AA. VV. – Freeman’s. Scrittori dal futuro

Titolo: Freeman’s. Scrittori dal futuro

Autore: AA. VV.

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2018

Pagine: 224

Prezzo: € 12,00

“La fragilità dell’uomo era patetica. Milioni di anni di evoluzione avevano prodotto creature del tutto inadeguate all’ambiente che le ospitava, un fatto reso evidente dalle sofferenze che pativamo in carenza di cibo o per i più insignificanti mutamenti di temperatura: una vulnerabilità umiliante a ogni sorta di condizione atmosferica, all’esposizione alla materia fisica e ad altri organismi, per non parlare dell’ancora più umiliante vulnerabilità della nostra mente dinanzi a sciocchezze quali l’ansia o la speranza. Eravamo semplicemente inadatti alla natura. Veniva da sé che volessimo distruggerla.”

Oggi partirò facendovi un’ammissione: il mio rapporto con le riviste letterarie è sempre stato – ahimè – pressoché nullo. Questo riguarda sia le riviste italiane che quelle straniere. Conosco alcuni grandi nomi, certo (The Paris Review e Granta, per esempio), ma il mio interesse non è mai andato oltre. Non so neanche il motivo di ciò, probabilmente è dato dal fatto che preferisco la forma del romanzo ai racconti ed esistono milioni di libri che ancora voglio leggere. “È quindi il caso di andarsi ad impelagare con le riviste?”, mi sarò domandata. Bene, oggi una risposta ce l’ho: sì, è proprio il caso. Il mio cambio di direzione lo devo a Black Coffee Edizioni, che quest’anno ha deciso di tradurre e pubblicare in Italia il quarto numero di Freeman’s, periodico americano lanciato nel 2015 da John Freeman. Lo scrittore e critico letterario statunitense ha stabilito, per quest’ultimo numero, di cambiare un po’ le regole che contraddistinguevano il suo lavoro: la rivista infatti non è più incentrata su un tema soltanto (le precedenti erano vere e proprie piccole antologie sull’ “arrivo”, la “casa”, la “famiglia”) ed è quasi esclusivamente composta da voci e autori nuovi, alcuni poco conosciuti, definiti appunto “scrittori dal futuro”. Perché, però, questo termine? Per Freeman la lettura è un atto politico, una questione etica, quasi un modo per superare i confini della propria cultura nazionale. È importante rivolgersi verso nuovi orizzonti e proprio per questo motivo ha interpellato decine di editori, critici, scrittori, traduttori affinché lo aiutassero nella ricerca di un numero assai variegato di autori che potessero essere, in modo auspicabile, il “futuro della scrittura”: «In queste pagine si celebra la multiculturalità in ogni sua forma. La bellezza non ha mai avuto passaporto. Si presenta senza invito, è un’imbucata. Per questo ho selezionato gli scrittori presenti in questo numero senza stabilire limiti di età, sesso o lingua. Cercavo vite e carriere sul punto di decollare, autori che a mio parere devono ancora essere riconosciuti in tutta la loro grandezza e fra le cui pagine si scorge una possibilità come un faro nel buio. Vengono da esperienze e mondi diversissimi fra loro, ma non li ho selezionati in virtù di ciò che li distingueva: il più anziano è un saggista texano di settant’anni, il più giovane un romanziere francese di ventisei».

Quello che più mi ha colpito di Freeman’s è stata proprio la molteplicità che ho trovato sfogliando le sue pagine: si passa dalla poesia alle short stories, dai saggi ad estratti di romanzi mastodontici. Ma non solo: molteplici sono anche le nazionalità degli autori, i luoghi del mondo in cui sono ambientate le storie, i generi stessi dei racconti. Tranne qualche piccola eccezione, che non mi ha entusiasmata particolarmente, ho scoperto davvero un numero consistente di autori che mi hanno stupita, che non conoscevo e che non vedo l’ora di andare ad approfondire. Alcuni di questi scrittori sono editi in Italia, altri ancora no ma io vi consiglio, una volta terminata la rivista, di segnarvi i nomi che più vi hanno impressionato perché, bene o male, alcune storie continueranno a rimbombarvi nella mente e un giorno, per caso, sono sicura che vi verrà voglia di cercare qualche altro loro lavoro. È impossibile riassumere le ventinove opere qui presenti ma penso che un breve accenno a quelle che più ho amato sia doveroso, quindi partirò con tre racconti che mi hanno totalmente sconvolta, per motivi diversi. In “Materiale di prima scelta” di Sayaka Murata (scrittrice giapponese che, nonostante i numerosi premi aggiudicati, continua quotidianamente a fare la commessa in un minimarket) il mondo è un luogo in cui gli esseri umani continuano ad essere utili anche dopo la loro morte: grazie alle loro ossa vengono costruiti modernissimi corredi di tavoli e sedie, con i capelli sono invece intessuti deliziosi maglioncini. “Dove sei, tesoro”, dell’argentina Mariana Enriquez, è invece la storia di una donna che si eccita con i rumori cardiaci e, più nello specifico, con i cuori malati. Mieko Kawakami – una delle voci più interessanti della letteratura giapponese, presto in Italia grazie alla casa editrice E/O – ne “Il giardino” narra dell’attaccamento ossessivo che è possibile provare per un’abitazione e quanto forte possa diventare quando la si deve lasciare. Altri racconti, invece, mi hanno lasciato una sensazione d’amarezza, un mix tra rabbia, tristezza e una dolce malinconia: è il caso di “Il liberatore” di Tania James, che c’insegna quanto la casualità possa far parte della vita e ferire a morte. “Maledizione”, del giovane Édouard Louis, è uno spaccato di vita violento, uno scorcio su ciò che la famiglia può diventare per un figlio; “Mezzanotte e venti” (Daniel Galera), “Una canzone per Robin” (Heather O’Neill) e il lavoro del nordico Johan Harstad sono tre estratti di altrettanti tre romanzi, commoventi storie che parlano di cambiamenti, crescita e abbandono.

