Pablo Simonetti – Vite vulnerabili

Titolo: Vite vulnerabili

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2018

Pagine: 184

Prezzo: € 18,00

“L’unica cosa che riuscii a ricavare dalla confusione dei miei sentimenti fu il bisogno di mettere fine a un dolore che mi accompagnava da anni. Era come se la mia ombra si fosse ostinata a rimanere indietro, costringendomi ad aspettarla, senza permettermi di avanzare. Volevo finalmente riunirmi a lei, o abbandonarla lungo la strada, pronto a sopportare il lutto per la sua perdita.” 

Non conoscevo Pablo Simonetti, autore cileno classe ’61, che ha esordito nel 1999 con la raccolta di racconti “Vite vulnerabili“. Proprio il suo esordio letterario è stato tradotto e portato nel nostro Paese dai sempre attenti ragazzi di Edizioni Lindau, ponendo così un nuovo, importante tassello nel grande mosaico della letteratura sudamericana sbarcata in Italia.
Partendo proprio dal titolo, posso affermare con assoluta certezza che nessun altro aggettivo avrebbe potuto identificare meglio le dodici storie narrate da Simonetti: la vulnerabilità è il tratto distintivo degli uomini e delle donne che popolano le pagine inquiete della raccolta.

Simonetti, pur concedendosi qualche piccola fuga in Europa, tratteggia una provincia cilena dai contorni nostalgici e sfocati. Quartieri sonnolenti e grigi, a tratti quasi fantasma, abitati da persone le cui vite annaspano in un mare di disillusione, tra ossessioni e struggenti ricordi, alla costante ricerca di un appiglio per non affogare. Appiglio che può essere rappresentato da una sospirata e rischiosa avventura extra coniugale, da manie ossessivo compulsive sempre più stranianti o ancora dalla presenza confortante  di un anziano, il cui silenzio si tramuta nell’unica cosa in grado di donare pace e serenità. Tanti sono i temi affrontati dallo scrittore cileno e tutti con una sensibilità fuori dal comune e una spiccata introspezione psicologica. La solitudine dei rapporti umani, l’incomprensione di gesti e parole, spesso proprio tra chi dovrebbe essere avvolto da una tenera intimità, l’alienazione dei legami familiari o ancora il desiderio smodato di trasgressione e di fuga dalla realtà. Simonetti, con il suo stile fluido e mai banale, riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei sentimenti umani con grande delicatezza e inaspettata profondità, senza mai scadere nel melenso. Esempi cristallini sono “Il Giardino di Boboli“, inquieto scorcio del viaggio di nozze in Italia dei protagonisti o “Dal silenzio“, toccante intrusione nella vita del narratore di uno strano vecchio taciturno. La narrazione di Simonetti sa però essere anche spietata e incisiva, acuendo gli angoli appuntiti delle zone d’ombra dell’animo umano anziché mascherarli con un rassicurante tentativo di smussarli. Come in “Santa Lucía“, dove l’eccitazione di una passeggiata notturna si tramuta in smarrimento e tormento o in “Finale di finale“, in cui la finale di un torneo di bridge metterà il protagonista con le spalle al muro, a fare i conti con la propria vita.
Esempi perfetti delle due anime dei racconti di Simonetti sono “Amore virtuale” e “Senza pietà“, entrambi incentrati su di un amore omosessuale ma completamente agli antipodi. Se il primo commuove per la sua dolcezza infinita e il delicato struggimento che si respira in ogni pagina, il secondo è uno schiaffo in pieno volto, feroce e disturbante. Sentimenti contrastanti e di un’intensità tale che soltanto i grandi autori sono in grado di far sprigionare nell’arco di una manciata di pagine.

Vite vulnerabili” è una collezione di esistenze tormentate, gravida di sentimenti nascosti, che scavano in profondità nel lato più oscuro dell’esistenza umana, tra incubi e brame non soddisfatte, lasciando però spazio alla purezza degli affetti sinceri. Dodici piccoli capolavori di umanità: imperfetta, straziata, avvilita ma proprio per questo così vicina a noi.

Voto: 5/5

Mr. P.

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Francesco Borrasso – Storia dei miei fantasmi

Titolo: Storia dei miei fantasmi

Autore: Francesco Borrasso

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2017

Pagine: 144

Prezzo: € 14,00

“Cosa è stato bello e cosa no, adesso non è importante; cosa avrei potuto fare e cosa no, nemmeno; so solo che va tutto bene, o almeno così mi racconto quando la mattina al posto tuo c’è il vuoto, ma con te i colori e i sapori erano diversi; il male faceva meno male e i momenti felici erano di un’intensità a me sconosciuta.
La tua meraviglia dovrò anestetizzarla.
Resta tutto, anche se in fondo è tardi, e forse non resta niente.”

Intimità: questa è la prima parola che mi viene in mente pensando ai racconti di Francesco Borrasso. L’intimità dell’amore, quello fatto di piccole accortezze e tenera malinconia, della morte, che ci aggredisce con ricordi a cui non credevamo più di appartenere,  della solitudine, dove ciò che tentiamo da sempre di seppellire, torna a galla.
Alla seconda prova sulla lunga distanza, l’autore campano confeziona una raccolta di piccoli  ed emozionanti racconti: affreschi, diapositive, frammenti di vite come tante. Un universo interiore in cui smarrirsi diventa incantevole.

