Blake Butler – Atlante delle ceneri

Titolo: Atlante delle ceneri

Autore: Blake Butler

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 12,00

“COME RICORDERAI?
– Nei miei denti dondolanti. Nelle mie ginocchia rumorose. Con la striscia di mattino che attraversa il giardino; dove salgono i vermi, dove la terra sputa sulla sua cena. Questa casa invecchia con me ogni notte. Come ricorderò? Nelle fiamme. Nel rantolo delle nuvole. Ogni volta che odo un tonfo dal tetto sopra di me. Ogni volta che mi bagno la faccia per la vergogna. C’è sempre tutta questa carta: le nostre ricevute, gli appunti e i grazie mille, rime per compleanni composte da estranei; note e spazzatura e posta mai aperta; fotografie deformate dall’acqua. A volte recito ad alta voce la mia vita per ore. A volte invece proprio non me la sento.”

Un prontuario tardivo“: così recita il sottotitolo di “Atlante delle ceneri“, opera dello scrittore statunitense Blake Butler, autore fin’ora inedito in Italia ma portato nel nostro Paese dalla sempre attenta Pidgin Edizioni, che continua il suo lavoro di ricerca di testi originali e dai forti connotati sperimentali.
Ma dicevamo appunto del “prontuario tardivo”. Nessun’altra definizione poteva essere più appropriata per “Atlante delle ceneri“, che si rivela appunto una sorta di enigmatico manuale di (non) sopravvivenza alla fine (?) del mondo.  Butler infatti immagina un pianeta devastato da innumerevoli piaghe (si passa quelle classiche come l’acqua, il buio o gli insetti a piaghe nate da una fervida inventiva: interferenze, glitter, denti, tanto per citarne alcune), dove pochi sopravvissuti tentano di ritrovare gocce di utopiche speranze in un mondo ormai al collasso. Qui arriva la prima particolarità di un’opera in cui l’aggettivo “eccentrico”, nella migliore accezione del termine, calza a pennello. “Atlante delle ceneri” in realtà non è né propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti ma è un romanzo a racconti. La struttura narrativa è infatti suddivisa in episodi singoli, storie che possono essere lette come vicende a sé stanti ma che contribuiscono a comporre un unico mosaico letterario, che costituisce appunto il prontuario citato all’inizio. Ogni racconto è inoltre introdotto dalla manifestazione di una piaga diversa, raccontata da un narratore non meglio identificato. Una costruzione dell’opera che mi ha alquanto affascinato.

Quindi quello di Butler si può annoverare tra gli innumerevoli libri collegati alla distopia e al post apocalittico? Soltanto in parte. Il filone distopico infatti è soltanto lo sfondo (e forse  il pretesto) per potersi addentrare in profondità nell’animo umano, tra sentimenti di perdita, solitudine esistenziale e una moralità che viene spazzata via dal marciume del pianeta. Con uno stile originale e altamente suggestivo, Butler passa agevolmente da momenti squisitamente ascrivibili all’horror, che generano nel lettore forti sentimenti di angoscia e inquietudine, a un lirismo quasi poetico e a un’introspezione psicologica che producono emozioni contrastanti ma mai banali in chi legge.
Tra le pagine catastrofiche di Butler ritroviamo tour in quartieri sommersi, collezioni di fotografie che ricostruiscono con struggimento un’intera esistenza e madri schiave dei propri figli. Per proseguire con la delicata amicizia tra un uomo e una bambina alla tormentata ricerca di uno scopo qualsiasi per continuare a vivere in un mondo devastato, ma anche la tragedia di una coppia e del loro bambino malato, situazione dolorosa che si tramuterà in qualcosa di terrificante. Ogni racconto è pervaso da un forte senso di drammaticità, che lega ogni storia come pezzi di puzzle, dando vita a un’immagine sinistra e carica di fatalità. Ma sotto quel torrente nero, fatto di parole ed emozioni dai tratti sconvolgenti, scorre anche la speranza e la necessità di fuggire dalla devastazione e dalla solitudine di un pianeta distrutto. Proprio questa voglia di continuare a lottare e proseguire nelle proprie esistenze, nonostante in apparenza non ci sia più nulla per cui valga la pena resistere, è il vero fil rouge dell’opera.

Atlante delle ceneri” è una lettura dal forte impatto emotivo, che scava senza remore nella coscienza annebbiata dell’uomo, sussurrandoci che la nostra natura di esseri umani non muta, anche di fronte alla fine di un’era, ma anzi si fortifica. Perché l’amore sconfinato di una madre per i propri figli o il dolore sedimentato nel nostro cuore per la perdita dei propri cari, sono sentimenti che non cambiano, né ora, né mai.

Ps: Una nota a parte merita la cura maniacale dell’edizione, con pagine dai bordi neri (a simboleggiare la piaga del fuoco) e con differenti  sfondi a tema per ogni calamità descritta. Ancora una volta, brava Pidgin Edizioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Giorgia Tribuiani – Guasti

Titolo: Guasti

Autore: Giorgia Tribuiani

Editore: Voland

Anno: 2018

Pagine: 113

Prezzo: € 14,00

“Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Averlo sempre davanti è rimanere bloccati al momento della veglia funebre, con il cadavere immobile di fronte. Ecco, la veglia funebre dovrebbe essere un momento di passaggio, un limbo tra la vita con il proprio caro e quella senza di lui, da rattoppare. Io invece sono bloccata lì, alla contemplazione di questo mio cadavere, plastinata anch’io nel momento dell’estremo saluto.”

Ho iniziato a scrivere questo articolo un numero ormai imprecisato di volte. Mi siedevo alla scrivania, aprivo il laptop, entravo sul blog, rileggevo alcuni passi del libro di cui vi sto per parlare e poi mi bloccavo. Rimanevo impalata di fronte allo schermo, con le mani sulla tastiera, senza digitare nulla, domandandomi “Come posso cominciare?”. Ogni volta ci rinunciavo, sentivo di non riuscire a trovare le parole adatte per descrivere tutto ciò che ho provato leggendo “Guasti”, esordio letterario di Giorgia Tribuiani per Voland. Sentivo di non riuscire a rendere giustizia ad una storia che, più o meno, in qualche modo e per alcuni versi, può o potrà appartenere a ciascuno di noi. Una storia che parla d’amore, di perdita, di attaccamento e di liberazione. Però, insomma, a volte è necessario insistere, provare e riprovare. Così, dunque, ho fatto.

