Michele Orti Manara – Il vizio di smettere

Titolo: Il vizio di smettere

Autore: Michele Orti Manara

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 170

Prezzo: € 14,00

“Prenderci in giro, prenderci poco sul serio, era una cosa che facevamo sempre; quel pomeriggio però, per la prima volta da quando lo avevo conosciuto ormai tredici anni prima, mi pareva che ogni battuta ci raschiasse la gola. Si scherzava, ma ogni frase era un po’ più seria di quella prima.
Era come salire una scala verso qualcosa di poco piacevole, oppure rendersi conto di camminare nelle sabbie mobili solo quando le ginocchia sono già sprofondate.
Continuare a salire o ad andare giù, con un sorriso bugiardo stampato in faccia.”

La prima cosa che salta all’occhio de “Il vizio di smettere”, seconda opera di Michele Orti Manara, è l’incredibile copertina disegnata da Francesca Protopapa. Ognuno di quei personaggi ritratti sembra lì per te: fingono di non guardarti, apparentemente persi nei loro pensieri, ma in realtà ti scrutano, sogghignando, increspando le labbra o con il viso imbronciato. Ognuno custode di un proprio mondo interiore, tanto diversi quanto simili l’uno con l’altro. Una copertina che più azzeccata non poteva essere ma, a mio avviso, anche fuorviante. Perché i racconti di Orti Manara, oltre a irradiare i mille colori che dipingono le nostre vite quotidiane, ben rappresentati dalla cover, sprigionano una malinconia e un dolore che ricoprono di bianco e nero ogni cosa. Insomma, un acquerello dalle sfumature dense e imprevedibili.

Protagonista assoluta delle sedici storie raccolte nel volume, è l’esistenza di persone ordinarie, alle prese con lutti, amori che finiscono o che non sono mai cominciati, i bilanci delle proprie vite, incomprensioni e solitudini. Un’esistenza in cui chiunque potrà ritrovarsi, senza per questo risultare banale o stereotipata. Tutt’altro: le emozioni che si respirano a pieni polmoni negli scritti dell’autore veronese sono quanto di più autentico ci si possa aspettare. Un centrifugato di umanità che tocca nel profondo, sempre a metà strada tra inquietudine e ironia, tra la necessità di una metamorfosi e l’istinto di rimanere se stessi, nel bene e nel male. Così, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo immersi, senza via di scampo, nella verità di un ragazzino che ha perso il fratello o nell’ironia caustica che fa da sfondo a un legame d’amicizia che viene diviso da migliaia di chilometri. E diventa poi inevitabile ritrovarsi a fare il tifo per quell’adolescente solitario che quando tenta di avvicinarsi a qualcuno, finisce sempre per deluderlo. O provare tenerezza per quella donna ormai disillusa che per il suo cinquantesimo compleanno decide di bere tanti ciuputi quanti sono gli anni che compie.
Nei racconti di Orti Manara fanno però anche capolino ossessioni incontrollate, come nel geniale “L’assicurazione”, una short story che nella sua brevità ho trovato perfetta, lo sberleffo che fa sorridere il lettore (l’ottimo trittico “Tre disillusioni editoriali”) e l’ineluttabilità di un destino già scritto (“La missione”). A sorpresa, non manca anche qualche momento squisitamente surreale, come l’irresistibile gatto parlante de “La malvagità della coda” e l’enigmatico ragazzo di “Una vita in venti minuti”, forse il racconto più criptico e originale della raccolta, e proprio per questo una piccola gemma.

Viscerale, disincantato, onirico, beffardo: questo l’universo che scaturisce dalla penna dell’autore, che fa dell’ordinaria insensatezza quotidiana il suo cavallo di battaglia. Costantemente al crocevia tra picchi di dolce afflizione e spennellate di perturbante sarcasmo, “Il vizio di smettere” si dimostra una delle raccolte di racconti italiane migliori degli ultimi tempi. Sperando che, a discapito dell’irresistibile titolo, Orti Manara non si lasci contagiare e continui a sfornare piccole perle come quelle qui raccolte.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Daniel Gumbiner – Il costruttore di barche

Titolo: Il costruttore di barche

Autore: Daniel Gumbiner

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2019

Pagine: 248

Prezzo: € 18,50

“«Presto ti ritroverai vecchio come me, e ti garantisco che l’unica cosa che non ho mai rimpianto è di non essermi preoccupato di più. Non mi sono svegliato una sola mattina dicendomi, “Oddio, avrei dovuto passare più tempo a preoccuparmi”. No, spero soltanto di aver guardato le cose in faccia. Perché l’ansia si nutre di futuro. Se guardi le cose così come sono è molto difficile farsi prendere dall’ansia».
«E se si tratta di qualcosa di brutto?».
«Bene, allora è  qualcosa di brutto. Ma la sofferenza nasce quando cerchi di non fare apparire brutto ciò che è brutto. Non dico che sia facile. Io stesso sbaglio di continuo. Ma è l’unica soluzione».”

Dopo un periodo di pausa, dovuto a un’estate divisa tra vacanze e impegni, torno finalmente a parlare di letteratura sul blog, scegliendo di iniziare da un romanzo uscito qualche mese fa nella collana contemporanea di Edizioni Lindau. Si tratta de “Il costruttore di barche“, opera d’esordio dell’americano Daniel Gumbiner, già editor della rivista “The Believer” e della casa editrice “McSweeney“. A cominciare dalla stupenda immagine di copertina (ma sulle cover Lindau da anni ci ha abituati benissimo), il romanzo di Gumbiner mi ha subito intrigato. Un titolo evocativo, che mi ha portato alla mente l’odore di salsedine, la provincia americana, la vocazione di una vita intera. Il tutto condito da un’aura nostalgica e solitaria.

