Pablo Simonetti – La superba gioventù

Titolo: La superba gioventù

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2019

Pagine: 376

Prezzo: € 24,00

“Ognuno ha un suo rapporto particolare con l’età. Io mi sentii vecchio per la prima volta a cinquantadue anni. E non a causa dei piccoli fastidi ai polmoni o alla pelle di cui talvolta soffrivo, ma in seguito al mio incontro con Felipe Selden, quella sera d’inizio novembre 2008, in una galleria d’arte. Bastarono cinque minuti per convincermi che, fossi stato più giovane, me ne sarei disperatamente innamorato: idea sovvertitrice per uno come me, che non aveva mai creduto all’amore a prima vista né ai capricci del destino.”

Ho conosciuto Pablo Simonetti ormai due anni fa con la splendida raccolta di racconti “Vite vulnerabili“, opera che mi aveva toccato nel profondo, lasciandomi la voglia di approfondire qualsiasi altro testo uscito dalla penna dell’autore cileno. Il mio desiderio è stato finalmente esaudito, sempre dall’ottima Edizioni Lindau, che ha portato in Italia il romanzo “La superba gioventù“. Così come “Vite vulnerabili“, anche “La superba gioventù” affronta temi delicati e multiformi come la complessità delle relazioni umane, l’affermazione della propria identità sessuale, il senso di impotenza di fronte alla morte e i sentimenti contrastanti derivanti dalla paternità. Simonetti lo fa con una sensibilità tutta sua, che non scade mai nel melenso o nel banale, ma indaga con caparbietà e sentimento i fondali della coscienza umana.

Protagonisti del romanzo sono il narratore, lo scrittore cinquantenne Tomás Vergara, e Felipe Selden, giovane rampollo di una famiglia benestante, cattolica e ultraconservatrice. Affascinante e dalla personalità sfuggente, Felipe vive la propria omosessualità, ma più in generale il sentimento amoroso, condizionato dalle regole ferree imposte dai propri genitori, legati a una moralità ipocrita e che non lascia alcuno spiraglio alle diversità. Nonostante la sicurezza e lo charme che ostenta in pubblico, Felipe sembra quasi cercare conforto nell’amore, gettandovisi a capofitto anima e corpo ma ritraendosi subito dopo per paura di rimanerne imbrigliato. Una dualità di sentimenti che può portare soltanto devastazione nel suo complicato rapporto con Camilo, giovane esuberante che invece gode pienamente e senza compromessi della propria identità sessuale. Proprio Camilo introduce Felipe a Tomás, colui che filtrerà per noi l’intrico di vicende narrate nel romanzo. Profondamente diversi l’uno dall’altro, per età, estrazione sociale e background culturale, i due finiranno per diventare grandi amici, tanto che Tomás assumerà per Felipe, prima involontariamente e poi in modo sempre più consapevole, la figura di una sorte di mentore che cercherà, non senza difficoltà, di traghettare il giovane protagonista verso la consapevolezza di affrontare la vita con pienezza ed entusiasmo. Felipe si troverà a fronteggiare, sempre affiancato dallo sguardo paterno e rassicurante di Tomás, la devastazione della morte e il sospetto che la propria esistenza possa essere in realtà un subdolo gioco del destino, tra manipolazioni e predestinazione. Farà da contraltare l’amore puro e disinteressato per una bambina, un’ancora di salvezza in mezzo al mare di pregiudizio e meschinità in cui finirà per navigare il giovane.

La superba gioventù” si rivela l’ennesima grande prova letteraria di Pablo Simonetti, che accompagna il lettore in un complesso cammino di maturazione, tra la brutalità di sentimenti irrefrenabili e impossibili da nascondere e l’autenticità di alcuni affetti, in grado di sedimentarsi in profondità nel cuore umano. Un romanzo che, senza alcun timore, crea immagini vivide e a tinte forti, in grado di rimanere impresse a lungo nella mente di chi dimostrerà la giusta sensibilità nell’affrontarlo.

Voto: 4/5

Mr. P.

Michael Kimball – Big Ray

Titolo: Big Ray

Autore: Michael Kimball

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 190

Prezzo: € 15,00

“Ogni volta che penso al fatto che mio padre è morto, sento come se fossi qualcun altro. Ogni volta che non penso al fatto che mio padre è morto, mi sento me stesso.”

Big Ray” è perdita, accusa, accettazione, smarrimento, rimpianto. Più di tutto è però dolore. Un dolore acuto, irreparabile, multiforme. Un dolore che avvolge con le sue spire bloccando il respiro, senza lasciare la più piccola via di fuga. Un dolore totalizzante.
Michael Kimball riesce a elaborare questo dolore in un’opera toccante e suggestiva, donandoci uno splendido ibrido tra memoir e fiction, in cui ognuno di noi può ritrovarsi, anche soltanto in una manciata di parole.

Big Ray è il padre del narratore. È obeso, disilluso dalla vita, tirannico, solo. Ed è morto. Proprio la morte del genitore è l’evento scatenante del libro. Una sorta di Big Bang emotivo che paralizza l’esistenza del figlio, diventando l’unico punto fermo della sua realtà. Così ricordi d’infanzia e adolescenza si mischiano, senza soluzione di continuità, a un presente in cui il dolente tentativo di rielaborare il lutto assorbe ogni centimetro della mente del protagonista. Gran parte del fascino del libro è proprio insito nella particolarissima forma narrativa adottata, ossia oltre cinquecento mini paragrafi, tra passato e contemporaneità, in cui viene dato libero sfogo a reminiscenze, suggestioni, riflessioni.
Critiche feroci a una figura paterna evanescente e carica di ostilità, vanno di pari di passo con attimi di una purezza affettiva sconcertante, in cui il narratore avrebbe soltanto voluto un padre che lo accettasse e lo incoraggiasse, che lo stringesse a sé dicendogli quanto gli voleva bene. Un padre che, a modo suo, pare però essere diventato più bendisposto con il passare degli anni. Da quando il figlio è adulto e le loro strade di sono separate, Big Ray gli telefona tutti i giorni, senza saltarne uno. Tuttavia il protagonista sembra quasi non sapere cosa farsene ormai di un padre così, tanto che per un lungo periodo di tempo non gli risponde nemmeno più al telefono. E quel gesto, che si potrebbe giudicare meschino, non lo disturba: anzi, lo fa decisamente sentire meglio. Forse perché è consapevole che avrebbe avuto bisogno di Big Ray quando era soltanto un ragazzino, durante l’adolescenza, il periodo più delicato nella vita di una persona. Invece il padre non c’è mai stato e quando affiorano ricordi infantili in cui il genitore è ben presente, sarebbe meglio seppellirli sotto cumuli di macerie o chiuderli per sempre in un recesso buio e profondo del proprio cuore. Proprio questo dualismo di sentimenti è il cuore pulsante dell’opera, ciò che rende “Big Ray” così delicato e straziante.
“Avevo avuto paura di mio padre per la maggior parte della mia vita. Dopo la sua morte, ebbi paura di essere una persona senza un padre, ma mi sentii anche sollevato che fosse morto. Tutto ciò che riguardava mio padre sembrava così complicato.”