L’interiorità dell’essere umano e i complicati intrecci emotivi delle relazioni con gli altri, sono il  cuore pulsante del libro di Borrasso. Figli immersi nel ricordo struggente di un padre che non c’è più, coppie immortalate nell’ultimo attimo della loro passione, consapevoli che niente le potrà salvare, adolescenti che incominciano a sfiorare l’amore, restandone ammaliati e lacerati. L’autore tratteggia con maestria la psiche e i pensieri più intimi dei suoi personaggi, lasciando che il lettore si immedesimi con i tormenti e le speranze dei protagonisti.
Il crepuscolo che impregna una vecchiaia ormai vuota, l’amaro disincanto di uno scrittore prossimo alla fine o la zona d’ombra di un qualcosa di taciuto che divora lentamente l’amore tra due persone. I fantasmi di cui ci parla Borrasso sono ben più spaventosi degli spettri che infestano le pagine di romanzi e racconti gotici. Sono le inquietudini, le angosce e le ossessioni che albergano dentro di noi. Sono i simulacri di persone a cui abbiamo voluto bene ma che vorremmo relegare, senza riuscirci, in ricordi a cui non poter più avere accesso. Emblematico è il racconto che dà il titolo al volume, in cui il protagonista, ormai preda del disincanto, giungerà all’amara conclusione che “ogni storia d’amore ha il suo grado di imperfezione, e in alcune, vincono i fantasmi.”
Oltre agli affetti e ai rapporti con chi ci sta intorno, Borrasso affronta temi ancora più delicati, come l’autismo (“Il bambino alfanumerico”) o la depressione (“Un posto nascosto” o l’ambigua  e inquietante “Uomo da niente”) ma sempre con la stessa delicatezza e la capacità di avvolgere il lettore da ogni parte, lasciandolo senza una via di fuga. Vite spezzate, risorte, anestetizzate, paralizzate. Scelte da compiere, strade da percorrere, occhi che speranzosi volgono lo sguardo indietro e altri intimoriti che guardano dritti davanti a sé. Segni inequivocabili di esistenze che urlano la loro necessità di essere vissute.

Storia dei miei fantasmi” raccoglie racconti che parlano alle profondità dei nostri cuori, lasciando tracce cariche di dolore o di dolce mestizia, ma senza mai dimenticare uno spiraglio aperto su di una piccola speranza. Leggendolo vi renderete davvero conto che le storie di Borrasso sono le storie di ognuno di noi.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dani Fiorenza – Tutto quello che mi succede è colpa mia

Titolo: Tutto quello che mi succede è colpa mia

Autore: Dani Fiorenza

Editore: Echos Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 152

Prezzo: € 12,00

“Tutte le mattine pensava che non sarebbe dovuto essere lì, seduto su quella panchina a passare un’altra notte insonne. Non sarebbe neanche dovuto essere quello che era. Avrebbe dovuto essere qualcun’altro. O meglio, come diceva lui, avrebbe dovuto essere qualcos’altro, ciò che sarebbe potuto diventare se in passato avesse fatto quello che, in determinati momenti della sua vita, aveva inizialmente intenzione di fare.”

Esordio letterario per Dani Fiorenza, giovane autore toscano che da qualche mese ha dato alle stampe la sua prima raccolta di racconti. “Tutto quello che mi succede è colpa mia” contiene nove schegge di puro nonsense e follia, influenzate, a mio avviso, da autori quali Buzzati e Kafka. Un viaggio all’insegna dell’assurdo e del surreale, che trascina il lettore in una realtà in cui, scavando a fondo, ci si accorge che ogni cosa non è ciò che sembra.

Protagonisti delle storie di Fiorenza sono uomini e donne alle prese con l’esistenza di tutti i giorni, tra problemi quotidiani, gesti avventati e rimpianti. Vite come tante, dove però basta svoltare l’angolo per perdere l’orientamento e restare disorientati, in cui il senso del grottesco e dell’irrazionale è sempre in agguato. Possiamo così assistere a un vero e proprio ribaltamento dei ruoli, quando la vittima di un incidente si trasforma in un cinico e spietato carnefice (“Giustizia è fatta“), oppure a un litigio tra fidanzati che diventa la causa scatenante per dichiararsi amore eterno, nonostante la ragazza non sia più in vita (“Ti amo, vuoi capirlo o no?!“). Ma anche la morte e la sofferenza non vengono risparmiate dal sarcasmo amaro che traspare da queste storie. Emblematico è il racconto “L’amaro è di chi muore“, in cui un ingegnere scopre di essere deceduto, comprendendo miseramente come la sua dipartita non causi il dolore che invece si sarebbe aspettato di scoprire nei cuori delle persone che lo conoscevano. E ancora “Chiudi gli occhi e dormi“, che vede protagonisti due ragazzi che, per aiutare un uomo ferito (ma soltanto per tornaconto personale), finiranno soltanto per danneggiarlo.
La letteratura dell’assurdo non è semplice da gestire: deve appassionare e far sorridere ma senza, a mio parere, sfociare nella caricatura o nell’esagerazione. Nel suo esordio, il giovane autore toscano, sfodera sicuramente una grande originalità di trame e personaggi e ha l’indiscutibile pregio di confezionare racconti molto differenti l’uno dall’altro. Le storie filano via lisce, riuscendo a strappare più di un sorriso al lettore, ma in alcuni frangenti l’eccessività e il paradosso vengono a galla, guastando trame ben congegnate. In particolare ho trovato alcuni espedienti narrativi e qualche finale decisamente fuori posto.
Lo stile è pulito e fresco, ideale per una letteratura di intrattenimento come quella qui espressa, anche se a volte mi è sembrato eccessivamente colloquiale. Infine un appunto anche per i refusi, un po’ troppo sovrabbondanti.

