Anton Čechov – Racconto di uno sconosciuto

Titolo: Racconto di uno sconosciuto

Autore: Anton Čechov

Editore: Elliot Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 120

Prezzo: € 13,50

“Credo anch’io che le future generazioni si orienteranno meglio e più facilmente di noi nella vita e, forse, la nostra esperienza potrà servirgli, ma si vive per noi stessi, non per le generazioni future, o almeno non esclusivamente per loro. La vita non ci è data che una sola volta; si dovrebbe viverla in un modo energico, sensato, bello. Si vorrebbe recitare una parte principale, partecipare alla storia in modo tale che le generazioni future non fossero autorizzate a dire di ognuno: “Era una nullità o peggio”. Riconosco la necessità, la concatenazione dei fenomeni che ruotano intorno a noi, ma cosa importano queste necessità, queste concatenazioni e perché dovrei sacrificare per loro il mio “Io”?”

Lo ammetto: a livello di letteratura russa per me è ancora tutto uno scoprire e meravigliarsi, cercando di trovare la giusta direzione da percorrere nel cammino che mi sta portando a conoscere autori fondamentali per la letteratura dell’Ottocento e del Novecento. In particolare ho scelto di approcciarmi all’opera di Anton Čechov attraverso il romanzo breve “Racconto di uno sconosciuto“, ripubblicato lo scorso anno da Elliot in una elegante e curatissima edizione. Un romanzo di introspezione psicologica, in cui la trama è esile come un filo teso e in cui Čechov incentra lo sviluppo narrativo quasi interamente sugli stati d’animo e i sentimenti del protagonista.

Voce narrante è il rivoluzionario Stepan, che riesce ad introdursi al servizio del nobile Orlov, figlio di un eminente uomo di Stato, considerato un nemico irriducibile della rivoluzione anarchica portata avanti dal protagonista e dai suoi compagni. L’obiettivo è quello di carpire segreti e punti deboli del famigerato politico: in questo Stepan è aiutato dal libero accesso a ogni stanza della casa, condizione privilegiata derivante dal suo status di domestico. Ben presto però il fine ultimo dell’ingresso fraudolento di Stepan nella vita di Orlov perde sempre più importanza, riducendosi ad un sottofondo quasi fastidioso, sovrastato da un’urgenza ben più pressante e passionale. È Zinaida Fëdorovna, l’amante di Orlov, a stravolgere i piani dell’impotente Stepan, trasferendosi in pianta stabile nella dimora del suo amato. Dapprima in punta di piedi, poi come una marea in grado di spazzare e sconvolgere qualsiasi cosa si trovi dinanzi, l’amore del protagonista per la bella Zinaida esplode incontrollato, portandosi dietro una scia interminabile di dolore e disperazione. La sua impossibilità a reagire contro Orlov, rivalendosi dei torti subiti da Zinaida, porta Stepan ad una condizione insostenibile, sempre sul punto di svelare a Zinaida il proprio amore e a screditare il sentimento poco limpido del suo amante. La narrazione si svolge quasi interamente in un ambiente chiuso, focalizzandosi sui rapporti che nascono tra il rivoluzionario in incognito e le altre persone che gravitano attorno alla vita di Orlov: la volgare e invidiosa serva Polja, l’untuoso e arrivista Kukuškin o ancora l’influente Pekar’skij. Il centro di tutto rimane però sempre la bistratta Zinaida, ignara dell’affetto cristallino che cova nel cuore di Stepan ma costantemente alla ricerca di un gesto d’amore del cinico Orlov. In “Racconto di uno sconosciuto“, Čechov sembra voler esaltare la sfera affettiva degli esseri umani e tutti i sentimenti di pietà e dolcezza che vi ruotano attorno, contrapposti all’indolenza e alla meschinità dei funzionari e della sprezzante nobiltà russa. Ma l’autore pare volerci confidare che davanti all’amore e ad una vita serena e piena, anche gli ideali della rivoluzione sbiadiscono di colpo, lasciando in chi li persegue, senza altro scopo nella vita, un vuoto incolmabile. Vuoto che assalirà anche Stepan, senza lasciargli via di scampo.

