Alter Ego Edizioni: classico e contemporaneo

Conoscevo la Alter Ego Edizioni principalmente come ottima casa editrice di autori emergenti ma ero all’oscuro della loro bellissima collana di classici tascabili “Gli Eletti”, di cui mi è stato proposto di leggere le ultime due uscite, consistenti nella riscoperta di racconti ingiustamente dimenticati di Luigi Capuana (“Il drago e Il tesoro nascosto” con prefazione di Cristina Ubaldini) e Jack London (“Finis e La fine della storia” con prefazione di Donato Di Stasi). Curatore della collana è Dario Pountale, uno che di classici se ne intende e che ho avuto modo di apprezzare nei mesi scorsi come autore con l’appassionante lettura dei suoi tre romanzi e che è uscito da poco, sempre per Alter Ego, con il gustoso racconto “I dannati della Saint George”, un piccolo tributo ai grandi classici d’avventura. Una triplice esperienza di lettura che mi ha accompagnato durante gli ultimi giorni di questa torrida estate.

Luigi Capuana – Il drago e Il tesoro nascosto
Dello scrittore siciliano, tra i fondatori insieme a Verga del Verismo, ci vengono proposti il racconto “Il drago”, che ricalca fortemente tale corrente letteraria e la fiaba “Il tesoro nascosto“, che invece potremmo annoverare nel filone della letteratura fantastica.
Protagonista de “Il drago” è Don Paolo Drago, anziano agricoltore ormai disilluso dopo la perdita prematura della moglie e delle due figlie, sua unica ragione di vita. Drago però si interessa alle sorti di due sventurate orfanelle, costrette a mendicare da una zia senza cuore, a cui il vecchio ha appioppato l’appellativo di “strega”, giocando così per tutto il racconto sulla conflittualità ironica tra due esseri fantastici come un drago e una strega. Impietosito dalle continue richieste di elemosina delle due bambine, Don Paolo decide di prenderle con sé, in un disperato tentativo di far rivivere le sue povere figliole, tanto da ribattezzare le fanciulle con il loro nome. Con il protagonista combattuto tra la tormentata consapevolezza di vivere un inganno e il bisogno sempre più forte di colmare il proprio vuoto interiore con il lucido delirio in cui si è gettato, la novella ci insegna che mentire a sé stessi nel tentativo vano di cambiare la propria vita, possa portare una serenità illusoria, ma che il rimorso e la spietata coscienza della realtà siano sempre in agguato dietro l’angolo.
Il tesoro nascosto” ha invece il sapore della favola, in cui il tesoro sepolto in una caverna può essere disseppellito, a detta del vecchio agricoltore che lo custodisce, soltanto da un uomo senza braccia. Così, tra uno stolto furfante che si fa amputare le braccia per arraffare l’oro e un malinconico ragazzo privo degli arti fin dalla nascita, la fiaba arriva al classico e confortante lieto fine. Una storia che fa delle braccia l’immagine simbolica di ciò che diamo per scontato e che in realtà vale infinite volte di più di qualsiasi ricchezza materiale.
Voto: 3,5/5

Jack London – Finis: una tragedia nel lontano nord-ovest e La fine della storia
Cambiamo completamente registro con i due racconti di Jack London, ambientati entrambi nell’artico canadese, riconducibili a quel filone avventuroso di cui lo stesso London è stato maestro indiscusso.
Finis” narra le peripezie e l’estenuante attesa di Morganson, cercatore d’oro caduto in disgrazia, divorato dalla fame e dal desiderio bruciante di raggiungere il sud. Un racconto crudele e spietato sull’istinto di sopravvivenza più bieco, in cui ogni parvenza di umanità e moralità viene spazzata via dalla necessità di agguantare la vita che sta lentamente sfuggendo di mano, tra infruttuosi appostamenti in attesa del passaggio di un qualsiasi essere umano e il freddo glaciale dell’inverno canadese. Costretto a razionare il cibo e le energie, Morganson sprofonderà sempre più in vortice di negatività e ombra.
La fine della storia” è invece un racconto di redenzione, quasi di catarsi spirituale. Protagonista è Linday, medico che non esercita più la professione ma che viene chiamato per curare le violente ferite subite da un cercatore d’oro dall’attacco di una pantera. Dopo un viaggio disseminato di ostacoli, Linday si troverà di fronte a una dolorosa sorpresa, riguardante l’identità del misterioso malato. Il medico dovrà mettere da parte ogni risentimento, in un percorso di cura del corpo devastato del povero paziente che si tramuta in guarigione dell’anima, cicatrizzando vecchie ferite e dando nuova linfa al suo spirito martoriato.
Due racconti che sanno trasportare il lettore nella solitudine di lande desolate, in una truce, ma nello stesso tempo appassionante, ricerca di sé stessi.
Voto: 4,5/5

