Jess Walter – Viviamo in acqua

Titolo: Viviamo in acqua

Autore: Jess Walter

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 204

Prezzo: € 16,00

“Ho una teoria: che questa, Las Vegas, sarà l’unica città che gli archeologi del futuro ritroveranno. Il clima secco la conserverà e le squadre di scienziati dell’anno 5000 toglieranno e scrosteranno con cura la sabbia, sotto la quale troveranno piramidi, castelli e riproduzioni della Tour Eiffel e dello skyline di New York, pertiche per la lap dance e carte con le donne nude; e questi archeologi del futuro ricreeranno la nostra intera cultura fondata unicamente su questo schifosissimo posto, cinico e superficiale.”

Avevo un ricordo sfocato di Jess Walter, legato a un romanzo che lessi parecchi anni fa (“La vita finanziaria dei poeti“) e che probabilmente avevo anche apprezzato, ma che si era perso nei meandri della mia memoria di lettore. Così quando me lo sono ritrovato davanti, con la raccolta di racconti “Viviamo in acqua“, non avevo davvero idea di cosa aspettarmi. È bastato però leggere il primo racconto, per capire di trovarmi di fronte a un libro incredibile. Nelle storie di Jess Walter ritroviamo l’ironia più arguta, la critica (non poi così velata) alla routine della vita americana e la malinconia della solitudine ma anche una carezzevole dolcezza, il grottesco della sopravvivenza quotidiana e l’illusione che si tramuta bastardamente in disillusione. Insomma, nei racconti di Jess Walter c’è tutto.

Originario di Spokane, lo scrittore statunitense ambienta la quasi totalità delle proprie storie nella sua città, cogliendo a pieno gli aspetti peggiori (con qualche piccola concessione nella parte migliore) della classe media americana, con tutto il suo carico di contraddizioni e malignità. Da situazioni al limite del paradossale, come quella di un senzatetto che con i soldi guadagnati dalle elemosine acquista l’ultimo libro di Harry Potter, scaturiscono vuoti incolmabili e dolori sinceri, rappresentati alla perfezione dallo strazio di un padre che non può vedere il proprio figlio. O al contrario quel vuoto tenta disperatamente di essere riempito da un figlio alla ricerca della storia e delle origini del padre, in un racconto a incastri, autentico gioiello, sviluppato magistralmente nella storia che dà il titolo all’opera, a mio avviso il capolavoro dell’intera antologia. Altre volte ancora il dolore si trasforma in ossessione e in autentica furia, come nell’agghiacciante “Vergine“, le cui ultime righe mi hanno lasciato addosso un inquietante senso di disagio. Disagio che si respira a pieni polmoni anche ne “Il lupo e la foresta“, in cui un’ombra scura e ingombrante allunga i suoi tentacoli sulle buone intenzioni del protagonista, creando un’apparenza disturbante, una superficie appena smossa, in cui occorrerebbe andare in profondità, per scoprire cosa si cela davvero negli abissi: tema caro all’autore e più volte riproposto.
Jess Walter però parla ai nostri cuori anche attraverso il sarcasmo più dissacrante. Basti pensare a “I re della carriola,” piccola meraviglia carica di humor, che non ha nulla da invidiare al miglior Bukowski e che mi ha strappato una risata in più di un’occasione. O ancora al tragicomico “Il ladro“, che trova nelle derisorie descrizioni di un padre dei propri tre figli, un’ironia caustica e maligna. Per non farsi mancare nulla, lo scrittore statunitense ci regala anche un’incursione nell’horror, ma sempre sui generis e filtrato dalla sua grande sensibilità. Stiamo parlando di “Non mangiare gatto“, racconto che ribalta completamente gli stereotipi sugli zombie, prendendo a prestito una creatura di cui si è già scritto tutto e riuscendo a creare qualcosa di originale.

Viviamo in acqua” non lascia scampo: l’auspicata redenzione non arriva, tra crisi d’identità, sete di vendetta, autolesionismo e velleità filantropiche. Jess Walter ci insegna che guardare dentro noi stessi, alla ricerca di una parvenza di verità, il più delle volte non è consolatorio né tantomeno salvifico. Tutto ciò che possiamo fare è continuare a vivere: se in acqua, alla stregua di pesci intrappolati in un acquario, non ci è dato saperlo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

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Jade Sharma – Problems: stupefacenti complicazioni

Titolo: Problems. Stupefacenti complicazioni

Autore: Jade Sharma

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2019

Pagine: 230

Prezzo: € 14,00

“A volte sentivo come se ci fosse qualcosa di nero al di sotto di tutto. Come un dipinto di Rothko, come se la nerezza sanguinasse attraverso le cose. Come se sentissi che ogni cosa non portasse a niente, e non potevo farci nulla. Giorni e giorni di solitudine e intorpidimento e a scopare estranei e a ricevere i soldi e a sprecarli tutti, per sapere che dopo un giorno o giù di lì ne avrei avuti molti altri. Sarebbe andato avanti così finché non mi fossero caduti i denti, finché non avrei avuto neanche la forza di tirarmene fuori. Niente figli, niente famiglia, io da sola a eccezione del terrore crescente che i miei sogni non siano riposti nel futuro ma da qualche parte alle mie spalle.”

Non so se il paragone sia pienamente calzante ma dopo appena poche pagine di “Problems: stupefacenti complicazioni“, ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a una sorta di Charles Bukowski al femminile aggiornato ai nostri tempi. Un paragone che però non deve fuorviare perché Jade Sharma è assolutamente originale e piena di carisma e non ha bisogno di scimmiottare il buon Charles. Quello che mi ha ricordato l’autore statunitense è quel mix esplosivo di esilarante oscenità alternata a momenti di arguta riflessione. Una combinazione letale che incolla il lettore alle pagine e provoca dipendenza.

