Intervista a Dario Pontuale

Oggi abbiamo l’immenso piacere di avere ospite un autore che noi di Blog con vista amiamo particolarmente. Si tratta di Dario Pontuale, scrittore, saggista e curatore, di cui abbiamo letto, apprezzato e recensito saggi, romanzi e racconti. Anziché introdurvelo, vi lascerei alle sue stesse parole di presentazione, che ci siamo permessi di rubare dal suo sito.

«Scrivo romanzi, “faccio” lo scrittore, almeno ci provo. Certamente tento di farlo bene, con cura e dedizione, come in fondo dovrebbe essere sempre. Non “faccio”, però, soltanto questo. Dalla polvere di alti scaffali, dagli angoli bui di magazzini abbandonati inseguo capolavori dimenticati, assopiti sotto la coltre del tempo, rimasti soffocati dalle frenetiche ansie editoriali. Inseguo quelli che normalmente chiamano CLASSICI. Provo ad offrirgli nuova vita, tento di salvarli dall’oblio convinto che abbiano subìto un’ingiusta fine, sicuro che non abbiano resistito all’incuria degli anni per puro caso, bensì perché custodi di un magico sapere.»

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Dario Pontuale su Facebook e sul suo sito ufficiale.
Ma basta con i convenevoli e iniziamo la nostra chiacchierata!

Ciao Dario e grazie mille per esserti reso disponibile per la nostra piccola intervista.
Come dicevamo prima, sei scrittore di narrativa, saggista, curatore di classici e ovviamente lettore. Cosa ti senti maggiormente, tra tutto ciò?

So già che può risultare banale dirlo, ma prima di tutto mi sento lettore. Nessun’altra categoria potrebbe esistere se prima di tutto non venisse la lettura, il piacere pieno di leggere. Si deve restare lettori prima di ogni altra cosa, altrimenti il gioco funziona male.

Esplorando il tuo lato da scrittore, non può mancare la domanda più classica di tutte. Quali sono gli autori che hanno influenzato la tua poetica e il tuo modo di scrivere?

Non saprei, credo che la scrittura personale sia una lenta stratificazione, come un velo sopra a un altro velo, ognuno possiede il proprio distinguibile colore, ma se sovrapposti assumono una tonalità diversa da tutte. Ecco cos’è per me il personale stile di scrittura, cioè la somma di quei maestri che più restano celati e più agiscono. Se comunque dovessi rispondere per forza e a bruciapelo, citerei autori senza criterio, ma a me cari: Svevo, Conrad, Bukowski, Pasolini, Calvino, Buzzati, Stevenson, Salgari, Flaubert, Tolstoj, Hemingway, Ginzburg. Come abbiano influito non so, ma questi penso siano rimasti in me.
Ps: lo so, mancano le scrittrici, non c’è nessuna preclusione. Ho soltanto iniziato tardi a leggerle, le sto assimilando, presto vi stupirò.

Nella vita sei riuscito a far diventare la tua più grande passione un lavoro. Quando è stato il momento in cui hai davvero capito che l’amore per i libri si sarebbe trasformato in una professione?

Questo, sono sincero, non credo ancora di averlo capito. Ogni volta che esce un Classico o un mio libro, resto sempre un po’ sorpreso, quasi stupito, ma non per falsa modestia. Semplicemente perché è un momento che possiede sempre un aspetto magico, quello della trasmissione della parola, soprattutto in forma scritta. Lo percepii quando stampai la tesi, l’ho percepito allo stesso modo quanto è uscito l’ultimo libro. Un momento netto di passaggio non c’è mai stato e forse è meglio così.

Nell’ottimo saggio “Ciak si legge” presenti una serie di classici, alcuni anche non così noti, da cui è stato tratto un film. Qui ci sorge una duplice domanda: potresti consigliarci tre classici “dimenticati”, a cui hai lavorato oppure ti piacerebbe lavorare in futuro?

Sempre rispondendo a bruciapelo dico che per i Classici dimenticai a cui ho lavorato suggerisco: “Non intendo tacere” di Zola, “Il salvataggio” di Conrad e “Racconto di uno sconosciuto” di Checov. Autori, invece, su cui mi piacerebbe scrivere sono: Pavese, Bianciardi, Joyce.

