Daughter – Not to disappear

Titolo: Not to disappear

Artista: Daughter

Etichetta: 4AD

Anno: 2016

“I feel sick
I’m drowning in the pit of my stomach
Oh I know it’s my fault
While you’re busy diving I find I feel alone
Feel a little out of my mind”

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Torna il terzetto inglese capitanato dalla brava e bella Elena Tonra, che tanto aveva impressionato con il fulminante esordio del 2013 “If you leave”, album che era entrato di diritto nei migliori dischi di fine anno di tutti i siti musicali specializzati. A distanza di tre anni, i talentuosi ragazzi londinesi ci riprovano con il sophomore “Not to disappear”, disco sofisticato ed ambizioso, che segna una parziale svolta nel sound della band. Infatti le atmosfere acustiche e rarefatte del primo lavoro vengono in parte abbandonate, in favore di un suono più corposo e pieno.

Si parte subito in quarta con l’opener “New ways”, dal sapore vagamente dream pop e che ben rappresenta il nuovo indirizzo sonoro intrapreso, con un testo magnifico (basta citare il geniale “I need new ways to waste my time”) che la rende una delle migliori tracce dell’intera opera. Si prosegue con il bel singolo “Numbers”, dove fanno capolino i vecchi Daughter, con la stupenda voce della Tonra a farla da padrone su di un tappeto sonoro ridotto al minimo. “Doing the right thing”, il primo estratto che aveva anticipato l’uscita del disco, è un’intensa e commovente riflessione sulla fragilità umana (“I have lost my children, I have lost my love, I just sit in silence, let the pictures soak”). “How” ci accoglie con un arioso riff di chitarra che ci avvolge nella sua tenera malinconia, cullandoci con una melodia dolceamara. E’ poi la volta di “Mothers”, forse il brano più Daughter vecchio stampo dell’intero disco, che termina però con un’inusuale coda strumentale elettronica. Nel testo la Tonra si interroga sul significato e sulle conseguenze della maternità. “Alone/With You” ci introduce nella parte più sperimentale dell’album: un mantra ipnotico ci accompagna per l’intera durata del brano, che dal punto di vista del testo si può dividere un due parti distinte. Nella prima la Tonra descrive la sua solitudine invocando la persona amata, ma nella seconda maledice se stessa e il suo bisogno di stare con qualcuno che contribuisce soltanto ad accrescere il suo senso di abbandono. Quasi uno studio della solitudine da diversi punti di vista. Una batteria paranoica ci proietta in “No Care”, il brano più tirato del disco, in cui la Tonra quasi sputa fuori la sua rassegnazione e il suo dolore verso una relazione senza amore e senza via d’uscita. E’ poi la volta di una doppietta che mozza il fiato. “To Belong” è un grido di libertà e di indipendenza (“I don’t want to belong, to you, to anyone”), con le chitarre che tessono trame sonore oniriche ed avvolgenti. “Fossa” è sei minuti di pura bellezza, un’analisi cruda e lucida di una storia d’amore intrisa di dolore, con una struggente coda strumentale. La chiusura del disco è affidata alla delicata ed eterea “Made of stone”, epilogo perfetto per terminare il nostro viaggio musicale.

Not to disappear” è un disco che non ha punti deboli, in cui il sound dell’esordio viene arricchito e trasportato verso nuovi lidi. Una prova di maturità da parte di una band che dimostra di saper costruire melodie perfette, incastonate in testi riflessivi e tormentati. Un ritorno che conferma le grandi qualità dei tre ragazzi inglesi, consacrandoli tra le migliori band attualmente in circolazione.

Best tracks: New Ways, To Belong, Fossa

Voto: 5/5

Mr. P.