Tutto quello che mi succede è colpa mia” è un esordio discreto, con tutti i pregi e i difetti di un autore alle prese con la sua prima opera. Incontrerà sicuramente il gradimento di chi cerca una lettura disimpegnata ma non vuota, che faccia evadere qualche ora dalla realtà, proiettando il lettore in un mondo visionario e onirico.

Voto: 3/5

Mr. P.

Joy Williams – L’ospite d’onore

Titolo: L’ospite d’onore

Autore: Joy Williams

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 664

Prezzo: € 18,00

“«Mi sento come se avessi passato tutta la vita nell’angolo di una stanza» dice Annie. «È questo il problema. Che sono sempre stata in un angolo. E adesso non vedo niente. Non so nemmeno che stanza è, mi capisci?» Tom annuisce ma lui quella stanza non la vede. La tristezza si è tramutata in sangue, gli scorre dentro. Non esistono stanze.”

Carver, Cheever, Flannery O’Connor: questi sono soltanto alcuni dei mostri sacri a cui viene accostata la penna di Joy Williams, maestra indiscussa del racconto americano e finalista al Premio Pulitzer, ancora inedita in Italia per quanto riguarda la sua produzione breve. A colmare questa enorme lacuna ci ha pensato Edizioni Black Coffee, casa editrice sempre attenta alla (ri)scoperta di autori statunitensi che qui da noi non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento. “L’ospite d’onore” contiene infatti ben 46 racconti, ossia la maggior parte della produzione di short storie della Williams. Un intero universo narrativo, che irrompe con forza nel lettore tirandolo a sé, ammaliandolo prima, per poi masticarlo e risputarlo fuori completamente avvinto dagli scritti di questa autrice straordinaria.

Innumerevoli sono i temi che Joy Williams tratta nei suoi racconti, quasi sempre radicati nella provincia americana, ma la parola chiave mi è parsa dare un senso all’intero lavoro è “cambiamento“. Che sia un evento (positivo o negativo) che ha portato a stravolgere le vite dei protagonisti oppure il desiderio struggente di trasformare la propria esistenza o ancora un istinto di sopravvivenza che li porta ad adattarsi al senso di nuovo e di sconosciuto che irrompe nella realtà, il cambiamento in questi 46 racconti è una presenza costante, a volte scomoda, che aggredisce i personaggi. Un cambiamento che a volte porta i protagonisti della Williams a cercare un rifugio nella religione, in una fede troppo spesso opaca e dai contorni illusori, che non aiuta l’uomo ma anzi lo rende ancora più insicuro e confuso. In altri episodi invece il senso di sicurezza che viene a mancare cerca di essere alleviato dall’amore verso un’altra persona, sentimento che non tarda a sconfinare in un’ossessione o in una dipendenza malata.
Altro grande protagonista dei racconti dell’autrice statunitense è la famiglia, intesa come intreccio ermetico di passioni e legami complicati. Troviamo così figlie che disprezzano le proprie madri, genitori che nutrono verso i figli una malsana indifferenza o ancora nonni che si aggrappano con ogni più piccolo residuo di energia alla propria nipotina, unica ancora di salvezza per non perdere di vista la realtà. Famiglie disgregate, che tentano di ricominciare un’esistenza degna di essere vissuta, che appaiono perfette ma che sotto il velo di un’apparente normalità celano l’orrore di una miriade di crepe. Famiglie il più delle volte pervase da un senso di perdita, altra grande chiave di lettura di questi 46 racconti.
La perdita è un concetto che negli scritti della Williams si respira a pieni polmoni. Può essere la perdita del proprio figlio, morto o detenuto in carcere, la perdita di un animale, a cui forse si è più legati che alla persona che si crede di amare, o ancora la perdita dell’innocenza, in cui l’infanzia si tramuta in modo brusco e immotivato in età adulta. Ma anche la perdita dell’illusione consolatoria di vivere una vita stabile e appagante e l’insorgere dell’improvvisa necessità di ricercare uno scopo nella propria esistenza, un obiettivo da perseguire per dimenticare quanto futile e privo di senso possa essere il cammino di un uomo.
Pur essendo una raccolta piuttosto corposa, la qualità media dei racconti si mantiene sempre su ottimi livelli, con pochi casi di scritti leggermente sotto tono. I picchi invece sono parecchi, ma tra tutti ho scelto di citarne tre. “Chimica invernale” narra dell’ossessione morbosa di due amiche per il proprio professore di chimica, in cui il senso di inadeguatezza e l’idealizzazione di un amore irraggiungibile porteranno a un epilogo agghiacciante. In “Congresso” protagonista è invece una moglie che si ritrova dall’oggi al domani a dover badare a un marito paralizzato, aiutata da uno degli studenti del consorte. La brama di poter accedere a una nuova vita e un amore del tutto imprevisto ma incontrollabile si fondono dando vita a un racconto dalle atmosfere dolenti e delicate, a tratti oniriche. Infine come non citare lo stupendo racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui una figlia deve convivere con il dolore tremendo di una madre malata, in cui l’attesa della morte e il cercare di riappropriarsi di una vita che non senti più tua diventano autentico struggimento.