Lui era la star; lei emanava luce riflessa alla sua sinistra”. Con una breve frase è possibile descrivere il rapporto tra la protagonista di “Guasti”, Giada, e il suo compagno, fotografo di fama mondiale, considerato dai più un genio, un artista eclettico, magnetico, tanto affascinante quanto talentuoso. Giada e il suo uomo, accomunati dalla stessa passione, sopita in lei, innarrestabile in lui. Eppure, un giorno, qualcosa si spezza. Non ci è dato sapere come, non ci è dato sapere perché, quest’uomo – che non verrà chiamato con il suo nome nemmeno una volta durante l’intero romanzo – muore. E Giada si ritrova ad affrontare una perdita che pare incolmabile, non solo per il lutto in sé, ma anche per la modalità in cui questo si manifesta: un’assenza del tutto presente. Il compagno, infatti, aveva precedentemente preso (quasi per gioco, quasi fosse una nuova sfida artistica) una decisione che può apparire ai più a dir poco particolare: al momento della sua morte, il corpo avrebbe dovuto subire un processo di plastinazione, tecnica in grado di conservarne i tessuti e gli organi, per poi essere esposto in una mostra itinerante curata dal famoso Dottor Tulp. Trenta giorni nella sua città, altri trenta in una differente metropoli europea, e così via. Giada non può fermarsi a piangere semplicemente il suo compagno: lei se lo ritrova di nuovo davanti, plastinato, un artista tramutato in opera d’arte, e decide di accompagnarlo ancora una volta, di essergli accanto per tutta la durata dell’esposizione. Ogni giorno, diligentemente, si mette in fila, compra il biglietto e si reca ai piani superiori dell’edificio per raggiungerlo. Il corpo dell’uomo, con la sua Nikon tra le mani, sovrasta la sala:  fermava il tempo con le sue fotografie, quand’era in vita, e adesso questo si è fermato per lui, ne è diventato la vittima. Nonostante ciò, è probabilmente l’attrazione principale della mostra, sempre al centro dell’attenzione. Questo è il modo in cui lo vede la sua compagna, che comincia a rendersi conto del ruolo che ricopriva quando stavano insieme e di quello che nuovamente ricopre ora: un’ombra messa da parte, la spalla di un uomo brillante, la donna sull’altalena in uno dei suoi scatti. La protagonista, in quello che dapprima al lettore può sembrare un lungo lamento funebre, ci viene mostrata nella sua fragilità ed esasperazione; trascorre le sue ore di fronte a quel corpo plastinato, rivolgendo a lui tutto il suo amore e tutta la sua rabbia, di fatto parlando da sola: “(…) questa stanza piena di gente che non si ferma mai, ti addita, non fa che guardare il cazzo moscio che hai tra le gambe, la testa deforme, la Nikon che spreco lasciata a uno zombie e dimmi: tu questo volevi? rinunciare alla pace della terra per bagnarti ancora di sguardi, offrire agli sguardi anche ciò che era mio? Hai aspettato la morte per deridermi, hai aspettato la morte per tradirmi! Io per sempre prigioniera dei tuoi clic, a te bastava solo un clic, mentre tu non ti sei mai donato a me, non mi hai lasciato nemmeno il ricordo dell’uomo che eri, tu sei ancora qui, sempre qui a ricordarmi quanto sei distante, quanto sei tuo, quanto sei tu”. “Tu sei ancora qui”, afferma Giada con vigore, tra un ansiolitico e una corsa al bagno del piano, l’unico luogo in cui si può momentaneamente rifugiare quando sente di crollare: un ambiente che utilizza per ritornare ad ancorarsi alla realtà, osservando la propria figura allo specchio. L’unica novità che subentra nella sua monotona esistenza è il vigilante del piano di sotto (anch’egli senza nome), un uomo che con delicatezza e gentilezza comincia a prendersi cura di lei, offrendole dapprima una semplice colazione e poi, giorno dopo giorno, una spalla su cui piangere, un appiglio. Lui crede in lei, nella sua forza, è sicuro che stia già ricominciando a vivere e pensa che debba banalmente partire da una piccola idea, per poi svilupparla con calma e vedere dove questa la porterà. Allontanarsi, porre una certa distanza dalla causa della propria sofferenza è l’unico modo per ritrovare la strada. Ma questo, chiaramente, è un passo arduo per chi ha subito un lutto, e Giada non si sente pronta ad accettare la sua perdita: “Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo, capisci?”. Di vivo, però, non è rimasto nulla. Ciò che imprigiona la protagonista sono i ricordi di una libertà mai realmente acquisita, di una dipendenza a cui lei si è aggrappata nel corso della sua precedente relazione, tralasciando le sue passioni e i suoi desideri per seguire un uomo che soffocava quella luce che è nascosta in ciascuno di noi. Giada si rende sempre più conto di ciò e, quando un collezionista si mostra interessato a comprare il corpo plastinato del suo compagno, la scelta si palesa in tutta la sua crudeltà: “Devo distruggerti, o finirò per distruggere me”. 

“Siamo tutti guasti”, sembra dirci la Tribuiani. Guasti sono i corpi plastinati all’interno della mostra, ormai fermi per sempre in una determinata posa e in un certo momento, e guasti sono anche i vivi (“cadaveri che ancora si muovono, ma non sanno perché e in quale direzione), destinati a morire e a diventare immobili anch’essi. In questo romanzo il tema del lutto è, come afferma l’autrice stessa, una metafora per qualcosa di più ampio – e ciò lo si nota benissimo nelle ultime commoventi e catartiche pagine. Non si tratta soltanto di distaccarci da quello che è biologicamente morto: a volte è necessario lasciar andare ciò che non è più vivo, ciò che ci danneggia, ciò che ci trattiene nel passato e che non ci permette di andare avanti. A volte è necessario distruggere – metaforicamente, o forse no – qualcosa per poter ricominciare da capo. Si tratta infatti, nel caso di Giada, e anche nel mio, di una “dolcissima liberazione”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Dario Pontuale – Certi ricordi non tornano

Titolo: Certi ricordi non tornano

Autore: Dario Pontuale

Editore: CartaCanta

Anno: 2018

Pagine: 142

Prezzo: € 13,00

“A una certa età la vita assomiglia a una caserma dove i soldati caduti non vengono sostituiti e dove restano soltanto le divise negli armadietti.”