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Haruki Murakami – La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Titolo: La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Autore: Haruki Murakami

Editore: Einaudi

Pagine: 509

Anno: 2008

Prezzo: € 15,00

“Mi bastava abbandonare al vento il mio cuore, come gli uccelli. Perché non potevo buttarlo via, mi dissi. A volte era pesante e cupo, era vero, ma succedeva anche che portato in volo dal vento riuscisse a vedere attraverso l’eternità. Potevo perfino metterlo nel suono di quella piccola fisarmonica, il mio cuore.”

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Murakami è probabilmente il mio scrittore contemporaneo preferito e, ogni volta che apro uno dei suoi libri e mi immergo nelle sue atmosfere oniriche e malinconiche, mi sembra di tornare a trovare un vecchio amico che non vedo da tempo. Un amico a cui sono particolarmente affezionato. E non fa eccezione “La fine del mondo e il paese delle meraviglie“, opera con il quale l’autore ha vinto nel 1985 il Premio Tanizaki, uno tra i più importanti riconoscimenti letterari del Giappone. Ho sempre pensato che l’intera opera di Murakami si possa sommariamente dividere in due macro categorie: i romanzi ancorati alla realtà e le storie surreali e visionarie. Come già suggerisce il titolo, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” è uno dei capisaldi della produzione fantastica dello scrittore giapponese.

La narrazione si snoda lungo due sentieri distinti ma paralleli, alternandosi capitolo dopo capitolo. “Il paese delle meraviglie” prende il via quando il protagonista, in una Tokyo alienante e feroce, accetta un oscuro lavoro commissionatogli da un geniale ma alquanto stravagante scienziato. Tranquillo uomo di 35 anni, svolge la professione di cibermatico, che consiste nel custodire e criptare importanti dati informatici, il tutto attraverso un complicato processo denominato shuffling. I dati vengono forniti dal Sistema, potente associazione governativa alle cui dipendenze è il protagonista, occultandoli così ai Semiotici, sorta di criminali informatici, dediti alla rivendita sul mercato nero dei dati sottratti. Ma il lavoro che il vecchio scienziato ha commissionato, in realtà nasconde un profondo e disturbante segreto, che per essere scoperto porterà l’ignaro protagonista a calarsi nel sottosuolo della città, tra oscure caverne abitate dagli Invisibili, popolo antichissimo e crudele che incarna le paure ancestrali dell’uomo.

La fine del mondo” invece è ambientato in una città senza nome, circondata da altissime mura e da cui è impossibile fuggire. Gli abitanti sono privi di sentimenti e un senso di pace e di serenità regna incontrastato. Il Guardiano ogni giorno lascia entrare nel paese una mandria di unicorni, lasciandoli tranquilli di pascolare e girovagare liberamente, per poi farli tornare nei boschi al calar delle tenebre. Qui il protagonista è l’ultimo abitante giunto in città, costretto ad abbandonare la propria ombra e a diventare Il Lettore di Sogni. Ma rinnegare la vita passata e tutti i ricordi ad essa legati può provocare molto dolore, ed una sorta di ribellione lentamente inizia a germogliare nel cuore del giovane. Due storie surreali apparentemente senza alcun legame, che disorientano il lettore, lasciandolo confuso e perplesso. Ma man mano che il romanzo avanza, iniziano ad intravedersi i primi legami tra i due mondi e, tra spiegazioni scientifiche e dissertazioni filosofiche, i nodi vengono sciolti a poco a poco.

La fine del mondo e il paese delle meraviglie” non è un libro semplice, ma come tutti i grandi romanzi necessita di tempo e dedizione. La scrittura fluida e mai banale di Murakami è poi un propulsore straordinario nell’incentivare la lettura, e ad ogni pagina che voltiamo ci sembra di scoprire un piccolo frammento in più di questa folle ma estremamente affascinante vicenda. Un viaggio visionario nell’inconscio dell’uomo, dove tutti possiamo in qualche modo identificarci con i protagonisti, avendo provato almeno una volta nella vita l’incredibile senso di vuoto sprigionato dalle loro anime. E forse ciò che rendere questo libro straordinario è il non avere un’unica e prestabilita spiegazione, lasciando il nostro cuore libero di interpretarlo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Michael Crichton – Jurassic Park

