Jess Walter – Viviamo in acqua

Titolo: Viviamo in acqua

Autore: Jess Walter

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 204

Prezzo: € 16,00

“Ho una teoria: che questa, Las Vegas, sarà l’unica città che gli archeologi del futuro ritroveranno. Il clima secco la conserverà e le squadre di scienziati dell’anno 5000 toglieranno e scrosteranno con cura la sabbia, sotto la quale troveranno piramidi, castelli e riproduzioni della Tour Eiffel e dello skyline di New York, pertiche per la lap dance e carte con le donne nude; e questi archeologi del futuro ricreeranno la nostra intera cultura fondata unicamente su questo schifosissimo posto, cinico e superficiale.”

Avevo un ricordo sfocato di Jess Walter, legato a un romanzo che lessi parecchi anni fa (“La vita finanziaria dei poeti“) e che probabilmente avevo anche apprezzato, ma che si era perso nei meandri della mia memoria di lettore. Così quando me lo sono ritrovato davanti, con la raccolta di racconti “Viviamo in acqua“, non avevo davvero idea di cosa aspettarmi. È bastato però leggere il primo racconto, per capire di trovarmi di fronte a un libro incredibile. Nelle storie di Jess Walter ritroviamo l’ironia più arguta, la critica (non poi così velata) alla routine della vita americana e la malinconia della solitudine ma anche una carezzevole dolcezza, il grottesco della sopravvivenza quotidiana e l’illusione che si tramuta bastardamente in disillusione. Insomma, nei racconti di Jess Walter c’è tutto.

Originario di Spokane, lo scrittore statunitense ambienta la quasi totalità delle proprie storie nella sua città, cogliendo a pieno gli aspetti peggiori (con qualche piccola concessione nella parte migliore) della classe media americana, con tutto il suo carico di contraddizioni e malignità. Da situazioni al limite del paradossale, come quella di un senzatetto che con i soldi guadagnati dalle elemosine acquista l’ultimo libro di Harry Potter, scaturiscono vuoti incolmabili e dolori sinceri, rappresentati alla perfezione dallo strazio di un padre che non può vedere il proprio figlio. O al contrario quel vuoto tenta disperatamente di essere riempito da un figlio alla ricerca della storia e delle origini del padre, in un racconto a incastri, autentico gioiello, sviluppato magistralmente nella storia che dà il titolo all’opera, a mio avviso il capolavoro dell’intera antologia. Altre volte ancora il dolore si trasforma in ossessione e in autentica furia, come nell’agghiacciante “Vergine“, le cui ultime righe mi hanno lasciato addosso un inquietante senso di disagio. Disagio che si respira a pieni polmoni anche ne “Il lupo e la foresta“, in cui un’ombra scura e ingombrante allunga i suoi tentacoli sulle buone intenzioni del protagonista, creando un’apparenza disturbante, una superficie appena smossa, in cui occorrerebbe andare in profondità, per scoprire cosa si cela davvero negli abissi: tema caro all’autore e più volte riproposto.
Jess Walter però parla ai nostri cuori anche attraverso il sarcasmo più dissacrante. Basti pensare a “I re della carriola,” piccola meraviglia carica di humor, che non ha nulla da invidiare al miglior Bukowski e che mi ha strappato una risata in più di un’occasione. O ancora al tragicomico “Il ladro“, che trova nelle derisorie descrizioni di un padre dei propri tre figli, un’ironia caustica e maligna. Per non farsi mancare nulla, lo scrittore statunitense ci regala anche un’incursione nell’horror, ma sempre sui generis e filtrato dalla sua grande sensibilità. Stiamo parlando di “Non mangiare gatto“, racconto che ribalta completamente gli stereotipi sugli zombie, prendendo a prestito una creatura di cui si è già scritto tutto e riuscendo a creare qualcosa di originale.

Viviamo in acqua” non lascia scampo: l’auspicata redenzione non arriva, tra crisi d’identità, sete di vendetta, autolesionismo e velleità filantropiche. Jess Walter ci insegna che guardare dentro noi stessi, alla ricerca di una parvenza di verità, il più delle volte non è consolatorio né tantomeno salvifico. Tutto ciò che possiamo fare è continuare a vivere: se in acqua, alla stregua di pesci intrappolati in un acquario, non ci è dato saperlo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

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Autori vari – Calles: tredici racconti dalla Bolivia

Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Autori: AA. VV.

Editore: Gran Vía

Anno: 2018

Pagine: 203

Prezzo: € 15,00

“Quando Álvaro aveva annunciato la sua partenza, Vanessa inizialmente aveva provato tristezza, presto convertita in quella specie di strano piacere che genera la profezia autocompiaciuta; come quando camminiamo nella penombra sapendo che va tutto bene, ma è inevitabile pensare che da qualche parte possa esserci nascosto qualcuno, o che in quel momento, proprio quello, tra tutti i momenti di cui è fatta la vita, avverrà il primo contatto con un’anima in pena o con il diavolo. Siamo convinti di vedere qualcosa e che quello sia l’attimo più emozionante della nostra esistenza. Terrore e piacere simultanei. Finché non si accende la luce e constatiamo che se qualcosa c’è, è stato lì da sempre.”

Mi sono avvicinato alla letteratura sudamericana soltanto negli ultimi anni, ma quando penso ai romanzi e ai racconti che scaturiscono dalle penne di autori latini, subito mi saltano alla mente paesi come l’Argentina o il Cile, quest’ultimo in particolare rappresentato da Roberto Bolaño. Per fortuna, a sdoganare la letteratura (da noi) misconosciuta di alcuni paesi dell’America del Sud, ci sta pensando Gran Vía, attraverso la pubblicazione di una serie di antologie, ciascuna dedicata a una specifica nazione. Dopo Messico, Cuba e Cile, è la volta della Bolivia, la cui scena letteraria è ancora un territorio inesplorato per i lettori italiani. La raccolta che ci propone Gran Vía comprende tredici racconti di altrettanti autori, in un caleidoscopio emozionale che avvince e stupisce.