Protagonista indiscussa di “Problems” è Maya, donna complicata dall’alquanto discutibile stile di vita. Maya è un personaggio scomodo, dipinto alla perfezione a 360°. Uno di quei personaggi che ti entrano dentro e a cui è impossibile restare indifferenti. Durante la lettura sono passato alternativamente dal desiderio di abbracciarla come faresti con un vecchio amico a cui continui a voler bene nonostante tutto a una voglia irrefrenabile di darle un bel calcio nel culo. Maya è così: un personaggio autentico, senza mezzi termini e umano all’ennesima potenza. La sua vita si alterna tra velleità da scrittrice, una tesi perennemente in fase di stesura, un matrimonio in cui si sente soffocare e un amante più anziano in cui ricerca illusoriamente il vero amore. Il tutto condito da una doppia dipendenza: dalle droghe e dal sesso. Senza dimenticare l’avversione/attrazione verso il cibo (vedi alla voce: bulimia).
Narrato in una irriverente prima persona, “Problemsè un’immersione senza salvagente nella psicologia autodistruttiva di Maya. Una discesa in un vortice impetuoso, dove gli appigli che conducono a un’esistenza cosiddetta “normale” si fanno sempre più rari, mentre la vita di Maya scivola via ogni giorno più velocemente, prossima al collasso. E a nulla serve Peter, marito sì alcolizzato, ma che la ama di un amore autentico, forse unico vero baricentro in grado di dare una parvenza di equilibrio alla realtà fuori dagli schemi in cui vive Maya. Così come a nulla serve Ogden, l’anziano amante a cui la protagonista chiede invece con tutta se stessa di essere amata per quello che è, senza riserve e senza inibizioni. Una preghiera che resterà inascoltata.
Personaggi dalle mille sfaccettature, che ruotano tutti intorno alla narratrice, in un caleidoscopio di umanità che, nel suo piccolo, riflette alla perfezione le contraddizioni della società moderna. Ritroviamo così le difficoltà nel trovare un lavoro e nel riuscire a tenerselo stretto, per non parlare di un impiego che faccia sentire realizzati: pura utopia. La mercificazione del corpo, in un mondo dove ormai il sesso è diventato soltanto trasgressione e violazione. E ancora la violenza, fisica o psicologica, che sfocia nel razzismo e mette in luce una moralità che ormai è un vetro opaco oltre cui non si scorge più nulla. Infine la dipendenza, qui sviscerata in più declinazioni, che porta l’esistenza di chi ne è affetto a un circolo vizioso senza inizio e né fine, dove ciò che conta è soltanto la prossima busta di eroina o la prossima bottiglia di liquore. E non basta la volontà di ripulirsi e disintossicarsi: il percorso di riabilitazione di Maya e di chi le sta intorno viene trattato con caustica ironia, tra promesse di redenzione sempre rimandate al giorno dopo e crisi di astinenza il cui risultato fallimentare è già stato scritto.

Problems: stupefacenti complicazioni” è un romanzo che fa della crudezza e della derisione i suoi punti di forza, regalando attimi di sagace indagine all’interno di noi stessi, che instillano nel lettore dubbi e domande scomodi ma necessari. Un esordio potente, che arriva dritto allo stomaco e al cuore, assestando colpi precisi e dolorosi. Lasciandoci a fine lettura a leccarci le ferite, storditi ma più consapevoli.

Voto: 4/5

Mr. P.

Autori vari – Calles: tredici racconti dalla Bolivia

Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Autori: AA. VV.

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 203

Prezzo: € 15,00

“Quando Álvaro aveva annunciato la sua partenza, Vanessa inizialmente aveva provato tristezza, presto convertita in quella specie di strano piacere che genera la profezia autocompiaciuta; come quando camminiamo nella penombra sapendo che va tutto bene, ma è inevitabile pensare che da qualche parte possa esserci nascosto qualcuno, o che in quel momento, proprio quello, tra tutti i momenti di cui è fatta la vita, avverrà il primo contatto con un’anima in pena o con il diavolo. Siamo convinti di vedere qualcosa e che quello sia l’attimo più emozionante della nostra esistenza. Terrore e piacere simultanei. Finché non si accende la luce e constatiamo che se qualcosa c’è, è stato lì da sempre.”

Mi sono avvicinato alla letteratura sudamericana soltanto negli ultimi anni, ma quando penso ai romanzi e ai racconti che scaturiscono dalle penne di autori latini, subito mi saltano alla mente paesi come l’Argentina o il Cile, quest’ultimo in particolare rappresentato da Roberto Bolaño. Per fortuna, a sdoganare la letteratura (da noi) misconosciuta di alcuni paesi dell’America del Sud, ci sta pensando Gran Vía, attraverso la pubblicazione di una serie di antologie, ciascuna dedicata a una specifica nazione. Dopo Messico, Cuba e Cile, è la volta della Bolivia, la cui scena letteraria è ancora un territorio inesplorato per i lettori italiani. La raccolta che ci propone Gran Vía comprende tredici racconti di altrettanti autori, in un caleidoscopio emozionale che avvince e stupisce.

Calles” presenta una nuova generazione di scrittori boliviani, tutti nati dopo il 1970, a eccezione di Edmundo Paz Soldán, nato nel 1967 e che probabilmente ha dato il via alle nuove voci qui raccolte. Uno scenario florido e variegato, che tratta temi universali, adattandoli alla geografia urbana boliviana, in modo diretto e senza compromessi.
Così la violenza, sia essa premeditata che totalmente casuale, e per questo forse anche più spaventosa, ci viene sbattuta in faccia senza tanti preamboli. È ad esempio il caso di Marcelo, il giovane protagonista di “Tutti realizzano i propri sogni tranne me” di Wilmer Urrelo Zárate, uno dei racconti maggiormente sperimentali dell’intera raccolta, che da carnefice diventa vittima designata, in una escalation di brutalità che lascia turbati o la repentina e accidentale esplosione di aggressività de “La giapponese” di Saúl Montaño, che lascia il lettore assolutamente disorientato. La violenza però può anche essere solo lasciata intuire, come nel soffocante “Nel bosco” di Giovanna Rivero, che insinua sotto pelle supposizioni dai contorni angoscianti, o portare alla disgregazione e alla rottura dei fragili equilibri interni che regolano la famiglia. Proprio i delicati legami famigliari e le loro incrinature, sono al centro della gran parte dei racconti raccolti in “Calles“. “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi e “La casa grande” di Rodrigo Hasbún sono esempi perfetti di drammi famigliari racchiusi in una manciata di pagine, in cui la malattia e la vecchiaia aleggiano sui personaggi come terribili spauracchi o segreti che non devono essere rilevati. A volte però la sicurezza confortevole del nucleo famigliare può essersi dissolta nel nulla, come accade alla solitaria protagonista di “Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva, che imparerà sulla propria pelle a ricostruire da zero una nuova esistenza. In altre, invece, tale sicurezza non è mai esistita: basti pensare alla narratrice di “Deforme” di Fabiola Morales, che fin dall’adolescenza sostituisce le figure assenti dei genitori con la fotografa Dorothea Lange e la pittrice Frida Kahlo.
Menzione a parte meritano “Gringo” di Maximiliano Barrientos e “Dochera” del già citato Edmundo Paz Soldán. Il primo è un incubo del passato che torna a bussare prepotentemente nelle vite tranquille del narratore e della sua famiglia: un piccolo capolavoro onirico e allucinato, forse il mio preferito dell’intera antologia. Il secondo è la deliziosa analisi della psiche di un cruciverbista che si scopre innamorato, tra squarci di tenerezza e incantevole follia.