Titolo: Jurassic Park

Autore: Michael Crichton

Editore: Garzanti

Pagine: 479

Anno: 1990

Prezzo: € 9,90

“Ma voi avete deciso di non voler essere alla mercé della natura. Decidi di tenere la natura sotto controllo, e da quel momento sei in un grosso guaio, perchè non lo puoi fare. Tuttavia hai elaborato sistemi che richiedono che tu lo faccia. E non puoi farlo – non hai mai potuto farlo – e non lo farai mai. Non confondere le cose. Puoi fare una nave, ma non puoi fare l’oceano. Puoi fare un aeroplano, ma non puoi fare l’aria. I tuoi poteri sono più ridotti di quanto i sogni della tua ragione vorrebbero farti credere.”

Jurassic Park

Mai avrei pensato di scrivere una recensione su “Jurassic Park“, lo giuro, mai nella  vita. Il mio genere di romanzo preferito non esiste di per sè, diciamo che apprezzo particolarmente i libri introspettivi, psicologici, le raccolte di lettere o i diari, i thriller/noir brillanti e non scontati. La fantascienza e l’avventura non fanno per me, o almeno, così credevo. Ho iniziato a leggere il romanzo più famoso di Michael Crichton un po’ per gioco: volevo qualcosa che mi permettesse di alienarmi totalmente (o quasi) dalla realtà, che mi facesse dimenticare dov’ero e cosa mi stava accadendo e mi trasportasse altrove, in un luogo e tempo differenti. Che cos’altro potevo scegliere se non un romanzo ambientato nel passato, più precisamente nel 1989, in una remota isola al largo della Costa Rica? E, soprattutto, in quale altro gioiello letterario avrei potuto trovare una dimensione totalmente differente dalla mia, popolata da giganteschi dinosauri e giungle tropicali? Risposta: in nessuno dei libri che avevo a casa, eccetto questo. L’ho iniziato senza troppe pretese, certa che non mi avrebbe entusiasmato granchè ma pronta a dargli comunque una possibilità. Per fortuna che l’ho fatto!

Complice anche la versione cinematografica diretta da Steven Spielberg nel 1993, bene o male tutti, almeno in generale, sanno di che cosa parla “Jurassic Park”. Il film è leggermente diverso dal romanzo e, nonostante il primo mi fosse piaciuto tantissimo da bambina, ho trovato l’opera di Crichton ancora più coinvolgente. La storia narrata si svolge quasi interamente a Isla Nublar, isola costaricana (immaginaria) acquistata dal miliardario John Hammond. Proprietario della InGen Corporation e della Fondazione Hammond, l’uomo ha deciso, avvalendosi dell’aiuto di numerosi esperti, tra cui scienziati, genetisti ed ingegneri informatici, di tentare un’impresa mai provata prima: riportare alla vita, clonandoli, i dinosauri e costruire un immenso parco divertimenti a tema, in cui le gigantesche bestie primitive possano vivere e fungere da attrazione per le migliaia di turisti che verranno a visitare questo nuovo, incredibile paradiso giurassico. Per rassicurare anche i più scettici e per mostrare il suo ‘gioiellino’, di cui è totalmente fiero, Hammond invita sulla sua isola privata il paleontologo Alan Grant, la sua collaboratrice Ellie Sattler, l’informatico Dennis Nedry, il suo avvocato Donald Gennaro ed il matematico Ian Malcom. Essi verranno poi raggiunti dai nipotini del miliardario, Tim e Lex, entusiasti per la creazione del nonno. Dopo una prima visita generale al parco ed alle sue strutture, che lascia i più sorpresi e basiti, ma che diffonde anche un certo scetticismo e timore per la folle iniziativa, qualcosa va storto. Si scoprirà che il Jurassic Park non è totalmente sotto controllo, che non è il luogo sicuro e protetto osannato dai creatori dell’ecosistema ma anzi, si capirà che qualcosa è in agguato là fuori, e non è possibile sottomettere interamente la natura al potere umano. Proprio per niente.