Racconto di uno sconosciuto” è un romanzo amaro, carico di rimpianto e solitudine, in cui ognuno esce sconfitto dalla vita, magari senza accorgersene, come l’indifferente Orlov, che per proteggersi dal dolore fugge qualsiasi emozione. Una profonda e malinconica ricerca di se stessi e dei veri valori dell’esistenza, con un finale carico di pathos che ci insegna che la realtà, quando vuole, sa essere spietata.

Mr. P.

Voto: 3,5/5

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Fabrizio Manzetti – Nascosti davanti a tutti

Titolo: Nascosti davanti a tutti

Autore: Fabrizio Manzetti

Editore: AUGH! Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 114

Prezzo: € 12,00

“Dopo averlo accarezzato come una mamma fa col figlio dopo un lungo pianto, si sistemò la gonna, prese l’ombrello blu e, aprendo lo sportello della macchina, gli disse che di tutte le cose che stava perdendo, la credibilità, l’affetto di un uomo, la cultura di cui era dotata, la semplicità delle piccole cose, la sua assoluta paura di soffrire era quella che le faceva più male.”

Il mio amore viscerale per le short stories ormai è risaputo e ogni volta che vengo a conoscenza di un giovane autore che ha scelto di esordire con una raccolta di racconti, nonostante l’avversità del mercato editoriale italiano, ne rimango piacevolmente colpito e affascinato. Tra questi, l’esordio letterario di Fabrizio Manzetti è stato un piccolo fulmine in un cielo limpido e privo di nubi all’orizzonte. “Nascosti davanti a tutti” è composto da sedici piccoli ritratti naif, istantanee semplici e quasi casuali di istanti di vita comune, ma non per questo banali.

Protagonisti delle storie di Manzetti sono uomini e donne qualsiasi, alcuni nel primo pomeriggio della loro esistenza, altri già avviati verso il tramonto. Situazioni e momenti universali, che accomunano gli esseri umani durante il tortuoso percorso in cui si snodano le loro vite, uniti nel dolore e nella perdita e forse, per questo, un po’ meno soli. Manzetti è abile nel fotografare istanti fuggevoli, in cui i pensieri e le riflessioni degli uomini ritratti diventano i nostri, lasciandoci a volte spaesati, altre avvolti da una tenera mestizia e altre ancora con l’amaro in bocca per essere entrati nella storia di quei personaggi da una porta di servizio ed esserne usciti quasi subito, con il desiderio di saperne di più. Anche questo fa parte del fascino che scaturisce dai questi brevi racconti: storie sussurrate, crudeli e soavi insieme, che ci prendono a schiaffi per poi accarezzarci dolcemente un attimo dopo. I temi esplorati sono molteplici ma tutti hanno come perno un unico comune denominatore: i rapporti tra gli esseri umani. Troviamo così l’attesa illusoria verso un amore non ancora conosciuto ma già perduto per sempre (“Io aspetto, tu che scusa hai?”), bizzarre filosofie di vita che si scontrano con incontri casuali ma significativi (“Cosa serve per uscire”) e attimi di ordinaria vita quotidiana che nascondono il dolore di un’intera esistenza (“L’inganno delle perle Akoya”). L’autore però sa suscitare emozioni anche in poche pagine, narrando in modo sapiente ed emozionale palpiti di vita, sbirciati in silenzio e trattenendo il respiro. Emblematici in tal senso sono “Mattina, l’amore, sera” e “Non c’è bisogno di asciugarsi”, due amori agli antipodi, ma entrambi autentici e dai sentimenti incontenibili. Tutto viene narrato con uno sguardo attento e profondo, senza l’intento di impartire lezioni di vita fini a se stesse, ma lasciando liberi i protagonisti all’interno delle proprie storie, liberi di cadere e rialzarsi, di sbagliare, di redimersi ma anche di perseverare nell’errore. Un’indagine della coscienza umana tracciata con tenui colori pastello, in cui spesso l’ultima parola viene lasciata proprio al lettore e alla sua curiosità. Una scrittura limpida e a tratti poetica arricchisce ulteriormente la narrazione.

