Alexandra Kleeman – Intuizioni

Titolo: Intuizioni

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 15,00

“Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. Quando capita, preferisco chiudere gli occhi e restare immobile, immobile come i bicchieri o le candele o il pane sul tavolo, abbandonata, esposta.”

Alexandra Kleeman è una giovane scrittrice statunitense portata in Italia da Edizioni Black Coffee inizialmente con il suo romanzo d’esordio, “Il corpo che vuoi” (già letto, amato e recensito qui) e, successivamente, con “Intuizioni”, la sua prima raccolta di short stories. Un paio di anni fa ho avuto l’occasione di conoscerla durante una presentazione e non sono riuscita a trattenermi: ho dovuto dirle che il suo libro era uno dei più strani che avessi mai letto! Chiaramente, era un complimento – anche se non so esattamente come sia suonato alle sue orecchie. Non è semplice trovare storie davvero particolari e originali, al giorno d’oggi, e ricordo in modo molto vivido le sensazioni provate durante la lettura, sensazioni che si sono verificate nuovamente con questa raccolta (in maniera forse ancora più accentuata!).

I dodici racconti di “Intuizioni” sono suddivisi in tre sezioni diverse. Pur non avendo dei nomi precisi ma soltanto un’indicazione numerica (I, II, III), è impossibile non notare che questa tripartizione indica una sorta di ciclo vitale (nascita, esistenza, morte) quasi rivisitato: le storie narrate infatti si riferiscono ai tre diversi momenti in modo metaforico. La Kleeman tiene a mente i concetti riportati sopra ma li amplia, giocando con le varie sfumature che queste tre fasi fondamentali della vita possono assumere. Non è un caso, infatti, che in “La maestra di danza” (prima sezione) la nascita descritta non sia una reale venuta al mondo ma la comparsa di un ragazzino selvatico in società, il suo pseudo addomesticamento da parte di un’insegnante tramite la danza, il cambiamento che cerca di farsi strada in una natura che si ribella. Allo stesso modo, nella seconda parte, emergono una serie di diapositive della vita quotidiana di una donna, Karen (che sia lo stesso personaggio o che siano tante Karen diverse non ci è dato saperlo). Infine, nella parte conclusiva, la morte è tangibile e reale (come in “Sangue finto“, un racconto dalle tinte horror che disorienta e provoca disagio) ma anche metaforica, come nel conclusivo “Tu, che scompari” (intenso e commovente, la vera perla di questa raccolta), in cui ad eclissarsi misteriosamente sono ricordi, cose, persone. Non si pensi però che le short stories scritte dalla Kleeman si attengano soltanto a ciò: sono lavori originali, molto diversi uno dall’altro, alcuni così particolari e su più livelli da apparire di difficile interpretazione. Nello specifico, tre di questi sono rimasti a me oscuri: “Breve storia del bello e cattivo tempo“, un racconto lungo quasi cinquanta pagine in cui una famiglia cerca di costruire una casa indipendente dal tempo meteorologico; “Ilemorfismo“, un’immersione nel mondo degli angeli; ed infine “Fame di un coniglio“, che non credo di aver compreso del tutto ancora adesso. La sensazione che il lettore prova addentrandosi in “Intituizioni” è inizialmente di spaesamento: molti dei racconti sono pervasi da un senso imminente di minaccia, di soffocamento, d’incubo. Maestri nel fare ciò sono, per esempio, “Favola”, la storia di una ragazza che si ritrova circondata da fidanzati e pretendenti invadenti e inquietanti, “Cena di aragosta”, che ci mostra come una vacanza tranquilla possa essere turbata da un’invasione di aragoste e “Intuizione”, un racconto claustrofobico in cui una donna si ritrova intrappolata in un appartamento, a vivere una vita che sembra non conoscere. Alcune delle short stories che ho apprezzato di più, però, fanno parte della sezione centrale, in cui i contorni onirici si fanno più sfocati ed è possibile osservare la bravura della Kleeman nel ritrarre persone normali ed esistenze quasi banali. I rapporti interpersonali, la paura, l’amore, la voglia di fuggire, la maternità, la solitudine vengono esplorate con tatto e profondità ed è improbabile non rivedersi, almeno in parte, in una di quelle tre Karen.

Risulta difficile, dunque, riassumere alla perfezione quest’opera: è variegata, originale, a tratti disturbante e surreale. Le ambientazioni sono perlopiù realistiche ma hanno sempre qualcosa di particolare, qualcosa che ci fa storcere il naso, soprattutto quando ci accorgiamo dell’attenzione posta sui particolari da parte dell’autrice. Ci sono riflessioni su oggetti e concetti che difficilmente vengono presi in considerazione, si analizzano spesso nei dettagli e, se inizialmente ci apparivano futili o insignificanti, a tratti ci sembrano poi ostili, conturbanti. Un senso di confusione non indifferente può prendere il sopravvento sul lettore – ed è forse questo il motivo per cui non sono riuscita ad amarla del tutto – ma è necessario tenere presente anche un sottile velo comico che si nasconde dietro questi dodici racconti, un umorismo cinico e nero che più di una volta ha trovato un’espressione sul mio viso: parlo di quei sorrisi stiracchiati che si fanno quando si è a disagio, quando si cerca di mantenere la calma ma in realtà ci si scopre turbati nel profondo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

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Pablo Palacio – Un uomo ucciso a calci

Titolo: Un uomo ucciso a calci

Autore: Pablo Palacio

Editore: Edizione Arcoiris

Anno: 2018

Pagine: 96

Prezzo: € 10,00

“Si deve attendere. La vita è una paralisi dell’attesa. Guardiamo sempre dalla finestra speranzosi che arrivi il bel tempo. Aspettiamo che ci cadano addosso soluzioni dal tempo stesso. Seduti in poltrona, contempliamo il cinematografo dei fatti che ci accadono. Guardiamo verso l’alto per trovare il lucernario da cui uscire, pallidi e confusi, ed essere spettatori del nostro stupefacente dramma, se è possibile, se la vita lo permette.”

