Alberto Chimal – Nove

Titolo: Nove

Autore: Alberto Chimal

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2017

Pagine: 182

Prezzo: € 12,00

“Negli anni successivi avevo visto come le storie del periodo del terremoto si aggiungevano alle altre: alle antiche leggende della città, piene di diavoli e fantasmi, che avevo fatto in tempo a sentire da molti anziani. Si cominciò a parlare di più, in effetti, di chi era morto sul colpo o era rimasto disperso nel caos, delle vittime di amnesia o delle persone diventate matte; i suoni emessi da chi era rimasto sepolto sotto le macerie, vivo ma irraggiungibile; l’odore dei cadaveri mai recuperati sotto i calcinacci in una scuola per infermieri, la parete che  aveva schiacciato due compagne di Celia nel Colegio de las Vizcaínas. Nulla di così distante dal fascino dei morti di oggi, dalle sparatorie, dalle notizie dei luoghi in cui il governo ormai non arriva più. Da allora abbiamo imparato a non credere ai fantasmi, o forse ad avere ancora più paura della vita reale.”

Il  messicano Alberto Chimal, con i suoi racconti visionari e allucinati, è stato il secondo autore scelto da Edizioni Arcoiris per il loro progetto di crowdfunding, volto a coinvolgere noi lettori nella traduzione e pubblicazione di scrittori sudamericani ancora inediti nel nostro Paese. Quando lo scorso anno lessi della “letteratura dell’immaginazione” creata da Chimal, in cui convivono echi di mostri sacri del calibro di Poe, Calvino, Vonnegut, Borges e Dick, non ho esitato un attimo a contribuire alla raccolta fondi, certo di aver finanziato anche questa volta delle pagine di letteratura con la “L” maiuscola.
Ciò che maggiormente stupisce delle storie di Chimal è l’intensa e variegata commistione di generi. Sfogliando infatti le pagine di questa raccolta un alone surreale e quasi stregato sembra avvolgerci, turbandoci con le trame nervose del racconto psicologico, assediandoci con le inquietudini del racconto del terrore, stupendoci con il grottesco e il weird e catapultandoci negli strani mondi dipinti dalla letteratura fantascientifica.

A conferma di ciò, aprendo il volume ci imbattiamo subito in un racconto estremamente affascinante quanto difficile da catalogare. “È stata smarrita una bambina” è quasi un canto liberatorio inneggiante all’innocenza dell’infanzia e all’incredibile potere della fantasia e della letteratura. Come può infatti una bambina messicana intrattenere una fitta e strabiliante corrispondenza con una casa editrice che risiede in Urss, molti anni dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica? Un quesito che accompagnerà il lettore durante la scoperta di questa stravagante e irresistibile storia. Si cambia completamente registro con “Album”, che ci narra, attraverso una serie di sinistre fotografie, lo svolgersi inevitabile di una tragedia. “Manuel e Lorenzo” è invece uno sguardo sadico e impietoso sul terribile gioco che accomuna due amici. Con “Corridoi” ci inoltriamo in un nonsense squisito e intrigante. Protagonista è Leonardo Di Caprio che, sfuggito all’affondamento del Titanic, si ritrova in un labirinto che sembra uscito direttamente da “Inception”. E se ciò non bastasse a stimolare la vostra immaginazione, Chimal ha pensato bene di inserire anche Batman e Danny Torrance di Shining. Un racconto che definire bizzarro e geniale è riduttivo. “La donna che cammina all’indietro” si avvicina alle atmosfere delle classiche ghost stories, con un’apparizione che cambierà per sempre le vite dei protagonisti. Veniamo poi scaraventati, senza cintura di sicurezza, negli affreschi futuristici di “Venti robot”, venti racconti all’interno del racconto, che hanno come unico comune denominatore gli esseri composti da microchip e bulloni che da sempre hanno attratto la mente umana. “La vita eterna” parte in sordina come un racconto dai toni fiabeschi, per poi sfociare nel satirico e nel tragicomico. Basti accennare che il vero protagonista è un mostro marino che inghiotte esseri umani per collezionarli all’interno del proprio ventre. Il penultimo racconto, “Mogo”, è un agghiacciante incubo che infesterà la placida esistenza di un bambino. Beto scopre infatti con entusiasmo e un pizzico di turbamento di essere in grado di scomparire ogni volta che chiude gli occhi. Questo sorprendente potere lo metterà però di fronte ad un temibile orrore senza volto. La raccolta si conclude con “Shanté”, una storia che non avrebbe sfigurato come sceneggiatura di un episodio della serie tv cult “Black Mirror”. Una terribile visione distopica del mondo che mi ha trasmesso, durante la lettura, un’angoscia sottile e penetrante. Qual è la vera natura dello strano aggeggio che si è tramutato in dipendenza ed ossessione per una giovane donna di nome di Elena? Chimal ci conduce per mano attraverso questo inquietante racconto, mostrandoci spiragli di una verità che si rivela ben più allarmante di quanto possiamo immaginare.

Una fantasia sconfinata e un gusto raffinato che pesca a piene mani nel meglio della letteratura fantastica del secolo scorso facendola propria, pur mantenendo una personalità originale e distintiva, sono i tratti salienti che caratterizzano la narrativa di Chimal. Nove porte spalancate sull’assurdo e sull’irrazionale, in cui chiudere gli occhi e gettarsi a capofitto in un folle volo pindarico, non sapendo mai cosa ci sia ad attenderci dall’altra parte, ma con la certezza che qualunque cosa sia, saprà stupirci ed emozionarci.

Voto: 4/5

Mr. P.

Bonnie Nadzam – Lions

Titolo: Lions

Autore: Bonnie Nadzam

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 271

Prezzo: € 15,00

“Dunque la vita era dolce da un lato e amara dall’altro. L’avrebbe abbracciata nella sua totalità, senza condizioni né riserve, e senza desiderare che fosse diversa. Non perché fosse un uomo virtuoso o buono, ma perché era stanco, a mani vuote e non aveva la forza di fare altrimenti. Il mondo pulsava intorno a lui e in esso non c’erano poi troppe cose che, a suo parere, valesse la pena di inseguire.”

Lions, cittadina situata sugli altopiani del Colorado, ammantata di mistero e carica di malinconici riverberi, si è guadagnata di diritto un posto d’onore nel novero delle città immaginarie che maggiormente hanno stimolato il mio intelletto di lettore e cinefilo, al pari della Derry di “It”, capolavoro di Stephen King o di Twin Peaks, protagonista dell’omonima serie cult diretta da David Lynch. Perché Lions è un catalizzatore di antiche leggende popolari, che donano brividi sinistri quando vengono bisbigliate la notte davanti ad un camino acceso. È il fascino e nello stesso tempo il tedio della piccola provincia americana, quella sincera e autentica, in cui si è eternamente indecisi tra la fuga verso una vita più piena e degna e l’abbandono definitivo ad un’abitudine ormai consolidata. Ma Lions è anche un luogo della mente, rassicurante e oscuro nello stesso tempo, in cui nulla esteriormente muta, ma se si scava a fondo ci si accorge che tutto  in realtà è cambiato.