Nascosti davanti a tutti” è una raccolta preziosa, che ci fa comprendere come la quotidianità possa celare storie e rapporti pregni di sensazioni e sentimenti degni di essere narrati. Di come il vivere la vita di tutti i giorni a volte possa riservare sorprese e possa combattere ad armi pari con la fantasia. Sedici mosaici con tasselli dai colori a volte sgargianti, a volte opachi, ma sempre veritieri e genuini. Un esordio che sa colpire, sfiorando le corde di un’anima comune a tutti gli uomini.

Voto: 4/5

Mr. P.

Intervista ad Alberto Chimal

Oggi abbiamo il grande piacere e onore di avere ospite sul nostro blog lo scrittore messicano Alberto Chimal, creatore di una vera e propria “letteratura dell’immaginazione”, che ha saputo racchiudere dagli anni Novanta ad oggi in numerose raccolte di racconti, romanzi e saggi.
Dopo essere stato tradotto in numerose lingue, finalmente la sua opera è giunta quest’anno anche nel nostro paese, grazie ad un progetto di crowdfunding organizzato da Edizioni Arcoiris, casa editrice che con la sua collana “Gli Eccentrici”, ha già portato in Italia numerose opere letterarie di qualità di matrice sudamericana.
A febbraio è infatti stata pubblicata la raccolta di racconti “Nove”, contenente nove storie che pescano a piene mani nell’universo visionario e allucinato di Chimal. Per chi volesse approfondire la sua opera, questa è la nostra recensione.
Ma bando alle ciance e diamo la parola direttamente a questo grande autore!

Ciao Alberto e grazie davvero per esserti reso disponibile a rispondere alle nostre domande. Iniziamo subito con una domanda classica, ma fondamentale per comprendere il background letterario di uno scrittore: quali sono stati gli autori che maggiormente hanno influenzato il tuo modo di scrivere e a cui ti sei ispirato per creare le tue storie?

La maggior parte di loro sono autori che ho letto molto presto, durante l’infanzia o quand’ero adolescente. Ho avuto una curiosa serie di prime letture, perché in casa di mia madre c’era una discreta biblioteca, non tanto ordinata ma sicuramente molto eterogenea. Tra questi trovai opere di Jorge Luis Borges, Juan José Arreola, Edgar Allan Poe, Angélica Gorodischer, Philip K. Dick, Julio Cortázar, Mario Levrero, Francisco Tario, e raccolte di racconti sia antichi che moderni (che contenevano testi di Guy de Maupassant, Antón Chéjov, Ernest Hemingway, Flanery O’Connor, Yukio Mishima, Marcel Schwob, Elena Garro e altri). Al contrario di come avviene qui in Messico per gli autori più giovani, al tempo gli scrittori statunitensi non erano tra i privilegiati, lo erano piuttosto i latinoamericani o gli europei. Il primo autore italiano per cui provai una forte passione fu Italo Calvino.

La tua opera è stata descritta come “letteratura dell’immaginazione”: ti trovi d’accordo con questa definizione? Altrimenti come definiresti le tue storie?

Ho proposto io stesso questa denominazione riferendomi ad alcune opere e ad alcuni autori messicani. Non ho però voluto intenderla come “genere” o categoria, ho preferito utilizzarla per descrivere una strategia narrativa per la quale provo particolare interesse: l’utilizzo dell’immaginazione fantastica. Niente di più. L’intenzione era trovare, utilizzando un altro nome, una possibilità di lettura differente per quella che in passato si sarebbe semplicemente chiamata “letteratura fantastica”. Ai giorni nostri quest’ultima definizione è decisamente più chiusa e delimitata di quanto non lo fosse nei secoli anteriori e credo che non sia più sufficiente per descrivere la grande varietà di ciò che si sta scrivendo nel panorama latino americano e in altri paesi.

