Stephen Graham Jones – Albero di carne

Titolo: Albero di carne

Autore: Stephen Graham Jones

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 360

Prezzo: € 16,00

“Più di qualsiasi altra cosa, suppongo, volevamo essere visti, che ci fosse data un’opportunità. Non stare più all’esterno. Probabilmente, alla fin fine tutto si riduceva a questo. E il primo passo per riuscire a farsi vedere è naturalmente fare rumore, fare quello che gli altri ragazzi non fanno o hanno troppa paura di fare. I giorni, però, continuavano a scivolare l’uno nell’altro. Nessuno notava noi, né quello che facevamo. Perfino quando parlavamo a voce alta nella caffetteria, in corridoio. E ci sarebbe voluto così poco. Un cenno del mento, un socchiudersi degli occhi. Qualcuno che ci chiedesse dove andavamo dopo la scuola.”

I riferimenti a mostri sacri come Stephen King, Clive Barker e Shirley Jackson, la meritata fiducia che ormai ripongo nelle scelte editoriali di Racconti Edizioni e il fatto che Stephen Graham Jones avesse tentato all’età di dodici di diventare un lupo mannaro, hanno fatto sì che “Albero di carne” dovesse diventare una raccolta di racconti da leggere assolutamente. Dopo un inizio folgorante e squisitamente agghiacciante, man mano che mi inoltravo nel mondo popolato dagli incubi e dalle ossessioni di Jones, ho compreso di essere di fronte ad un grande autore, capace di dare nuova linfa alla narrativa di genere, grazie ad una fantasia sconfinata e ad un metodo di costruzione della suspense praticamente perfetto.

I racconti di Jones si snodano nel cuore della provincia americana, tra cittadine ai margini, lande desolate e boschi inospitali. L’orrore che scaturisce dalla penna inquieta dello scrittore statunitense è un terrore sussurrato, ignoto, con cui il lettore deve fare i conti pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine e angoscia, per poi esplodere in finali spiazzanti e carichi di pathos. Non mancano però anche momenti ascrivibili al thriller in cui la tensione fa da padrona sin dalla prima riga oppure immagini crude e brutali (ma mai fini a se stesse), che stordiscono come un pugno assestato in pieno volto, caratteristiche imprescindibili per la buona riuscita di ogni libro horror che si rispetti. Ed è proprio la grande varietà di temi e di intrecci che rendono la raccolta Jones così godibile e mai banale: non troverete mai un racconto simile ad un altro, ma ogni storia brilla di vita propria, scatenando nel lettore emozioni sempre nuove. Sfogliando le pagine di “Albero di carne” vi capiterà di imbattervi in strane pratiche di trasmigrazione delle anime (“I figli di Billy Clay”), bizzarri venditori di unguenti e creme che nascondono atroci segreti (“La fortuna di Lonegan”), lotte per la sopravvivenza tra licantropi e orche assassine (“Wolf Island”) e ancora diaboliche lolite che per apparire più sexy farebbero qualunque cosa (“Perfetta”) e cani poliziotto che fiutano chi non dovrebbero (“Mostri”). Menzione a parte meritano “Nel nome del coniglio”, in cui l’amore assoluto di un padre per il proprio figlio si incrocia con la visione di un misterioso coniglio e “Raphael”, vero e proprio omaggio a “It” di Stephen King, in cui le paure e i traumi dell’infanzia non abbandonano mai veramente chi ne è stato vittima. Due autentici capolavori. Altra caratteristica fondamentale sono spesso i finali nebulosi dei racconti di Jones, nell’accezione migliore del termine. Infatti il lettore a tratti deve sforzarsi di comprendere e andare oltre, scavando a fondo nella trama e nella psiche dei personaggi, per trovare le risposte che l’autore intende farci arrivare. Una particolarità che rende questa antologia un piccolo gioiello: quando si tratta infatti di addentrarsi nell’arcano e nel misterioso, non è molto più stimolante interpretare un racconto, ricercando tra i vari significati, piuttosto che ritrovarsi il finale già confezionato e pronto per essere digerito? In questo Jones è un autentico maestro.