Tra i più grandi scrittori ecuadoriani del Novecento, Pablo Palacio approda anche in Italia con la raccolta di racconti “Un uomo ucciso a calci“, all’interno della collana “Gli eccentrici” di Edizioni Arcoiris, che prosegue nel suo attento lavoro di riscoperta della letteratura sudamericana. Già dall’eloquente titolo e dalla bellissima copertina, comprendiamo che i racconti di Palacio sono cinici, spietati e senza scrupoli. Leggendo però le nove storie che compongono l’opera, ritroviamo anche uno squisito senso del grottesco e della satira, che fa degli scritti dell’autore ecuadoriano qualcosa di assolutamente anomalo.

La maggior parte dei personaggi che popolano il mondo letterario di Palacio sono degli outsider, quasi dei reietti, distanti dalla realtà che li circonda e dalla razionalità che li vorrebbe degli individui comuni. L’esempio che calza a pennello è la donna bicefala di “La doppia e unica donna“, interprete di un conflitto interiore che si estende al mondo intero. Se da una parte infatti la protagonista si considera un’unica persona e non sopporta il fatto che gli altri la considerino un doppio individuo con due personalità ben distinte, dall’altra, nel suo intimo, la donna è felice di essere diversa da tutti e vede la propria maledizione rovesciarsi in un’accezione positiva. Altro personaggio riuscitissimo, è l’antropofago protagonista dell’omonimo racconto, in cui gli istinti brutali e primordiali si tramutano in un desiderio impossibile da dominare, trasformando l’uomo in un folle emarginato. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è poi un esempio feroce ed esilarante nello stesso tempo di ricostruzione di un crimine, in cui la presunta distanza dall’ordinarietà e le tensioni psichiche che attraversano la mente di un uomo, sono soltanto immaginate dal narratore, a sua volta ossessionato dal delitto perpetrato e vittima lui stesso della stessa psicologia contorta.
Palacio non si fa però mancare anche una breve incursione nel fantastico (“Stregonerie“), una scheggia letteraria a sfondo sociale (“La storiella“) e l’enigmatico e dai contorni onirici “Luce laterale“, forse il racconto che mi ha incuriosito maggiormente, proprio per il senso di indefinito e di indecifrabilità che lo permea. Una storia dalle sfumature quasi gotiche, che mi ha ricordato un Edgar Allan Poe iniettato di follia.
Purtroppo qualche altra storia mi è sembrata troppo poco sviluppata, con finali che, a mio avviso, non hanno reso piena giustizia a delle trame che avrebbero meritato maggiori respiro. Ma forse questo era proprio l’intento di Palacio: piccoli resoconti di insensatezza quotidiana, che ci allontanano ancora di più da una logica dell’esistenza.

Un uomo ucciso a calci” è una raccolta sperimentale, che genera nel lettore un misto di fascino e repulsione. Satira e violenza si mischiano per dare vita a storie originali, che aggiungono un importante tassello al mondo letterario sudamericano esportato nel nostro Paese. Chissà se in futuro riusciremo a leggere altro di Pablo Palacio: dopo questi nove racconti, la curiosità non manca.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Blake Butler – Atlante delle ceneri

Titolo: Atlante delle ceneri

Autore: Blake Butler

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 12,00

“COME RICORDERAI?
– Nei miei denti dondolanti. Nelle mie ginocchia rumorose. Con la striscia di mattino che attraversa il giardino; dove salgono i vermi, dove la terra sputa sulla sua cena. Questa casa invecchia con me ogni notte. Come ricorderò? Nelle fiamme. Nel rantolo delle nuvole. Ogni volta che odo un tonfo dal tetto sopra di me. Ogni volta che mi bagno la faccia per la vergogna. C’è sempre tutta questa carta: le nostre ricevute, gli appunti e i grazie mille, rime per compleanni composte da estranei; note e spazzatura e posta mai aperta; fotografie deformate dall’acqua. A volte recito ad alta voce la mia vita per ore. A volte invece proprio non me la sento.”

Un prontuario tardivo“: così recita il sottotitolo di “Atlante delle ceneri“, opera dello scrittore statunitense Blake Butler, autore fin’ora inedito in Italia ma portato nel nostro Paese dalla sempre attenta Pidgin Edizioni, che continua il suo lavoro di ricerca di testi originali e dai forti connotati sperimentali.
Ma dicevamo appunto del “prontuario tardivo”. Nessun’altra definizione poteva essere più appropriata per “Atlante delle ceneri“, che si rivela appunto una sorta di enigmatico manuale di (non) sopravvivenza alla fine (?) del mondo.  Butler infatti immagina un pianeta devastato da innumerevoli piaghe (si passa quelle classiche come l’acqua, il buio o gli insetti a piaghe nate da una fervida inventiva: interferenze, glitter, denti, tanto per citarne alcune), dove pochi sopravvissuti tentano di ritrovare gocce di utopiche speranze in un mondo ormai al collasso. Qui arriva la prima particolarità di un’opera in cui l’aggettivo “eccentrico”, nella migliore accezione del termine, calza a pennello. “Atlante delle ceneri” in realtà non è né propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti ma è un romanzo a racconti. La struttura narrativa è infatti suddivisa in episodi singoli, storie che possono essere lette come vicende a sé stanti ma che contribuiscono a comporre un unico mosaico letterario, che costituisce appunto il prontuario citato all’inizio. Ogni racconto è inoltre introdotto dalla manifestazione di una piaga diversa, raccontata da un narratore non meglio identificato. Una costruzione dell’opera che mi ha alquanto affascinato.