Basta un unico, tetro episodio, per sconvolgere Lions e le placide consuetudini che le ruotano attorno. L’inspiegabile visita di un uomo dal fascino arcano e conturbante, scrutato con diffidenza dagli abitanti del paese, quasi fosse un messaggero di cattive notizie. L’unico che lo accoglie all’interno della propria abitazione è il generoso e altruista John Walker, da tutti conosciuto per il suo buon cuore e per la sua eccentricità. Quando però, dopo la scomparsa dello straniero, Walker viene a mancare, la vita dei cittadini di Lions non sarà più la stessa. In particolare per Gordon, il figlio di John, e Leigh, due adolescenti indissolubilmente legati da un vincolo affettivo e spirituale, che verrà scalfito e intaccato dalle violente intemperie emozionali che caratterizzeranno il loro singolare rapporto, riuscendo però a non implodere in migliaia di piccoli pezzi. Gordon dopo la morte improvvisa del padre, si troverà di fronte ad un terribile bivio, in cui ogni scelta sembra essere quella giusta e quella sbagliata insieme. Restare a Lions, al fianco della madre, prendendo in mano le redini dell’officina di famiglia, oppure fuggire via insieme a Leigh verso una nuova vita, spalancando le braccia e il cuore all’amore, alle proprie aspirazioni e ad un’esistenza finalmente meritevole di essere vissuta a pieno? A confondere ulteriormente Gordon, i bizzarri viaggi verso il nord che John Walker intraprendeva periodicamente, il cui insondabile segreto viene tramandato al figlio in punto di morte. Un fardello che pesa sulle spalle del ragazzo come un macigno, che dovrà sollevare unicamente con le proprie forze. Intorno alle vite di Gordon e Leigh, ruotano una miriade di personaggi, esempi cristallini delle mille sfaccettature dell’animo umano. Georgianna, la dolce madre di Gordon, che diventerà quasi estranea a se stessa; May, fiera proprietaria del diner “Lucy Graves” e risoluta madre di Leigh; Boyd, barista sbruffone che sotto sotto però nasconde una grande bontà d’animo; Dock che, insieme al figlio Emery, tenta con volontà e nobiltà di apprendere il mestiere di John Walker. Un ventaglio di personalità autentiche, che sapranno conquistare il lettore, senza più abbandonarlo.

Lions” è un romanzo che racchiude in sé un mondo intero, un universo nostalgico e delicato, che può tramutarsi in inquietante e minaccioso. È un toccante romanzo di formazione, ma anche  un’intensa storia d’amore e un sinistro racconto di fantasmi. Una vigorosa riflessione sul passaggio cruciale dall’adolescenza all’età adulta, sulla morte di una persona amata come momento inevitabile nell’esistenza di ognuno di noi, sulla volontà di stravolgere la propria vita per inseguire i propri sogni, lacerando così gli affetti a cui siamo legati. Una storia che sa toccare le corde più profonde dei nostri cuori, avvolgendoci in una tenera malinconia da cui non vorremmo più risvegliarci.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Orazio Labbate – Stelle ossee

Titolo: Stelle ossee

Autore: Orazio Labbate

Editore: LiberAria Editrice

Anno: 2017

Pagine: 104

Prezzo: € 10,00

“Sto per aprire la porta del bagno e nel frattempo penso: “Chissà cosa ne farebbe di me la malinconia se lei non ci fosse. Se il Diavolo andasse via.” Entro e do un bacio alla mia ragazza e la luce è accesa. “La malinconia mi incatenerebbe per sempre nel  buio della mia camera.””

Entrare nel mondo scaturito dalla fantasia di Orazio Labbate equivale a varcare la soglia che separa la rassicurante realtà del nostro vivere quotidiano da un universo crepuscolare e dal retrogusto gotico, in cui le certezze dell’uomo vengono spazzate via, la lucentezza della vita si incrocia inestricabilmente con l’oscurità della morte e la solitudine e l’inquietudine esistenziale aleggiano nell’aria come predatori famelici. Le 17 novelle nere che compongono “Stelle ossee” rappresentano uno sguardo attento e implacabile che viviseziona la coscienza dell’uomo comune, intrecciando la consuetudine di vite ordinarie con l’arcano e l’imperscrutabile.

I racconti di Labbate trovano il loro compimento tra gli Stati Uniti e l’Italia, in particolare la Sicilia e la sua Butera, dando così un respiro internazionale alle storie narrate, che rimangono però sempre ben ancorate alle tradizioni e alle leggende del Sud Italia. La sua scrittura ricercata e immaginifica sa creare atmosfere suggestive, circondando il lettore in un abbraccio dalle tinte fosche e lasciandolo disorientato. Un’eleganza e un’accuratezza che a tratti mi hanno ricordato un grande maestro del racconto nero americano come Thomas Ligotti. Le tematiche affrontate da Labbate partono dal filo rosso che contraddistingue gran parte della narrativa di genere e non, ossia la morte, non solo per quanto riguarda l’aspetto fisico ma anche in senso simbolico, per poi spaziare a ciò che contraddistingue da sempre l’inconscio di ogni essere umano. Così ritroviamo disseminati nelle storie dell’autore siciliano la ricerca speranzosa di Dio, la semplicità degli affetti familiari, il dolore straziante e insopportabile di un amore giunto ormai al capolinea, l’infanzia e la vecchiaia, che si tramutano in due fasi distinte ma complementari nella vita di un uomo. Sfogliando le pagine ci imbattiamo in uno scenario post apocalittico in cui un uomo è incapace di lasciare andare la donna amata ormai perduta (“Un innamorato nell’Apocalisse“), due orfani che bruciano anime per poter incontrare nuovamente i propri genitori (“Case incendiate“) o il tenero e struggente rapporto di un nonno con il proprio nipote (“L’asino di notte“). Ma più leggiamo e più ne vorremmo ancora, così continuando sul sentiero senza luce tracciato da Labbate, ci troviamo di fronte a un uomo che si nutre di ombre (“L’ombra della neve“), al ritorno alla paure e ai timori dell’infanzia (“Luce accesa“) e a un’intensa e toccante riflessione sull’amore (“Il divano“). La raccolta si chiude poi con una storia di immigrazione rappresentata dal viaggio di un siciliano verso l’America, la scoperta di New York, l’inizio di una nuova vita, un addio al proprio passato e un giuramento a se stesso da mantenere (“La Madonna verde“). Una storia che rappresenta alla perfezione la sintesi tra l’ambientazione americana ed il folclore del Sud Italia, dicotomia che caratterizza la narrativa di Labbate, ma che sa fondersi in un’amalgama unica e originale.

Stelle ossee” è una raccolta per chi non ha paura di osare addentrarsi in un linguaggio ricco e fascinoso, intraprendendo un viaggio onirico che si snoda in 17 tappe poetiche e tenebrose. Con un linguaggio mai scontato, che fa della raffinatezza un tratto distintivo, Labbate inventa un nuovo gotico italiano, che rivolge uno sguardo ai grandi narratori d’oltreoceano, riuscendo però a mantenere una sua personalità distintiva. “Stelle ossee” è la conferma che la short story è una forma narrativa che in Italia può regalare grandi soddisfazioni e intense emozioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Felipe Polleri – Germania, Germania!

Titolo: Germania, Germania!

Autore: Felipe Polleri

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 212

Prezzo: € 14,00

“Uno scrittore è un uccello invisibile che vola di casa in casa per studiare (e annotare) l’infinite perversità degli esseri umani, o dei loro doppi o impostori o replicanti o androidi. Per questo tutti ci odiano. Ci perseguitano. Ci picchiano. Ci rinchiudono.”