Big Ray” trascina il lettore nel baratro di un inferno privato, con una narrazione frammentata che rappresenta alla perfezione l’emergere sconnesso di cimeli emotivi, raccolti dal protagonista in un personalissimo museo mentale dedicato al genitore che non c’è più. Un libro che ci avvolge in un abbraccio gelido e la cui essenza è tutta in questa, tanto dolorosa quanto semplice, frase:“Mio padre non mi piace ancora, ma mi manca ancora.”.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Ling Ma – Febbre

Titolo: Febbre

Autore: Ling Ma

Editore: Codice Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 348

Prezzo: € 19,00

“I ricordi generano ricordi. La febbre di Shen è una patologia della memoria, i malati sono intrappolati indefinitamente nei loro ricordi. Ma qual è la differenza tra i malati di febbre e noi? Perché anch’io ricordo, ricordo perfettamente. I miei ricordi si ripetono, non richiesti, in continuazione. E le nostre giornate, proprio come loro, continuano in un ciclo infinito. Viaggiamo in auto, dormiamo, viaggiamo ancora un po’.”

Ultimamente provo una difficoltà non indifferente nel farmi ‘prendere’ da un libro: non succede, vado avanti svogliata, in una sorta di “blocco del lettore” apatico, e niente sembra riuscire a darmi quella sensazione di dipendenza, di “binge reading” che qualche anno fa provavo spesso. Colpa mia? Colpa dei volumi che scelgo? Forse entrambe le cose. Sono dunque rimasta non soltanto piacevolmente sorpresa ma anche in preda ad una gioia esultante nel leggere “Febbre” di Ling Ma, romanzo che mi ha appassionata – come non succedeva da un pezzo – e che mi ha lasciato quella sensazione meravigliosa del riuscire ad entrare in una storia, dell’essere lì, presente, a sbirciare i personaggi, in quel luogo e quel tempo. Complici in questa vittoria sono stati i tipi di Codice Edizioni, esperti in pubblicazioni di saggistica ma non solo: il loro catalogo di narrativa è variegato e interessante, originale e intrigante, merito anche della nuova veste grafica, che comprende le illustrazioni di copertina del bravissimo Davide Bonazzi. Non appena si prende in mano “Febbre”, infatti, non si può non rimanere attratti dall’immagine cui ci troviamo di fronte: una metropoli fiammeggiante, dipinta di giallo e rosso,  un’autostrada con mezzi di trasporto abbandonati e una donna, sola, che cammina. Come ho già detto nella recensione della Machado, queste copertine parlano e svelano particolari della storia che si andrà a leggere.

“Dopo la Fine arrivò l’Inizio”.  Ecco le parole con cui si apre “Febbre”. Fin da questa primissima frase capiamo che il romanzo ci parlerà di un prima e di un dopo, di un forte cambiamento che ha stravolto non soltanto la vita di Candace Chen, la protagonista, ragazza di origini cinesi trasferitasi negli Stati Uniti da bambina, ma anche quella di tutti gli esseri umani. C’era il mondo come lo conoscevamo, anzi, come lo abbiamo sempre conosciuto , e poi qualcosa si è insinuato lentamente in esso, una febbre misteriosa proveniente dalla Cina, distruggendolo e trasformandolo. I tempi del racconto, che Ling Ma utilizza sapientemente, dunque si alternano: il lettore si ritrova in un presente devastato dal contagio, in uno scenario che definire apocalittico è poco, ma anche in un passato che man mano comincia a farsi sempre più vicino: si parla dell’infanzia di Candace, dell’emigrazione della sua famiglia, del suo trasferimento a New York da giovane adulta, e dei primissimi segnali di allarme, inizialmente sottovalutati da gran parte della popolazione mondiale. Ma che cos’è questa febbre che conosciamo sin dal titolo, che cosa comporta? Una sorta di metamorfosi. Le persone che contraggono la febbre di Shen diventano degli zombie. Attenti, però! Non “zombie” nel senso che si è soliti associare a questo termine – vi vedo che scuotete il capo, rammentando opere cinematografiche di dubbio gusto -: gli zombie di Ling Ma sono semplicemente persone divorate dalla loro routine, uomini e donne senz’anima che compiono gli atti meccanici che erano soliti fare nella loro vita normale, ripetono sempre gli stessi gesti, giorno dopo giorno, disintegrandosi pian piano anche fisicamente e infine morendo. Pochissimi sono i sopravvissuti, graziati per chissà quale motivo dal contagio,  e tutti insieme – Candace e gli altri otto – decidono di aggregarsi e scappare, provando a formare una nuova società a Chicago.