Quindi quello di Butler si può annoverare tra gli innumerevoli libri collegati alla distopia e al post apocalittico? Soltanto in parte. Il filone distopico infatti è soltanto lo sfondo (e forse  il pretesto) per potersi addentrare in profondità nell’animo umano, tra sentimenti di perdita, solitudine esistenziale e una moralità che viene spazzata via dal marciume del pianeta. Con uno stile originale e altamente suggestivo, Butler passa agevolmente da momenti squisitamente ascrivibili all’horror, che generano nel lettore forti sentimenti di angoscia e inquietudine, a un lirismo quasi poetico e a un’introspezione psicologica che producono emozioni contrastanti ma mai banali in chi legge.
Tra le pagine catastrofiche di Butler ritroviamo tour in quartieri sommersi, collezioni di fotografie che ricostruiscono con struggimento un’intera esistenza e madri schiave dei propri figli. Per proseguire con la delicata amicizia tra un uomo e una bambina alla tormentata ricerca di uno scopo qualsiasi per continuare a vivere in un mondo devastato, ma anche la tragedia di una coppia e del loro bambino malato, situazione dolorosa che si tramuterà in qualcosa di terrificante. Ogni racconto è pervaso da un forte senso di drammaticità, che lega ogni storia come pezzi di puzzle, dando vita a un’immagine sinistra e carica di fatalità. Ma sotto quel torrente nero, fatto di parole ed emozioni dai tratti sconvolgenti, scorre anche la speranza e la necessità di fuggire dalla devastazione e dalla solitudine di un pianeta distrutto. Proprio questa voglia di continuare a lottare e proseguire nelle proprie esistenze, nonostante in apparenza non ci sia più nulla per cui valga la pena resistere, è il vero fil rouge dell’opera.

Atlante delle ceneri” è una lettura dal forte impatto emotivo, che scava senza remore nella coscienza annebbiata dell’uomo, sussurrandoci che la nostra natura di esseri umani non muta, anche di fronte alla fine di un’era, ma anzi si fortifica. Perché l’amore sconfinato di una madre per i propri figli o il dolore sedimentato nel nostro cuore per la perdita dei propri cari, sono sentimenti che non cambiano, né ora, né mai.

Ps: Una nota a parte merita la cura maniacale dell’edizione, con pagine dai bordi neri (a simboleggiare la piaga del fuoco) e con differenti  sfondi a tema per ogni calamità descritta. Ancora una volta, brava Pidgin Edizioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Amalia Guglielminetti – L’immagine e il ricordo

Titolo: L’immagine e il ricordo

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 124

Prezzo: € 12,50

“Un ritratto è cosa tanto muta e tanto fredda in confronto all’immagine che l’innamorato porta in sé stesso e vede con gli occhi del suo desiderio e del suo rimpianto. Dopo un certo tempo, che è il periodo ancora dolce sebbene già malinconico dell’intenso ricordo, quel rettangolo di carta su cui s’immobilizza in un atteggiamento immutabile quella figura pura così viva, così inquieta, così varia nella fantasia, diviene intollerabile allo sguardo e odioso al pensiero come l’immagine stessa dell’amore pietrificato, mummificato.”

Di Amalia Guglielminetti vi avevamo avevamo già parlato e ora, a distanza di qualche mese, proseguiamo nella piacevole (ri)scoperta di questa importante, anche se ingiustamente dimenticata, autrice italiana del primo Novecento. Stavolta il merito di aver ripubblicato parte della sua opera di narrativa breve va a Ianieri Edizioni, che propone la raccolta di novelle “L’immagine e il ricordo”.
Come si intuisce dall’emblematico titolo, il fil rouge che collega i dieci racconti che compongono l’antologia è costituito dalla rappresentazione della realtà attraverso una specifica immagine (mentale), dai ricordi che a volte tradiscono e dai riflessi metaforici di noi stessi e di chi ci sta intorno, più ingannevoli di quanto possano sembrare.