Calles” presenta una nuova generazione di scrittori boliviani, tutti nati dopo il 1970, a eccezione di Edmundo Paz Soldán, nato nel 1967 e che probabilmente ha dato il via alle nuove voci qui raccolte. Uno scenario florido e variegato, che tratta temi universali, adattandoli alla geografia urbana boliviana, in modo diretto e senza compromessi.
Così la violenza, sia essa premeditata che totalmente casuale, e per questo forse anche più spaventosa, ci viene sbattuta in faccia senza tanti preamboli. È ad esempio il caso di Marcelo, il giovane protagonista di “Tutti realizzano i propri sogni tranne me” di Wilmer Urrelo Zárate, uno dei racconti maggiormente sperimentali dell’intera raccolta, che da carnefice diventa vittima designata, in una escalation di brutalità che lascia turbati o la repentina e accidentale esplosione di aggressività de “La giapponese” di Saúl Montaño, che lascia il lettore assolutamente disorientato. La violenza però può anche essere solo lasciata intuire, come nel soffocante “Nel bosco” di Giovanna Rivero, che insinua sotto pelle supposizioni dai contorni angoscianti, o portare alla disgregazione e alla rottura dei fragili equilibri interni che regolano la famiglia. Proprio i delicati legami famigliari e le loro incrinature, sono al centro della gran parte dei racconti raccolti in “Calles“. “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi e “La casa grande” di Rodrigo Hasbún sono esempi perfetti di drammi famigliari racchiusi in una manciata di pagine, in cui la malattia e la vecchiaia aleggiano sui personaggi come terribili spauracchi o segreti che non devono essere rilevati. A volte però la sicurezza confortevole del nucleo famigliare può essersi dissolta nel nulla, come accade alla solitaria protagonista di “Afferrare” di Natalia Chávez Gomes Da Silva, che imparerà sulla propria pelle a ricostruire da zero una nuova esistenza. In altre, invece, tale sicurezza non è mai esistita: basti pensare alla narratrice di “Deforme” di Fabiola Morales, che fin dall’adolescenza sostituisce le figure assenti dei genitori con la fotografa Dorothea Lange e la pittrice Frida Kahlo.
Menzione a parte meritano “Gringo” di Maximiliano Barrientos e “Dochera” del già citato Edmundo Paz Soldán. Il primo è un incubo del passato che torna a bussare prepotentemente nelle vite tranquille del narratore e della sua famiglia: un piccolo capolavoro onirico e allucinato, forse il mio preferito dell’intera antologia. Il secondo è la deliziosa analisi della psiche di un cruciverbista che si scopre innamorato, tra squarci di tenerezza e incantevole follia.

Calles” è una raccolta piena di sorprese, che mostra le mille piccole sfaccettature della quotidianità. La lettura di queste tredici storie incuriosisce e ci immerge in un panorama letterario che pare abbia davvero parecchio da dire. Un primo passo alla scoperta della Bolivia, sperando che il futuro ci riservi la traduzione di altre opere di questi validi autori.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Intervista a Black Dog Edizioni

Per il nostro blog questa è un’occasione davvero speciale: oggi abbiamo l’onore di ospitare, in anteprima, la neonata casa editrice Black Dog, rappresentata dal suo fondatore Marcello Figoni. Una casa editrice con un manifesto letterario importante e già ben definito: Black Dog infatti nasce con l’intento di portare in Italia opere inedite a cavallo tra Ottocento e Novecento o di riscoprire vecchi classici, restituendogli rinnovata linfa vitale con nuove traduzioni. Il genere di riferimento è il fantastico, in tutte le sue declinazioni: horror, gotico, fantascienza, weird. Ma bando alle ciance: diamo direttamente la parola a Marcello!

Ciao Marcello e benvenuto su Blog con Vista. Ti ringraziamo molto per essere qui con noi per presentarci in esclusiva Black Dog. Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice dedicata interamente al fantastico, genere che noi adoriamo, ma che purtroppo in Italia spesso viene considerato ancora superficialmente un genere di serie B?

Ciao Paolo, grazie per avermi dato l’occasione di presentare ai vostri lettori il mio progetto editoriale.
Una parte della risposta al tuo quesito si trova nella domanda. Sono convinto che quella di genere sia una letteratura estremamente viva e accattivante, che reca con sé messaggi profondi e di grande attualità. È mio intento far cadere quel velo di pregiudizio che spesso la avviluppa e che non permette di approcciarla come Letteratura con la L maiuscola.
Inoltre i classici gotici o fantastici sono un ottimo modo per far innamorare della letteratura anche i più giovani, facendo loro scoprire i lati più oscuri e più intriganti di autori normalmente giudicati noiosi.

Ci puoi dire da cosa nasce il nome “Black Dog”, che tra l’altro troviamo azzeccatissimo?

Il nome “Black dog” è stato un parto della fervida immaginazione della mia compagna Angela. Il cane nero è un omaggio a quella che è una delle figure più misteriose e inquietanti del folklore inglese: creatura misteriosa, ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Inoltre vuole essere anche un omaggio al “mostro” che mi ha maggiormente colpito durante l’adolescenza: Il mastino dei Baskerville di “holmesiana” memoria.

Le prime due pubblicazioni, che usciranno a breve, sono il primo di una serie di volumi dedicati a racconti gotici e fantastici di autori italiani dell’Ottocento (raccolta tra l’altro curata dal nostro amato Dario Pontuale) e il romanzo di Jules Verne “Il padrone del mondo”. Sappiamo che entrambi i libri saranno illustrati, il che dimostra una grande cura anche dal punto di vista estetico. Vuoi parlarci nel dettaglio di queste due prime uscite?