Sebbene la trama sia accattivante, nel suo continuo dondolio altalenante a causa dei numerosi flashback – che invogliano a capire sia cos’è successo in passato sia cosa accadrà in futuro -, due sono le cose che mi hanno più colpita di questo romanzo (prima opera per la scrittrice, quindi tanto di cappello!): il livello di coinvolgimento che Ling Ma riesce a scatenere nel lettore, anche e soprattutto con le sue descrizioni, e le tematiche che riprende qua e là per tutte le 348 pagine. La città di New York è descritta meravigliosamente, sembra di essere nell’estatto luogo di cui si sta leggendo; la vita nella metropoli viene narrata in modo molto realistico, subito si comincia a fare i conti con le speranze frantumate di migliaia di giovani che giungono lì pieni di sogni, frastornati da una città che luccica, sì, ma che nasconde altro (“Avevo sempre vissuto nel mito di New York più che nella sua realtà.”): non è oro quello che si vede, rivela banalità, riserva delusioni, è semplicemente una vetrina per il consumismo (“Vivere in una città è consumare le sue offerte.”). Questo lo si nota molto bene, per esempio, nella presenza di numerosissimi brand e griffe, che l’autrice riporta a volte quasi compulsivamente – un omaggio ad “American Psycho” di Bret Easton Ellis? Oltre alla disillusione a cui l’esistenza moderna può portare, c’è un’altra critica, probabilmente fondamento del libro stesso: quella alla ripetizione. La città tende a far mettere in atto sempre le stesse azioni, in modo meccanico (“Vivere in una città significa vivere la vita per la quale è stata costruita, adattarsi ai suoi orari e ai suoi ritmi.”), si scorge sempre la stessa routine, la si porta a compimento senza neanche pensarci, perché così si fa, perché altrimenti si resta indietro, schiacciati da quella frenesia metropolitana che contraddistingue la maggior parte dei suoi abitanti (“Vivere in una città è partecipare ai suoi sistemi impossibili e diffonderli. Svegliarsi. Andare a lavorare al mattino. E’ anche farsi piacere quei sistemi, perché, altrimenti, chi riuscirebbe a ripetere le stesse routine, un anno dopo l’altro?”). Le persone che si ammalano non sono le uniche ad essere degli automi: anche Candace, pur essendo perfettamente sana, si riscopre incantanta dai movimenti routinari e meccanici degli zombie (“Ci si poteva perdere a guardare le attività più banali che venivano ripetute ciclicamente in un loop infinito. E’ una febbre della ripetizione, della routine. Ma, stranamente, le routine non si ripetevano per forza nella stessa identica maniera. Se si stava un po’ attenti, si notavano delle variazioni. Come l’ordine in cui venivano disposti i piatti. O il fatto che a volte la signora girava in senso orario intorno al tavolo, altre in senso antiorario. Erano le variazioni a colpirmi.”), perché lei stessa, in un momento della sua vita, si è ritrovata incastrata nella noia, totalmente incapace di fare qualcosa di diverso dal suo casa-lavoro-casa-lavoro, così rapita dal suo egocentrismo robotico da non accorgersi di quello che capita fuori, al di là, della febbre che dilaga. Soltanto allontanandosi dalla sua casa, scappando insieme ad un gruppo che deve imparare a conoscere in modo fortuito, accogliendo una nuova modalità di vivere, lottando contro i rapporti di potere che si possono instaurare tra sconosciuti e avendo uno scopo ben preciso (la salvezza), forse potrà rendersi conto che c’è qualcos’altro. La monotonia e la routine ci spengono, sembra dirci un’estremamente contemporanea Ling Ma, ma un loop che ci appare infinito può essere spezzato.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Tomás Downey – Il posto dove muoiono gli uccelli

Titolo: Il posto dove muoiono gli uccelli

Autore: Tomás Downey

Editore: Gran Vía

Anno: 2019

Pagine: 114

Prezzo: € 13,00

“Le braci sono rosse ormai. Alonso le separa e prende la griglia, sistema le salsicce. Con gli occhi chiusi sente il grasso che crepita sul ferro caldo, l’odore che galleggia nell’aria, i chilometri di campagna che lo circondano, la terra dove le piante crescono e si seccano e crescono di nuovo, gli animali che nascono, muoiono e si decompongono; e lui è una parte infima di tutto quello che gira intorno al sole; e perché, qualcuno glielo spieghi, perché resistere a quell’inerzia se a lui basta guardare il cielo per sapere che quel movimento a spirale, senza fretta, senza posa, un giorno collasserà sul proprio centro; e tutto sarà parte di una stessa nuvola di polvere e gas; e perché Alonso, perché Maria, perché tutti gli orologi del mondo, tutti i cavalli morti, tutti gli ettari di terra secca.”

Mi è bastato il titolo, perturbante ed evocativo, per capire che avrei dovuto leggere assolutamente “Il posto dove muoiono gli uccelli”, seconda raccolta di racconti dell’argentino Tomás Downey. E il mio sesto senso di lettore è stato riccamente ripagato da un’antologia sorprendente, sempre in equilibrio precario tra il concreto e il surreale, tra il nostalgico e il distopico, in un turbine incontrollato di ossessioni, crisi d’identità e brame ardenti e inimmaginabili. Un punto di vista sulle relazioni umane, vero fulcro dell’opera di Downey, tanto inaspettato quanto tormentoso.

I dieci racconti che compongono la raccolta pescano a piene mani nella quotidianità di ognuno di noi, nelle nostre più recondite paure e inconfessabili speranze, dando sguardi fugaci nella vera natura dell’animo umano. Sguardi che portano a galla una profonda disillusione verso un’esistenza pregna di crudeltà e sconforto, in cui ogni via di fuga si rivela un inganno. Non manca però, in mezzo a tanta desolazione, una flebile speranza che qualcosa possa cambiare, portando una luce lieve e intermittente in tanto buio.
Tra i protagonisti delle storie di Downey, un posto d’onore se lo ritagliano i bambini e gli adolescenti, come le tre sorelle del racconto d’apertura. Una manciata di pagine disturbanti, che si ficcano a forza nella mente del lettore, in cui comprendiamo che a volte, per scacciare il male dalle proprie vite, occorre compiere delle azioni moralmente scorrette. Una storia ambigua e contraddittoria, che ci fa capire immediatamente di che pasta sono fatti gli scritti dell’autore argentino. Due sorelle sono anche i personaggi principali del racconto che dà il titolo alla raccolta, che si rivela un’autentica perla crudele, con un finale tra i più agghiaccianti che mi sia mai capitato di leggere. Una narrazione dove la malignità si nasconde nelle profondità degli animi più insospettabili.
Non mancano episodi in cui Downey ribalta il piano della realtà, addentrandosi in atmosfere oniriche e squisitamente weird. È il caso di “La pelle sensibile”, moderna ghost story, in cui l’amore può tramutarsi in un’estenuante forma di persecuzione o “I Täkis”, che ha il sapore di una favola dark e disperata. Menzione a parte poi merita “Zoo”, l’unica incursione dell’autore nella distopia, dove le differenze sociali, culturali e umane vengono portate all’estremo e convogliate nella rappresentazione atroce di uno zoo dove la pietà è un sentimento ormai dimenticato, in un futuro imprecisato che non sembra però troppo distante dal nostro presente. Particolarmente toccante è poi “Gli uomini vanno in guerra”, piccolo capolavoro sulla circolarità del tempo e del dolore che, come in un loop maledetto, continua ad affiorare, ancora e ancora.