Dario Pontuale – I dannati della Saint George
Dopo due classici riscoperti, per terminare in bellezza è la volta di un autore contemporaneo che ha scritto un racconto dal retrogusto classico. Questo però non implica assolutamente scopiazzature ma una giusta dose di ispirazione, che ha permesso a Dario Pontuale di fare propria la lezione di maestri immortali del racconto d’avventura come Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad, rielaborandola nel suo personalissimo e riconoscibile stile. Narratore e protagonista della storia è il custode portuale Libero Gori, che ci racconta del suo formidabile incontro con il corsaro Black Sam e con i dannati della Saint George, veliero affondato con l’intero equipaggio nel 1761. A metà strada tra racconto di mare e storia di fantasmi (di cui lo stesso Stevenson è stato egregio autore), lo scritto di Pontuale sa rapire il lettore, catapultandolo in una Livorno di inizio Novecento, oscura e inquietante, in cui il tema del viaggio, tanto caro allo scrittore, viene contaminato dal fantastico e dal perturbante. Impreziosiscono il tutto le belle illustrazioni interne di Doriano Strologo. Una lettura agile ed entusiasmante, che ci narra un’avventura dal gusto esotico e senza tempo, che sa regalare al lettore un piacevolissimo momento d’evasione.
Voto: 4/5

Mr. P.

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Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

Mario Soldati – Storie di spettri

Titolo: Storie di spettri

Autore: Mario Soldati

Editore: Mondadori

Anno: 2010

Pagine: 208

Prezzo: € 9,50

“Perché non aveva il coraggio di seguire le impronte dei piccoli passi fino alla magnolia? Fra pochi minuti la neve le avrebbe cancellate, e lui non avrebbe mai più saputo: avrebbe perso, con la prova che non era un’allucinazione e che quelle impronte erano vere, l’ultima occasione di sapere. Ma forse era proprio questo il suo scopo. Non voleva sapere. Aveva paura di sapere.”

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Autore particolarmente prolifico, il torinese Mario Soldati è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. All’interno della sua vasta produzione, la forma breve è stata sicuramente fondamentale nella costruzione della sua poetica. Tra la miriade di racconti scritti dall’autore piemontese, negli anni ’60 la Mondadori pensò bene di raccogliere in un unico volume 20 storie che avessero come filo conduttore gli spettri. Ma non dobbiamo lasciarci fuorviare dall’ingannevole titolo: chi si aspetta infatti di trovare le classiche ghost stories che ricalcano i maestri del genere come M.R. James, Le Fanu o Conan Doyle, rimarrà deluso. Gli spettri che evocano i racconti di Soldati sono i fantasmi dell’anima, gli spiriti dell’inconscio, che scaturiscono dalle zone più buie della nostra psiche, le ombre di un passato che ritorna. Il soprannaturale viene soltanto sfiorato, lasciando disorientato più di una volta il lettore, in bilico sul sottilissimo filo che separa il reale dall’irreale.

Elemento che accomuna queste venti istantanee intrise di malinconia e mistero, è l’ambientazione tutta italiana: ovviamente Torino, città natale di Soldati, che ben si presta con la sua aura arcana, ma anche Roma e Genova. Ritroviamo in questo modo la media borghesia italiana, costituita da impiegati e professionisti, alle prese con fatti inspiegabili e conturbanti o semplicemente con struggenti ricordi della propria gioventù e di amori ormai perduti. Così un banale scambio di persona porta a congetture e riflessioni dai toni soprannaturali (“Il tarocco numero 13”) o un amore platonico viene bruscamente spezzato dall’angoscia sprigionata da strane figure appostate a guardia della casa di lei (“L’alloggetto del seminterrato”). E ancora antichi alberghi di provincia che si dissolvono (“L’albergo di Ghemme”), borse che vengono ritrovate, turbando con il loro contenuto l’ignaro protagonista (“La borsa di coccodrillo”) o oniriche partite di tennis giocate al crepuscolo (“La pallina da tennis”). Ma Soldati ci narra con innata maestria anche di uomini che ricercano disperati anni dopo l’unica donna che abbiano mai amato in vita loro (“Un paese in O”), anziani che sperano di essere aggrediti per certificare la malvagità del mondo (“L’aggressione”) o l’utilizzo di strani metodi per scegliere la propria moglie (“San Mamete”). Un racconto in particolare, a mio avviso, riassume perfettamente il connubio di inquietudine e di tenero struggimento che pervade l’intera raccolta, miscelando sapientemente pennellate di mistero con le reminiscenze di una passione giovanile ormai perduta per sempre. “I passi nella neve”, il cui sfondo è una Torino assolutamente perfetta per rappresentare quanto Soldati intende evocare con la sua penna, è la narrazione  di una fuga notturna alla ricerca delle tracce di un amore tanto antico quanto ancora potente. Un piccolo capolavoro, che condensa in poche pagine tormentate l’imperscrutabile e la nostalgia insista nell’animo umano.