Il libro si apre subito con una delle sue scene più potenti e che mi ha accompagnato costantemente nella lettura, fino all’ultima pagina. Berg, ventottenne reduce da un grave incidente che gli ha causato un trauma cranico, tormentato dai continui mal di testa, strascico malevolo dell’infortunio, si intrufola in casa di uno sconosciuto per rubare i farmaci oppioidi di cui è dipendente. Non è la prima volta che lo fa, forse non sarà nemmeno l’ultima, ma nell’immagine vergognosamente disperata del protagonista si intravedono già i temi portanti del romanzo: il tentativo di guarire la propria anima, la ricerca di affetti autentici, l’affrontare le proprie tempeste interiori, per uscirne rinvigoriti e con una nuova consapevolezza. Tematiche importanti ma che Gumbiner tratta con naturalezza e una sottile ironia, senza appesantire la narrazione ma, anzi, proponendo al lettore un racconto fluido e disinvolto. Personaggio chiave, a tale proposito, è Alejandro, il costruttore di barche che dà il titolo al romanzo. L’incontro con l’eccentrico e geniale artigiano, cambierà radicalmente l’esistenza di Berg, portandolo a interrogarsi e a osservare con occhio critico ciò che è diventato, donandogli una coscienza rinnovata. Forse mi sarei aspettato qualche momento “filosofico” in più, date le premesse, mentre gli insegnamenti di Alejandro sono distribuiti con il contagocce. Ciò che prevale è invece la quotidianità del lavoro in officina, la rusticità della vita in fattoria e la gioia di sentire la propria pelle accarezzata dalla brezza marina. Sensazioni e silenzi che possono valere più di molti precetti morali e che contribuiscono a dare di Alejandro un’immagine non da santone, ma di uomo normale, con i suoi grandi pregi ma anche le sue ossessioni e i suoi difetti. Un personaggio umano e non idealizzato, come scoprirà anche Berg. A fare da sfondo alle consuetudini del costruttore di barche e del suo apprendista, c’è la vita provinciale di Talinas, cittadina immaginaria del nord della California, che mi ha ricordato una Holt affacciata sul mare. Un paese dove tutti si conoscono, gli odi tra famiglie sono all’ordine del giorno e le malelingue parlano spesso a sproposito, anche di Alejandro e della sua vita ai limiti dello stravagante.

Il costruttore di barche” può quasi essere considerato un romanzo di formazione che non si concentra, però, sull’adolescenza, bensì sull’età adulta. Un percorso spirituale all’interno dell’anima di Berg, irto di complicazioni ma grondante determinazione e voglia di resistere. Una riflessione intensa sull’amicizia e sulla profondità inattesa dei rapporti che vanno ad intrecciare le esistenze di due sconosciuti, portando una nuova e più lucida visione delle cose.

Voto: 4/5

Mr. P.

Carmen Maria Machado – Il suo corpo e altre feste

Titolo: Il suo corpo e altre feste

Autore: Carmen Maria Machado

Editore: Codice Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 262

Prezzo: € 18,00

«Ho conosciuto molte persone nella vita, e di rado incontro qualcuno che sia stato spogliato di tutto, potato a tal punto che i suoi rami possano crescere più vigorosi di prima. Posso dirvi con assoluta onestà che quella sera nella foresta è stato un dono. Molte persone vivono e muoiono senza mai confrontarsi davvero con se stesse, nell’oscurità. Pregate di ritrovarvi un giorno sul bordo dell’acqua, di sporgervi e potervi contare tra i fortunati.»

Carmen Maria Machado. Probabilmente, provando a far risuonare nella vostra mente questo nome, non ne verrà fuori nulla. I più informati potrebbero aver sentito qualche accenno a questa giovane autrice statunitense, finalista al National Book Award nel 2017, ma credo sia ancora troppo poco conosciuta in Italia. Il motivo è senz’altro uno solo: nel nostro Paese è stata pubblicata da un paio di mesi soltanto. Codice Edizioni ha messo a segno un colpaccio perché “Il suo corpo e altre feste” è una raccolta di short stories degna di nota. Originale, arguta, sorprendente. Qualcosa di nuovo, fresco e interessante. Inizio questo articolo tirando subito le somme: dovete leggerla.

È lecito dunque domandarsi quale sia l’ingrediente che rende questo volume – che, ricordiamolo, è un debutto, e questa cosa mi riempie ulteriormente di gioia perché mi fa pensare “Se questo è solo l’esordio, chissà che cosa ci aspetta!” – così bello. Basterebbe, in realtà, leggere anche soltanto la prima delle otto storie qui raccolte. “Il nastro” racconta quella che, apparentemente, è una semplice relazione d’amore: una ragazza incontra un ragazzo ad una festa, si notano, si piacciono, cominciano la loro vita insieme e il tutto viene narrato in prima persona con una tale grazia, con una tale leggerezza che sembra di essere di fronte alla donna che ci sta rievocando la sua esistenza. Fin dalle prime pagine, però, si nota un particolare che stona con la vie en rose precedente, che incuriosisce il lettore, lo rende dubbioso, a tratti inquieto: la protagonista indossa infatti intorno al collo un bellissimo nastro verde che nessuno può toccare, nemmeno le persone a lei più care. È assolutamente vietato. Perchè?, ci si domanda. Non viene fornita nessuna risposta. I cattivi presagi che il lettore sente fin dall’inizio continuano poi lungo tutta la narrazione della protagonista, la quale inserisce delle brevissime storielle macabre e a tratti fantastiche, dei “racconti nel racconto” che non lasciano scampo: siamo ormai certi, non ci sarà nessun lieto fine. Ripreso splendidamente nell’illustrazione di copertina di Davide Bonazzi, questo primo gioiello letterario presenta tutti i temi che la Machado esplorerà nell’opera: i rapporti umani e ciò che nascondono, la sessualità queer, il dolore e la violenza, la centralità del corpo, un immaginario realistico ma allo stesso tempo pregno di elementi surreali. Ho apprezzato la raccolta per intero (l’unico ‘racconto non racconto’ su cui ho dei dubbi è “Particolarmente esecrabili”, una riscrittura delle prime dodici stagioni di “Law&Order: Unità Vittime Speciali”, che stona leggermente con l’alto livello del libro); a questo giro non riesco nemmeno ad avere una short story preferita. Ho assistito all’apocalisse mentre una donna elencava tutti gli incontri sessuali della sua vita (“Inventario”), ho avvertito il disagio di una persona che ha come scopo un dimagrimento tale che la porterà a confrontarsi con la parte più nascosta di sé (“Otto bocconi”), ho avuto paura che il mio stesso corpo diventasse volatile e trasparente per non si sa quale strano motivo (“Le donne vere hanno un corpo”), ho tremato con una donna vittima di violenza, che si accorge di poter leggere nel pensiero degli attori dei film porno che guarda per cercare di sconfiggere il suo trauma (“Intrattabile alle feste”).

