di terra, dove l’abito smesso della vita è buono per le tarme…”

Uno schizofrenico, gioioso, funebre delirio. Questo è stato il mio primo pensiero dopo aver terminato la lettura di “Parole nella polvere”, romanzo corale dello scrittore irlandese Máirtín Ó Cadhain, tradotto per la prima volta in italiano da Edizioni Lindau. Proprio la presenza di ben quattro traduttori è stato uno degli aspetti che mi aveva maggiormente incuriosito prima di immergermi nelle febbricitanti atmosfere dell’opera di Ó Cadhain. Scritto in origine in gaelico e poi tradotto in inglese, in tre differenti versioni, “Parole nella polvere” è ricchissimo di suggestioni e riferimenti alla cultura popolare irlandese, creando un turbinio di espressioni che sono state mantenute anche nella traduzione italiana, senza per questo rendere difficoltosa la lettura. Grande merito quindi, a mio modesto parere, va riconosciuto ai traduttori (Luisa Anzolin, Laura Macedonio, Vincenzo Perna e Thais Siciliano).
Dopo questa doverosa premessa, possiamo addentrarci nelle folli pagine di Ó Cadhain.

L’intero libro è ambientato tra le tombe di un piccolo cimitero del Connemara, regione selvaggia dell’Irlanda occidentale. Protagonisti sono proprio coloro che abitano quelle tombe. Attenzione però: i morti non sono mai stati così vivi! E direi anche così spassosi. Scritto quasi interamente sotto forma di dialogo, “Parole nella polvere” ci rende partecipi dei piccoli drammi di un’intera comunità, tra i dilemmi della quotidianità e i disastri della seconda guerra mondiale e del nazismo. Il linguaggio è colorito e fragoroso, in cui insulti e maledizioni di certo non si sprecano. Insomma, più che in un cimitero, ci pare quasi di essere un mercato rionale. Ed è proprio questa la forza dell’opera di  Ó Cadhain: una vivacità che scorre come energia elettrica tra le pagine del libro, catturando il lettore e trascinandolo a forza tra le meschinità e i futili problemi di un paesino del Connemara. Se pensiamo poi che a recriminare sul passato e a essere smaniosi di conoscere quanto sta accadendo nel mondo dei vivi sono i defunti, l’effetto comico e surreale è assicurato. Altroché pace e riposo eterno: nel piccolo cimitero di Ó Cadhain a regnare è una caciara vitale e senza freni.
Assistiamo così alle imprecazioni cariche d’odio di Caitríona, vedova perennemente in guerra contro la sorella e la nuora. All’ostentazione di cultura del Maestro, vanificata dalle feroce gelosia verso la moglie e il nuovo amante Billyboy il postino. O ancora al pudore di Jack l’usignolo, che non vuole mai parlare male di chi non è presente. Il microcosmo di Ó Cadhain è ricchissimo di personaggi, ognuno con le proprie debolezze e manie. Ognuno invidioso di ciò che hanno gli altri. E cosa ci si può invidiare tra morti, se non la croce? Una possente croce in pietra dell’isola, piantata sopra la tomba a dimostrare che sotto quel cumulo di terra non giace una persona qualunque. La stessa croce che diventa motivo di orgoglio ferito per Caitríona, che domanda a ogni nuovo arrivato a che punto sia la sua preparazione.
Unica voce che si distacca dal cicaleccio dei morti è quella della tromba del cimitero, che dolente introduce il lettore a ogni nuovo capitolo, con i suoi nostalgici paragoni tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.

Parole nella polvere” non è una lettura semplice. Ci si deve dedicare tempo e attenzione, se non altro almeno per districarsi tra la selva di personaggi. È un libro che mi ha ricordato l'”Ulisse” di Joyce, con quella sua forma poco romanzata e parecchio sperimentale, che a tratti potrebbe risultare pesante. È un’opera che deve essere scoperta poco alla volta, prendendo piano piano confidenza con gli abitanti del cimitero e con le loro storie. Un’esperienza di lettura, forse non adatta a chiunque, ma che potrebbe donare molto a chi decide di immergersi completamente tra le sue pagine.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Fritz Leiber – La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Titolo: La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Autore: Fritz Leiber

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Quanti di noi che vivono in una grande città sanno cosa c’è dentro o al di là delle pareti che delimitano il nostro appartamento, persino quelle contro cui dormiamo? Nascoste e inarrivabili come i nostri organi interni. Non possiamo neanche fidarci delle mura che ci proteggono.” 

Fritz Leiber, autore che si è addentrato in ogni meandro della letteratura fantastica, dalla fantascienza al fantasy (è stato infatti tra i precursori dello sword and sorcery), passando per l’horror e il weird, nel nostro Paese, dopo gli anni ’80, non ha più goduto di vita facile. A riportare nelle librerie italiane uno dei maggiori esponenti del fantastico del secolo scorso, ci ha pensato la casa editrice Cliquot, che ci ha già stupiti in passato (e siamo certi continuerà a farlo) con recuperi oculati e preziosi.
La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” è una raccolta di racconti mai tradotti in Italia e pubblicati originariamente sulle principali riviste pulp dell’epoca, tra cui la storica “Weird Tales”. Ma il termine “mai tradotti” non equivale, in questo caso, a minori. Anzi, il volume raccoglie una fetta significativa della produzione horror dell’autore, raccolta in ordine cronologico, così da rendere partecipe il lettore dell’evoluzione stilistica e tematica di Leiber.

