Giulia Bracco – La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Titolo: La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Autore: Giulia Bracco

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2018

Pagine: 348

Prezzo: € 15,00

“Anche se può essere così discreto, il mondo delle parole è violento, potente e magnifico, come l’universo che rimescola le forze con tutta la sua energia e appare sempre imperturbabile. Le parole sono magiche. Le scrivi e chi le vede automaticamente le legge. Le pronunci e si lanciano nel vuoto come dardi fiammeggianti. Le pensi e sono bombe a orologeria che incombono di nascosto. E se le invochi – pochi secondi – ti liberano, anche se dopo spariscono, come in un vuoto temporale.”

Dopo la bellissima raccolta di racconti “Storia dei miei fantasmi” di Francesco Borrasso, torno a sedermi al tavolino letterario di Caffèorchidea – giovane casa editrice salernitana – sorseggiando un caffè e addentrandomi nelle atmosfere pop e malinconiche del nuovo romanzo di Giulia Bracco: “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio”. Il primo aspetto che mi ha colpito è stata la particolarità del titolo, che ho scoperto essere una citazione di Martin Amis: “Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo: la Madre. Il Maestro. Shakespeare. Dio.” Citazione maggiormente azzeccata non poteva esserci, dato che nell’opera della Bracco la scrittura, e l’arte tutta, gioca un ruolo fondamentale, mentre i quattro sorveglianti fanno capolino tra una pagina e l’altra, ammiccando ai personaggi e disorientandoli.

Protagonisti del romanzo sono Nabel e Hector, figli dello stesso padre ma di madri differenti. Nabel, introversa ed eterna incompresa, ama profondamente la scrittura ma cancella qualsiasi cosa scriva, che si tratti di mail mai inviate, racconti o pagine di diario. Hector invece ha un animo ribelle e anticonformista e con le sue opere sognanti e simboliche si sta ritagliando un posto di tutto rispetto nel panorama artistico internazionale. Padre dei due ragazzi è Lucrezio Minenti, luminare della fisica e scienziato di fama mondiale, sospettato però di essere parte di un progetto relativo alla costruzione di una macchina del tempo, mistero su cui il professore non ha mai voluto far luce. Nabel e Hector, per volere del genitore, non si sono mai incontrati ma quando Hector, superati ormai i vent’anni, viene a conoscenza di Nabel, non può fare a meno di cercarla. Il contatto tra i due ragazzi sprigionerà un’incredibile energia e fratello e sorella comprenderanno di appartenere l’uno all’altra, indipendentemente dalla lontananza e dalle loro vite agli antipodi. La narrazione prenderà poi pieghe inaspettate, tra disperate richieste d’aiuto per poter viaggiare indietro nel tempo, misteriose borse cadute dal cielo al momento giusto e romanzi perduti (forse) per sempre.
A cavallo tra l’Italia, Londra, Parigi e Bilbao, “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dioè uno spaccato di vita autentico, quasi un romanzo di formazione atipico contaminato da bizzarre teorie scientifiche, che segue in parallelo le esistenze di Nabel e Hector, sfiorandole e intrecciandole per poi separarle di nuovo. E proprio ai due protagonisti non ci si può fare a meno di affezionare, sentendoci partecipi delle loro vite. Due personaggi vivi e a 360° gradi, che a volte vorresti incitare, altre quasi schiaffeggiare per farli uscire dallo loro apatia o per acquietare la loro rabbia, altre ancora semplicemente abbracciarli. Inoltre la scrittura della Bracco è elegante ma scorrevole allo stesso tempo, tra picchi riflessivi mai banali e una vicenda che comunque non manca di una sana dose di fantasia.
Come non ricordare infine che nel libro vengono citati The Cure e Depeche Mode, tra la mie band preferite in assoluto?

La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio” è un romanzo che affronta temi complessi con una semplicità disarmante e che ci introduce in punta di piedi in un intrico di vicende familiari in cui non mancano i colpi di scena ma scavando a fondo nelle coscienze dei protagonisti e accompagnandoli in un percorso di crescita e di cambiamento, che si dipana pagina dopo pagina sotto gli occhi del lettore. Una buona lettura, a metà strada tra riflessione e intrattenimento.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Joe Meno – Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Titolo: Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Autore: Joe Meno

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 396

Prezzo: € 15,00

“Perché il mistero spaventa così tanto noi adulti? Forse perché i nostri mondi sono diventati mondi di routine e sicurezza e ordine man mano che siamo cresciuti? Forse perché abbiamo imparato la risposta a tutto e la risposta è che non c’è mai un passaggio segreto, un tesoro nascosto o una nota scritta in codice che possano salvarci nei nostri momenti più bui? Perché ci opponiamo con tanta forza alla credenza che esista un mondo che non conosciamo? È più spaventoso accettare le nostre vite come sono o coltivare una fantasia di speranza?”

Avevo conosciuto la Pidgin Edizioni lo scorso anno con le prime due uscite, storie dalle trame particolarmente originali e con una narrazione dallo spirito underground, diretta e mai banale. Soddisfatto delle esperienze di lettura che mi ha regalato la giovane casa editrice napoletana, ho voluto continuare a scoprire il suo modo alternativo di pubblicare narrativa con il nuovo titolo, uscito pochi mesi fa. Autore negli USA di veri e propri best-seller, Joe Meno è il terzo autore che ci propone la Pidgin, con il suo “Billy Argo: il ragazzo detective fallisce“. Già dal titolo, e anche dall’ottima copertina, capiamo di trovarci di fronte a un romanzo fuori dagli schemi, in cui la linearità e l’ordinarietà è meglio lasciarle da parte. “Billy Argo” è difficilmente incasellabile e io stesso, sfogliandolo, non sapevo se mi sarei trovato di fronte a un giallo, un racconto di formazione o un romanzo psicologico. L’opera di Joe Meno è tutto questo messo insieme ma è anche molto di più.