Fin dall’inizio voglio presentare ai lettori storie accattivanti e belle da leggere che, però, siano anche accompagnate da messaggi forti e profondi.
L’antologia “Racconti italiani gotici e fantastici – Esperimenti” presenta novelle di nostri autori dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Spazieremo da Italo Svevo a Luigi Capuana a Igino Ugo Tarchetti, per citare i più famosi, fino ad arrivare a narratori meno noti, ma non per questo, di minor livello, come Remigio Zena o Emilio De Marchi. Tutte le novelle di questo volume hanno un retroterra scientifico, da qui il sottotitolo “Esperimenti”, e narrano, con sorprendente attualità, il tema della invasività della scienza e di come possa diventare disumano un uso distorto della scienza e della medicina. Questo volume, inoltre, vuole anche presentare autori spesso vissuti dagli studenti come “impolverati” sotto una luce nuova e più viva. A mio avviso la rielaborazione della figura del vampiro fatta da Luigi Capuana è semplicemente superba.
Il Padrone del Mondo” è uno degli ultimi romanzi di Jules Verne. È forse il più amaro e pessimista scritto dal narratore francese e presenta la preoccupazione nutrita dall’autore circa la possibile deriva autoritaria in campo politico. Pensando che il libro è stato pubblicato nel 1905, sorprende la grande preveggenza del narratore.
Le illustrazioni sono un punto di forza. Voglio presentare libri belli da leggersi e belli a vedersi. Le illustrazioni sono affidate ad artisti affermati come Alex Raso o Valentina Biletta o a emergenti di indubbio valore come Elena Massola. Mi sono sempre piaciuti i libri illustrati e credo che per troppo tempo si siano usate le illustrazioni solo per la letteratura per ragazzi e che sia tornato il momento di utilizzarle, come accadeva una volta, anche per i libri adatti a tutte le età.
Se mi permetti vorrei spendere una parola anche per i curatori e i prefatori dei libri in uscita: oltre al già citato Dario Pontuale che ha curato l’antologia, “Il Padrone del Mondo” sarà accompagnato da una sagace postfazione del critico e poeta Donato di Stasi. Le altre due pubblicazioni primaverili vedranno contributi della giornalista ed esperta di letteratura americana Simona Zecchi e del filosofo Andrea Comincini.

Sul vostro sito leggiamo che grande importanza verrà data all’apporto femminile alla letteratura orrorifica: puoi darci qualche anticipazione in merito? E secondo te quanto è stato importante il contributo delle donne nel fantastico?

Il contributo femminile alla letteratura fantastica è stato fondamentale, basti pensare a Mary Shelley e a Ann Radcliffe. Queste, però, sono solamente le figure più note, ci sono poi altre grandissime narratrici di storie del soprannaturale o del fantastico che spesso hanno dovuto pubblicare sotto pseudonimo maschile, poiché tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento era ritenuto sconveniente che una donna scrivesse di certe cose. Proprio per questo la letteratura fantastica e di genere è stata un’arma importate a sostegno della causa dell’emancipazione femminile. Emblematica in questo senso è la figura di Mary Elenor Wilkins Freeman, una donna forte e libera, che ha fatto della letteratura il proprio lavoro e il proprio personale strumento di emancipazione. Di questa splendida autrice americana uscirà nel mese di giugno “Il vento nel cespuglio di rose e altre storie del soprannaturale”. Questa garbata, ma pungente antologia, sarà introdotta da un breve saggio di Simona Zecchi.

Questa è una domanda che solitamente facciamo agli autori, ma siamo curiosi di conoscere i gusti letterari anche degli editori: quali sono gli scrittori che maggiormente ti hanno influenzato e che ti hanno fatto balenare l’idea di trasformare la tua passione per la letteratura in una professione? E c’è qualche autore poco conosciuto che ti piacerebbe che i lettori italiani riscoprissero, magari proprio grazie a voi?

Mi sono sempre nutrito di narrativa gotica e fantastica: ho iniziato leggendo i “grandi nomi” come Edgar Allan Poe o Lovecraft, per allargare lo spettro e incrociare autori meno noti come William Hope Hodgson, Seabury Quinn o Clark Ashton Smith. Non ho mai trascurato, però, nemmeno gli autori nostrani e, una volta incontrata la “Scapigliatura” me ne sono innamorato. La mia passione per l’Ottocento italiano più oscuro mi ha portato a voler riproporre alcune “chicche” della nostra letteratura meno nota, ma sicuramente più viva.
Ho in mente molti progetti e se avrete la pazienza e la voglia di seguire le tracce lasciate dal cane nero vi imbatterete in gioielli inaspettati.

Oltre alla vostre pubblicazioni, sul sito della casa editrice è presente anche un blog chiamato Black Dog Magazine: ti va di parlarcene?

La tua domanda mi fa molto piacere. Il Magazine è uno spazio aperto in cui si possono trovare diverse suggestioni. Diverse voci, tutte autorevoli e competenti, accompagneranno il lettore in approfondimenti sulla letteratura di genere, vista anche da prospettive inaspettate. Ad esempio la Prof. Angelica Palumbo ha lanciato un sguardo “psicoanalitico” su due racconti di Poe e poi ha accompagnato il lettore in una appassionante riflessione sulle commistioni esistenti tra paesaggio, concetto di Sublime e Pittoresco nelle letteratura di genere vittoriana. A breve presenterò un bellissimo contributo di Andrea Comincini sulla paura.
Il Magazine è un luogo di riflessione, in cui trovare spunti che in un qualche modo si accostano alla letteratura e alle tematiche care alla mia casa editrice.

Per finire non può mancare la classica domanda sulle pubblicazioni future: quali sono i progetti di Black Dog per i prossimi mesi?

A fine maggio usciranno altri due titoli a cui sono molto affezionato. Uno l’ho già anticipato ed è “Il vento nel cespuglio di rose ed altre storie del soprannaturale” e l’altro è un romanzo fantasy di William Morris: “The House of the Wolfings”. Il grande architetto e socialista inglese è stato anche un grande conoscitore della mitologia norrena e, soprattutto, dei romanzi medievali islandesi che ha tradotto in inglese. Nella sua produzione letteraria fantastica l’eclettico Morris ha inserito in vicende storiche elementi soprannaturali e fantastici mutuati dalla mitologia norrena, creando storie estremamente affascinanti e raffinate. Nel romanzo che uscirà a breve, ad esempio, il substrato storico è dato dai primi scontri avvenuti tra l’esercito romano e i Goti sul confine danubiano. “The house of the Wolfings”, inoltre, ha un’altra particolarità: per ammissione dello stesso Tolkien è stato fonte di ispirazione per la creazione della sua Terra di Mezzo.

Grazie mille Marcello per la disponibilità!

Speriamo di avervi incuriosito: se volete saperne di più, potete seguire Black Dog Edizioni sulla loro pagina Facebook o visitare il loro sito. Siamo convinti che questa nuova casa editrice ci regalerà grandi soddisfazioni!