E ancora: qual è il tuo rapporto con il cinema?

Amo il cinema perché racconta storie un po’ come fa la lettura. Se ci penso bene, sono uno al quale piace farsi raccontare delle storie. Un piacevole vizio antico, tutto qui.

So che non  è mai facile parlare dei propri lavori, ma c’è un tuo libro a cui sei più affezionato? E perché?

No, no a questa non rispondo. Troppo facile come tranello e poi, in fondo, non lo so. Quello di cui sono sicuro è che faccio una netta distinzione tra il mio lavoro di critico e quello di romanziere. Voglio bene a tutti i libri, ma li considero buoni cugini tra loro, non fratelli.

Cosa ti sentiresti di consigliare a un autore esordiente?

Di leggere e qui mi ripeto. Senza la lettura, la scrittura resta una farfalla con una sola ala. Precipita presto.

E invece da cosa consiglieresti di iniziare, a un lettore che non ha ancora scoperto la potenza e la magia dei classici?

Gli consiglierei di seguire la pancia. Prenda qualsiasi libro e cominci da dove vuole, dove andrà a finire spetterà a lui deciderlo. A me, tutta questa libertà d’azione, già sembra un ottimo incentivo.

E per finire non può mancare questa domanda: a cosa stai lavorando attualmente? Potresti anticiparci qualcosa sulle tue prossime uscite?

Sto lavorando a un saggio su Frankenstein che nel 2018 compie duecento anni. Sto scrivendo una prefazione per uno Stevenson dove ci sarà molto mare e per un Melville nel quale ci sarà parecchio oceano. Insomma, si scrive…umidi.

Grazie mille Dario! È stato un piacere averti ospite su Blog con vista!

Grazie a voi per l’intervista e per tutta la sana passione trasmessa.

Mr. P.

Annunci

Giovanni Lucchese – Questo sangue non è mio

Titolo: Questo sangue non è mio

Autore: Giovanni Lucchese

Editore: Alter Ego

Anno: 2017

Pagine: 194

Prezzo: €  13,00

“«Vedi, a volte lasciamo che le cose brutte che ci accadono e la negatività che sprigionano dentro di noi ci definiscano. Il loro condizionarci in qualche modo ci protegge, ci isola da quel mondo esterno che ci spaventa così tanto da dover affrontare. In fondo al nostro cuore sappiamo che eliminarle ci renderebbe liberi, ma la libertà è una cosa che può fare molta paura, soprattutto quando non la si prova più da tanto tempo.»
«Tutto questo è molto profondo, ma perché ha voluto raccontare questa storia proprio a me, ora?»
« Perché prima o poi a ognuno di noi nasce un tumore, un’escrescenza, qualcosa di negativo. E prima o poi dobbiamo affrontare tutti la paura e deciderci a eliminarlo.»”

Romanzo d’esordio di Giovanni Lucchese, che in precedenza aveva pubblicato la raccolta di racconti “Pop Toys” sempre per Alter Ego, “Questo sangue non è mio” è un thriller psicologico sui generis. Tra le pagine di Lucchese non troveremo infatti serial killer, ispettori di polizia o crimini efferati. L’intera vicenda si gioca in un batti e ribatti mozzafiato all’interno della mente di Carlotta, nello stesso tempo protagonista e antagonista di una vicenda dai toni surreali.