Carmen Maria Machado è questo ma anche molto altro, è una scrittrice in grado di andare al di là dei generi in tutti i sensi, anche e soprattutto letterari: l’erotismo si mischia con il surreale, alla fine della commedia romantica fa capolino l’horror, il distopico va a braccetto con l’introspezione psicologica. I suoi racconti attirano il lettore, che si ritrova intrappolato, incuriosito, pronto a continuare a leggere per poi scoprire (forse, perché non sempre è dato saperlo) come le cose si evolveranno, dov’è l’inghippo. Per concludere, una raccolta tanto delicata quanto potente, misteriosa  e onirica, che non potete farvi assolutamente sfuggire.

Voto: 5/5

Mrs. C.

Edurne Portela – Meglio l’assenza

Titolo: Meglio l’assenza

Autore: Edurne Portela

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2019

Pagine: 288

Prezzo: € 19,00

“Le case sono un po’ come le persone. A mano a mano che invecchiano, lasciano esposta la struttura originaria, le cui tracce sono ancora riconoscibili malgrado i danni prodotti dal tempo. La casa di mia madre, dopo tutti questi anni, è sciupata e integra insieme. Come lei. Come me.”

Dopo svariati saggi e articoli accademici, “Meglio l’assenza” è l’esordio nella narrativa dell’autrice basca Edurne Portela. Un esordio intenso e spietato, inquieto e delicato, portato in Italia da Edizioni Lindau  nella loro collana di letteratura contemporanea. “Meglio l’assenza” è un’opera prima costellata di cicatrici e memorie, che intreccia in modo del tutto naturale le tormentate vicende famigliari della protagonista con il clima intriso di violenza dei Paesi Baschi degli anni ’80 e ’90: un tempo e un luogo in cui crescere può comportare ferite indelebili, capaci di marchiare a fuoco un’intera esistenza.

Protagonista e narratrice in prima persona, dapprima attraverso lo sguardo ingenuo dell’infanzia, poi ribelle dell’adolescenza e infine disilluso dell’età adulta, è Amaia Gorostiaga, la più piccola di quattro fratelli. L’intera vicenda abbraccia un arco temporale che va dalla fine degli anni ’70 agli inizi degli anni ’90, per poi riemergere con prepotenza nel 2009, con Amaia ormai donna che torna nel proprio paese natale dopo anni di assenza. Centro nevralgico del mondo di Amaia è la propria famiglia, in cui la solitudine e una violenza immotivata soffocano costantemente quel barlume di amore che fatica a emergere, nascosto da rabbia e frustrazione.
Amadeo, padre brutale e che sa esprimere le proprie emozioni soltanto attraverso maltrattamenti e soprusi, è il vero filo conduttore della regnatela di sentimenti che invadono senza sosta l’esistenza di Amaia. Il rapporto tra padre e figlia è un percorso tortuoso e pieno di angoli bui, espressione imperiosa dell’assenza del titolo. Amadeo infatti è invischiato in un reticolo di traffici poco chiari che lo legano, volente o nolente, all’ETA, l’organizzazione armata separatista di matrice terroristica che maggiormente ha incarnato la lotta per l’indipendenza del Paese Basco. Tutto ciò lo porta ad allontanarsi dalla propria famiglia, lasciando un vuoto incolmabile, che avrà ripercussioni tragiche sia sulla moglie che sui figli. Un’assenza che Amaia non perdona, nel tentativo disperato di scavare a fondo nella vita del padre e in tutti i segreti che ha sempre celato alla propria famiglia. Un passato oscuro e irto di difficoltà, che ossessionerà Amaia durante gli anni dell’adolescenza e si riaffaccerà in età adulta. Un passato di cui è a conoscenza soltanto la madre di Amaia, Elvira, donna fragile e legata al marito da una sorta di malsana dipendenza economica ed emotiva, troppo presa dai suoi demoni per potersi dedicare completamente alla crescita dei quattro figli. Così Amaia e i suoi tre fratelli cercano di sopravvivere ai tumulti della giovinezza, ognuno a modo suo, tra droghe, lotte armate e indifferenza. Qui torna in gioco la crudeltà dell’assenza di un padre, che quando è presente è capace solamente di ferire. Proprio questo porterà Amaia a preferire l’assenza, a scegliere di gettarsi in un vuoto distaccato anziché affrontare una presenza dispotica e rabbiosa.
La Portela è infine maestra nel dipingere un ritratto crudele e senza filtri dei Paesi Baschi negli anni della lotta per l’indipendenza, tratteggiando una società e un ambiente implacabili, che non si limitano a fare da sfondo alla vicenda di Amaia, ma sono parte integrante della vita della protagonista.