“In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.” Quella che avete appena letto è una delle definizioni che Wikipedia dà della parola “resilienza“, concetto cardine attorno a cui ruota “Certi ricordi non tornano“, l’ultima opera di Dario Pontuale. Romanziere, saggista, curatore di classici, Pontuale torna alla narrativa dopo alcuni lavori che oserei quasi definire manualistici (ma pur sempre legati al mondo della letteratura), e lo fa con un romanzo tanto breve quanto intenso e che non ha nulla da invidiare alla sua ottima produzione precedente.
Dicevamo, la resilienza: un termine che forse non tutti conoscono ma il cui significato ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. A tale proposito, calza a pennello la suggestiva immagine con cui si apre la narrazione: un’onda si abbatte su di una barca, l’uomo che vi è sopra cade in mare ma riesce a risalire, salvandosi dalla furia delle acque. Ecco l’esempio perfetto di resilienza. E chi deve resistere senza piegarsi alle intemperie è senza ombra di dubbio Michele, il protagonista di “Certi ricordi non tornano“.

Tutto comincia nel Barrio, quartiere in cui Michele è nato ed è sempre vissuto, quartiere che custodisce tutti i ricordi a cui è più legato il narratore, anche quelli che non tornano. E proprio attraverso i ricordi si dipana sapientemente la storia raccontata da Pontuale, giocando con i flashback e sviluppando ogni capitolo come un preciso momento della vita del protagonista. Ma una costante dai contorni rassicuranti è sempre presente, figura concreta o “fantasma” che si insinua sottopelle: l’amico di una vita, diventato quasi un mentore, Alfiero Barracano.
Michele conosce Alfiero durante un bravata commessa da ragazzo e da allora i cammini dei due uomini procedono all’unisono, a volte incrociandosi a un bivio, altre come rette parallele, ma essendo sempre consapevoli che basta voltarsi per ritrovare il volto confortante dell’amico. Percorsi di vita vicini ma nello stesso tempo distanti tra loro, dove i ricordi e la resilienza, sì, sempre lei, assumono un loro peso specifico. La resilienza di chi ha trascorso un’intera esistenza operaio in una fabbrica, senza (quasi) mai trasgredire e nutrendo sempre un profondo rispetto verso gli altri e la resilienza di chi quella fabbricata invece l’ha occupata abusivamente, in nome di un ideale e di una moralità in cui riversare tutto se stesso.
Proprio la “Fortezza“, la vecchia fabbrica di liquori, diventerà il fulcro attraverso cui si dispiegheranno gli eventi e i ricordi. I ricordi di un anarchico tranquillo e di chi invece la rivoluzione la vorrebbe mettere in pratica ma finisce per diventarne vittima. Come le formiche, instancabili e organizzate, le vite di Michele e di Alfiero procedono in modo regolare, tra gioie e frustrazioni, fino a quando una crepa, dapprima minuscola e impercettibile, si trasforma in una voragine, che metterà a dura prova la capacità di resilienza di entrambi. Eppure c’è un sottile (che in realtà così sottile non è) fil rouge che lega i ricordi passati e gli eventi futuri, i baratri che spaventano e i rifugi che rassicurano: l’amore per i libri, presenza costante e appassionata in tutte le opere di Pontuale. Un amore che Alfiero trasmette al giovane Michele, forse il più grande dono che un amico possa fare.
Per finire c’è anche spazio per un gradito ritorno: chi conosce le opere dello scrittore romano, non potrà che sorridere nel ritrovarsi davanti nientepopodimeno che Eugenio Bisigato.

Impreziosito da una bella prefazione di Paolo Di Paolo, “Certi ricordi non tornano” è un libro sull’inseguire i ricordi di una vita ma tenendo ben saldi i piedi nel presente, nonostante non sia affatto come ce lo saremmo immaginati. Ma è anche un racconto sulla resistenza, su chi non si arrende al cattivo tempo, anche quando sembrerebbe il contrario. Tutto ciò condiviso da un’amicizia intensa quanto una poesia recitata in un giorno speciale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Javier Montes – Vita d’albergo

Titolo: Vita d’albergo

Autore: Javier Montes

Editore: Nutrimenti

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 17,00

“Non so quando ha smesso di sembrarmi ragionevole la possibilità che le cose debbano rimanere così per sempre. Quando ha smesso di bastarmi questo avanzare senza di fatto fare un passo, di sentire che mi avvicino sinuosamente a una conclusione, di pensare che una conclusione non è altro che questo: avvicinarsi indefinitivamente a una conclusione.”

È possibile che una pura coincidenza possa stravolgere l’esistenza di uomo, portandolo sul baratro oscuro dell’ossessione? Questo è il nodo nevralgico della storia narrata da Javier Montes in “Vita d’albergo”, primo libro tradotto in Italia dell’autore spagnolo. Una narrazione che parte in sordina, strisciando sottopelle senza quasi fare rumore ma che poi esplode, tra tormenti e scelte sbagliate, rassegnazione e desiderio di rivalsa. Un libro dalla trama apparentemente semplice ma che in realtà indaga nella coscienza dell’uomo più di quanto sembri.

Protagonista del romanzo di Montes è un critico d’alberghi, che da anni gira il mondo in incognito per scrivere articoli e recensioni sugli hotel in cui alloggia. Lui decide l’albergo, scrive il pezzo e lo manda al giornale che lo pubblica. Particolarmente azzeccata, a questo proposito, la scelta dell’autore di narrare la storia in prima persona, rendendoci così partecipi in modo diretto della discesa negli inferi del protagonista. Questa volta però il critico viene invitato a soggiornare per una notte all’Imperial, albergo della sua città recentemente ristrutturato. Acconsentendo con entusiasmo a trascorre per la prima volta nella sua carriera una notte in un hotel della propria città, il giornalista ancora non sa che quella recensione gli stravolgerà l’esistenza.
L’equivoco che sta alla base dello sviluppo del romanzo è molto semplice: al protagonista viene consegnato un passe-partout e comunicato un numero di stanza che in realtà non è la sua. Grande sarà il suo stupore quando, oltrepassata la soglia della camera, si ritroverà di fronte il set improvvisato di un filmino porno. Qui il critico farà la conoscenza dell’ammaliante proprietaria del sito porno vitadalbergo.com, che ha lo stesso nome della sua rubrica di recensioni, specializzato in riprese con attori improvvisati nelle più disparate camere d’albergo del pianeta. Dapprima soltanto incuriosito e poi sempre più trascinato verso il mondo proibito di quell’enigmatica donna, complici anche le analogie tra i loro lavori, il narratore inizia a idealizzarla, erigendole un posto d’onore nella sua mente sovreccitata. Così, visitando regolarmente la pagina web, scopre che la donna e il suo staff intraprenderanno una sorta di mini tour alla ricerca di nuovi attori e nuovi alberghi. Ed ecco il pretesto perfetto per lanciarsi all’inseguimento della bella proprietaria del sito. Un viaggio che porterà il protagonista a fare i conti con la parte più oscura e profonda di sé  e a conoscere un variegato campione di umanità.
Una trama che a tratti si rivela fragile, viene così ampiamente compensata da nostalgiche ed evocative descrizioni delle città in cui fa tappa il critico, tra un freddo e malinconico mare d’inverno e la visione solitaria di un film in un vecchio cinema di periferia che ancora non si arrende all’avvento dei multisala. Stupendo, a questo proposito, un capitolo quasi interamente dedicato alla visione di ciò che accade nell’albergo dirimpetto alla stanza dove alloggia il giornalista, tra coppie che ritornano all’alba, uomini solitari e bambini che piangendo tengono svegli i genitori. Un concentrato autentico del genere umano che mi ha ricordato l’inizio di quel capolavoro cinematografico che è “La finestra sul cortile”.
Affiancati alle suggestive descrizioni, affiorano i sentimenti della voce narrante che, via via che l’inseguimento prende piede per entrare nel vivo, si fanno sempre più torbidi e ossessivi. Così l’immagine della donna e l’illusione di poterla agguantare raggiungono vette emotive inimmaginabili, costringendo il critico a mettere da parte qualsiasi altra cosa, compreso il proprio lavoro, e a fare i conti con un nuovo sé stesso. Quasi una personalità alternativa alla persona che aveva sempre creduto di essere. L’unica in grado di rispondere alla domanda che assilla il lettore mano a mano che ci si addentra nella storia: fin dove è disposto ad arrivare il narratore per assecondare e (forse) placare la sua ossessione?