Il racconto che apre le danze, “La villa del ragno”, è un esempio emblematico delle storie del terrore che tanto piacevano alle riviste di genere degli anni quaranta. Un mistero che si dipana pagina dopo pagina, in un vortice che mescola folli esperimenti scientifici, un enigmatico anfitrione, una creatura mostruosa e una donna da salvare. Insomma, tutti ottimi ingredienti per creare una tipica storia dell’orrore. Con “Il signor Bauer e gli atomi”, influenzato dallo scoppio atomico di Hiroshima, ci addentriamo nei territori della fantascienza. Una manciata di pagine in cui la psicosi del protagonista e gli atomi del suo corpo costituiscono gli elementi caratterizzanti. In “Qualcuno urlò: strega!” torniamo a un classico della letteratura horror: un essere femminile ammaliante e fatale, dai poteri soprannaturali. Un racconto forse fin troppo tradizionale e a mio avviso l’episodio più debole dell’intera raccolta. “Il demone del cofanetto” ci offre invece il primo assaggio di quell’esplorazione del subconscio che Leiber svilupperà più compiutamente nei racconti a venire. L’idea alla base della storia è a dir poco geniale: un’attrice che svanisce poco a poco non appena la sua vita e le sue vicende personali smettono di essere sulla bocca di tutti. La celebrità come vera e propria forma di sostentamento. Un’aspra critica alla società mediatica, che si basa sull’apparenza e sul successo. Un autentico gioiellino. Si prosegue con “Richmond, fine settembre, 1849″, in cui Leiber scomoda un mostro sacro della letteratura, immedesimandosi nei suoi pensieri e nelle sue azioni, a seguito di un incontro casuale con un’affascinante quanto misteriosa signora. Un incontro che forse non si rivelerà così accidentale. Arriviamo poi al vero capolavoro della raccolta: “La cosa marrone chiaro”, che dà anche il titolo al volume. Prima e più corta stesura di “Nostra signora delle tenebre”, forse il romanzo più rappresentativo dell’intera produzione dello scrittore americano, “La cosa marrone chiaro” esprime la personalissima visione del mondo di Leiber. Il senso di confusione e di vero e proprio terrore di fronte all’immensità delle metropoli moderne, in cui in ogni anfratto possono nascondersi inquietanti pericoli. Una sensazione acuta di smarrimento che attanaglia il protagonista, perso in una San Francisco che prende vita, il cui punto nevralgico è la collina di Corona Heights. Un racconto incredibile che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. La concezione postmoderna dell’autore si riflette anche nel successivo “Fantasie paurose”, dove lo spazio si restringe dalla città a un condominio, in un cui un’enigmatica figura femminile (altro tema ricorrente), turberà la monotonia della vita del protagonista. Il volume si conclude con “Il nero ha il suo fascino”, folle monologo di una moglie verso il proprio marito. Completano il tutto la preziosissima introduzione del curatore e traduttore Federico Cenci e un’appendice in cui lo stesso Leiber racconta del proprio turbolento rapporto con la rivista “Weird Tales”.

La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” si rivela una raccolta preziosa che sprigiona un concentrato d’inquietudine sotterranea. Un terrore che striscia sottopelle e che può annidarsi nei muri del proprio appartamento, in un ascensore, in un parco. Una paura dalle mille sfaccettature, che prende il via dal gotico più classico per invadere le megalopoli moderne. Racconti che sussurrano il proprio carico di angoscia, avviluppando il lettore in un vortice, senza più lasciarlo andare.

Voto: 4/5

Mr. P.

Amy Fusselman – Il medico della nave / 8

Titolo: Il medico della nave / 8

Autore: Amy Fusselman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 208

Prezzo: € 13,00

“Me ne stavo sdraiata lì, a percepire quelle mani su di me nonostante lo spazio che ci separava, e pensavo, Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio, ma il tempo.”

È innegabile: la non-fiction sta prendendo il sopravvento, ultimamente, anche e soprattutto nella forma del memoir. Abbiamo forse bisogno di qualcosa che vada al di là della finzione, di qualcosa che ci ricordi i nostri legami con la realtà di tutti i giorni, che ci faccia pensare “Tutto questo è accaduto davvero, perciò lo sento più vicino a me, più autentico?”. Qualunque sia il motivo, anche per Edizioni Black Coffee è giunto il momento di confrontarsi con un’opera del genere: “Il medico della nave / 8”, infatti, sono due lavori autobiografici della scrittrice newyorkese Amy Fusselman, riuniti nell’ultima uscita della casa editrice toscana, dalla copertina ancora una volta brillante e significativa.

Fin dalle prime frasi de “Il medico della nave”, Amy Fusselman mette in evidenza quelli che saranno due punti fermi di questo suo lavoro: la maternità («Io voglio restare incinta. O meglio, non voglio morire senza aver avuto figli.») e la morte, recente, del padre («Un tempo ero una bambina, avevo un padre. Ora mio padre è morto. E’ morto due settimane fa.»).  Due concetti completamente opposti si contrappongono per tutta la prima parte del libro: da un lato troviamo un desiderio fermo, costante, ricercato con fatica e speranza, talvolta con paura e frustrazione, una volontà che ha a che fare con la nascita, l’aprirsi alla vita, al cominciare a scrivere la propria storia, ogni giorno. Dall’altro, assistiamo, impotenti come la scrittrice stessa, allo spegnersi di un’esistenza, e a tutto ciò che questo comporta. La Fusselman alterna continuamente le sue sensazioni, i suoi timori ed il suo arduo percorso verso la maternità ai ricordi trascritti dal genitore in un diario tenuto quando era medico su una nave durante la Seconda Guerra Mondiale. In qualche modo, grazie a quelle pagine ormai passate, il padre della scrittrice riesce a rivivere, a dare un segno non solo al lettore, ma anche alla stessa figlia che ancora lo cerca, nonostante tutto.