Meglio l’assenza” è un romanzo di formazione senza mezze misure, che entra in pieno petto, afferrando il lettore e scuotendolo con forza. Una lettura che non può lasciare indifferenti e che entra in modo viscerale nel cuore e nella mente di chi legge. Un piccolo gioiello che si addentra nei legami famigliari in maniera spietata e sensibile e, proprio per questo, incredibilmente vera.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Jess Walter – Viviamo in acqua

Titolo: Viviamo in acqua

Autore: Jess Walter

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 204

Prezzo: € 16,00

“Ho una teoria: che questa, Las Vegas, sarà l’unica città che gli archeologi del futuro ritroveranno. Il clima secco la conserverà e le squadre di scienziati dell’anno 5000 toglieranno e scrosteranno con cura la sabbia, sotto la quale troveranno piramidi, castelli e riproduzioni della Tour Eiffel e dello skyline di New York, pertiche per la lap dance e carte con le donne nude; e questi archeologi del futuro ricreeranno la nostra intera cultura fondata unicamente su questo schifosissimo posto, cinico e superficiale.”

Avevo un ricordo sfocato di Jess Walter, legato a un romanzo che lessi parecchi anni fa (“La vita finanziaria dei poeti”) e che probabilmente avevo anche apprezzato, ma che si era perso nei meandri della mia memoria di lettore. Così quando me lo sono ritrovato davanti, con la raccolta di racconti “Viviamo in acqua”, non avevo davvero idea di cosa aspettarmi. È bastato però leggere il primo racconto, per capire di trovarmi di fronte a un libro incredibile. Nelle storie di Jess Walter ritroviamo l’ironia più arguta, la critica (non poi così velata) alla routine della vita americana e la malinconia della solitudine ma anche una carezzevole dolcezza, il grottesco della sopravvivenza quotidiana e l’illusione che si tramuta bastardamente in disillusione. Insomma, nei racconti di Jess Walter c’è tutto.

Originario di Spokane, lo scrittore statunitense ambienta la quasi totalità delle proprie storie nella sua città, cogliendo a pieno gli aspetti peggiori (con qualche piccola concessione nella parte migliore) della classe media americana, con tutto il suo carico di contraddizioni e malignità. Da situazioni al limite del paradossale, come quella di un senzatetto che con i soldi guadagnati dalle elemosine acquista l’ultimo libro di Harry Potter, scaturiscono vuoti incolmabili e dolori sinceri, rappresentati alla perfezione dallo strazio di un padre che non può vedere il proprio figlio. O al contrario quel vuoto tenta disperatamente di essere riempito da un figlio alla ricerca della storia e delle origini del padre, in un racconto a incastri, autentico gioiello, sviluppato magistralmente nella storia che dà il titolo all’opera, a mio avviso il capolavoro dell’intera antologia. Altre volte ancora il dolore si trasforma in ossessione e in autentica furia, come nell’agghiacciante “Vergine”, le cui ultime righe mi hanno lasciato addosso un inquietante senso di disagio. Disagio che si respira a pieni polmoni anche ne “Il lupo e la foresta”, in cui un’ombra scura e ingombrante allunga i suoi tentacoli sulle buone intenzioni del protagonista, creando un’apparenza disturbante, una superficie appena smossa, in cui occorrerebbe andare in profondità, per scoprire cosa si cela davvero negli abissi: tema caro all’autore e più volte riproposto.
Jess Walter però parla ai nostri cuori anche attraverso il sarcasmo più dissacrante. Basti pensare a “I re della carriola”, piccola meraviglia carica di humor, che non ha nulla da invidiare al miglior Bukowski e che mi ha strappato una risata in più di un’occasione. O ancora al tragicomico “Il ladro”, che trova nelle derisorie descrizioni di un padre dei propri tre figli, un’ironia caustica e maligna. Per non farsi mancare nulla, lo scrittore statunitense ci regala anche un’incursione nell’horror, ma sempre sui generis e filtrato dalla sua grande sensibilità. Stiamo parlando di “Non mangiare gatto”, racconto che ribalta completamente gli stereotipi sugli zombie, prendendo a prestito una creatura di cui si è già scritto tutto e riuscendo a creare qualcosa di originale.

Viviamo in acqua” non lascia scampo: l’auspicata redenzione non arriva, tra crisi d’identità, sete di vendetta, autolesionismo e velleità filantropiche. Jess Walter ci insegna che guardare dentro noi stessi, alla ricerca di una parvenza di verità, il più delle volte non è consolatorio né tantomeno salvifico. Tutto ciò che possiamo fare è continuare a vivere: se in acqua, alla stregua di pesci intrappolati in un acquario, non ci è dato saperlo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Jade Sharma – Problems: stupefacenti complicazioni

Titolo: Problems. Stupefacenti complicazioni

Autore: Jade Sharma

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 230

Prezzo: € 14,00

“A volte sentivo come se ci fosse qualcosa di nero al di sotto di tutto. Come un dipinto di Rothko, come se la nerezza sanguinasse attraverso le cose. Come se sentissi che ogni cosa non portasse a niente, e non potevo farci nulla. Giorni e giorni di solitudine e intorpidimento e a scopare estranei e a ricevere i soldi e a sprecarli tutti, per sapere che dopo un giorno o giù di lì ne avrei avuti molti altri. Sarebbe andato avanti così finché non mi fossero caduti i denti, finché non avrei avuto neanche la forza di tirarmene fuori. Niente figli, niente famiglia, io da sola a eccezione del terrore crescente che i miei sogni non siano riposti nel futuro ma da qualche parte alle mie spalle.”

