Nasce la nuova rivista letteraria “Passaporto Nansen”: intervista a Massimiliano Timpano

Negli ultimi anni, grazie anche alla digitalizzazione, abbiamo assistito a un ritorno in grande stile delle riviste letterarie. Da sempre ponte di lancio per autori esordienti, ma anche banco di prova per scrittori già affermati, le riviste letterarie sono una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale.
Oggi vorrei presentarvi una rivista neonata ma che sta già andando controcorrente (se non altro per il fatto che verrà stampata unicamente su carta, scelta ardita che trova il mio completo appoggio). Si tratta di “Passaporto Nansen”, rivista semestrale dedicata alla letteratura, che verrà distribuita in librerie indipendenti e biblioteche comunali al costo di € 2,00.
A tale proposito, abbiamo il grandissimo piacere di avere ospite su Blog con vista, Massimiliano Timpano, autore Bompiani e tra i curatori di “Passaporto Nansen”.

Ciao Massimiliano e grazie per essere qui con noi. Partiamo subito con una domanda classica: com’è nata “Passaporto Nansen”?

La rivista nasce dall’entusiasmo e dalla volontà di continuare a interrogare il passato per avere delle risposte al nostro presente.

So che fanno parte della vostra redazione penne autorevoli della narrativa e della saggistica italiana. Puoi presentarci in breve i tuoi compagni di viaggio?

Gli iniziatori e i primi capitani coraggiosi sono Paolo Di Paolo, scrittore e giornalista, Dario Pontuale, scrittore e critico militante, Angelo Deiana, penna giovane e promettente a cui si è aggiunta di recente Elisa Toma.

Il nome scelto per la rivista è piuttosto curioso e si rifà all’esploratore norvegese Federico Nansen, vincitore del Nobel per la Pace nel 1922 grazie appunto al “Passaporto Nansen”, documento destinato a proteggere gli apolidi e riconosciuto a livello internazionale da 52 paesi. Come mai la scelta di questo nome così originale?

La letteratura, io credo, non è un posto confortevole e comodo, un cuscino caldo e gualcito: ha a che fare, per mutuare le parole di Kafka, con continui assalti alle frontiere, una ricerca continua del proprio posto nel mondo.

Ora entriamo nel vivo della rivista: cosa dobbiamo aspettarci di trovare dentro “Passaporto Nansen”?

Una polifonia: penne diverse che rispondendo a interrogativi e intuizioni di monumenti del passato, sollevano altri interrogativi e dubbi.

So che il primo numero, presentato in anteprima il 23 marzo al Teatro Argentina di Roma, sarà dedicato a Pier Paolo Pasolini, grazie anche al patrocinio del “Centro Studi Pier Paolo Pasolini Casarsa della Delizia”. Come mai la scelta di iniziare la vostra avventura concentrandovi su uno dei maggiori intellettuali del XX secolo? Puoi anticiparci qualcosa sulla prima uscita di “Passaporto Nansen”?

Per la forza e l’attualità del pensiero di Pier Paolo Pasolini. In particolare, questo primo numero sarà dedicato a una domanda che Pasolini stesso pose nel 1971: “Come si riempie un vuoto letterario?”. Pensa a tutte le possibili implicazioni di questo “vuoto”: politiche, storiche, narratologiche… Nel primo numero di Passaporto Nansen ci sono. Già adesso, mentre ti sto rispondendo, vado riflettendo sull’idea di pieno e vuoto nelle arti figurative o ancora nel vuoto, nell’ambito più strettamente narrativo, in relazione ai personaggi relativi e quindi concavi che percorrono la propria storia romanzesca tentando di riempire quella mancanza.

Come scegliete i contributi che andranno a formare la rivista: testi, immagini, fotografie?

La redazione sarà fluida e aperta a quanti vorranno contribuire al confronto. In questo primo numero, come è ovvio, abbiamo chiesto alle nostre conoscenze più ristrette ma l’idea è di allargare sempre di più il cerchio.

Ultima domanda: la rivista verrà distribuita in formato cartaceo in librerie indipendenti e biblioteche. Perché la scelta di non adottare il formato digitale, da affiancare alla carta?

Non per vocazione alla sconfitta: siamo consapevoli dell’importanza del digitale nella comunicazione. Tuttavia, per quanto mi riguarda, la carta continua a essere un rifugio, una coperta di Linus. La rivista come hai già detto avrà un costo di due euro e la metà che ci tornerà sarà impiegata per spedire la rivista agli amici librai in trincea nelle varie parti d’Italia e per pagare le spese di stampa per il numero successivo. E se proprio andrà male, come novelli Hanta, delle copie stampate ne faremo parallelepipedi sigillati e armoniosi, trincando boccali di birra Urquell…

Grazie mille per il tuo tempo, Massimiliano. Vi ricordo che per avere notizie aggiornate sull’attività editoriale di “Passaporto Nansen”, potete seguire le pagine Facebook e Twitter della rivista.

Mr. P.

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Intervista a Dario Pontuale

Oggi abbiamo l’immenso piacere di avere ospite un autore che noi di Blog con vista amiamo particolarmente. Si tratta di Dario Pontuale, scrittore, saggista e curatore, di cui abbiamo letto, apprezzato e recensito saggi, romanzi e racconti. Anziché introdurvelo, vi lascerei alle sue stesse parole di presentazione, che ci siamo permessi di rubare dal suo sito.

«Scrivo romanzi, “faccio” lo scrittore, almeno ci provo. Certamente tento di farlo bene, con cura e dedizione, come in fondo dovrebbe essere sempre. Non “faccio”, però, soltanto questo. Dalla polvere di alti scaffali, dagli angoli bui di magazzini abbandonati inseguo capolavori dimenticati, assopiti sotto la coltre del tempo, rimasti soffocati dalle frenetiche ansie editoriali. Inseguo quelli che normalmente chiamano CLASSICI. Provo ad offrirgli nuova vita, tento di salvarli dall’oblio convinto che abbiano subìto un’ingiusta fine, sicuro che non abbiano resistito all’incuria degli anni per puro caso, bensì perché custodi di un magico sapere.»

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Dario Pontuale su Facebook e sul suo sito ufficiale.
Ma basta con i convenevoli e iniziamo la nostra chiacchierata!

Ciao Dario e grazie mille per esserti reso disponibile per la nostra piccola intervista.
Come dicevamo prima, sei scrittore di narrativa, saggista, curatore di classici e ovviamente lettore. Cosa ti senti maggiormente, tra tutto ciò?

So già che può risultare banale dirlo, ma prima di tutto mi sento lettore. Nessun’altra categoria potrebbe esistere se prima di tutto non venisse la lettura, il piacere pieno di leggere. Si deve restare lettori prima di ogni altra cosa, altrimenti il gioco funziona male.

Esplorando il tuo lato da scrittore, non può mancare la domanda più classica di tutte. Quali sono gli autori che hanno influenzato la tua poetica e il tuo modo di scrivere?

Non saprei, credo che la scrittura personale sia una lenta stratificazione, come un velo sopra a un altro velo, ognuno possiede il proprio distinguibile colore, ma se sovrapposti assumono una tonalità diversa da tutte. Ecco cos’è per me il personale stile di scrittura, cioè la somma di quei maestri che più restano celati e più agiscono. Se comunque dovessi rispondere per forza e a bruciapelo, citerei autori senza criterio, ma a me cari: Svevo, Conrad, Bukowski, Pasolini, Calvino, Buzzati, Stevenson, Salgari, Flaubert, Tolstoj, Hemingway, Ginzburg. Come abbiano influito non so, ma questi penso siano rimasti in me.
Ps: lo so, mancano le scrittrici, non c’è nessuna preclusione. Ho soltanto iniziato tardi a leggerle, le sto assimilando, presto vi stupirò.

Nella vita sei riuscito a far diventare la tua più grande passione un lavoro. Quando è stato il momento in cui hai davvero capito che l’amore per i libri si sarebbe trasformato in una professione?

Questo, sono sincero, non credo ancora di averlo capito. Ogni volta che esce un Classico o un mio libro, resto sempre un po’ sorpreso, quasi stupito, ma non per falsa modestia. Semplicemente perché è un momento che possiede sempre un aspetto magico, quello della trasmissione della parola, soprattutto in forma scritta. Lo percepii quando stampai la tesi, l’ho percepito allo stesso modo quanto è uscito l’ultimo libro. Un momento netto di passaggio non c’è mai stato e forse è meglio così.

Nell’ottimo saggio “Ciak si legge” presenti una serie di classici, alcuni anche non così noti, da cui è stato tratto un film. Qui ci sorge una duplice domanda: potresti consigliarci tre classici “dimenticati”, a cui hai lavorato oppure ti piacerebbe lavorare in futuro?

Sempre rispondendo a bruciapelo dico che per i Classici dimenticai a cui ho lavorato suggerisco: “Non intendo tacere” di Zola, “Il salvataggio” di Conrad e “Racconto di uno sconosciuto” di Checov. Autori, invece, su cui mi piacerebbe scrivere sono: Pavese, Bianciardi, Joyce.

E ancora: qual è il tuo rapporto con il cinema?

Amo il cinema perché racconta storie un po’ come fa la lettura. Se ci penso bene, sono uno al quale piace farsi raccontare delle storie. Un piacevole vizio antico, tutto qui.

So che non  è mai facile parlare dei propri lavori, ma c’è un tuo libro a cui sei più affezionato? E perché?

No, no a questa non rispondo. Troppo facile come tranello e poi, in fondo, non lo so. Quello di cui sono sicuro è che faccio una netta distinzione tra il mio lavoro di critico e quello di romanziere. Voglio bene a tutti i libri, ma li considero buoni cugini tra loro, non fratelli.

Cosa ti sentiresti di consigliare a un autore esordiente?

Di leggere e qui mi ripeto. Senza la lettura, la scrittura resta una farfalla con una sola ala. Precipita presto.

E invece da cosa consiglieresti di iniziare, a un lettore che non ha ancora scoperto la potenza e la magia dei classici?