L’autore ci fa entrare nella narrazione in punta di piedi, svelandoci dapprima l’infanzia di Billy, quando il ragazzo scopre con gioia e meraviglia un autentico talento nel risolvere enigmi e misteri tanto che, insieme all’amata sorella Caroline e all’amico di sempre Fenton, si improvvisa detective. Investigare gli riesce talmente naturale che i casi risolti da Billy aumentano a dismisura, portando il trio  all’attenzione dei media e procurandogli un successo crescente. Come tutte le infanzie, anche quella di Billy e dei suoi amici giunge però al termine e i destini dei tre si separano. Da qui in avanti l’esistenza del ragazzo detective prende una piega tragica e inaspettata, con il suicidio della sorella e il ricovero di Billy in un istituto di igiene mentale. La narrazione riprende dieci anni dopo, in cui un Billy Argo ormai trentenne viene dimesso dall’istituto psichiatrico, giudicato guarito e pronto ad affrontare nuovamente il proprio percorso di vita. Da qui inizia la riscoperta di sé del protagonista, sempre in bilico tra il terrore per il mondo esterno e l’antica scintilla, mai del tutto sopita, per il mistero e la sua indagine. Ciò che però grava come un’ombra oscura e inquietante sull’esistenza di Billy è la morte della sorella: il ragazzo infatti non riesce a trovare un qualsiasi motivo che abbia scatenato in lei l’idea del suicidio. Così, scavare nella psiche tormentata di Caroline, tra vecchi diari, criptici indizi e sbiaditi ricordi, si tramuterà nel mistero definitivo, l’unico che, se risolto, sarà in grado di donare al detective la serenità che tanto agogna.
Joe Meno ci accompagna in un surreale tentativo di riabilitazione all’esistenza, tra edifici che scompaiono, bambini che si esprimono solo attraverso la scrittura di bigliettini e cattivi che riemergono dal passato per scovare tesori nascosti. Una storia di formazione dai contorni bizzarri che, al posto di descrivere un’adolescenza tormentata, come ci si aspetterebbe, dipinge con ironia e delicatezza l’interiorità dai tratti fanciulleschi di un adulto che non ha avuto la possibilità di crescere. Il lettore però non resta mero spettatore del percorso quasi iniziatico di Billy ma partecipa attivamente, in più di un’occasione, nelle ricerche del detective. In che modo, non sarò certo io a svelarlo. Chi avrà il “coraggio” di affrontare questa esperienza di lettura fuori dall’ordinario, lo scoprirà quando meno se lo aspetta.

Billy Argo” conferma, con la sua dose di sana eccentricità perfettamente bilanciata da una profondità non comune, l’ottimo percorso editoriale intrapreso da Pidgin Edizioni. Nel romanzo di Joe Meno infatti troveranno pane per i propri denti i lettori curiosi e che amano osare, addentrandosi nelle pieghe di un racconto seducente che, tra nonsense e sentimenti autentici, non può fare a meno di suscitare una genuina meraviglia.

Voto: 4/5

Mr. P.

Tony Laudadio – Preludio a un bacio

Titolo: Preludio a un bacio

Autore: Tony Laudadio

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 217

Prezzo: € 17,00

“Sono lacrime nuove, mai versate prima, di una natura diversa. O forse antiche, lacrime conservate in questi decenni, messe da parte per tutto il dolore sofferto, a volte anche senza accorgermene, forse aspettando il momento adatto per rovesciarle. Queste sono le lacrime negate. È il pianto della nostalgia, del tempo smarrito, delle occasioni lasciate andare, delle vite sprecate e consumate, il pianto dei giorni che vorrei riavere indietro, degli istanti – miliardi di istanti – che non ho vissuto come avrei voluto, dei momenti precisi. Il pianto dei mostri che sono cresciuti nella mia pancia e nella mia memoria, che sono diventati enormi perché si nutrivano di rancore, risentimento, di odio, di fallimenti. E questo è anche il pianto per la loro esistenza distruttiva, e per la loro morte: il pianto della liberazione dall’incantesimo, del risveglio da un incubo terrificante. Il pianto della debolezza, delle forze che scompaiono, della resa, il pianto della fine della guerra, dell’armistizio, della conta dei morti, della raccolta dei cadaveri, della ricerca di ciò che non c’è più, della constatazione dei disastri, è il pianto di quelli che cedono, di quelli che si abbandonano dopo una lunga lotta, che si accasciano dopo una lunga corsa, che cadono senza più opporre resistenza.”

Umanità. Questa è stata una delle prime parole che mi sono venute in mente leggendo “Preludio a un bacio” di Tony Laudadio, pubblicato da NN Editore (un plauso per la copertina, magnifica). Umanità come aggettivo, come caratteristica che rimanda alla solidarietà, alla comprensione, all’indulgenza. Al giorno d’oggi non è soltanto importante, è fondamentale che esistano ancora libri che pongano al loro centro concetti del genere. Il senso di umanità che permea l’intero romanzo è rivolto verso Emanuele, il protagonista della storia. Emanuele è un barbone, trascorre le giornate a suonare il suo amato sassofono agli angoli delle strade, vive nell’umido scantinato di un condominio, beve assiduamente per raggiungere l’incoscienza, per non pensare alla lunga serie di disastri che ha costellato la sua esistenza: è tormentato da rimorsi e, soprattutto, da rimpianti, è disilluso e cinico, si è arreso ormai a ciò che è stato e a quello che non è stato. Per tutti questi motivi, beve, perché è una delle pochissime cose che lo fanno stare bene: «L’alcol è tepore, nutrimento, benessere. Ti fa dimenticare, perdere te stesso e ogni paura. […] L’alcol è la felicità della morte senza il fastidio dell’essere cadaveri». I suoi giorni trascorrono monotoni fino a quando, una sera, viene aggredito da qualcuno e si ritroverà ricoverato in ospedale.

Credo che ciascuno di noi, procedendo a ritroso, possa trovare nella propria vita un momento chiave, un istante, un particolare accadimento che gli ha permesso di cambiare le carte in gioco. Per il protagonista di “Preludio a un bacio” la permanenza forzata in una struttura ospedaliera per qualche giorno ha avuto esattamente quella funzione. Sperimentare un contesto diverso, caldo e accogliente, avere a che fare con persone gentili e preoccupate per lui, constatare che la sua salute è a rischio: tutti questi elementi rendono Emanuele più consapevole. Deve fare qualcosa, non può continuare a crogiolarsi nei ricordi di un tempo ormai perduto, nel nulla  quotidiano. Ecco che allora gli viene in aiuto l’unica persona con cui ha un rapporto: Maria, giovane cameriera del ‘Blue Bird’, il bar in cui l’uomo è solito affogare i suoi dispiaceri. Un forte senso di umanità contraddistingue il legame tra questi due personaggi: si tratta di prendersi cura l’uno dell’altro, senza porsi limiti o barriere, andando al di là di giudizi e pregiudizi. In un certo senso, è una forma d’amore. Emanuele si sente cambiato, quasi fosse un’altra persona. Grazie a Maria comprende che è importante rivolgere la propria vita verso gli altri, mettendo da parte cinismi ed egoismi, provando a riparare agli errori commessi nel passato: «Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti? Come venature nel marmo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l’avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri. Quanto c’è di mio e quanto c’è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l’inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia nelle donne. Le mie donne».