Quando nell’autunno del 2015 mi fu segnalato il primo progetto di crowdfunding di Edizioni Arcoiris, scelsi con entusiasmo di partecipare e sostenere così nel mio piccolo l’editoria indipendente e la diffusione della letteratura sudamericana nel nostro Paese. Lo scrittore che la casa editrice di Salerno aveva deciso di proporre ai suoi lettori era, l’allora inedito in Italia, autore uruguiano Felipe Polleri, con uno dei suoi romanzi maggiormente rappresentativi. A partire dal curioso titolo, “Germania, Germania!”, avevo capito di trovarmi di fronte a qualcosa di unico nel panorama letterario moderno, un’opera che avrebbe lasciato il segno. Quando poco più di un anno dopo stringevo finalmente tra le mani il volume, avevo capito di non essermi sbagliato. “Germania, Germania!” è un viaggio allucinato e perverso, una cavalcata nell’inconscio dell’uomo, in grado di spaventare e di offrire spunti di riflessione, avvolgendoci in un’atmosfera torbida e visionaria. Il libro di Polleri è tra gli scritti più inquietanti che mi sia mai capitato di leggere. Un autentico vortice di decadenza e angoscia, che risucchia il lettore fin dalla prima riga, facendolo riemergere a tratti per una boccata d’aria, prima di avvilupparlo nuovamente tra le sue spire. Un vortice che non manca di esercitare il suo fascino oscuro e a cui non ci si può sottrarre.

Definire “Germania, Germania!” un semplice romanzo non rende giustizia alla particolarissima costruzione narrativa e alla genuina originalità che Polleri ha saputo infondere alla sua opera. Forse la definizione che meglio calza può essere il flusso di coscienza, ma anche così pare riduttivo. La narrazione è suddivisa in tre momenti distinti, ognuno dei quali è affidato ad una diversa voce narrante (ma siamo poi così sicuri che siano tre persone distinte?): Christoper, Parsifal e Antoine. Le vicende sono ambientate durante la Seconda Guerra Mondiale e proprio il nazismo e i campi di sterminio rivestono un ruolo fondamentale. «Sono morto. Sono morto quattordici anni fa.». Bastano le poche parole dell’incipit per rendersi perfettamente conto di essere davanti a un’opera che di banale e stereotipato non ha assolutamente nulla. Così decidiamo di abbandonarci completamente ai tortuosi percorsi mentali dello scrittore Christopher Marlowe, tra  un fratello ermafrodita, un assassino denominato il “Fantasma di Marte” e Sherlock Holmes. Tocca poi a Parsifal, che si diverte a costruire burattini e a mettere in scena ambigue commedie e vive circondato da doppi e da nazisti. È infine è la volta di Antoine, autore del “Grande saggio sul funzionamento della macchina“, a cui hanno asportato l’euforia di vivere. Proprio in questa terza e ultima parte Polleri si lancia in una carrellata di macchine agghiaccianti, come la macchina dell’insonnia, la macchina dell’attesa o la macchina del pianto, il tutto corredato da immagini a dir poco inquietanti. Macchine (mentali o reali?) costruite per disgregare la personalità dell’uomo, annullarlo e renderlo innocuo. Ma nella scrittura di Polleri niente è mai ciò che sembra e ogni personaggio o situazione si diverte a travestirsi da metafora: bisogna scavare a fondo per trovare un’interpretazione e forse è proprio questa continua ricerca e la miriade di possibilità che ci vengono mostrate, a rendere “Germania, Germania!” così intrigante. Una cosa è chiara: lo scritto di Polleri è un’accusa, feroce e provocatoria, contro i poteri forti, contro chi vuole ridurre gli uomini a burattini senza volontà, contenitori vuoti nello spirito e nel corpo. A ciò si contrappone la creatività e la fantasia (malata) dei tre protagonisti, che preferiscono rifugiarsi nella propria mente, creando mondi e sovrapponendoli al nostro, piuttosto che vivere nello squallore della realtà che li circonda.

Germania, Germania!” è pura anarchia letteraria, che è in grado di donare, a chi non si spaventa nel trovarsi di fronte ad un libro non canonico, emozioni intense e brutali, giocando sull’esagerazione e la provocazione. Un’esperienza di lettura che consiglio vivamente a chi abbia voglia di uscire dagli schemi, addentrandosi in un universo assurdo e grottesco, in cui però niente viene lasciato al caso. Credetemi se ve lo dico: “Germania, Germania!” non vi lascerà indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Il corpo che vuoi

Titolo:Il corpo che vuoi

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 304

Prezzo: € 15,00

“Sto scavando dentro di me, fra le cose che so di me stessa, per trovare un brandello di linguaggio che mi aiuti a esprimere che cosa desidero, di cosa ho bisogno, cosa voglio chiedere. «Cerco solo qualcosa che mi faccia sentire di nuovo me stessa» rispondo. «Ma non la me stessa di ora» specifico dopo un po’. Ora mi sento come uno che ha appena scoperto che gli hanno lasciato dentro un paio di forbici durante un’operazione chirurgica.”

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Ci sono libri su cui è difficile scrivere qualcosa. Libri che, una volta terminati, lasciano una tale sensazione di spaesamento per cui è quasi impossibile trovare delle parole adeguate per poterli raccontare. Senza ombra di dubbio “Il corpo che vuoi” rientra nella suddetta categoria. Questo romanzo è il “primo” in due sensi totalmente differenti: è l’esordio di una giovane scrittrice statunitense, Alexandra Kleeman, ed è anche l’iniziale scommessa di una casa editrice che è nata da poco ma che ha già le idee chiarissime, la Black Coffee. Mi sono approcciata ad esso quindi senza aspettative, con una grande curiosità e nulla più. Quest’ultima è stata, in un certo senso, appagata, in quanto fin da subito mi sono lasciata trasportare da una storia profonda e coinvolgente, ma allo stesso tempo, terminando la lettura, sono rimasta a dir poco stupefatta, piena di domande, di questioni irrisolte, perplessa dinanzi a qualcosa sicuramente più grande di me.

L’atmosfera stessa del romanzo della Kleeman è vaga, confusa, indefinita. I personaggi principali non hanno un nome vero e proprio, o meglio, ce l’hanno ma esso non è mai esplicitato: una delle poche cose che permette di distinguerli è, infatti, la loro iniziale. A è la protagonista, colei che narra la vicenda a cui prende parte; trascorre le sue giornate in un’apatia dilagante, nutrendosi quasi esclusivamente di arance e ghiaccioli. Quando è stanca, o triste, accende la tv e si lascia trascinare, quasi ipnotizzata, da pubblicità inquietanti e disturbati reality show, sempre in compagnia del suo ragazzo, C, che cerca di starle vicino ma non la capisce mai veramente. Perchè, in sostanza, neanche lei riesce a comprendersi davvero, nonostante i suoi continui sforzi per indagare quello che si nasconde al suo interno, al di là di quella che è la sua pelle, prigione e ossessione continua: «Se potessi guardarmi dentro e toccarmi le viscere, osservarle giorno dopo giorno, conoscerne il colore e la consistenza, forse mi sentirei più vicina a quei chili di materia organica che vivono in me, nel mio punto cieco. Ma fino ad allora lo strato esterno rimarrà la mia parte più intima, quella che se mi venisse rubata lascerebbe uscire tutta me stessa, il nucleo essenziale». Parte fondamentale dell’esistenza di A è la sua grottesca coinquilina, B, il cui unico scopo nella vita pare sia quello di diventare l’esatta copia della protagonista: uno specchio sinistro e folle, una gemella dai tratti drammaticamente simili, la propria parte oscura che ognuno di noi sa di poter trovare negli altri. A fare da sfondo a vicende che sono già intimamente sconcertanti di per sè, si ritrovano fenomeni e situazioni particolari e alienanti, tra cui una bizzarra sindrome che porta rispettabili padri di famiglia a scomparire nel nulla, uomini che per salvare vitelli decidono di mangiarne il più possibile, merendine succulente che sembrano nascondere il segreto della felicità, creme per il viso commestibili – capaci di renderci più belle dentro – e misteriose sette che predicano il distacco totale dal proprio passato e dalla propria identità, attraverso un’alimentazione corretta che permetterà a tutti di divenire fantasmi pieni di Luce.