Tomás Downey ci regala un’opera ammaliante e sconvolgente, che prende il lettore per mano e lo stringe a sé, tra inquietudini e paranoie, malinconie e brutalità. Una raccolta di racconti che tratta una tematica scomoda come i rapporti umani in maniera del tutto inedita e originale e, proprio per questo, tra i migliori libri che mi sia capitato di leggere quest’anno.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

5 consigli per Halloween

Amo l’autunno: il caldo che se ne va, i mille colori delle foglie che appassiscono, le maglie pesanti, le tisane, le caldarroste, trascorrere le serate immersi in un libro. Soprattutto però amo l’autunno perché è l’atmosfera ideale per i racconti del terrore e le storie di fantasmi. Quale contesto migliore quindi se non l’avvicinarsi a grandi passi di Halloween, festa orrifica per eccellenza, per darvi qualche consiglio in materia? Quest’anno ho scelto tre libri, non a caso tutte raccolte di racconti, dato che per me la forma breve è perfetta per suscitare qualche brivido lungo la schiena, ma anche un film e una serie tv.
Quindi mettetevi comodi, spegnete la luce e iniziate a leggere, senza badare al temporale che imperversa fuori dalla vostra casa e a quegli strani rumori in corridoio che continuano a tenervi svegli…

ERALDO BALDINI – GOTICO RURALE

Sono sempre stato incuriosito da Eraldo Baldini e dal suo terrore associato alla campagna italiana e alle vecchie leggende contadine. Per iniziare a scoprirlo ho quindi puntato alla sua opera più conosciuta e forse miglior rappresentante di tale orrore.
Comincio subito con il dire che “Gotico rurale” è una raccolta di racconti pressoché perfetta. Ho amato l’ambientazione agreste, tra nebbie impenetrabili, sterminati campi di grano, capanne nei boschi e colline maledette, che si rivelano messaggeri di un’inquietudine tanto profonda quanto vicina a noi. I racconti di Baldini scavano a fondo nel nostro passato, portando a galla segreti e reminiscenze conturbanti, che affondano le radici in terrori ancestrali. Risvolti soprannaturali, dinanzi a cui l’uomo può soltanto piegarsi e pregare, indicibili efferatezze, vendette crudeli e misteri da custodire: Baldini in queste diciotto storie ci regala attimi di squisita paura, che ci incalzano a continuare, mai sazi, racconto dopo racconto. Grande importanza viene data ai bambini e forse proprio le vicende che vedono protagonisti i ragazzini sono quelle che lasciano addosso un maggior senso di malessere e di irrequietezza. Non manca infine anche qualche sana dose di humor nero, che però personalmente ho trovato un po’ stonato rispetto all’atmosfera che si respira nel resto dei racconti.
Gotico rurale” si è rivelata una delle migliore raccolte horror/weird che ho letto negli ultimi anni: credetemi, orrore e campagna insieme sono un mix esplosivo!

AUTORI VARI – LA BIBLIOTECA DI LOVECRAFT

La “Biblioteca di Lovecraft” è la nuova collana di Edizioni Arcoiris che si prefigge di portare in Italia classici del gotico, dell’horror e del weird, in parte inediti e in parti editi ma con nuove traduzioni.
Il primo volume prende il titolo direttamente dal nome della collana e ci propone quattro racconti di altrettanti autori elogiati dallo scrittore di Providence all’interno della sua opera saggistica. Accanto a due nomi imprescindibili nella storia della letteratura fantastica, come Ambrose Bierce e Montague Rodhes James, troviamo Edward Frederic Benson e l’accoppiata Erckmann/Chatrian, chicche da noi quasi sconosciute. Tutte le storie sono di alto livello e mescolano soprannaturale e squisite atmosfere ottocentesche, nella migliore tradizione dell’epoca d’oro delle ghost stories. L’orrore il più delle volte non si palesa direttamente ma viene evocato o suggerito, in un crescendo di inquietudine che avvolge il lettore. I fantasmi, reali o psicologici, che si aggirano tra le pagine del volume, emanano un terrore che non può prescindere dal clima e dagli ambienti che circondano i protagonisti, fonti di paura tanto quanto gli spiriti che li infestano.
Tra anziane signore vendicative, capanne nei boschi, persecuzioni e volti che ossessionano, “La biblioteca di Lovecraft” ci regala una prima raccolta davvero succulenta, curata nei minimi particolari, dalle traduzioni, fino alla bellissima grafica e alle illustrazioni interne. Un volume prezioso che inaugura una collana che, speriamo, avrà lunga vita.

AUTORI VARI – L’ORA DEGLI SPETTRI

Ricchissima antologia di storie di fantasmi, “L’ora degli spettri“, edita da Edizioni Hypnos, da sempre specializzata nella riscoperta del weird, propone al pubblico italiano ben 29 racconti, che vanno da metà Ottocento a metà Novecento, totalmente inediti al momento della pubblicazione. Pochi gli autori conosciuti, anche da chi abitualmente legge horror e gotico (esempi sono il grande Algernon Blackwood o W.W. Jacobs, da noi pluriantologizzato con il classico “La zampa di scimmia“), con grande spazio che viene lasciato a scrittori misconosciuti o i cui nomi solitamente non vengono associati alle ghost stories.
Le tematiche e le situazioni sviscerate ne “L’ora degli spettri” sono molteplici tanto che, accanto ai tipici racconti di fantasmi tanto cari al XIX secolo, in cui fanno la loro comparsa spiriti tormentati e vendicativi, che continuano ancora oggi a donare una deliziosa inquietudine, sono presenti racconti dai risvolti psicologici e meno lineari, a tratti quasi filosofici, a testimoniare come la tradizione delle storie di apparizioni soprannaturali non esaurisca il proprio fascino in stereotipi o schemi prestabiliti. Troviamo anche, a sorpresa, sprazzi di crudele ironia, a completare il quadro di un’antologia  che si rivela tutt’altro che monotematica.
Un bel compendio di racconti del terrore che farà felice chi, come me, degli spiriti proprio non può farne a meno.