Nonostante non abbia particolarmente apprezzato alcune rivelazioni e colpi di scena messi in atto dall’autore, ho amato profondamente questo romanzo. L’ho amato perché descrive in modo realistico che cosa significa accostarsi alla felicità, alle piccole gioie: Emanuele lo fa piano, in silenzio, con incredulità. Dopo una vita di sofferenze e brutture, di apatia e insensibilità nei confronti degli altri, dopo essersi perso nei suoi lati più oscuri, si ritrova in tutta la sua umanità. L’ho amato perché mette in luce l’importanza di aprirsi con qualcuno – uomo, donna, amico o sconosciuto che sia -, di fare ammenda, di ascoltare e saper chiedere scusa, di apprezzare cose che sono sempre date per scontate e che forse, in fondo, non lo sono affatto. L’ho amato perché è la storia di una rinascita, di un uomo che non si arrende al suo passato e a quello che si è lasciato sfuggire- fondamentalmente, l’amore – ma che cerca in ogni modo di recuperarlo. Questo significa stravolgere tutto quello che è stato, cominciare un’esistenza nuova pur tornando sui propri passi, anni dopo. È un atto coraggioso, rivoluzionario. Qualcosa che dovremmo cercare di fare più spesso.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Connie Palmen – Tu l’hai detto

Titolo: Tu l’hai detto

Autore: Connie Palmen

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 256

Prezzo: € 17,00

“Tutto della mia sposa mi commuoveva, ma questa incapacità di essere se stessa, la ricerca spasmodica di una voce autentica, era la cosa che più mi colpiva. Era tagliata fuori dalla parte più pura di sé, quella in cui risiedevano la creatività e il genio, incatenata alla ferita, alla rabbia, alla crudeltà. Quell’isolamento era la causa della sua frustrazione e disperazione. I ragionamenti da ambiziosa ragazza perbene la tenevano lontana da tutto ciò che era ambiguo, complesso, oscuro e violento, dalla sua vera natura. E io ero convinto che il più grande atto d’amore sarebbe stato liberarla, come un cavaliere della tavola rotonda, dalle segrete di un animo oscuro, condurla fuori e porgerle il sacro graal dell’immaginazione libera.”

Più passa il tempo, più continuo a scrivere, più mi accorgo di una cosa che sfiora l’assurdo: quanto è difficile parlare di un libro che si è amato visceralmente, che si è sentito vicinissimo, che ci ha toccati nel profondo? È arduo, davvero: lo consigliamo a qualcuno e quando costui ci chiede “Perché è così bello?” ci si ferma, quasi istupiditi e molto spesso non si è in grado di rispondere. Perché è così bello? Che cosa ci ha trasmesso, nello specifico? Si tratta di una trama avvincente, di una struttura geniale, di una scrittura limpida e scorrevole? O forse sotto c’è di più? Abbiamo sfogliato quelle pagine e le abbiamo rilette, sottovoce. Abbiamo sentito risuonare ogni parola dentro di noi, come un mantra. Abbiamo provato qualcosa di raro e profondo. Non comprendiamo più se siamo stati noi a leggere quel libro oppure è stato lui a leggere noi, la nostra storia, le nostre paure, speranze, sensazioni. Ogni parola sembra superflua, inadatta a descrivere ciò che abbiamo provato durante quelle ore di lettura. Non è facile, soprattutto quando un’opera parla anche un po’ di noi, ma penso sia necessario almeno provarci. Ancora una volta, quindi, mi ritrovo a raccontarvi di un romanzo che mi ha rapita e lasciata senza fiato, cercando di superare quello scoglio che le parole occasionalmente impongono – sono limitate, è superfluo dirlo.

In “Tu l’hai detto” – edito Iperborea, casa editrice attentissima e dal meraviglioso catalogo -Connie Palmen, scrittrice olandese, catapulta il lettore nel “luogo” più intimo che possa esistere: la relazione fra due persone. I protagonisti del suo romanzo, però, non sono due individui qualsiasi: l’autrice ha scelto di dar voce a Ted Hughes, poeta e scrittore inglese, e di esplorare il suo rapporto con la moglie, Sylvia Plath. Decisione piuttosto coraggiosa, a mio parere: non dev’essere affatto semplice ‘introdursi’ in una delle coppie letterarie più conosciute al mondo e narrarne le vicende in modo realistico e coinvolgente. Non dev’essere nemmeno facile identificarsi nel protagonista, nonché narratore della storia; la Palmen ha svolto un lavoro certosino, affidandosi ai diari, alle lettere, alle poesie dei due, e ad un numero non indifferente di biografie e saggi critici sul tema. Nonostante ciò, però, la domanda rimane: come ci si può immedesimare così bene in Ted Hughes, nell’amore bruciante che ha provato per la sua compagna, nel dolore per la sua perdita? Chiaramente non ho una risposta, posso soltanto affermare che la scrittrice, ai miei occhi, ci è riuscita in pieno. Le parole di fronte a cui il lettore si troverà sembrano proprio quelle di un uomo innamorato, accecato dai suoi sentimenti e spesso ferito; di una persona che lotta e combatte quotidianamente con (e per) la donna della sua vita; di un marito che vive nel segno dell’ispirazione poetica e che cerca di risvegliare il ‘vero io’ della moglie, la sua parte più nascosta, più vulnerabile («Voleva essere una buona moglie per me e una madre amorosa per i nostri figli, ma era anche una scrittrice, consapevole che in lei si celava una poetessa geniale, e avrebbe distrutto la nostra vita insieme se non fosse riuscita a liberarla»). Ted e Sylvia s’incontrano per caso ad una festa, la loro fama li precede, si osservano velocemente e, in un modo che ha del mistico, sentono di appartenersi. La loro storia andrà avanti per sette, tormentatissimi anni. Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra di nuovo: un amore che ha attraversato diversi Paesi ma che non è riuscito a non soccombere alla sua maledizione.  «Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io.» afferma Ted/Connie. Ma ne siamo davvero sicuri? Non lo furono, forse entrambi? Sylvia, con la sua depressione, il suo senso di vergogna e d’inferiorità verso la madre, le sue gelosie ossessive. E Ted, spaventato dalla dipendenza nei suoi confronti, ogni giorno sempre più forte, che l’ha portato dritto tra le braccia di un’altra.