Avvincente, pieno di colpi di scena, scritto in un modo magistrale. “Jurassic Park” riesce a coniugare tensione ed azione con teorie matematiche e scientifiche interessanti e ben spiegate, tanto da essere comprensibili anche ai ‘non addetti ai lavori’. Non annoia, affascina incredibilmente e riesce a fare quello che un buon romanzo dovrebbe saper fare prima di tutto: trasportarci altrove, farci vivere nel mondo descritto dal libro. Michael Crichton è capace di condurci nel bel mezzo della foresta, tra Velociraptor che ci stanno per mordere e cuccioli di T-rex affamati.  Ci fa spaventare, ci fa tirare sospiri di sollievo e poi ci mette di nuovo addosso una fifa blu! E’ in grado di farci sospettare degli altri abitanti dell’isola, di farci sorridere ma anche di farci riflettere: non sono pochi infatti i dialoghi illuminanti, in cui vengono esplorati il diverbio fra natura e cultura, la contrapposizione tra gli animali e gli uomini, la sete di potere e la tirannia degli esseri umani, che pensano di poter governare tutto, anche l’ingovernabile. Come ci ricorda uno dei protagonisti più interessanti del romanzo, Ian Malcom, non possiamo mai essere completamente sicuri delle nostre azioni, perchè «Inevitabilmente, le instabilità nascoste cominciano ad apparire» ed «Il recupero del sistema potrebbe  dimostrarsi impossibile».

Voto: 5/5

Mrs. C.

5 motivi per… guardare “Sex And The City”

Chi di noi non ha mai sentito parlare di “Sex and the City” scagli la prima pietra. Nessuno, vero? Negli ultimi mesi sono riuscita a recuperare questo telefilm (con all’incirca ben diciotto anni di ritardo, se si conta la prima apparizione tv della serie, nel 1998) e mi sono goduta tutte le sei stagioni in poche settimane. Siccome confido nel fatto che esista qualcuno al mondo che ancora non ha visto, per un motivo o per l’altro, la qui presente serie tv,  ho deciso di darvi 5 buoni motivi per seguirla e passare qualche ora a ridere e riflettere. Perchè sì, “Sex and the City”, fortunatamente, è in grado di farvi fare entrambe le cose!

1. Non vi porterà via troppo tempo

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La scusa principale che le persone mettono in atto per giustificare la loro incapacità a guardare un telefilm è il tempo: “Non ho neanche un’ora da dedicare a me stessa, figuriamoci se ho il tempo di mettermi a vedere una serie tv!”. Ecco, fregati: gli episodi di “Sex and the City” durano meno di mezz’ora. Se il pensiero di trascorrere troppe ore davanti ad uno schermo vi fa sentire in colpa, questa è la soluzione perfetta per voi: una ventina di minuti e via! Ok, per questo motivo probabilmente vi ritroverete a passare l’intera serata attaccati al monitor del pc, ma… questa è un’altra storia!

2. New York

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Il fatto che “Sex and the City” sia quasi interamente ambientato in una città come New York è senz’altro uno dei motivi principali per cominciare a guardarlo. La Grande Mela è la metropoli per eccellenza, lo sfondo delle vicende narrate nel telefilm, uno sfondo che è vivo e vibrante e che molto spesso diventa egli stesso protagonista. Esplorerete non soltanto i club ed i locali più alla moda (alcuni dei quali sono esistiti realmente!) ma anche le classiche location newyorkesi: il Central Park, Soho, il Greenwich Village, i taxi color canarino che sfrecciano a Manhatthan, Times Square, la Fifth Avenue ed i suoi elegantissimi negozi, Brooklyn… Un telefilm del genere non avrebbe trovato ragione di esistere in uno scenario diverso: la città riflette i sentimenti delle protagoniste, la loro esuberanza ma allo stesso tempo la solitudine e lo smarrimento che talvolta si possono provare in un luogo così grande ed affollato. Con il passare delle stagioni televisive, New York prende sempre di più il sopravvento e vi farà venire voglia di salire sul primo aereo per gli Stati Uniti, assicurato!