JEREMY DYSON & ANDY NYMAN – GHOST STORIES

Ammetto di aver avuto qualche riserva, prima della visione di “Ghost Stories“, lungometraggio dalle tinte horror uscito nella sale italiane lo scorso anno. Ero ovviamente incuriosito ma pensavo di trovarmi di fronte al classico film dalle pieghe soprannaturali, sicuramente piacevole ma facilmente dimenticabile. Invece, per fortuna, mi sbagliavo di grosso.
Premetto subito che “Ghost Stories” non è un capolavoro di originalità ma pur nel suo “già visto” riesce a essere un ottimo film. La vicenda è incentrata su tre casi paranormali rimasti senza soluzione che vengono affidati al professore di psicologia Phillip Goodman. Le tre storie costituiscono il corpus centrale della prima parte dell’opera, rivelandosi tre buoni racconti horror ma nulla di più. Una classica pellicola del terrore come ce ne sono tante, godibile ma certo non memorabile. Ecco che però nell’ultima mezz’ora tutto cambia e quello che “Ghost Stories” sembrava essere, forse non lo è più.
Non farò spoiler perché sarebbe delittuoso ma il film della coppia Dyson/Nyman mi ha regalato uno sviluppo e un finale che ho adorato e che sono sicuro vi farà ricredere, anche a chi storcerà il naso durante la prima parte. Assolutamente perfetto per Halloween!

VEERLE BATENS & MALIN-SARAH GOZIN – TABULA RASA

Chiudiamo con “Tabula Rasa“, serie tv belga che trovate su Netflix. Prima di parlarne però, devo fare necessariamente due premesse. La prima è che “Tabula Rasa” non è una serie horror ma rientra nel filone del thriller psicologico. Tuttavia presenta elementi e atmosfere che non la farebbero sfigurare affatto come visione adatta per la notte delle streghe. La seconda è che è ingiustamente passata inosservata, fagocitata dalla miriade di serie che escono ogni mese. Vale però davvero la pena recuperarla, perché vi assicuro che “Tabula Rasa“, con i suoi innumerevoli colpi di scena, vi terrà incollati allo schermo dall’inizio alla fine.
L’idea di fondo è tanto semplice quanto intrigante: una donna, colpita da amnesia, diventa l’elemento cruciale per la risoluzione di un caso di scomparsa. Tutto giocato tra flashback che riportano a prima della perdita della memoria e il presente, in cui la donna è rinchiusa in un ospedale psichiatrico, “Tabula Rasa” regala sorprese a ripetizione, in un crescendo emozionale che trasporta lo spettatore nella mente turbata della protagonista.
Una serie tv che, pur sviluppando tematiche ed elementi a tratti non così originali, colpisce a fondo la curiosità dello spettatore, regalandoci un racconto in bilico tra crime, sfumature horror e indagine psicologica che merita di essere visto, forse più di tanti altri telefilm blasonati ma di scarsa qualità.

Mr. P.

Michele Orti Manara – Il vizio di smettere

Titolo: Il vizio di smettere

Autore: Michele Orti Manara

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 170

Prezzo: € 14,00

“Prenderci in giro, prenderci poco sul serio, era una cosa che facevamo sempre; quel pomeriggio però, per la prima volta da quando lo avevo conosciuto ormai tredici anni prima, mi pareva che ogni battuta ci raschiasse la gola. Si scherzava, ma ogni frase era un po’ più seria di quella prima.
Era come salire una scala verso qualcosa di poco piacevole, oppure rendersi conto di camminare nelle sabbie mobili solo quando le ginocchia sono già sprofondate.
Continuare a salire o ad andare giù, con un sorriso bugiardo stampato in faccia.”

La prima cosa che salta all’occhio de “Il vizio di smettere”, seconda opera di Michele Orti Manara, è l’incredibile copertina disegnata da Francesca Protopapa. Ognuno di quei personaggi ritratti sembra lì per te: fingono di non guardarti, apparentemente persi nei loro pensieri, ma in realtà ti scrutano, sogghignando, increspando le labbra o con il viso imbronciato. Ognuno custode di un proprio mondo interiore, tanto diversi quanto simili l’uno con l’altro. Una copertina che più azzeccata non poteva essere ma, a mio avviso, anche fuorviante. Perché i racconti di Orti Manara, oltre a irradiare i mille colori che dipingono le nostre vite quotidiane, ben rappresentati dalla cover, sprigionano una malinconia e un dolore che ricoprono di bianco e nero ogni cosa. Insomma, un acquerello dalle sfumature dense e imprevedibili.

Protagonista assoluta delle sedici storie raccolte nel volume, è l’esistenza di persone ordinarie, alle prese con lutti, amori che finiscono o che non sono mai cominciati, i bilanci delle proprie vite, incomprensioni e solitudini. Un’esistenza in cui chiunque potrà ritrovarsi, senza per questo risultare banale o stereotipata. Tutt’altro: le emozioni che si respirano a pieni polmoni negli scritti dell’autore veronese sono quanto di più autentico ci si possa aspettare. Un centrifugato di umanità che tocca nel profondo, sempre a metà strada tra inquietudine e ironia, tra la necessità di una metamorfosi e l’istinto di rimanere se stessi, nel bene e nel male. Così, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo immersi, senza via di scampo, nella verità di un ragazzino che ha perso il fratello o nell’ironia caustica che fa da sfondo a un legame d’amicizia che viene diviso da migliaia di chilometri. E diventa poi inevitabile ritrovarsi a fare il tifo per quell’adolescente solitario che quando tenta di avvicinarsi a qualcuno, finisce sempre per deluderlo. O provare tenerezza per quella donna ormai disillusa che per il suo cinquantesimo compleanno decide di bere tanti ciuputi quanti sono gli anni che compie.
Nei racconti di Orti Manara fanno però anche capolino ossessioni incontrollate, come nel geniale “L’assicurazione”, una short story che nella sua brevità ho trovato perfetta, lo sberleffo che fa sorridere il lettore (l’ottimo trittico “Tre disillusioni editoriali”) e l’ineluttabilità di un destino già scritto (“La missione”). A sorpresa, non manca anche qualche momento squisitamente surreale, come l’irresistibile gatto parlante de “La malvagità della coda” e l’enigmatico ragazzo di “Una vita in venti minuti”, forse il racconto più criptico e originale della raccolta, e proprio per questo una piccola gemma.