L’ospite d’onore” è una raccolta di piccoli gioielli, in cui la quotidianità degli abitanti di un’America di provincia viene scossa da sentimenti estranei e disturbanti, elementi nuovi che si inseriscono nelle vite dei protagonisti, a volte terrorizzando, altre infondendo barlumi di speranza. Un’antologia personale che ci ha permesso di comprendere il grande valore di un’autrice come Joy Williams, capace, in poche pagine, di far vibrare le corde nascoste del nostro animo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Megan Mayhew Bergman – Paradisi minori

Titolo: Paradisi minori

Autore: Megan Mayhew Bergman

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 234

Prezzo: € 18,00

“Qualche giorno dopo aver visto Smith per l’ultima volta, compresi che stavo aspettando qualcuno che non capivo. Forse avrei passato il resto della mia vita ad aspettare, l’ennesimo fuggiasco trasformato in mito dalla palude. E forse era la cosa migliore: certe persone, certi luoghi vanno lasciati come sono.”

È davvero arduo, almeno per me – che preferisco i romanzi ai racconti – trovare una raccolta valida, una raccolta in cui tutte (o quasi) le short stories lì riunite siano in grado di emozionarmi, di farmi riflettere, di farmi sentire parte dei vari mondi che sono stati creati. Con NN Editore era già successo: mi ero follemente innamorata de “Il paradiso degli animali” di David James Poissant. Ebbene, inutile dire che ciò è accaduto di nuovo con la stessa casa editrice e con un titolo ed un libro che, in qualche modo, è connesso al precedente: “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman. Il fil rouge che collega queste due opere è dato soprattutto dagli animali: essi ritornano in ogni storia, sono protagonisti tanto quanto gli esseri umani e ci permettono di capire che, alla fin fine, non vi è questa grande distinzione tra gli uni e gli altri. Poissant e la Bergman, inoltre, sono accomunati anche dai temi che esplorano nelle loro raccolte: un continuo altalenarsi di rare gioie e grandi sofferenze che ci ricordano quanto piccolo possa essere l’uomo di fronte all’ineluttabilità della vita.

Le protagoniste dei racconti della Bergman sono tutte donne: ciò che colpisce maggiormente il lettore è la forza, la determinazione con cui questi personaggi affrontano le proprie esistenze. Ci si può quindi trovare di fronte ad una madre alcolizzata che prova in tutti i modi a recuperare il rapporto con la figlia (“Un’altra storia a cui lei non crederà”), ad una donna che, tradita dal marito, ricerca con veemenza la propria libertà (“La compagnia giusta”) o ad una fidanzata che rimanda continuamente il proprio matrimonio perché ancora non è in grado di accettare il suo viso deturpato (“Salvare la faccia”). Nonostante le loro tragedie personali, queste donne continuano a combattere, continuano a vivere le loro vite senza mai arrendersi: accanto al dolore si fa timidamente strada una piccola speranza, senza la quale sarebbero completamente perse. Il lettore perciò si ritroverà ad osservare una donna che deve affrontare il lutto materno e che intraprenderà un lungo viaggio per poter afferrare per l’ultima volta la voce del genitore scomparso («Mi rendo conto di aver disperatamente bisogno di un pezzo di mia madre»), una ragazza che decide di vivere ai margini di una palude, cercando di isolarsi da tutto fino a quando non proverà di nuovo il brivido di essere toccata da un uomo («Dopo anni di solitudine e lunghi periodi di astinenza, mi ero dimenticata come ci si sente quando qualcuno ti accende come un interruttore, quando devi concentrarti mentre il cuore e il sangue ti urlano dentro.»), o ancora una moglie che cerca di rimanere incinta nonostante l’immenso senso di colpa provato («Se non riesco a prendermi cura di un cane non merito un bambino»). Accanto a questi personaggi, ci sono loro, gli animali: a volte vengono descritti come brutali, violenti, in grado di rovinare per sempre un’esistenza. In altri momenti, invece, sembrano l’unico appiglio possibile per rimanere a galla. Pappagalli, lemuri, cani, lupi, gatti, balene: possono essere un semplice sfondo, talvolta vengono utilizzati invece come metafora, altre ancora prendono il sopravvento e quasi rubano la scena alle protagoniste. In ogni caso la loro presenza è vivida, costante e s’inserisce perfettamente all’interno dei racconti e dei temi esplorati dalla scrittrice.

Ogni volta che ho intenzione di consigliare un libro a qualcuno, mi pongo sempre una domanda fondamentale: che cosa è in grado di fare l’autrice in questione, dove ci porta, con il suo lavoro?Con Megan Mayhew Bergman è stato facile: la scrittrice ci ricorda che, in fondo, siamo soltanto delle bestie egoiste che lottano per la propria sopravvivenza. Ed è esattamente questa la chiave, il leitmotiv che collega questi meravigliosi dodici racconti.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Thomas Ligotti – Lo scriba macabro

Titolo: Lo scriba macabro

Autore: Thomas Ligotti

Editore: Elara

Anno: 2015

Pagine: 224

Prezzo: € 16,50

“Da giovane studente in filosofia usavo dire a me stesso: apprenderò la follia delle cose. Era qualcosa che sentivo il bisogno di sapere… qualcosa col quale sentivo il bisogno di confrontarmi. Se fossi riuscito ad affrontare la follia delle cose, pensai, allora non avrei avuto nient’altro da temere. Avrei potuto vivere nell’universo senza la sensazione di cadere a pezzi, senza la sensazione di essere sul punto di esplodere della follia delle cose che per la mia mente  era il vero fondamento dell’esistenza. Volevo strappare via il velo che copre le cose e guardarle per come sono, non rendermi cieco ad esse.” 