Storie di spettri” è una raccolta preziosa e dai toni raffinati, capace di cullarci con le sue atmosfere agrodolci e nello stesso tempo di turbare e far sussultare il nostro animo. Distillati delle più pure emozioni umane, quali la paura e il rimpianto, da bere a piccoli sorsi, cercando di gustarli il più possibile. Piccoli affreschi carichi di sentimento da conservare gelosamente e leggere e rileggere, magari in una notte estiva con la finestra spalancata e il vento che trasporta echi e strani rumori o in una gelida serata invernale, con un camino scoppiettante e una tazza di the a tenerci compagnia.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Mark Twain – I diari di Adamo e di Eva

Titolo: I diari di Adamo e di Eva

Autore: Mark Twain

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2014

Pagine: 192

Prezzo: € 14,00

“Dopo tutti questi anni, capisco che all’inizio mi ero sbagliato sul conto di Eva: è meglio vivere fuori dal Giardino con lei, che lì dentro senza di lei. Da principio pensavo che parlasse troppo, ma ora mi dispiacerebbe se la sua voce tacesse e scomparisse dalla mia vita”.

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Tutti conoscono Mark Twain. Forse non tutti sanno che il suo era soltanto uno pseudonimo, chiamandosi in realtà Samuel Langhorne Clemens, ma senz’altro hanno ben presente in mente due dei capolavori dello scrittore americano: “Le avventure di Tom Sawyer” e “Le avventure di Huckleberry Finn“. La produzione di Twain è però vastissima: articoli, racconti e romanzi l’hanno accompagnato per la maggior parte della sua vita. Nel 1893 esce invece un’opera particolare, differente dalle altre e dalla nascita piuttosto travagliata: “I diari di Adamo e di Eva”. Inizialmente infatti l’autore aveva scritto un racconto divertente ed ironico che narrava le vicende del primo uomo sulla Terra; l’opera era però stata rifiutata dalla rivista per cui scriveva, ‘Cosmopolitan’. Nonostante questo, Twain ebbe l’occasione per riscattarsi: gli fu chiesto di prendere parte ad un volume promozionale per il turismo delle Cascate del Niagara e, malgrado qualche timore iniziale, accettò, riciclando il suo racconto su Adamo e riadattandolo: il magico ed etereo Giardino dell’Eden era diventato così una tenuta situata nei pressi delle cascate americane. Il successo non fu quello sperato, ma giunse inaspettato qualche anno dopo, prova che nella vita bisogna sempre saper attendere: le edizioni Harper & Brothers decisero di pubblicare il suo racconto in un volume autonomo illustrato e, successivamente, gli fu richiesto un corrispettivo femminile: così nacque non soltanto il diario di Adamo, ma anche quello della sua compagna, Eva. I due scritti vennero pubblicati insieme in America soltanto nel 1995; da un paio di anni, in Italia, grazie a Bordeaux Edizioni è possibile leggere un Twain insolito, spiritoso e dolce allo stesso tempo, accompagnato da una serie di illustrazioni nuove che non potranno non strapparci un sorriso o una lacrimuccia.

La prima raccolta che troviamo è quella di Adamo: inutile dire, però, che fin dall’inizio i suoi pensieri sono rivolti verso Eva. Chi è quell’essere così simile a lui e così tanto diverso allo stesso tempo? Perchè continua a seguirlo, perchè non la smette di parlare con lui, perchè da un nome a tutto quello che incontrano? E, soprattutto, perchè egli stesso sta cominciando a parlare al plurale, a pensare ad un ‘noi’? Adamo vorrebbe esplorare tranquillamente i dintorni, tuffarsi incoscientemente dalle Cascate, fuggire da lei e da quell’altro strano esserino che hanno trovato, quello che piange e chiede cibo senza mai parlare – che sia un serpente? un nuovo tipo di canguro? Eppure, con il passare del tempo, Adamo trasformerà la sua visione ingenua e divertente del mondo in una più matura e adulta, soprattutto quando il danno verrà compiuto e la mela farà sì che i due vengano mandati via dal Giardino: l’amore, quell’amore che ha sempre rifiutato, farà il suo ingresso nel cuore dell’uomo, fino alla fine dei suoi giorni. Il diario di Eva è, invece, senz’altro più profondo: la donna viene rappresentata come un’essere riflessivo, curioso, intrigata così com’è dalla bellezza della luna e dallo splendore delle stelle, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo. E’ affascinata e affascinante, sensibile a tutto quello che la circonda, ma si sente un esperimento e niente più. Per fortuna, non è sola: un altro Esperimento si muove nelle vicinanze, e lei lo segue, cerca di capire chi sia e, nonostante i suoi gusti volgari ed i suoi modi ben poco gentili, comincia ad affezionarsi a lui. Così tanto che non solo desidera tenerlo lontano dai pericoli delle Cascate, ma vuole anche cercare di prendere una di quelle mele proibite per lui, perchè sa che, in fondo, la vuole ardentemente. Eva ha buone intenzioni ed ama la compagnia, che sia quella del suo Adamo o quella degli animali del Giardino. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, il sentimento s’intensifica sempre di più, e la commozione che il lettore proverà al termine del libro è un’emozione vera, pura.