Quando hai sviluppato seriamente l’idea di diventare uno scrittore? Sentivi l’esigenza di scrivere fin da piccolo oppure è un bisogno ed una passione che sono maturati con il passare degli anni?

Non iniziai proprio subito, però sì, molto presto. Mi avvicinai al mondo degli scrittori durante l’infanzia, con le letture a casa di mia mamma; da lì il mio interesse crebbe e vinsi il mio primo premio letterario in un concorso municipale organizzato dalla mia città natale, Toluca, quando avevo 16 anni. Però, la conferma di ciò che realmente volevo fare nella vita la ebbi nel corso degli studi, quando stavo intraprendendo una carriera “di convenienza”, non artistica, per esigenze familiari. Avrei potuto assicurarmi una vita relativamente semplice, da classe media, imboccando questa via, ma non riuscii a tollerare l’idea di lasciare la scrittura, e per fortuna non lo feci.

Com’è il tuo rapporto con il racconto, una forma narrativa che noi amiamo moltissimo ma che molto spesso, purtroppo, viene ingiustamente sottovalutata?

Il racconto è la forma letteraria alla quale sono più affezionato, perché molte di quelle prime letture erano racconti. Anche quando scrivo romanzi ne affronto la stesura affidandomi a molte delle prescrizioni del racconto; non dimentico che la novella italiana medievale era un’altra cosa, un genere giustamente breve, che poi venne trasformato per graduale accumulazione.

Il tuo libro “Nove” è stato pubblicato in Italia da Edizioni Arcoiris: come è avvenuto l’incontro con la casa editrice italiana?

Fui invitato da Loris Tassi, il direttore della collana “Gli eccentrici”, che aveva visionato una mia antologia uscita in Spagna. Naturalmente sono molto contento per questa opportunità: altri editori non sono interessati ad autori che a volte si qualificano come eccentrici, invece Arcoiris ha una raccolta intitolata proprio con questo nome!

Tra i racconti che compongono la tua raccolta “Nove”, ce n’è uno a cui sei legato in modo particolare? Se sì, quale e perché?

Il primo dell’indice, “È stata smarrita una bambina”. L’ho scritto in un momento difficile della mia vita, spinto da profonde sensazioni di dubbio e frustrazione, e mi ha dato tantissime soddisfazioni. E’ un racconto, inoltre, che si fa leggere molto bene a voce alta (almeno in spagnolo), e questa è una cosa che amo molto fare.

Leggendo “Nove”, il racconto che abbiamo trovato maggiormente fuori dagli schemi è stato “Corridoi”: come ti è venuto in mente di mischiare Leonardo di Caprio, Shining e Batman?

Come si intuisce, l’elemento comune di tutto ciò che emerge nel racconto è il cinema. Di Caprio appare trasformato nel suo personaggio di “Titanic”, però non solo, perché è al contempo quello che interpretò in “Inception” di Cristopher Nolan. Allo stesso regista appartiene anche la serie Batman, dal quale ho preso in prestito la versione del personaggio di Christian Bale. Nolan è il discepolo di Stanley Kubrick, eccetera. Tutto quello che c’è nel racconto proviene da qualche film, e infatti la gran parte di quello che dice la voce narrante è una parafrasi dei testi di Alain Robbe-Grillet, che l’attore italiano Giorgio Albertazzi pronuncia nel film L’année dernière à Marienbad” (“L’anno scorso a Marienbad”) di Alain Resnais. Il titolo del racconto si riferisce precisamente ai corridoi di cui parla sempre Albertazzi in quel film allucinante. L’universo a cui appartiene questo racconto è quello dei sogni del cinema, dove i personaggi si perdono e dai quali non possono più uscire.