Le novelle della Guglielminetti affondano le proprie radici in una sensibilità tutta al femminile, tanto che le protagoniste dei racconti sono quasi sempre delle donne. Determinate, fragili, sognatrici, passionali, distaccate, dominate o dominatrici: la psicologia femminile è al centro dell’intera raccolta.
Così ritroviamo illusioni amorose che si infrangono contro una realtà che di idilliaco non ha più nulla, inganni che vengono svelati (a volte soltanto per pura coincidenza) e si ritorcono contro il proprio creatore o ancora passioni dettate dal momento e da circostanze particolari, che a mente lucida risultano tanto vuote quanto patetiche. Situazioni che scavano nella coscienza dei personaggi, riportando a galla ricordi che si credevano sepolti da tempo, creando nuovi struggimenti e false speranze. Immagini della persona amata che vengono proiettate da una mente in preda al turbamento, che le tratteggia con linee dai contorni effimeri, creando riflessi di una falsa realtà tanto agognata quanto irraggiungibile. A volte però le immagini che la nostra mente costruisce sono sostituite da rappresentazioni concrete e tangibili, che non sempre però risultano meno fugaci delle proiezioni mentali stesse. Significativo a tale proposito è il racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui un gruppo di amici si interroga su di un quesito tanto semplice quanto spiazzante: “Durerà più l’immagine o il ricordo?”. Non sempre infatti sono i ricordi a sbiadire e le immagini a conservarsi nonostante il trascorre impietoso degli anni.
Tra le novelle più riuscite dell’opera troviamo “La matrigna”, interprete, come ci fa notare Michela Monferrini nella prefazione, di un curioso parallelismo con il ben più famoso romanzo di Elsa MoranteL’isola di Arturo”. Anche nel racconto della Guglielminetti, protagonista è un ragazzino rimasto orfano di madre, il cui padre decide di risposarsi con una donna molto più giovane. E anche qui tra il ragazzo e la sua matrigna sboccia un affetto e un rapporto dalle sfumature complesse e contraddittorie. Una corrispondenza che ci fa ulteriormente capire l’importanza (non riconosciuta) della Guglielminetti nella letteratura italiana del Novecento.

L’immagine e il ricordo” è una raccolta di novelle dai tratti delicati che, pur peccando a mio avviso di qualche ingenuità, regala un’intensa indagine psicologica, in particolar modo dell’universo femminile. Dieci racconti che, muovendosi tra grazia e inquietudine, vale la pena di riscoprire.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Gli Eletti: piccoli classici da (ri)scoprire

Avevo già apprezzato lo scorso anno la collana di classici tascabiliGli eletti” di Alter Ego Edizioni, che si prefigge di riscoprire testi brevi e imprescindibili della letteratura mondiale, attraverso un lavoro di ricerca e analisi coadiuvato da Dario Pontuale, scrittore e critico ormai diventato di casa su “Blog con vista”. Questa volta la proposta di lettura è ricaduta su due autori francesi, che si sono rivelati una graditissima sorpresa.
Di  Guy de Maupassant avevo già scoperto le torbide atmosfere dei suoi bellissimi racconti soprannaturali e del crimine, ma ancora mi mancava la sua produzione drammatica, di cui ho avuto un piacevole assaggio con “Quel porco di Morin e L’abbandonato“, volumetto arricchito dalla prefazione di Simone Gambacorta.
Devo invece ammettere la mia ignoranza riguardo a Honoré de Balzac, gigante letterario di cui non avevo letto nulla prima di imbattermi ne “Il capolavoro sconosciuto“, anch’esso impreziosito dalla prefazione di Patrizia Angelozzi.

Guy de Maupassant – Quel porco di Morin e L’abbandonato
I due racconti di Maupassant qui raccolti affrontano entrambi lo scomodo tema della verità e della menzogna e di come entrambi gli opposti di una stessa medaglia, che altro non è che la realtà, vengono rappresentati.
In “Quel porco di Morin” viene messa in scena la vicenda del mercante di provincia Morin, che a causa di un gesto avventato, generato a sua volta da una goffa illusione, vede nel giro di pochi giorni crollargli addosso l’intera esistenza. Una rispettabile reputazione infangata in un attimo da uno stupido e avventato episodio, che marchierà in modo indelebile il maldestro commerciante, tanto da chiedere l’aiuto del narratore, un giornalista amico di Morin. Proprio lui narrerà la storia a suo modo e secondo il suo punto di vista, facendo comprendere al lettore come la realtà possa essere manipolata, anche involontariamente, a seconda di chi la vive e la racconta. Non conosceremo mai la storia con gli occhi di Morin ma dovremo accontentarci di una verità che lascia più di qualche dubbio.
L’abbandonato” è un racconto di menzogne e di sotterfugi, in cui una madre a cui è stato strappato dalle braccia il figlio appena nato, perché frutto di un adulterio, decide di ritrovarlo dopo quarant’anni. Ma non sempre affrontare la realtà per smascherare l’inganno si rivela la scelta più giusta. Un sentimento di vergogna si impadronirà delle donna, che uscirà miseramente sconfitta dal suo tentativo di ridare dignità alla propria vita.
Due racconti dolorosi e intrisi di un’angoscia sottile, che ci mettono di fronte, nudi e senza protezione, alla crudezza delle nostre esistenze.
Voto: 4/5

Honoré de Balzac – Il capolavoro sconosciuto
La novella di Balzac “Il capolavoro sconosciuto” è un autentico atto d’amore verso l’arte, qui rappresentata attraverso la pittura, ma estendibile a qualsiasi tentativo umano di ricerca del bello e della perfezione. Proprio la ricerca di una perfeziona assoluta è la chimera che accompagna le vicende narrate da Balzac.
Protagonista è un giovane Nicolas Poussin, pittore realmente vissuto in Francia a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, e la sua smania di diventare un vero artista, grazie anche all’incontro che sta per avere con Frans Pourbus (altro pittore preso a prestito dalla storia), che Poussin considera un vero e proprio maestro. Nell’appartamento di Pourbus, il giovane aspirante pittore farà la conoscenza di un enigmatico vecchio che, stando ai suoi discorsi, sembra incarnare l’essenza stessa dell’arte pittorica. Tanto che, criticando i capolavori di Pourbus, millanterà un fantomatico ritratto di donna a cui starebbe lavorando da anni, alla ricerca della perfezione universale. Proprio questa odissea personale verso l’eccellenza assoluta, condurrà il racconto verso un epilogo dalle tinte fosche e inquietanti.
Balzac sembra quasi volerci dire che la natura è perfetta così come si presenta ai nostri occhi, proprio perché gode di una straordinaria imperfezione e che la nostra ambizione di apparire perfetti, sia agli altri che a noi stessi, è soltanto un desiderio effimero, specchio della nostra fragilità e insicurezza.
Voto: 3,5/5

Proponendoci letture veloci ma mai banali, anche questa volta i ragazzi di Alter Ego Edizioni si sono dimostrati ottimi avventurieri alla ricerca di classici dimenticati!