In “8”, Amy Fusselman continua le sue riflessioni, ampliandole ulteriormente: di fondamentale importanza il concetto di tempo, che qui viene sviscerato in tutte le sue sfumature. Tempo, quindi, non solo come ciò che separa le persone le une dalle altre, ma anche come base per imparare qualsiasi cosa («Gli esseri umani imparano tramite ripetizione. Questo ci rende vincolati al tempo.»), come fiume in cui continuamente siamo immersi («Tu ci sei dentro a quel fiume, e la tua vita si svolge lì, giorno dopo giorno, azione dopo azione.») ma anche come mappa, che l’uomo cerca di utilizzare razionalmente per controllare ciò che, forse, ancora non conosce perfettamente. Ed è nel tempo stesso che si muove la penna della scrittrice, andando a ritroso, ricordando il suo amore per il pattinaggio, per le sue figure, le esperienze di terapia affrontate negli anni (da quella psicologica, tradizionale, a quelle più alternative). Il fil rouge che lega la maggior parte dei suoi ricordi, però, ha a che fare con un trauma vissuto quand’era bambina ed è proprio alla persona che ha dato vita a tutto ciò che la Fusselman si rivolge: il suo pedofilo. Se sono stata in grado sentire in modo vivido soltanto alcune parti di questo libro – forse a me i memoir non fanno l’effetto che ho ipotizzato all’inizio? Sono più attratta da ciò che non è completamente frutto dell’esperienza reale altrui? -, è con il ringraziamento dell’autrice all’uomo che ha influenzato irrimediabilmente la sua vita che ho avvertito le prime, vere, coltellate in pieno petto. «Ed è con gioia che ora dico: grazie, pedofilo. (…) grazie di aver fatto di me una scrittrice; (…) grazie di avermi spaventata a morte e avermi reso coraggiosa; grazie di avermi fatto credere di essere una supereroina che stava salvando la sua famiglia da morte certa».

Credo sia questo, forse, il messaggio più importante celato nelle pagine di entrambi i lavori: riuscire a scorgere un po’ di luce, là dove sembra esserci soltanto il buio più totale.  Ricordare per tenere ben presente, ben vivo il proprio percorso, ciò che si è superato e ciò che si è in grado di affrontare. Comprendere la paura del futuro, accettarla, farla propria ma poi metterla da parte: e non dimenticare mai, mai, che «La più grande menzogna del mondo è quella che ci fa credere che se una cosa è successa una volta, succederà di nuovo».

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Dario Pontuale – Ciak si legge

Titolo: Ciak si legge – Capolavori senza tempo raccontati a chi ha poco tempo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 180

Prezzo: € 16,00

“Scoprirai che leggere avvera i desideri e amplifica i sogni.”

“Perché la cultura è proprio questo: insegnarsi reciprocamente a leggere.” [dalla postfazione di Valerio Nardoni]

Quante volte vi sarà capitato di ascoltare la tipica frase: «Non ho letto il libro ma ho visto il film!». Decine e decine di volte, ci scommetto. Questo magari per pigrizia, perché non si è (ancora) tra i cosiddetti “lettori forti” oppure semplicemente perché è capitato di trovarsi davanti il film in televisione ma poi ci si è dimenticati di recuperare il libro. È accaduto a chiunque e non c’è nulla di cui vergognarsi.
Ciak si legge“, del bravissimo scrittore, saggista a curatore di classici Dario Pontuale, è proprio rivolto a chi vorrebbe addentrarsi nel meraviglioso mondo della letteratura classica ma non riesce a ritagliarsi il tempo necessario o non ha ancora sviluppato tale desiderio come si deve, ma necessita di una spintarella da chi la scrittura e la lettura le respira ogni giorno.

Il volume nasce da una serie di incontri che l’autore ha tenuto in varie biblioteche romane, in cui ogni volta presentava al pubblico ignaro un classico. Al termine della serata, Pontuale trascriveva il tutto per tenerne traccia, creando di fatto la raccolta di saggi che compone il libro. Ventidue sono gli autori che ci vengono raccontati, ognuno tramite un’opera, che non necessariamente si rivela essere la più conosciuta o significativa. Le scelte di Pontuale spaziano da classici ottocenteschi (Melville, Tolstoj, Flaubert) ad autori più moderni (Bukowski, Camus, Salinger), passando per la grande letteratura italiana (Buzzati, Pavese, Fenoglio). Una carrellata di scrittori e opere immortali, presentati ognuno con una piccola biografia, una citazione e un’illustrazione originale della classe del 2° anno del Corso di Illustrazione della Scuola Internazionale di Comics di Padova. Disegni che impreziosiscono ulteriormente il volume e che diventano vere e proprie chicche per bibliofili e non. Ovviamente non può mancare il riferimento cinematografico, con tutte le informazioni utili sulla trasposizione in pellicola di ogni capolavoro. Il cuore del libro però sono i brevi saggi che accompagnano ogni autore, incentrati per la maggior parte sull’opera scelta da Pontuale. Approfondimenti che si tramutano quasi in racconti e da cui traspare in modo cristallino tutto l’amore, autentico e appassionato, che lo scrittore romano nutre per la lettura e in particolare per i classici. Gli accenni alle trame fanno molta attenzione a non svelare troppo, lasciando anzi il lettore con il fiato sospeso e con la voglia di saperne di più, di correre in libreria o in biblioteca e recuperare il volume. Pontuale è abilissimo a instillare in chi legge il desiderio di proseguire la lettura, lasciando che  la mente di ognuno spazi dall’attesa di Giovanni Drogo alla fortezza Bastiani, alle avventure marinaresche di Jim Hawkins e del temibilie Long John Silver o ancora all’inettitudine di Zeno Cosini. Un vero e proprio bignami a cui attingere quando si ha bisogno di uno stimolo autentico alla lettura.