Siamo curiosi di conoscere i tuoi gusti letterari: ci consiglieresti alcuni autori contemporanei che ti hanno particolarmente colpito?

Tra le mie più recenti letture c’è molto di saggistica e di storia, non so dirvi perché: negli ultimi mesi ho letto libri come “Vanished Kingdoms” di Norman Davies per esempio, o “Terror und Traum” (“L’ utopia e il terrore”) di Karl Schlögel; ho letto anche “Había mucha neblina o humo o no sé qué di Cristina Rivera Garza (un testo ibrido, sperimentale, sull’opera e sulla vita di Juan Rulfo) e adesso sto leggendo “The Invention of Nature” (“L’invenzione della natura”) di Andrea Wulf. Tutto questo lo alterno con opere di narrativa: per esempio, “Jerusalem” di Alan Moore, Under the Skin” (“Sotto la pelle”di Michel Faber, “Noctuary” di Thomas Ligotti. Proprio adesso sto revisionando un’antologia di Francisco Tario che sta per uscire e che spero riuscirà finalmente a togliergli l’etichetta di “autore marginale” che ha avuto per decenni in Messico: è un grande, grande narratore e ho in sospeso “Temporada de huracanes” di Fernanda Melchor (romanziera e cronista molto apprezzata qui).

Per finire puoi svelarci qualcosa dei tuoi progetti futuri e se riusciremo a leggere nuovamente una tua opera tradotta in italiano?

Ho da poco terminato un nuovo libro di racconti, che è in attesa dell’opinione editoriale, e presto uscirà in Messico un romanzo breve per bambini, intitolato “Cartas para Lluvia”Adesso sto lavorando ad un romanzo, e sì, certamente mi piacerebbe molto vedere qualche altro mio libro tradotto in italiano. Spero che “Nove” continui ad avere fortuna.

Grazie mille Alberto! È stato un grandissimo piacere averti ospite sul nostro blog.

Grazie a voi.

Un ringraziamento particolare a Giulia Binando per la traduzione dallo spagnolo.

 Mr. P.

Stephen Graham Jones – Albero di carne

Titolo: Albero di carne

Autore: Stephen Graham Jones

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 360

Prezzo: € 16,00

“Più di qualsiasi altra cosa, suppongo, volevamo essere visti, che ci fosse data un’opportunità. Non stare più all’esterno. Probabilmente, alla fin fine tutto si riduceva a questo. E il primo passo per riuscire a farsi vedere è naturalmente fare rumore, fare quello che gli altri ragazzi non fanno o hanno troppa paura di fare. I giorni, però, continuavano a scivolare l’uno nell’altro. Nessuno notava noi, né quello che facevamo. Perfino quando parlavamo a voce alta nella caffetteria, in corridoio. E ci sarebbe voluto così poco. Un cenno del mento, un socchiudersi degli occhi. Qualcuno che ci chiedesse dove andavamo dopo la scuola.”

I riferimenti a mostri sacri come Stephen King, Clive Barker e Shirley Jackson, la meritata fiducia che ormai ripongo nelle scelte editoriali di Racconti Edizioni e il fatto che Stephen Graham Jones avesse tentato all’età di dodici di diventare un lupo mannaro, hanno fatto sì che “Albero di carne” dovesse diventare una raccolta di racconti da leggere assolutamente. Dopo un inizio folgorante e squisitamente agghiacciante, man mano che mi inoltravo nel mondo popolato dagli incubi e dalle ossessioni di Jones, ho compreso di essere di fronte ad un grande autore, capace di dare nuova linfa alla narrativa di genere, grazie ad una fantasia sconfinata e ad un metodo di costruzione della suspense praticamente perfetto.