Gli consiglierei di seguire la pancia. Prenda qualsiasi libro e cominci da dove vuole, dove andrà a finire spetterà a lui deciderlo. A me, tutta questa libertà d’azione, già sembra un ottimo incentivo.

E per finire non può mancare questa domanda: a cosa stai lavorando attualmente? Potresti anticiparci qualcosa sulle tue prossime uscite?

Sto lavorando a un saggio su Frankenstein che nel 2018 compie duecento anni. Sto scrivendo una prefazione per uno Stevenson dove ci sarà molto mare e per un Melville nel quale ci sarà parecchio oceano. Insomma, si scrive…umidi.

Grazie mille Dario! È stato un piacere averti ospite su Blog con vista!

Grazie a voi per l’intervista e per tutta la sana passione trasmessa.

Mr. P.

I migliori dischi del 2017

Ci siamo appena lasciati alle spalle il 2017 ed è giunto quindi il momento di dare un ultimo sguardo indietro, questa volta non per quanto riguarda le letture ma dal punto di vista musicale. L’anno appena trascorso si è rivelato ricco di uscite discografiche particolarmente interessanti. Ho scoperto nuovi artisti, le cui note sono entrate dritte nel mio cuore, e ci sono stati grandi ritorni di band che amo. Ho stilato una mia personalissima top 20, con un focus particolare sulle prime dieci posizioni. Tra rivelazioni, colonne sonore e grandi ritorni, è giunto il momento di iniziare!

10. DARDUST – SLOW IS (BALLADS FOR PIANO AND STRING QUARTET LOST IN SPACE)

Dopo i primi due dischi di una trilogia che si concluderà nei prossimi mesi, Dardust (all’anagrafe Dario Faini), sforna uno stupendo lavoro di rivisitazione di alcuni pezzi che compongono i suoi primi due album. Messe da parte le derive elettroniche di “Birth”, il compositore di Ascoli Piceno riarrangia una manciata di vecchi brani per piano e quintetto d’archi. Il risultato è un crescendo d’emozioni, in cui la matrice intimistica e malinconica dell’esordio “7” torna a fare da padrona, regalando picchi di autentico lirismo. Completano il disco due struggenti inediti, che spero siano il sintomo della piega che prenderà in futuro la musica di Dardust, che ho sempre maggiormente apprezzato quando il pianoforte prende il sopravvento.
Best track: Gravity

9. DEPECHE MODE – SPIRIT

Il 2017 ha visto anche il ritorno dei Depeche Mode con “Spirit”: sicuramente un album non perfetto ma pieno di carattere e chiara testimonianza di quanto i Depeche Mode si possano permettere di miscelare elettronica, sentimento e testi graffianti senza mai risultare banali. L’apertura è fulminante con “Going backwards”, per chi scrive tra i migliori pezzi dell’anno, per proseguire poi con l’incalzante “Where’s the revolution?” e l’elettronico delirio di “Scum”, non dimenticando le aperture melodiche come “The worst crime” e “Cover me”. Non manca ovviamente il cantato di Martin che dà, come sempre, ottime prove nella cinematografica “Eternal” e nella eterea “Fail”. Il terzetto inglese continua a non sbagliare un colpo.
Best track: Going backwards

8. WILSEN – I GO MISSING IN MY SLEEP

Ho conosciuto i Wilsen nel 2016 grazie alla stupenda “Centipede“, traccia d’apertura del disco, e  aspettavo con molta curiosità il loro esordio ufficiale, se si esclude il primo album autoprodotto. L’attesa è stata ben ripagata da un lavoro intenso e raffinato. Chitarre acustiche, atmosfere rarefatte e testi intimistici sono gli ingredienti per questo “I go missing in my sleep”. Memore dei primi Daughter, il terzetto di New York ci regala grandi pezzi come la sognante “Heavy steps”, l’eleganza malinconica di “Emperor” o l’ottimo singolo “Garden”. Ma il meglio i Wilsen ce lo riservano nel finale con la dolcezza della bucolica “Final” e la cupa scia strumentale di “Told you”. Un esordio promosso a pieni voti.
Best track: Centipede

7. DAUGHTER – MUSIC FROM BEFORE THE STORM

I Daughter, che nel 2016 avevano dato alle stampe il mio disco dell’anno, si riaffacciano sulle scene anche nel 2017. Questa volta però componendo la colonna sonora del videogioco “Life is strange”. Musiche altamente immaginifiche (come ogni buona colonna sonora che si rispetti dovrebbe essere) si alternano a pezzi più canonici, in cui svetta la stupenda voce di Elena Tonra. Atmosfere rarefatte e crescendo strumentali (l’opener “Glass” o la magnifica “Witches”) vanno a braccetto con canzoni dal piglio decisamente più rock e sperimentale (“Departure” e “Dreams of William”). Non mancano però i classici pezzi alla Daughter, come le due perle del disco “All I wanted” e “A hole in the heart”. Anche con i vincoli imposti dalle colonne sonore, i Daughter hanno saputo tirare fuori un grande lavoro.
Best track: A hole in the heart

6.  ÓLAFUR ARNALDS – BROADCHURCH: THE FINAL CHAPTER

Altra colonna sonora: questa volta si tratta del bravissimo musicista islandese Ólafur Arnalds e delle musiche composte per la serie tv “Broadchurch”, per il sottoscritto tra i migliori telefilm degli ultimi anni. Arnalds si era già occupato di musicare le prime due stagioni, ponendo il suo sigillo musicale anche su questo terzo e ultimo capitolo. In questo caso, almeno per quanto mi riguarda, musica e immagini vanno a braccetto. La splendida colonna sonora, a volte eterea, altre cupa, altre intrisa di una struggente mestizia, è perfetta per accompagnare la malinconia che si respira durante tutta la serie. Basta chiudere gli occhi per ritrovarsi di colpo tra le scogliere di “Broadchurch”. Il mio consiglio quindi è quello di guardare prima il telefilm, per poi assaporare al meglio le musiche: non ve ne pentirete.
Best track: The final chapter

5. STARSAILOR – ALL THIS LIFE

L’anno appena passato ha visto anche il ritorno sulle scene musicali degli Starsailor, una delle band che hanno segnato la mia adolescenza e che mancavano con un album di inediti dal 2009. La formula del quartetto inglese è sempre la stessa: chitarre acustiche, la voce cristallina di James Walsh e testi introspettivi. Non mancano però le sortite in territori più rock come il bellissimo primo singolo “Listen to your heart” o l’energia di “Best of me” o gli azzardi sperimentali di “Caught in the middle” o di “Fia (fuck it all)”, con lo stupendo tappeto strumentale finale. Ma è in episodi che richiamano i primi Starsailor che i nostri sanno prenderci il cuore in mano senza esitazioni, su tutti “Sunday best” e  “Break the cycle”, autentici gioiellini del disco. Un ritorno che convince.
Best track: Sunday best

4. ELBOW – LITTLE FICTIONS

Poche band sanno essere raffinate e delicate come gli Elbow. Lo conferma anche l’ultimo lavoro “Little fictions”, che mette in chiaro fin da subito il fatto che ci troviamo davanti a un grande disco. L’apertura è infatti affidata a “Magnificent (she says)”, che con i suoi archi, per il sottoscritto, è forse il miglior pezzo del 2017. Ma “Little fictions” è pieno di sorprese: dalle percussioni di “Gentle storm” agli oltre otto minuti della sperimentale title track, passando per il pop luminoso di “All disco”. Una nuova prova di maturità per la band inglese, che si dimostra ancora una volta costruttrice di canzoni perfette.
Best track: Magnificent (she says)

3. GIULIA’S MOTHER – HERE

Il duo piemontese è stata la mia rivelazione musicale del 2016 con lo stupendo “Truth”. Il 2017 li ha visti tornare con “Here”, un piccolo capolavoro ancora più bello dell’esordio. Chitarra acustica, batteria e la bella voce di Andrea Baileni gli ingredienti, ma con una maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un pizzico di sperimentazione in più. Così, a ballate classiche dal sapore malinconico come la struggente “Memory” o la delicata “Closeness”, si alternano i sei minuti di cavalcata di “Consciousness”, le atmosfere desertiche del magnifico primo singolo “Past” o ancora il viaggio onirico di “Who are you?”. Graditissime sorprese sono “Oltre”, il primo pezzo in italiano della band, che dimostra di cavarsela benissimo anche con la nostra lingua, e la cover dei Beatles “Long long long”. Un secondo disco folgorante: dei Giulia’s Mother state certi che ne sentiremo parlare ancora a lungo.
Best track: Consciousness

2. AMBER RUN – FOR A MOMENT I WAS LOST

Non conoscevo gli Amber Run ma ho capito che mi sarei innamorato del loro secondo disco non appeni ho letto il titolo. E così è stato: “For a moment I was lost” è stata un’autentica rivelazione. Premetto che non si tratta di nulla di innovativo o di non ancora sentito, ma il quartetto di Nottingham è riuscito a sfornare una manciata di canzoni incredibili. Si passa dal pop malinconico di “Fickle game”, al rock nervoso di “Perfect”, all’oscurità elettrica di “Dark bloom”. Ma gli Amber Run sanno affascinarci anche con il crescendo della tormentata “Wastelands”, l’indie rock praticamente perfetto di “Stranger” o il piano rarefatto di “Are you home?”. Semplicità ed emozionalità vanno a braccetto in un disco che farà la felicità degli amanti di band come gli Snow Patrol, i Doves o i primi Coldplay.
Best track: Dark bloom

1. THE NATIONAL – SLEEP WELL BEAST

Sul gradino più alto del podio non potevano che esserci loro. I The National tornano con un piccolo capolavoro in cui hanno abbandonato in parte i territori conosciuti sviluppati con gli ultimi dischi, per addentrarsi in sonorità più ardite e sperimentali. Già il primo singolo, l’ottima “The system only dreams in total darkness”, aveva messo in chiaro che non ci saremmo trovati di fronte ai soliti National. Impressione confermata dal rock sgangherato di “Turtleneck”, dal tappeto elettronico della parlata “Walk it back” o dall’oscurità impenetrabile della title track. Non mancano però episodi 100% National come la fantastica “Day I die”, la struggente malinconia di “Guilty party” o la nostalgica “Carin at the liquor store”. Un disco perfetto, in cui tradizione e innovazione (riferendoci sempre al passato musicale della band) si mischiano in maniera esemplare. Un disco che ci accompagnerà ancora a lungo nei prossimi mesi.
Best track: Guilty party

Ed eccovi la seconda parte della classifica, con le posizioni dalla 11 alla 20 e il consiglio della best track per ogni disco:

11. FEEDER – ARROW
Best track: Veins

12. SAMUEL – IL CODICE DELLA BELLEZZA
Best track: Qualcosa

13. VANCOUVER SLEEP CLINIC – REVIVAL
Best track: Someone to stay

14. KOMMODE – ANALOG DANCE MUSIC
Best track: Captain of your sinking ship

15. SOHN – RENNEN
Best track: Rennen

16. CHARLIE FINK – COVER MY TRACKS
Best track: Someone above me tonight

17. COLDPLAY – KALEIDOSCOPE EP
Best track: A L I E N S

18. THE SHINS – HEARTWORMS
Best track: So now what

19. MEW – VISUALS
Best track: The wake of your life

20. ANOHNI – PARADISE EP
Best track: Paradise

E il vostro 2017 musicale com’è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P.