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Intuizioni

Titolo: Intuizioni

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 15,00

“Ci sono volte in cui il semplice essere al mondo equivale a strofinare la pelle nuda sulla carta vetrata, in cui ogni tipo di movimento produce un’abrasione lasciandoti ferito e vulnerabile alla prossima aggressione. Quando capita, preferisco chiudere gli occhi e restare immobile, immobile come i bicchieri o le candele o il pane sul tavolo, abbandonata, esposta.”

Alexandra Kleeman è una giovane scrittrice statunitense portata in Italia da Edizioni Black Coffee inizialmente con il suo romanzo d’esordio, “Il corpo che vuoi” (già letto, amato e recensito qui) e, successivamente, con “Intuizioni”, la sua prima raccolta di short stories. Un paio di anni fa ho avuto l’occasione di conoscerla durante una presentazione e non sono riuscita a trattenermi: ho dovuto dirle che il suo libro era uno dei più strani che avessi mai letto! Chiaramente, era un complimento – anche se non so esattamente come sia suonato alle sue orecchie. Non è semplice trovare storie davvero particolari e originali, al giorno d’oggi, e ricordo in modo molto vivido le sensazioni provate durante la lettura, sensazioni che si sono verificate nuovamente con questa raccolta (in maniera forse ancora più accentuata!).

I dodici racconti di “Intuizioni” sono suddivisi in tre sezioni diverse. Pur non avendo dei nomi precisi ma soltanto un’indicazione numerica (I, II, III), è impossibile non notare che questa tripartizione indica una sorta di ciclo vitale (nascita, esistenza, morte) quasi rivisitato: le storie narrate infatti si riferiscono ai tre diversi momenti in modo metaforico. La Kleeman tiene a mente i concetti riportati sopra ma li amplia, giocando con le varie sfumature che queste tre fasi fondamentali della vita possono assumere. Non è un caso, infatti, che in “La maestra di danza” (prima sezione) la nascita descritta non sia una reale venuta al mondo ma la comparsa di un ragazzino selvatico in società, il suo pseudo addomesticamento da parte di un’insegnante tramite la danza, il cambiamento che cerca di farsi strada in una natura che si ribella. Allo stesso modo, nella seconda parte, emergono una serie di diapositive della vita quotidiana di una donna, Karen (che sia lo stesso personaggio o che siano tante Karen diverse non ci è dato saperlo). Infine, nella parte conclusiva, la morte è tangibile e reale (come in “Sangue finto“, un racconto dalle tinte horror che disorienta e provoca disagio) ma anche metaforica, come nel conclusivo “Tu, che scompari” (intenso e commovente, la vera perla di questa raccolta), in cui ad eclissarsi misteriosamente sono ricordi, cose, persone. Non si pensi però che le short stories scritte dalla Kleeman si attengano soltanto a ciò: sono lavori originali, molto diversi uno dall’altro, alcuni così particolari e su più livelli da apparire di difficile interpretazione. Nello specifico, tre di questi sono rimasti a me oscuri: “Breve storia del bello e cattivo tempo“, un racconto lungo quasi cinquanta pagine in cui una famiglia cerca di costruire una casa indipendente dal tempo meteorologico; “Ilemorfismo“, un’immersione nel mondo degli angeli; ed infine “Fame di un coniglio“, che non credo di aver compreso del tutto ancora adesso. La sensazione che il lettore prova addentrandosi in “Intituizioni” è inizialmente di spaesamento: molti dei racconti sono pervasi da un senso imminente di minaccia, di soffocamento, d’incubo. Maestri nel fare ciò sono, per esempio, “Favola”, la storia di una ragazza che si ritrova circondata da fidanzati e pretendenti invadenti e inquietanti, “Cena di aragosta”, che ci mostra come una vacanza tranquilla possa essere turbata da un’invasione di aragoste e “Intuizione”, un racconto claustrofobico in cui una donna si ritrova intrappolata in un appartamento, a vivere una vita che sembra non conoscere. Alcune delle short stories che ho apprezzato di più, però, fanno parte della sezione centrale, in cui i contorni onirici si fanno più sfocati ed è possibile osservare la bravura della Kleeman nel ritrarre persone normali ed esistenze quasi banali. I rapporti interpersonali, la paura, l’amore, la voglia di fuggire, la maternità, la solitudine vengono esplorate con tatto e profondità ed è improbabile non rivedersi, almeno in parte, in una di quelle tre Karen.

Risulta difficile, dunque, riassumere alla perfezione quest’opera: è variegata, originale, a tratti disturbante e surreale. Le ambientazioni sono perlopiù realistiche ma hanno sempre qualcosa di particolare, qualcosa che ci fa storcere il naso, soprattutto quando ci accorgiamo dell’attenzione posta sui particolari da parte dell’autrice. Ci sono riflessioni su oggetti e concetti che difficilmente vengono presi in considerazione, si analizzano spesso nei dettagli e, se inizialmente ci apparivano futili o insignificanti, a tratti ci sembrano poi ostili, conturbanti. Un senso di confusione non indifferente può prendere il sopravvento sul lettore – ed è forse questo il motivo per cui non sono riuscita ad amarla del tutto – ma è necessario tenere presente anche un sottile velo comico che si nasconde dietro questi dodici racconti, un umorismo cinico e nero che più di una volta ha trovato un’espressione sul mio viso: parlo di quei sorrisi stiracchiati che si fanno quando si è a disagio, quando si cerca di mantenere la calma ma in realtà ci si scopre turbati nel profondo.

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Pablo Palacio – Un uomo ucciso a calci

Titolo: Un uomo ucciso a calci

Autore: Pablo Palacio

Editore: Edizione Arcoiris

Anno: 2018

Pagine: 96

Prezzo: € 10,00

“Si deve attendere. La vita è una paralisi dell’attesa. Guardiamo sempre dalla finestra speranzosi che arrivi il bel tempo. Aspettiamo che ci cadano addosso soluzioni dal tempo stesso. Seduti in poltrona, contempliamo il cinematografo dei fatti che ci accadono. Guardiamo verso l’alto per trovare il lucernario da cui uscire, pallidi e confusi, ed essere spettatori del nostro stupefacente dramma, se è possibile, se la vita lo permette.”