L’enigma Thomas Ligotti: autore di culto, fin dagli anni ’80, nel circuito weird e fantastico statunitense, lo scrittore americano di origini italiane non riesce però mai a emergere a livello mondiale, restando una figura imprescindibile soltanto per una ristretta cerchia di appassionati della weird fiction. Affetto da depressione e allergico a qualsiasi apparizione pubblica (non ha mai presenziato alle innumerevoli vittorie al Bram Stoker Award), la figura di Ligotti rimane quasi un mistero fino a quando, nel 2012, Nic Pizzolatto e la serie tv “True Detective” lo fanno conoscere al mondo. Il nichilismo e la cupa visione esistenziale del protagonista Rust Cohle, pescano infatti a piene mani nella poetica ligottiana, divisa tra saggi e racconti. Le opere dell’autore americano arrivano così anche in Italia, grazie a Il Saggiatore e a Elara, anche se c’è da dire quest’ultima aveva visto lungo, pubblicando la raccolta “I canti di un sognatore morto” (2007) in tempi non sospetti.

Lo scriba macabro” è la seconda antologia personale di Ligotti, risalente al 1991 e portata in Italia da Elara nel 2015.
Immergersi nella narrazione di Ligotti significa perdersi in un universo oscuro, dove lo spazio e il tempo sembrano assumere forme diverse, in cui l’ombra regna incontrastata e la luce, per quanto si sforzi, non riesce a penetrare. I personaggi dei racconti di Ligotti vanno incontro alla loro dannazione quasi inconsapevoli, in un crescendo di orrore che non dà tregua. Non esistono possibilità di redenzione o spiragli di salvezza: il destino dell’uomo non può fare a meno della sofferenza e della solitudine, sentimento e condizione portanti dell’esistenza umana. Il terrore che Ligotti sa instillare con le sue storie è onirico e strisciante. Un’angoscia che si annida sotto pelle, per poi fuoriuscire adagio fino a saturare ogni più piccolo poro degli sventurati protagonisti e di chi gli sta intorno.
Ligotti pesca a piene mani sia nell’orrore cosmico di Lovecraft, fatto di universi paralleli, creature senza nome e visioni inimmaginabili, sia nell’orrore psicologico di Poe, in cui il quotidiano viene destabilizzato e non si riesce più a distinguere tra realtà e finzione. Ma i lusinghieri paragoni non devono fuorviare: l’opera dell’autore statunitense possiede una considerevole originalità propria, costruita attraverso trame e intrecci mai banali e sempre sorprendenti. Addentrandoci nel cosmo allucinato di Ligotti possiamo trovare un’istitutrice la cui anima viene divorata da suoni e visioni perturbanti (“Miss Plarr”), creature senza nome oggetto di esperimenti grotteschi (“I bozzoli”) e onirici pedinamenti notturni (“Sognare a Nortown”). Non mancano però anche un cinema dai contorni surreali, nera sorgente degli incubi (“Fascino”) e un manoscritto foriero di morte (“Nethescurial”).
Menzione a parte meritano le decadenti ambientazioni elaborate da Ligotti che, da semplice sfondo, spesso diventano vere e proprie protagoniste delle storie narrate. Luoghi pregni di corruzione, che paiono avulsi dal mondo per come lo conosciamo, bui anfratti carichi di mistero. Basti pensare ai corridoi ricoperti di una densa e odorosa sostanza scura del racconto “Scuola serale” o alla chimerica casa di “Nell’ombra di un altro mondo” che pare costruita con “materiali illeciti…come se sogno e vapore si fingessero materia solida”.
Un piccolo appunto va all’edizione: molto curata per quanto riguarda copertina e impaginazione, meno dal punto di vista della traduzione, con una quantità di refusi davvero eccessiva.

Ligotti ci fa dono di una preziosa collezione di turbamenti, descritti con uno stile complesso e dalle sfumature auliche, forse non adatto a tutti i palati, ma che saprà regalare grandi soddisfazioni a chi si immergerà totalmente nella sua poetica e nella sua continua ricerca linguistica. Racconti che affascinano e inquietano, che profumano di horror vecchio stampo ma che regalano nello stesso tempo stranezze quanto mai originali. Compagni perfetti per trascorrere queste fredde notti invernali.

Voto: 4/5

Mr. P.

Abissi: la prima raccolta di racconti di Paolo Cabutto alias Mr. P.

È con grande gioia e soddisfazione che vi presento “Abissi”, il mio esordio letterario pubblicato da Talos Edizioni, casa editrice free e dall’animo fieramente indipendente.
Perché oltre a essere da sempre un lettore vorace e, da un paio d’anni, un blogger che si diletta a parlare di libri, ho scoperto che, trascorrere gran parte del mio tempo libero con il naso infilato tra le pagine, mi ha trasmesso una sana passione per la scrittura.

Cos’è “Abissi”?
È una raccolta di tredici racconti in bilico tra horror, thriller e noir. Una collezione d’istantanee cariche d’inquietudine in cui il lettore si potrà imbattere in un vicino di casa che ci conosce meglio di quanto immaginiamo, in macabri incontri in un cinema di periferia e in una stazione della metro che sembra sussurrare il nostro nome. O ancora in una tragedia shakespeariana che diventa realtà e nell’ultima giornata di lavoro di un killer professionista.  Ma questo è solo un pizzico di quello che troverete in “Abissi”.

Dove si può acquistare?
Oltre che sul sito della casa editrice, il libro è ordinabile in tutte le librerie e disponibile su AmazonIbsFeltrinelliMondadori e negli altri principali store online.

Perché hai scelto la forma narrativa del racconto?
Semplicemente perché adoro le raccolte di racconti. Senza nulla togliere ai romanzi, che continuano a essere una delle portate principali della mia dieta da lettore, ma un buon racconto è come una caramella: appena terminato non puoi resistere senza passare a quello successivo. Una buona storia colpisce nel segno in poche pagine, lasciandoti stordito e affamato di nuove avventure. Questo deve saper fare ogni raccolta che si rispetti. Spero, nel mio piccolo, di esserci riuscito.