Abissi: la prima raccolta di racconti di Paolo Cabutto alias Mr. P.

È con grande gioia e soddisfazione che vi presento “Abissi”, il mio esordio letterario pubblicato da Talos Edizioni, casa editrice free e dall’animo fieramente indipendente.
Perché oltre a essere da sempre un lettore vorace e, da un paio d’anni, un blogger che si diletta a parlare di libri, ho scoperto che, trascorrere gran parte del mio tempo libero con il naso infilato tra le pagine, mi ha trasmesso una sana passione per la scrittura.

Cos’è “Abissi”?
È una raccolta di tredici racconti in bilico tra horror, thriller e noir. Una collezione d’istantanee cariche d’inquietudine in cui il lettore si potrà imbattere in un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo, in macabri incontri in un cinema di periferia e in una stazione della metro che sembra sussurrare il nostro nome. O ancora in una tragedia shakespeariana che diventa realtà e nell’ultima giornata di lavoro di un killer professionista.  Ma questo è solo un pizzico di quello che troverete in “Abissi”.

Dove si può acquistare?
Oltre che sul sito della casa editrice, il libro è ordinabile in tutte le librerie e disponibile su AmazonIbsFeltrinelliMondadori e negli altri principali store online.

Perché hai scelto la forma narrativa del racconto?
Semplicemente perché adoro le raccolte di racconti. Senza nulla togliere ai romanzi, che continuano a essere una delle portate principali della mia dieta da lettore, ma un buon racconto è come una caramella: appena terminato non puoi resistere senza passare a quello successivo. Una buona storia colpisce nel segno in poche pagine, lasciandoti stordito e affamato di nuove avventure. Questo deve saper fare ogni raccolta che si rispetti. Spero, nel mio piccolo, di esserci riuscito.

Perché proprio l’horror?
Perché i racconti del terrore sono stati il mio primo amore letterario, grazie a una piccola e preziosa antologia di storie di Poe, Maupassant, Conan Doyle e altri maestri della letteratura nera. Bene o male fantasmi, strane creature, assassini o incubi della mente hanno sempre accompagnato il mio percorso letterario fino alla creazione di “Abissi”.

Sì, ok, tutto molto bello. Ma Paolo Cabutto come scrive?
Ho pensato anche alla vostra curiosità con qualche piccolo estratto. Buona lettura!

Pennellate d’inquietudine
«Quando rientrai a casa presi con estrema cura la tela e la riposi nello studio, mantenendola coperta per evitare d’incrociare quello sguardo agghiacciante che avrebbe di certo inquinato il dolce ricordo di uno spensierato pomeriggio.
Un uomo, un dipinto. Una piacevole compagnia, uno sguardo atroce.
Un volto e due entità che si stavano fronteggiando in singolar tenzone, a colpi d’incontrollabile eccitazione e insano turbamento, nella sempre più confusa e stordita arena della mia psiche.»

Prima visione
«“Tutto questo non può essere reale!” pensò rifugiandosi nella vana convinzione che stesse vivendo l’angoscia di un banale incubo.
Tentò di urlare nella speranza di risvegliarsi sudato, impaurito, ma sano e salvo nell’abitacolo della sua auto. Però, come era accaduto nella sequenza d’immagini che lo avevano fatto fuggire dal cinema a gambe levate, nessun suono gli uscì dalla bocca. Cercò di divincolarsi, ma era immobilizzato.
Uno stridente cigolio accentuò il panico da cui era ormai del tutto avvinto. I suoi occhi abituati all’oscurità vennero feriti da un improvviso fascio di luce, costringendolo a ritrarre i muscoli del viso in una grottesca smorfia di fastidio. Qualcuno era entrato nella stanza e Davide sapeva con certezza chi fosse.»

Incubi di mezzanotte
«Intanto il coltello scintillò in alto e, come un esiziale raggio di morte baciato dalla luna, calò con forza sulla vittima, costretta contro la parete.
Il disgraziato emise un rantolo soffocato e un fiume di sangue iniziò a sgorgargli dalla gola. Dopo pochi secondi di straziante agonia, l’uomo si accasciò a terra senza vita.
L’assassino emise un grugnito animalesco e si voltò di scatto, puntando addosso a Francesco un paio d’occhi carichi di follia omicida. Col coltello stretto in mano avanzò a piccoli passi verso l’imbocco del vicolo, fino a quando il viso venne illuminato dalla fioca luce di un lampione. Il suo volto, sfigurato da una profonda cicatrice che lo attraversava in diagonale e che gli conferiva un aspetto mostruoso, si fregiava di un sorriso che incarnava l’essenza stessa dell’incubo.»

Ultima fermata
«Pensa, rimugina, cammina e intanto il tempo trascorre senza che nessun treno transiti su quei binari. Nella sua mente comincia a maturare l’idea che la metropolitana lo abbia attirato di proposito in quella stazione maledetta.
Gli pare addirittura che i muri siano vivi al punto tale che per un istante ha la netta percezione di sentirli ansimare. Ma non dà seguito a quell’assurdità e si aggrappa a un appiglio razionale.
“Si sa che l’aria viziata e il freddo pungente possono confondere la mente di un uomo.”
Eppure sente come se qualcosa di malvagio, un’occulta energia dal potere mortale, corra lungo quei binari su cui, di contro, gli attesi convogli continuano a latitare.»

Mr. P.

Alter Ego Edizioni: classico e contemporaneo

Conoscevo la Alter Ego Edizioni principalmente come ottima casa editrice di autori emergenti ma ero all’oscuro della loro bellissima collana di classici tascabili “Gli Eletti”, di cui mi è stato proposto di leggere le ultime due uscite, consistenti nella riscoperta di racconti ingiustamente dimenticati di Luigi Capuana (“Il drago e Il tesoro nascosto” con prefazione di Cristina Ubaldini) e Jack London (“Finis e La fine della storia” con prefazione di Donato Di Stasi). Curatore della collana è Dario Pountale, uno che di classici se ne intende e che ho avuto modo di apprezzare nei mesi scorsi come autore con l’appassionante lettura dei suoi tre romanzi e che è uscito da poco, sempre per Alter Ego, con il gustoso racconto “I dannati della Saint George”, un piccolo tributo ai grandi classici d’avventura. Una triplice esperienza di lettura che mi ha accompagnato durante gli ultimi giorni di questa torrida estate.

Luigi Capuana – Il drago e Il tesoro nascosto
Dello scrittore siciliano, tra i fondatori insieme a Verga del Verismo, ci vengono proposti il racconto “Il drago”, che ricalca fortemente tale corrente letteraria e la fiaba “Il tesoro nascosto“, che invece potremmo annoverare nel filone della letteratura fantastica.
Protagonista de “Il drago” è Don Paolo Drago, anziano agricoltore ormai disilluso dopo la perdita prematura della moglie e delle due figlie, sua unica ragione di vita. Drago però si interessa alle sorti di due sventurate orfanelle, costrette a mendicare da una zia senza cuore, a cui il vecchio ha appioppato l’appellativo di “strega”, giocando così per tutto il racconto sulla conflittualità ironica tra due esseri fantastici come un drago e una strega. Impietosito dalle continue richieste di elemosina delle due bambine, Don Paolo decide di prenderle con sé, in un disperato tentativo di far rivivere le sue povere figliole, tanto da ribattezzare le fanciulle con il loro nome. Con il protagonista combattuto tra la tormentata consapevolezza di vivere un inganno e il bisogno sempre più forte di colmare il proprio vuoto interiore con il lucido delirio in cui si è gettato, la novella ci insegna che mentire a sé stessi nel tentativo vano di cambiare la propria vita, possa portare una serenità illusoria, ma che il rimorso e la spietata coscienza della realtà siano sempre in agguato dietro l’angolo.
Il tesoro nascosto” ha invece il sapore della favola, in cui il tesoro sepolto in una caverna può essere disseppellito, a detta del vecchio agricoltore che lo custodisce, soltanto da un uomo senza braccia. Così, tra uno stolto furfante che si fa amputare le braccia per arraffare l’oro e un malinconico ragazzo privo degli arti fin dalla nascita, la fiaba arriva al classico e confortante lieto fine. Una storia che fa delle braccia l’immagine simbolica di ciò che diamo per scontato e che in realtà vale infinite volte di più di qualsiasi ricchezza materiale.
Voto: 3,5/5