Calles” è una raccolta piena di sorprese, che mostra le mille piccole sfaccettature della quotidianità. La lettura di queste tredici storie incuriosisce e ci immerge in un panorama letterario che pare abbia davvero parecchio da dire. Un primo passo alla scoperta della Bolivia, sperando che il futuro ci riservi la traduzione di altre opere di questi validi autori.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Intuizioni

Titolo: Intuizioni

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 15,00

“Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. Quando capita, preferisco chiudere gli occhi e restare immobile, immobile come i bicchieri o le candele o il pane sul tavolo, abbandonata, esposta.”

Alexandra Kleeman è una giovane scrittrice statunitense portata in Italia da Edizioni Black Coffee inizialmente con il suo romanzo d’esordio, “Il corpo che vuoi” (già letto, amato e recensito qui) e, successivamente, con “Intuizioni”, la sua prima raccolta di short stories. Un paio di anni fa ho avuto l’occasione di conoscerla durante una presentazione e non sono riuscita a trattenermi: ho dovuto dirle che il suo libro era uno dei più strani che avessi mai letto! Chiaramente, era un complimento – anche se non so esattamente come sia suonato alle sue orecchie. Non è semplice trovare storie davvero particolari e originali, al giorno d’oggi, e ricordo in modo molto vivido le sensazioni provate durante la lettura, sensazioni che si sono verificate nuovamente con questa raccolta (in maniera forse ancora più accentuata!).

I dodici racconti di “Intuizioni” sono suddivisi in tre sezioni diverse. Pur non avendo dei nomi precisi ma soltanto un’indicazione numerica (I, II, III), è impossibile non notare che questa tripartizione indica una sorta di ciclo vitale (nascita, esistenza, morte) quasi rivisitato: le storie narrate infatti si riferiscono ai tre diversi momenti in modo metaforico. La Kleeman tiene a mente i concetti riportati sopra ma li amplia, giocando con le varie sfumature che queste tre fasi fondamentali della vita possono assumere. Non è un caso, infatti, che in “La maestra di danza” (prima sezione) la nascita descritta non sia una reale venuta al mondo ma la comparsa di un ragazzino selvatico in società, il suo pseudo addomesticamento da parte di un’insegnante tramite la danza, il cambiamento che cerca di farsi strada in una natura che si ribella. Allo stesso modo, nella seconda parte, emergono una serie di diapositive della vita quotidiana di una donna, Karen (che sia lo stesso personaggio o che siano tante Karen diverse non ci è dato saperlo). Infine, nella parte conclusiva, la morte è tangibile e reale (come in “Sangue finto“, un racconto dalle tinte horror che disorienta e provoca disagio) ma anche metaforica, come nel conclusivo “Tu, che scompari” (intenso e commovente, la vera perla di questa raccolta), in cui ad eclissarsi misteriosamente sono ricordi, cose, persone. Non si pensi però che le short stories scritte dalla Kleeman si attengano soltanto a ciò: sono lavori originali, molto diversi uno dall’altro, alcuni così particolari e su più livelli da apparire di difficile interpretazione. Nello specifico, tre di questi sono rimasti a me oscuri: “Breve storia del bello e cattivo tempo“, un racconto lungo quasi cinquanta pagine in cui una famiglia cerca di costruire una casa indipendente dal tempo meteorologico; “Ilemorfismo“, un’immersione nel mondo degli angeli; ed infine “Fame di un coniglio“, che non credo di aver compreso del tutto ancora adesso. La sensazione che il lettore prova addentrandosi in “Intituizioni” è inizialmente di spaesamento: molti dei racconti sono pervasi da un senso imminente di minaccia, di soffocamento, d’incubo. Maestri nel fare ciò sono, per esempio, “Favola”, la storia di una ragazza che si ritrova circondata da fidanzati e pretendenti invadenti e inquietanti, “Cena di aragosta”, che ci mostra come una vacanza tranquilla possa essere turbata da un’invasione di aragoste e “Intuizione”, un racconto claustrofobico in cui una donna si ritrova intrappolata in un appartamento, a vivere una vita che sembra non conoscere. Alcune delle short stories che ho apprezzato di più, però, fanno parte della sezione centrale, in cui i contorni onirici si fanno più sfocati ed è possibile osservare la bravura della Kleeman nel ritrarre persone normali ed esistenze quasi banali. I rapporti interpersonali, la paura, l’amore, la voglia di fuggire, la maternità, la solitudine vengono esplorate con tatto e profondità ed è improbabile non rivedersi, almeno in parte, in una di quelle tre Karen.