Viscerale, disincantato, onirico, beffardo: questo l’universo che scaturisce dalla penna dell’autore, che fa dell’ordinaria insensatezza quotidiana il suo cavallo di battaglia. Costantemente al crocevia tra picchi di dolce afflizione e spennellate di perturbante sarcasmo, “Il vizio di smettere” si dimostra una delle raccolte di racconti italiane migliori degli ultimi tempi. Sperando che, a discapito dell’irresistibile titolo, Orti Manara non si lasci contagiare e continui a sfornare piccole perle come quelle qui raccolte.

Voto: 4/5

Mr. P.

Daniel Gumbiner – Il costruttore di barche

Titolo: Il costruttore di barche

Autore: Daniel Gumbiner

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2019

Pagine: 248

Prezzo: € 18,50

“«Presto ti ritroverai vecchio come me, e ti garantisco che l’unica cosa che non ho mai rimpianto è di non essermi preoccupato di più. Non mi sono svegliato una sola mattina dicendomi, “Oddio, avrei dovuto passare più tempo a preoccuparmi”. No, spero soltanto di aver guardato le cose in faccia. Perché l’ansia si nutre di futuro. Se guardi le cose così come sono è molto difficile farsi prendere dall’ansia».
«E se si tratta di qualcosa di brutto?».
«Bene, allora è  qualcosa di brutto. Ma la sofferenza nasce quando cerchi di non fare apparire brutto ciò che è brutto. Non dico che sia facile. Io stesso sbaglio di continuo. Ma è l’unica soluzione».”

Dopo un periodo di pausa, dovuto a un’estate divisa tra vacanze e impegni, torno finalmente a parlare di letteratura sul blog, scegliendo di iniziare da un romanzo uscito qualche mese fa nella collana contemporanea di Edizioni Lindau. Si tratta de “Il costruttore di barche“, opera d’esordio dell’americano Daniel Gumbiner, già editor della rivista “The Believer” e della casa editrice “McSweeney“. A cominciare dalla stupenda immagine di copertina (ma sulle cover Lindau da anni ci ha abituati benissimo), il romanzo di Gumbiner mi ha subito intrigato. Un titolo evocativo, che mi ha portato alla mente l’odore di salsedine, la provincia americana, la vocazione di una vita intera. Il tutto condito da un’aura nostalgica e solitaria.

Il libro si apre subito con una delle sue scene più potenti e che mi ha accompagnato costantemente nella lettura, fino all’ultima pagina. Berg, ventottenne reduce da un grave incidente che gli ha causato un trauma cranico, tormentato dai continui mal di testa, strascico malevolo dell’infortunio, si intrufola in casa di uno sconosciuto per rubare i farmaci oppioidi di cui è dipendente. Non è la prima volta che lo fa, forse non sarà nemmeno l’ultima, ma nell’immagine vergognosamente disperata del protagonista si intravedono già i temi portanti del romanzo: il tentativo di guarire la propria anima, la ricerca di affetti autentici, l’affrontare le proprie tempeste interiori, per uscirne rinvigoriti e con una nuova consapevolezza. Tematiche importanti ma che Gumbiner tratta con naturalezza e una sottile ironia, senza appesantire la narrazione ma, anzi, proponendo al lettore un racconto fluido e disinvolto. Personaggio chiave, a tale proposito, è Alejandro, il costruttore di barche che dà il titolo al romanzo. L’incontro con l’eccentrico e geniale artigiano, cambierà radicalmente l’esistenza di Berg, portandolo a interrogarsi e a osservare con occhio critico ciò che è diventato, donandogli una coscienza rinnovata. Forse mi sarei aspettato qualche momento “filosofico” in più, date le premesse, mentre gli insegnamenti di Alejandro sono distribuiti con il contagocce. Ciò che prevale è invece la quotidianità del lavoro in officina, la rusticità della vita in fattoria e la gioia di sentire la propria pelle accarezzata dalla brezza marina. Sensazioni e silenzi che possono valere più di molti precetti morali e che contribuiscono a dare di Alejandro un’immagine non da santone, ma di uomo normale, con i suoi grandi pregi ma anche le sue ossessioni e i suoi difetti. Un personaggio umano e non idealizzato, come scoprirà anche Berg. A fare da sfondo alle consuetudini del costruttore di barche e del suo apprendista, c’è la vita provinciale di Talinas, cittadina immaginaria del nord della California, che mi ha ricordato una Holt affacciata sul mare. Un paese dove tutti si conoscono, gli odi tra famiglie sono all’ordine del giorno e le malelingue parlano spesso a sproposito, anche di Alejandro e della sua vita ai limiti dello stravagante.

Il costruttore di barche” può quasi essere considerato un romanzo di formazione che non si concentra, però, sull’adolescenza, bensì sull’età adulta. Un percorso spirituale all’interno dell’anima di Berg, irto di complicazioni ma grondante determinazione e voglia di resistere. Una riflessione intensa sull’amicizia e sulla profondità inattesa dei rapporti che vanno ad intrecciare le esistenze di due sconosciuti, portando una nuova e più lucida visione delle cose.

Voto: 4/5

Mr. P.

Carmen Maria Machado – Il suo corpo e altre feste

Titolo: Il suo corpo e altre feste

Autore: Carmen Maria Machado

Editore: Codice Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 262

Prezzo: € 18,00

«Ho conosciuto molte persone nella vita, e di rado incontro qualcuno che sia stato spogliato di tutto, potato a tal punto che i suoi rami possano crescere più vigorosi di prima. Posso dirvi con assoluta onestà che quella sera nella foresta è stato un dono. Molte persone vivono e muoiono senza mai confrontarsi davvero con se stesse, nell’oscurità. Pregate di ritrovarvi un giorno sul bordo dell’acqua, di sporgervi e potervi contare tra i fortunati.»

Carmen Maria Machado. Probabilmente, provando a far risuonare nella vostra mente questo nome, non ne verrà fuori nulla. I più informati potrebbero aver sentito qualche accenno a questa giovane autrice statunitense, finalista al National Book Award nel 2017, ma credo sia ancora troppo poco conosciuta in Italia. Il motivo è senz’altro uno solo: nel nostro Paese è stata pubblicata da un paio di mesi soltanto. Codice Edizioni ha messo a segno un colpaccio perché “Il suo corpo e altre feste” è una raccolta di short stories degna di nota. Originale, arguta, sorprendente. Qualcosa di nuovo, fresco e interessante. Inizio questo articolo tirando subito le somme: dovete leggerla.