Jack London – Finis: una tragedia nel lontano nord-ovest e La fine della storia
Cambiamo completamente registro con i due racconti di Jack London, ambientati entrambi nell’artico canadese, riconducibili a quel filone avventuroso di cui lo stesso London è stato maestro indiscusso.
Finis” narra le peripezie e l’estenuante attesa di Morganson, cercatore d’oro caduto in disgrazia, divorato dalla fame e dal desiderio bruciante di raggiungere il sud. Un racconto crudele e spietato sull’istinto di sopravvivenza più bieco, in cui ogni parvenza di umanità e moralità viene spazzata via dalla necessità di agguantare la vita che sta lentamente sfuggendo di mano, tra infruttuosi appostamenti in attesa del passaggio di un qualsiasi essere umano e il freddo glaciale dell’inverno canadese. Costretto a razionare il cibo e le energie, Morganson sprofonderà sempre più in vortice di negatività e ombra.
La fine della storia” è invece un racconto di redenzione, quasi di catarsi spirituale. Protagonista è Linday, medico che non esercita più la professione ma che viene chiamato per curare le violente ferite subite da un cercatore d’oro dall’attacco di una pantera. Dopo un viaggio disseminato di ostacoli, Linday si troverà di fronte a una dolorosa sorpresa, riguardante l’identità del misterioso malato. Il medico dovrà mettere da parte ogni risentimento, in un percorso di cura del corpo devastato del povero paziente che si tramuta in guarigione dell’anima, cicatrizzando vecchie ferite e dando nuova linfa al suo spirito martoriato.
Due racconti che sanno trasportare il lettore nella solitudine di lande desolate, in una truce, ma nello stesso tempo appassionante, ricerca di sé stessi.
Voto: 4,5/5

Dario Pontuale – I dannati della Saint George
Dopo due classici riscoperti, per terminare in bellezza è la volta di un autore contemporaneo che ha scritto un racconto dal retrogusto classico. Questo però non implica assolutamente scopiazzature ma una giusta dose di ispirazione, che ha permesso a Dario Pontuale di fare propria la lezione di maestri immortali del racconto d’avventura come Robert Louis Stevenson e Joseph Conrad, rielaborandola nel suo personalissimo e riconoscibile stile. Narratore e protagonista della storia è il custode portuale Libero Gori, che ci racconta del suo formidabile incontro con il corsaro Black Sam e con i dannati della Saint George, veliero affondato con l’intero equipaggio nel 1761. A metà strada tra racconto di mare e storia di fantasmi (di cui lo stesso Stevenson è stato egregio autore), lo scritto di Pontuale sa rapire il lettore, catapultandolo in una Livorno di inizio Novecento, oscura e inquietante, in cui il tema del viaggio, tanto caro allo scrittore, viene contaminato dal fantastico e dal perturbante. Impreziosiscono il tutto le belle illustrazioni interne di Doriano Strologo. Una lettura agile ed entusiasmante, che ci narra un’avventura dal gusto esotico e senza tempo, che sa regalare al lettore un piacevolissimo momento d’evasione.
Voto: 4/5

Mr. P.

Intervista ad Alberto Chimal

Oggi abbiamo il grande piacere e onore di avere ospite sul nostro blog lo scrittore messicano Alberto Chimal, creatore di una vera e propria “letteratura dell’immaginazione”, che ha saputo racchiudere dagli anni Novanta a oggi in numerose raccolte di racconti, romanzi e saggi.
Dopo essere stato tradotto in diverse lingue, finalmente la sua opera è giunta quest’anno anche nel nostro paese, grazie a un progetto di crowdfunding organizzato da Edizioni Arcoiris, casa editrice che con la sua collana “Gli Eccentrici”, ha già portato in Italia molteplici opere letterarie di qualità di matrice sudamericana.
A febbraio è infatti stata pubblicata la raccolta di racconti “Nove”, contenente nove storie che pescano a piene mani nell’universo visionario e allucinato di Chimal. Per chi volesse approfondire la sua opera, questa è la nostra recensione.
Ma bando alle ciance e diamo la parola direttamente a questo grande autore!

Ciao Alberto e grazie davvero per esserti reso disponibile a rispondere alle nostre domande. Iniziamo subito con una domanda classica, ma fondamentale per comprendere il background letterario di uno scrittore: quali sono stati gli autori che maggiormente hanno influenzato il tuo modo di scrivere e a cui ti sei ispirato per creare le tue storie?

La maggior parte di loro sono autori che ho letto molto presto, durante l’infanzia o quand’ero adolescente. Ho avuto una curiosa serie di prime letture, perché in casa di mia madre c’era una discreta biblioteca, non tanto ordinata ma sicuramente molto eterogenea. Tra questi trovai opere di Jorge Luis Borges, Juan José Arreola, Edgar Allan Poe, Angélica Gorodischer, Philip K. Dick, Julio Cortázar, Mario Levrero, Francisco Tario, e raccolte di racconti sia antichi che moderni (che contenevano testi di Guy de Maupassant, Antón Chéjov, Ernest Hemingway, Flanery O’Connor, Yukio Mishima, Marcel Schwob, Elena Garro e altri). Al contrario di come avviene qui in Messico per gli autori più giovani, al tempo gli scrittori statunitensi non erano tra i privilegiati, lo erano piuttosto i latinoamericani o gli europei. Il primo autore italiano per cui provai una forte passione fu Italo Calvino.

La tua opera è stata descritta come “letteratura dell’immaginazione”: ti trovi d’accordo con questa definizione? Altrimenti come definiresti le tue storie?

Ho proposto io stesso questa denominazione riferendomi ad alcune opere e ad alcuni autori messicani. Non ho però voluto intenderla come “genere” o categoria, ho preferito utilizzarla per descrivere una strategia narrativa per la quale provo particolare interesse: l’utilizzo dell’immaginazione fantastica. Niente di più. L’intenzione era trovare, utilizzando un altro nome, una possibilità di lettura differente per quella che in passato si sarebbe semplicemente chiamata “letteratura fantastica”. Ai giorni nostri quest’ultima definizione è decisamente più chiusa e delimitata di quanto non lo fosse nei secoli anteriori e credo che non sia più sufficiente per descrivere la grande varietà di ciò che si sta scrivendo nel panorama latino americano e in altri paesi.

Quando hai sviluppato seriamente l’idea di diventare uno scrittore? Sentivi l’esigenza di scrivere fin da piccolo oppure è un bisogno ed una passione che sono maturati con il passare degli anni?

Non iniziai proprio subito, però sì, molto presto. Mi avvicinai al mondo degli scrittori durante l’infanzia, con le letture a casa di mia mamma; da lì il mio interesse crebbe e vinsi il mio primo premio letterario in un concorso municipale organizzato dalla mia città natale, Toluca, quando avevo 16 anni. Però, la conferma di ciò che realmente volevo fare nella vita la ebbi nel corso degli studi, quando stavo intraprendendo una carriera “di convenienza”, non artistica, per esigenze familiari. Avrei potuto assicurarmi una vita relativamente semplice, da classe media, imboccando questa via, ma non riuscii a tollerare l’idea di lasciare la scrittura, e per fortuna non lo feci.

Com’è il tuo rapporto con il racconto, una forma narrativa che noi amiamo moltissimo ma che molto spesso, purtroppo, viene ingiustamente sottovalutata?

Il racconto è la forma letteraria alla quale sono più affezionato, perché molte di quelle prime letture erano racconti. Anche quando scrivo romanzi ne affronto la stesura affidandomi a molte delle prescrizioni del racconto; non dimentico che la novella italiana medievale era un’altra cosa, un genere giustamente breve, che poi venne trasformato per graduale accumulazione.

Il tuo libro “Nove” è stato pubblicato in Italia da Edizioni Arcoiris: come è avvenuto l’incontro con la casa editrice italiana?

Fui invitato da Loris Tassi, il direttore della collana “Gli eccentrici”, che aveva visionato una mia antologia uscita in Spagna. Naturalmente sono molto contento per questa opportunità: altri editori non sono interessati ad autori che a volte si qualificano come eccentrici, invece Arcoiris ha una raccolta intitolata proprio con questo nome!

Tra i racconti che compongono la tua raccolta “Nove”, ce n’è uno a cui sei legato in modo particolare? Se sì, quale e perché?

Il primo dell’indice, “È stata smarrita una bambina”. L’ho scritto in un momento difficile della mia vita, spinto da profonde sensazioni di dubbio e frustrazione, e mi ha dato tantissime soddisfazioni. E’ un racconto, inoltre, che si fa leggere molto bene a voce alta (almeno in spagnolo), e questa è una cosa che amo molto fare.

Leggendo “Nove”, il racconto che abbiamo trovato maggiormente fuori dagli schemi è stato “Corridoi”: come ti è venuto in mente di mischiare Leonardo di Caprio, Shining e Batman?

Come si intuisce, l’elemento comune di tutto ciò che emerge nel racconto è il cinema. Di Caprio appare trasformato nel suo personaggio di “Titanic”, però non solo, perché è al contempo quello che interpretò in “Inception” di Cristopher Nolan. Allo stesso regista appartiene anche la serie Batman, dal quale ho preso in prestito la versione del personaggio di Christian Bale. Nolan è il discepolo di Stanley Kubrick, eccetera. Tutto quello che c’è nel racconto proviene da qualche film, e infatti la gran parte di quello che dice la voce narrante è una parafrasi dei testi di Alain Robbe-Grillet, che l’attore italiano Giorgio Albertazzi pronuncia nel film L’année dernière à Marienbad” (“L’anno scorso a Marienbad”) di Alain Resnais. Il titolo del racconto si riferisce precisamente ai corridoi di cui parla sempre Albertazzi in quel film allucinante. L’universo a cui appartiene questo racconto è quello dei sogni del cinema, dove i personaggi si perdono e dai quali non possono più uscire.

Siamo curiosi di conoscere i tuoi gusti letterari: ci consiglieresti alcuni autori contemporanei che ti hanno particolarmente colpito?

Tra le mie più recenti letture c’è molto di saggistica e di storia, non so dirvi perché: negli ultimi mesi ho letto libri come “Vanished Kingdoms” di Norman Davies per esempio, o “Terror und Traum” (“L’ utopia e il terrore”) di Karl Schlögel; ho letto anche “Había mucha neblina o humo o no sé qué di Cristina Rivera Garza (un testo ibrido, sperimentale, sull’opera e sulla vita di Juan Rulfo) e adesso sto leggendo “The Invention of Nature” (“L’invenzione della natura”) di Andrea Wulf. Tutto questo lo alterno con opere di narrativa: per esempio, “Jerusalem” di Alan Moore, Under the Skin” (“Sotto la pelle”di Michel Faber, “Noctuary” di Thomas Ligotti. Proprio adesso sto revisionando un’antologia di Francisco Tario che sta per uscire e che spero riuscirà finalmente a togliergli l’etichetta di “autore marginale” che ha avuto per decenni in Messico: è un grande, grande narratore e ho in sospeso “Temporada de huracanes” di Fernanda Melchor (romanziera e cronista molto apprezzata qui).