Mr. P.

Pablo Simonetti – Vite vulnerabili

Titolo: Vite vulnerabili

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2018

Pagine: 184

Prezzo: € 18,00

“L’unica cosa che riuscii a ricavare dalla confusione dei miei sentimenti fu il bisogno di mettere fine a un dolore che mi accompagnava da anni. Era come se la mia ombra si fosse ostinata a rimanere indietro, costringendomi ad aspettarla, senza permettermi di avanzare. Volevo finalmente riunirmi a lei, o abbandonarla lungo la strada, pronto a sopportare il lutto per la sua perdita.” 

Non conoscevo Pablo Simonetti, autore cileno classe ’61, che ha esordito nel 1999 con la raccolta di racconti “Vite vulnerabili“. Proprio il suo esordio letterario è stato tradotto e portato nel nostro Paese dai sempre attenti ragazzi di Edizioni Lindau, ponendo così un nuovo, importante tassello nel grande mosaico della letteratura sudamericana sbarcata in Italia.
Partendo proprio dal titolo, posso affermare con assoluta certezza che nessun altro aggettivo avrebbe potuto identificare meglio le dodici storie narrate da Simonetti: la vulnerabilità è il tratto distintivo degli uomini e delle donne che popolano le pagine inquiete della raccolta.

Simonetti, pur concedendosi qualche piccola fuga in Europa, tratteggia una provincia cilena dai contorni nostalgici e sfocati. Quartieri sonnolenti e grigi, a tratti quasi fantasma, abitati da persone le cui vite annaspano in un mare di disillusione, tra ossessioni e struggenti ricordi, alla costante ricerca di un appiglio per non affogare. Appiglio che può essere rappresentato da una sospirata e rischiosa avventura extra coniugale, da manie ossessivo compulsive sempre più stranianti o ancora dalla presenza confortante  di un anziano, il cui silenzio si tramuta nell’unica cosa in grado di donare pace e serenità. Tanti sono i temi affrontati dallo scrittore cileno e tutti con una sensibilità fuori dal comune e una spiccata introspezione psicologica. La solitudine dei rapporti umani, l’incomprensione di gesti e parole, spesso proprio tra chi dovrebbe essere avvolto da una tenera intimità, l’alienazione dei legami familiari o ancora il desiderio smodato di trasgressione e di fuga dalla realtà. Simonetti, con il suo stile fluido e mai banale, riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei sentimenti umani con grande delicatezza e inaspettata profondità, senza mai scadere nel melenso. Esempi cristallini sono “Il Giardino di Boboli“, inquieto scorcio del viaggio di nozze in Italia dei protagonisti o “Dal silenzio“, toccante intrusione nella vita del narratore di uno strano vecchio taciturno. La narrazione di Simonetti sa però essere anche spietata e incisiva, acuendo gli angoli appuntiti delle zone d’ombra dell’animo umano anziché mascherarli con un rassicurante tentativo di smussarli. Come in “Santa Lucía“, dove l’eccitazione di una passeggiata notturna si tramuta in smarrimento e tormento o in “Finale di finale“, in cui la finale di un torneo di bridge metterà il protagonista con le spalle al muro, a fare i conti con la propria vita.
Esempi perfetti delle due anime dei racconti di Simonetti sono “Amore virtuale” e “Senza pietà“, entrambi incentrati su di un amore omosessuale ma completamente agli antipodi. Se il primo commuove per la sua dolcezza infinita e il delicato struggimento che si respira in ogni pagina, il secondo è uno schiaffo in pieno volto, feroce e disturbante. Sentimenti contrastanti e di un’intensità tale che soltanto i grandi autori sono in grado di far sprigionare nell’arco di una manciata di pagine.

Vite vulnerabili” è una collezione di esistenze tormentate, gravida di sentimenti nascosti, che scavano in profondità nel lato più oscuro dell’esistenza umana, tra incubi e brame non soddisfatte, lasciando però spazio alla purezza degli affetti sinceri. Dodici piccoli capolavori di umanità: imperfetta, straziata, avvilita ma proprio per questo così vicina a noi.

Voto: 5/5

Mr. P.

Francesco Borrasso – Storia dei miei fantasmi

Titolo: Storia dei miei fantasmi

Autore: Francesco Borrasso

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2017

Pagine: 144

Prezzo: € 14,00

“Cosa è stato bello e cosa no, adesso non è importante; cosa avrei potuto fare e cosa no, nemmeno; so solo che va tutto bene, o almeno così mi racconto quando la mattina al posto tuo c’è il vuoto, ma con te i colori e i sapori erano diversi; il male faceva meno male e i momenti felici erano di un’intensità a me sconosciuta.
La tua meraviglia dovrò anestetizzarla.
Resta tutto, anche se in fondo è tardi, e forse non resta niente.”