Eterogeneità e multiculturalità. Continua scoperta. Una lettura diversa, qualcosa di nuovo a cui affacciarsi, perfetto per quei lettori curiosi che non hanno paura di avventurarsi – magari anche per la prima volta – tra le pagine di una rivista letteraria. Alcuni dei racconti più belli, significativi e inaspettati che abbia mai letto. Insomma, tutto questo è, semplicemente, “Freeman’s. Scrittori dal futuro”.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

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Joy Williams – L’ospite d’onore

Titolo: L’ospite d’onore

Autore: Joy Williams

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 664

Prezzo: € 18,00

“«Mi sento come se avessi passato tutta la vita nell’angolo di una stanza» dice Annie. «È questo il problema. Che sono sempre stata in un angolo. E adesso non vedo niente. Non so nemmeno che stanza è, mi capisci?» Tom annuisce ma lui quella stanza non la vede. La tristezza si è tramutata in sangue, gli scorre dentro. Non esistono stanze.”

Carver, Cheever, Flannery O’Connor: questi sono soltanto alcuni dei mostri sacri a cui viene accostata la penna di Joy Williams, maestra indiscussa del racconto americano e finalista al Premio Pulitzer, ancora inedita in Italia per quanto riguarda la sua produzione breve. A colmare questa enorme lacuna ci ha pensato Edizioni Black Coffee, casa editrice sempre attenta alla (ri)scoperta di autori statunitensi che qui da noi non hanno ancora avuto il giusto riconoscimento. “L’ospite d’onore” contiene infatti ben 46 racconti, ossia la maggior parte della produzione di short storie della Williams. Un intero universo narrativo, che irrompe con forza nel lettore tirandolo a sé, ammaliandolo prima, per poi masticarlo e risputarlo fuori completamente avvinto dagli scritti di questa autrice straordinaria.