3. Le battute esilaranti ed irriverenti

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E’ difficile dare un genere ad una serie che parla di quattro donne single di Manhattan e delle loro avventure amorose e sessuali: uno potrebbe pensare che si tratta di una commedia, un altro ancora farà riferimento al genere romantico. “Sex and the City” è tutto questo – ma, come vedremo tra poco, anche molto di più. Quello che ha reso così popolare questo telefilm alla fine degli anni ’90/inizio anni 2000, è proprio il modo irriverente con cui le protagoniste parlano di sesso, amore, amicizia, vizi e virtù della società in cui vivono. E’ un telefilm molto libero, le scene di sesso sono mostrate senza timidezza, gli argomenti sono piuttosto attuali (nonostante siano passati quasi vent’anni dalla prima messa in onda americana) e non c’è un episodio in cui non si rida di gusto almeno una volta, sorridendo e forse anche arrossendo un po’. Samantha Jones, interpretata da Kim Cattrall, è senz’altro il personaggio con le battute più spregiudicate ed anticonformiste: è l’amica che parla senza alcun filtro, che proclama le sue verità senza alcun timore di essere giudicata, e, proprio per questo, non potrete più fare a meno di alcune sue perle di saggezza.

4. Le riflessioni di Carrie

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Ad un certo punto, soprattutto dalla seconda stagione in poi (la prima, lo ammetto, è proprio un po’ troppo frivola, ma non demordete!), “Sex and the City” comincia a sfiorare anche il genere drammatico. Quello che ho amato di più di questo telefilm è il non fermarsi alla puntata tipo “Oh c’è una festa-conosco un tizio-ci vado a letto-mi innamoro-lui no-fine della storia”, ma l’evolvere, di stagione in stagione, verso qualcosa di più vero, reale, e quindi a suo modo tragico. Carrie Bradshaw (interpretata da Sarah Jessica Parker), la vera protagonista della serie, tiene una rubrica sul ‘New York Star’, e proprio grazie a questa trovata è possibile sentire i suoi pensieri e le sue riflessioni sulle grandi tematiche che da sempre attanagliano l’esistenza delle donne -ma anche degli uomini: la difficoltà a portare avanti una relazione, i rapporti d’amicizia, le differenze tra i sessi, il matrimonio, l’erotismo, i tradimenti, la ricerca del ‘vero amore’. Ma non solo: la morte, la malattia, la nascita di un figlio, la sterilità e molti altri argomenti più seri e tristi vengono affrontati dai quattro personaggi, nelle situazioni che si ritrovano a vivere. Insomma, più di una volta vi ritroverete a riflettere sulla vostra, di vita, e lo ammetto, potrà anche scendervi qualche lacrimuccia.

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5. Perchè è un must.

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Motivazione forse banale, ma “Sex and the City” è un must per qualsiasi telefilm-addicted, perchè numerosi altri sceneggiati prendono spunto proprio da lui (primo fra tutti il suo prequel, “The Carrie Diaries”). Inoltre, una volta terminata la serie, saprete distinguere una Louboutin da una Manolo Blahnik, agli aperitivi avrete voglia di ordinare sempre e soltanto un Cosmopolitan, sarete più spigliati nel parlare di amore e sesso, desidererete possedere un appartamentino nell’Upper East Side newyorkese e mangiare un famoso cupcake di ‘Magnolia Bakery’. Quando qualcuno farà riferimento a questa divertente e brillante serie tv, insomma, saprete assolutamente coglierlo e non ve ne pentierete!

Mrs. C.