Intimità: questa è la prima parola che mi viene in mente pensando ai racconti di Francesco Borrasso. L’intimità dell’amore, quello fatto di piccole accortezze e tenera malinconia, della morte, che ci aggredisce con ricordi a cui non credevamo più di appartenere,  della solitudine, dove ciò che tentiamo da sempre di seppellire, torna a galla.
Alla seconda prova sulla lunga distanza, l’autore campano confeziona una raccolta di piccoli  ed emozionanti racconti: affreschi, diapositive, frammenti di vite come tante. Un universo interiore in cui smarrirsi diventa incantevole.

L’interiorità dell’essere umano e i complicati intrecci emotivi delle relazioni con gli altri, sono il  cuore pulsante del libro di Borrasso. Figli immersi nel ricordo struggente di un padre che non c’è più, coppie immortalate nell’ultimo attimo della loro passione, consapevoli che niente le potrà salvare, adolescenti che incominciano a sfiorare l’amore, restandone ammaliati e lacerati. L’autore tratteggia con maestria la psiche e i pensieri più intimi dei suoi personaggi, lasciando che il lettore si immedesimi con i tormenti e le speranze dei protagonisti.
Il crepuscolo che impregna una vecchiaia ormai vuota, l’amaro disincanto di uno scrittore prossimo alla fine o la zona d’ombra di un qualcosa di taciuto che divora lentamente l’amore tra due persone. I fantasmi di cui ci parla Borrasso sono ben più spaventosi degli spettri che infestano le pagine di romanzi e racconti gotici. Sono le inquietudini, le angosce e le ossessioni che albergano dentro di noi. Sono i simulacri di persone a cui abbiamo voluto bene ma che vorremmo relegare, senza riuscirci, in ricordi a cui non poter più avere accesso. Emblematico è il racconto che dà il titolo al volume, in cui il protagonista, ormai preda del disincanto, giungerà all’amara conclusione che “ogni storia d’amore ha il suo grado di imperfezione, e in alcune, vincono i fantasmi.”
Oltre agli affetti e ai rapporti con chi ci sta intorno, Borrasso affronta temi ancora più delicati, come l’autismo (“Il bambino alfanumerico”) o la depressione (“Un posto nascosto” o l’ambigua  e inquietante “Uomo da niente”) ma sempre con la stessa delicatezza e la capacità di avvolgere il lettore da ogni parte, lasciandolo senza una via di fuga. Vite spezzate, risorte, anestetizzate, paralizzate. Scelte da compiere, strade da percorrere, occhi che speranzosi volgono lo sguardo indietro e altri intimoriti che guardano dritti davanti a sé. Segni inequivocabili di esistenze che urlano la loro necessità di essere vissute.

Storia dei miei fantasmi” raccoglie racconti che parlano alle profondità dei nostri cuori, lasciando tracce cariche di dolore o di dolce mestizia, ma senza mai dimenticare uno spiraglio aperto su di una piccola speranza. Leggendolo vi renderete davvero conto che le storie di Borrasso sono le storie di ognuno di noi.

Voto: 4/5

Mr. P.

Dani Fiorenza – Tutto quello che mi succede è colpa mia

Titolo: Tutto quello che mi succede è colpa mia

Autore: Dani Fiorenza

Editore: Echos Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 152

Prezzo: € 12,00

“Tutte le mattine pensava che non sarebbe dovuto essere lì, seduto su quella panchina a passare un’altra notte insonne. Non sarebbe neanche dovuto essere quello che era. Avrebbe dovuto essere qualcun’altro. O meglio, come diceva lui, avrebbe dovuto essere qualcos’altro, ciò che sarebbe potuto diventare se in passato avesse fatto quello che, in determinati momenti della sua vita, aveva inizialmente intenzione di fare.”

Esordio letterario per Dani Fiorenza, giovane autore toscano che da qualche mese ha dato alle stampe la sua prima raccolta di racconti. “Tutto quello che mi succede è colpa mia” contiene nove schegge di puro nonsense e follia, influenzate, a mio avviso, da autori quali Buzzati e Kafka. Un viaggio all’insegna dell’assurdo e del surreale, che trascina il lettore in una realtà in cui, scavando a fondo, ci si accorge che ogni cosa non è ciò che sembra.

Protagonisti delle storie di Fiorenza sono uomini e donne alle prese con l’esistenza di tutti i giorni, tra problemi quotidiani, gesti avventati e rimpianti. Vite come tante, dove però basta svoltare l’angolo per perdere l’orientamento e restare disorientati, in cui il senso del grottesco e dell’irrazionale è sempre in agguato. Possiamo così assistere a un vero e proprio ribaltamento dei ruoli, quando la vittima di un incidente si trasforma in un cinico e spietato carnefice (“Giustizia è fatta“), oppure a un litigio tra fidanzati che diventa la causa scatenante per dichiararsi amore eterno, nonostante la ragazza non sia più in vita (“Ti amo, vuoi capirlo o no?!“). Ma anche la morte e la sofferenza non vengono risparmiate dal sarcasmo amaro che traspare da queste storie. Emblematico è il racconto “L’amaro è di chi muore“, in cui un ingegnere scopre di essere deceduto, comprendendo miseramente come la sua dipartita non causi il dolore che invece si sarebbe aspettato di scoprire nei cuori delle persone che lo conoscevano. E ancora “Chiudi gli occhi e dormi“, che vede protagonisti due ragazzi che, per aiutare un uomo ferito (ma soltanto per tornaconto personale), finiranno soltanto per danneggiarlo.
La letteratura dell’assurdo non è semplice da gestire: deve appassionare e far sorridere ma senza, a mio parere, sfociare nella caricatura o nell’esagerazione. Nel suo esordio, il giovane autore toscano, sfodera sicuramente una grande originalità di trame e personaggi e ha l’indiscutibile pregio di confezionare racconti molto differenti l’uno dall’altro. Le storie filano via lisce, riuscendo a strappare più di un sorriso al lettore, ma in alcuni frangenti l’eccessività e il paradosso vengono a galla, guastando trame ben congegnate. In particolare ho trovato alcuni espedienti narrativi e qualche finale decisamente fuori posto.
Lo stile è pulito e fresco, ideale per una letteratura di intrattenimento come quella qui espressa, anche se a volte mi è sembrato eccessivamente colloquiale. Infine un appunto anche per i refusi, un po’ troppo sovrabbondanti.