Risulta difficile, dunque, riassumere alla perfezione quest’opera: è variegata, originale, a tratti disturbante e surreale. Le ambientazioni sono perlopiù realistiche ma hanno sempre qualcosa di particolare, qualcosa che ci fa storcere il naso, soprattutto quando ci accorgiamo dell’attenzione posta sui particolari da parte dell’autrice. Ci sono riflessioni su oggetti e concetti che difficilmente vengono presi in considerazione, si analizzano spesso nei dettagli e, se inizialmente ci apparivano futili o insignificanti, a tratti ci sembrano poi ostili, conturbanti. Un senso di confusione non indifferente può prendere il sopravvento sul lettore – ed è forse questo il motivo per cui non sono riuscita ad amarla del tutto – ma è necessario tenere presente anche un sottile velo comico che si nasconde dietro questi dodici racconti, un umorismo cinico e nero che più di una volta ha trovato un’espressione sul mio viso: parlo di quei sorrisi stiracchiati che si fanno quando si è a disagio, quando si cerca di mantenere la calma ma in realtà ci si scopre turbati nel profondo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Babak Lakghomi – Quaderni sull’acqua

Titolo: Quaderni sull’acqua

Autore: Babak Lakghomi

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 108

Prezzo: € 12,00

“Le vene sotto la tua pelle: le strade sulla mia cartina. Se le seguirai, non ti perderai, mi hai detto.”

A metà strada tra noir e racconto psicologico, ma dotato di una profonda carica sperimentale che lo distingue da entrambi, “Quaderni sull’acqua” è un romanzo breve di non facile definizione. L’iraniano Babak Lakghomi sembra quasi voler mettere da parte la trama e l’intreccio dei fatti narrati, a favore di un viaggio psichedelico e vorticante nei pensieri del narratore. Se l’intenzione dell’autore era quella di straniare il lettore e lasciargli addosso un’appiccicosa sensazione di inquietudine e dubbio, l’obiettivo è stato centrato in pieno. Dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro, una sottile e angosciosa incertezza è esattamente quello che ho provato.

Protagonista di “Quaderni sull’acqua” è uomo che non ci rivela mai il suo vero nome ma che si fa chiamare da chiunque incontri con un laconico “Bob”. Quasi a simboleggiare una violenta rottura con il proprio passato e l’inizio di una nuova vita, che però si rivela essere un incubo paranoico in cui una rinascita purificatrice dalle proprie ceneri viene preclusa. Bob infatti è ossessionato da un manipolo di uomini in nero che sembrano controllare ogni suo movimento. Ossessione che pare un retaggio della sua vecchia vita, in cui Bob era marito e padre di famiglia. Ma quella sua parte dell’esistenza è ormai lontana anni luce: espatriato in terra straniera, Bob vive in una squallida camera in affitto, di fianco a un enigmatico francese colpevole di rubargli i viveri. Unico suo contatto intimo e reale con il mondo al di fuori dell’alienante esistenza in cui è confinato, è Lily, una ragazza conosciuta per caso ma che potrebbe diventare per il protagonista l’unica ancora in grado di non farlo sprofondare ancora più a fondo nella sua confusione mentale. Le vite di Bob e Lily vengono scomposte e ricomposte come piccoli pezzi di puzzle che faticano a incastrarsi, tra ricordi sfocati, pensieri sconclusionati e frammenti di frasi scritte su misteriosi quaderni. Ed è inevitabile per il lettore interrogarsi su quanto ci sia di autentico nelle ricostruzioni di queste due esistenze e quanto frutto della mente instabile del narratore. Bob è realmente inseguito da qualcuno? Il suo bizzarro vicino nasconde davvero qualcosa di losco? Quanto pesano le paranoie e le ansie di Bob nell’intera vicenda? Domande che emergono man mano che ci addentriamo negli intricati labirinti della mente del protagonista. Domande che fluttuano sinuose e spietate sulla superficie della realtà, come i quaderni che galleggiano indecifrabili nella stupenda illustrazione di copertina. Lakghomi sembra suggerirci che il nucleo fondamentale della narrazione sia in realtà quanto non ci viene raccontato. Come se fosse compito del lettore srotolare la matassa ingarbugliata della mente sofferente di Bob, a partire dagli indizi che ci lascia proprio il protagonista.

Quaderni sull’acqua” racchiude in appena un centinaio di pagine un racconto che avrebbe meritato un ben più ampio sviluppo. Ma dopo il primo, alienante impatto, ci accorgiamo che la forza del romanzo di Lakghomi è insita proprio nella brevità e nel non detto, che diventa quasi più importante dei fatti riportati, lanciando un’avvincente sfida al lettore. Sfida che, se accettata con la giusta dose di curiosità, può regalare non poche soddisfazioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Esmé Weijun Wang – Il confine del paradiso

Titolo: Il confine del paradiso

Autore: Esmé Weijun Wang

Editore: Lindau

Anno: 2018

Pagine: 414

Prezzo: € 19,50

“Mi ero consumato fino alle ossa. Avevo fatto lo scalpo al mio teschio, l’avevo aperto e avevo visto il mio cervello in putrefazione. L’ultima cosa a cui volevo pensare era quanto fosse difficile essere una persona ed essere vivi.”

Quando ormai davo per scontato che il 2018 letterario fosse praticamente terminato e che non riservasse più alcuna sorpresa, ecco spuntare Edizioni Lindau con la nuova collana di narrativa contemporanea, di cui il primo titolo, “Il confine del paradiso” di Esmé Weijun Wang, si rivela essere una delle più belle letture dei dodici mesi appena trascorsi. La Wang, autrice statunitense nata da genitori taiwanesi, ci narra, in maniera delicata e suggestiva, una storia che ruota attorno alla malattia mentale, male di cui soffre la stessa scrittrice e che, a mio avviso, credo le abbia donato la forza e la capacità di parlarne con una tale profondità di sentimenti da lasciare il lettore stordito e affascinato. Un’acuta indagine psicologica, che non resta mai fine a sé stessa, ma anzi si infrange contro una muraglia di emozioni, spesso contrastanti e dai risvolti imprevedibili.