Il mondo creato dalla Kleeman, seppure disturbante, non si allontana poi così tanto da quello in cui viviamo, anzi: sono continui i rimandi all’apparenza, al corpo, a tutta una serie di ossessioni macabre che contraddistinguono la società odierna. La fame, insaziabile, che ognuno di noi ha, la continua ricerca della perfezione, di qualcosa che sia in grado di darci di più, sempre di più. Il cibo, croce e delizia, piacere ed orrore insieme, la televisione ed i suoi programmi, unica voce in grado di sollevarci dalla nostra immensa solitudine, talvolta. La dipendenza dagli altri, dal nostro passato, da quello che pensiamo di essere e da quello che invece vorremmo diventare. Questi e tantissimi altri sono i temi esplorati ne “Il corpo che vuoi”, un esordio narrativo oscuro ed enigmatico, a tratti quasi distopico e surreale, pronto a sorprendere il lettore e a lasciarlo pieno di dubbi che, chissà, riuscirà mai a risolvere del tutto?

Voto: 4/5

Mrs. C.

Mario Soldati – Storie di spettri

Titolo: Storie di spettri

Autore: Mario Soldati

Editore: Mondadori

Anno: 2010

Pagine: 208

Prezzo: € 9,50

“Perché non aveva il coraggio di seguire le impronte dei piccoli passi fino alla magnolia? Fra pochi minuti la neve le avrebbe cancellate, e lui non avrebbe mai più saputo: avrebbe perso, con la prova che non era un’allucinazione e che quelle impronte erano vere, l’ultima occasione di sapere. Ma forse era proprio questo il suo scopo. Non voleva sapere. Aveva paura di sapere.”

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Autore particolarmente prolifico, il torinese Mario Soldati è stato scrittore, giornalista, sceneggiatore, regista e autore televisivo. All’interno della sua vasta produzione, la forma breve è stata sicuramente fondamentale nella costruzione della sua poetica. Tra la miriade di racconti scritti dall’autore piemontese, negli anni ’60 la Mondadori pensò bene di raccogliere in un unico volume 20 storie che avessero come filo conduttore gli spettri. Ma non dobbiamo lasciarci fuorviare dall’ingannevole titolo: chi si aspetta infatti di trovare le classiche ghost stories che ricalcano i maestri del genere come M.R. James, Le Fanu o Conan Doyle, rimarrà deluso. Gli spettri che evocano i racconti di Soldati sono i fantasmi dell’anima, gli spiriti dell’inconscio, che scaturiscono dalle zone più buie della nostra psiche, le ombre di un passato che ritorna. Il soprannaturale viene soltanto sfiorato, lasciando disorientato più di una volta il lettore, in bilico sul sottilissimo filo che separa il reale dall’irreale.

Elemento che accomuna queste venti istantanee intrise di malinconia e mistero, è l’ambientazione tutta italiana: ovviamente Torino, città natale di Soldati, che ben si presta con la sua aura arcana, ma anche Roma e Genova. Ritroviamo in questo modo la media borghesia italiana, costituita da impiegati e professionisti, alle prese con fatti inspiegabili e conturbanti o semplicemente con struggenti ricordi della propria gioventù e di amori ormai perduti. Così un banale scambio di persona porta a congetture e riflessioni dai toni soprannaturali (“Il tarocco numero 13”) o un amore platonico viene bruscamente spezzato dall’angoscia sprigionata da strane figure appostate a guardia della casa di lei (“L’alloggetto del seminterrato”). E ancora antichi alberghi di provincia che si dissolvono (“L’albergo di Ghemme”), borse che vengono ritrovate, turbando con il loro contenuto l’ignaro protagonista (“La borsa di coccodrillo”) o oniriche partite di tennis giocate al crepuscolo (“La pallina da tennis”). Ma Soldati ci narra con innata maestria anche di uomini che ricercano disperati anni dopo l’unica donna che abbiano mai amato in vita loro (“Un paese in O”), anziani che sperano di essere aggrediti per certificare la malvagità del mondo (“L’aggressione”) o l’utilizzo di strani metodi per scegliere la propria moglie (“San Mamete”). Un racconto in particolare, a mio avviso, riassume perfettamente il connubio di inquietudine e di tenero struggimento che pervade l’intera raccolta, miscelando sapientemente pennellate di mistero con le reminiscenze di una passione giovanile ormai perduta per sempre. “I passi nella neve”, il cui sfondo è una Torino assolutamente perfetta per rappresentare quanto Soldati intende evocare con la sua penna, è la narrazione  di una fuga notturna alla ricerca delle tracce di un amore tanto antico quanto ancora potente. Un piccolo capolavoro, che condensa in poche pagine tormentate l’imperscrutabile e la nostalgia insista nell’animo umano.

Storie di spettri” è una raccolta preziosa e dai toni raffinati, capace di cullarci con le sue atmosfere agrodolci e nello stesso tempo di turbare e far sussultare il nostro animo. Distillati delle più pure emozioni umane, quali la paura e il rimpianto, da bere a piccoli sorsi, cercando di gustarli il più possibile. Piccoli affreschi carichi di sentimento da conservare gelosamente e leggere e rileggere, magari in una notte estiva con la finestra spalancata e il vento che trasporta echi e strani rumori o in una gelida serata invernale, con un camino scoppiettante e una tazza di the a tenerci compagnia.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Dario Pontuale – Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Titolo: Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2012

Pagine: 210

Prezzo: € 14,00

“«Vede, questi sono fallimenti di un istante, costano la fatica di un dito e il prezzo di pochi centimetri di pellicola. Principalmente offrono un riscatto a breve, cosa che la vita rifiuta. Si spendono giorni, mesi, anni in qualcosa che si sbriciola con nulla, che crolla prima di essere eretto. Dopo non c’è più tempo, modo, voglia di riprovare. L’essere umano si affanna fino allo spasimo per costruire qualcosa di duraturo, è innocente e connaturale, sebbene sia la propria condanna. Capisce, dunque, perché cerco di immortalare i fulmini? Provo, con sforzo minimo, a ottenere il massimo risultato catturando l’infinitamente breve, costringendolo all’eternità.». Pausa, facendosi più scuro in volto: «Forse non accadrà mai, ma che importa; quante persone possono sinceramente affermare di aver ottenuto ciò che desideravano dalla vita?».”