Per finire puoi svelarci qualcosa dei tuoi progetti futuri e se riusciremo a leggere nuovamente una tua opera tradotta in italiano?

Ho da poco terminato un nuovo libro di racconti, che è in attesa dell’opinione editoriale, e presto uscirà in Messico un romanzo breve per bambini, intitolato “Cartas para Lluvia”Adesso sto lavorando ad un romanzo, e sì, certamente mi piacerebbe molto vedere qualche altro mio libro tradotto in italiano. Spero che “Nove” continui ad avere fortuna.

Grazie mille Alberto! È stato un grandissimo piacere averti ospite sul nostro blog.

Grazie a voi.

Un ringraziamento particolare a Giulia Binando per la traduzione dallo spagnolo.

 Mr. P.

I migliori dischi del 2016 – Seconda parte

Come promesso siamo arrivati alla parte alta della classifica. Dieci dischi che sono andati a braccetto con l’anno che è appena giunto al termine e che mi hanno regalato, ognuno in un modo diverso e particolare, grandi emozioni e sensazioni. Non resta che farveli scoprire!

10. DENTE – CANZONI PER META’

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Il 2016 ha visto anche il ritorno di uno dei miei cantautori preferiti, ossia Giuseppe Peveri in arte Dente. “Canzoni per metà” è un disco particolare, in cui Dente ha voluto suonare interamente tutte le parti strumentali e in cui ha deciso di abbandonare parzialmente e destrutturare la forma canzone tradizionale, fatta di strofa e ritornello, per confezionare 20 pezzi inconsueti e originali, alcuni privi di ritornelli, altri costituiti solamente da ritornelli. I testi, come sempre, pescano a piene mani nelle relazioni e nei rapporti interpersonali. Troviamo così pezzi assolutamente geniali come “Canzoncina” e “Curriculum” o canzoni impregnate della tipica malinconia e tenerezza a cui ci ha abituati Dente come “L’ultima preoccupazione” e “Noi e il mattino“. Un disco che oserei definire sperimentale e a cui occorre dedicare parecchi ascolti, per scovarne il cuore pulsante e non lasciarlo più.
Best track: Noi e il mattino

9. GIULIA’S MOTHER – TRUTH

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I Giulia’s Mother sono stati l’autentica rivelazione del mio 2016. Duo piemontese, armati di chitarra acustica e batteria, i due ragazzi sanno incantare e sorprendere, con melodie cristalline e intrise di malinconia. Tra le dieci tracce del disco troviamo l’emozionante cavalcata sonora “Say Nothing“, proseguendo con la struggente “Siù” e la spensierata “Green field“, per approdare all’oscura e toccanteOnly darkness and me“. Per non parlare del finale, che riserva bellissime sorprese con la strumentale e dagli echi islandesi dei Sigur Rós “Butterfly” e la chiusura “U“, in cui basta chiudere gli occhi per ritrovarsi seduti su di una spiaggia con il mare che lento lambisce i nostri piedi nudi. Un esordio folgorante che non può che far ben sperare per i lavori futuri della band.
Best track: Siù

8. TURIN BRAKES – LOST PROPERTY

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Torna a fare capolino anche il folk dei Turin Brakes, band pioniera del new acoustic movement, corrente musicale britannica dei primi anni 2000. Dopo il picco dei primi due dischi, la carriera del duo britannico è sempre proseguita con buoni risultati, tra dolci melodie e sferzanti chitarre. “Lost property” non smentisce il tipico sound della band, offrendo momenti tipicamente e squisitamente Turin Brakes come l’allegro singolo “Keep me around” o il pop malinconico della stupenda “Save you“. “Lost property” presenta però anche nuovi spunti sonori come il gospel dell’intima “Brighter than the dark” o la chiusura affidata al cupo tappeto sonoro di “Black rabbit“. I Turin Brakes continuano a proporci quello che sanno fare meglio e ogni volta è una delizia per le nostre orecchie.
Best track: Save you

7. ÓLAFUR ARNALDS – ISLAND SONGS

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Che anno sarebbe senza un disco di Ólafur Arnalds? Il musicista islandese questa volta ha deciso di registrare otto pezzi in sette settimane, ognuna trascorsa in una diversa location della natia Islanda, con ciascuno canzone registrata insieme ad un artista locale. Ciò che ne è venuto fuori è un disco di rara bellezza, colmo di melodie struggenti che cullano l’ascoltatore, trasportandolo tra fiordi ghiacciati e case di legno in cui arde un fuoco scoppiettante. “Árbakkinn” si apre con un componimento recitato dal poeta Einar Georg, tra tocchi di piano e archi tormentati, mentre in “Particles” spicca la voce angelica di Nanna Bryndís Hilmarsdóttir degli Of Monsters And Men. I cori femminili di “Raddir” inquietano e incantano allo stesso tempo e il piano di “Doria” ci accarezza in modo suadente. Un disco che è un vero e proprio viaggio, che saprà regalare grandi emozioni a chi si lascerà trasportare senza remore.
Best track: Doria

6. RICHARD ASHCROFT – THESE PEOPLE

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Dopo sei anni dalla delusione di “RPA & The United Nations of Sound“, torna sulla scena musicale Richard Ashcroft. L’ex leader dei The Verve riesce finalmente a sfornare un ottimo disco pop, degno del suo esordio solista. Le sonorità sono lontane anni luce dal sound sporco e psichedelico dei The Verve: a questo però ci si deve rassegnare. Ashcroft da solista ha sempre e solo scritto pezzi pop, ma quando lo ha fatto bene ha tirato fuori dei veri gioiellini. “These people” si apre con la danzereccia “Out of my body“, dal ritmo sincopato che non può far battere il piedino anche ai detrattori del cantautore britannico. Ma il punto forte di “These people ” è l’eterogeneità del sound: troviamo infatti il sapore country di “They don’t own me“, gli archi di “This is how it fells” e ancora la splendida ballataPicture of you” (che non avrebbe affatto sfigurato in un dico dei The Verve) o il pop cristallino della title track. Un disco variegato ed emozionante, che sicuramente ha fatto storcere il naso a chi rimane legato al passato di Ashcroft: io, pur continuando ad adorare i vecchi dischi dei The Verve, ho preferito voltare pagina e immergermi in questo ottimo “These people“.
Best track: Picture of you

5. SOPHIA – AS WE MAKE OUR WAY (UNKNOWN HARBOURS)

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Qui devo fare un enorme mea culpa per non aver mai tenuto in giusta considerazione i Sophia (che con i miei gusti musicali vanno a nozze), “scoprendoli” solamente nel 2016 con un mezzo capolavoro come “As we make our way (unknown harbours)“, disco di una delicatezza e una raffinatezza fuori dal comune. Basti pensare al singolone “Resisting“, uno dei migliori pezzi dell’anno, alla struggente “Don’t ask“, alla delizia acustica “The drifter“, dove basta chiudere gli occhi per ritrovarsi distesi su di un altopiano americano, o ancora all’inno “California“. Peccato per un paio di riempitivi che fanno calare la qualità globale del disco, che altrimenti sarebbe entrato senza dubbio in top 3. Una grande prova di classe per Robin Proper-Sheppard e la sua band, che hanno confezionato un album che ci accompagnerà ancora per molto.
Best track: Resisting

4. FEEDER – ALLA BRIGHT ELECTRIC

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Altra band che amo e che purtroppo in Italia non ha mai avuto il successo che merita, sono i gallesi Feeder. Autori di veri e propri capolavori, il trio ritorna con “All bright electric“, disco che sa miscelare i momenti più rock e duri che hanno caratterizzato la band fin dalle origini a episodi più malinconici e delicati, troppo spesso accantonati negli ultimi lavori del gruppo. Alla prima categoria appartengono sicuramente l’esplosiva “Holy water” e l’oscura “Geezer“, ma i pezzi da novanta del disco arrivano quando Grant Nicholas e compagni abbassano il tiro, come nella tormentata “Oh Mary“, nell’epicità di “Another day on earth” o nei cori malinconici di “Slint“. “All bright electric” è uno tra i migliori lavori della band degli ultimi anni, con sonorità e testi in puro Feeder style. Non brillerà certo per originalità, ma quello che abbiamo sempre chiesto ai Feeder sono melodie cristalline, chitarre graffianti e la bella voce di Grant Nicholas ad arricchire il tutto. E anche questa volta il trio ha fatto centro.
Best track: Another day on earth

3. THE VEILS – TOTAL DEPRAVITY

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Finn Andrews e soci si riaffacciano sulle scene musicali dopo tre anni e lo fanno in grande stile: “Total depravity” è infatti un album dal cuore oscuro e pulsante, che miscela melodia e sperimentazione, alternando classici pezzi alla The Veils con veri e propri azzardi sonori. Si capisce che i ragazzi non scherzano già dall’opener “Axolotl“, in cui la voce distorta di Andrews più che cantare, declama su di un tappeto sonoro impazzito o dall’elettronica e cupa “King of chrome“. Ma nel disco trova anche posto il rock desertico di “Low lays the devil“, la stupenda ballata acustica “Iodine & iron” o il pop sofisticato di “Swimming with the crocodiles“. Una prova di grande maturità, per una band che si è conquistata un posto di tutto rispetto nel panorama alternative mondiale e che spero verrà riconosciuta per il valore che realmente esprime.
Best track: Iodine & iron