Adamo ed Eva sono da sempre due figure mitiche su cui molto si è detto: virile e potente il primo, fragile e peccatrice la seconda. Mark Twain, però, grazie ai suoi ‘Diari’, è riuscito a darci un’immagine diversa dei due: la velata ottusità dell’uomo e l’intraprendenza delicata della donna sono in grado di far sorridere la persona che si ritroverà immersa tra le pagine del libro – grazie anche alle spassose illustrazioni di Edoardo Palmigiani – ma altresì di farla riflettere. Tutti noi ci siamo chiesti quali devono essere stati gli iniziali pensieri dei primi ominidi, le loro sensazioni: grazie all’opera dello scrittore americano, a metà tra il sacro ed il profano, oggi possiamo farcene un’idea.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Robert Louis Stevenson – Le notti sull’isola

Titolo: Le notti sull’isola

Autore: Robert Louis Stevenson

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 151

Prezzo: € 16,00

“Vidi quell’isola per la prima volta quando non era né notte né mattino. La luna calava a ovest, ma era ancora grande e luminosa. A oriente, nella luce rosea dell’alba, la stella del mattino brillava come un diamante. La brezza di terra soffiava sui nostri volti e aveva un forte odore di limone selvatico e vaniglia, anche d’altri profumi, ma quelli erano i più intensi; la frescura mi fece starnutire. Debbo dire che ero stato per anni in un’isola bassa vicino l’equatore, vivendo gran parte del tempo in solitudine, fra gli indigeni. Questa era una nuova esperienza: perfino la lingua mi risultava nuova. La vista di quei boschi e di quelle montagne, il loro insolito odore, mi rigeneravano il sangue.”

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Quando parliamo di Robert Louis Stevenson, il primo pensiero che ci balena in testa va sicuramente ai grandi romanzi d’avventura “L’isola del tesoro” o “La freccia nera”, oppure al capolavoro della letteratura fantastica “Lo strano caso del Dr. Jekill e di Mr. Hyde”. Pochi di noi però sanno che lo scrittore scozzese ha al suo attivo anche una nutrita produzione di racconti, che spaziano dal gotico all’avventuroso, passando per il fantastico. La Bordeaux Edizioni ha pensato bene di farci riscoprire proprio una fetta delle opere brevi di Stevenson, purtroppo ingiustamente dimenticate, proponendo in una nuova traduzione la raccolta “Le notti sull’isola”. Il volume comprende tre racconti, profondamente influenzati dal soggiorno di Stevenson in Polinesia, che si protrarrà fino alla sua morte.