Vita d’albergo” è un romanzo dalle sfumature particolari, che ci insegna come non sempre ci conosciamo per ciò che siamo davvero. Un libro che alterna sentimenti di dolce nostalgia a violente indagini psicologiche, in un crescendo emozionale che culmina in un finale che ho trovato particolarmente riuscito. Forse non un romanzo per tutti i palati ma che sicuramente saprà soddisfare i lettori più curiosi, che hanno voglia scavare sotto la superficie.

Voto: 4/5

Mr. P.

Giulia Bracco – La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Titolo: La Madre, il Maestro, Shakespeare e Dio

Autore: Giulia Bracco

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2018

Pagine: 348

Prezzo: € 15,00

“Anche se può essere così discreto, il mondo delle parole è violento, potente e magnifico, come l’universo che rimescola le forze con tutta la sua energia e appare sempre imperturbabile. Le parole sono magiche. Le scrivi e chi le vede automaticamente le legge. Le pronunci e si lanciano nel vuoto come dardi fiammeggianti. Le pensi e sono bombe a orologeria che incombono di nascosto. E se le invochi – pochi secondi – ti liberano, anche se dopo spariscono, come in un vuoto temporale.”

Dopo la bellissima raccolta di racconti “Storia dei miei fantasmi” di Francesco Borrasso, torno a sedermi al tavolino letterario di Caffèorchidea – giovane casa editrice salernitana – sorseggiando un caffè e addentrandomi nelle atmosfere pop e malinconiche del nuovo romanzo di Giulia Bracco: “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio”. Il primo aspetto che mi ha colpito è stata la particolarità del titolo, che ho scoperto essere una citazione di Martin Amis: “Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo: la Madre. Il Maestro. Shakespeare. Dio.” Citazione maggiormente azzeccata non poteva esserci, dato che nell’opera della Bracco la scrittura, e l’arte tutta, gioca un ruolo fondamentale, mentre i quattro sorveglianti fanno capolino tra una pagina e l’altra, ammiccando ai personaggi e disorientandoli.

Protagonisti del romanzo sono Nabel e Hector, figli dello stesso padre ma di madri differenti. Nabel, introversa ed eterna incompresa, ama profondamente la scrittura ma cancella qualsiasi cosa scriva, che si tratti di mail mai inviate, racconti o pagine di diario. Hector invece ha un animo ribelle e anticonformista e con le sue opere sognanti e simboliche si sta ritagliando un posto di tutto rispetto nel panorama artistico internazionale. Padre dei due ragazzi è Lucrezio Minenti, luminare della fisica e scienziato di fama mondiale, sospettato però di essere parte di un progetto relativo alla costruzione di una macchina del tempo, mistero su cui il professore non ha mai voluto far luce. Nabel e Hector, per volere del genitore, non si sono mai incontrati ma quando Hector, superati ormai i vent’anni, viene a conoscenza di Nabel, non può fare a meno di cercarla. Il contatto tra i due ragazzi sprigionerà un’incredibile energia e fratello e sorella comprenderanno di appartenere l’uno all’altra, indipendentemente dalla lontananza e dalle loro vite agli antipodi. La narrazione prenderà poi pieghe inaspettate, tra disperate richieste d’aiuto per poter viaggiare indietro nel tempo, misteriose borse cadute dal cielo al momento giusto e romanzi perduti (forse) per sempre.
A cavallo tra l’Italia, Londra, Parigi e Bilbao, “La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dioè uno spaccato di vita autentico, quasi un romanzo di formazione atipico contaminato da bizzarre teorie scientifiche, che segue in parallelo le esistenze di Nabel e Hector, sfiorandole e intrecciandole per poi separarle di nuovo. E proprio ai due protagonisti non ci si può fare a meno di affezionare, sentendoci partecipi delle loro vite. Due personaggi vivi e a 360° gradi, che a volte vorresti incitare, altre quasi schiaffeggiare per farli uscire dallo loro apatia o per acquietare la loro rabbia, altre ancora semplicemente abbracciarli. Inoltre la scrittura della Bracco è elegante ma scorrevole allo stesso tempo, tra picchi riflessivi mai banali e una vicenda che comunque non manca di una sana dose di fantasia.
Come non ricordare infine che nel libro vengono citati The Cure e Depeche Mode, tra la mie band preferite in assoluto?

La Madre, Il Maestro, Shakespeare e Dio” è un romanzo che affronta temi complessi con una semplicità disarmante e che ci introduce in punta di piedi in un intrico di vicende familiari in cui non mancano i colpi di scena ma scavando a fondo nelle coscienze dei protagonisti e accompagnandoli in un percorso di crescita e di cambiamento, che si dipana pagina dopo pagina sotto gli occhi del lettore. Una buona lettura, a metà strada tra riflessione e intrattenimento.

Voto: 4/5

Mr. P.