Tra i più grandi scrittori ecuadoriani del Novecento, Pablo Palacio approda anche in Italia con la raccolta di racconti “Un uomo ucciso a calci“, all’interno della collana “Gli eccentrici” di Edizioni Arcoiris, che prosegue nel suo attento lavoro di riscoperta della letteratura sudamericana. Già dall’eloquente titolo e dalla bellissima copertina, comprendiamo che i racconti di Palacio sono cinici, spietati e senza scrupoli. Leggendo però le nove storie che compongono l’opera, ritroviamo anche uno squisito senso del grottesco e della satira, che fa degli scritti dell’autore ecuadoriano qualcosa di assolutamente anomalo.

La maggior parte dei personaggi che popolano il mondo letterario di Palacio sono degli outsider, quasi dei reietti, distanti dalla realtà che li circonda e dalla razionalità che li vorrebbe degli individui comuni. L’esempio che calza a pennello è la donna bicefala di “La doppia e unica donna“, interprete di un conflitto interiore che si estende al mondo intero. Se da una parte infatti la protagonista si considera un’unica persona e non sopporta il fatto che gli altri la considerino un doppio individuo con due personalità ben distinte, dall’altra, nel suo intimo, la donna è felice di essere diversa da tutti e vede la propria maledizione rovesciarsi in un’accezione positiva. Altro personaggio riuscitissimo, è l’antropofago protagonista dell’omonimo racconto, in cui gli istinti brutali e primordiali si tramutano in un desiderio impossibile da dominare, trasformando l’uomo in un folle emarginato. Il racconto che dà il titolo alla raccolta è poi un esempio feroce ed esilarante nello stesso tempo di ricostruzione di un crimine, in cui la presunta distanza dall’ordinarietà e le tensioni psichiche che attraversano la mente di un uomo, sono soltanto immaginate dal narratore, a sua volta ossessionato dal delitto perpetrato e vittima lui stesso della stessa psicologia contorta.
Palacio non si fa però mancare anche una breve incursione nel fantastico (“Stregonerie“), una scheggia letteraria a sfondo sociale (“La storiella“) e l’enigmatico e dai contorni onirici “Luce laterale“, forse il racconto che mi ha incuriosito maggiormente, proprio per il senso di indefinito e di indecifrabilità che lo permea. Una storia dalle sfumature quasi gotiche, che mi ha ricordato un Edgar Allan Poe iniettato di follia.
Purtroppo qualche altra storia mi è sembrata troppo poco sviluppata, con finali che, a mio avviso, non hanno reso piena giustizia a delle trame che avrebbero meritato maggiori respiro. Ma forse questo era proprio l’intento di Palacio: piccoli resoconti di insensatezza quotidiana, che ci allontanano ancora di più da una logica dell’esistenza.

Un uomo ucciso a calci” è una raccolta sperimentale, che genera nel lettore un misto di fascino e repulsione. Satira e violenza si mischiano per dare vita a storie originali, che aggiungono un importante tassello al mondo letterario sudamericano esportato nel nostro Paese. Chissà se in futuro riusciremo a leggere altro di Pablo Palacio: dopo questi nove racconti, la curiosità non manca.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Blake Butler – Atlante delle ceneri

Titolo: Atlante delle ceneri

Autore: Blake Butler

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 200

Prezzo: € 12,00

“COME RICORDERAI?
– Nei miei denti dondolanti. Nelle mie ginocchia rumorose. Con la striscia di mattino che attraversa il giardino; dove salgono i vermi, dove la terra sputa sulla sua cena. Questa casa invecchia con me ogni notte. Come ricorderò? Nelle fiamme. Nel rantolo delle nuvole. Ogni volta che odo un tonfo dal tetto sopra di me. Ogni volta che mi bagno la faccia per la vergogna. C’è sempre tutta questa carta: le nostre ricevute, gli appunti e i grazie mille, rime per compleanni composte da estranei; note e spazzatura e posta mai aperta; fotografie deformate dall’acqua. A volte recito ad alta voce la mia vita per ore. A volte invece proprio non me la sento.”

Un prontuario tardivo“: così recita il sottotitolo di “Atlante delle ceneri“, opera dello scrittore statunitense Blake Butler, autore fin’ora inedito in Italia ma portato nel nostro Paese dalla sempre attenta Pidgin Edizioni, che continua il suo lavoro di ricerca di testi originali e dai forti connotati sperimentali.
Ma dicevamo appunto del “prontuario tardivo”. Nessun’altra definizione poteva essere più appropriata per “Atlante delle ceneri“, che si rivela appunto una sorta di enigmatico manuale di (non) sopravvivenza alla fine (?) del mondo.  Butler infatti immagina un pianeta devastato da innumerevoli piaghe (si passa quelle classiche come l’acqua, il buio o gli insetti a piaghe nate da una fervida inventiva: interferenze, glitter, denti, tanto per citarne alcune), dove pochi sopravvissuti tentano di ritrovare gocce di utopiche speranze in un mondo ormai al collasso. Qui arriva la prima particolarità di un’opera in cui l’aggettivo “eccentrico”, nella migliore accezione del termine, calza a pennello. “Atlante delle ceneri” in realtà non è né propriamente un romanzo, né una raccolta di racconti ma è un romanzo a racconti. La struttura narrativa è infatti suddivisa in episodi singoli, storie che possono essere lette come vicende a sé stanti ma che contribuiscono a comporre un unico mosaico letterario, che costituisce appunto il prontuario citato all’inizio. Ogni racconto è inoltre introdotto dalla manifestazione di una piaga diversa, raccontata da un narratore non meglio identificato. Una costruzione dell’opera che mi ha alquanto affascinato.