Pubblicate nel 1893 e originariamente non concepite come un’opera unica, le storie che compongono “Le notti sull’isola” si possono suddividere in due filoni principali, quello improntato ad un realismo volto alla condanna della presenza dell’uomo occidentale nelle colonie polinesiane, e quello invece impregnato di trovate fantastiche e surreali. “La spiaggia di Falesà”, il lungo racconto che apre il volume, è decisamente rientrante nella prima categoria. La vicenda viene narrata in prima persona dal mercante inglese Wiltshire, sbarcato sull’isola di Falesà con il compito di rilevare e riportare in attività una rivendita commerciale di beni di primo consumo. Già dalle prime pagine e dalla vivida descrizione che il protagonista fa dell’isola, ci sembra di essere catapultati in luogo esotico e fuori dal tempo, dove basta chiudere gli occhi per venire investiti dalla fresca brezza del mattino e sentire il profumo dei limoni selvatici inondarci le narici. La narrazione entra nel vivo quando Wiltshire fa la conoscenza del meschino e senza scrupoli Case, l’unico altro commerciante presente sull’isola. Simulando le migliori intenzioni, Case convince Wiltshire a sposare la bella Uma, indigena oggetto di una superstizione popolare, a causa della quale viene isolata dal resto abitanti. La paura spinge quindi gli isolani a smettere di trattare con Wiltshire, lasciando così a Case il dominio sui traffici commerciali di Falesà. Quando il narratore scopre l’inganno in cui è a caduto ad opera del rivale, giura di vendicarsi, senza però rinnegare il suo amore verso Uma. Iniziano così una serie di strani consulti con un missionario poco ortodosso e uno dei singolari vecchi a capo dell’isola, cercando di smascherare Case e le sue illusioni a danno degli indigeni, perpetrate profanando un luogo sacro mediante una subdola e diabolica messinscena. Il racconto vuole essere una denuncia del colonialismo occidentale a discapito dei popoli che abitano le isole del Pacifico, sfruttati e portati al degrado da chi invece avrebbe dovuti educarli e civilizzarli. La raccolta prosegue cambiando registro narrativo e avvolgendoci con atmosfere surreali e oniriche. “Il diavolo nella bottiglia” vede come protagonista un indigeno di nome Keawe, che entra in possesso – pagandola una miseria – di una misteriosa ed oscura bottiglia abitata da un orribile diavolo. Il mistico oggetto consente a chi lo possiede di realizzare qualsiasi desiderio, condannando però il proprietario alla dannazione eterna. L’unico modo per sfuggire alla sorte maledetta, è quello di venderlo a qualcun’altro ad un prezzo inferiore. La bottiglia condurrà Keawe sull’orlo della disperazione, intrecciando i suoi desideri con la scoperta del vero amore. Il visionario “L’isola delle voci“, ultimo racconto della raccolta, narra le vicende di Keola, genero di uno dei maghi più potenti al mondo. Venuto a conoscenza dello stravagante e pericoloso metodo utilizzato dal suocero per arricchirsi, tenta di sfruttare i suoi poteri a proprio vantaggio. Tutto ciò che però ottiene Keola è di rimanere imprigionato in un’isola dal sinistro appellativo dell’Isola delle voci, a causa dei continui bisbigli e mormorii che si odono sulla spiaggia e che gli abitanti attribuiscono agli spiriti. Keola dovrà fronteggiare una serie di inquietanti eventi, per riuscire a sfuggire al suo orribile destino. Completano il volume una bella prefazione di Ernesto Ferrero sull’importanza di leggere i classici e un’approfondita introduzione all’opera di Stevenson a cura di Dario Pontuale.

I racconti di Stevenson sprigionano un fascino irresistibile, disegnando immagini intense e colorate, in grado di trasportarci in un attimo dall’altra parte del mondo. Piccoli tesori da scoprire lentamente, lasciandosi avvolgere dall’immaginario avventuroso e irreale che sanno dipingere. Una lettura di evasione ma allo stesso tempo pregna di significati ed insegnamenti nascosti, che farà felici sia gli amanti della forma breve, sia chi cerca storie dal sapore esotico e originale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Sherwood Anderson – Riso nero

Titolo: Riso nero

Autore: Sherwood Anderson

Editore: Cliquot

Pagine: 222

Anno: 2016

Prezzo: € 16,00

“Le persone sono come gocce d’acqua in un fiume che scorre. All’improvviso il fiume si altera. Diventa carico di furiosa energia, a va a ricoprire le terre, sradica gli alberi, travolge le case. Si formano piccoli mulinelli. Certe gocce d’acqua vengono trascinate in circoli vorticosi, toccandosi costantemente tra loro, mescolandosi tra loro, assorbendosi l’una nell’altra. Ci sono momenti in cui gli esseri umani smettono di essere isolati. Ciò che sente uno, lo sentono gli altri. Si potrebbe dire che, in certi momenti, uno lascia il proprio corpo ed entra, completamente, nel corpo di un altro. L’amore potrebbe essere qualcosa di simile.”

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Quando si parla di letteratura americana con la “L” maiuscola, i nomi a cui si fa più spesso riferimento sono i soliti noti: Hemingway, Faulkner, Steinbeck, tanto per citarne alcuni. Ma il più delle volte manca all’appello proprio l’autore che con il proprio modo di narrare ha influenzato questi grandi scrittori: Sherwood Anderson. Noto soprattutto per la raccolta di racconti “Winesburg, Ohio”, dalla penna di Anderson sono usciti anche dei grandi romanzi americani, colpevolmente passati in sordina nel nostro Paese. Uno di questi è proprio “Riso nero”, opera scritta nel 1925, che negli anni Trenta Cesare Pavese ha voluto fortemente “esportare” anche in Italia, occupandosi personalmente della traduzione. Nel 2016 ci pensa Edizioni Cliquot a riproporla ai lettori italiani, in una bellissima edizione e con una nuova traduzione.