Non so se il paragone sia pienamente calzante ma dopo appena poche pagine di “Problems: stupefacenti complicazioni”, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una sorta di Charles Bukowski al femminile aggiornato ai nostri tempi. Un paragone che però non deve fuorviare perché Jade Sharma è assolutamente originale e piena di carisma e non ha bisogno di scimmiottare il buon Charles. Quello che mi ha ricordato l’autore statunitense è quel mix esplosivo di esilarante oscenità alternata a momenti di arguta riflessione. Una combinazione letale che incolla il lettore alle pagine e provoca dipendenza.

Protagonista indiscussa di “Problems” è Maya, donna complicata dall’alquanto discutibile stile di vita. Maya è un personaggio scomodo, dipinto alla perfezione a 360°. Uno di quei personaggi che ti entrano dentro e a cui è impossibile restare indifferenti. Durante la lettura sono passato alternativamente dal desiderio di abbracciarla come faresti con un vecchio amico a cui continui a voler bene nonostante tutto a una voglia irrefrenabile di darle un bel calcio nel culo. Maya è così: un personaggio autentico, senza mezzi termini e umano all’ennesima potenza. La sua vita si alterna tra velleità da scrittrice, una tesi perennemente in fase di stesura, un matrimonio in cui si sente soffocare e un amante più anziano in cui ricerca illusoriamente il vero amore. Il tutto condito da una doppia dipendenza: dalle droghe e dal sesso. Senza dimenticare l’avversione/attrazione verso il cibo (vedi alla voce: bulimia).
Narrato in una irriverente prima persona, “Problemsè un’immersione senza salvagente nella psicologia autodistruttiva di Maya. Una discesa in un vortice impetuoso, dove gli appigli che conducono a un’esistenza cosiddetta “normale” si fanno sempre più rari, mentre la vita di Maya scivola via ogni giorno più velocemente, prossima al collasso. E a nulla serve Peter, marito sì alcolizzato, ma che la ama di un amore autentico, forse unico vero baricentro in grado di dare una parvenza di equilibrio alla realtà fuori dagli schemi in cui vive Maya. Così come a nulla serve Ogden, l’anziano amante a cui la protagonista chiede invece con tutta se stessa di essere amata per quello che è, senza riserve e senza inibizioni. Una preghiera che resterà inascoltata.
Personaggi dalle mille sfaccettature, che ruotano tutti intorno alla narratrice, in un caleidoscopio di umanità che, nel suo piccolo, riflette alla perfezione le contraddizioni della società moderna. Ritroviamo così le difficoltà nel trovare un lavoro e nel riuscire a tenerselo stretto, per non parlare di un impiego che faccia sentire realizzati: pura utopia. La mercificazione del corpo, in un mondo dove ormai il sesso è diventato soltanto trasgressione e violazione. E ancora la violenza, fisica o psicologica, che sfocia nel razzismo e mette in luce una moralità che ormai è un vetro opaco oltre cui non si scorge più nulla. Infine la dipendenza, qui sviscerata in più declinazioni, che porta l’esistenza di chi ne è affetto a un circolo vizioso senza inizio e né fine, dove ciò che conta è soltanto la prossima busta di eroina o la prossima bottiglia di liquore. E non basta la volontà di ripulirsi e disintossicarsi: il percorso di riabilitazione di Maya e di chi le sta intorno viene trattato con caustica ironia, tra promesse di redenzione sempre rimandate al giorno dopo e crisi di astinenza il cui risultato fallimentare è già stato scritto.

Problems: stupefacenti complicazioni” è un romanzo che fa della crudezza e della derisione i suoi punti di forza, regalando attimi di sagace indagine all’interno di noi stessi, che instillano nel lettore dubbi e domande scomodi ma necessari. Un esordio potente, che arriva dritto allo stomaco e al cuore, assestando colpi precisi e dolorosi. Lasciandoci a fine lettura a leccarci le ferite, storditi ma più consapevoli.

Voto: 4/5

Mr. P.

Autori vari – Calles: tredici racconti dalla Bolivia

Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Autori: AA. VV.

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 203

Prezzo: € 15,00

“Quando Álvaro aveva annunciato la sua partenza, Vanessa inizialmente aveva provato tristezza, presto convertita in quella specie di strano piacere che genera la profezia autocompiaciuta; come quando camminiamo nella penombra sapendo che va tutto bene, ma è inevitabile pensare che da qualche parte possa esserci nascosto qualcuno, o che in quel momento, proprio quello, tra tutti i momenti di cui è fatta la vita, avverrà il primo contatto con un’anima in pena o con il diavolo. Siamo convinti di vedere qualcosa e che quello sia l’attimo più emozionante della nostra esistenza. Terrore e piacere simultanei. Finché non si accende la luce e constatiamo che se qualcosa c’è, è stato lì da sempre.”

Mi sono avvicinato alla letteratura sudamericana soltanto negli ultimi anni, ma quando penso ai romanzi e ai racconti che scaturiscono dalle penne di autori latini, subito mi saltano alla mente paesi come l’Argentina o il Cile, quest’ultimo in particolare rappresentato da Roberto Bolaño. Per fortuna, a sdoganare la letteratura (da noi) misconosciuta di alcuni paesi dell’America del Sud, ci sta pensando Gran Vía, attraverso la pubblicazione di una serie di antologie, ciascuna dedicata a una specifica nazione. Dopo Messico, Cuba e Cile, è la volta della Bolivia, la cui scena letteraria è ancora un territorio inesplorato per i lettori italiani. La raccolta che ci propone Gran Vía comprende tredici racconti di altrettanti autori, in un caleidoscopio emozionale che avvince e stupisce.