Tutto quello che mi succede è colpa mia” è un esordio discreto, con tutti i pregi e i difetti di un autore alle prese con la sua prima opera. Incontrerà sicuramente il gradimento di chi cerca una lettura disimpegnata ma non vuota, che faccia evadere qualche ora dalla realtà, proiettando il lettore in un mondo visionario e onirico.

Voto: 3/5

Mr. P.

Joy Williams – L’ospite d’onore

Titolo: L’ospite d’onore

Autore: Joy Williams

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 664

Prezzo: € 18,00

“«Mi sento come se avessi passato tutta la vita nell’angolo di una stanza» dice Annie. «È questo il problema. Che sono sempre stata in un angolo. E adesso non vedo niente. Non so nemmeno che stanza è, mi capisci?» Tom annuisce ma lui quella stanza non la vede. La tristezza si è tramutata in sangue, gli scorre dentro. Non esistono stanze.”

Carver, Cheever, Flannery O’Connor: questi sono soltanto alcuni dei mostri sacri a cui viene accostata la penna di Joy Williams, maestra indiscussa del racconto americano e finalista al Premio Pulitzer, ancora inedita in Italia per quanto riguarda la sua produzione breve. A colmare questa enorme lacuna ci ha pensato Edizioni Black Coffee, casa editrice sempre attenta alla (ri)scoperta di autori statunitensi che qui da noi non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento. “L’ospite d’onore” contiene infatti ben 46 racconti, ossia la maggior parte della produzione di short storie della Williams. Un intero universo narrativo, che irrompe con forza nel lettore tirandolo a sé, ammaliandolo prima, per poi masticarlo e risputarlo fuori completamente avvinto dagli scritti di questa autrice straordinaria.

Innumerevoli sono i temi che Joy Williams tratta nei suoi racconti, quasi sempre radicati nella provincia americana, ma la parola chiave mi è parsa dare un senso all’intero lavoro è “cambiamento“. Che sia un evento (positivo o negativo) che ha portato a stravolgere le vite dei protagonisti oppure il desiderio struggente di trasformare la propria esistenza o ancora un istinto di sopravvivenza che li porta ad adattarsi al senso di nuovo e di sconosciuto che irrompe nella realtà, il cambiamento in questi 46 racconti è una presenza costante, a volte scomoda, che aggredisce i personaggi. Un cambiamento che a volte porta i protagonisti della Williams a cercare un rifugio nella religione, in una fede troppo spesso opaca e dai contorni illusori, che non aiuta l’uomo ma anzi lo rende ancora più insicuro e confuso. In altri episodi invece il senso di sicurezza che viene a mancare cerca di essere alleviato dall’amore verso un’altra persona, sentimento che non tarda a sconfinare in un’ossessione o in una dipendenza malata.
Altro grande protagonista dei racconti dell’autrice statunitense è la famiglia, intesa come intreccio ermetico di passioni e legami complicati. Troviamo così figlie che disprezzano le proprie madri, genitori che nutrono verso i figli una malsana indifferenza o ancora nonni che si aggrappano con ogni più piccolo residuo di energia alla propria nipotina, unica ancora di salvezza per non perdere di vista la realtà. Famiglie disgregate, che tentano di ricominciare un’esistenza degna di essere vissuta, che appaiono perfette ma che sotto il velo di un’apparente normalità celano l’orrore di una miriade di crepe. Famiglie il più delle volte pervase da un senso di perdita, altra grande chiave di lettura di questi 46 racconti.
La perdita è un concetto che negli scritti della Williams si respira a pieni polmoni. Può essere la perdita del proprio figlio, morto o detenuto in carcere, la perdita di un animale, a cui forse si è più legati che alla persona che si crede di amare, o ancora la perdita dell’innocenza, in cui l’infanzia si tramuta in modo brusco e immotivato in età adulta. Ma anche la perdita dell’illusione consolatoria di vivere una vita stabile e appagante e l’insorgere dell’improvvisa necessità di ricercare uno scopo nella propria esistenza, un obiettivo da perseguire per dimenticare quanto futile e privo di senso possa essere il cammino di un uomo.
Pur essendo una raccolta piuttosto corposa, la qualità media dei racconti si mantiene sempre su ottimi livelli, con pochi casi di scritti leggermente sotto tono. I picchi invece sono parecchi, ma tra tutti ho scelto di citarne tre. “Chimica invernale” narra dell’ossessione morbosa di due amiche per il proprio professore di chimica, in cui il senso di inadeguatezza e l’idealizzazione di un amore irraggiungibile porteranno a un epilogo agghiacciante. In “Congresso” protagonista è invece una moglie che si ritrova dall’oggi al domani a dover badare a un marito paralizzato, aiutata da uno degli studenti del consorte. La brama di poter accedere a una nuova vita e un amore del tutto imprevisto ma incontrollabile si fondono dando vita a un racconto dalle atmosfere dolenti e delicate, a tratti oniriche. Infine come non citare lo stupendo racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui una figlia deve convivere con il dolore tremendo di una madre malata, in cui l’attesa della morte e il cercare di riappropriarsi di una vita che non senti più tua diventano autentico struggimento.