Leggere “Tu l’hai detto” ha scatenato dentro di me un turbinio di emozioni, per questo mi è difficile parlarne. Connie Palmen è stata perfettamente in grado di rendere lo struggimento di un uomo e di una donna, sia per l’altro che per se stessi: la rabbia, lo sconforto e le ambizioni di Sylvia sono state anche le mie, l’inutilità nei confronti di qualcuno che soffre ed una certa attrazione per ciò che è oscuro e intricato di Ted mi hanno accompagnata per molti anni. Terminata l’ultima pagina comprenderete anche il titolo di questo romanzo meraviglioso e non potrà che risuonarvi dentro per molto, molto tempo, accompagnato da una vaga nostalgia e da un sorriso triste.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Audur Ava Ólafsdóttir – Hotel Silence

Titolo: Hotel Silence

Autore: Audur Ava Ólafsdóttir

Editore: Einaudi

Anno: 2018

Pagine: 188

Prezzo: € 18,50

“Mi sembra quasi di sentire la voce della mamma: «Ogni sofferenza è unica e differente, – aveva detto una volta – e dunque non la si può confrontare. Invece la felicità è simile».”

Oggi vi svelo un pezzetto di me: sono incredibilmente attratta dai libri che parlano di suicidio. Forse per via di quello che studio, forse per alcune esperienze di vita, forse semplicemente perché è un tema complesso, a tratti inspiegabile, “affascinante” proprio per questo motivo. Non conoscevo la Ólafsdóttir ma appena ho letto la trama del suo ultimo romanzo, “Hotel Silence”, ho immediatamente detto fra me e me: “Dev’essere mio”. Perché? Perché il protagonista della storia narrata dall’autrice islandese è un quarantanovenne che decide di porre fine alla sua vita. Jónas è un uomo le cui certezze sono crollate una dopo l’altra, velocemente: sua moglie se n’è andata, chiedendo il divorzio e lui è rimasto inerme a guardarla scivolare via dalla sua esistenza, senza provare a fermarla. Ha da poco scoperto che Guðrún Vatnalilja, sua figlia, non è biologicamente sua figlia, particolare che la ex consorte gli rivela ben ventisei anni dopo la sua nascita. Sua madre trascorre le giornate in una casa di riposo, alternando momenti lucidi in cui si dedica alla sua passione più grande (i libri che parlano di guerre) e altri in cui si perde completamente a causa della sua malattia, che la porta a dimenticare e a ripetersi di continuo. Ha un vicino di casa, Svanur, che sembra quasi un amico ma è tanto oscuro quanto lui e non tocca una donna da otto anni. Pensa che il mondo sarà lo stesso, con lui o senza di lui, e che non abbia più nulla da offrirgli. È, insomma, infelice: «Io non so chi sono. Non sono niente, non possiedo niente». Ed è a questo punto che giunge l’idea di svanire completamente. Per non causare un ulteriore trauma alla figlia, la quale potrebbe ritrovare il suo corpo, decide di andare a morire all’estero, in un Paese appena uscito da una guerra civile devastante e, più precisamente, all’Hotel Silence. Porta con sé pochissime cose, tra cui una cassetta degli attrezzi – per riparare qualcosa? no, più probabilmente per aiutarsi nell’impresa – e i diari di quando aveva vent’anni, ritrovati da poco. Lascia un vago biglietto e parte, concedendosi una settimana per “concludere la faccenda”.

Fino a qui, Jónas si presenta come un uomo insofferente ma allo stesso tempo determinato: ha imboccato una via e ha intenzione di proseguire su quella strada. Ciò con cui non ha fatto i conti, però – ed è questo uno dei particolari preziosi che fanno di “Hotel Silence” un romanzo bellissimo e molto realistico – è la vita stessa, il cambiamento che può portare il ritrovarsi in un luogo completamente differente da quello a cui si è abituati, vicino a persone che hanno vissuto cose diverse dalle nostre. L’incontro con i giovani gestori dell’albergo, Fífí e Maí – fratello e sorella -, con il piccolo Adam e la loro realtà, si rivela dunque provvidenziale. Il protagonista comincia a riflettere sulla sua vita, sull’estraneità che prova nei suoi confronti: si guarda allo specchio e non si riconosce; comprende, rileggendo i suoi quaderni, che forse non ha mai capito chi è, pur essendoselo sempre domandato. L’autrice mette in luce l’importanza del riscoprirsi altrove, del sentirsi di nuovo utili, circondati da persone nuove, che racchiudono dentro di loro esistenze lontanissime dalle nostre. È il potere dei legami che, a volte, ci permettono di ritrovare uno scopo, anche quando tutto sembrava ormai perduto. Lasciarsi andare è difficile, certo, e ci si sente vulnerabili: ma se Jónas inizialmente copriva le sue cicatrici (quelle interiori, rimanendo chiuso in se stesso, e quelle esteriori, con i tatuaggi), lentamente comincia a comprendere quanto sia fondamentale smettere di nascondersi.

Una delle cose che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo sono le riflessioni sul dolore: è ribadita più volte, infatti, l’importanza del concetto che ognuno soffre a suo modo. Ogni sofferenza è diversa, la si vive in modo differente ed è inutile compararla a quella degli altri. Il protagonista spesso tende a farlo, si interroga moralmente sulle sue intenzioni: come può permettersi anche solo di pensare al suicidio quando ci sono persone che hanno visto morire i propri cari a causa della guerra e che, nonostante questo, si aggrappano con tutte le loro forze alla vita? È giusto, è sbagliato? Alcuni mali sono più devastanti di altri? Non si dovrebbe fare il paragone, ci dice l’autrice, semplicemente. Ognuno ha una propria sensibilità ed è con quella che deve convivere.