Riso nero” narra le vicende di John Stockton, giornalista di Chicago, ingabbiato in una professione che da tempo ha smesso di esercitare il suo fascino e legato a Bernice, una donna con pretese letterarie e frequentatrice delle élite culturali della città. Ma le convenzioni e le regole di cui sono intrisi gli ambienti sociali che li circondano, mettono John a disagio, tanto che la sua insoddisfazione raggiunge il culmine, portandolo in una banale serata come tante altre, ad abbandonare la moglie e Chicago. John vuole dare un taglio netto al passato, così inizia la sua peregrinazione navigando lungo il Mississippi e fermandosi qualche tempo a New Orleans, ma il suo viaggio prosegue fino a terminare ad Old Harbor, cittadina in cui è cresciuto. Per evitare di farsi riconoscere, cambia nome in Bruce Dudley, e lì ricomincia la sua nuova vita. Per poter guadagnare qualche soldo trova impiego in una fabbrica di ruote di proprietà di Fred Grey, il cittadino più ricco e importante di Old Harbor. L’inquietudine e il senso di insofferenza che provava costantemente a Chicago sembrano placarsi, immerso in un quotidiano semplice e senza menzogne. Qui fa la conoscenza di uno dei personaggi meglio riusciti del romanzo di Sherwood: il vecchio operaio Sponge Martin, energico ed esuberante nonostante la sua età, che ha l’abitudine di ubriacarsi insieme alla moglie una volta al mese, quando cade il giorno di paga. L’anziano Sponge è un fulgido esempio di americano vecchio stampo, un concentrato di vita e di passione a cui è impossibile resistere. Ma proprio quando l’esistenza di Bruce sembra stabilizzarsi, con il semplice ma onesto lavoro alla fabbrica e le domeniche passate a pranzare a casa di Sponge, un fulmine torna ad incendiare la sua vita. Basta infatti lo scambio di uno sguardo con Aline Aldridge, la bella moglie del suo titolare Fred Grey, per destabilizzarlo nuovamente. Aline è il secondo grande protagonista di “Riso nero”: figlia di un ricco avvocato americano, conosce il suo futuro marito a Parigi, subito dopo la fine della guerra mondiale. Donna passionale e istintiva, si accorge di aver commesso un errore nello sposare Fred Grey: nonostante sia il cittadino più potente ed importante di Old Harbor, e lei la donna più invidiata, questo non le basta. Ogni giorno che passa si rende conto che la sua vita è costruita su un muro di falsità, un muro che lentamente si sta sgretolando. Così, dal primo momento in cui i suoi occhi si posano sul viso di Bruce, capisce di desiderarlo con tutta se stessa, complice anche il fatto che le ricorda un uomo da cui era stata attratta a Parigi, proprio la stessa sera in cui conobbe Fred. Dopo un primo momento in cui Bruce pare indeciso, anche lui comprende che tra loro sta nascendo un’attrazione che non si può ignorare. Decide quindi di licenziarsi dalla fabbrica e si fa assumere come giardiniere alle dipendenze dei Grey, così da poter passare più tempo possibile insieme ad Aline. Il loro comportamento inizia a destare sospetti in Fred, che però, nonostante ami sua moglie, non fa nulla per separarli. Particolarmente significativo è l’episodio in cui Grey risale di sera il sentiero collinoso che lo conduce al cancello della sua abitazione ed è seguito qualche passo indietro da Bruce, che rientra da alcune commissioni in paese. Fred si sente quasi braccato dal giovane manovale, tanto che accelera il passo per poter trovare rifugio in casa. Sembra che i ruoli si invertano e che il padrone, impotente, diventi succube dell’operaio. La narrazione culmina il giorno in cui Fred va ad una parata militare, lasciando Bruce ed Aline soli per tutto il pomeriggio. Situazione che porterà a delle conseguenze definitive. E a fare da sottofondo a tutto il romanzo il riso nero del titolo, ovvero le risate, a volte gioiose, altre volte quasi maledette, dei neri d’America. In particolare le due domestiche di colore dei Grey, che assistono alla relazione tra Bruce e Aline, e le cui risate risuonano per tutta la casa.

La scrittura di Sherwood Anderson ci catapulta direttamente negli Stati Uniti degli anni Venti, seguendo solo a tratti il filo logico della narrazione, intervallandola con frequenti flashback e rincorrendo i sentieri tortuosi dei pensieri dei protagonisti. “Riso nero” è un romanzo che va assaporato lentamente, per potersi perdere nelle vite di Bruce e Aline, esistenze dolorose ma piene di passioni violente e di incredibile voglia di vivere.  Uomini e donne che si spogliano davanti a noi di tutte le loro più intime debolezze, rendendoci spettatori privilegiati delle profondità dell’animo umano. Un romanzo che racchiude dentro di sé tutta l’America.

Mr. P.

Voto: 4/5

Hjalmar Söderberg – Il disegno a inchiostro e altri racconti

Titolo: Il disegno a inchiostro e altri racconti

Autore: Hjalmar Söderberg

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2015

Pagine: 101

Prezzo: € 12,00

“La mia vita è un sogno oscuro e confuso. Un giorno mi sveglierò in un altro sogno più vicino alla realtà e con un senso più profondo dell’attuale. Da quel sogno mi sveglierò in un terzo e poi in un quarto, e ogni nuovo sogno sarà più vicino alla realtà del precedente. In questo avvicinarsi alla verità consiste il senso misterioso e profondo della vita.”