Carlotta sembra una ragazza come tante. Un aspetto fisico ordinario, un’intelligenza nella media e un modo di fare goffo e impacciato. Ma nel profondo è consapevole di non essere come tutte le altre ragazze. Perché, nonostante farsi degli amici non sembri essere il suo forte, Carlotta ha, fin dall’infanzia, un’amica speciale, che non l’abbandona mai e con cui ha condiviso ogni momento. Il suo nome è l’Altra, ovvero la voce che le parla senza tregua nella testa. Una voce che la consiglia, la sprona e la rimprovera. Una voce che la porterà a compiere un’azione indicibile, che è anche il punto di partenza attraverso cui si snoda la narrazione.
Il romanzo alterna capitoli al presente, in cui seguiamo Carlotta in una fuga disperata, a continui flashback del passato della ragazza, più o meno recenti. Una scelta oltremodo azzeccata, in quanto ci fa comprendere con chiarezza l’inferno della vita di Carlotta, continuamente assillata dall’Altra e dai suoi consigli catastrofici, e che svela poco alla volta ciò che l’ha portata a compiere quel gesto sconsiderato.
L’autore è molto abile nello sviluppo dei dialoghi, in un continuo botta e risposta tra Carlotta e la sua voce interiore, tanto che l’Altra pare quasi un personaggio a tutto tondo e non soltanto un’emanazione degli angoli nascosti del suo intimo.
Così ci ritroviamo a voler sapere sempre di più del passato della protagonista. Siamo ingordi di fatti, parole e pensieri. Vogliamo capire perché Carlotta si sia ridotta al punto in cui è arrivata, perché non abbia amici o un fidanzato. Ma soprattutto come abbia fatto a sopravvivere tutti quegli anni in compagnia dell’Altra, senza uscire completamente di senno. Interrogativi a cui l’autore darà una risposta, inserendo anche un uomo misterioso, che cercherà in ogni modo di aiutare Carlotta. Domande e risposte che ci accompagneranno, in un saliscendi di emozioni, fino alla rivelazione finale.

Questo sangue non è mio” è un romanzo sulla solitudine e l’emarginazione sociale e di come possano intaccare la vita di un essere umano, trasformandolo interamente. Ma è anche un romanzo sull’eterna dicotomia che alberga nel cuore di ogni uomo: bene e male, luce e buio, corpo e anima. Una dualità che condiziona ogni nostro gesto, portandoci a fare delle scelte, a volte dolorose, altre sbagliate. Un’ottima prova per Lucchese, che confeziona un thriller che in realtà è molto di più. Un noir ricco di significati ma che al contempo si lascia leggere tutto d’un fiato.

Voto: 4/5

Mr. P.

I migliori dischi del 2017

Ci siamo appena lasciati alle spalle il 2017 ed è giunto quindi il momento di dare un ultimo sguardo indietro, questa volta non per quanto riguarda le letture ma dal punto di vista musicale. L’anno appena trascorso si è rivelato ricco di uscite discografiche particolarmente interessanti. Ho scoperto nuovi artisti, le cui note sono entrate dritte nel mio cuore, e ci sono stati grandi ritorni di band che amo. Ho stilato una mia personalissima top 20, con un focus particolare sulle prime dieci posizioni. Tra rivelazioni, colonne sonore e grandi ritorni, è giunto il momento di iniziare!

10. DARDUST – SLOW IS (BALLADS FOR PIANO AND STRING QUARTET LOST IN SPACE)

Dopo i primi due dischi di una trilogia che si concluderà nei prossimi mesi, Dardust (all’anagrafe Dario Faini), sforna uno stupendo lavoro di rivisitazione di alcuni pezzi che compongono i suoi primi due album. Messe da parte le derive elettroniche di “Birth”, il compositore di Ascoli Piceno riarrangia una manciata di vecchi brani per piano e quintetto d’archi. Il risultato è un crescendo d’emozioni, in cui la matrice intimistica e malinconica dell’esordio “7” torna a fare da padrona, regalando picchi di autentico lirismo. Completano il disco due struggenti inediti, che spero siano il sintomo della piega che prenderà in futuro la musica di Dardust, che ho sempre maggiormente apprezzato quando il pianoforte prende il sopravvento.
Best track: Gravity

9. DEPECHE MODE – SPIRIT

Il 2017 ha visto anche il ritorno dei Depeche Mode con “Spirit”: sicuramente un album non perfetto ma pieno di carattere e chiara testimonianza di quanto i Depeche Mode si possano permettere di miscelare elettronica, sentimento e testi graffianti senza mai risultare banali. L’apertura è fulminante con “Going backwards”, per chi scrive tra i migliori pezzi dell’anno, per proseguire poi con l’incalzante “Where’s the revolution?” e l’elettronico delirio di “Scum”, non dimenticando le aperture melodiche come “The worst crime” e “Cover me”. Non manca ovviamente il cantato di Martin che dà, come sempre, ottime prove nella cinematografica “Eternal” e nella eterea “Fail”. Il terzetto inglese continua a non sbagliare un colpo.
Best track: Going backwards