Il confine del paradiso” non ha un protagonista nell’accezione tradizionale del termine ma piuttosto una pluralità di storie che si intrecciano: le storie della famiglia Nowak. La Wang infatti adotta un espediente narrativo che si rivela vincente, facendo narrare ogni capitolo da un diverso protagonista, immergendo così il lettore nella mente di una manciata di personaggi tanto simili tra loro quando distanti.
La narrazione si apre con David, il padre della famiglia Nowak, colui che prima di chiunque altro si rende conto di essere affetto da una malattia mentale. Un personaggio che incarna alla perfezione il concetto di fragilità dell’esistenza e del male di vivere di montaliana memoria. Un uomo indifeso, che soltanto a tratti comprende davvero ciò per cui vale la pena essere al mondo e quanto gli altri, in realtà, abbiano bisogno di lui. L’antitesi di David e della debolezza insita dentro di lui, è la moglie taiwanese Jia-Hiu, ribattezzata dal marito Daisy. Donna dal carattere energico e autoritario, ma non priva di minacciosi lati oscuri, non viene mai domata dalla vita e, malgrado il terrore continuo di perderlo, continua a credere in David. Due opposti che si attraggono ma che, nonostante in apparenza rappresentino due metà complementari e indivisibili, non riusciranno mai veramente a diventare un tutt’uno. Mi sono trovato così coinvolto nei meandri di due coscienze dai contorni tanto differenti quanto ricolme, entrambe, di ossessioni, speranze e paure, per poi approdare alle narrazioni dei figli della coppia, William e Gillian.
Altri due personaggi riuscitissimi, i figli dei Nowak sono accomunati da un un legame morboso e a tratti inquietante. Entrare nella mente di William e Gillian è come intraprendere un viaggio allucinato in un mondo che non c’è più e in una concezione stessa della vita che crea nel lettore non pochi turbamenti. La maestria della Wang nel creare personaggi dalle caratteristiche peculiari e di una profondità sconcertante, a mio avviso, raggiunge il suo apice nel ritratto psicologico dei due fratelli. La loro follia è inevitabilmente indotta dai genitori, ma se in William questa si concretizza in una cieca obbedienza a regole assurde, in Gillian diventa più sottile, accomunandola al padre David.
L’ultima parte del libro è affidata a Marianne, il primo amore giovanile di David, e al fratello Marty. Due personaggi che soltanto in apparenza mostrano tratti caratteriali più comuni e meno spigolosi ma che, in realtà, nascondo dentro le loro coscienze ombre difficili da illuminare. Le loro esistenze si intrecceranno in maniera indissolubile con quelle dei Nowak, tanto da condizionarne le loro vite per sempre. Il talento della Wang è anche quello di mescolare con assoluta naturalezza le esperienze personali di tutti i protagonisti, senza risultare mai forzata, ma anzi lasciando che il lettore vengo avvolto, per poi sprofondare del tutto, nelle vicende tormentate dei Nowak e di chi gli ruota attorno, come se fosse un’unica, grande narrazione famigliare.

Il confine del paradiso” non è un romanzo semplice da affrontare, sia per le tematiche che per la densità delle emozioni descritte ma, come tutti i grandi libri che richiedono uno sforzo al lettore, sa ampiamente ripagare l’attenzione con una storia costruita in maniera eccezionale e uno scandaglio psicologico delle menti dei protagonisti che rapisce e spaventa. Edizioni Lindau ci regala una prima opera contemporanea dall’assoluto valore. E se il buongiorno si vede dal mattino, sono sicuro che questa nuova collana saprà regalarci grandi soddisfazioni.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Blake Butler – Atlante delle ceneri

Titolo: Atlante delle ceneri

Autore: Blake Butler

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 12,00

“COME RICORDERAI?
– Nei miei denti dondolanti. Nelle mie ginocchia rumorose. Con la striscia di mattino che attraversa il giardino; dove salgono i vermi, dove la terra sputa sulla sua cena. Questa casa invecchia con me ogni notte. Come ricorderò? Nelle fiamme. Nel rantolo delle nuvole. Ogni volta che odo un tonfo dal tetto sopra di me. Ogni volta che mi bagno la faccia per la vergogna. C’è sempre tutta questa carta: le nostre ricevute, gli appunti e i grazie mille, rime per compleanni composte da estranei; note e spazzatura e posta mai aperta; fotografie deformate dall’acqua. A volte recito ad alta voce la mia vita per ore. A volte invece proprio non me la sento.”

Un prontuario tardivo“: così recita il sottotitolo di “Atlante delle ceneri“, opera dello scrittore statunitense Blake Butler, autore fin’ora inedito in Italia ma portato nel nostro Paese dalla sempre attenta Pidgin Edizioni, che continua il suo lavoro di ricerca di testi originali e dai forti connotati sperimentali.
Ma dicevamo appunto del “prontuario tardivo”. Nessun’altra definizione poteva essere più appropriata per “Atlante delle ceneri“, che si rivela appunto una sorta di enigmatico manuale di (non) sopravvivenza alla fine (?) del mondo.  Butler infatti immagina un pianeta devastato da innumerevoli piaghe (si passa quelle classiche come l’acqua, il buio o gli insetti a piaghe nate da una fervida inventiva: interferenze, glitter, denti, tanto per citarne alcune), dove pochi sopravvissuti tentano di ritrovare gocce di utopiche speranze in un mondo ormai al collasso. Qui arriva la prima particolarità di un’opera in cui l’aggettivo “eccentrico”, nella migliore accezione del termine, calza a pennello. “Atlante delle ceneri” in realtà non è né propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti ma è un romanzo a racconti. La struttura narrativa è infatti suddivisa in episodi singoli, storie che possono essere lette come vicende a sé stanti ma che contribuiscono a comporre un unico mosaico letterario, che costituisce appunto il prontuario citato all’inizio. Ogni racconto è inoltre introdotto dalla manifestazione di una piaga diversa, raccontata da un narratore non meglio identificato. Una costruzione dell’opera che mi ha alquanto affascinato.

Quindi quello di Butler si può annoverare tra gli innumerevoli libri collegati alla distopia e al post apocalittico? Soltanto in parte. Il filone distopico infatti è soltanto lo sfondo (e forse  il pretesto) per potersi addentrare in profondità nell’animo umano, tra sentimenti di perdita, solitudine esistenziale e una moralità che viene spazzata via dal marciume del pianeta. Con uno stile originale e altamente suggestivo, Butler passa agevolmente da momenti squisitamente ascrivibili all’horror, che generano nel lettore forti sentimenti di angoscia e inquietudine, a un lirismo quasi poetico e a un’introspezione psicologica che producono emozioni contrastanti ma mai banali in chi legge.
Tra le pagine catastrofiche di Butler ritroviamo tour in quartieri sommersi, collezioni di fotografie che ricostruiscono con struggimento un’intera esistenza e madri schiave dei propri figli. Per proseguire con la delicata amicizia tra un uomo e una bambina alla tormentata ricerca di uno scopo qualsiasi per continuare a vivere in un mondo devastato, ma anche la tragedia di una coppia e del loro bambino malato, situazione dolorosa che si tramuterà in qualcosa di terrificante. Ogni racconto è pervaso da un forte senso di drammaticità, che lega ogni storia come pezzi di puzzle, dando vita a un’immagine sinistra e carica di fatalità. Ma sotto quel torrente nero, fatto di parole ed emozioni dai tratti sconvolgenti, scorre anche la speranza e la necessità di fuggire dalla devastazione e dalla solitudine di un pianeta distrutto. Proprio questa voglia di continuare a lottare e proseguire nelle proprie esistenze, nonostante in apparenza non ci sia più nulla per cui valga la pena resistere, è il vero fil rouge dell’opera.