“Hotel Silence” è un libro che parla in modo disincantato del suicidio: non tralascia né le sue zone d’ombra (il dolore, a volte, può comunque vincere) né quelle di luce – la rinascita. La Ólafsdóttir è bravissima nel mostrare come si possa faticosamente essere in grado di uscire dal mare di fango in cui si è precipitati. È possibile riparare una vita che si è rotta? Questa la domanda che ci si pone. «Si cerca di fare del proprio meglio» – sembra risponderci la scrittrice – «Essendo esseri umani.»

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

 

Stefano Caso – Libreria Luigi

Titolo: Libreria Luigi

Autore: Stefano Caso

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 187

Prezzo: € 14,00

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più. Un fantasma nero a cui avevo chiesto soccorso per fare di me un personaggio dotto e rispettabile. Un artificio che credevo divenisse potere per me e sudditanza per gli altri. E invece, lo avrei scoperto più tardi, era stata una raffinata difesa nei confronti della vita, dei miei desideri più genuini.”

Cosa significa “festeggiare” i propri cinquant’anni scoprendo che quanto si ritiene di più autentico e motivo d’orgoglio di tutta la propria vita, in realtà si tramuta in una gigantesca menzogna raccontata a se stessi?  Che come ci si vede allo specchio non corrisponde affatto all’idea che si sono costruiti di noi chi ci sta intorno? A questi quesiti prova a dare una risposta Stefano Caso, che nel suo “Libreria Luigi“, romanzo dal sapore pirandelliano, narra appunto le vicissitudini di Luigi Araldi, libraio che, dopo aver compiuto mezzo secolo, viene investito da un incredibile ciclone di eventi che cambieranno per sempre la sua esistenza.

Il turbine incontrollabile di tradimenti, rimorsi, vendette e rimpianti prende il via dalla poco gentile ma certamente innocua considerazione di un’anziana cliente che, all’affermazione di Luigi sul suo cinquantennale compleanno, risponde:
«Tanti auguri allora. Cinquanta? Lei porta la sua età in maniera davvero pietosa. Gliene avrei dati almeno una decina di più. Ma, come si dice, l’importante è essere giovani dentro. Non trova?»
Parole che hanno sul povero libraio l’effetto di un ferro rovente sulle carni vive: idealmente marchiata a fuoco da quella donna, la sua mente inizia a vorticare pericolosamente in cerca di un appiglio, rappresentato dalla tanto sbandierata cultura, l’unica cosa che lo ha sempre reso fiero e superbo. Ma proprio il suo aspetto fisico, tanto denigrato dalla vecchia signora, è il baluardo esterno del suo amore sconfinato per i libri e il sapere: barba spessa e scura e i pochi capelli rimasti portati lunghi. Segni distintivi che vengono per la prima volta messi in discussione e che sono soltanto l’inizio di una metamorfosi tanto imprevedibile quanto spassosa. Perché l’ironia, nel libro di Caso, non manca mai. Più di una volta, leggendolo, mi sono ritrovato a  sorridere, in particolare quando i fantasmi letterari del libraio in crisi esistenziale prendono il sopravvento. Lord Wotton, Vitangelo Moscarda, Charles Bukowski, Luigi Pirandello, Victor Hugo e chi più ne ha, più ne metta. Una girandola di personaggi appartenenti alla finzione letteraria e di autori passati a miglior vita infestano le giornate di Luigi, dispensando consigli non richiesti e lanciando maligne provocazioni.
Libreria Luigi” è un romanzo che affronta l’eterna paura di invecchiare e l’annosa questione dell’apparire agli altri, finendo così per mentire anche se stessi, ma sempre con la dovuta leggerezza e la giusta dose di umorismo. La trama non troppo originale viene compensata dallo stile dell’autore, scorrevole ma non banale, che alterna in un ripido saliscendi espressioni quasi auliche, che ritroviamo perlopiù nei pensieri del protagonista, che fa sfoggio della propria cultura anche parlando tra se e se, e il parlato di tutti i giorni.

Stefano Caso ci propone una lettura leggera ma che sa anche offrire momenti di riflessione. La storia di una vita ordinaria e abitudinaria che sprofonda in una crisi tanto destabilizzate quanto necessaria. Un mutamento improvviso dai risvolti tragicomici ma che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha segretamente desiderato che avvenisse anche nella propria esistenza.

Voto: 3,5

Mr. P.

Pablo Simonetti – Vite vulnerabili

Titolo: Vite vulnerabili

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2018

Pagine: 184

Prezzo: € 18,00

“L’unica cosa che riuscii a ricavare dalla confusione dei miei sentimenti fu il bisogno di mettere fine a un dolore che mi accompagnava da anni. Era come se la mia ombra si fosse ostinata a rimanere indietro, costringendomi ad aspettarla, senza permettermi di avanzare. Volevo finalmente riunirmi a lei, o abbandonarla lungo la strada, pronto a sopportare il lutto per la sua perdita.” 

Non conoscevo Pablo Simonetti, autore cileno classe ’61, che ha esordito nel 1999 con la raccolta di racconti “Vite vulnerabili“. Proprio il suo esordio letterario è stato tradotto e portato nel nostro Paese dai sempre attenti ragazzi di Edizioni Lindau, ponendo così un nuovo, importante tassello nel grande mosaico della letteratura sudamericana sbarcata in Italia.
Partendo proprio dal titolo, posso affermare con assoluta certezza che nessun altro aggettivo avrebbe potuto identificare meglio le dodici storie narrate da Simonetti: la vulnerabilità è il tratto distintivo degli uomini e delle donne che popolano le pagine inquiete della raccolta.