8. WILSEN – I GO MISSING IN MY SLEEP

Ho conosciuto i Wilsen nel 2016 grazie alla stupenda “Centipede“, traccia d’apertura del disco, e  aspettavo con molta curiosità il loro esordio ufficiale, se si esclude il primo album autoprodotto. L’attesa è stata ben ripagata da un lavoro intenso e raffinato. Chitarre acustiche, atmosfere rarefatte e testi intimistici sono gli ingredienti per questo “I go missing in my sleep”. Memore dei primi Daughter, il terzetto di New York ci regala grandi pezzi come la sognante “Heavy steps”, l’eleganza malinconica di “Emperor” o l’ottimo singolo “Garden”. Ma il meglio i Wilsen ce lo riservano nel finale con la dolcezza della bucolica “Final” e la cupa scia strumentale di “Told you”. Un esordio promosso a pieni voti.
Best track: Centipede

7. DAUGHTER – MUSIC FROM BEFORE THE STORM

I Daughter, che nel 2016 avevano dato alle stampe il mio disco dell’anno, si riaffacciano sulle scene anche nel 2017. Questa volta però componendo la colonna sonora del videogioco “Life is strange”. Musiche altamente immaginifiche (come ogni buona colonna sonora che si rispetti dovrebbe essere) si alternano a pezzi più canonici, in cui svetta la stupenda voce di Elena Tonra. Atmosfere rarefatte e crescendo strumentali (l’opener “Glass” o la magnifica “Witches”) vanno a braccetto con canzoni dal piglio decisamente più rock e sperimentale (“Departure” e “Dreams of William”). Non mancano però i classici pezzi alla Daughter, come le due perle del disco “All I wanted” e “A hole in the heart”. Anche con i vincoli imposti dalle colonne sonore, i Daughter hanno saputo tirare fuori un grande lavoro.
Best track: A hole in the heart

6.  ÓLAFUR ARNALDS – BROADCHURCH: THE FINAL CHAPTER

Altra colonna sonora: questa volta si tratta del bravissimo musicista islandese Ólafur Arnalds e delle musiche composte per la serie tv “Broadchurch”, per il sottoscritto tra i migliori telefilm degli ultimi anni. Arnalds si era già occupato di musicare le prime due stagioni, ponendo il suo sigillo musicale anche su questo terzo e ultimo capitolo. In questo caso, almeno per quanto mi riguarda, musica e immagini vanno a braccetto. La splendida colonna sonora, a volte eterea, altre cupa, altre intrisa di una struggente mestizia, è perfetta per accompagnare la malinconia che si respira durante tutta la serie. Basta chiudere gli occhi per ritrovarsi di colpo tra le scogliere di “Broadchurch”. Il mio consiglio quindi è quello di guardare prima il telefilm, per poi assaporare al meglio le musiche: non ve ne pentirete.
Best track: The final chapter

5. STARSAILOR – ALL THIS LIFE

L’anno appena passato ha visto anche il ritorno sulle scene musicali degli Starsailor, una delle band che hanno segnato la mia adolescenza e che mancavano con un album di inediti dal 2009. La formula del quartetto inglese è sempre la stessa: chitarre acustiche, la voce cristallina di James Walsh e testi introspettivi. Non mancano però le sortite in territori più rock come il bellissimo primo singolo “Listen to your heart” o l’energia di “Best of me” o gli azzardi sperimentali di “Caught in the middle” o di “Fia (fuck it all)”, con lo stupendo tappeto strumentale finale. Ma è in episodi che richiamano i primi Starsailor che i nostri sanno prenderci il cuore in mano senza esitazioni, su tutti “Sunday best” e  “Break the cycle”, autentici gioiellini del disco. Un ritorno che convince.
Best track: Sunday best