Atlante delle ceneri” è una lettura dal forte impatto emotivo, che scava senza remore nella coscienza annebbiata dell’uomo, sussurrandoci che la nostra natura di esseri umani non muta, anche di fronte alla fine di un’era, ma anzi si fortifica. Perché l’amore sconfinato di una madre per i propri figli o il dolore sedimentato nel nostro cuore per la perdita dei propri cari, sono sentimenti che non cambiano, né ora, né mai.

Ps: Una nota a parte merita la cura maniacale dell’edizione, con pagine dai bordi neri (a simboleggiare la piaga del fuoco) e con differenti  sfondi a tema per ogni calamità descritta. Ancora una volta, brava Pidgin Edizioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Giorgia Tribuiani – Guasti

Titolo: Guasti

Autore: Giorgia Tribuiani

Editore: Voland

Anno: 2018

Pagine: 113

Prezzo: € 14,00

“Gli psicologi la chiamano elaborazione del lutto. Averlo sempre davanti è rimanere bloccati al momento della veglia funebre, con il cadavere immobile di fronte. Ecco, la veglia funebre dovrebbe essere un momento di passaggio, un limbo tra la vita con il proprio caro e quella senza di lui, da rattoppare. Io invece sono bloccata lì, alla contemplazione di questo mio cadavere, plastinata anch’io nel momento dell’estremo saluto.”

Ho iniziato a scrivere questo articolo un numero ormai imprecisato di volte. Mi siedevo alla scrivania, aprivo il laptop, entravo sul blog, rileggevo alcuni passi del libro di cui vi sto per parlare e poi mi bloccavo. Rimanevo impalata di fronte allo schermo, con le mani sulla tastiera, senza digitare nulla, domandandomi “Come posso cominciare?”. Ogni volta ci rinunciavo, sentivo di non riuscire a trovare le parole adatte per descrivere tutto ciò che ho provato leggendo “Guasti”, esordio letterario di Giorgia Tribuiani per Voland. Sentivo di non riuscire a rendere giustizia ad una storia che, più o meno, in qualche modo e per alcuni versi, può o potrà appartenere a ciascuno di noi. Una storia che parla d’amore, di perdita, di attaccamento e di liberazione. Però, insomma, a volte è necessario insistere, provare e riprovare. Così, dunque, ho fatto.

Lui era la star; lei emanava luce riflessa alla sua sinistra”. Con una breve frase è possibile descrivere il rapporto tra la protagonista di “Guasti”, Giada, e il suo compagno, fotografo di fama mondiale, considerato dai più un genio, un artista eclettico, magnetico, tanto affascinante quanto talentuoso. Giada e il suo uomo, accomunati dalla stessa passione, sopita in lei, innarrestabile in lui. Eppure, un giorno, qualcosa si spezza. Non ci è dato sapere come, non ci è dato sapere perché, quest’uomo – che non verrà chiamato con il suo nome nemmeno una volta durante l’intero romanzo – muore. E Giada si ritrova ad affrontare una perdita che pare incolmabile, non solo per il lutto in sé, ma anche per la modalità in cui questo si manifesta: un’assenza del tutto presente. Il compagno, infatti, aveva precedentemente preso (quasi per gioco, quasi fosse una nuova sfida artistica) una decisione che può apparire ai più a dir poco particolare: al momento della sua morte, il corpo avrebbe dovuto subire un processo di plastinazione, tecnica in grado di conservarne i tessuti e gli organi, per poi essere esposto in una mostra itinerante curata dal famoso Dottor Tulp. Trenta giorni nella sua città, altri trenta in una differente metropoli europea, e così via. Giada non può fermarsi a piangere semplicemente il suo compagno: lei se lo ritrova di nuovo davanti, plastinato, un artista tramutato in opera d’arte, e decide di accompagnarlo ancora una volta, di essergli accanto per tutta la durata dell’esposizione. Ogni giorno, diligentemente, si mette in fila, compra il biglietto e si reca ai piani superiori dell’edificio per raggiungerlo. Il corpo dell’uomo, con la sua Nikon tra le mani, sovrasta la sala:  fermava il tempo con le sue fotografie, quand’era in vita, e adesso questo si è fermato per lui, ne è diventato la vittima. Nonostante ciò, è probabilmente l’attrazione principale della mostra, sempre al centro dell’attenzione. Questo è il modo in cui lo vede la sua compagna, che comincia a rendersi conto del ruolo che ricopriva quando stavano insieme e di quello che nuovamente ricopre ora: un’ombra messa da parte, la spalla di un uomo brillante, la donna sull’altalena in uno dei suoi scatti. La protagonista, in quello che dapprima al lettore può sembrare un lungo lamento funebre, ci viene mostrata nella sua fragilità ed esasperazione; trascorre le sue ore di fronte a quel corpo plastinato, rivolgendo a lui tutto il suo amore e tutta la sua rabbia, di fatto parlando da sola: “(…) questa stanza piena di gente che non si ferma mai, ti addita, non fa che guardare il cazzo moscio che hai tra le gambe, la testa deforme, la Nikon che spreco lasciata a uno zombie e dimmi: tu questo volevi? rinunciare alla pace della terra per bagnarti ancora di sguardi, offrire agli sguardi anche ciò che era mio? Hai aspettato la morte per deridermi, hai aspettato la morte per tradirmi! Io per sempre prigioniera dei tuoi clic, a te bastava solo un clic, mentre tu non ti sei mai donato a me, non mi hai lasciato nemmeno il ricordo dell’uomo che eri, tu sei ancora qui, sempre qui a ricordarmi quanto sei distante, quanto sei tuo, quanto sei tu”. “Tu sei ancora qui”, afferma Giada con vigore, tra un ansiolitico e una corsa al bagno del piano, l’unico luogo in cui si può momentaneamente rifugiare quando sente di crollare: un ambiente che utilizza per ritornare ad ancorarsi alla realtà, osservando la propria figura allo specchio. L’unica novità che subentra nella sua monotona esistenza è il vigilante del piano di sotto (anch’egli senza nome), un uomo che con delicatezza e gentilezza comincia a prendersi cura di lei, offrendole dapprima una semplice colazione e poi, giorno dopo giorno, una spalla su cui piangere, un appiglio. Lui crede in lei, nella sua forza, è sicuro che stia già ricominciando a vivere e pensa che debba banalmente partire da una piccola idea, per poi svilupparla con calma e vedere dove questa la porterà. Allontanarsi, porre una certa distanza dalla causa della propria sofferenza è l’unico modo per ritrovare la strada. Ma questo, chiaramente, è un passo arduo per chi ha subito un lutto, e Giada non si sente pronta ad accettare la sua perdita: “Voglio continuare a pronunciare il suo nome perché resti vivo, capisci?”. Di vivo, però, non è rimasto nulla. Ciò che imprigiona la protagonista sono i ricordi di una libertà mai realmente acquisita, di una dipendenza a cui lei si è aggrappata nel corso della sua precedente relazione, tralasciando le sue passioni e i suoi desideri per seguire un uomo che soffocava quella luce che è nascosta in ciascuno di noi. Giada si rende sempre più conto di ciò e, quando un collezionista si mostra interessato a comprare il corpo plastinato del suo compagno, la scelta si palesa in tutta la sua crudeltà: “Devo distruggerti, o finirò per distruggere me”. 