2. RADIOHEAD – A MOON SHAPED POOL

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Il 2016 è stato sopratutto il ritorno dei Radiohead dopo, a mio avviso, il deludente “The king of limbs” uscito nel lontano 2011. In “A moon shaped pool” la band di Oxford mette parzialemnte da parte l’elettronica, di cui aveva abusato nelle ultime prove in studio, e ritorna ad una strumentazione più classica. Il nuovo corso sonoro intrapreso da Thom Yorke e soci si intuisce già dall’ottimo singolo “Burn the witch“, in cui tornano a predominare le chitarre, o dalla stupenda “Daydreaming“, in cui la voce angelica di Yorke si appoggia ad un delicato e onirico tappeto sonoro. Delizie per le nostre orecchie sono anche la tetra “Decks dark“, la pseudo latineggiante “Present tense” o la tanto attesa, e finalmente arrivata, struggente versione in studio di “True love waits“, un dei migliori pezzi dei Radiohead in assoluto. Attendere cinque questa volta ne è davvero valsa la pena.
Best track: Daydreaming

1. DAUGHTER – NOT TO DISAPPEAR

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Dopo il capolavoro “If you leave“, i Daughter sfornano un secondo disco che eguaglia in bellezza, e raffinatezza lo stupendo esordio. Il suono della band si fa più corposo e pieno, abbandonando parzialmente le atmosfere acustiche e rarefatte a cui ci avevano abituato. Il sapore vagamente dream pop di “New ways” ci fa subito comprendere di essere di fronte ad un disco eccezionale. Ogni traccia è un piccolo capolavoro di intensità emotiva e ricercatezza: le chitarre ariose di “How“, la sperimentazione di “Alone/With you“, il canto disperato e libero di “To belong” o ancora i sei minuti di pura perfezione di “Fossa“, un’analisi cruda e lucida di una storia d’amore intrisa di dolore, con una struggente coda strumentale. Non ci sono dubbi che il mio disco dell’anno sia questo secondo album dei Daughter, con la speranza che la banda di Elena Tonra continui a strapparci il cuore ancora per molto, molto tempo.
Best track: Fossa

In ultimo vi segnalo ancora una manciata di dischi che non sono rientrati in classifica, essendo best of, ep o live:

  • Lanterns on the lake – Live in concert
  • Massive Attack – Ritual spirit ep
  • Massive Attack – The spoils ep
  • Moderat – Live
  • Nada Surf – Peaceful ghosts
  • Placebo – Life’s what you make it ep
  • Placebo – A place for us to dream

E il vostro 2016 musicale come è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P.

I migliori dischi del 2016 – Prima parte

Anche quest’anno è arrivato il momento di tirare le somme sugli ascolti musicali di questo 2016, stilando la lista dei dischi le cui note hanno fatto da sfondo alle mie giornate, accompagnando i momenti più intensi dell’anno che sta per terminare. I dodici mesi appena trascorsi sono stati più generosi rispetto al 2015, per quanto riguarda le uscite discografiche che sono maggiormente nelle mie corde. Così ho deciso di consigliarvi non dieci, ma venti album, suddividendoli in due articoli, sperando che le mie segnalazioni vi portino a scoprire e ad apprezzare nuova musica. Perché, come disse Nietzsche, “senza musica la vita sarebbe un errore.”

20. BANKS & STEELZ – ANYTHING BUT WORDS

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Se ad inizio anno mi avessero detto che avrei inserito nella lista dei dischi che più ho amato nel corso del 2016 un album hip hop, probabilmente mi sarei messo a ridere. Non ho nulla contro l’hip hop, ma è quanto di più distante ci sia dal genere di musica che amo. Invece ci sono voluti Paul Banks degli Interpol e RZA dei Wu-Tang Clan a farmi ricredere, con il loro progetto Banks & Steelz. “Anything but words” è un album che sa miscelare sapientemente il ritmo e l’aggressività dell’hip hop con il cantato oscuro e mesto di Banks, creando pezzi unici e trascinanti come la bomba sonora “Giant”, la latineggiante “Love and war” o “Conceal”, dal retrogusto che sa di Massive Attack. Non mancano gli episodi smaccatamente hip hop e che mi hanno fatto storcere un po’ il naso, ma nel complesso “Anything but words” si è rivelato un disco che trascende i generi e regala un’ora di piacevole intrattenimento sonoro.
Best track: Giant

19. NADA SURF – YOU KNOW WHO YOU ARE

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Ritorno leggermente sottotono per i Nada Surf che, dopo il bellissimo “The stars are indifferent to astronomy” del 2012, confezionano un nuovo disco meno intriso della consueta malinconia che ha caratterizzato gli ultimi lavori della band newyorkese. “You know who you are” resta comunque un album godibilissimo, che passa con disinvoltura dal pop malinconico dello stupendo singolo “Believe you’re mine”, al rock spensierato della title track, passando per la ballata dal sapore folk “Animal“. Tra ottimi testi e atmosfere da on the road americano, l’album scorre via che è un piacere, anche se a tratti si fatica a distinguere un pezzo da un altro. Ma si sa che i Nada Surf non hanno mai brillato per originalità, lacuna compensata da sempre con pezzi che ti entrano dentro per non mollarti più.
Best track: Believe you’re mine

18. MARBLE SOUNDS – TAUTOU

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I Marble Sounds sono una band belga che ha fatto del pop malinconico e delicato il proprio marchio di fabbrica. Ingiustamente sconosciuti nel nostro paese, i Marble Sounds hanno confezionato in questo 2016 “Tautou”, il loro terzo disco, caratterizzato dalla voce quasi sussurrata del frontman Pieter Van Dessel, da una profusione di archi e da chitarre sognanti ed eteree. Esempio perfetto sono l’opener “The ins and outs”, un piccolo capolavoro, o la bella “Ten seconds to count down”, in cui echeggiano rimandi ai Sigur Rós. C’è però anche spazio per episodi più ritmati come “Set the rules” o il singolo “The first try” o per la commistione con il francese nella raffinata “Tout et partout”. I Marble Sounds hanno sfornato un album prezioso, che mi auguro potrà essere scoperto e amato come merita.
Best track: The ins and outs

 17. DARDUST – BIRTH

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Dopo lo stupendo “7”, composto interamente a Berlino, torna Dardust con “Birth”, registrato a Reykjavic e secondo episodio di un’ideale trilogia, che si concluderà con il terzo capitolo che vedrà protagonista Londra. Questa volta Dario Faini, il nome che si cela dietro a Dardust, abbandona parzialmente le atmosfere rarefatte e oniriche dell’esordio per virare decisamente verso un suono più elettronico e danzereccio. Basta citare il primo singolo “The wolf” o “Take the crown“, in collaborazione con Bloody Beetroots, per capire la nuova strada intrapresa da Faini. Anche se, per quanto riguarda il sottoscritto, sono ancora i momenti eterei e intrisi di malinconia le vere perle del disco: su tutti cito la titletrack e la struggente “Slow is the new loud”, con dolcissimi archi a farla da padroni. Una svolta stilistica che regala un ottimo disco, in bilico tra dancefloor e intimismo.
Best track: Slow is the new loud

16. LOCAL NATIVES – SUNLIT YOUTH

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Per apprezzare “Sunlit youth”, terzo lavoro della band statunitense, bisogna dimenticare quel capolavoro che è “Hummingbird” e il suo registro sonoro ancorato all’indie folk delicato e sognante. I Local Natives con il loro terzo disco cambiano decisamente rotta e confezionano un album dalle sonorità smaccatamente pop. Ma come in tutti i contesti, anche in questo caso bisogna fare le dovute distinzioni: i cinque ragazzi americani ci regalano infatti un pop di grande qualità, senza sbavature e dove ogni suono è inserito perfettamente all’interno dei pezzi. Si passa dall’elettro pop di “Villainy” all’epicità di “Fountain of youth”, passando per quel gioiellino acustico che è “Ellie Alice” al pop sgangherato di “Psycho lovers”. Ve lo ripeto: la ricetta è dimenticare “Hummingbird” e tuffarsi nei coretti e nelle tastiere di “Sunlit youth”.
Best track: Fountain of youth

15.  AFTERHOURS – FOLFIRI O FOLFOX

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Dopo la mezza delusione di “Padania”, la band capitanata da Maunuel Agnelli torna con un doppio disco, intimo e potente nello stesso tempo. “Folfiri o Folfox” è pieno di grandi canzoni, degne dei migliori Afterhours: basti pensare alla stupenda ballata “Non voglio ritrovare il tuo nome“, al blues sporco di “Né pani né pesci” o ancora al rock elettronico di “Fa male solo la prima volta” o all’inno esistenziale “Se io fossi il giudice”. L’unica pecca è forse proprio l’eccessiva prolissità del disco, in cui non mancano pezzi onestamente poco incisivi e che sanno di riempitivo. Avrei apprezzato maggiormente un album unico contenente il meglio dei due dischi. Possiamo però dire, a ragion veduta, che gli Afterhours sono tornati in grande stile, con un disco che si farà ricordare.
Best track: Non voglio ritrovare il tuo nome

14. PERTURBAZIONE – LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO

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Dopo la dipartita di due componenti importanti come il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana, si riaffacciano sulle scene i Perturbazione. “Le storie che ci raccontiamo” è un disco profondamente diverso dai suoi predecessori, accostabile forse soltanto alle sonorità più pop ed elettroniche del precedente “Musica X”. Ce ne accorgiamo subito dall’opener “Dipende da te”, bel pezzo dai ritmi scanzonati ma dal testo riflessivo, o dall’accattivante singoloLa prossima estate”.  Non si può negare, la dolcezza del violoncello manca, ma poi la voce di Tommaso Cerasuolo e la sempre grande attenzione verso testi che rappresentano un’intera generazione, ci fanno di nuovo sentire a casa. E così ci emozioniamo con la nostalgica “Da qualche parte del mondo”  o con l’ottima title track. Dopotutto, non si può non volere bene ai Perturbazione.
Best track: Le storie che ci raccontiamo

13. ANOHNI – HOPELESSNESS

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Antony Hegarty lascia i suoi Johnsons per unirsi a Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never, diventando Anohni e abbandonando le atmosfere rarefatte e colme di delicata tristezza per virare verso l’elettronica accompagnata da testi politicamente impegnati. Se devo essere sincero personalmente sento la mancanza degli ambienti sonori creati dagli Antony and the Johnsons, capaci di sfornare tra i più bei dischi degli anni 2000. C’è però da dire che la svolta electro ha portato comunque ottimi risultati, come l’irresistibile “4 Degrees”, l’epica title track o l’incedere lento e ipnotico di “I don’t love you anymore”, il pezzo più Antony and the Johnsons dell’intero disco. Sicuramente un ottimo lavoro, dove la stupenda voce di Antony continua a farla imperterrita da padrona, anche se i romantici come me continuano a sperare in un ritorno alle origini.
Best track: I don’t love you anymore