4. ELBOW – LITTLE FICTIONS

Poche band sanno essere raffinate e delicate come gli Elbow. Lo conferma anche l’ultimo lavoro “Little fictions”, che mette in chiaro fin da subito il fatto che ci troviamo davanti a un grande disco. L’apertura è infatti affidata a “Magnificent (she says)”, che con i suoi archi, per il sottoscritto, è forse il miglior pezzo del 2017. Ma “Little fictions” è pieno di sorprese: dalle percussioni di “Gentle storm” agli oltre otto minuti della sperimentale title track, passando per il pop luminoso di “All disco”. Una nuova prova di maturità per la band inglese, che si dimostra ancora una volta costruttrice di canzoni perfette.
Best track: Magnificent (she says)

3. GIULIA’S MOTHER – HERE

Il duo piemontese è stata la mia rivelazione musicale del 2016 con lo stupendo “Truth”. Il 2017 li ha visti tornare con “Here”, un piccolo capolavoro ancora più bello dell’esordio. Chitarra acustica, batteria e la bella voce di Andrea Baileni gli ingredienti, ma con una maggiore consapevolezza nei propri mezzi e un pizzico di sperimentazione in più. Così, a ballate classiche dal sapore malinconico come la struggente “Memory” o la delicata “Closeness”, si alternano i sei minuti di cavalcata di “Consciousness”, le atmosfere desertiche del magnifico primo singolo “Past” o ancora il viaggio onirico di “Who are you?”. Graditissime sorprese sono “Oltre”, il primo pezzo in italiano della band, che dimostra di cavarsela benissimo anche con la nostra lingua, e la cover dei Beatles “Long long long”. Un secondo disco folgorante: dei Giulia’s Mother state certi che ne sentiremo parlare ancora a lungo.
Best track: Consciousness

2. AMBER RUN – FOR A MOMENT I WAS LOST

Non conoscevo gli Amber Run ma ho capito che mi sarei innamorato del loro secondo disco non appeni ho letto il titolo. E così è stato: “For a moment I was lost” è stata un’autentica rivelazione. Premetto che non si tratta di nulla di innovativo o di non ancora sentito, ma il quartetto di Nottingham è riuscito a sfornare una manciata di canzoni incredibili. Si passa dal pop malinconico di “Fickle game”, al rock nervoso di “Perfect”, all’oscurità elettrica di “Dark bloom”. Ma gli Amber Run sanno affascinarci anche con il crescendo della tormentata “Wastelands”, l’indie rock praticamente perfetto di “Stranger” o il piano rarefatto di “Are you home?”. Semplicità ed emozionalità vanno a braccetto in un disco che farà la felicità degli amanti di band come gli Snow Patrol, i Doves o i primi Coldplay.
Best track: Dark bloom

1. THE NATIONAL – SLEEP WELL BEAST

Sul gradino più alto del podio non potevano che esserci loro. I The National tornano con un piccolo capolavoro in cui hanno abbandonato in parte i territori conosciuti sviluppati con gli ultimi dischi, per addentrarsi in sonorità più ardite e sperimentali. Già il primo singolo, l’ottima “The system only dreams in total darkness”, aveva messo in chiaro che non ci saremmo trovati di fronte ai soliti National. Impressione confermata dal rock sgangherato di “Turtleneck”, dal tappeto elettronico della parlata “Walk it back” o dall’oscurità impenetrabile della title track. Non mancano però episodi 100% National come la fantastica “Day I die”, la struggente malinconia di “Guilty party” o la nostalgica “Carin at the liquor store”. Un disco perfetto, in cui tradizione e innovazione (riferendoci sempre al passato musicale della band) si mischiano in maniera esemplare. Un disco che ci accompagnerà ancora a lungo nei prossimi mesi.
Best track: Guilty party

Ed eccovi la seconda parte della classifica, con le posizioni dalla 11 alla 20 e il consiglio della best track per ogni disco:

11. FEEDER – ARROW
Best track: Veins

12. SAMUEL – IL CODICE DELLA BELLEZZA
Best track: Qualcosa

13. VANCOUVER SLEEP CLINIC – REVIVAL
Best track: Someone to stay

14. KOMMODE – ANALOG DANCE MUSIC
Best track: Captain of your sinking ship

15. SOHN – RENNEN
Best track: Rennen

16. CHARLIE FINK – COVER MY TRACKS
Best track: Someone above me tonight

17. COLDPLAY – KALEIDOSCOPE EP
Best track: A L I E N S

18. THE SHINS – HEARTWORMS
Best track: So now what

19. MEW – VISUALS
Best track: The wake of your life

20. ANOHNI – PARADISE EP
Best track: Paradise

E il vostro 2017 musicale com’è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P.