Perché proprio l’horror?
Perché i racconti del terrore sono stati il mio primo amore letterario, grazie a una piccola e preziosa antologia di storie di Poe, Maupassant, Conan Doyle e altri maestri della letteratura nera. Bene o male fantasmi, strane creature, assassini o incubi della mente hanno sempre accompagnato il mio percorso letterario fino alla creazione di “Abissi”.

Sì, ok, tutto molto bello. Ma Paolo Cabutto come scrive?
Ho pensato anche alla vostra curiosità con qualche piccolo estratto. Buona lettura!

Pennellate d’inquietudine
«Quando rientrai a casa presi con estrema cura la tela e la riposi nello studio, mantenendola coperta per evitare d’incrociare quello sguardo agghiacciante che avrebbe di certo inquinato il dolce ricordo di uno spensierato pomeriggio.
Un uomo, un dipinto. Una piacevole compagnia, uno sguardo atroce.
Un volto e due entità che si stavano fronteggiando in singolar tenzone, a colpi d’incontrollabile eccitazione e insano turbamento, nella sempre più confusa e stordita arena della mia psiche.»

Prima visione
«“Tutto questo non può essere reale!” pensò rifugiandosi nella vana convinzione che stesse vivendo l’angoscia di un banale incubo.
Tentò di urlare nella speranza di risvegliarsi sudato, impaurito, ma sano e salvo nell’abitacolo della sua auto. Però, come era accaduto nella sequenza d’immagini che lo avevano fatto fuggire dal cinema a gambe levate, nessun suono gli uscì dalla bocca. Cercò di divincolarsi, ma era immobilizzato.
Uno stridente cigolio accentuò il panico da cui era ormai del tutto avvinto. I suoi occhi abituati all’oscurità vennero feriti da un improvviso fascio di luce, costringendolo a ritrarre i muscoli del viso in una grottesca smorfia di fastidio. Qualcuno era entrato nella stanza e Davide sapeva con certezza chi fosse.»

Incubi di mezzanotte
«Intanto il coltello scintillò in alto e, come un esiziale raggio di morte baciato dalla luna, calò con forza sulla vittima, costretta contro la parete.
Il disgraziato emise un rantolo soffocato e un fiume di sangue iniziò a sgorgargli dalla gola. Dopo pochi secondi di straziante agonia, l’uomo si accasciò a terra senza vita.
L’assassino emise un grugnito animalesco e si voltò di scatto, puntando addosso a Francesco un paio d’occhi carichi di follia omicida. Col coltello stretto in mano avanzò a piccoli passi verso l’imbocco del vicolo, fino a quando il viso venne illuminato dalla fioca luce di un lampione. Il suo volto, sfigurato da una profonda cicatrice che lo attraversava in diagonale e che gli conferiva un aspetto mostruoso, si fregiava di un sorriso che incarnava l’essenza stessa dell’incubo.»

Ultima fermata
«Pensa, rimugina, cammina e intanto il tempo trascorre senza che nessun treno transiti su quei binari. Nella sua mente comincia a maturare l’idea che la metropolitana lo abbia attirato di proposito in quella stazione maledetta.
Gli pare addirittura che i muri siano vivi al punto tale che per un istante ha la netta percezione di sentirli ansimare. Ma non dà seguito a quell’assurdità e si aggrappa a un appiglio razionale.
“Si sa che l’aria viziata e il freddo pungente possono confondere la mente di un uomo.”
Eppure sente come se qualcosa di malvagio, un’occulta energia dal potere mortale, corra lungo quei binari su cui, di contro, gli attesi convogli continuano a latitare.»

Mr. P.

Alberto Laiseca – Uccidendo nani a bastonate

Titolo: Uccidendo nani a bastonate

Autore: Alberto Laiseca

Editore: Edizioni Arcoiris

Anno: 2016

Pagine: 156

Prezzo: € 12,00

“Per essere efficace un titolo deve possedere le seguenti caratteristiche: UNO deve essere corto DUE deve avere a che vedere con l’opera TRE non deve inquietare QUATTRO deve essere intelligente ma non troppo CINQUE deve intrigare SEI deve essere ironico SETTE non deve assomigliare a nessun altro titolo OTTO non deve dar luogo a equivoci NOVE non deve essere ermetico, né contenere riferimenti scatologici.”

Tredici racconti: o forse sarebbe meglio dire tredici irresistibili deliri, tutti parte del medesimo, schizofrenico e geniale, universo narrativo. In “Uccidendo nani a bastonate”, lo scrittore argentino Alberto Laiseca inventa infatti un proprio cosmo, fatto di popoli dai nomi bizzarri e dalle abitudini ancora più strambe. Un intero mondo fantastico, che affonda però le radici ben salde nel nostro, in un mix esplosivo, che fa dell’atipicità e di una incontrollabile follia i propri punti di forza. Un tuffo a occhi chiusi nell’assurdo, ignari di cosa ci sarà ad aspettarci in queste pagine.