Simonetti, pur concedendosi qualche piccola fuga in Europa, tratteggia una provincia cilena dai contorni nostalgici e sfocati. Quartieri sonnolenti e grigi, a tratti quasi fantasma, abitati da persone le cui vite annaspano in un mare di disillusione, tra ossessioni e struggenti ricordi, alla costante ricerca di un appiglio per non affogare. Appiglio che può essere rappresentato da una sospirata e rischiosa avventura extra coniugale, da manie ossessivo compulsive sempre più stranianti o ancora dalla presenza confortante  di un anziano, il cui silenzio si tramuta nell’unica cosa in grado di donare pace e serenità. Tanti sono i temi affrontati dallo scrittore cileno e tutti con una sensibilità fuori dal comune e una spiccata introspezione psicologica. La solitudine dei rapporti umani, l’incomprensione di gesti e parole, spesso proprio tra chi dovrebbe essere avvolto da una tenera intimità, l’alienazione dei legami familiari o ancora il desiderio smodato di trasgressione e di fuga dalla realtà. Simonetti, con il suo stile fluido e mai banale, riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei sentimenti umani con grande delicatezza e inaspettata profondità, senza mai scadere nel melenso. Esempi cristallini sono “Il Giardino di Boboli“, inquieto scorcio del viaggio di nozze in Italia dei protagonisti o “Dal silenzio“, toccante intrusione nella vita del narratore di uno strano vecchio taciturno. La narrazione di Simonetti sa però essere anche spietata e incisiva, acuendo gli angoli appuntiti delle zone d’ombra dell’animo umano anziché mascherarli con un rassicurante tentativo di smussarli. Come in “Santa Lucía“, dove l’eccitazione di una passeggiata notturna si tramuta in smarrimento e tormento o in “Finale di finale“, in cui la finale di un torneo di bridge metterà il protagonista con le spalle al muro, a fare i conti con la propria vita.
Esempi perfetti delle due anime dei racconti di Simonetti sono “Amore virtuale” e “Senza pietà“, entrambi incentrati su di un amore omosessuale ma completamente agli antipodi. Se il primo commuove per la sua dolcezza infinita e il delicato struggimento che si respira in ogni pagina, il secondo è uno schiaffo in pieno volto, feroce e disturbante. Sentimenti contrastanti e di un’intensità tale che soltanto i grandi autori sono in grado di far sprigionare nell’arco di una manciata di pagine.

Vite vulnerabili” è una collezione di esistenze tormentate, gravida di sentimenti nascosti, che scavano in profondità nel lato più oscuro dell’esistenza umana, tra incubi e brame non soddisfatte, lasciando però spazio alla purezza degli affetti sinceri. Dodici piccoli capolavori di umanità: imperfetta, straziata, avvilita ma proprio per questo così vicina a noi.

Voto: 5/5

Mr. P.

AA. VV. – Freeman’s. Scrittori dal futuro

Titolo: Freeman’s. Scrittori dal futuro

Autore: AA. VV.

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 224

Prezzo: € 12,00

“La fragilità dell’uomo era patetica. Milioni di anni di evoluzione avevano prodotto creature del tutto inadeguate all’ambiente che le ospitava, un fatto reso evidente dalle sofferenze che pativamo in carenza di cibo o per i più insignificanti mutamenti di temperatura: una vulnerabilità umiliante a ogni sorta di condizione atmosferica, all’esposizione alla materia fisica e ad altri organismi, per non parlare dell’ancora più umiliante vulnerabilità della nostra mente dinanzi a sciocchezze quali l’ansia o la speranza. Eravamo semplicemente inadatti alla natura. Veniva da sé che volessimo distruggerla.”

Oggi partirò facendovi un’ammissione: il mio rapporto con le riviste letterarie è sempre stato – ahimè – pressoché nullo. Questo riguarda sia le riviste italiane che quelle straniere. Conosco alcuni grandi nomi, certo (The Paris Review e Granta, per esempio), ma il mio interesse non è mai andato oltre. Non so neanche il motivo di ciò, probabilmente è dato dal fatto che preferisco la forma del romanzo ai racconti ed esistono milioni di libri che ancora voglio leggere. “È quindi il caso di andarsi ad impelagare con le riviste?”, mi sarò domandata. Bene, oggi una risposta ce l’ho: sì, è proprio il caso. Il mio cambio di direzione lo devo a Black Coffee Edizioni, che quest’anno ha deciso di tradurre e pubblicare in Italia il quarto numero di Freeman’s, periodico americano lanciato nel 2015 da John Freeman. Lo scrittore e critico letterario statunitense ha stabilito, per quest’ultimo numero, di cambiare un po’ le regole che contraddistinguevano il suo lavoro: la rivista infatti non è più incentrata su un tema soltanto (le precedenti erano vere e proprie piccole antologie sull’ “arrivo”, la “casa”, la “famiglia”) ed è quasi esclusivamente composta da voci e autori nuovi, alcuni poco conosciuti, definiti appunto “scrittori dal futuro”. Perché, però, questo termine? Per Freeman la lettura è un atto politico, una questione etica, quasi un modo per superare i confini della propria cultura nazionale. È importante rivolgersi verso nuovi orizzonti e proprio per questo motivo ha interpellato decine di editori, critici, scrittori, traduttori affinché lo aiutassero nella ricerca di un numero assai variegato di autori che potessero essere, in modo auspicabile, il “futuro della scrittura”: «In queste pagine si celebra la multiculturalità in ogni sua forma. La bellezza non ha mai avuto passaporto. Si presenta senza invito, è un’imbucata. Per questo ho selezionato gli scrittori presenti in questo numero senza stabilire limiti di età, sesso o lingua. Cercavo vite e carriere sul punto di decollare, autori che a mio parere devono ancora essere riconosciuti in tutta la loro grandezza e fra le cui pagine si scorge una possibilità come un faro nel buio. Vengono da esperienze e mondi diversissimi fra loro, ma non li ho selezionati in virtù di ciò che li distingueva: il più anziano è un saggista texano di settant’anni, il più giovane un romanziere francese di ventisei».