“Siamo tutti guasti”, sembra dirci la Tribuiani. Guasti sono i corpi plastinati all’interno della mostra, ormai fermi per sempre in una determinata posa e in un certo momento, e guasti sono anche i vivi (“cadaveri che ancora si muovono, ma non sanno perché e in quale direzione), destinati a morire e a diventare immobili anch’essi. In questo romanzo il tema del lutto è, come afferma l’autrice stessa, una metafora per qualcosa di più ampio – e ciò lo si nota benissimo nelle ultime commoventi e catartiche pagine. Non si tratta soltanto di distaccarci da quello che è biologicamente morto: a volte è necessario lasciar andare ciò che non è più vivo, ciò che ci danneggia, ciò che ci trattiene nel passato e che non ci permette di andare avanti. A volte è necessario distruggere – metaforicamente, o forse no – qualcosa per poter ricominciare da capo. Si tratta infatti, nel caso di Giada, e anche nel mio, di una “dolcissima liberazione”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Dario Pontuale – Certi ricordi non tornano

Titolo: Certi ricordi non tornano

Autore: Dario Pontuale

Editore: CartaCanta

Anno: 2018

Pagine: 142

Prezzo: € 13,00

“A una certa età la vita assomiglia a una caserma dove i soldati caduti non vengono sostituiti e dove restano soltanto le divise negli armadietti.”

“In psicologia è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici.” Quella che avete appena letto è una delle definizioni che Wikipedia dà della parola “resilienza“, concetto cardine attorno a cui ruota “Certi ricordi non tornano“, l’ultima opera di Dario Pontuale. Romanziere, saggista, curatore di classici, Pontuale torna alla narrativa dopo alcuni lavori che oserei quasi definire manualistici (ma pur sempre legati al mondo della letteratura), e lo fa con un romanzo tanto breve quanto intenso e che non ha nulla da invidiare alla sua ottima produzione precedente.
Dicevamo, la resilienza: un termine che forse non tutti conoscono ma il cui significato ognuno di noi ha sperimentato almeno una volta nella vita. A tale proposito, calza a pennello la suggestiva immagine con cui si apre la narrazione: un’onda si abbatte su di una barca, l’uomo che vi è sopra cade in mare ma riesce a risalire, salvandosi dalla furia delle acque. Ecco l’esempio perfetto di resilienza. E chi deve resistere senza piegarsi alle intemperie è senza ombra di dubbio Michele, il protagonista di “Certi ricordi non tornano“.

Tutto comincia nel Barrio, quartiere in cui Michele è nato ed è sempre vissuto, quartiere che custodisce tutti i ricordi a cui è più legato il narratore, anche quelli che non tornano. E proprio attraverso i ricordi si dipana sapientemente la storia raccontata da Pontuale, giocando con i flashback e sviluppando ogni capitolo come un preciso momento della vita del protagonista. Ma una costante dai contorni rassicuranti è sempre presente, figura concreta o “fantasma” che si insinua sottopelle: l’amico di una vita, diventato quasi un mentore, Alfiero Barracano.
Michele conosce Alfiero durante un bravata commessa da ragazzo e da allora i cammini dei due uomini procedono all’unisono, a volte incrociandosi a un bivio, altre come rette parallele, ma essendo sempre consapevoli che basta voltarsi per ritrovare il volto confortante dell’amico. Percorsi di vita vicini ma nello stesso tempo distanti tra loro, dove i ricordi e la resilienza, sì, sempre lei, assumono un loro peso specifico. La resilienza di chi ha trascorso un’intera esistenza operaio in una fabbrica, senza (quasi) mai trasgredire e nutrendo sempre un profondo rispetto verso gli altri e la resilienza di chi quella fabbricata invece l’ha occupata abusivamente, in nome di un ideale e di una moralità in cui riversare tutto se stesso.
Proprio la “Fortezza“, la vecchia fabbrica di liquori, diventerà il fulcro attraverso cui si dispiegheranno gli eventi e i ricordi. I ricordi di un anarchico tranquillo e di chi invece la rivoluzione la vorrebbe mettere in pratica ma finisce per diventarne vittima. Come le formiche, instancabili e organizzate, le vite di Michele e di Alfiero procedono in modo regolare, tra gioie e frustrazioni, fino a quando una crepa, dapprima minuscola e impercettibile, si trasforma in una voragine, che metterà a dura prova la capacità di resilienza di entrambi. Eppure c’è un sottile (che in realtà così sottile non è) fil rouge che lega i ricordi passati e gli eventi futuri, i baratri che spaventano e i rifugi che rassicurano: l’amore per i libri, presenza costante e appassionata in tutte le opere di Pontuale. Un amore che Alfiero trasmette al giovane Michele, forse il più grande dono che un amico possa fare.
Per finire c’è anche spazio per un gradito ritorno: chi conosce le opere dello scrittore romano, non potrà che sorridere nel ritrovarsi davanti nientepopodimeno che Eugenio Bisigato.