Il pianeta partorito dall’immaginazione di Laiseca è dominato dalla Tecnocrazia, un governo dittatoriale, che fa della guerra e dello sterminio le proprie bandiere. L’autore azzarda più di un parallelismo con l’esercito nazista, descrivendo camere a gas e campi di concentramento quali metodi primari di violenza e reclusione. Ma lo scenario non deve trarre in inganno: i racconti sono quanto di più variegato si possa immaginare e, anche quando trattano di smaltimento cadaveri o di metodi di tortura, altamente spassosi.
Numerosissimi i curiosi personaggi che popolano queste storie: scienziati, egittologi, scrittori in crisi, mariti spietati e piante magnetofoniche. Ci imbattiamo così nella feroce vendetta della mummia di Mozart (“La mummia del clavicordo”), in un incosciente esperimento all’interno di una tromba d’aria (“Viaggio nel tornado”) o nel peggior supplizio che l’uomo abbia mai inventato (“Il serpente Kundalini”). Non mancano un commissario politico che si tramuta in un farneticante dittatore (“Il delirio del delirio”) o un sovrano che costruisce palazzi per segregare le proprie consorti (“Gradinata di gioielli”). Un turbinio di situazioni eccentriche, impietose ma irresistibili nello stesso tempo, che ci conducono alla genialità del racconto che chiude la raccolta. Protagonisti di “Inventando titoli nella caverna d’inverno” sono due vivaci scrittori alla ricerca di un titolo per la propria opera: così, tra titoli assurdi, grotteschi e ingegnosi, si arriva alla rivelazione finale. Menzione a parte merita “Il cecoslovacco”, il racconto che più ho amato e che narra delle violenze psicologiche inflitte da un marito crudele a una moglie indifesa. Un piccolo e terribile gioiello narrativo.

Alberto Laiseca confeziona una raccolta difficile da catalogare, in cui il lettore non può fare altro che mollare ogni reticenza e lasciarsi trasportare dal flusso impetuoso di questi tredici racconti. Un viaggio nell’incredibile, in cui ogni cosa può accadere ma dove il fantastico e l’ironia non rimangono fini a se stessi ma guardano con occhio lucido alla diversità, alla discriminazione, al servilismo verso i poteri forti. Un autore che non conoscevo ma che mi ha favorevolmente impressionato, con un’opera che rientra di diritto tra le più originali che abbia mai letto.

Voto: 4/5

Mr. P.

Fritz Leiber – La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Titolo: La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Autore: Fritz Leiber

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Quanti di noi che vivono in una grande città sanno cosa c’è dentro o al di là delle pareti che delimitano il nostro appartamento, persino quelle contro cui dormiamo? Nascoste e inarrivabili come i nostri organi interni. Non possiamo neanche fidarci delle mura che ci proteggono.” 

Fritz Leiber, autore che si è addentrato in ogni meandro della letteratura fantastica, dalla fantascienza al fantasy (è stato infatti tra i precursori dello sword and sorcery), passando per l’horror e il weird, nel nostro Paese, dopo gli anni ’80, non ha più goduto di vita facile. A riportare nelle librerie italiane uno dei maggiori esponenti del fantastico del secolo scorso, ci ha pensato la casa editrice Cliquot, che ci ha già stupiti in passato (e siamo certi continuerà a farlo) con recuperi oculati e preziosi.
La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” è una raccolta di racconti mai tradotti in Italia e pubblicati originariamente sulle principali riviste pulp dell’epoca, tra cui la storica “Weird Tales”. Ma il termine “mai tradotti” non equivale, in questo caso, a minori. Anzi, il volume raccoglie una fetta significativa della produzione horror dell’autore, raccolta in ordine cronologico, così da rendere partecipe il lettore dell’evoluzione stilistica e tematica di Leiber.

Il racconto che apre le danze, “La villa del ragno”, è un esempio emblematico delle storie del terrore che tanto piacevano alle riviste di genere degli anni quaranta. Un mistero che si dipana pagina dopo pagina, in un vortice che mescola folli esperimenti scientifici, un enigmatico anfitrione, una creatura mostruosa e una donna da salvare. Insomma, tutti ottimi ingredienti per creare una tipica storia dell’orrore. Con “Il signor Bauer e gli atomi”, influenzato dallo scoppio atomico di Hiroshima, ci addentriamo nei territori della fantascienza. Una manciata di pagine in cui la psicosi del protagonista e gli atomi del suo corpo costituiscono gli elementi caratterizzanti. In “Qualcuno urlò: strega!” torniamo a un classico della letteratura horror: un essere femminile ammaliante e fatale, dai poteri soprannaturali. Un racconto forse fin troppo tradizionale e a mio avviso l’episodio più debole dell’intera raccolta. “Il demone del cofanetto” ci offre invece il primo assaggio di quell’esplorazione del subconscio che Leiber svilupperà più compiutamente nei racconti a venire. L’idea alla base della storia è a dir poco geniale: un’attrice che svanisce poco a poco non appena la sua vita e le sue vicende personali smettono di essere sulla bocca di tutti. La celebrità come vera e propria forma di sostentamento. Un’aspra critica alla società mediatica, che si basa sull’apparenza e sul successo. Un autentico gioiellino. Si prosegue con “Richmond, fine settembre, 1849″, in cui Leiber scomoda un mostro sacro della letteratura, immedesimandosi nei suoi pensieri e nelle sue azioni, a seguito di un incontro casuale con un’affascinante quanto misteriosa signora. Un incontro che forse non si rivelerà così accidentale. Arriviamo poi al vero capolavoro della raccolta: “La cosa marrone chiaro”, che dà anche il titolo al volume. Prima e più corta stesura di “Nostra signora delle tenebre”, forse il romanzo più rappresentativo dell’intera produzione dello scrittore americano, “La cosa marrone chiaro” esprime la personalissima visione del mondo di Leiber. Il senso di confusione e di vero e proprio terrore di fronte all’immensità delle metropoli moderne, in cui in ogni anfratto possono nascondersi inquietanti pericoli. Una sensazione acuta di smarrimento che attanaglia il protagonista, perso in una San Francisco che prende vita, il cui punto nevralgico è la collina di Corona Heights. Un racconto incredibile che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. La concezione postmoderna dell’autore si riflette anche nel successivo “Fantasie paurose”, dove lo spazio si restringe dalla città a un condominio, in un cui un’enigmatica figura femminile (altro tema ricorrente), turberà la monotonia della vita del protagonista. Il volume si conclude con “Il nero ha il suo fascino”, folle monologo di una moglie verso il proprio marito. Completano il tutto la preziosissima introduzione del curatore e traduttore Federico Cenci e un’appendice in cui lo stesso Leiber racconta del proprio turbolento rapporto con la rivista “Weird Tales”.