Innumerevoli sono i temi che Joy Williams tratta nei suoi racconti, quasi sempre radicati nella provincia americana, ma la parola chiave mi è parsa dare un senso all’intero lavoro è “cambiamento“. Che sia un evento (positivo o negativo) che ha portato a stravolgere le vite dei protagonisti oppure il desiderio struggente di trasformare la propria esistenza o ancora un istinto di sopravvivenza che li porta ad adattarsi al senso di nuovo e di sconosciuto che irrompe nella realtà, il cambiamento in questi 46 racconti è una presenza costante, a volte scomoda, che aggredisce i personaggi. Un cambiamento che a volte porta i protagonisti della Williams a cercare un rifugio nella religione, in una fede troppo spesso opaca e dai contorni illusori, che non aiuta l’uomo ma anzi lo rende ancora più insicuro e confuso. In altri episodi invece il senso di sicurezza che viene a mancare cerca di essere alleviato dall’amore verso un’altra persona, sentimento che non tarda a sconfinare in un’ossessione o in una dipendenza malata.
Altro grande protagonista dei racconti dell’autrice statunitense è la famiglia, intesa come intreccio ermetico di passioni e legami complicati. Troviamo così figlie che disprezzano le proprie madri, genitori che nutrono verso i figli una malsana indifferenza o ancora nonni che si aggrappano con ogni più piccolo residuo di energia alla propria nipotina, unica ancora di salvezza per non perdere di vista la realtà. Famiglie disgregate, che tentano di ricominciare un’esistenza degna di essere vissuta, che appaiono perfette ma che sotto il velo di un’apparente normalità celano l’orrore di una miriade di crepe. Famiglie il più delle volte pervase da un senso di perdita, altra grande chiave di lettura di questi 46 racconti.
La perdita è un concetto che negli scritti della Williams si respira a pieni polmoni. Può essere la perdita del proprio figlio, morto o detenuto in carcere, la perdita di un animale, a cui forse si è più legati che alla persona che si crede di amare, o ancora la perdita dell’innocenza, in cui l’infanzia si tramuta in modo brusco e immotivato in età adulta. Ma anche la perdita dell’illusione consolatoria di vivere una vita stabile e appagante e l’insorgere dell’improvvisa necessità di ricercare uno scopo nella propria esistenza, un obiettivo da perseguire per dimenticare quanto futile e privo di senso possa essere il cammino di un uomo.
Pur essendo una raccolta piuttosto corposa, la qualità media dei racconti si mantiene sempre su ottimi livelli, con pochi casi di scritti leggermente sotto tono. I picchi invece sono parecchi, ma tra tutti ho scelto di citarne tre. “Chimica invernale” narra dell’ossessione morbosa di due amiche per il proprio professore di chimica, in cui il senso di inadeguatezza e l’idealizzazione di un amore irraggiungibile porteranno a un epilogo agghiacciante. In “Congresso” protagonista è invece una moglie che si ritrova dall’oggi al domani a dover badare a un marito paralizzato, aiutata da uno degli studenti del consorte. La brama di poter accedere a una nuova vita e un amore del tutto imprevisto ma incontrollabile si fondono dando vita a un racconto dalle atmosfere dolenti e delicate, a tratti oniriche. Infine come non citare lo stupendo racconto che dà il titolo alla raccolta, in cui una figlia deve convivere con il dolore tremendo di una madre malata, in cui l’attesa della morte e il cercare di riappropriarsi di una vita che non senti più tua diventano autentico struggimento.

L’ospite d’onore” è una raccolta di piccoli gioielli, in cui la quotidianità degli abitanti di un’America di provincia viene scossa da sentimenti estranei e disturbanti, elementi nuovi che si inseriscono nelle vite dei protagonisti, a volte terrorizzando, altre infondendo barlumi di speranza. Un’antologia personale che ci ha permesso di comprendere il grande valore di un’autrice come Joy Williams, capace, in poche pagine, di far vibrare le corde nascoste del nostro animo.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Amy Fusselman – Il medico della nave / 8

Titolo: Il medico della nave / 8

Autore: Amy Fusselman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 208

Prezzo: € 13,00

“Me ne stavo sdraiata lì, a percepire quelle mani su di me nonostante lo spazio che ci separava, e pensavo, Se non è lo spazio, allora cosa separa le persone? Conoscevo la risposta: quello che separa le persone non è lo spazio, ma il tempo.”

È innegabile: la non-fiction sta prendendo il sopravvento, ultimamente, anche e soprattutto nella forma del memoir. Abbiamo forse bisogno di qualcosa che vada al di là della finzione, di qualcosa che ci ricordi i nostri legami con la realtà di tutti i giorni, che ci faccia pensare “Tutto questo è accaduto davvero, perciò lo sento più vicino a me, più autentico?”. Qualunque sia il motivo, anche per Edizioni Black Coffee è giunto il momento di confrontarsi con un’opera del genere: “Il medico della nave / 8”, infatti, sono due lavori autobiografici della scrittrice newyorkese Amy Fusselman, riuniti nell’ultima uscita della casa editrice toscana, dalla copertina ancora una volta brillante e significativa.

Fin dalle prime frasi de “Il medico della nave”, Amy Fusselman mette in evidenza quelli che saranno due punti fermi di questo suo lavoro: la maternità («Io voglio restare incinta. O meglio, non voglio morire senza aver avuto figli.») e la morte, recente, del padre («Un tempo ero una bambina, avevo un padre. Ora mio padre è morto. E’ morto due settimane fa.»).  Due concetti completamente opposti si contrappongono per tutta la prima parte del libro: da un lato troviamo un desiderio fermo, costante, ricercato con fatica e speranza, talvolta con paura e frustrazione, una volontà che ha a che fare con la nascita, l’aprirsi alla vita, al cominciare a scrivere la propria storia, ogni giorno. Dall’altro, assistiamo, impotenti come la scrittrice stessa, allo spegnersi di un’esistenza, e a tutto ciò che questo comporta. La Fusselman alterna continuamente le sue sensazioni, i suoi timori ed il suo arduo percorso verso la maternità ai ricordi trascritti dal genitore in un diario tenuto quando era medico su una nave durante la Seconda Guerra Mondiale. In qualche modo, grazie a quelle pagine ormai passate, il padre della scrittrice riesce a rivivere, a dare un segno non solo al lettore, ma anche alla stessa figlia che ancora lo cerca, nonostante tutto.