Joe Meno – Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Titolo: Billy Argo: il ragazzo detective fallisce

Autore: Joe Meno

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 396

Prezzo: € 15,00

“Perché il mistero spaventa così tanto noi adulti? Forse perché i nostri mondi sono diventati mondi di routine e sicurezza e ordine man mano che siamo cresciuti? Forse perché abbiamo imparato la risposta a tutto e la risposta è che non c’è mai un passaggio segreto, un tesoro nascosto o una nota scritta in codice che possano salvarci nei nostri momenti più bui? Perché ci opponiamo con tanta forza alla credenza che esista un mondo che non conosciamo? È più spaventoso accettare le nostre vite come sono o coltivare una fantasia di speranza?”

Avevo conosciuto la Pidgin Edizioni lo scorso anno con le prime due uscite, storie dalle trame particolarmente originali e con una narrazione dallo spirito underground, diretta e mai banale. Soddisfatto delle esperienze di lettura che mi ha regalato la giovane casa editrice napoletana, ho voluto continuare a scoprire il suo modo alternativo di pubblicare narrativa con il nuovo titolo, uscito pochi mesi fa. Autore negli USA di veri e propri best-seller, Joe Meno è il terzo autore che ci propone la Pidgin, con il suo “Billy Argo: il ragazzo detective fallisce“. Già dal titolo, e anche dall’ottima copertina, capiamo di trovarci di fronte a un romanzo fuori dagli schemi, in cui la linearità e l’ordinarietà è meglio lasciarle da parte. “Billy Argo” è difficilmente incasellabile e io stesso, sfogliandolo, non sapevo se mi sarei trovato di fronte a un giallo, un racconto di formazione o un romanzo psicologico. L’opera di Joe Meno è tutto questo messo insieme ma è anche molto di più.

L’autore ci fa entrare nella narrazione in punta di piedi, svelandoci dapprima l’infanzia di Billy, quando il ragazzo scopre con gioia e meraviglia un autentico talento nel risolvere enigmi e misteri tanto che, insieme all’amata sorella Caroline e all’amico di sempre Fenton, si improvvisa detective. Investigare gli riesce talmente naturale che i casi risolti da Billy aumentano a dismisura, portando il trio  all’attenzione dei media e procurandogli un successo crescente. Come tutte le infanzie, anche quella di Billy e dei suoi amici giunge però al termine e i destini dei tre si separano. Da qui in avanti l’esistenza del ragazzo detective prende una piega tragica e inaspettata, con il suicidio della sorella e il ricovero di Billy in un istituto di igiene mentale. La narrazione riprende dieci anni dopo, in cui un Billy Argo ormai trentenne viene dimesso dall’istituto psichiatrico, giudicato guarito e pronto ad affrontare nuovamente il proprio percorso di vita. Da qui inizia la riscoperta di sé del protagonista, sempre in bilico tra il terrore per il mondo esterno e l’antica scintilla, mai del tutto sopita, per il mistero e la sua indagine. Ciò che però grava come un’ombra oscura e inquietante sull’esistenza di Billy è la morte della sorella: il ragazzo infatti non riesce a trovare un qualsiasi motivo che abbia scatenato in lei l’idea del suicidio. Così, scavare nella psiche tormentata di Caroline, tra vecchi diari, criptici indizi e sbiaditi ricordi, si tramuterà nel mistero definitivo, l’unico che, se risolto, sarà in grado di donare al detective la serenità che tanto agogna.
Joe Meno ci accompagna in un surreale tentativo di riabilitazione all’esistenza, tra edifici che scompaiono, bambini che si esprimono solo attraverso la scrittura di bigliettini e cattivi che riemergono dal passato per scovare tesori nascosti. Una storia di formazione dai contorni bizzarri che, al posto di descrivere un’adolescenza tormentata, come ci si aspetterebbe, dipinge con ironia e delicatezza l’interiorità dai tratti fanciulleschi di un adulto che non ha avuto la possibilità di crescere. Il lettore però non resta mero spettatore del percorso quasi iniziatico di Billy ma partecipa attivamente, in più di un’occasione, nelle ricerche del detective. In che modo, non sarò certo io a svelarlo. Chi avrà il “coraggio” di affrontare questa esperienza di lettura fuori dall’ordinario, lo scoprirà quando meno se lo aspetta.

Billy Argo” conferma, con la sua dose di sana eccentricità perfettamente bilanciata da una profondità non comune, l’ottimo percorso editoriale intrapreso da Pidgin Edizioni. Nel romanzo di Joe Meno infatti troveranno pane per i propri denti i lettori curiosi e che amano osare, addentrandosi nelle pieghe di un racconto seducente che, tra nonsense e sentimenti autentici, non può fare a meno di suscitare una genuina meraviglia.

Voto: 4/5

Mr. P.

Tony Laudadio – Preludio a un bacio

Titolo: Preludio a un bacio

Autore: Tony Laudadio

Editore: NN Editore

Anno: 2018

Pagine: 217

Prezzo: € 17,00

“Sono lacrime nuove, mai versate prima, di una natura diversa. O forse antiche, lacrime conservate in questi decenni, messe da parte per tutto il dolore sofferto, a volte anche senza accorgermene, forse aspettando il momento adatto per rovesciarle. Queste sono le lacrime negate. È il pianto della nostalgia, del tempo smarrito, delle occasioni lasciate andare, delle vite sprecate e consumate, il pianto dei giorni che vorrei riavere indietro, degli istanti – miliardi di istanti – che non ho vissuto come avrei voluto, dei momenti precisi. Il pianto dei mostri che sono cresciuti nella mia pancia e nella mia memoria, che sono diventati enormi perché si nutrivano di rancore, risentimento, di odio, di fallimenti. E questo è anche il pianto per la loro esistenza distruttiva, e per la loro morte: il pianto della liberazione dall’incantesimo, del risveglio da un incubo terrificante. Il pianto della debolezza, delle forze che scompaiono, della resa, il pianto della fine della guerra, dell’armistizio, della conta dei morti, della raccolta dei cadaveri, della ricerca di ciò che non c’è più, della constatazione dei disastri, è il pianto di quelli che cedono, di quelli che si abbandonano dopo una lunga lotta, che si accasciano dopo una lunga corsa, che cadono senza più opporre resistenza.”