La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” si rivela una raccolta preziosa che sprigiona un concentrato d’inquietudine sotterranea. Un terrore che striscia sottopelle e che può annidarsi nei muri del proprio appartamento, in un ascensore, in un parco. Una paura dalle mille sfaccettature, che prende il via dal gotico più classico per invadere le megalopoli moderne. Racconti che sussurrano il proprio carico di angoscia, avviluppando il lettore in un vortice, senza più lasciarlo andare.

Voto: 4/5

Mr. P.

James Baldwin – Stamattina stasera troppo presto

Titolo: Stamattina stasera troppo presto

Autore: James Baldwin

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 281

Prezzo: € 16,00

“Eppure giorno dopo giorno si rendeva conto di essere nero come il peccato, capiva che i segreti del suo cuore erano una puzza alle narici di Dio.”

James Baldwin fa parte di quella schiera di autori che nel nostro paese sono caduti ingiustamente nell’oblio e che necessiterebbero di una corposa ristampa delle loro opere. Per fortuna ci ha pensato Racconti Edizioni, riportando nelle librerie italiane “Stamattina stasera troppo presto”, l’unica raccolta di racconti dello scrittore newyorchese. Un’antologia potente, rabbiosa, mai banale. Otto blues, come li definisce la stessa casa editrice, che ci prendono a schiaffi in pieno volto, ci scuotono e ci urlano contro ma che sanno anche cullarci e accarezzarci malinconicamente.

James Baldwin, all’interno delle sue storie, diventa bambino, uomo, donna, bianco e nero. La sua scrittura diretta e priva di orpelli, che sa toccare con grazia le corde più nascoste dell’animo umano, ci accompagna nel profondo della coscienza della gente comune, tra problemi quotidiani e il desiderio straziante di una nuova vita.
Nei suoi racconti troviamo temi scomodi e dalle acute valenze sociali, che pescano a piene mani nella tormentata esistenza dell’autore americano. Il difficile rapporto tra un figlio, colmo d’insicurezza e in cerca di comprensione, con un patrigno inflessibile e fanatico religioso (“Il macigno”), si intreccia con un’omosessualità repressa, faticosa da comprendere per lo stesso narratore (“La scampagnata”). Tratti chiaramente autobiografici, che ci trasmettono la sensazione di disagio e di incomunicabilità con la famiglia che deve aver provato lo scrittore da ragazzo.
Non possono mancare ovviamente le tematiche legate al razzismo e alla discriminazione dei neri d’America, affrontate in modo magistrale in racconti come “«Previous condition»”, “Come out the wilderness”, dove Baldwin ci narra della burrascosa storia d’amore tra una donna di colore e un ragazzo bianco e “Uomo bianco”. Proprio da quest’ultimo, descritto attraverso le percezioni e i sentimenti di uomo di razza bianca, traspare tutta la crudeltà e la generalizzazione con cui è stato trattato il popolo nero. Un racconto agghiacciante, che non mancherà di infilarsi come un amo nella coscienza del lettore, per poi arpionargli il cuore. Altro esempio di brutalità inaudita, ma assumendo questa volta i caratteri di una vendetta dettata dall’invidia verso una famiglia bianca, è “L’uomo bambino”. Una manciata di pagine che lascia un vero e proprio senso di malessere. Emozioni dense che soltanto le grandi penne sanno trasmettere. Particolarmente toccante è invece “Blues per Sonny”, storia sul legame complicato tra due fratelli, che nonostante le divergenze e una visione opposta della vita, finiscono per ritrovarsi.
Il racconto che da il titolo alla raccolta è invece un altro esempio di esperienza autobiografica. Il protagonista è un attore e cantante che, come Baldwin stesso, è emigrato a Parigi, lontano da un’America che non l’ha mai accettato veramente. “Stamattina stasera troppo presto” narra l’ultima notte francese dell’attore prima di tornare negli Stati Uniti per una nuova opportunità di lavoro. Veniamo così a scoprire che il ritorno verso il paese natio, più che fonte di gioia, è foriero di paure e incertezze sul futuro. Il narratore si sente un espatriato fin dalla nascita, senza un luogo da poter chiamare casa. Un’odissea interiore di cui non ci è concesso conoscere il finale ma che ci lascerà intravedere uno spiraglio di speranza.

James Baldwin, attraverso le ingiustizie e le discriminazioni subite dalla sua razza, parla un linguaggio universale, diretto a ogni essere umano, senza distinzione di sesso o etnia. Racconti di denuncia sociale e di indagine psicologica, vigorosi e delicati nello stesso tempo. Storie che sapranno trasmettervi rabbia, rimpianto, solitudine, amore e che, statene pur certi, non potranno lasciarvi indifferenti.

Voto: 4/5

Mr. P.