Quindi quello di Butler si può annoverare tra gli innumerevoli libri collegati alla distopia e al post apocalittico? Soltanto in parte. Il filone distopico infatti è soltanto lo sfondo (e forse  il pretesto) per potersi addentrare in profondità nell’animo umano, tra sentimenti di perdita, solitudine esistenziale e una moralità che viene spazzata via dal marciume del pianeta. Con uno stile originale e altamente suggestivo, Butler passa agevolmente da momenti squisitamente ascrivibili all’horror, che generano nel lettore forti sentimenti di angoscia e inquietudine, a un lirismo quasi poetico e a un’introspezione psicologica che producono emozioni contrastanti ma mai banali in chi legge.
Tra le pagine catastrofiche di Butler ritroviamo tour in quartieri sommersi, collezioni di fotografie che ricostruiscono con struggimento un’intera esistenza e madri schiave dei propri figli. Per proseguire con la delicata amicizia tra un uomo e una bambina alla tormentata ricerca di uno scopo qualsiasi per continuare a vivere in un mondo devastato, ma anche la tragedia di una coppia e del loro bambino malato, situazione dolorosa che si tramuterà in qualcosa di terrificante. Ogni racconto è pervaso da un forte senso di drammaticità, che lega ogni storia come pezzi di puzzle, dando vita a un’immagine sinistra e carica di fatalità. Ma sotto quel torrente nero, fatto di parole ed emozioni dai tratti sconvolgenti, scorre anche la speranza e la necessità di fuggire dalla devastazione e dalla solitudine di un pianeta distrutto. Proprio questa voglia di continuare a lottare e proseguire nelle proprie esistenze, nonostante in apparenza non ci sia più nulla per cui valga la pena resistere, è il vero fil rouge dell’opera.

Atlante delle ceneri” è una lettura dal forte impatto emotivo, che scava senza remore nella coscienza annebbiata dell’uomo, sussurrandoci che la nostra natura di esseri umani non muta, anche di fronte alla fine di un’era, ma anzi si fortifica. Perché l’amore sconfinato di una madre per i propri figli o il dolore sedimentato nel nostro cuore per la perdita dei propri cari, sono sentimenti che non cambiano, né ora, né mai.

Ps: Una nota a parte merita la cura maniacale dell’edizione, con pagine dai bordi neri (a simboleggiare la piaga del fuoco) e con differenti  sfondi a tema per ogni calamità descritta. Ancora una volta, brava Pidgin Edizioni.

Voto: 4/5

Mr. P.

Amalia Guglielminetti – L’immagine e il ricordo

Titolo: L’immagine e il ricordo

Autore: Amalia Guglielminetti

Editore: Ianieri Edizioni

Anno: 2018

Pagine: 124

Prezzo: € 12,50

“Un ritratto è cosa tanto muta e tanto fredda in confronto all’immagine che l’innamorato porta in sé stesso e vede con gli occhi del suo desiderio e del suo rimpianto. Dopo un certo tempo, che è il periodo ancora dolce sebbene già malinconico dell’intenso ricordo, quel rettangolo di carta su cui s’immobilizza in un atteggiamento immutabile quella figura pura così viva, così inquieta, così varia nella fantasia, diviene intollerabile allo sguardo e odioso al pensiero come l’immagine stessa dell’amore pietrificato, mummificato.”

Di Amalia Guglielminetti vi avevamo avevamo già parlato e ora, a distanza di qualche mese, proseguiamo nella piacevole (ri)scoperta di questa importante, anche se ingiustamente dimenticata, autrice italiana del primo Novecento. Stavolta il merito di aver ripubblicato parte della sua opera di narrativa breve va a Ianieri Edizioni, che propone la raccolta di novelle “L’immagine e il ricordo”.
Come si intuisce dall’emblematico titolo, il fil rouge che collega i dieci racconti che compongono l’antologia è costituito dalla rappresentazione della realtà attraverso una specifica immagine (mentale), dai ricordi che a volte tradiscono e dai riflessi metaforici di noi stessi e di chi ci sta intorno, più ingannevoli di quanto possano sembrare.

Le novelle della Guglielminetti affondano le proprie radici in una sensibilità tutta al femminile, tanto che le protagoniste dei racconti sono quasi sempre delle donne. Determinate, fragili, sognatrici, passionali, distaccate, dominate o dominatrici: la psicologia femminile è al centro dell’intera raccolta.
Così ritroviamo illusioni amorose che si infrangono contro una realtà che di idilliaco non ha più nulla, inganni che vengono svelati (a volte soltanto per pura coincidenza) e si ritorcono contro il proprio creatore o ancora passioni dettate dal momento e da circostanze particolari, che a mente lucida risultano tanto vuote quanto patetiche. Situazioni che scavano nella coscienza dei personaggi, riportando a galla ricordi che si credevano sepolti da tempo, creando nuovi struggimenti e false speranze. Immagini della persona amata che vengono proiettate da una mente in preda al turbamento, che le tratteggia con linee dai contorni effimeri, creando riflessi di una falsa realtà tanto agognata quanto irraggiungibile. A volte però le immagini che la nostra mente costruisce sono sostituite da rappresentazioni concrete e tangibili, che non sempre però risultano meno fugaci delle proiezioni mentali stesse. Significativo a tale proposito è il racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui un gruppo di amici si interroga su di un quesito tanto semplice quanto spiazzante: “Durerà più l’immagine o il ricordo?”. Non sempre infatti sono i ricordi a sbiadire e le immagini a conservarsi nonostante il trascorre impietoso degli anni.
Tra le novelle più riuscite dell’opera troviamo “La matrigna”, interprete, come ci fa notare Michela Monferrini nella prefazione, di un curioso parallelismo con il ben più famoso romanzo di Elsa MoranteL’isola di Arturo”. Anche nel racconto della Guglielminetti, protagonista è un ragazzino rimasto orfano di madre, il cui padre decide di risposarsi con una donna molto più giovane. E anche qui tra il ragazzo e la sua matrigna sboccia un affetto e un rapporto dalle sfumature complesse e contraddittorie. Una corrispondenza che ci fa ulteriormente capire l’importanza (non riconosciuta) della Guglielminetti nella letteratura italiana del Novecento.