È lecito dunque domandarsi quale sia l’ingrediente che rende questo volume – che, ricordiamolo, è un debutto, e questa cosa mi riempie ulteriormente di gioia perché mi fa pensare “Se questo è solo l’esordio, chissà che cosa ci aspetta!” – così bello. Basterebbe, in realtà, leggere anche soltanto la prima delle otto storie qui raccolte. “Il nastro” racconta quella che, apparentemente, è una semplice relazione d’amore: una ragazza incontra un ragazzo ad una festa, si notano, si piacciono, cominciano la loro vita insieme e il tutto viene narrato in prima persona con una tale grazia, con una tale leggerezza che sembra di essere di fronte alla donna che ci sta rievocando la sua esistenza. Fin dalle prime pagine, però, si nota un particolare che stona con la vie en rose precedente, che incuriosisce il lettore, lo rende dubbioso, a tratti inquieto: la protagonista indossa infatti intorno al collo un bellissimo nastro verde che nessuno può toccare, nemmeno le persone a lei più care. È assolutamente vietato. Perchè?, ci si domanda. Non viene fornita nessuna risposta. I cattivi presagi che il lettore sente fin dall’inizio continuano poi lungo tutta la narrazione della protagonista, la quale inserisce delle brevissime storielle macabre e a tratti fantastiche, dei “racconti nel racconto” che non lasciano scampo: siamo ormai certi, non ci sarà nessun lieto fine. Ripreso splendidamente nell’illustrazione di copertina di Davide Bonazzi, questo primo gioiello letterario presenta tutti i temi che la Machado esplorerà nell’opera: i rapporti umani e ciò che nascondono, la sessualità queer, il dolore e la violenza, la centralità del corpo, un immaginario realistico ma allo stesso tempo pregno di elementi surreali. Ho apprezzato la raccolta per intero (l’unico ‘racconto non racconto’ su cui ho dei dubbi è “Particolarmente esecrabili”, una riscrittura delle prime dodici stagioni di “Law&Order: Unità Vittime Speciali”, che stona leggermente con l’alto livello del libro); a questo giro non riesco nemmeno ad avere una short story preferita. Ho assistito all’apocalisse mentre una donna elencava tutti gli incontri sessuali della sua vita (“Inventario”), ho avvertito il disagio di una persona che ha come scopo un dimagrimento tale che la porterà a confrontarsi con la parte più nascosta di sé (“Otto bocconi”), ho avuto paura che il mio stesso corpo diventasse volatile e trasparente per non si sa quale strano motivo (“Le donne vere hanno un corpo”), ho tremato con una donna vittima di violenza, che si accorge di poter leggere nel pensiero degli attori dei film porno che guarda per cercare di sconfiggere il suo trauma (“Intrattabile alle feste”).

Carmen Maria Machado è questo ma anche molto altro, è una scrittrice in grado di andare al di là dei generi in tutti i sensi, anche e soprattutto letterari: l’erotismo si mischia con il surreale, alla fine della commedia romantica fa capolino l’horror, il distopico va a braccetto con l’introspezione psicologica. I suoi racconti attirano il lettore, che si ritrova intrappolato, incuriosito, pronto a continuare a leggere per poi scoprire (forse, perché non sempre è dato saperlo) come le cose si evolveranno, dov’è l’inghippo. Per concludere, una raccolta tanto delicata quanto potente, misteriosa  e onirica, che non potete farvi assolutamente sfuggire.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Edurne Portela – Meglio l’assenza

Titolo: Meglio l’assenza

Autore: Edurne Portela

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2019

Pagine: 288

Prezzo: € 19,00

“Le case sono un po’ come le persone. A mano a mano che invecchiano, lasciano esposta la struttura originaria, le cui tracce sono ancora riconoscibili malgrado i danni prodotti dal tempo. La casa di mia madre, dopo tutti questi anni, è sciupata e integra insieme. Come lei. Come me.”

Dopo svariati saggi e articoli accademici, “Meglio l’assenza” è l’esordio nella narrativa dell’autrice basca Edurne Portela. Un esordio intenso e spietato, inquieto e delicato, portato in Italia da Edizioni Lindau  nella loro collana di letteratura contemporanea. “Meglio l’assenza” è un’opera prima costellata di cicatrici e memorie, che intreccia in modo del tutto naturale le tormentate vicende famigliari della protagonista con il clima intriso di violenza dei Paesi Baschi degli anni ’80 e ’90: un tempo e un luogo in cui crescere può comportare ferite indelebili, capaci di marchiare a fuoco un’intera esistenza.

Protagonista e narratrice in prima persona, dapprima attraverso lo sguardo ingenuo dell’infanzia, poi ribelle dell’adolescenza e infine disilluso dell’età adulta, è Amaia Gorostiaga, la più piccola di quattro fratelli. L’intera vicenda abbraccia un arco temporale che va dalla fine degli anni ’70 agli inizi degli anni ’90, per poi riemergere con prepotenza nel 2009, con Amaia ormai donna che torna nel proprio paese natale dopo anni di assenza. Centro nevralgico del mondo di Amaia è la propria famiglia, in cui la solitudine e una violenza immotivata soffocano costantemente quel barlume di amore che fatica a emergere, nascosto da rabbia e frustrazione.
Amadeo, padre brutale e che sa esprimere le proprie emozioni soltanto attraverso maltrattamenti e soprusi, è il vero filo conduttore della regnatela di sentimenti che invadono senza sosta l’esistenza di Amaia. Il rapporto tra padre e figlia è un percorso tortuoso e pieno di angoli bui, espressione imperiosa dell’assenza del titolo. Amadeo infatti è invischiato in un reticolo di traffici poco chiari che lo legano, volente o nolente, all’ETA, l’organizzazione armata separatista di matrice terroristica che maggiormente ha incarnato la lotta per l’indipendenza del Paese Basco. Tutto ciò lo porta ad allontanarsi dalla propria famiglia, lasciando un vuoto incolmabile, che avrà ripercussioni tragiche sia sulla moglie che sui figli. Un’assenza che Amaia non perdona, nel tentativo disperato di scavare a fondo nella vita del padre e in tutti i segreti che ha sempre celato alla propria famiglia. Un passato oscuro e irto di difficoltà, che ossessionerà Amaia durante gli anni dell’adolescenza e si riaffaccerà in età adulta. Un passato di cui è a conoscenza soltanto la madre di Amaia, Elvira, donna fragile e legata al marito da una sorta di malsana dipendenza economica ed emotiva, troppo presa dai suoi demoni per potersi dedicare completamente alla crescita dei quattro figli. Così Amaia e i suoi tre fratelli cercano di sopravvivere ai tumulti della giovinezza, ognuno a modo suo, tra droghe, lotte armate e indifferenza. Qui torna in gioco la crudeltà dell’assenza di un padre, che quando è presente è capace solamente di ferire. Proprio questo porterà Amaia a preferire l’assenza, a scegliere di gettarsi in un vuoto distaccato anziché affrontare una presenza dispotica e rabbiosa.
La Portela è infine maestra nel dipingere un ritratto crudele e senza filtri dei Paesi Baschi negli anni della lotta per l’indipendenza, tratteggiando una società e un ambiente implacabili, che non si limitano a fare da sfondo alla vicenda di Amaia, ma sono parte integrante della vita della protagonista.