Tredici diamanti oscuri che sapranno tormentare le vostri notti, donandovi attimi di assoluto e piacevole terrore. Le visioni di Jones strisciano irrequiete per colpirvi quando meno ve l’aspettate, disegnando atmosfere conturbanti e minacciose. Lasciatevi prendere per mano e fatevi condurre nelle tenebre magistralmente ricamate dalle parole dall’autore americano: una volta entrati non vorrete più uscirne.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

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Éric Faye – Sono il guardiano del faro

Titolo: Sono il guardiano del faro

Autore: Éric Faye

Editore: Racconti Edizioni

Pagine: 148

Anno: 2016

Prezzo: € 14,00

“L’esistenza è fatta di piccole morti successive, annidate una dentro l’altra. Una telefonata a cui non rispondiamo. Una corrispondenza interrotta; una lapide su cui non portiamo più i fiori.”

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Lo ammetto: non conoscevo Éric Faye, fino a quando la neonata Racconti Edizioni ha pensato bene di portare in Italia le sue storie. Come si evince dal nome, la Racconti Edizioni è una casa editrice specializzata in short stories che, tra le sue prime pubblicazioni, ha dato voce agli scritti di Faye, con la sua raccolta “Sono il guardiano del faro”, uscita in Francia nel 1997 e vincitrice del “Prix des Deux Magots”, importante premio letterario francese. Oniriche e kafkiane, le novelle di Faye mi hanno riportato alla mente un vero e proprio maestro della forma breve, quel Dino Buzzati che non a caso viene citato nel racconto che da il titolo all’antologia, creando un parallelismo tra il guardiano del faro di Faye e il tenente Drogo, protagonista de “Il deserto dei tartari”. Ma procediamo con ordine.