L’ospite d’onore” è una raccolta di piccoli gioielli, in cui la quotidianità degli abitanti di un’America di provincia viene scossa da sentimenti estranei e disturbanti, elementi nuovi che si inseriscono nelle vite dei protagonisti, a volte terrorizzando, altre infondendo barlumi di speranza. Un’antologia personale che ci ha permesso di comprendere il grande valore di un’autrice come Joy Williams, capace, in poche pagine, di far vibrare le corde nascoste del nostro animo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Megan Mayhew Bergman – Paradisi minori

Titolo: Paradisi minori

Autore: Megan Mayhew Bergman

Editore: NN Editore

Anno: 2017

Pagine: 234

Prezzo: € 18,00

“Qualche giorno dopo aver visto Smith per l’ultima volta, compresi che stavo aspettando qualcuno che non capivo. Forse avrei passato il resto della mia vita ad aspettare, l’ennesimo fuggiasco trasformato in mito dalla palude. E forse era la cosa migliore: certe persone, certi luoghi vanno lasciati come sono.”

È davvero arduo, almeno per me – che preferisco i romanzi ai racconti – trovare una raccolta valida, una raccolta in cui tutte (o quasi) le short stories lì riunite siano in grado di emozionarmi, di farmi riflettere, di farmi sentire parte dei vari mondi che sono stati creati. Con NN Editore era già successo: mi ero follemente innamorata de “Il paradiso degli animali” di David James Poissant. Ebbene, inutile dire che ciò è accaduto di nuovo con la stessa casa editrice e con un titolo ed un libro che, in qualche modo, è connesso al precedente: “Paradisi minori” di Megan Mayhew Bergman. Il fil rouge che collega queste due opere è dato soprattutto dagli animali: essi ritornano in ogni storia, sono protagonisti tanto quanto gli esseri umani e ci permettono di capire che, alla fin fine, non vi è questa grande distinzione tra gli uni e gli altri. Poissant e la Bergman, inoltre, sono accomunati anche dai temi che esplorano nelle loro raccolte: un continuo altalenarsi di rare gioie e grandi sofferenze che ci ricordano quanto piccolo possa essere l’uomo di fronte all’ineluttabilità della vita.

Le protagoniste dei racconti della Bergman sono tutte donne: ciò che colpisce maggiormente il lettore è la forza, la determinazione con cui questi personaggi affrontano le proprie esistenze. Ci si può quindi trovare di fronte ad una madre alcolizzata che prova in tutti i modi a recuperare il rapporto con la figlia (“Un’altra storia a cui lei non crederà”), ad una donna che, tradita dal marito, ricerca con veemenza la propria libertà (“La compagnia giusta”) o ad una fidanzata che rimanda continuamente il proprio matrimonio perché ancora non è in grado di accettare il suo viso deturpato (“Salvare la faccia”). Nonostante le loro tragedie personali, queste donne continuano a combattere, continuano a vivere le loro vite senza mai arrendersi: accanto al dolore si fa timidamente strada una piccola speranza, senza la quale sarebbero completamente perse. Il lettore perciò si ritroverà ad osservare una donna che deve affrontare il lutto materno e che intraprenderà un lungo viaggio per poter afferrare per l’ultima volta la voce del genitore scomparso («Mi rendo conto di aver disperatamente bisogno di un pezzo di mia madre»), una ragazza che decide di vivere ai margini di una palude, cercando di isolarsi da tutto fino a quando non proverà di nuovo il brivido di essere toccata da un uomo («Dopo anni di solitudine e lunghi periodi di astinenza, mi ero dimenticata come ci si sente quando qualcuno ti accende come un interruttore, quando devi concentrarti mentre il cuore e il sangue ti urlano dentro.»), o ancora una moglie che cerca di rimanere incinta nonostante l’immenso senso di colpa provato («Se non riesco a prendermi cura di un cane non merito un bambino»). Accanto a questi personaggi, ci sono loro, gli animali: a volte vengono descritti come brutali, violenti, in grado di rovinare per sempre un’esistenza. In altri momenti, invece, sembrano l’unico appiglio possibile per rimanere a galla. Pappagalli, lemuri, cani, lupi, gatti, balene: possono essere un semplice sfondo, talvolta vengono utilizzati invece come metafora, altre ancora prendono il sopravvento e quasi rubano la scena alle protagoniste. In ogni caso la loro presenza è vivida, costante e s’inserisce perfettamente all’interno dei racconti e dei temi esplorati dalla scrittrice.

Ogni volta che ho intenzione di consigliare un libro a qualcuno, mi pongo sempre una domanda fondamentale: che cosa è in grado di fare l’autrice in questione, dove ci porta, con il suo lavoro?Con Megan Mayhew Bergman è stato facile: la scrittrice ci ricorda che, in fondo, siamo soltanto delle bestie egoiste che lottano per la propria sopravvivenza. Ed è esattamente questa la chiave, il leitmotiv che collega questi meravigliosi dodici racconti.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.