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Venti racconti condensati in un centinaio di pagine: le “Historietter” di Hjalmar Söderberg vengono tradotte e proposte in Italia per la prima volta dalla casa editrice torinese Lindau. Scrittore svedese vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento, Söderberg ha dimostrato durante la sua carriera un intenso amore per la forma breve, tratteggiando nel corso degli anni schizzi e storielle dalle sfumature più variegate. Pubblicate a sprazzi su riviste e quotidiani, le short stories dell’autore scandinavo sono state poi raccolte in volume nel 1898, dando così la possibilità ai lettori di immergersi completamente all’interno dell’universo söderberghiano.

Apre l’antologia il racconto che da il titolo all’opera, diventando chiave di lettura per le novelle che seguono. Protagonista è infatti il semplice disegno di un paesaggio, che il narratore mostra ad una ragazza. Ma anzichè ammirarlo e godere unicamente della sua bellezza artistica, la giovane si interroga insistentemente sul significato nascosto nel quadretto. Nonostante il suo struggimento, non le è però possibile risalire a cosa realmente riveli quel disegno. Semplicemente perchè un vero significato non c’è: si tratta solo di un paesaggio, nè più nè meno. Söderberg con questo breve schizzo vuole renderci partecipi dell’impossibilità dell’uomo di comprendere la propria ragione di vita, trasformando così l’esistenza in un guscio vuoto, in cui il destino dell’essere umano diventa assurdo ed inesplicabile. Proprio l’angoscia esistenziale che ne deriva è l’elemento pregnante dei racconti di Söderberg, che la analizzano in tutte le sue tonalità. Troviamo così storie dai risvolti onirici e visionari, come “Il sogno dell’eternità”, in cui il protagonista continua a salire ininterrottamente le scale del palazzo in cui abita, senza mai riuscire a raggiungere la porta della propria abitazione, come se volesse sfuggire ad una realtà carica di angoscia rifugiandosi nel sogno che si trasforma in incubo, quasi a significare che non c’è pace nemmeno estraniandosi da una vita priva di senso. Oppure “L’ombra”, che narra di un amore perduto a causa di un’ombra, o ancora “Incubo”, allucinato resoconto di un sogno che mostra al protagonista lo squallore e l’orrore della propria morte. Ma nelle storie di Söderberg trova spazio anche l’ironia, ben rappresentata in “Spleen”, dove un uomo trova la sua ragione d’essere nel gioco della lotteria, oppure ne “Il carciofo”, in cui due amici discorrono sul sapore di un carciofo, fino a quando uno dei due avrà la meglio. Molti sono i personaggi tratteggiati dalla penna dello scrittore svedese, come il maestro sbeffeggiato dai propri scolari che può solo rifugiarsi nel dolore di una vita spezzata (“Il professore di storia”), il ragazzino preso di mira dai compagni più forti che troverà la propria vocazione nel teatro (“Il buffone”), o ancora il cane che trascorre l’intera esistenza nella speranza di un fischio del suo padrone, ormai morto da anni (“Il cane senza padrone”). Ma il vero capolavoro dell’intera raccolta a mio avviso lo possiamo trovare ne “La pelliccia”, intenso racconti dagli echi gogoliani. Protagonista è un anziano dottore in procinto di morire, che crede di trovare un momentaneo conforto indossando la pelliccia del proprio migliore amico. Avere addosso quella pelliccia lo fa sentire quasi un uomo nuovo con rinnovate speranze, dapprima flebili per poi diventare sempre più consistenti, che si affacciano nei suoi pensieri. Ma anche la pelliccia nasconde un inganno, che gli rivelerà quanto amara e disperata possa essere la vita. Unico difetto è forse l’eccessiva brevità di alcuni scritti, che a mio avviso avrebbero potuto essere meglio sviluppati, lasciando invece un po’ di perplessità nel lettore.

E’ una schiera di uomini disillusi e scoraggiati quella che popola i racconti di “Il disegno a inchiostro”. Alcuni tentanto ancora di aggrapparsi alla vana speranza che il destino dell’uomo possa condurre a più alti scopi, altri invece vivono la propria esistenza con l’angosciosa tristezza della verità, ossia l’assurdità del vuoto che avvolge come un cappio l’esistenza umana, privandola di ogni senso. Söderberg sa scandagliare perfettamente l’animo umano, donandoci una serie di piccoli e feroci ritratti dell’inquietudine che alberga nel cuore di ogni uomo. Una tavolozza di colori a cui attingere per poter godere, con sguardo disincantato, di tutte le sfumature della nostra esistenza.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Oscar Wilde – Racconti

Titolo: Racconti

Autore: Oscar Wilde

Editore: Rizzoli

Anno: 2011

Pagine: 293

Prezzo: € 8,90

“E’ sempre una cosa molto pericolosa, raccontare una storia con la morale!”