Come tutte le altre opere di Pontuale che ho avuto il piacere di leggere, anche “Ciak si legge” è una dichiarazione d’amore verso il mondo dei libri e verso la duplice faccia della stessa medaglia, ovvero la scrittura e la lettura. Una passione che traspare nitida da ogni pagina di questa raccolta di saggi, che ha il compito, a mio avviso centrato in pieno, di trasmettere tale passione anche a chi la lettura non la mastica quotidianamente ma sente in sé il bisogno di evadere, sognare, essere teneramente cullato o deliziosamente spaventato. Insomma, chi sente ancora il bisogno di emozionarsi.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Emiliano González – Penumbria

Titolo: Penumbria

Autore: Emiliano González

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2017

Pagine: 84

Prezzo: € 9,00

“Dopo qualche istante, si ha l’impressione che la realtà abbia la consistenza, il colore e la luce di un quadro: la realtà è un quadro, e noi ne facciamo parte. Poi ci si rende conto che il cielo è di una sfumatura seppia solcata da nubi che promettono tempesta (senza mai rispettare la loro promessa) e che sono appena suonate, per sempre, le cinque del pomeriggio: nell’aria aleggia ancora l’ultimo rintocco, fatto al quale ci si abitua a fatica. Quando ci si riesce, i pensieri risuonano allo stesso modo di quel lamento, sono come incantati da quel suono, e si pensano solo pensieri delle cinque del pomeriggio, e forse per questo i libri  redatti a Penumbria sono libri da leggere al tramonto.” 

Continua il progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, volto alla pubblicazione di autori sudamericani di culto, le cui opere sono ancora inedite nel nostro Paese. Come per Polleri e Chimal, anche questa volta la partecipazione dei lettori è stata grande, portando così la casa editrice salernitana alla traduzione della raccolta di racconti “Penumbria” del messicano Emiliano González.
Tra i più importanti autori e studiosi contemporanei di letteratura fantastica in America Latina, González è uno scrittore poliedrico e dalla fantasia sfrenata, autore di racconti che racchiudono al proprio interno interi universi, ispirati a mostri sacri del fantastico come Lovecraft, Machen e Borges.

Il volume si apre con il racconto maggiormente significativo dell’intera raccolta, “Rudisbroeck o gli automi“, considerato tra i capolavori di González. Una storia che è scoperta ed esplorazione della misteriosa e perturbante città di Penumbria, dove il tempo sembra essersi cristallizzato alle cinque del pomeriggio e dove il cielo ha perennemente i colori nostalgici e sepolcrali della sera che si tramuta in notte. Insieme al narratore ci imbattiamo in una miriade di personaggi bizzarri e dall’aspetto sinistro: l’ambiguo antiquario Mefisto, il folle Papá Fritz, la conturbante attrice Sonia e il saggio e mostruoso Braulio. Ma la leggenda che ammanta Penumbria è legata al costruttore di automi Rudisbroeck, trincerato nella sua torre, di cui non si scorge la fine. Un racconto alienante e deliziosamente schizofrenico, in cui González dà un’ottima prova della potenza della sua immaginazione. “L’eredità di Cthulhu” è un degno omaggio al Solitario di Providence e agli pseudobiblium, di cui il “Necronomicon” è il più famoso esemplare. L’orrore primordiale qui è concentrato nella piccola scultura di uno scarabeo che si scoprirà avere un insospettabile legame con il raccapricciante Cthulhu, creatura ideata dallo stesso Lovecraft. Un racconto affascinante, che profuma di horror vecchio stampo. “La lettura segreta” sembra quasi un bozzetto di qualcosa di più corposo, appena un accenno a una serie di libri segreti che devono essere letti nell’ordine giusto e che diventano l’ossessione del narratore. Tre pagine visionarie, che lasciano aperti nel lettore dubbi e domande. “I quattro libri di Garret Mackintosh” è la ricostruzione della vita e delle opere dello scrittore gallese Thomas Garret Mackintosh, autore mai esistito che González tratteggia con tale dovizia di particolari che al termine della lettura ci ritroviamo con la voglia di scoprire la sua produzione, incuriositi dalle sue opere enigmatiche. Colpisce la grande quantità di racconti immaginari dalle trame abbozzate, che farebbero la felicità, per originalità e fascino, di tanti autori dei giorni nostri. Chiude la raccolta “Impressioni di Bruges“, un piccolo affresco della città belga, seducente ma forse un po’ troppo sconnesso.

Penumbria” è un una tavolozza dalle mille sfumature, dove però sono i toni scuri e uggiosi a fare da padroni. Racconti che trasportano il lettore in orrori primigeni e città ammantate da aure di mistero. Una raccolta che consiglio in particolar modo a chi già mastica letteratura fantastica e volesse aggiungere una chicca alla propria collezione. Uniche pecche, un paio di racconti che paiono quasi più schizzi e che lasciano nel lettore un senso di incompiutezza, e la brevità dell’opera. Di González avremmo voglia di leggere di più: chissà che Edizioni Arcoiris in futuro ci potrà accontentare.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Mary Miller – Happy Hour

Titolo: Happy Hour

Autore: Mary Miller

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 264

Prezzo: € 15,00

“Pensa a tutte le volte che è stata male lei, e poi pensa alla bellezza e a quanta fatica faccia a trovarne, persino nelle cose belle. Si domanda se chi ha sofferto nella vita ne veda di più. Si chiede come faccia una manciata di parole a sembrarle tanto significativa quando in realtà non significa niente.”