L’immagine e il ricordo” è una raccolta di novelle dai tratti delicati che, pur peccando a mio avviso di qualche ingenuità, regala un’intensa indagine psicologica, in particolar modo dell’universo femminile. Dieci racconti che, muovendosi tra grazia e inquietudine, vale la pena di riscoprire.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Gli Eletti: piccoli classici da (ri)scoprire

Avevo già apprezzato lo scorso anno la collana di classici tascabiliGli eletti” di Alter Ego Edizioni, che si prefigge di riscoprire testi brevi e imprescindibili della letteratura mondiale, attraverso un lavoro di ricerca e analisi coadiuvato da Dario Pontuale, scrittore e critico ormai diventato di casa su “Blog con vista”. Questa volta la proposta di lettura è ricaduta su due autori francesi, che si sono rivelati una graditissima sorpresa.
Di  Guy de Maupassant avevo già scoperto le torbide atmosfere dei suoi bellissimi racconti soprannaturali e del crimine, ma ancora mi mancava la sua produzione drammatica, di cui ho avuto un piacevole assaggio con “Quel porco di Morin e L’abbandonato“, volumetto arricchito dalla prefazione di Simone Gambacorta.
Devo invece ammettere la mia ignoranza riguardo a Honoré de Balzac, gigante letterario di cui non avevo letto nulla prima di imbattermi ne “Il capolavoro sconosciuto“, anch’esso impreziosito dalla prefazione di Patrizia Angelozzi.

Guy de Maupassant – Quel porco di Morin e L’abbandonato
I due racconti di Maupassant qui raccolti affrontano entrambi lo scomodo tema della verità e della menzogna e di come entrambi gli opposti di una stessa medaglia, che altro non è che la realtà, vengono rappresentati.
In “Quel porco di Morin” viene messa in scena la vicenda del mercante di provincia Morin, che a causa di un gesto avventato, generato a sua volta da una goffa illusione, vede nel giro di pochi giorni crollargli addosso l’intera esistenza. Una rispettabile reputazione infangata in un attimo da uno stupido e avventato episodio, che marchierà in modo indelebile il maldestro commerciante, tanto da chiedere l’aiuto del narratore, un giornalista amico di Morin. Proprio lui narrerà la storia a suo modo e secondo il suo punto di vista, facendo comprendere al lettore come la realtà possa essere manipolata, anche involontariamente, a seconda di chi la vive e la racconta. Non conosceremo mai la storia con gli occhi di Morin ma dovremo accontentarci di una verità che lascia più di qualche dubbio.
L’abbandonato” è un racconto di menzogne e di sotterfugi, in cui una madre a cui è stato strappato dalle braccia il figlio appena nato, perché frutto di un adulterio, decide di ritrovarlo dopo quarant’anni. Ma non sempre affrontare la realtà per smascherare l’inganno si rivela la scelta più giusta. Un sentimento di vergogna si impadronirà delle donna, che uscirà miseramente sconfitta dal suo tentativo di ridare dignità alla propria vita.
Due racconti dolorosi e intrisi di un’angoscia sottile, che ci mettono di fronte, nudi e senza protezione, alla crudezza delle nostre esistenze.
Voto: 4/5

Honoré de Balzac – Il capolavoro sconosciuto
La novella di Balzac “Il capolavoro sconosciuto” è un autentico atto d’amore verso l’arte, qui rappresentata attraverso la pittura, ma estendibile a qualsiasi tentativo umano di ricerca del bello e della perfezione. Proprio la ricerca di una perfeziona assoluta è la chimera che accompagna le vicende narrate da Balzac.
Protagonista è un giovane Nicolas Poussin, pittore realmente vissuto in Francia a cavallo tra il ‘500 e il ‘600, e la sua smania di diventare un vero artista, grazie anche all’incontro che sta per avere con Frans Pourbus (altro pittore preso a prestito dalla storia), che Poussin considera un vero e proprio maestro. Nell’appartamento di Pourbus, il giovane aspirante pittore farà la conoscenza di un enigmatico vecchio che, stando ai suoi discorsi, sembra incarnare l’essenza stessa dell’arte pittorica. Tanto che, criticando i capolavori di Pourbus, millanterà un fantomatico ritratto di donna a cui starebbe lavorando da anni, alla ricerca della perfezione universale. Proprio questa odissea personale verso l’eccellenza assoluta, condurrà il racconto verso un epilogo dalle tinte fosche e inquietanti.
Balzac sembra quasi volerci dire che la natura è perfetta così come si presenta ai nostri occhi, proprio perché gode di una straordinaria imperfezione e che la nostra ambizione di apparire perfetti, sia agli altri che a noi stessi, è soltanto un desiderio effimero, specchio della nostra fragilità e insicurezza.
Voto: 3,5/5

Proponendoci letture veloci ma mai banali, anche questa volta i ragazzi di Alter Ego Edizioni si sono dimostrati ottimi avventurieri alla ricerca di classici dimenticati!

Mr. P.

Pablo Simonetti – Vite vulnerabili

Titolo: Vite vulnerabili

Autore: Pablo Simonetti

Editore: Edizioni Lindau

Anno: 2018

Pagine: 184

Prezzo: € 18,00

“L’unica cosa che riuscii a ricavare dalla confusione dei miei sentimenti fu il bisogno di mettere fine a un dolore che mi accompagnava da anni. Era come se la mia ombra si fosse ostinata a rimanere indietro, costringendomi ad aspettarla, senza permettermi di avanzare. Volevo finalmente riunirmi a lei, o abbandonarla lungo la strada, pronto a sopportare il lutto per la sua perdita.” 

Non conoscevo Pablo Simonetti, autore cileno classe ’61, che ha esordito nel 1999 con la raccolta di racconti “Vite vulnerabili“. Proprio il suo esordio letterario è stato tradotto e portato nel nostro Paese dai sempre attenti ragazzi di Edizioni Lindau, ponendo così un nuovo, importante tassello nel grande mosaico della letteratura sudamericana sbarcata in Italia.
Partendo proprio dal titolo, posso affermare con assoluta certezza che nessun altro aggettivo avrebbe potuto identificare meglio le dodici storie narrate da Simonetti: la vulnerabilità è il tratto distintivo degli uomini e delle donne che popolano le pagine inquiete della raccolta.