I racconti di Jones si snodano nel cuore della provincia americana, tra cittadine ai margini, lande desolate e boschi inospitali. L’orrore che scaturisce dalla penna inquieta dello scrittore statunitense è un terrore sussurrato, ignoto, con cui il lettore deve fare i conti pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine e angoscia, per poi esplodere in finali spiazzanti e carichi di pathos. Non mancano però anche momenti ascrivibili al thriller in cui la tensione fa da padrona sin dalla prima riga oppure immagini crude e brutali (ma mai fini a se stesse), che stordiscono come un pugno assestato in pieno volto, caratteristiche imprescindibili per la buona riuscita di ogni libro horror che si rispetti. Ed è proprio la grande varietà di temi e di intrecci che rendono la raccolta Jones così godibile e mai banale: non troverete mai un racconto simile ad un altro, ma ogni storia brilla di vita propria, scatenando nel lettore emozioni sempre nuove. Sfogliando le pagine di “Albero di carne” vi capiterà di imbattervi in strane pratiche di trasmigrazione delle anime (“I figli di Billy Clay”), bizzarri venditori di unguenti e creme che nascondono atroci segreti (“La fortuna di Lonegan”), lotte per la sopravvivenza tra licantropi e orche assassine (“Wolf Island”) e ancora diaboliche lolite che per apparire più sexy farebbero qualunque cosa (“Perfetta”) e cani poliziotto che fiutano chi non dovrebbero (“Mostri”). Menzione a parte meritano “Nel nome del coniglio”, in cui l’amore assoluto di un padre per il proprio figlio si incrocia con la visione di un misterioso coniglio e “Raphael”, vero e proprio omaggio a “It” di Stephen King, in cui le paure e i traumi dell’infanzia non abbandonano mai veramente chi ne è stato vittima. Due autentici capolavori. Altra caratteristica fondamentale sono spesso i finali nebulosi dei racconti di Jones, nell’accezione migliore del termine. Infatti il lettore a tratti deve sforzarsi di comprendere e andare oltre, scavando a fondo nella trama e nella psiche dei personaggi, per trovare le risposte che l’autore intende farci arrivare. Una particolarità che rende questa antologia un piccolo gioiello: quando si tratta infatti di addentrarsi nell’arcano e nel misterioso, non è molto più stimolante interpretare un racconto, ricercando tra i vari significati, piuttosto che ritrovarsi il finale già confezionato e pronto per essere digerito? In questo Jones è un autentico maestro.

Tredici diamanti oscuri che sapranno tormentare le vostri notti, donandovi attimi di assoluto e piacevole terrore. Le visioni di Jones strisciano irrequiete per colpirvi quando meno ve l’aspettate, disegnando atmosfere conturbanti e minacciose. Lasciatevi prendere per mano e fatevi condurre nelle tenebre magistralmente ricamate dalle parole dall’autore americano: una volta entrati non vorrete più uscirne.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Dario Pontuale – L’irreversibilità dell’uovo sodo

Titolo: L’irreversibilità dell’uovo sodo

Autore: Dario Pontuale

Editore: Bordeaux Edizioni

Anno: 2013

Pagine: 236

Prezzo: € 14,00

“Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri.”

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è la terza opera di Dario Pontuale che leggo nel giro di qualche mese ed è il terzo centro pieno che l’autore romano realizza con i suoi scritti carichi di dolce mestizia e tensione emotiva. Quello che abbiamo di fronte è un romanzo che si può ascrivere in parte alla letteratura di viaggio, intesa ovviamente sia come viaggio fisico che spirituale. Leggendo “L’irreversibilità dell’uovo sodo” ci addentriamo insieme al protagonista in una Argentina che, partendo dalla moderna e industrializzata Buenos Aires, si snoda attraverso terre brulle e sconfinate e paesini quasi dimenticati, per raggiungere il cuore della Patagonia, fino ai confini con il Perù e alla Terra del Fuoco. Un cammino che ci insegnerà più di quanto possiamo immaginare.