Umanità. Questa è stata una delle prime parole che mi sono venute in mente leggendo “Preludio a un bacio” di Tony Laudadio, pubblicato da NN Editore (un plauso per la copertina, magnifica). Umanità come aggettivo, come caratteristica che rimanda alla solidarietà, alla comprensione, all’indulgenza. Al giorno d’oggi non è soltanto importante, è fondamentale che esistano ancora libri che pongano al loro centro concetti del genere. Il senso di umanità che permea l’intero romanzo è rivolto verso Emanuele, il protagonista della storia. Emanuele è un barbone, trascorre le giornate a suonare il suo amato sassofono agli angoli delle strade, vive nell’umido scantinato di un condominio, beve assiduamente per raggiungere l’incoscienza, per non pensare alla lunga serie di disastri che ha costellato la sua esistenza: è tormentato da rimorsi e, soprattutto, da rimpianti, è disilluso e cinico, si è arreso ormai a ciò che è stato e a quello che non è stato. Per tutti questi motivi, beve, perché è una delle pochissime cose che lo fanno stare bene: «L’alcol è tepore, nutrimento, benessere. Ti fa dimenticare, perdere te stesso e ogni paura. […] L’alcol è la felicità della morte senza il fastidio dell’essere cadaveri». I suoi giorni trascorrono monotoni fino a quando, una sera, viene aggredito da qualcuno e si ritroverà ricoverato in ospedale.

Credo che ciascuno di noi, procedendo a ritroso, possa trovare nella propria vita un momento chiave, un istante, un particolare accadimento che gli ha permesso di cambiare le carte in gioco. Per il protagonista di “Preludio a un bacio” la permanenza forzata in una struttura ospedaliera per qualche giorno ha avuto esattamente quella funzione. Sperimentare un contesto diverso, caldo e accogliente, avere a che fare con persone gentili e preoccupate per lui, constatare che la sua salute è a rischio: tutti questi elementi rendono Emanuele più consapevole. Deve fare qualcosa, non può continuare a crogiolarsi nei ricordi di un tempo ormai perduto, nel nulla  quotidiano. Ecco che allora gli viene in aiuto l’unica persona con cui ha un rapporto: Maria, giovane cameriera del ‘Blue Bird’, il bar in cui l’uomo è solito affogare i suoi dispiaceri. Un forte senso di umanità contraddistingue il legame tra questi due personaggi: si tratta di prendersi cura l’uno dell’altro, senza porsi limiti o barriere, andando al di là di giudizi e pregiudizi. In un certo senso, è una forma d’amore. Emanuele si sente cambiato, quasi fosse un’altra persona. Grazie a Maria comprende che è importante rivolgere la propria vita verso gli altri, mettendo da parte cinismi ed egoismi, provando a riparare agli errori commessi nel passato: «Quanti conti ho in sospeso? Quanti ne abbiamo tutti? Come venature nel marmo percorrono la nostra esistenza, ne sono parte integrante e pesano sulla bilancia dei nostri meriti. Il dare e l’avere, ciò che ho potuto fare grazie a ciò che ho ricevuto, ciò che sono stato grazie agli altri. Quanto c’è di mio e quanto c’è degli altri, in me. E qui, come il lago che placido attende l’inevitabile arrivo del fiume, il pensiero sfocia nelle donne. Le mie donne».

Nonostante non abbia particolarmente apprezzato alcune rivelazioni e colpi di scena messi in atto dall’autore, ho amato profondamente questo romanzo. L’ho amato perché descrive in modo realistico che cosa significa accostarsi alla felicità, alle piccole gioie: Emanuele lo fa piano, in silenzio, con incredulità. Dopo una vita di sofferenze e brutture, di apatia e insensibilità nei confronti degli altri, dopo essersi perso nei suoi lati più oscuri, si ritrova in tutta la sua umanità. L’ho amato perché mette in luce l’importanza di aprirsi con qualcuno – uomo, donna, amico o sconosciuto che sia -, di fare ammenda, di ascoltare e saper chiedere scusa, di apprezzare cose che sono sempre date per scontate e che forse, in fondo, non lo sono affatto. L’ho amato perché è la storia di una rinascita, di un uomo che non si arrende al suo passato e a quello che si è lasciato sfuggire- fondamentalmente, l’amore – ma che cerca in ogni modo di recuperarlo. Questo significa stravolgere tutto quello che è stato, cominciare un’esistenza nuova pur tornando sui propri passi, anni dopo. È un atto coraggioso, rivoluzionario. Qualcosa che dovremmo cercare di fare più spesso.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Connie Palmen – Tu l’hai detto

Titolo: Tu l’hai detto

Autore: Connie Palmen

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 256

Prezzo: € 17,00

“Tutto della mia sposa mi commuoveva, ma questa incapacità di essere se stessa, la ricerca spasmodica di una voce autentica, era la cosa che più mi colpiva. Era tagliata fuori dalla parte più pura di sé, quella in cui risiedevano la creatività e il genio, incatenata alla ferita, alla rabbia, alla crudeltà. Quell’isolamento era la causa della sua frustrazione e disperazione. I ragionamenti da ambiziosa ragazza perbene la tenevano lontana da tutto ciò che era ambiguo, complesso, oscuro e violento, dalla sua vera natura. E io ero convinto che il più grande atto d’amore sarebbe stato liberarla, come un cavaliere della tavola rotonda, dalle segrete di un animo oscuro, condurla fuori e porgerle il sacro graal dell’immaginazione libera.”

Più passa il tempo, più continuo a scrivere, più mi accorgo di una cosa che sfiora l’assurdo: quanto è difficile parlare di un libro che si è amato visceralmente, che si è sentito vicinissimo, che ci ha toccati nel profondo? È arduo, davvero: lo consigliamo a qualcuno e quando costui ci chiede “Perché è così bello?” ci si ferma, quasi istupiditi e molto spesso non si è in grado di rispondere. Perché è così bello? Che cosa ci ha trasmesso, nello specifico? Si tratta di una trama avvincente, di una struttura geniale, di una scrittura limpida e scorrevole? O forse sotto c’è di più? Abbiamo sfogliato quelle pagine e le abbiamo rilette, sottovoce. Abbiamo sentito risuonare ogni parola dentro di noi, come un mantra. Abbiamo provato qualcosa di raro e profondo. Non comprendiamo più se siamo stati noi a leggere quel libro oppure è stato lui a leggere noi, la nostra storia, le nostre paure, speranze, sensazioni. Ogni parola sembra superflua, inadatta a descrivere ciò che abbiamo provato durante quelle ore di lettura. Non è facile, soprattutto quando un’opera parla anche un po’ di noi, ma penso sia necessario almeno provarci. Ancora una volta, quindi, mi ritrovo a raccontarvi di un romanzo che mi ha rapita e lasciata senza fiato, cercando di superare quello scoglio che le parole occasionalmente impongono – sono limitate, è superfluo dirlo.