12. LISA HANNIGAN – AT SWIM

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Il 2016 vede anche il ritorno della meravigliosa voce di Lisa Hannigan, ormai alla terza prova solista dopo aver affiancato per anni Damien Rice. Questa volta la Hannigan ci propone un album dalle tinte più fosche e cupe, pur non tralasciando la vena folk che l’ha resa famosa. Così il viaggio sonoro che ci propone la Hannigan passa per episodi più tradizionali e d’atmosfera come la magnifica “Snow“, alla malinconica ballata al piano “We, the drowned”, proponendoci anche esperimenti a cappella come “Anahorish”, per chiudersi con l’elettronica dark della bellissima “Barton”. Una prova matura e maggiormente variegata rispetto al passato, con la solita, immensa voce della Hannigan ad accompagnare il tutto.
Best track: Barton

11. MODERAT – III

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Si capiva che i Moderat avevano tirato fuori dal cilindro un gran disco già dal primo singolo “Reminder”, una bomba impazzita capace di emozionare e far muovere chiunque. L’elettronica da dancefloor di “Running” si alterna a episodi sonori più raffinati come la stupenda opener “Eating hooks” o la sincopata “The fool”, ma non mancano incursioni in sonorità decisamente più spinte ed ostiche per chi mastica poco i ritmi elettronici del trio di Berlino, come la strumentale “Animal trails”. Un percorso in grado di trasportare l’ascoltare tra algidi paesaggi sonori inframezzati da momenti più caldi e melodici, in un mix perfetto e letale. Assolutamente una delle mie migliori scoperte di questo ricco 2016.
Best track: Reminder

Intervista ad Aaron Scott

È da un po’ di tempo che ci frullava in testa l’idea di intervistare autori ed editori che ci hanno colpiti e a cui teniamo particolarmente e finalmente oggi è arrivata l’ora di inaugurare la sezione “Interviste” del blog.

Il nostro primo ospite è un autore indipendente, che con i suoi racconti neri ci ha terrorizzati, facendoci trascorrere delle piacevolissime ore di letture. Stiamo parlando di Aaron Scott, all’anagrafe Attillio Abbiezzi, scrittore milanese di storie horror, thriller e noir. La sua prima opera è la raccolta “Racconti Oscuri”, edita nel 2010 dalla Runde Taarn Edizioni, e ripubblicata autonomamente dall’autore nel 2012. Da “La vincitrice”, uno dei sette racconti che compongono l’antologia, è stato tratto un cortometraggio, diretto da Alessandro Concas. Nel 2014 Aaron Scott dà alle stampe la sua seconda opera “Incubi dal nuovo millennio”, in cui ogni storia è ambientata in uno specifico anno dei duemila (più precisamente dal 2001 al 2010) e dove la finzione si miscela con fatti di cronaca nera realmente avvenuti. Sempre nello stesso anno esce la traduzione inglese di “Racconti Oscuri”.

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Aaron Scott su Facebook e sul suo sito ufficiale

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Ma ora diamo la parola direttamente a lui!

Ciao Attilio e grazie mille per la disponibilità. Partiamo subito con una domanda che sicuramente ti avranno fatto in molti: da cosa deriva la scelta di utilizzare uno pseudonimo? E perché Aaron Scott?

In realtà la scelta dello pseudonimo non è nata da me, ma dalla prima casa editrice che nel 2010 ha pubblicato la prima versione di “Racconti Oscuri” (la Runde Taarn Edizioni). Mi consigliarono di utilizzare uno pseudonimo straniero e mi proposero loro il nome di Aaron Scott. Mi piacque subito e così decisi di tenerlo anche dopo aver concluso la collaborazione con loro.

Altra domanda classica, ma che non può mancare in qualsiasi intervista letteraria che si rispetti: quali sono gli autori che più hanno influenzato la tua scrittura e che sono diventati i tuoi modelli letterari?

La lista sarebbe molto lunga, quindi mi limito a citarti quelli che più di tutti mi hanno fatto innamorare della lettura e in seguito della scrittura. Il mio primo romanzo di un certo spessore letto di mia “iniziativa” (quindi non per “imposizione scolastica”) è stato “It” di King, di cui poi in seguito ho letto tutto ciò che ha scritto. Sembra banale, ma credo sia veramente il Re tra gli autori contemporanei.
Per quanto riguarda la forma del racconto (genere in cui appunto mi sono cimentato come scrittore) posso citarti i miei quattro preferiti: Dino Buzzati, E.A. Poe, Lovecraft e Kafka.

La tua prima raccolta “Racconti oscuri” è uscita inizialmente con la Runde Taarn Edizioni, per poi tornare in una nuova edizione autopubblicata. Come mai hai scelto la via dell’autopubblicazione? E cosa consiglieresti ad un autore esordiente?

Il tutto è nato un po’ per caso. Onestamente non mi considero uno “scrittore” nel senso tecnico del termine, ma uno a cui piace inventare e raccontare storie. I primi racconti che ho scritto non avevo mai pensato di pubblicarli in un libro. Li avevo inseriti in alcuni forum dedicati a racconti brevi e solo dopo aver ricevuto degli ottimi riscontri da parte di chi li aveva letti mi sono deciso a raccoglierne alcuni per proporli a delle case editrici. E qui mi sento di dare il primo consiglio: mai accettare proposte arrivate in poco tempo da case editrici che propongono una pubblicazione a pagamento. Io ne ho ricevute varie e credo che non avessero neanche letto i titoli dei miei racconti. La Runde Taarn invece mi contattò per telefono, spiegando perché i miei racconti erano piaciuti e proponendomi un contratto ragionevole. Accettai e quindi uscì la prima versione di Racconti Oscuri. Purtroppo la casa editrice era piccola e poco dopo fu costretta a chiudere. A quel punto decisi di provare la via del self-publishing: avevo un lavoro già editato e le conoscenze per poter realizzare un e-book (da anni mi occupo di progetti web e sono quindi stato avvantaggiato rispetto a questi aspetti tecnici). Infine avevo il contatto con un ottimo illustratore. Misi assieme il tutto e dopo aver superato lo scoglio burocratico di iscrizione ad Amazon ed Apple Store “Racconti Oscuri” andò on-line con l’aggiunta di 3 nuovi racconti che sarebbero poi apparsi in “Incubi dal Nuovo Millennio”. In seguito ho poi reso disponibile tramite Amazon Create Space anche la versione cartacea del libro. Ad oggi “Racconti Oscuri” ha superato le 1000 copie vendute tra versione digitale e cartacea, ricevendo anche buone recensioni. Scrivo per hobby, per passione, nel tempo libero, con il desiderio di raggiungere sempre più persone e di riuscire a coinvolgerle con le mie storie.

Tornando ai consigli, se posso permettermi di darli, direi di iniziare da 5 passi fondamentali per chi vuole provare la via dell’auto-pubblicazione:

  1. Scrivete ciò che vi piace e non abbiate fretta. Scrivete la parola FINE solo quando siete soddisfatti di ciò che viene prima.

  2. Non saltate la fase dell’editing. Se non potete permettervi un editor a pagamento fate comunque leggere la vostra opera a più persone possibile. Pubblicare un lavoro pieno di errori/orrori grammaticali è assolutamente controproducente.

  3. Non sottovalutate la copertina. E’ la prima cosa che un lettore guarda

  4. Il vostro libro non si vende da solo. La promozione è fondamentale.

  5. Evitate di far lasciare recensioni a 5 stelle da amici e parenti. Io in 4 anni ho ricevuto per “Racconti Oscuri” su Amazon 18 recensioni, e non sempre positive. Tutte però sono state una piccola conquista: poter aver un riscontro da un tuo lettore è gratificante nel caso di recensioni positive e utilissimo in caso di recensioni negative. Avere in pochi giorni molte recensioni a 5 stelle da amici e parenti non solo non è utile all’autore, ma rischia di diventare poco credibile.

So che non è mai facile parlare delle proprie opere, ma sapresti indicarci il tuo racconto preferito, sia per quanto riguarda “Racconti oscuri” che “Incubi dal nuovo millennio”, e il perché?

Per “Racconti Oscuri” scelgo “La Donna più vecchia del Mondo”. E’ stato il primo racconto che ho scritto e credo che sia uno di quelli più riusciti dal punto di vista della “Paura” che può suscitare nel senso in cui la intendo io, ovvero come ho scritto nella prefazione:

“…Difficile è, per uno scrittore horror riuscire a creare quel senso di angoscia e di terrore (“la paura”) che nasce durante la lettura e che rimane nel lettore anche dopo aver chiuso il libro. Sto parlando di quel brivido lungo la schiena che ci può assalire quando ci ritroviamo da soli in casa, magari al buio della nostra stanza da letto, ripensando a ciò che abbiamo letto. Se questo accade allora lo scrittore ha raggiunto il suo scopo.”

Ecco, credo che “La donna più Vecchia del Mondo” raggiunga questo obiettivo.

Per quanto riguarda “Incubi dal Nuovo Millennio” scelgo anche qui il primo racconto della Raccolta: “Il Tecnico dei Computer”. Non voglio raccontare nulla per chi non avesse ancora letto il libro, dico solo che in questo racconto c’è tutto il senso che ho voluto dare al libro e che si riassume nella frase “La realtà supera la Fantasia, ma cosa è più terrificante?”

Le copertine delle tue raccolte sono molto curate e d’impatto: puoi dirci a chi ti sei affidato per la realizzazione? E quanto conta per te l’aspetto grafico in un libro?

Ritengo che la copertina di un libro sia fondamentale, soprattutto per autori esordienti. Spesso è la prima cosa che colpisce il lettore alla ricerca del suo libro, sia in una libreria, che in uno store on-line. Non solo la copertina, ma anche l’impaginazione di un libro è fondamentale. Spaziature, rientri, utilizzo di una logica per indicare i dialoghi rendono la lettura più fluida. Al contrario una pessima impaginazione può stancare il lettore.