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Dario Pontuale è stato una vera e propria rivelazione: dopo aver amato lo splendido “La biblioteca delle idee morte”, ho voluto continuare nella scoperta della sua opera e la scelta è ricaduta su “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno”. Man mano che mi addentravo nell’affascinante ed ipnotica vicenda narrata, ho ritrovato tutti gli elementi che avevano fatto nascere in me la sincera ammirazione per la scrittura dell’autore romano: l’amore incondizionato per la lettura e la scrittura, le profonde e toccanti riflessioni che ti obbligano a rileggere più volte la stessa frase, perdendoti nella malinconica filosofia di Pontuale e un’attenta e curata costruzione psicologica dei personaggi. “Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un romanzo in cui ci si addentra in punta di piedi, dapprima increduli e ammaliati, per poi lasciarsi travolgere dal corso degli eventi e dalla tenace ricerca di un significato a quanto il protagonista sta vivendo.

La storia prende il via il giorno in cui il narratore, Zeno Bizanti, acquista la sua prima casa. Autore di programmi televisivi che potremmo definire “spazzatura”, Bizanti viene licenziato proprio quando tenta per la prima volta di osare, andando al di là dei banali talk show o degli imbarazzanti reality. Evidentemente però l’onestà non paga e l’ormai ex autore si ritrova di punto in bianco disoccupato. L’acquisto immobiliare, programmato settimane prima, diventa quindi quasi il simbolo di un nuovo inizio, una sorta di catarsi per ripulirsi dallo scomodo passato. L’abitazione apparteneva all’eccentrico Eugenio Bisigato, guardiano notturno affetto da disposofobia, ossia un disturbo mentale caratterizzato dal bisogno ossessivo di accumulare oggetti. Bizanti infatti trova la prima sorpresa quando scopre che il seminterrato dell’immobile è stipato all’inverosimile da cianfrusaglie ed anticaglie di qualsiasi genere. Ma le bizzarrie per il nuovo proprietario non finiscono qui. Infatti non trascorrono che una manciata di giorni, prima che un’arzilla e simpatica vecchietta bussi alla porta di casa Bizanti, chiedendo del signor Bisigato. L’anziana signora ha ritrovato su di una panchina una moleskine, in cui viene espressamente indicato che in caso di smarrimento l’oggetto venga restituito ad Eugenio Bisigato. Il quaderno però è soltanto il primo di una serie di dieci e riporta la cronaca della scoperta di Uqbar, antica regione dell’Asia Minore. Come se non bastasse, altri due curiosi personaggi irrompono nei giorni successivi nella vita di Bizanti, entrambi con una copia della moleskine: un austero e distinto signore con l’hobby di fotografare fulmini e un giovane aspirante scrittore con la passione per Bukowski. Tutti e quattro insieme, aiutati anche dalla nipote di Bisigato e dal migliore amico di Bizanti, cercano di fare luce sul criptico operato dell’autore delle moleskine. La regione descritta nel quaderno è reale o è stata partorita dalla mente stravagante di Bisigato? E perché disperdere dieci moleskine identiche per tutta la città? Interrogativi che porteranno ad un’incessante ricerca di un mondo supplementare al nostro. Intanto l’immaginazione dei protagonisti (e dei lettori) galopperà verso lidi poco battuti, in un turbinio di ipotesi e fantasticherie.

Nessuno ha mai visto decadere l’atomo di idrogeno” è un libro sul potere della fantasia e sulla finzione che si mescola alla realtà, rendendola diversa e più affascinante rispetto a quanto i nostri occhi vedono. Un’ode alla forza del racconto, al talento di inventare storie che rapiscono e ipnotizzano, alla volontà di non accontentarsi di questo mondo ma di cercare costantemente qualcosa di differente, di magico  ed appassionante. Perché a volte ciò che ammiriamo attraverso le lenti dell’immaginazione è più vero della realtà stessa.

Voto: 4/5

Mr. P.

Horacio Quiroga – L’aldilà

Titolo: L’aldilà

Autore: Horacio Quiroga

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 172

Prezzo: € 12,00

“Costretto a terra, ho l’assoluta e chiara consapevolezza che, fra non molto, cesserò di vivere. Mai si è presentata alla mia mente una verità più incontrovertibile di questa. Tutte le restanti certezze ora fluttuano, danzano, come una specie di lontanissimo riverbero di un altro me stesso, in un passato che nemmeno mi appartiene. Se so di essere vivo è solo grazie alla consapevolezza, fulminea e dolorosa come un colpo inferto all’improvviso, che presto sarò morto.”

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Devo ammettere la mia colpa: pur provando un amore viscerale verso la narrativa breve, non avevo fino ad ora ancora approfondito la conoscenza di uno dei più grandi autori di racconti della cultura ispanoamericana, ossia Horacio Quiroga. La possibilità di colmare questa grande lacuna me l’ha concessa Edizioni Arcoiris che ha pubblicato, nella collana di narrativa latinoamericana “Gli Eccentrici”, “L’aldilà”, l’ultima raccolta di racconti scritta dall’autore, due anni prima di morire suicida. “L’aldilà” è impregnato in ogni sua pagina dall’idea della morte, che si intreccia in modo indissolubile all’amore, sia esso il sentimento appassionato di due amanti o l’amore puro e incondizionato di un padre verso il proprio figlio, approdando poi su lidi inquietanti intrisi di follia e disperazione.

Il volume si apre con il racconto che dà il titolo all’opera: “L’aldilà” narra, con tenerezza e struggente malinconia, di come il sentimento d’amore puro di due amanti morti suicidi possa sopravvivere alla morte stessa, avvolgendo le due anime in modo inscindibile, fino a farle svanire. Con “Il vampiro” rientriamo nei binari del classico racconto gotico di stampo britannico, ma arricchito e modernizzato da uno strano esperimento in ambito cinematografico, che prende il via dalla confessione allucinata del protagonista dal letto di un ospedale. Capiamo fin da subito come la donna rivesta un ruolo fondamentale all’interno dei racconti di Quiroga, qui rappresentata da una figura diafana e spettrale, che porterà a conseguenze terrificanti. “Le mosche (replica de L’uomo morto)” è un piccolo capolavoro che ci fa immergere nei tenebrosi e visionari pensieri di un uomo in punto di morte. Con “Il conducente del rapido” Quiroga ci proietta in un viaggio paranoico e delirante nei meandri della follia umana, accompagnando il conducente di una linea ferroviaria dalle prime avvisaglie di malessere fino allo sfociare irruento e fatale di un autentico squilibrio mentale. Ne “La chiamata” troviamo le atmosfere claustrofobiche e sottilmente inquietanti delle migliori ghost stories: si narra infatti dell’amore profondo e disperato di un padre verso la propria figlia, sentimento che sopravvive anche dopo la morte del genitore, trasportando il lettore verso un finale angosciante ed oscuro. Sempre l’amore di un padre verso il figlio fa da collante con il successivo racconto, “Il figlio”, basato però su di un impulso puro e devoto, che fa da contraltare ad una nuova analisi della pazzia insita nella mente umana. Con “La signorina leonessa”, Quiroga abbandona momentaneamente le atmosfere oniriche e tetre dei racconti precedenti, per narrare una sorta di fiaba per adulti, in cui una leonessa viene accolta ed allevata tra gli essere umani, dimenticando però la natura selvaggia e libera che da sempre caratterizza gli animali selvatici. “Il puritano” ci immerge nuovamente nella dimensione cinematografica, dandoci il privilegio di assistere agli incontri clandestini delle defunte star del cinema, in cui si discute di una affascinante quanto tragica storia d’amore. “In assenza” narra invece le vicissitudini di un uomo che ha perso completamente la memoria degli ultimi sei anni della propria vita e che tenta di ricostruire, pezzo dopo pezzo, un puzzle ambiguo e misterioso. Negli ultimi due racconti Quiroga congeda definitivamente il fantastico e l’irreale, per narrare dapprima la singolare e bizzarra corrispondenza tra un uomo e una donna (“La bella e la bestia”), per poi concludere con l’affresco di un seduttore che vede rivivere di fronte a sé uno spiacevole episodio della sua gioventù (“Il tramonto”).