Edizioni Black Coffee è una casa editrice nata recentemente, ma che questo non vi tragga in inganno: i tre titoli usciti fino ad ora sono interessantissimi. La loro filosofia è quella di andare a (ri)scoprire la letteratura nordamericana contemporanea, con una preferenza – almeno per il momento – per quelle che sono le voci femminili della narrativa. Alexandra Kleeman e Bonnie Nadzam ci avevano già incantato con le loro uscite (la prima, particolarissima, la seconda malinconica e suggestiva) e anche questa volta le sensazioni che ho provato leggendo “Happy Hour” sono state assolutamente positive. Devo ammettere che i racconti non sono la mia forma letteraria preferita (al contrario di Mr. P., che leggerebbe soltanto raccolte su raccolte!) ma quando questi sono originali, piacevoli, ben scritti ed emozionanti, non me li faccio scappare per niente al mondo. Mary Miller risponde in pieno alle caratteristiche sopra citate: leggendo le sue short stories infatti sono stata catapultata in una miriade di piccoli mondi che, per quanto semplici e simili tra loro, hanno saputo farmi provare tutta una serie di sentimenti, dal fastidio alla tristezza, dalla speranza alla rassegnazione più nera.

Il fil rouge che lega queste sedici storie è rappresentato dalle donne. Donne sofferenti, donne che non hanno il coraggio di cambiare la loro vita nonostante la loro forte volontà – non così forte, allora? – , donne che amano e vengono ferite dal loro stesso amore. Donne in crisi, donne che in modo risoluto non abbandonano la strada in cui si trovano, donne che, nonostante tutto, cercano di farcela. Donne che vanno al di là dello stereotipo della moglie perfetta, che bada ai figli e alla casa e non si lamenta mai. Donne che (finalmente, devo ammettere!) vengono rappresentate anche nei loro vizi, nelle loro cattive abitudini, nelle loro fragilità più profonde. Ed è così che il lettore si ritroverà ad aspettare un autobus che non arriva, in preda all’ansia di vivere anche le cose più normali e quotidiane (“Il 37”), a considerare il figlio della persona che si frequenta una tenera scocciatura (“Un tempo questo era il passaggio coperto più lungo del mondo”), ad affrontare un divorzio non del tutto consapevole di quello che verrà dopo (“Le mele dell’amore”), a fare i conti con una sorella forse troppo distante (“Tabelle”). Naturalmente molti altri temi vengono toccati dalla Miller, e più volte mi sono domandata: com’è possibile descrivere in modo lieve argomenti così profondi? E’ sicuramente un’arte, perché quest’autrice è stata in grado di farmi apprezzare vite tanto ordinarie e comuni quanto dolorose e cupe, senza appesantirmi, facendomele sfiorare invece in modo delicato.

Unico difetto da me riscontrato è la somiglianza tra alcuni racconti: spesso infatti vengono ripresi taluni elementi (l’alcol, un ex fidanzato/marito quasi onnipresente, una vita non esattamente felice) ma, nonostante questo, ciascuna storia ha le sue peculiarità e, pur essendoci un certo leitmotiv, ho potuto conoscere una serie di personaggi a cui mi sono affezionata, che ho anche odiato, talvolta. Se dunque desiderate leggere qualcosa di diverso sul genere femminile, non posso che consigliarvi “Happy hour”: un viaggio verso quelli che sono tormenti reali che, bene o male, tutti hanno attraversato almeno una volta.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Christian Sartirana – La gente della marea

Titolo: La gente della marea

Autore: Christian Sartirana

Editore: Nero Press Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 28

Prezzo: € 0,99

“Tutto appariva insolitamente levigato, simile a una sorta di strano manufatto marino. Come uno di quei pezzi di vetro smussati e opacizzati dall’acqua del mare. Li abbiamo raccolti tutti, credo, almeno una volta. Quei cocci di vetro hanno il fascino di un gioiello creato da mani aliene, sconosciute. Be’, le forme che avevo intorno avevano proprio il medesimo aspetto assurdo e sconosciuto. Dietro le macchine e le insegne dei negozi, contro i muri dei palazzi, sulle finestre e sopra i tetti, scorgevo tratti in cui le loro naturali simmetrie sembravano confondersi. È difficile da spiegare, ma era come se le loro forme fossero entrate in collisione. Si mescolavano, creando delle geometrie incomprensibili che, per quanto assurde, sembravano comunque avere una loro identità. Erano come il prodotto di un gusto artistico sconosciuto a quello dell’uomo. I nostri sensi non sarebbero mai stati in grado di organizzarli nella giusta sequenza. Tuttavia a guardarle m’ispiravano un orrore immediato.”

Avevo già apprezzato la prosa limpida e carica di tensione di Christian Sartirana, scrittore piemontese che sta lasciando il segno nel panorama letterario italiano di genere, nell’ottimo romanzo breve “Le cose oscure”. A distanza di qualche mese mi sono tuffato (e il verbo non è casuale) nella sua ultima fatica, il racconto “La gente della marea”, edito Nero Press Edizioni nella collana horror “Insonnia”. Cambiano completamente le atmosfere rispetto al precedente lavoro, ma il senso di inquietudine strisciante e di completo spaesamento di fronte a un orrore ignoto e arcano restano immutati.