Calles” presenta una nuova generazione di scrittori boliviani, tutti nati dopo il 1970, a eccezione di Edmundo Paz Soldán, nato nel 1967 e che probabilmente ha dato il via alle nuove voci qui raccolte. Uno scenario florido e variegato, che tratta temi universali, adattandoli alla geografia urbana boliviana, in modo diretto e senza compromessi.
Così la violenza, sia essa premeditata che totalmente casuale, e per questo forse anche più spaventosa, ci viene sbattuta in faccia senza tanti preamboli. È ad esempio il caso di Marcelo, il giovane protagonista di “Tutti realizzano i propri sogni tranne me” di Wilmer Urrelo Zárate, uno dei racconti maggiormente sperimentali dell’intera raccolta, che da carnefice diventa vittima designata, in una escalation di brutalità che lascia turbati o la repentina e accidentale esplosione di aggressività de “La giapponese” di Saúl Montaño, che lascia il lettore assolutamente disorientato. La violenza però può anche essere solo lasciata intuire, come nel soffocante “Nel bosco” di Giovanna Rivero, che insinua sotto pelle supposizioni dai contorni angoscianti, o portare alla disgregazione e alla rottura dei fragili equilibri interni che regolano la famiglia. Proprio i delicati legami famigliari e le loro incrinature, sono al centro della gran parte dei racconti raccolti in “Calles”. “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi e “La casa grande” di Rodrigo Hasbún sono esempi perfetti di drammi famigliari racchiusi in una manciata di pagine, in cui la malattia e la vecchiaia aleggiano sui personaggi come terribili spauracchi o segreti che non devono essere rilevati. A volte però la sicurezza confortevole del nucleo famigliare può essersi dissolta nel nulla, come accade alla solitaria protagonista di “Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva, che imparerà sulla propria pelle a ricostruire da zero una nuova esistenza. In altre, invece, tale sicurezza non è mai esistita: basti pensare alla narratrice di “Deforme” di Fabiola Morales, che fin dall’adolescenza sostituisce le figure assenti dei genitori con la fotografa Dorothea Lange e la pittrice Frida Kahlo.
Menzione a parte meritano “Gringo” di Maximiliano Barrientos e “Dochera” del già citato Edmundo Paz Soldán. Il primo è un incubo del passato che torna a bussare prepotentemente nelle vite tranquille del narratore e della sua famiglia: un piccolo capolavoro onirico e allucinato, forse il mio preferito dell’intera antologia. Il secondo è la deliziosa analisi della psiche di un cruciverbista che si scopre innamorato, tra squarci di tenerezza e incantevole follia.

Calles” è una raccolta piena di sorprese, che mostra le mille piccole sfaccettature della quotidianità. La lettura di queste tredici storie incuriosisce e ci immerge in un panorama letterario che pare abbia davvero parecchio da dire. Un primo passo alla scoperta della Bolivia, sperando che il futuro ci riservi la traduzione di altre opere di questi validi autori.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Intuizioni

Titolo: Intuizioni

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 15,00

“Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. Quando capita, preferisco chiudere gli occhi e restare immobile, immobile come i bicchieri o le candele o il pane sul tavolo, abbandonata, esposta.”

Alexandra Kleeman è una giovane scrittrice statunitense portata in Italia da Edizioni Black Coffee inizialmente con il suo romanzo d’esordio, “Il corpo che vuoi” (già letto, amato e recensito qui) e, successivamente, con “Intuizioni”, la sua prima raccolta di short stories. Un paio di anni fa ho avuto l’occasione di conoscerla durante una presentazione e non sono riuscita a trattenermi: ho dovuto dirle che il suo libro era uno dei più strani che avessi mai letto! Chiaramente, era un complimento – anche se non so esattamente come sia suonato alle sue orecchie. Non è semplice trovare storie davvero particolari e originali, al giorno d’oggi, e ricordo in modo molto vivido le sensazioni provate durante la lettura, sensazioni che si sono verificate nuovamente con questa raccolta (in maniera forse ancora più accentuata!).