L’adilà” è una raccolta affascinante, dalle mille sfaccettature, in cui convivono sogni e incubi, il soprannaturale e la vita ordinaria, la beatitudine dell’amore e l’angoscia della morte. Quiroga sa dare vita in poche pagine a personaggi difficili da dimenticare, esplorandone con minuzia la psicologia e i recessi delle loro coscienze. Tenui pennellate dalle tinte sfumate piene di dolcezza si tramutano in violenti getti dai colori aspri e violenti, trasportando il lettore in una montagna russa di emozioni e sensazioni, tra allucinazioni e deliri. Undici racconti che non possono mancare nella libreria di chi ama le short stories, ma anche di chi cerca un punto di partenza per inoltrarsi nel mondo della narrativa breve.

Voto: 4/5

Mr. P.

I migliori dischi del 2016 – Seconda parte

Come promesso siamo arrivati alla parte alta della classifica. Dieci dischi che sono andati a braccetto con l’anno che è appena giunto al termine e che mi hanno regalato, ognuno in un modo diverso e particolare, grandi emozioni e sensazioni. Non resta che farveli scoprire!

10. DENTE – CANZONI PER META’

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Il 2016 ha visto anche il ritorno di uno dei miei cantautori preferiti, ossia Giuseppe Peveri in arte Dente. “Canzoni per metà” è un disco particolare, in cui Dente ha voluto suonare interamente tutte le parti strumentali e in cui ha deciso di abbandonare parzialmente e destrutturare la forma canzone tradizionale, fatta di strofa e ritornello, per confezionare 20 pezzi inconsueti e originali, alcuni privi di ritornelli, altri costituiti solamente da ritornelli. I testi, come sempre, pescano a piene mani nelle relazioni e nei rapporti interpersonali. Troviamo così pezzi assolutamente geniali come “Canzoncina” e “Curriculum” o canzoni impregnate della tipica malinconia e tenerezza a cui ci ha abituati Dente come “L’ultima preoccupazione” e “Noi e il mattino“. Un disco che oserei definire sperimentale e a cui occorre dedicare parecchi ascolti, per scovarne il cuore pulsante e non lasciarlo più.
Best track: Noi e il mattino

9. GIULIA’S MOTHER – TRUTH

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I Giulia’s Mother sono stati l’autentica rivelazione del mio 2016. Duo piemontese, armati di chitarra acustica e batteria, i due ragazzi sanno incantare e sorprendere, con melodie cristalline e intrise di malinconia. Tra le dieci tracce del disco troviamo l’emozionante cavalcata sonora “Say Nothing“, proseguendo con la struggente “Siù” e la spensierata “Green field“, per approdare all’oscura e toccanteOnly darkness and me“. Per non parlare del finale, che riserva bellissime sorprese con la strumentale e dagli echi islandesi dei Sigur Rós “Butterfly” e la chiusura “U“, in cui basta chiudere gli occhi per ritrovarsi seduti su di una spiaggia con il mare che lento lambisce i nostri piedi nudi. Un esordio folgorante che non può che far ben sperare per i lavori futuri della band.
Best track: Siù

8. TURIN BRAKES – LOST PROPERTY

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Torna a fare capolino anche il folk dei Turin Brakes, band pioniera del new acoustic movement, corrente musicale britannica dei primi anni 2000. Dopo il picco dei primi due dischi, la carriera del duo britannico è sempre proseguita con buoni risultati, tra dolci melodie e sferzanti chitarre. “Lost property” non smentisce il tipico sound della band, offrendo momenti tipicamente e squisitamente Turin Brakes come l’allegro singolo “Keep me around” o il pop malinconico della stupenda “Save you“. “Lost property” presenta però anche nuovi spunti sonori come il gospel dell’intima “Brighter than the dark” o la chiusura affidata al cupo tappeto sonoro di “Black rabbit“. I Turin Brakes continuano a proporci quello che sanno fare meglio e ogni volta è una delizia per le nostre orecchie.
Best track: Save you

7. ÓLAFUR ARNALDS – ISLAND SONGS

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Che anno sarebbe senza un disco di Ólafur Arnalds? Il musicista islandese questa volta ha deciso di registrare otto pezzi in sette settimane, ognuna trascorsa in una diversa location della natia Islanda, con ciascuno canzone registrata insieme ad un artista locale. Ciò che ne è venuto fuori è un disco di rara bellezza, colmo di melodie struggenti che cullano l’ascoltatore, trasportandolo tra fiordi ghiacciati e case di legno in cui arde un fuoco scoppiettante. “Árbakkinn” si apre con un componimento recitato dal poeta Einar Georg, tra tocchi di piano e archi tormentati, mentre in “Particles” spicca la voce angelica di Nanna Bryndís Hilmarsdóttir degli Of Monsters And Men. I cori femminili di “Raddir” inquietano e incantano allo stesso tempo e il piano di “Doria” ci accarezza in modo suadente. Un disco che è un vero e proprio viaggio, che saprà regalare grandi emozioni a chi si lascerà trasportare senza remore.
Best track: Doria

6. RICHARD ASHCROFT – THESE PEOPLE

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Dopo sei anni dalla delusione di “RPA & The United Nations of Sound“, torna sulla scena musicale Richard Ashcroft. L’ex leader dei The Verve riesce finalmente a sfornare un ottimo disco pop, degno del suo esordio solista. Le sonorità sono lontane anni luce dal sound sporco e psichedelico dei The Verve: a questo però ci si deve rassegnare. Ashcroft da solista ha sempre e solo scritto pezzi pop, ma quando lo ha fatto bene ha tirato fuori dei veri gioiellini. “These people” si apre con la danzereccia “Out of my body“, dal ritmo sincopato che non può far battere il piedino anche ai detrattori del cantautore britannico. Ma il punto forte di “These people ” è l’eterogeneità del sound: troviamo infatti il sapore country di “They don’t own me“, gli archi di “This is how it fells” e ancora la splendida ballataPicture of you” (che non avrebbe affatto sfigurato in un dico dei The Verve) o il pop cristallino della title track. Un disco variegato ed emozionante, che sicuramente ha fatto storcere il naso a chi rimane legato al passato di Ashcroft: io, pur continuando ad adorare i vecchi dischi dei The Verve, ho preferito voltare pagina e immergermi in questo ottimo “These people“.
Best track: Picture of you

5. SOPHIA – AS WE MAKE OUR WAY (UNKNOWN HARBOURS)

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Qui devo fare un enorme mea culpa per non aver mai tenuto in giusta considerazione i Sophia (che con i miei gusti musicali vanno a nozze), “scoprendoli” solamente nel 2016 con un mezzo capolavoro come “As we make our way (unknown harbours)“, disco di una delicatezza e una raffinatezza fuori dal comune. Basti pensare al singolone “Resisting“, uno dei migliori pezzi dell’anno, alla struggente “Don’t ask“, alla delizia acustica “The drifter“, dove basta chiudere gli occhi per ritrovarsi distesi su di un altopiano americano, o ancora all’inno “California“. Peccato per un paio di riempitivi che fanno calare la qualità globale del disco, che altrimenti sarebbe entrato senza dubbio in top 3. Una grande prova di classe per Robin Proper-Sheppard e la sua band, che hanno confezionato un album che ci accompagnerà ancora per molto.
Best track: Resisting