Masande Ntshanga – Il reattivo

Titolo: Il reattivo

Autore: Masande Ntshanga

Editore: Pidgin Edizioni

Anno: 2017

Pagine: 196

Prezzo: € 12,00

“E se i bambini piangessero perché la nascita è la prima forma di incarcerazione umana? E se l’essere imprigionati nel corpo umano fosse uno shock indelebile per la coscienza? E se la carne è destinata a cascare sin dal principio, non rappresenta allora un involucro inadatto, dal momento che la coscienza, naturalmente amorfa, è antitetica alla disintegrazione?”

Il reattivo” di Masande Ntshanga è il primo volume pubblicato da Pidgin Edizioni, casa editrice nata da pochi mesi ma con le idee ben chiare. Come suggerisce il nome stesso (con “pidgin” ci si riferisce a un idioma derivante dalla mescolanza di lingue di popoli differenti), la casa editrice napoletana si propone di dare spazio alla letteratura underground, con una particolare attenzione al mescolamento dei linguaggi e dei generi. Sulla rampa di lancio è stato posizionato il romanzo d’esordio del giovane scrittore sudafricano Masande Ntshanga, che ha dato ragione alla coraggiosa scelta dell’editore.

Il reattivo” non è un romanzo immediato: questa è stata la prima percezione che ho avuto a lettura ultimata. È un libro da scoprire adagio, immergendosi a poco a poco in un ritmo narrativo che a tratti arranca, ma che ci prende per mano, fino a quando anche noi ci rendiamo conto di essere sotto il sole di Città del Capo.
Protagonista è Lindanathi, ragazzo positivo all’HIV, che divide il suo tempo tra un impiego da commesso e la vendita di farmaci anti-retrovirali insieme ai suoi amici più stretti, Ruan e Cecelia. I loro pomeriggi e le loro notti trascorrono tra alcol e droghe, assuefatti dai fumi dell’incoscienza, per dimenticarsi del loro status di condannati. Ingabbiati in una percezione alterata dell’esistenza, con la volontà (soltanto in apparenza illusoria) di poter cambiare le cose, i tre ragazzi ricevono inaspettatamente la telefonata di un uomo misterioso, che li vuole incontrare per commissionargli un lavoro. L’irruzione nelle loro vite di un enigmatico sconosciuto diventerà un pretesto per riflettere sulla propria condizione, in particolar modo per Lindanathi, prigioniero di un destino già segnato. Divorato dai sensi di colpa per la morte del fratello, assillato dall’Ultima Vita, ovvero ciò che potrà accadere durante il suo ultimo anno di vita, Lindanathi dovrà trovare la forza di combattere e di reagire, di trasformare il concetto di “reattivo”: non più soltanto sieropositivo ma intento a reagire.
In un Città del Capo che trasuda vivacità e autenticità, si snoda una vicenda che vuole essere un antidoto contro il lasciarsi morire, un’alternativa all’attesa fine a se stessa. Lo stesso nome del protagonista (Lindanathi significa “aspetta con noi”), sembra essere profetico del suo destino. Un destino che forse non si può cambiare, ma sicuramente si può affrontare: restare inermi non serve a nulla.

Ntshanga, con uno stile impeccabile e una prosa che sa scuotere il lettore e affascinarlo nello stesso tempo, ci narra uno spaccato di vita che ruota attorno all’idea della morte, all’attesa, al passato che non lascia liberi. Un esordio che lascia il segno, forse discontinuo nel percorso che si snoda lungo l’intero arco narrativo, ma che non manca di comunicare con la coscienza del lettore, lanciando un mantra carico di un unico significato: reagire.

Voto: 4/5

Mr. P.