I dodici racconti di “Intuizioni” sono suddivisi in tre sezioni diverse. Pur non avendo dei nomi precisi ma soltanto un’indicazione numerica (I, II, III), è impossibile non notare che questa tripartizione indica una sorta di ciclo vitale (nascita, esistenza, morte) quasi rivisitato: le storie narrate infatti si riferiscono ai tre diversi momenti in modo metaforico. La Kleeman tiene a mente i concetti riportati sopra ma li amplia, giocando con le varie sfumature che queste tre fasi fondamentali della vita possono assumere. Non è un caso, infatti, che in “La maestra di danza” (prima sezione) la nascita descritta non sia una reale venuta al mondo ma la comparsa di un ragazzino selvatico in società, il suo pseudo addomesticamento da parte di un’insegnante tramite la danza, il cambiamento che cerca di farsi strada in una natura che si ribella. Allo stesso modo, nella seconda parte, emergono una serie di diapositive della vita quotidiana di una donna, Karen (che sia lo stesso personaggio o che siano tante Karen diverse non ci è dato saperlo). Infine, nella parte conclusiva, la morte è tangibile e reale (come in “Sangue finto”, un racconto dalle tinte horror che disorienta e provoca disagio) ma anche metaforica, come nel conclusivo “Tu, che scompari” (intenso e commovente, la vera perla di questa raccolta), in cui ad eclissarsi misteriosamente sono ricordi, cose, persone. Non si pensi però che le short stories scritte dalla Kleeman si attengano soltanto a ciò: sono lavori originali, molto diversi uno dall’altro, alcuni così particolari e su più livelli da apparire di difficile interpretazione. Nello specifico, tre di questi sono rimasti a me oscuri: “Breve storia del bello e cattivo tempo”, un racconto lungo quasi cinquanta pagine in cui una famiglia cerca di costruire una casa indipendente dal tempo meteorologico; “Ilemorfismo”, un’immersione nel mondo degli angeli; ed infine “Fame di un coniglio”, che non credo di aver compreso del tutto ancora adesso. La sensazione che il lettore prova addentrandosi in “Intituizioni” è inizialmente di spaesamento: molti dei racconti sono pervasi da un senso imminente di minaccia, di soffocamento, d’incubo. Maestri nel fare ciò sono, per esempio, “Favola”, la storia di una ragazza che si ritrova circondata da fidanzati e pretendenti invadenti e inquietanti, “Cena di aragosta”, che ci mostra come una vacanza tranquilla possa essere turbata da un’invasione di aragoste e “Intuizione”, un racconto claustrofobico in cui una donna si ritrova intrappolata in un appartamento, a vivere una vita che sembra non conoscere. Alcune delle short stories che ho apprezzato di più, però, fanno parte della sezione centrale, in cui i contorni onirici si fanno più sfocati ed è possibile osservare la bravura della Kleeman nel ritrarre persone normali ed esistenze quasi banali. I rapporti interpersonali, la paura, l’amore, la voglia di fuggire, la maternità, la solitudine vengono esplorate con tatto e profondità ed è improbabile non rivedersi, almeno in parte, in una di quelle tre Karen.

Risulta difficile, dunque, riassumere alla perfezione quest’opera: è variegata, originale, a tratti disturbante e surreale. Le ambientazioni sono perlopiù realistiche ma hanno sempre qualcosa di particolare, qualcosa che ci fa storcere il naso, soprattutto quando ci accorgiamo dell’attenzione posta sui particolari da parte dell’autrice. Ci sono riflessioni su oggetti e concetti che difficilmente vengono presi in considerazione, si analizzano spesso nei dettagli e, se inizialmente ci apparivano futili o insignificanti, a tratti ci sembrano poi ostili, conturbanti. Un senso di confusione non indifferente può prendere il sopravvento sul lettore – ed è forse questo il motivo per cui non sono riuscita ad amarla del tutto – ma è necessario tenere presente anche un sottile velo comico che si nasconde dietro questi dodici racconti, un umorismo cinico e nero che più di una volta ha trovato un’espressione sul mio viso: parlo di quei sorrisi stiracchiati che si fanno quando si è a disagio, quando si cerca di mantenere la calma ma in realtà ci si scopre turbati nel profondo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Babak Lakghomi – Quaderni sull’acqua

Titolo: Quaderni sull’acqua

Autore: Babak Lakghomi

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 108

Prezzo: € 12,00

“Le vene sotto la tua pelle: le strade sulla mia cartina. Se le seguirai, non ti perderai, mi hai detto.”

A metà strada tra noir e racconto psicologico, ma dotato di una profonda carica sperimentale che lo distingue da entrambi, “Quaderni sull’acqua” è un romanzo breve di non facile definizione. L’iraniano Babak Lakghomi sembra quasi voler mettere da parte la trama e l’intreccio dei fatti narrati, a favore di un viaggio psichedelico e vorticante nei pensieri del narratore. Se l’intenzione dell’autore era quella di straniare il lettore e lasciargli addosso un’appiccicosa sensazione di inquietudine e dubbio, l’obiettivo è stato centrato in pieno. Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, una sottile e angosciosa incertezza è esattamente quello che ho provato.

Protagonista di “Quaderni sull’acqua” è uomo che non ci rivela mai il suo vero nome ma che si fa chiamare da chiunque incontri con un laconico “Bob”. Quasi a simboleggiare una violenta rottura con il proprio passato e l’inizio di una nuova vita, che però si rivela essere un incubo paranoico in cui una rinascita purificatrice dalle proprie ceneri viene preclusa. Bob infatti è ossessionato da un manipolo di uomini in nero che sembrano controllare ogni suo movimento. Ossessione che pare un retaggio della sua vecchia vita, in cui Bob era marito e padre di famiglia. Ma quella sua parte dell’esistenza è ormai lontana anni luce: espatriato in terra straniera, Bob vive in una squallida camera in affitto, di fianco a un enigmatico francese colpevole di rubargli i viveri. Unico suo contatto intimo e reale con il mondo al di fuori dell’alienante esistenza in cui è confinato, è Lily, una ragazza conosciuta per caso ma che potrebbe diventare per il protagonista l’unica ancora in grado di non farlo sprofondare ancora più a fondo nella sua confusione mentale. Le vite di Bob e Lily vengono scomposte e ricomposte come piccoli pezzi di puzzle che faticano a incastrarsi, tra ricordi sfocati, pensieri sconclusionati e frammenti di frasi scritte su misteriosi quaderni. Ed è inevitabile per il lettore interrogarsi su quanto ci sia di autentico nelle ricostruzioni di queste due esistenze e quanto frutto della mente instabile del narratore. Bob è realmente inseguito da qualcuno? Il suo bizzarro vicino nasconde davvero qualcosa di losco? Quanto pesano le paranoie e le ansie di Bob nell’intera vicenda? Domande che emergono man mano che ci addentriamo negli intricati labirinti della mente del protagonista. Domande che fluttuano sinuose e spietate sulla superficie della realtà, come i quaderni che galleggiano indecifrabili nella stupenda illustrazione di copertina. Lakghomi sembra suggerirci che il nucleo fondamentale della narrazione sia in realtà quanto non ci viene raccontato. Come se fosse compito del lettore srotolare la matassa ingarbugliata della mente sofferente di Bob, a partire dagli indizi che ci lascia proprio il protagonista.