4. FEEDER – ALLA BRIGHT ELECTRIC

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Altra band che amo e che purtroppo in Italia non ha mai avuto il successo che merita, sono i gallesi Feeder. Autori di veri e propri capolavori, il trio ritorna con “All bright electric“, disco che sa miscelare i momenti più rock e duri che hanno caratterizzato la band fin dalle origini a episodi più malinconici e delicati, troppo spesso accantonati negli ultimi lavori del gruppo. Alla prima categoria appartengono sicuramente l’esplosiva “Holy water” e l’oscura “Geezer“, ma i pezzi da novanta del disco arrivano quando Grant Nicholas e compagni abbassano il tiro, come nella tormentata “Oh Mary“, nell’epicità di “Another day on earth” o nei cori malinconici di “Slint“. “All bright electric” è uno tra i migliori lavori della band degli ultimi anni, con sonorità e testi in puro Feeder style. Non brillerà certo per originalità, ma quello che abbiamo sempre chiesto ai Feeder sono melodie cristalline, chitarre graffianti e la bella voce di Grant Nicholas ad arricchire il tutto. E anche questa volta il trio ha fatto centro.
Best track: Another day on earth

3. THE VEILS – TOTAL DEPRAVITY

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Finn Andrews e soci si riaffacciano sulle scene musicali dopo tre anni e lo fanno in grande stile: “Total depravity” è infatti un album dal cuore oscuro e pulsante, che miscela melodia e sperimentazione, alternando classici pezzi alla The Veils con veri e propri azzardi sonori. Si capisce che i ragazzi non scherzano già dall’opener “Axolotl“, in cui la voce distorta di Andrews più che cantare, declama su di un tappeto sonoro impazzito o dall’elettronica e cupa “King of chrome“. Ma nel disco trova anche posto il rock desertico di “Low lays the devil“, la stupenda ballata acustica “Iodine & iron” o il pop sofisticato di “Swimming with the crocodiles“. Una prova di grande maturità, per una band che si è conquistata un posto di tutto rispetto nel panorama alternative mondiale e che spero verrà riconosciuta per il valore che realmente esprime.
Best track: Iodine & iron

2. RADIOHEAD – A MOON SHAPED POOL

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Il 2016 è stato sopratutto il ritorno dei Radiohead dopo, a mio avviso, il deludente “The king of limbs” uscito nel lontano 2011. In “A moon shaped pool” la band di Oxford mette parzialemnte da parte l’elettronica, di cui aveva abusato nelle ultime prove in studio, e ritorna ad una strumentazione più classica. Il nuovo corso sonoro intrapreso da Thom Yorke e soci si intuisce già dall’ottimo singolo “Burn the witch“, in cui tornano a predominare le chitarre, o dalla stupenda “Daydreaming“, in cui la voce angelica di Yorke si appoggia ad un delicato e onirico tappeto sonoro. Delizie per le nostre orecchie sono anche la tetra “Decks dark“, la pseudo latineggiante “Present tense” o la tanto attesa, e finalmente arrivata, struggente versione in studio di “True love waits“, un dei migliori pezzi dei Radiohead in assoluto. Attendere cinque questa volta ne è davvero valsa la pena.
Best track: Daydreaming

1. DAUGHTER – NOT TO DISAPPEAR

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Dopo il capolavoro “If you leave“, i Daughter sfornano un secondo disco che eguaglia in bellezza, e raffinatezza lo stupendo esordio. Il suono della band si fa più corposo e pieno, abbandonando parzialmente le atmosfere acustiche e rarefatte a cui ci avevano abituato. Il sapore vagamente dream pop di “New ways” ci fa subito comprendere di essere di fronte ad un disco eccezionale. Ogni traccia è un piccolo capolavoro di intensità emotiva e ricercatezza: le chitarre ariose di “How“, la sperimentazione di “Alone/With you“, il canto disperato e libero di “To belong” o ancora i sei minuti di pura perfezione di “Fossa“, un’analisi cruda e lucida di una storia d’amore intrisa di dolore, con una struggente coda strumentale. Non ci sono dubbi che il mio disco dell’anno sia questo secondo album dei Daughter, con la speranza che la banda di Elena Tonra continui a strapparci il cuore ancora per molto, molto tempo.
Best track: Fossa

In ultimo vi segnalo ancora una manciata di dischi che non sono rientrati in classifica, essendo best of, ep o live:

  • Lanterns on the lake – Live in concert
  • Massive Attack – Ritual spirit ep
  • Massive Attack – The spoils ep
  • Moderat – Live
  • Nada Surf – Peaceful ghosts
  • Placebo – Life’s what you make it ep
  • Placebo – A place for us to dream

E il vostro 2016 musicale come è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P.

I migliori dischi del 2016 – Prima parte

Anche quest’anno è arrivato il momento di tirare le somme sugli ascolti musicali di questo 2016, stilando la lista dei dischi le cui note hanno fatto da sfondo alle mie giornate, accompagnando i momenti più intensi dell’anno che sta per terminare. I dodici mesi appena trascorsi sono stati più generosi rispetto al 2015, per quanto riguarda le uscite discografiche che sono maggiormente nelle mie corde. Così ho deciso di consigliarvi non dieci, ma venti album, suddividendoli in due articoli, sperando che le mie segnalazioni vi portino a scoprire e ad apprezzare nuova musica. Perché, come disse Nietzsche, “senza musica la vita sarebbe un errore.”

20. BANKS & STEELZ – ANYTHING BUT WORDS

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Se ad inizio anno mi avessero detto che avrei inserito nella lista dei dischi che più ho amato nel corso del 2016 un album hip hop, probabilmente mi sarei messo a ridere. Non ho nulla contro l’hip hop, ma è quanto di più distante ci sia dal genere di musica che amo. Invece ci sono voluti Paul Banks degli Interpol e RZA dei Wu-Tang Clan a farmi ricredere, con il loro progetto Banks & Steelz. “Anything but words” è un album che sa miscelare sapientemente il ritmo e l’aggressività dell’hip hop con il cantato oscuro e mesto di Banks, creando pezzi unici e trascinanti come la bomba sonora “Giant”, la latineggiante “Love and war” o “Conceal”, dal retrogusto che sa di Massive Attack. Non mancano gli episodi smaccatamente hip hop e che mi hanno fatto storcere un po’ il naso, ma nel complesso “Anything but words” si è rivelato un disco che trascende i generi e regala un’ora di piacevole intrattenimento sonoro.
Best track: Giant

19. NADA SURF – YOU KNOW WHO YOU ARE

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Ritorno leggermente sottotono per i Nada Surf che, dopo il bellissimo “The stars are indifferent to astronomy” del 2012, confezionano un nuovo disco meno intriso della consueta malinconia che ha caratterizzato gli ultimi lavori della band newyorkese. “You know who you are” resta comunque un album godibilissimo, che passa con disinvoltura dal pop malinconico dello stupendo singolo “Believe you’re mine”, al rock spensierato della title track, passando per la ballata dal sapore folk “Animal“. Tra ottimi testi e atmosfere da on the road americano, l’album scorre via che è un piacere, anche se a tratti si fatica a distinguere un pezzo da un altro. Ma si sa che i Nada Surf non hanno mai brillato per originalità, lacuna compensata da sempre con pezzi che ti entrano dentro per non mollarti più.
Best track: Believe you’re mine