La base dell’intera narrazione è una vecchia leggenda popolare, quella dell’Antica Gente o Gente della Marea, diffusa tra i cittadini del comune sardo di Bosa. Edoardo, il giovane protagonista del racconto, ne subisce il fascino fin da piccolo, quando a narrargliela è la nonna materna, durate le estati trascorse appunto a Bosa, paese di origine della famiglia di Edoardo. Una favola nera che porta con sé una scia di misteriose morti e sparizioni. Un mito che la madre di Edoardo vuole dimenticare, così come le sue origini e la terra da cui proviene. Cresciuto a Torino, con il tempo il narratore seppellisce nei recessi della memoria le enigmatiche e minacciose figure della Gente della Marea, fino a quando il decesso della madre e l’aver ereditato l’antica dimora di famiglia, scatenano in lui l’improvvisa volontà di riscoprire i territori della sua infanzia. Ciò che però si rivelerà essere diventata Bosa sconvolgerà per sempre la vita di Edoardo, risucchiandolo in un vortice di orrore atavico e delirante follia.

Il merito di Sartirana è quello di tenere alta fino alla fine la tensione nel lettore, in un crescendo inesauribile di malessere e di angoscia. Magistralmente descritta l’atmosfera di desolazione e di abbandono dell’ormai città fantasma Bosa, tra rimandi lovecraftiani e minuziose rappresentazioni delle forme aliene e dalle geometrie incomprensibili che invadono il paese. Sembra quasi di essere lì insieme a Edoardo, avvolti da un mistero oscuro e inesplicabile. Il fascino criptico e perverso del mare, da sempre oggetto di racconti a sfondo orrorifico, viene ben rielaborato da Sartirana, che ci offre una storia godibile e carica di suspense, che sa regalare piacevoli momenti di autentico terrore.

Voto: 4/5

Mr. P.

Sarah Manguso – Il salto

Titolo: Il salto

Autore: Sarah Manguso

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 93

Prezzo€ 16,00

“Non voglio ammettere che non avrei potuto salvare Harris dalla morte, che non sono magica, che non sono speciale, che non potrò mai salvare nessuno. (…) Il disegno della vita è l’esecuzione di vari progetti in un lasso di tempo ignoto ma finito. Molti di noi non sanno quanto durerà, quindi non sappiamo come usare il nostro tempo in modo significativo. Quando guardo il velo che nasconde la fine della mia vita, mi sento sopraffatta dalla certezza che non userò il tempo bene come farei se conoscessi la data della mia morte. Mi viene voglia di mollare il colpo. Da questa prospettiva, il suicidio è un progetto razionale.”

Non è facile scrivere la recensione di un romanzo, di qualcosa puramente inventato da qualcun altro: le pagine hanno una sfumatura differente per ciascuno di noi e, al di là della trama, che pare accordare tutti, i significati che i lettori possono trovare in quelle parole sono molteplici. Lo scrittore voleva davvero dire quello che ho inteso? O sono piuttosto io, i miei pensieri, le mie esperienze di vita, quello in cui credo, che sta emergendo dalle parole che sto digitando al computer? Ancora più arduo è provare a dire qualcosa rispetto ad un memoir: qui non si tratta di fiction, si tratta di un’esistenza vera, in carne e ossa, di ricordi vissuti sulla propria pelle, di emozioni provate, alcune meravigliose, altre terribili. E’ perciò complicato provare a dire qualcosa rispetto a “Il salto”, lavoro autobiografico di Sarah Manguso, edito da NN Editore. E’ un libro talmente personale, talmente intimo che sembra quasi di violarlo, in qualche modo, parlandone. Nonostante questo, ho deciso di provarci lo stesso, perchè, anche se a me non è stato d’aiuto, sono sicura possa esserlo per qualcun altro.

Il 23 luglio 2008, in una stazione della metropolitana di New York, Harris J. Wulfson, dopo essere scappato dal reparto psichiatrico in cui si trovava ed aver vagabondato sotto la pioggia per ben dieci ore, si butta sotto un treno e pone così fine alla sua vita. La Manguso decide di raccontarci questa storia – anche se, affermerà più volte, non è esattamente questa la sua intenzione – non perchè l’ha letta sbadatamente in un giornale, o perchè l’ha sentita da qualche parte al tg: Harris era suo amico, forse il suo amico più caro. Con “Il salto” l’autrice non vuole fare un resoconto di quello che è accaduto, non desidera cercare la verità su come Harris sia riuscito a fuggire dall’ospedale e su cosa abbia fatto nelle sue ultime dieci ore: sembra, semplicemente, essere giunta ad un punto in cui è impossibile trattenere dentro di sè il proprio dolore e per questo motivo lo lascia fuoriuscire, lentamente, pagina dopo pagina, per provare a non esserne più tormentata. “Il mio dolore non è per Harris. E’ per me.” afferma Sarah Manguso. E piano piano ci porta dritti verso i suoi ricordi: le vacanze estive, la convivenza, i momenti di svago e quelli meno felici, in cui s’intravedeva già l’ombra della malattia mentale che avrebbe colpito entrambi. Quando una persona si toglie la vita, rimaniamo impassibili, increduli. Cerchiamo un senso, una causa, proviamo a dare la colpa a qualcuno, anche a noi stessi: “Tutti vogliono trovare la conferma più profetica e più esplicita che l’avrebbe fatto comunque, che non saremmo mai stati capaci di impedirglielo”. E, in un certo senso, è anche questo che fa l’autrice: scava a fondo in se stessa, nella vita di Harris, prova a trovare dei motivi. Si sarà gettato sotto un treno a causa dell’acatisia, effetto collaterale di un farmaco preso? Un dybbuk si sarà impossessato del suo corpo, costringendolo a commettere l’atto? La colpa è stata dell’infermiera che ha aperto la porta del reparto? O forse è sua, per non averlo cercato appena tornata da un lungo, lunghissimo viaggio? Ne “Il salto” non c’è una vera e propria linea temporale, le memorie si affollano freneticamente una dopo l’altra, ma alcuni temi ricorrono più di altri: l’amicizia, l’importanza di avere qualcuno al proprio fianco, il desiderio di farla finita, i numerosi lutti che possiamo incontrare sul nostro cammino e tutto quello che queste dolorose perdite ci lasciano.