Meglio l’assenza” è un romanzo di formazione senza mezze misure, che entra in pieno petto, afferrando il lettore e scuotendolo con forza. Una lettura che non può lasciare indifferenti e che entra in modo viscerale nel cuore e nella mente di chi legge. Un piccolo gioiello che si addentra nei legami famigliari in maniera spietata e sensibile e, proprio per questo, incredibilmente vera.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Autori vari – Racconti italiani gotici e fantastici

Titolo: Racconti italiani gotici e fantastici

Autore: AA. VV.

Editore: Black Dog Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 340

Prezzo: € 17,00

“«Non pare a lei più naturale il credere che i pensieri e i sentimenti non sieno altra cosa che le infinite e rapidissime combinazioni di atomi infinitamente piccoli, i quali si muovono, s’aggruppano, si sciolgono, si ricompongono, si riposano, si ridestano nelle cellette del cervello? E così vengono facilmente spiegati il sonno, i sogni, la memoria, il rammentarsi improvviso, le bizzarrie della immaginazione, lo svolgersi ordinato del criterio e via, via.»
«E la morte? »
«È la putrefazione della materia del pensiero: la putrefazione dell’anima.»”

Prima uscita per la neo casa editrice “Black Dog Edizioni”, di cui vi avevo già parlato tempo fa in questa intervista. L’editore ligure, con la precisa dichiarazione d’intenti di dedicarsi completamente alla letteratura fantastica, non poteva non iniziare la propria avventura con una raccolta di racconti che recupera il meglio del gotico e del fantastico italiano. Curata dalla nostra vecchia conoscenza Dario Pontuale, “Racconti italiani gotici e fantastici” è la prima di una serie di tre antologie che intendono pescare a piene mani nell’Ottocento e nel primo Novecento italiano, facendoci scoprire il lato più oscuro e meno conosciuto di alcuni tra i più amati autori classici del nostro Paese. Così, in questo primo volume, accanto a nomi meno noti ma non per questo meno degni di riscoperta, come Emilio De Marchi, Federigo Verdinois o Remigio Zena, troviamo autentici mostri sacri della letteratura italiana come Italo Svevo, i fratelli Boito o Igino Ugo Tarchetti.

Con il sottotitolo “Esperimenti“, la prima raccolta della trilogia raccoglie testi fantastici caratterizzati da un profondo legame con la scienza, che nella maggior parte dei casi si tramuta in fantascienza. I tredici racconti qui racchiusi si propongono di indagare, mediante appunto la connotazione fantastica e gotica di cui sono intrise trame e ambientazioni, il rapporto distorto e malato che l’uomo da sempre ha verso le scoperte scientifiche. Un legame deformato che porta alla violazione delle leggi della natura e a una disumanizzazione dai contorni catastrofici. Non meno importante poi, l’eterna dicotomia tra fede e scienza, in una lotta che trova proprio in questi racconti alcuni tra gli episodi più agghiaccianti.
Accanto a singolari malattie, come quella che assilla il disgraziato protagonista di “Macchia grigia” di Camillo Boito, originalissima storia di rimorso e vendetta, troviamo cure scientifiche a malattie dell’animo, come ci illustra Luigi Capuana ne “Il dottor Cymbalus“, in cui le teorie scientifiche vengono appunto applicate come terapia dell’anima, con esiti pericolosi e degradanti. Dello stesso Capuana, particolarmente interessante è la versione che l’autore siciliano dà di uno dei più famosi mostri di tutti i tempi. Parliamo del vampiro, qui declinato in una dimensione quasi metafisica, con una rilettura dai tratti insoliti e ammalianti. Non mancano però anche le classiche ghost stories, rappresentate degnamente da “Un osso di morto” di Igino Ugo Tarchetti e da “Le due mogli” di Federigo Verdinois: quasi ironica la prima, con un tocco di leggerezza che stempera la tensione, soffocante e commovente la seconda.
Menzione a parte meritano poi due piccoli capolavori, che mi hanno affascinato e avvolto nel loro manto oscuro. “La lettera U (Manoscritto d’un pazzo)” di Igino Ugo Tarchetti è una vera e propria discesa nella follia della mente umana, in cui l’ossessione per la lettera U condiziona l’intera esistenza del protagonista. Un’idea di base assolutamente originale, sviluppata in forma di confessione, che non può non tenere incollati fino all’ultima riga. Differente ma ugualmente ammaliante e carico di un particolare senso di mistero è “Confessione postuma” di Remigio Zena. Qui ci addentriamo nei territori della fede, in un racconto claustrofobico ed enigmatico. Magistrale la costruzione dell’ambientazione gotica: sembra infatti quasi di seguire davvero il protagonista tra vicoli oscuri e stradine tortuose. Da leggere assolutamente di notte, con la sola luce della lampada a illuminare le pagine.

Il primo volume dei “Racconti italiani gotici e fantastici” è uno scrigno di piacevolissime sorprese, che ci insegna a guardare sotto una nuova luce alcuni tra i maggiori autori italiani a cavallo tra Ottocento e Novecento e a scoprirne altri immeritatamente dimenticati.
Da ricordare infine le stupende illustrazioni di Alex Raso, che impreziosiscono ulteriormente il libro. Non ci resta quindi che attendere con trepidazione i prossimi due tomi, dai suggestivi sottotitoli “Ombre” e “Oltremondi“!

Voto: 4/5

Mr. P.