18. MARBLE SOUNDS – TAUTOU

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I Marble Sounds sono una band belga che ha fatto del pop malinconico e delicato il proprio marchio di fabbrica. Ingiustamente sconosciuti nel nostro paese, i Marble Sounds hanno confezionato in questo 2016 “Tautou”, il loro terzo disco, caratterizzato dalla voce quasi sussurrata del frontman Pieter Van Dessel, da una profusione di archi e da chitarre sognanti ed eteree. Esempio perfetto sono l’opener “The ins and outs”, un piccolo capolavoro, o la bella “Ten seconds to count down”, in cui echeggiano rimandi ai Sigur Rós. C’è però anche spazio per episodi più ritmati come “Set the rules” o il singolo “The first try” o per la commistione con il francese nella raffinata “Tout et partout”. I Marble Sounds hanno sfornato un album prezioso, che mi auguro potrà essere scoperto e amato come merita.
Best track: The ins and outs

 17. DARDUST – BIRTH

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Dopo lo stupendo “7”, composto interamente a Berlino, torna Dardust con “Birth”, registrato a Reykjavic e secondo episodio di un’ideale trilogia, che si concluderà con il terzo capitolo che vedrà protagonista Londra. Questa volta Dario Faini, il nome che si cela dietro a Dardust, abbandona parzialmente le atmosfere rarefatte e oniriche dell’esordio per virare decisamente verso un suono più elettronico e danzereccio. Basta citare il primo singolo “The wolf” o “Take the crown“, in collaborazione con Bloody Beetroots, per capire la nuova strada intrapresa da Faini. Anche se, per quanto riguarda il sottoscritto, sono ancora i momenti eterei e intrisi di malinconia le vere perle del disco: su tutti cito la titletrack e la struggente “Slow is the new loud”, con dolcissimi archi a farla da padroni. Una svolta stilistica che regala un ottimo disco, in bilico tra dancefloor e intimismo.
Best track: Slow is the new loud

16. LOCAL NATIVES – SUNLIT YOUTH

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Per apprezzare “Sunlit youth”, terzo lavoro della band statunitense, bisogna dimenticare quel capolavoro che è “Hummingbird” e il suo registro sonoro ancorato all’indie folk delicato e sognante. I Local Natives con il loro terzo disco cambiano decisamente rotta e confezionano un album dalle sonorità smaccatamente pop. Ma come in tutti i contesti, anche in questo caso bisogna fare le dovute distinzioni: i cinque ragazzi americani ci regalano infatti un pop di grande qualità, senza sbavature e dove ogni suono è inserito perfettamente all’interno dei pezzi. Si passa dall’elettro pop di “Villainy” all’epicità di “Fountain of youth”, passando per quel gioiellino acustico che è “Ellie Alice” al pop sgangherato di “Psycho lovers”. Ve lo ripeto: la ricetta è dimenticare “Hummingbird” e tuffarsi nei coretti e nelle tastiere di “Sunlit youth”.
Best track: Fountain of youth

15.  AFTERHOURS – FOLFIRI O FOLFOX

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Dopo la mezza delusione di “Padania”, la band capitanata da Maunuel Agnelli torna con un doppio disco, intimo e potente nello stesso tempo. “Folfiri o Folfox” è pieno di grandi canzoni, degne dei migliori Afterhours: basti pensare alla stupenda ballata “Non voglio ritrovare il tuo nome“, al blues sporco di “Né pani né pesci” o ancora al rock elettronico di “Fa male solo la prima volta” o all’inno esistenziale “Se io fossi il giudice”. L’unica pecca è forse proprio l’eccessiva prolissità del disco, in cui non mancano pezzi onestamente poco incisivi e che sanno di riempitivo. Avrei apprezzato maggiormente un album unico contenente il meglio dei due dischi. Possiamo però dire, a ragion veduta, che gli Afterhours sono tornati in grande stile, con un disco che si farà ricordare.
Best track: Non voglio ritrovare il tuo nome

14. PERTURBAZIONE – LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO

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Dopo la dipartita di due componenti importanti come il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana, si riaffacciano sulle scene i Perturbazione. “Le storie che ci raccontiamo” è un disco profondamente diverso dai suoi predecessori, accostabile forse soltanto alle sonorità più pop ed elettroniche del precedente “Musica X”. Ce ne accorgiamo subito dall’opener “Dipende da te”, bel pezzo dai ritmi scanzonati ma dal testo riflessivo, o dall’accattivante singoloLa prossima estate”.  Non si può negare, la dolcezza del violoncello manca, ma poi la voce di Tommaso Cerasuolo e la sempre grande attenzione verso testi che rappresentano un’intera generazione, ci fanno di nuovo sentire a casa. E così ci emozioniamo con la nostalgica “Da qualche parte del mondo”  o con l’ottima title track. Dopotutto, non si può non volere bene ai Perturbazione.
Best track: Le storie che ci raccontiamo

13. ANOHNI – HOPELESSNESS

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Antony Hegarty lascia i suoi Johnsons per unirsi a Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never, diventando Anohni e abbandonando le atmosfere rarefatte e colme di delicata tristezza per virare verso l’elettronica accompagnata da testi politicamente impegnati. Se devo essere sincero personalmente sento la mancanza degli ambienti sonori creati dagli Antony and the Johnsons, capaci di sfornare tra i più bei dischi degli anni 2000. C’è però da dire che la svolta electro ha portato comunque ottimi risultati, come l’irresistibile “4 Degrees”, l’epica title track o l’incedere lento e ipnotico di “I don’t love you anymore”, il pezzo più Antony and the Johnsons dell’intero disco. Sicuramente un ottimo lavoro, dove la stupenda voce di Antony continua a farla imperterrita da padrona, anche se i romantici come me continuano a sperare in un ritorno alle origini.
Best track: I don’t love you anymore

12. LISA HANNIGAN – AT SWIM

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Il 2016 vede anche il ritorno della meravigliosa voce di Lisa Hannigan, ormai alla terza prova solista dopo aver affiancato per anni Damien Rice. Questa volta la Hannigan ci propone un album dalle tinte più fosche e cupe, pur non tralasciando la vena folk che l’ha resa famosa. Così il viaggio sonoro che ci propone la Hannigan passa per episodi più tradizionali e d’atmosfera come la magnifica “Snow“, alla malinconica ballata al piano “We, the drowned”, proponendoci anche esperimenti a cappella come “Anahorish”, per chiudersi con l’elettronica dark della bellissima “Barton”. Una prova matura e maggiormente variegata rispetto al passato, con la solita, immensa voce della Hannigan ad accompagnare il tutto.
Best track: Barton

11. MODERAT – III

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Si capiva che i Moderat avevano tirato fuori dal cilindro un gran disco già dal primo singolo “Reminder”, una bomba impazzita capace di emozionare e far muovere chiunque. L’elettronica da dancefloor di “Running” si alterna a episodi sonori più raffinati come la stupenda opener “Eating hooks” o la sincopata “The fool”, ma non mancano incursioni in sonorità decisamente più spinte ed ostiche per chi mastica poco i ritmi elettronici del trio di Berlino, come la strumentale “Animal trails”. Un percorso in grado di trasportare l’ascoltare tra algidi paesaggi sonori inframezzati da momenti più caldi e melodici, in un mix perfetto e letale. Assolutamente una delle mie migliori scoperte di questo ricco 2016.
Best track: Reminder