Sebbene non mi sia sentita particolarmente vicina alla Manguso, nel leggere il suo memoir, la sua sofferenza era tangibile, e così la sua volontà di salutare ancora una volta (l’ultima, forse?) il suo amico Harris. Per questo motivo non posso che consigliarne la lettura a chi ha provato un’esperienza simile: potrà esserne scosso, potrà in qualche modo sentire di avere una spalla su cui piangere, potrà magari trovare un supporto in questo libro, ricordando che, condividendolo, il dolore acquista un senso diverso, nuovo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Julien Green – Vertigine

Titolo: Vertigine

Autore: Julien Green

Editore: Nutrimenti

Anno: 2017

Pagine: 232

Prezzo: € 17,00

Vorrei qualcosa che mi stupisse: non desidero altro. Sarei disposto ad accettare perfino una sorpresa sgradevole, terribile, purché, vivaddio, fosse una sorpresa, accetterei di buon grado che suscitasse in me il turbamento del puro stupore, che mi gettasse in confusione e che per un attimo mi facesse uscire da me stesso.”

Non conoscevo Julien Green ma la splendida e misteriosa copertina di “Vertigine”, unita a un titolo intrigante ed evocativo, sono stati sufficienti per far scattare in me la molla della curiosità nella scoperta di questo autore, dai noi ingiustamente poco conosciuto. A tale proposito dobbiamo ringraziare la casa editrice Nutrimenti che ha deciso di portare in Italia venti racconti inediti dello scrittore franco-americano, in un ottimo esperimento di traduzione collettiva.
Per entrare pienamente nella poetica e nella narrazione di Julien Green, emblematica è la dichiarazione dello stesso autore a proposito della forma racconto: “La novella, la short story, non è un romanzo breve ma un racconto nel quale l’autore, quando gli sembra che tutto sia stato detto, si ferma. È allora che comincia il sogno”. La maggior parte delle storie di questa raccolta lasciano infatti il lettore disorientato e senza punti di riferimento, a immaginare, o meglio sognare, i legami tra i vari personaggi e le cause o gli effetti delle loro azioni, in un “non detto” che stimola la curiosità di chi legge e apre scenari inediti e inquietanti.

Diversi i protagonisti dei racconti di Julien Green, tutti però accomunati da una profonda solitudine esistenziale, un’emarginazione che ferisce e lacera, tutti protesi verso la ricerca di qualcosa di nuovo e appagante, che si tratti di affetti autentici, di un riscatto dalla propria vita inconsistente e senza luce o di una tensione verso una sensualità torbida e smarrita. Grande risalto viene dato ai bambini e agli adolescenti, rinchiusi nella fragilità dell’infanzia e oggetto di vessazioni e violenze, sia fisiche che psicologiche, da parte degli adulti. Ascrivibili ai turbamenti della fanciullezza il crudele “La paura”, in cui un uomo, partendo da una situazione quotidiana, prova un estremo piacere nell’esercitare il proprio potere su una bambina terrorizzata o la breve e folgorante “La lezione”, dove uno zio punisce il nipote, attraverso una raccapricciante visione, per una colpa non ancora commessa. Il sadismo però si può trasformare in vera e propria violenza sessuale, dapprima soltanto accennata e vagheggiate (“Camere in affitto”) per poi diventare palese, trasmettendo al lettore un acuto senso di disagio (“La bambina”). Nella galleria di personaggio greeniani troviamo poi le donne abbandonate e dimenticate, il cui unico conforto risiede nel rapporto ambiguo verso un giovane ragazzo, che sia il figlioccio del marito defunto (“Ritratto di donna”) o il figliastro (“La risposta”) oppure che il legame tra i due sia più complesso e contraddittorio (“Una vita qualunque”). Rapporto che miscela la tenerezza e l’affetto casto di una madre a pulsioni nascoste e di natura sfuggente. Finirà per diventare una donna emarginata, come intuiamo dall’incipit del racconto, anche la protagonista de “La ribelle”, che ci rende partecipi della propria infanzia, in cui l’innocenza viene brutalmente spazzata via dalle oppressioni e dalle prepotenze subite in un collegio femminile. Caro a Green è anche il tema del voyeurismo, che trova sfogo nel diario ossessivo dell’inetto e nevrotico protagonista di “Diario di un incompreso”, il cui oggetto del proprio spiare diventano i suoi domestici o lo sbirciare sensuale e conturbante del narratore adolescente di “Fabien”. Non mancano però negli scritti dello scrittore franco-americano escursioni nel fantastico e nel grottesco: ottimi esempi li ritroviamo ne “Il sogno dell’assassino”, in cui realtà e fantasia si mischiano in un turbine surreale o ne “Il setaccio”, in cui un semplice oggetto nasconde una verità apocalittica. Menzione a parte meritano “Le scale”, racconto brevissimo ma che fa esplodere nel lettore un universo di inquietanti possibilità, in cui il narratore piomba nel terrore più nero dopo aver udito dei passi scendere le scale quando in casa non doveva esserci nessuno e “L’inferno”, in cui l’indolenza e la lussuria della famiglia del protagonista vengono contrapposti all’abisso personale in cui lentamente sprofonda egli stesso, creando due antitetiche ma possibili modalità di creare l’inferno in terra.