Protagonista del romanzo è Gabriele Grodo, socio ormai unico dell’agenzia investigativa Grodo & Luccherini, dopo che l’amico Alessio Luccherini decide di abbandonare il lavoro da investigatore per dedicarsi anima e corpo all’amore della sua vita. Tra le dimissioni della segretaria Cristina, un factotum ucraino che si lascia scoprire ad ogni appostamento e i clienti che scarseggiano alquanto ad arrivare, la passione e la vitalità di Gabriele sembrano essere evaporate, lasciando il posto ad un’esistenza priva di stimoli e di nuovi orizzonti da inseguire. L’agenzia sembra destinata alla sfacelo, e con lei anche Gabriele, quando inaspettatamente arriva una telefonata che cambia radicalmente le carte in tavola. Dall’altro capo del filo c’è il signor Arduini, pensionato che nutre un amore viscerale per il mondo degli scacchi e purtroppo costretto da tempo su di una sedia a rotelle. Arduini è assolutamente convinto di aver intrapreso da più di dieci anni una partita a scacchi a distanza con l’imbattuto campione mondiale Alfred Molling, il tutto attraverso una fitta e bizzarra corrispondenza. Molling, il più grande scacchista di sempre, è scomparso inspiegabilmente negli anni ’70, senza più lasciare alcuna traccia di sé. Arduini ha però desunto si tratti di lui dal suo impareggiabile modo di giocare e potete immaginare quale sia il suo stupore e la sua immensa gioia nel constatare che, con uno scacco matto, uno sconosciuto amatore abbia battuto un campione mondiale. Dall’invio però dell’ultima corrispondenza contenente lo scacco matto, Arduini non riceve più risposta dal suo avversario. Il compito di Gabriele sarà quindi quello di recarsi a Buenos Aires, città da cui sono partite tutte le missive, per consegnare nelle mani di Molling la mossa che ha decretato la sua sconfitta, sancendo così definitivamente la vittoria di Arduini. Un compito in apparenza senza difficoltà, oltretutto ben pagato e che coniuga anche qualche giorno di vacanza. Gabriele accetta con entusiasmo, non sapendo che quello a cui andrà incontro sarà un viaggio all’interno del territorio argentino, in cui farà la conoscenza di personaggi strabilianti, ognuno dei quali gli consegnerà la chiave per comprendere meglio la propria esistenza e i propri sogni, tanto che la ricerca del campione scomparso diventerà un pretesto per una più importante ricerca interiore. La grande abilità di Pontuale la ritroviamo anche nell’originale espediente di creare un parallelismo tra l’avventura di Gabriele e il viaggio intrapreso da Kurtz nel romanzo di Jospeh Conrad “Cuore di tenebra, la cui lettura guiderà come un compagno fedele l’intero percorso di Gabriele. Ultima considerazione sui personaggi che l’investigatore troverà lungo il suo cammino, mai mere macchiette ma uomini dotati sempre di una propria complessa e profonda personalità: troviamo così Eneas, venditore di libri ambulante che conosce a memoria tutti gli incipit dei volumi che vende, Erastos, definito “ritrattista della parola”, ossia un poeta di strada che scrive versi su misura a chi glieli richiede, per continuare con i Munoz, strampalati fratelli contrabbandieri di alcool ma dal cuore d’oro e terminando con il marinaio filosofo Neto, che svelerà a Gabriele il mistero dell’uovo sodo.

L’irreversibilità dell’uovo sodo” è un romanzo intenso ed estremamente affascinante, che ci prende per mano e ci conduce nelle zone d’ombra della coscienza umana, lasciandoci però sempre intravedere uno spiraglio di luce e di speranza, che tocca a noi rincorrere e fare nostro. Un viaggio appassionante che sarà difficile da dimenticare, in cui ognuno di noi si può rispecchiare, conscio che il più delle volte ciò che conta veramente non è il raggiungimento della meta, ma ciò che apprendiamo e che ci viene insegnato durante il tragitto.

Voto: 4/5

Mr. P.