Impreziosito da una bella prefazione di Paolo Di Paolo, “Certi ricordi non tornano” è un libro sull’inseguire i ricordi di una vita ma tenendo ben saldi i piedi nel presente, nonostante non sia affatto come ce lo saremmo immaginati. Ma è anche un racconto sulla resistenza, su chi non si arrende al cattivo tempo, anche quando sembrerebbe il contrario. Tutto ciò condiviso da un’amicizia intensa quanto una poesia recitata in un giorno speciale.

Voto: 4/5

Mr. P.

Javier Montes – Vita d’albergo

Titolo: Vita d’albergo

Autore: Javier Montes

Editore: Nutrimenti

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 17,00

“Non so quando ha smesso di sembrarmi ragionevole la possibilità che le cose debbano rimanere così per sempre. Quando ha smesso di bastarmi questo avanzare senza di fatto fare un passo, di sentire che mi avvicino sinuosamente a una conclusione, di pensare che una conclusione non è altro che questo: avvicinarsi indefinitivamente a una conclusione.”

È possibile che una pura coincidenza possa stravolgere l’esistenza di uomo, portandolo sul baratro oscuro dell’ossessione? Questo è il nodo nevralgico della storia narrata da Javier Montes in “Vita d’albergo”, primo libro tradotto in Italia dell’autore spagnolo. Una narrazione che parte in sordina, strisciando sottopelle senza quasi fare rumore ma che poi esplode, tra tormenti e scelte sbagliate, rassegnazione e desiderio di rivalsa. Un libro dalla trama apparentemente semplice ma che in realtà indaga nella coscienza dell’uomo più di quanto sembri.

Protagonista del romanzo di Montes è un critico d’alberghi, che da anni gira il mondo in incognito per scrivere articoli e recensioni sugli hotel in cui alloggia. Lui decide l’albergo, scrive il pezzo e lo manda al giornale che lo pubblica. Particolarmente azzeccata, a questo proposito, la scelta dell’autore di narrare la storia in prima persona, rendendoci così partecipi in modo diretto della discesa negli inferi del protagonista. Questa volta però il critico viene invitato a soggiornare per una notte all’Imperial, albergo della sua città recentemente ristrutturato. Acconsentendo con entusiasmo a trascorre per la prima volta nella sua carriera una notte in un hotel della propria città, il giornalista ancora non sa che quella recensione gli stravolgerà l’esistenza.
L’equivoco che sta alla base dello sviluppo del romanzo è molto semplice: al protagonista viene consegnato un passe-partout e comunicato un numero di stanza che in realtà non è la sua. Grande sarà il suo stupore quando, oltrepassata la soglia della camera, si ritroverà di fronte il set improvvisato di un filmino porno. Qui il critico farà la conoscenza dell’ammaliante proprietaria del sito porno vitadalbergo.com, che ha lo stesso nome della sua rubrica di recensioni, specializzato in riprese con attori improvvisati nelle più disparate camere d’albergo del pianeta. Dapprima soltanto incuriosito e poi sempre più trascinato verso il mondo proibito di quell’enigmatica donna, complici anche le analogie tra i loro lavori, il narratore inizia a idealizzarla, erigendole un posto d’onore nella sua mente sovreccitata. Così, visitando regolarmente la pagina web, scopre che la donna e il suo staff intraprenderanno una sorta di mini tour alla ricerca di nuovi attori e nuovi alberghi. Ed ecco il pretesto perfetto per lanciarsi all’inseguimento della bella proprietaria del sito. Un viaggio che porterà il protagonista a fare i conti con la parte più oscura e profonda di sé  e a conoscere un variegato campione di umanità.
Una trama che a tratti si rivela fragile, viene così ampiamente compensata da nostalgiche ed evocative descrizioni delle città in cui fa tappa il critico, tra un freddo e malinconico mare d’inverno e la visione solitaria di un film in un vecchio cinema di periferia che ancora non si arrende all’avvento dei multisala. Stupendo, a questo proposito, un capitolo quasi interamente dedicato alla visione di ciò che accade nell’albergo dirimpetto alla stanza dove alloggia il giornalista, tra coppie che ritornano all’alba, uomini solitari e bambini che piangendo tengono svegli i genitori. Un concentrato autentico del genere umano che mi ha ricordato l’inizio di quel capolavoro cinematografico che è “La finestra sul cortile”.
Affiancati alle suggestive descrizioni, affiorano i sentimenti della voce narrante che, via via che l’inseguimento prende piede per entrare nel vivo, si fanno sempre più torbidi e ossessivi. Così l’immagine della donna e l’illusione di poterla agguantare raggiungono vette emotive inimmaginabili, costringendo il critico a mettere da parte qualsiasi altra cosa, compreso il proprio lavoro, e a fare i conti con un nuovo sé stesso. Quasi una personalità alternativa alla persona che aveva sempre creduto di essere. L’unica in grado di rispondere alla domanda che assilla il lettore mano a mano che ci si addentra nella storia: fin dove è disposto ad arrivare il narratore per assecondare e (forse) placare la sua ossessione?

Vita d’albergo” è un romanzo dalle sfumature particolari, che ci insegna come non sempre ci conosciamo per ciò che siamo davvero. Un libro che alterna sentimenti di dolce nostalgia a violente indagini psicologiche, in un crescendo emozionale che culmina in un finale che ho trovato particolarmente riuscito. Forse non un romanzo per tutti i palati ma che sicuramente saprà soddisfare i lettori più curiosi, che hanno voglia scavare sotto la superficie.

Voto: 4/5

Mr. P.