Simonetti, pur concedendosi qualche piccola fuga in Europa, tratteggia una provincia cilena dai contorni nostalgici e sfocati. Quartieri sonnolenti e grigi, a tratti quasi fantasma, abitati da persone le cui vite annaspano in un mare di disillusione, tra ossessioni e struggenti ricordi, alla costante ricerca di un appiglio per non affogare. Appiglio che può essere rappresentato da una sospirata e rischiosa avventura extra coniugale, da manie ossessivo compulsive sempre più stranianti o ancora dalla presenza confortante  di un anziano, il cui silenzio si tramuta nell’unica cosa in grado di donare pace e serenità. Tanti sono i temi affrontati dallo scrittore cileno e tutti con una sensibilità fuori dal comune e una spiccata introspezione psicologica. La solitudine dei rapporti umani, l’incomprensione di gesti e parole, spesso proprio tra chi dovrebbe essere avvolto da una tenera intimità, l’alienazione dei legami familiari o ancora il desiderio smodato di trasgressione e di fuga dalla realtà. Simonetti, con il suo stile fluido e mai banale, riesce a districarsi nell’ingarbugliata matassa dei sentimenti umani con grande delicatezza e inaspettata profondità, senza mai scadere nel melenso. Esempi cristallini sono “Il Giardino di Boboli“, inquieto scorcio del viaggio di nozze in Italia dei protagonisti o “Dal silenzio“, toccante intrusione nella vita del narratore di uno strano vecchio taciturno. La narrazione di Simonetti sa però essere anche spietata e incisiva, acuendo gli angoli appuntiti delle zone d’ombra dell’animo umano anziché mascherarli con un rassicurante tentativo di smussarli. Come in “Santa Lucía“, dove l’eccitazione di una passeggiata notturna si tramuta in smarrimento e tormento o in “Finale di finale“, in cui la finale di un torneo di bridge metterà il protagonista con le spalle al muro, a fare i conti con la propria vita.
Esempi perfetti delle due anime dei racconti di Simonetti sono “Amore virtuale” e “Senza pietà“, entrambi incentrati su di un amore omosessuale ma completamente agli antipodi. Se il primo commuove per la sua dolcezza infinita e il delicato struggimento che si respira in ogni pagina, il secondo è uno schiaffo in pieno volto, feroce e disturbante. Sentimenti contrastanti e di un’intensità tale che soltanto i grandi autori sono in grado di far sprigionare nell’arco di una manciata di pagine.

Vite vulnerabili” è una collezione di esistenze tormentate, gravida di sentimenti nascosti, che scavano in profondità nel lato più oscuro dell’esistenza umana, tra incubi e brame non soddisfatte, lasciando però spazio alla purezza degli affetti sinceri. Dodici piccoli capolavori di umanità: imperfetta, straziata, avvilita ma proprio per questo così vicina a noi.

Voto: 5/5

Mr. P.

Francesco Borrasso – Storia dei miei fantasmi

Titolo: Storia dei miei fantasmi

Autore: Francesco Borrasso

Editore: Caffèorchidea Editore

Anno: 2017

Pagine: 144

Prezzo: € 14,00

“Cosa è stato bello e cosa no, adesso non è importante; cosa avrei potuto fare e cosa no, nemmeno; so solo che va tutto bene, o almeno così mi racconto quando la mattina al posto tuo c’è il vuoto, ma con te i colori e i sapori erano diversi; il male faceva meno male e i momenti felici erano di un’intensità a me sconosciuta.
La tua meraviglia dovrò anestetizzarla.
Resta tutto, anche se in fondo è tardi, e forse non resta niente.”

Intimità: questa è la prima parola che mi viene in mente pensando ai racconti di Francesco Borrasso. L’intimità dell’amore, quello fatto di piccole accortezze e tenera malinconia, della morte, che ci aggredisce con ricordi a cui non credevamo più di appartenere,  della solitudine, dove ciò che tentiamo da sempre di seppellire, torna a galla.
Alla seconda prova sulla lunga distanza, l’autore campano confeziona una raccolta di piccoli  ed emozionanti racconti: affreschi, diapositive, frammenti di vite come tante. Un universo interiore in cui smarrirsi diventa incantevole.

L’interiorità dell’essere umano e i complicati intrecci emotivi delle relazioni con gli altri, sono il  cuore pulsante del libro di Borrasso. Figli immersi nel ricordo struggente di un padre che non c’è più, coppie immortalate nell’ultimo attimo della loro passione, consapevoli che niente le potrà salvare, adolescenti che incominciano a sfiorare l’amore, restandone ammaliati e lacerati. L’autore tratteggia con maestria la psiche e i pensieri più intimi dei suoi personaggi, lasciando che il lettore si immedesimi con i tormenti e le speranze dei protagonisti.
Il crepuscolo che impregna una vecchiaia ormai vuota, l’amaro disincanto di uno scrittore prossimo alla fine o la zona d’ombra di un qualcosa di taciuto che divora lentamente l’amore tra due persone. I fantasmi di cui ci parla Borrasso sono ben più spaventosi degli spettri che infestano le pagine di romanzi e racconti gotici. Sono le inquietudini, le angosce e le ossessioni che albergano dentro di noi. Sono i simulacri di persone a cui abbiamo voluto bene ma che vorremmo relegare, senza riuscirci, in ricordi a cui non poter più avere accesso. Emblematico è il racconto che dà il titolo al volume, in cui il protagonista, ormai preda del disincanto, giungerà all’amara conclusione che “ogni storia d’amore ha il suo grado di imperfezione, e in alcune, vincono i fantasmi.”
Oltre agli affetti e ai rapporti con chi ci sta intorno, Borrasso affronta temi ancora più delicati, come l’autismo (“Il bambino alfanumerico”) o la depressione (“Un posto nascosto” o l’ambigua  e inquietante “Uomo da niente”) ma sempre con la stessa delicatezza e la capacità di avvolgere il lettore da ogni parte, lasciandolo senza una via di fuga. Vite spezzate, risorte, anestetizzate, paralizzate. Scelte da compiere, strade da percorrere, occhi che speranzosi volgono lo sguardo indietro e altri intimoriti che guardano dritti davanti a sé. Segni inequivocabili di esistenze che urlano la loro necessità di essere vissute.

Storia dei miei fantasmi” raccoglie racconti che parlano alle profondità dei nostri cuori, lasciando tracce cariche di dolore o di dolce mestizia, ma senza mai dimenticare uno spiraglio aperto su di una piccola speranza. Leggendolo vi renderete davvero conto che le storie di Borrasso sono le storie di ognuno di noi.

Voto: 4/5

Mr. P.