Per le copertine mi sono per ora sempre affidato a Roberto Martinelli, un illustratore che già aveva realizzato la copertina della primissima versione di Racconti Oscuri commissionata dalla Runde Taarn. Ha uno stile molto particolare e personale che mi ha subito colpito. Gli ho sempre lasciato molta libertà nella creatività: l’unico input è stato quelli di spedirgli i miei racconti lasciando che fosse lui ad ideare il disegno in base a ciò che i racconti gli avevano trasmesso. E ciò che ha fatto mi ha sempre soddisfatto.

Incubi dal nuovo millennio” ha la particolarità di intrecciare la finzione dell’horror e del soprannaturale con vicende reali di cronaca nera estrapolate dalla storia recente del nostro Paese. Come ti è venuta in mente quest’idea?

In realtà all’inizio i racconti non contenevano questo aspetto. Mia moglie (la mia prima “Beta-Reader”) mi suggerì di cercare un filo conduttore per legare i racconti tra di loro. L’idea mi piaceva, ma non trovavo uno spunto per riuscire a concretizzarla. Poi, all’improvviso, ecco un’idea per un nuovo racconto (“Il Tecnico dei Computer”), dove la storia da me inventata viene letteralmente stravolta da un fatto realmente accaduto. Così ho deciso di inserire in ogni racconto un piccolo riferimento a fatti di cronaca, con l’idea di rimarcare come questa sia veramente il vero orrore e non le storie da me inventate. Avevo dieci racconti così mi sono messo a cercare fatti di cronaca per ogni anno del nuovo millennio fino al 2010: dieci Incubi dal Nuovo Millennio che ho inserito in maniera più o meno esplicita nei dieci racconti del libro.

Contagio”, tratto da “Incubi dal nuovo millennio”, è un racconto piuttosto forte, che tratta di un tema purtroppo sempre d’attualità come la pedofilia: come è stato scrivere di un male così terribile, considerando che “Contagio” si discosta parecchio dai classici racconti horror e noir a cui siamo abituati?

Ti confesso che non è stato per niente facile. Ho riscritto più volte la parte in cui viene descritta la violenza subita dal bambino: all’inizio l’idea era solo di fare intuire ciò che accadeva, poi però mi sono convinto che il racconto doveva essere fastidioso e che era inutile girarci attorno. Volevo a modo mio denunciare cose che realmente accadono. Mostri e fantasmi non sono nulla rispetto al vero orrore che molti bambini purtroppo devono subire. Non solo, spesso in questi casi le vittime crescendo diventano a loro volta carnefici contagiati dai loro fantasmi del passato.

Questo è quello che ho voluto cercare di trasmettere con “Contagio”.

Dal tuo bel racconto “La vincitrice” è stato tratto l’omonimo cortometraggio: com’è il tuo rapporto con il cinema?

Direi ottimo! La mia passione per l’horror è nata prima al cinema e solo in seguito con la letteratura. Sono cresciuto vedendo e rivedendo all’infinito i primi film di Dario Argento (Profondo Rosso e Suspiria in primis). Ancora oggi quando scelgo un film la mia scelta ricade quasi sempre su un horror. Quello che rende il cinema magico credo sia il fatto di riunire più forme artistiche: l’arte visiva, ma anche quella narrativa per quanto riguarda la trama e quella musicale per le colonne sonore, oltre ovviamente alle capacità di registi e attori. Quando l’alchimia di questi elementi riesce la magia arriva.

Credo che i miei racconti siano molto “cinematografici”: quando scrivo spesso mi immagino le scene come se fossero in un film e il mio stile spesso si avvicina a quello di una sceneggiatura.

Il corto de “La Vincitrice” è stato realizzato da Alessandro Concas, un giovane regista di Cagliari che mi ha contattato dicendo di essere rimasto molto colpito dai miei racconti e chiedendomi il permesso di realizzare un cortometraggio. Ho accettato subito, curioso di vedere cosa sarebbe uscito. Non sapevo cosa aspettarmi e dopo aver visto il prodotto finito sono rimasto davvero entusiasta del risultato. Il corto è girato benissimo, con un’attrice veramente straordinaria (Sabrina Bissiri), che ha ricevuto una menzione come miglior attrice al “CortoDino” Festival del 2012.

Alessandro Concas ha successivamente realizzato due ottime e divertenti Web-Sitcom: “Casa Argumental On Stage” e “I Corti di Gesù di Cagliari”, che consiglio vivamente. C’è anche un progetto più ampio con lui, di cui per ora preferisco non anticipare nulla e che spero possa andare in porto.

Un altro progetto per ora in fase embrionale è con Alessandro Benna, regista torinese che sta lavorando ad una sceneggiatura ispirata a due miei racconti.

Vedere le mie storie prendere vita sullo schermo e riconoscermi nella rappresentazione cinematografica è per me una sensazione fantastica ed una soddisfazione enorme!

Tu sei uno scrittore di short stories (forma narrativa che apprezziamo moltissimo), ma non ti è mai passato per la mente di tentare la stesura di un romanzo?

Come puoi immaginare anche io adoro i racconti brevi. E’ un genere a mio avviso spesso sottovalutato, soprattutto in Italia. Penso venga considerato un po’ un genere di “Serie B”. Credo invece che scrivere racconti di impatto, che riescano a travolgere e coinvolgere il lettore in poche pagine, non sia per niente facile. E’ un genere completamente diverso dal romanzo, ma non per questo inferiore. Per ora mi diverte scrivere questo tipo di storie ed è quello che continuo a fare. Ci sono comunque un paio di storie che ho iniziato a scrivere e che hanno preso via via vita propria: non credo diverranno dei romanzi, ma sicuramente sono storie molto più lunghe di quelle che ho pubblicato fino ad ora. Purtroppo il tempo che posso dedicare alla scrittura non è mai abbastanza. Ci vorrà quindi un po’ di attesa per queste storie più lunghe… hanno molte cose da dire!

Nonostante sia oscurato da romanzi erotici e bestseller alquanto discutibili, il panorama horror contemporaneo è più che mai vivo: potresti consigliarci tre titoli di autori, italiani o stranieri, che ti sono capitati tra le mani recentemente e che ti hanno colpito?

Il panorama horror italiano credo stia vivendo una fase positiva di rinascita. Da poco sono iscritto alla HWA (Horror Writer Association) Italiana, nata dalla prolifica e prestigiosa HWA americana. Il fondatore della sezione italiana è l’autore Alessandro Manzetti (di cui consiglio vivamente la lettura anche sotto lo pseudonimo di Caleb Battiago) che tra l’altro ha da poco vinto anche un Bram Stoker Award, premio di assoluta rilevanza internazionale. Stanno nascendo vari progetti e iniziative che credo potranno aiutare l’horror nostrano a emergere anche all’estero.

Ed ecco i miei “consigli per gli acquisti”.

Eraldo Baldini: uno dei miei autori contemporanei preferiti che non credo abbia bisogno di presentazioni. Il suo genere si avvicina più al noir che all’horror, ma ha scritto anche storie molto inquietanti. Un titolo su tutti da consigliare è “Gotico Rurale”, una raccolta di splendidi racconti in cui atmosfere gotiche e un’ironia del tutto particolare ci accompagnano in una lettura piacevolissima

Samuel Marolla: l’ho scoperto da poco e mi sono innamorato del suo stile e dei suoi libri. Consiglio la lettura della raccolta “La galaverna” e il romanzo breve “Imago Mortis”.

Infine due raccolte di racconti che vale la pena leggere: “Ore Nere”, edita da dbooks contenente storie di vari autori italiani emergenti e “Il Buio Dentro” di Kipple Officina Libraria che contiene oltre a racconti di ottimi autori italiani (Caleb Battiago, Paolo di Orazio e Nicola Lombardi) anche due storie inedite di Richard Laymon.

E per finire non può mancare la classica domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai lavorando ad una nuova raccolta?

Come detto sto lavorando ad alcune storie lunghe per le quali non ho fretta, saranno loro ad indicarmi via via come procedere.

Attualmente ho scritto alcuni racconti per dei concorsi letterari ed altri sono in lavorazione … sicuramente pubblicherò qualcosa di inedito, ma al momento non ho ancora le idee su come e quando. Anche per pubblicare serve un’ispirazione!

Grazie mille Attilio, è stato un piacere e un onore averti ospite sul nostro blog!

Grazie a voi!! Spero di ritornare presto per parlarti di nuovi progetti!

Un ultimo consiglio a tutti: non abbiate paura di avere paura!

Mr. P.

Giveaway!

Prima di iniziare a pubblicare articoli e recensioni su Blog Con Vista, la nostra avventura è iniziata quasi per caso il 6 giugno 2015 con la pagina Facebook Pagina Con Vista. Tutto è cominciato per la voglia di condivisione di ciò che più amiamo,  che sia un buon libro, un film particolarmente toccante, una canzone che non riusciamo più a toglierci dalla mente o un viaggio, una scoperta. Pagina Con Vista ci ha permesso di scoprire cose nuove, e speriamo che anche voi ne siate state arricchiti.

Per festeggiare con noi questo primo anno di Pagina Con Vista, in una delle nostre incursioni ai mercatini torinesi, abbiamo trovato un thriller macabro ed affascinante, già letto e apprezzato da Mrs C., e abbiamo pensato di recuperarlo per metterlo in palio tramite un giveaway. Gillian Flynn (già autrice de “L’amore bugiardo”) ha una scrittura intrigante ed è capace di farvi catapultare all’interno delle storie che narra. Da questo romanzo, “Nei luoghi oscuri, è stato tratto proprio lo scorso anno l’omonimo film, che consigliamo.

Partecipare è semplicissimo: basta cliccare qui e seguire le istruzioni! Il giveaway terminerà il 15 giugno a mezzanotte, con un’estrazione a sorte. In bocca al lupo a tutti e grazie per il supporto che ci dimostrate ogni giorno!

Mrs. C. & Mr. P.

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