Quello che più mi ha colpito di Freeman’s è stata proprio la molteplicità che ho trovato sfogliando le sue pagine: si passa dalla poesia alle short stories, dai saggi ad estratti di romanzi mastodontici. Ma non solo: molteplici sono anche le nazionalità degli autori, i luoghi del mondo in cui sono ambientate le storie, i generi stessi dei racconti. Tranne qualche piccola eccezione, che non mi ha entusiasmata particolarmente, ho scoperto davvero un numero consistente di autori che mi hanno stupita, che non conoscevo e che non vedo l’ora di andare ad approfondire. Alcuni di questi scrittori sono editi in Italia, altri ancora no ma io vi consiglio, una volta terminata la rivista, di segnarvi i nomi che più vi hanno impressionato perché, bene o male, alcune storie continueranno a rimbombarvi nella mente e un giorno, per caso, sono sicura che vi verrà voglia di cercare qualche altro loro lavoro. È impossibile riassumere le ventinove opere qui presenti ma penso che un breve accenno a quelle che più ho amato sia doveroso, quindi partirò con tre racconti che mi hanno totalmente sconvolta, per motivi diversi. In “Materiale di prima scelta” di Sayaka Murata (scrittrice giapponese che, nonostante i numerosi premi aggiudicati, continua quotidianamente a fare la commessa in un minimarket) il mondo è un luogo in cui gli esseri umani continuano ad essere utili anche dopo la loro morte: grazie alle loro ossa vengono costruiti modernissimi corredi di tavoli e sedie, con i capelli sono invece intessuti deliziosi maglioncini. “Dove sei, tesoro”, dell’argentina Mariana Enriquez, è invece la storia di una donna che si eccita con i rumori cardiaci e, più nello specifico, con i cuori malati. Mieko Kawakami – una delle voci più interessanti della letteratura giapponese, presto in Italia grazie alla casa editrice E/O – ne “Il giardino” narra dell’attaccamento ossessivo che è possibile provare per un’abitazione e quanto forte possa diventare quando la si deve lasciare. Altri racconti, invece, mi hanno lasciato una sensazione d’amarezza, un mix tra rabbia, tristezza e una dolce malinconia: è il caso di “Il liberatore” di Tania James, che c’insegna quanto la casualità possa far parte della vita e ferire a morte. “Maledizione”, del giovane Édouard Louis, è uno spaccato di vita violento, uno scorcio su ciò che la famiglia può diventare per un figlio; “Mezzanotte e venti” (Daniel Galera), “Una canzone per Robin” (Heather O’Neill) e il lavoro del nordico Johan Harstad sono tre estratti di altrettanti tre romanzi, commoventi storie che parlano di cambiamenti, crescita e abbandono.

Eterogeneità e multiculturalità. Continua scoperta. Una lettura diversa, qualcosa di nuovo a cui affacciarsi, perfetto per quei lettori curiosi che non hanno paura di avventurarsi – magari anche per la prima volta – tra le pagine di una rivista letteraria. Alcuni dei racconti più belli, significativi e inaspettati che abbia mai letto. Insomma, tutto questo è, semplicemente, “Freeman’s. Scrittori dal futuro”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Francesco Borrasso – Storia dei miei fantasmi

Titolo: Storia dei miei fantasmi

Autore: Francesco Borrasso

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2017

Pagine: 144

Prezzo: € 14,00

“Cosa è stato bello e cosa no, adesso non è importante; cosa avrei potuto fare e cosa no, nemmeno; so solo che va tutto bene, o almeno così mi racconto quando la mattina al posto tuo c’è il vuoto, ma con te i colori e i sapori erano diversi; il male faceva meno male e i momenti felici erano di un’intensità a me sconosciuta.
La tua meraviglia dovrò anestetizzarla.
Resta tutto, anche se in fondo è tardi, e forse non resta niente.”

Intimità: questa è la prima parola che mi viene in mente pensando ai racconti di Francesco Borrasso. L’intimità dell’amore, quello fatto di piccole accortezze e tenera malinconia, della morte, che ci aggredisce con ricordi a cui non credevamo più di appartenere,  della solitudine, dove ciò che tentiamo da sempre di seppellire, torna a galla.
Alla seconda prova sulla lunga distanza, l’autore campano confeziona una raccolta di piccoli  ed emozionanti racconti: affreschi, diapositive, frammenti di vite come tante. Un universo interiore in cui smarrirsi diventa incantevole.

L’interiorità dell’essere umano e i complicati intrecci emotivi delle relazioni con gli altri, sono il  cuore pulsante del libro di Borrasso. Figli immersi nel ricordo struggente di un padre che non c’è più, coppie immortalate nell’ultimo attimo della loro passione, consapevoli che niente le potrà salvare, adolescenti che incominciano a sfiorare l’amore, restandone ammaliati e lacerati. L’autore tratteggia con maestria la psiche e i pensieri più intimi dei suoi personaggi, lasciando che il lettore si immedesimi con i tormenti e le speranze dei protagonisti.
Il crepuscolo che impregna una vecchiaia ormai vuota, l’amaro disincanto di uno scrittore prossimo alla fine o la zona d’ombra di un qualcosa di taciuto che divora lentamente l’amore tra due persone. I fantasmi di cui ci parla Borrasso sono ben più spaventosi degli spettri che infestano le pagine di romanzi e racconti gotici. Sono le inquietudini, le angosce e le ossessioni che albergano dentro di noi. Sono i simulacri di persone a cui abbiamo voluto bene ma che vorremmo relegare, senza riuscirci, in ricordi a cui non poter più avere accesso. Emblematico è il racconto che dà il titolo al volume, in cui il protagonista, ormai preda del disincanto, giungerà all’amara conclusione che “ogni storia d’amore ha il suo grado di imperfezione, e in alcune, vincono i fantasmi.”
Oltre agli affetti e ai rapporti con chi ci sta intorno, Borrasso affronta temi ancora più delicati, come l’autismo (“Il bambino alfanumerico”) o la depressione (“Un posto nascosto” o l’ambigua  e inquietante “Uomo da niente”) ma sempre con la stessa delicatezza e la capacità di avvolgere il lettore da ogni parte, lasciandolo senza una via di fuga. Vite spezzate, risorte, anestetizzate, paralizzate. Scelte da compiere, strade da percorrere, occhi che speranzosi volgono lo sguardo indietro e altri intimoriti che guardano dritti davanti a sé. Segni inequivocabili di esistenze che urlano la loro necessità di essere vissute.

Storia dei miei fantasmi” raccoglie racconti che parlano alle profondità dei nostri cuori, lasciando tracce cariche di dolore o di dolce mestizia, ma senza mai dimenticare uno spiraglio aperto su di una piccola speranza. Leggendolo vi renderete davvero conto che le storie di Borrasso sono le storie di ognuno di noi.

Voto: 4/5

Mr. P.

Javier Argüello – A proposito di Majorana

Titolo: A proposito di Majorana

Autore: Javier Argüello

Editore: Voland

Anno: 2017

Pagine: 333

Prezzo: € 16,00

“E vidi, come mai prima di allora, che cercare di ricostruire una storia – una qualsiasi storia –  rappresenta forse la più grande assurdità alla quale si possa essere esposti.”