Julien Green ci dona venti bozzetti conturbanti e ambigui, in cui l’uomo viene destinato sin dalla più tenera età all’infrangersi dei sogni, alla sofferenza e alla crudeltà. Un viaggio, sensuale e agghiacciante, nel complicato labirinto delle relazioni umane, in cui un’apparente normalità cela una verità ben più criptica e spaventosa. Una raccolta di turbamenti che, tenendo fede al titolo, sanno regalare al lettore autentici attimi di vertigine.

Voto: 4/5

Mr. P.

Mariana Enriquez – Qualcuno cammina sulla tua tomba

Titolo: Qualcuno cammina sulla tua tomba

Autore: Mariana Enriquez

Editore: Caravan Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 278

Prezzo: € 13,50

“Ho appena scoperto che sarei felice tra questi teschi sorridenti, che potrei vivere in mezzo a loro, che mai prima d’ora avevo visto così tante rappresentazioni della morte messe insieme, e tutte quante contente, e non m’importa, non m’importa niente di quanto sia turistico questo incontro, non m’importa che mi dicano che tutto questo non è reale, casa fare veramente la gente del posto, non m’importa niente. Via Skype mostro al mio compagno, che è rimasto a Buenos Aires, tutti gli scheletrini che ho comprato. Mi dice: «È il tuo paradiso perduto. È il tuo posto nel mondo. Non tornare più.» Non siamo a questi livelli, ma lui ha capito il concetto, il piacere, la felicità che mi percorre quando osservo i dettagli del mio retablo, con la Catrina nel suo vestito celeste e un diavoletto ai suoi piedi.”

Viaggiare da sempre è una delle urgenze che maggiormente scatenano la fantasia e l’intraprendenza degli uomini, portandoli alla scoperta di terre sconosciute e a immergersi totalmente in culture lontane anni luce dalla propria. La morte invece è uno dei rari momenti della nostra esistenza che ci accomuna, un destino a cui nessuno di noi può sfuggire. La condizione eterna e conclusiva di ogni essere umano, che spaventa e attrae e sulla quale sono stati ricamati secoli di letteratura, cinema e arte. Mariana Enriquez ha riunito il bisogno di percorrere nuove strade con il fascino enigmatico e conturbante della morte, regalandoci una raccolta di esperienze e resoconti assolutamente incredibile.

Qualcuno cammina sulla tua tomba” è un diario di viaggio, una collezione di leggende e racconti dell’orrore, un’analisi storiografica e culturale. Il tutto focalizzato sulle visite della Enriquez ai più suggestivi e stupefacenti cimiteri del pianeta, catalizzatori di quanto di più sacro e autentico sia presente nelle usanze di ogni popolo. Ci ritroviamo così a intraprendere un giro del mondo virtuale, in cui basta sfogliare poche pagine per essere proiettati dall’Italia agli Stati Uniti, passando per l’Australia e l’Argentina. Nel nostro cammino cimiteriale siamo però accompagnati dai ricordi e dai sentimenti della Enriquez, ormai inestricabilmente legati ai suoi viaggi, ma anche da aneddoti, cenni storici e narrazioni della tradizione che è un autentico piacere (ri)scoprire. Così il monumentale e malinconico cimitero di Staglieno a Genova profuma della breve storia d’amore tra l’autrice e un giovane violinista italiano mentre nel Panteón de Mezquitán di Guadalajara in Messico possiamo quasi toccare il panico della Enriquez alla vista di un temibile cane nero che si aggira tra le tombe. E ancora l’ironica e sconvolgente burla del dominicano senza testa perpetrata da uno dei custodi del Cementerio Presbítero Maestro di Lima in Perù o il furto di un osso nelle catacombe di Parigi. Oltre ai racconti della Enriquez, c’è tanto altro in questo prezioso volume, una miriade di informazioni che incuriosiscono, divertono e inquietano. Basta lasciarsi trasportare dalle centinaia di scheletri colorati del Giorno dei Morti festeggiato in Messico, addentrarsi nei lati nascosti del voodoo di New Orleans o inorridirsi dinanzi al vampiro di Montparnasse, per uscire dalle pagine dell’autrice argentina arricchiti e maggiormente consapevoli della sacralità e del vero valore della morte. “Qualcuno cammina sulla tua tomba” può, perché no, diventare anche una piccola guida di viaggio, in cui è stupendo scoprire itinerari meno battuti e piccole meraviglie che altrimenti andrebbero perdute. Il volume si chiude con una breve ma intensa lista dei cimiteri che la Enriquez vorrebbe ancora vedere prima di morire, per completare così il suo personalissimo ed eccitante itinerario, in cui il rapporto con la morte si rivela vitale come non mai.

Qualcuno cammina sulla tua tomba” è una raccolta incredibile, che pagina dopo pagina risveglia nel lettore il desiderio di esplorare e di cedere al fascino sprigionato da tutto ciò che nel profondo rappresenta la caducità della vita. E quale migliore simulacro della morte se non proprio i cimiteri e i maestosi e allo stesso tempo incantevoli monumenti funerari? Un inno funebre che, racconto dopo racconto, si trasforma in un eccezionale e stupefacente inno alla vita.

Mr. P.

Voto: 5/5