La raccolta si apre con “Mentre viaggia il treno”, un piccolo capolavoro narrativo. Faye immagina una popolazione perennemente in viaggio su di un convoglio ferroviario, in attesa da generazioni di giungere alla tanto agognata stazione di arrivo, “ai confini dello spirito”, come ama definirla uno dei viaggiatori. Per il protagonista, però, la vera ragione di vita non è la speranza di giungere a destinazione ma una donna, Antonia, che vive nel treno che corre parallelo al suo. Proprio il fatto che Antonia sia irraggiungibile perchè sull’altro treno, la rende oggetto del desiderio. Viene qui esplorato il tema dell’attesa, tanto caro a Faye e che verrà affrontato anche nei racconti successivi, dell’illusione che ci sia qualcosa ad attenderci al termine del nostro viaggio (illusione che ci permette di vivere) e della donna come sogno inaccessibile, che provoca nello stesso tempo dolore e conforto. Si prosegue poi con “Il vento delle 6.18”, dove ritroviamo l’ambientazione ferroviaria. Protagonista è la cittadina di Taka-Maklan, paese dimenticato dal resto del mondo a causa di un errore di stampa nella nuova versione degli orari dei treni. Essendo stata eliminata come stazione ferroviaria, Taka-Maklan cessa di esistere anche come città: nessuno da anni ci si reca più e la popolazione vive ormai in totale autarchia. Il narratore, spinto dalla curiosità, decide però di saltare dal treno in corsa per poter verificare con i propri occhi, scoprendo con sgomento che i cittadini sono diventati una sorta di abitanti del limbo. Per restare insieme a loro gli viene addirittura consigliato di dimenticare il suo nome. Faye introduce qui il tema della solitudine dell’uomo, perso in una sorta di oblio esistenziale, paragonandolo alla dimenticata cittadina di Taka-Maklan. “Frontiere” è un’intensa allegoria del viaggio dell’essere umano verso qualcosa di più elevato e di inaccessibile, cercando appunto di superare quella frontiera che ci impedisce di vedere cosa c’è al di là. L’intuizione di Faye è geniale: lo scrittore immagina infatti un’enorme muraglia divisa su più livelli, dove al termine dovrebbe esserci la fantomatica frontiera. Ogni viaggiatore viene ammesso al livello successivo solo dopo lunga attesa, tanto che spesso si trascorre la vita ad attendere qualcosa che non arriverà mai. “Notizie dalle porte dell’inferno” è di gran lunga il racconto più inquietante dell’intera raccolta. Il protagonista trova per caso un’agendina abbandonata, decidendo così di raccoglierla e tenerla con sè. Il misterioso oggetto, pieno zeppo di nomi e numeri di telefono di persone sconosciute, lo accompagnerà lungo tutto il corso della sua vita, fino a quando il narratore scoprirà che uno dei numeri nasconde un agghiacciante segreto. E’ poi la volta di “La spiaggia dove dorme una sirena”, riflessione sui rimpianti di una vita,  che si materializzano nel corpo di una donna  in coma naufragato sulle rive di un monastero. Un evento che provoca una tempesta emotiva nel cuore dell’austero abate: se solo si fosse avvicinato sarebbe potuta essere l’ultima donna della sua vita? Il tema della perdita e del rimpianto prosegue ne “I mercanti di nostalgia”, dove un intenso ricordo del passato schiude al narratore la percezione di quello che sarebbe potuto essere ma non è stato. “L’ultimo” è un brevissimo spaccato di vita narrato da un punto di vista molto particolare mentre “Ibernazione” è l’acuto flusso di coscienza di un uomo in attesa della propria amante. Di nuovo viene a galla la figura della donna come approdo sicuro di una vita alla deriva, approdo che però si fa sempre più lontano e indefinito. Non resta allora che estraniarsi dal mondo e rifugiarsi nel proprio io, lasciandosi solamente sfiorare dal resto dell’umanità. Chiude il volume l’incantevole racconto che da il titolo all’opera. Protagonista è appunto il guardiano di un faro, ma non un faro come tutti gli altri. La torre sorge infatti in alto mare, lontana dalle coste, dove non c’è alcun pericolo per le navi. L’unica sua funzionalità è quella di segnalare la propria presenza. Un compito assurdo ma che ben rappresenta l’assurdità della vita e l’attesa verso qualcosa che forse non arriverà mai. Da anni il guardiano svolge diligentemente la sua improbabile mansione, nella vana speranza di una visita dell’ispettore del Ministero, così da potergli mostrare il perfetto funzionamento del faro e aspirare pertanto ad una promozione. Ma intanto i suoi giorni si trascinano nella monotonia e nella solitudine, stilando rapporti che nessuno leggerà mai. Ed il bisogno di contatto umano e di conforto è così incalzante che il guardiano, vedendo una luce all’orizzonte, immagina sia prodotta da un altro faro con un guardiano donna, che lo fissa costantemente con curiosità. Oppure, quando gli viene installato il telefono, compone di proposito numeri errati soltanto per poter parlare con qualcuno e spezzare così la solitudine che lo schiaccia come un macigno. “Sono il guardino del faro” è una malinconica e delicata metafora della vita dell’uomo, che si consuma nell’attesa di qualcosa che non verrà, nella speranza di poter cancellare la propria solitudine; ed ecco che il parallelismo del guardiano con il tenete Drogo e del faro con la fortezza de “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati appare più che mai congeniale.

Sono il guardiano del faro” è un’antologia preziosa, da assaporare a piccoli sorsi per godere appieno della magia malinconica che viene sprigionata dalle sue pagine. Racconti che sono come piccoli diamanti dalle mille sfaccettature, in grado di riflettere i sentimenti più profondi dell’animo umano. Storie composte da frammenti onirici e schegge di realtà, in cui perdersi, abbandonando per qualche ora il sentiero battuto della nostra vita.

Mr. P.

Voto: 5/5