Quaderni sull’acqua” racchiude in appena un centinaio di pagine un racconto che avrebbe meritato un ben più ampio sviluppo. Ma dopo il primo, alienante impatto, ci accorgiamo che la forza del romanzo di Lakghomi è insita proprio nella brevità e nel non detto, che diventa quasi più importante dei fatti riportati, lanciando un’avvincente sfida al lettore. Sfida che, se accettata con la giusta dose di curiosità, può regalare non poche soddisfazioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Esmé Weijun Wang – Il confine del paradiso

Titolo: Il confine del paradiso

Autore: Esmé Weijun Wang

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 414

Prezzo: € 19,50

“Mi ero consumato fino alle ossa. Avevo fatto lo scalpo al mio teschio, l’avevo aperto e avevo visto il mio cervello in putrefazione. L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.”

Quando ormai davo per scontato che il 2018 letterario fosse praticamente terminato e che non riservasse più alcuna sorpresa, ecco spuntare Edizioni Lindau con la nuova collana di narrativa contemporanea, di cui il primo titolo, “Il confine del paradiso” di Esmé Weijun Wang, si rivela essere una delle più belle letture dei dodici mesi appena trascorsi. La Wang, autrice statunitense nata da genitori taiwanesi, ci narra, in maniera delicata e suggestiva, una storia che ruota attorno alla malattia mentale, male di cui soffre la stessa scrittrice e che, a mio avviso, credo le abbia donato la forza e la capacità di parlarne con una tale profondità di sentimenti da lasciare il lettore stordito e affascinato. Un’acuta indagine psicologica, che non resta mai fine a sé stessa, ma anzi si infrange contro una muraglia di emozioni, spesso contrastanti e dai risvolti imprevedibili.

Il confine del paradiso” non ha un protagonista nell’accezione tradizionale del termine ma piuttosto una pluralità di storie che si intrecciano: le storie della famiglia Nowak. La Wang infatti adotta un espediente narrativo che si rivela vincente, facendo narrare ogni capitolo da un diverso protagonista, immergendo così il lettore nella mente di una manciata di personaggi tanto simili tra loro quando distanti.
La narrazione si apre con David, il padre della famiglia Nowak, colui che prima di chiunque altro si rende conto di essere affetto da una malattia mentale. Un personaggio che incarna alla perfezione il concetto di fragilità dell’esistenza e del male di vivere di montaliana memoria. Un uomo indifeso, che soltanto a tratti comprende davvero ciò per cui vale la pena essere al mondo e quanto gli altri, in realtà, abbiano bisogno di lui. L’antitesi di David e della debolezza insita dentro di lui, è la moglie taiwanese Jia-Hiu, ribattezzata dal marito Daisy. Donna dal carattere energico e autoritario, ma non priva di minacciosi lati oscuri, non viene mai domata dalla vita e, malgrado il terrore continuo di perderlo, continua a credere in David. Due opposti che si attraggono ma che, nonostante in apparenza rappresentino due metà complementari e indivisibili, non riusciranno mai veramente a diventare un tutt’uno. Mi sono trovato così coinvolto nei meandri di due coscienze dai contorni tanto differenti quanto ricolme, entrambe, di ossessioni, speranze e paure, per poi approdare alle narrazioni dei figli della coppia, William e Gillian.
Altri due personaggi riuscitissimi, i figli dei Nowak sono accomunati da un un legame morboso e a tratti inquietante. Entrare nella mente di William e Gillian è come intraprendere un viaggio allucinato in un mondo che non c’è più e in una concezione stessa della vita che crea nel lettore non pochi turbamenti. La maestria della Wang nel creare personaggi dalle caratteristiche peculiari e di una profondità sconcertante, a mio avviso, raggiunge il suo apice nel ritratto psicologico dei due fratelli. La loro follia è inevitabilmente indotta dai genitori, ma se in William questa si concretizza in una cieca obbedienza a regole assurde, in Gillian diventa più sottile, accomunandola al padre David.
L’ultima parte del libro è affidata a Marianne, il primo amore giovanile di David, e al fratello Marty. Due personaggi che soltanto in apparenza mostrano tratti caratteriali più comuni e meno spigolosi ma che, in realtà, nascondo dentro le loro coscienze ombre difficili da illuminare. Le loro esistenze si intrecceranno in maniera indissolubile con quelle dei Nowak, tanto da condizionarne le loro vite per sempre. Il talento della Wang è anche quello di mescolare con assoluta naturalezza le esperienze personali di tutti i protagonisti, senza risultare mai forzata, ma anzi lasciando che il lettore vengo avvolto, per poi sprofondare del tutto, nelle vicende tormentate dei Nowak e di chi gli ruota attorno, come se fosse un’unica, grande narrazione famigliare.

Il confine del paradiso” non è un romanzo semplice da affrontare, sia per le tematiche che per la densità delle emozioni descritte ma, come tutti i grandi libri che richiedono uno sforzo al lettore, sa ampiamente ripagare l’attenzione con una storia costruita in maniera eccezionale e uno scandaglio psicologico delle menti dei protagonisti che rapisce e spaventa. Edizioni Lindau ci regala una prima opera contemporanea dall’assoluto valore. E se il buongiorno si vede dal mattino, sono sicuro che questa nuova collana saprà regalarci grandi soddisfazioni.

Voto: 4,5/5

Mr. P.