In “Tu l’hai detto” – edito Iperborea, casa editrice attentissima e dal meraviglioso catalogo -Connie Palmen, scrittrice olandese, catapulta il lettore nel “luogo” più intimo che possa esistere: la relazione fra due persone. I protagonisti del suo romanzo, però, non sono due individui qualsiasi: l’autrice ha scelto di dar voce a Ted Hughes, poeta e scrittore inglese, e di esplorare il suo rapporto con la moglie, Sylvia Plath. Decisione piuttosto coraggiosa, a mio parere: non dev’essere affatto semplice ‘introdursi’ in una delle coppie letterarie più conosciute al mondo e narrarne le vicende in modo realistico e coinvolgente. Non dev’essere nemmeno facile identificarsi nel protagonista, nonché narratore della storia; la Palmen ha svolto un lavoro certosino, affidandosi ai diari, alle lettere, alle poesie dei due, e ad un numero non indifferente di biografie e saggi critici sul tema. Nonostante ciò, però, la domanda rimane: come ci si può immedesimare così bene in Ted Hughes, nell’amore bruciante che ha provato per la sua compagna, nel dolore per la sua perdita? Chiaramente non ho una risposta, posso soltanto affermare che la scrittrice, ai miei occhi, ci è riuscita in pieno. Le parole di fronte a cui il lettore si troverà sembrano proprio quelle di un uomo innamorato, accecato dai suoi sentimenti e spesso ferito; di una persona che lotta e combatte quotidianamente con (e per) la donna della sua vita; di un marito che vive nel segno dell’ispirazione poetica e che cerca di risvegliare il ‘vero io’ della moglie, la sua parte più nascosta, più vulnerabile («Voleva essere una buona moglie per me e una madre amorosa per i nostri figli, ma era anche una scrittrice, consapevole che in lei si celava una poetessa geniale, e avrebbe distrutto la nostra vita insieme se non fosse riuscita a liberarla»). Ted e Sylvia s’incontrano per caso ad una festa, la loro fama li precede, si osservano velocemente e, in un modo che ha del mistico, sentono di appartenersi. La loro storia andrà avanti per sette, tormentatissimi anni. Inghilterra, Spagna, Stati Uniti, Inghilterra di nuovo: un amore che ha attraversato diversi Paesi ma che non è riuscito a non soccombere alla sua maledizione.  «Uno di noi era spacciato fin dall’inizio. Era o lei o io.» afferma Ted/Connie. Ma ne siamo davvero sicuri? Non lo furono, forse entrambi? Sylvia, con la sua depressione, il suo senso di vergogna e d’inferiorità verso la madre, le sue gelosie ossessive. E Ted, spaventato dalla dipendenza nei suoi confronti, ogni giorno sempre più forte, che l’ha portato dritto tra le braccia di un’altra.

Leggere “Tu l’hai detto” ha scatenato dentro di me un turbinio di emozioni, per questo mi è difficile parlarne. Connie Palmen è stata perfettamente in grado di rendere lo struggimento di un uomo e di una donna, sia per l’altro che per se stessi: la rabbia, lo sconforto e le ambizioni di Sylvia sono state anche le mie, l’inutilità nei confronti di qualcuno che soffre ed una certa attrazione per ciò che è oscuro e intricato di Ted mi hanno accompagnata per molti anni. Terminata l’ultima pagina comprenderete anche il titolo di questo romanzo meraviglioso e non potrà che risuonarvi dentro per molto, molto tempo, accompagnato da una vaga nostalgia e da un sorriso triste.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Audur Ava Ólafsdóttir – Hotel Silence

Titolo: Hotel Silence

Autore: Audur Ava Ólafsdóttir

Editore: Einaudi

Anno: 2018

Pagine: 188

Prezzo: € 18,50

“Mi sembra quasi di sentire la voce della mamma: «Ogni sofferenza è unica e differente, – aveva detto una volta – e dunque non la si può confrontare. Invece la felicità è simile».”

Oggi vi svelo un pezzetto di me: sono incredibilmente attratta dai libri che parlano di suicidio. Forse per via di quello che studio, forse per alcune esperienze di vita, forse semplicemente perché è un tema complesso, a tratti inspiegabile, “affascinante” proprio per questo motivo. Non conoscevo la Ólafsdóttir ma appena ho letto la trama del suo ultimo romanzo, “Hotel Silence”, ho immediatamente detto fra me e me: “Dev’essere mio”. Perché? Perché il protagonista della storia narrata dall’autrice islandese è un quarantanovenne che decide di porre fine alla sua vita. Jónas è un uomo le cui certezze sono crollate una dopo l’altra, velocemente: sua moglie se n’è andata, chiedendo il divorzio e lui è rimasto inerme a guardarla scivolare via dalla sua esistenza, senza provare a fermarla. Ha da poco scoperto che Guðrún Vatnalilja, sua figlia, non è biologicamente sua figlia, particolare che la ex consorte gli rivela ben ventisei anni dopo la sua nascita. Sua madre trascorre le giornate in una casa di riposo, alternando momenti lucidi in cui si dedica alla sua passione più grande (i libri che parlano di guerre) e altri in cui si perde completamente a causa della sua malattia, che la porta a dimenticare e a ripetersi di continuo. Ha un vicino di casa, Svanur, che sembra quasi un amico ma è tanto oscuro quanto lui e non tocca una donna da otto anni. Pensa che il mondo sarà lo stesso, con lui o senza di lui, e che non abbia più nulla da offrirgli. È, insomma, infelice: «Io non so chi sono. Non sono niente, non possiedo niente». Ed è a questo punto che giunge l’idea di svanire completamente. Per non causare un ulteriore trauma alla figlia, la quale potrebbe ritrovare il suo corpo, decide di andare a morire all’estero, in un Paese appena uscito da una guerra civile devastante e, più precisamente, all’Hotel Silence. Porta con sé pochissime cose, tra cui una cassetta degli attrezzi – per riparare qualcosa? no, più probabilmente per aiutarsi nell’impresa – e i diari di quando aveva vent’anni, ritrovati da poco. Lascia un vago biglietto e parte, concedendosi una settimana per “concludere la faccenda”.