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Non è mai facile discorrere di un classico della letteratura senza sembrare presuntosi o boriosi. Anche perchè quando si analizzano le opere di mostri sacri, più che di una recensione si può parlare di una chiacchierata. E così mi accingo a fare con Oscar Wilde e la produzione completa dei suoi racconti. Negli anni passati mi era sempre capitato di leggere alcune sue storie sparse in raccolte e antologie, sempre con crescente curiosità, così quando ho trovato questo volume comprendente tutte le sue short stories, non me lo sono lasciato scappare.

Il libro si divide in tre parti, costituite dalle tre raccolte pubblicate da Wilde: “Il principe felice e altri racconti“, “La casa dei melograni” e “Il delitto di lord Arthur Savile e altri racconti“. Nelle prime due si respira l’aria dolce e leggera delle fiabe, mentre l’ultima parte presenta ai lettori i racconti più maturi e sarcastici di Wilde. “Il principe felice e altri racconti” raccoglie due delle favole più conosciute e più amate della produzione wildiana: “Il principe felice” e “Il gigante egoista“. Nella prima, la statua interamente d’oro raffigurante un principe, sacrifica, complice un amico passerotto, i gioielli e il metallo prezioso di cui è composta, per aiutare i poveri ed i bisognosi. Nella seconda, un gigante proprietario di un giardino stupendo, capisce il valore dell’amore solo dopo aver cacciato i bambini che giocavano spensierati nel suo parco. Completano la prima parte “L’usignolo e la rosa“, breve racconto sui capricci dell’amore e sugli inutili sacrifici che a volte comporta, “L’amico devoto“, triste parabola sui rischi di un’amicizia trasformatasi in devozione e “Il razzo“, storia incentrata sulla vanità e la comica superiorità di un razzo. Cinque narrazioni intrise di morale e perfette da leggere la sera ai più piccoli, ma dove si intravede già qualche tocco del sarcasmo che ha reso celebre lo scrittore irlandese. “La casa dei melograni” si apre con “Il giovane re“, fiaba dal sapore religioso, in cui un ragazzo destinato al trono capisce che per regnare in modo giusto non occorre alcuna ricchezza, ma pietà e comprensione. “Il compleanno dell’infanta” accantona il lieto fine tipico delle favole, per dipingere l’amore grottesco e straziante di un nano verso una principessa. “Il pescatore e la sua anima” ci affascina narrandoci le vicende di un pescatore che si innamora follemente di un’ondina, delicata creatura marina, al punto di rinnegare la propria anima, costretta a vagare senza pace per il mondo intero. Chiude “Il figlio delle stelle“, altra storia in cui la morale la fa da padrona, in cui un giovane venuto dal cielo dovrà imparare a proprie spese il valore autentico dell’affetto verso la propria madre. La terza ed ultima parte del volume inizia con “Il delitto di lord Athur Savile“, parodia della chiaroveggenza e della chiromanzia e, contemporaneamente, sprezzante presa in giro dell’aristocrazia inglese. Il giovane lord Arthur, in procinto di sposarsi, scopre tramite un sedicente chiromante di essere condannato a compiere un delitto. Per evitare che ciò si compia dopo le nozze, con il rischio di venire ripudiato dalla moglie, lord Arthur cercherà di uccidere un anziano parente dopo l’altro, con risultati tanto disastrosi quanto spassosi. “La sfinge senza segreti” è un breve excursus nel giallo, in cui il protagonista cerca in tutti i modi di carpire il segreto della donna di cui è innamorato, finendo poi per rimanerne profondamente deluso. Si prosegue poi con il vero capolavoro del Wilde scrittore di storie brevi, ovvero la stupenda “Il fantasma di Canterville“. Divertentissima storia di fantasmi, in cui per una volta la vittima è lo spirito ed i persecutori sono gli uomini. Infatti lo spettro di lord Canterville infesta da secoli la magione di famiglia, fino a quando arriveranno degli americani a stravolgere la sua esistenza, con scherzi e sberleffi. Nel finale la piccola Virginia proverà pietà di lui, aiutandolo a liberarsi dalla maledizione che lo affligge. Chiude il volume “Il milionario modello“, storiella che miscela ironia ed eticità.

I racconti di Oscar Wilde sanno donarci qualche ora di piacevolissima lettura, facendoci immergere prima in un’atmosfera tenue e fiabesca, per poi catapultarci nella Londra aristocratica con la giusta dose di sarcasmo. Vale sicuramente la pena recuperarli, per scoprire il lato più fanciullesco e delicato dell’autore ricordato in particolare per il capolavoro “Il ritratto di Dorian Gray” e per i suoi aforismi immortali.

Voto: 4/5

Mr. P.