In questi ventisei anni ancora non ho capito se credo al destino. Spesso mi ritrovo a pensare che no, non è possibile né razionale, esistono le coincidenze, il caso e niente più. Gli accadimenti non sono tutti intrinsecamente connessi, i nostri passi non sono già stati scritti da qualcuno e dobbiamo anzi assumerci la responsabilità di ogni nostra azione, perché noi e soltanto noi scriviamo la nostra vita. A volte, però, accadono delle cose che mi fanno mettere in dubbio tutto ciò. Spesso sono episodi assolutamente banali, che fanno sorridere e nient’altro (“Oh, ieri notte ho sognato Tizio e guarda chi incontro, dopo dieci anni, in treno, oggi!”). Altre volte, invece, queste casualità mi fanno quasi rabbrividire e non riesco a non pensarci a distanza di giorni. È stata dunque una fortuita combinazione ritrovarmi con questo libro in mano, leggerlo, e rimanere sconcertata non soltanto dal tema di fondo (sì, si parla di destino) ma anche dai luoghi descritti – da me visitati pochi giorni prima – e dalle riflessioni scaturite da queste pagine, così vicine a ciò che provavo in quel periodo della mia vita? Probabilmente sì, è stata una semplice e banale coincidenza. Eppure, una parte di me, non riesce a non credere che questo romanzo, in qualche modo, mi abbia chiamata, in quelle confuse settimane di novembre, perché aveva qualcosa da dirmi, e non poteva farlo che in quel preciso momento.

Esistono dei libri che sono una vera e propria scoperta, una sorpresa. A me è accaduto precisamente questo, con “A proposito di Majorana”. Non mi aspettavo nulla di quello che ci ho trovato dentro. Ad una prima, distratta, occhiata, il lavoro di Javier Argüello può sembrare un giallo: l’intera vicenda, infatti, ruota attorno ad un’indagine. Fin dall’inizio, però, notiamo qualcosa di diverso, di atipico, per un romanzo che sembra di genere. Il protagonista non è né un poliziotto né un detective: egli è, infatti, un giornalista. Ernesto Aguiar è un “uomo medio”. Apparentemente la sua vita sembra normalissima: ha una fidanzata che sta per sposare, Ana, un lavoro che gli permette di sopravvivere, un’esistenza pacata. Ma proprio dietro la sua pacatezza si nasconde tutta la sua insoddisfazione: il lavoro da giornalista è in realtà uno specchietto per le allodole, in quanto la sua vera mansione è redigere necrologi. Prova un forte sentimento per la sua compagna ma sente che lei non riesce e non riuscirà mai a comprenderlo a fondo. Le sue certezze, inesorabilmente, crollano una dopo l’altra e Aguiar si sente perso, solo, senza più un appiglio. È però a questo punto che giunge, inaspettatamente, un’opportunità d’oro: il suo capo gli offre un incarico che lo porterà per qualche giorno lontano da Barcellona, la sua città. È necessario, infatti, scrivere un pezzo su uno dei fisici più importanti al mondo, Ettore Majorana e, più specificamente, sulla sua misteriorsa scomparsa, avvenuta ottant’anni prima. Il protagonista si dovrà quindi recare a Napoli per portare avanti un’inchiesta dai contorni piuttosto sfocati. L’occasione è perfetta per lui: allontanarsi dalla realtà che lo circonda quotidianamente è quello di cui ha bisogno, soltanto distanziandosi da tutto potrà fare chiarezza («D’un tratto la direzione che dovevano prendere le cose mi fu chiara come poco altro nella vita. Pure l’assurdo incarico del mio capo si rivelava un passo necessario. Sparire. Quando lo capii, la parola riecheggiò nella mia testa ma stavolta con un significato diverso, come se all’improvviso avesse acquisito maggiore solidità, come se all’astratto impulso di fuga di qualche ora prima si fossero aggiunti un piano preciso e un pretesto concreto, come se un fenomeno confinato fino ad allora al mero campo delle probabilità si fosse di colpo materializzato in una forma compiuta. E a quel punto non mi sembrò più una follia. D’un tratto l’impossibile divenne reale. E il reale si trasformò in inevitabile»). L’incontro con un vecchio compagno di scuola, Ross il Biondo, è un ulteriore segno: l’amico, infatti, lo invita ad accompagnarlo in un viaggio in barca a vela che stava organizzando da un po’, promettendogli un passaggio fino a Napoli. Ogni cosa sembra cadere a pennello, tutto in qualche modo va ad assecondare il suo impulso di fuga, che fino ad ora aveva sempre celato cautamente.

Il romanzo di Argüello – e lo si capisce fin dalle primissime pagine –  si snoda su differenti livelli temporali: lo scrittore alterna continuamente il passato (la traversata marittima di Aguiar e Ross il Biondo) al presente (la vita del protagonista, ormai giunto a Napoli). Allo stesso modo, due sono le scomparse davanti a cui ci si ritroverà: non soltanto quella, ormai quasi dimenticata, di Majorana, ma anche quella di Ross il Biondo, dissoltosi nel nulla dopo un incidente con la barca sulle coste di Sorrento. Come dicevo inizialmente, però, l’aspetto poliziesco è soltanto una parte di ciò che nasconde questo romanzo: le vicende di Aguiar e le indagini che lo coinvolgeranno sono un pretesto per avventurarsi in sentieri molto più profondi e complicati, sentieri che riguardano l’animo umano, il tempo, la fisica, il destino  e «l’inesorabile unità delle cose che si influenzano reciprocamente e cercano la loro forma nel luogo verso cui tutte convergono». Preferisco non aggiungere nulla alla trama perché la bravura di Argüello sta proprio nel dipanarla lentamente, con un tocco di suspense, con riflessioni intime e ricercate sull’esistenza. Posso soltanto consigliarvi di lasciarvi sfiorare dalle sue parole, dai rumori e dagli odori di una Napoli descritta meravigliosamente, dalla vita che emerge in questo libro. Forse, giunti al termine della vostra lettura, avrete più domande che risposte ma io penso che il segreto – se un segreto esiste, naturalmente – sia proprio questo: non smettere mai di porsele, queste domande.

Voto: 5/5

Mrs. C.