Fino a qui, Jónas si presenta come un uomo insofferente ma allo stesso tempo determinato: ha imboccato una via e ha intenzione di proseguire su quella strada. Ciò con cui non ha fatto i conti, però – ed è questo uno dei particolari preziosi che fanno di “Hotel Silence” un romanzo bellissimo e molto realistico – è la vita stessa, il cambiamento che può portare il ritrovarsi in un luogo completamente differente da quello a cui si è abituati, vicino a persone che hanno vissuto cose diverse dalle nostre. L’incontro con i giovani gestori dell’albergo, Fífí e Maí – fratello e sorella -, con il piccolo Adam e la loro realtà, si rivela dunque provvidenziale. Il protagonista comincia a riflettere sulla sua vita, sull’estraneità che prova nei suoi confronti: si guarda allo specchio e non si riconosce; comprende, rileggendo i suoi quaderni, che forse non ha mai capito chi è, pur essendoselo sempre domandato. L’autrice mette in luce l’importanza del riscoprirsi altrove, del sentirsi di nuovo utili, circondati da persone nuove, che racchiudono dentro di loro esistenze lontanissime dalle nostre. È il potere dei legami che, a volte, ci permettono di ritrovare uno scopo, anche quando tutto sembrava ormai perduto. Lasciarsi andare è difficile, certo, e ci si sente vulnerabili: ma se Jónas inizialmente copriva le sue cicatrici (quelle interiori, rimanendo chiuso in se stesso, e quelle esteriori, con i tatuaggi), lentamente comincia a comprendere quanto sia fondamentale smettere di nascondersi.

Una delle cose che ho particolarmente apprezzato di questo romanzo sono le riflessioni sul dolore: è ribadita più volte, infatti, l’importanza del concetto che ognuno soffre a suo modo. Ogni sofferenza è diversa, la si vive in modo differente ed è inutile compararla a quella degli altri. Il protagonista spesso tende a farlo, si interroga moralmente sulle sue intenzioni: come può permettersi anche solo di pensare al suicidio quando ci sono persone che hanno visto morire i propri cari a causa della guerra e che, nonostante questo, si aggrappano con tutte le loro forze alla vita? È giusto, è sbagliato? Alcuni mali sono più devastanti di altri? Non si dovrebbe fare il paragone, ci dice l’autrice, semplicemente. Ognuno ha una propria sensibilità ed è con quella che deve convivere.

“Hotel Silence” è un libro che parla in modo disincantato del suicidio: non tralascia né le sue zone d’ombra (il dolore, a volte, può comunque vincere) né quelle di luce – la rinascita. La Ólafsdóttir è bravissima nel mostrare come si possa faticosamente essere in grado di uscire dal mare di fango in cui si è precipitati. È possibile riparare una vita che si è rotta? Questa la domanda che ci si pone. «Si cerca di fare del proprio meglio» – sembra risponderci la scrittrice – «Essendo esseri umani.»

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

 

Stefano Caso – Libreria Luigi

Titolo: Libreria Luigi

Autore: Stefano Caso

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 187

Prezzo: € 14,00

“Una maschera. Per tanti anni avevo calzato una maschera. Pelosa, per di più. Un fantasma nero a cui avevo chiesto soccorso per fare di me un personaggio dotto e rispettabile. Un artificio che credevo divenisse potere per me e sudditanza per gli altri. E invece, lo avrei scoperto più tardi, era stata una raffinata difesa nei confronti della vita, dei miei desideri più genuini.”

Cosa significa “festeggiare” i propri cinquant’anni scoprendo che quanto si ritiene di più autentico e motivo d’orgoglio di tutta la propria vita, in realtà si tramuta in una gigantesca menzogna raccontata a se stessi?  Che come ci si vede allo specchio non corrisponde affatto all’idea che si sono costruiti di noi chi ci sta intorno? A questi quesiti prova a dare una risposta Stefano Caso, che nel suo “Libreria Luigi“, romanzo dal sapore pirandelliano, narra appunto le vicissitudini di Luigi Araldi, libraio che, dopo aver compiuto mezzo secolo, viene investito da un incredibile ciclone di eventi che cambieranno per sempre la sua esistenza.

Il turbine incontrollabile di tradimenti, rimorsi, vendette e rimpianti prende il via dalla poco gentile ma certamente innocua considerazione di un’anziana cliente che, all’affermazione di Luigi sul suo cinquantennale compleanno, risponde:
«Tanti auguri allora. Cinquanta? Lei porta la sua età in maniera davvero pietosa. Gliene avrei dati almeno una decina di più. Ma, come si dice, l’importante è essere giovani dentro. Non trova?»
Parole che hanno sul povero libraio l’effetto di un ferro rovente sulle carni vive: idealmente marchiata a fuoco da quella donna, la sua mente inizia a vorticare pericolosamente in cerca di un appiglio, rappresentato dalla tanto sbandierata cultura, l’unica cosa che lo ha sempre reso fiero e superbo. Ma proprio il suo aspetto fisico, tanto denigrato dalla vecchia signora, è il baluardo esterno del suo amore sconfinato per i libri e il sapere: barba spessa e scura e i pochi capelli rimasti portati lunghi. Segni distintivi che vengono per la prima volta messi in discussione e che sono soltanto l’inizio di una metamorfosi tanto imprevedibile quanto spassosa. Perché l’ironia, nel libro di Caso, non manca mai. Più di una volta, leggendolo, mi sono ritrovato a  sorridere, in particolare quando i fantasmi letterari del libraio in crisi esistenziale prendono il sopravvento. Lord Wotton, Vitangelo Moscarda, Charles Bukowski, Luigi Pirandello, Victor Hugo e chi più ne ha, più ne metta. Una girandola di personaggi appartenenti alla finzione letteraria e di autori passati a miglior vita infestano le giornate di Luigi, dispensando consigli non richiesti e lanciando maligne provocazioni.
Libreria Luigi” è un romanzo che affronta l’eterna paura di invecchiare e l’annosa questione dell’apparire agli altri, finendo così per mentire anche se stessi, ma sempre con la dovuta leggerezza e la giusta dose di umorismo. La trama non troppo originale viene compensata dallo stile dell’autore, scorrevole ma non banale, che alterna in un ripido saliscendi espressioni quasi auliche, che ritroviamo perlopiù nei pensieri del protagonista, che fa sfoggio della propria cultura anche parlando tra se e se, e il parlato di tutti i giorni.

Stefano Caso ci propone una lettura leggera ma che sa anche offrire momenti di riflessione. La storia di una vita ordinaria e abitudinaria che sprofonda in una crisi tanto destabilizzate quanto necessaria. Un mutamento improvviso dai risvolti tragicomici ma che, almeno una volta nella vita, ognuno di noi ha segretamente desiderato che avvenisse anche nella propria esistenza.

Voto: 3,5

Mr. P.