In “8”, Amy Fusselman continua le sue riflessioni, ampliandole ulteriormente: di fondamentale importanza il concetto di tempo, che qui viene sviscerato in tutte le sue sfumature. Tempo, quindi, non solo come ciò che separa le persone le une dalle altre, ma anche come base per imparare qualsiasi cosa («Gli esseri umani imparano tramite ripetizione. Questo ci rende vincolati al tempo.»), come fiume in cui continuamente siamo immersi («Tu ci sei dentro a quel fiume, e la tua vita si svolge lì, giorno dopo giorno, azione dopo azione.») ma anche come mappa, che l’uomo cerca di utilizzare razionalmente per controllare ciò che, forse, ancora non conosce perfettamente. Ed è nel tempo stesso che si muove la penna della scrittrice, andando a ritroso, ricordando il suo amore per il pattinaggio, per le sue figure, le esperienze di terapia affrontate negli anni (da quella psicologica, tradizionale, a quelle più alternative). Il fil rouge che lega la maggior parte dei suoi ricordi, però, ha a che fare con un trauma vissuto quand’era bambina ed è proprio alla persona che ha dato vita a tutto ciò che la Fusselman si rivolge: il suo pedofilo. Se sono stata in grado sentire in modo vivido soltanto alcune parti di questo libro – forse a me i memoir non fanno l’effetto che ho ipotizzato all’inizio? Sono più attratta da ciò che non è completamente frutto dell’esperienza reale altrui? -, è con il ringraziamento dell’autrice all’uomo che ha influenzato irrimediabilmente la sua vita che ho avvertito le prime, vere, coltellate in pieno petto. «Ed è con gioia che ora dico: grazie, pedofilo. (…) grazie di aver fatto di me una scrittrice; (…) grazie di avermi spaventata a morte e avermi reso coraggiosa; grazie di avermi fatto credere di essere una supereroina che stava salvando la sua famiglia da morte certa».

Credo sia questo, forse, il messaggio più importante celato nelle pagine di entrambi i lavori: riuscire a scorgere un po’ di luce, là dove sembra esserci soltanto il buio più totale.  Ricordare per tenere ben presente, ben vivo il proprio percorso, ciò che si è superato e ciò che si è in grado di affrontare. Comprendere la paura del futuro, accettarla, farla propria ma poi metterla da parte: e non dimenticare mai, mai, che «La più grande menzogna del mondo è quella che ci fa credere che se una cosa è successa una volta, succederà di nuovo».

Voto: 3,5/5

Mrs. C.

Mary Miller – Happy Hour

Titolo: Happy Hour

Autore: Mary Miller

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 264

Prezzo: € 15,00

“Pensa a tutte le volte che è stata male lei, e poi pensa alla bellezza e a quanta fatica faccia a trovarne, persino nelle cose belle. Si domanda se chi ha sofferto nella vita ne veda di più. Si chiede come faccia una manciata di parole a sembrarle tanto significativa quando in realtà non significa niente.”

Edizioni Black Coffee è una casa editrice nata recentemente, ma che questo non vi tragga in inganno: i tre titoli usciti fino ad ora sono interessantissimi. La loro filosofia è quella di andare a (ri)scoprire la letteratura nordamericana contemporanea, con una preferenza – almeno per il momento – per quelle che sono le voci femminili della narrativa. Alexandra Kleeman e Bonnie Nadzam ci avevano già incantato con le loro uscite (la prima, particolarissima, la seconda malinconica e suggestiva) e anche questa volta le sensazioni che ho provato leggendo “Happy Hour” sono state assolutamente positive. Devo ammettere che i racconti non sono la mia forma letteraria preferita (al contrario di Mr. P., che leggerebbe soltanto raccolte su raccolte!) ma quando questi sono originali, piacevoli, ben scritti ed emozionanti, non me li faccio scappare per niente al mondo. Mary Miller risponde in pieno alle caratteristiche sopra citate: leggendo le sue short stories infatti sono stata catapultata in una miriade di piccoli mondi che, per quanto semplici e simili tra loro, hanno saputo farmi provare tutta una serie di sentimenti, dal fastidio alla tristezza, dalla speranza alla rassegnazione più nera.

Il fil rouge che lega queste sedici storie è rappresentato dalle donne. Donne sofferenti, donne che non hanno il coraggio di cambiare la loro vita nonostante la loro forte volontà – non così forte, allora? – , donne che amano e vengono ferite dal loro stesso amore. Donne in crisi, donne che in modo risoluto non abbandonano la strada in cui si trovano, donne che, nonostante tutto, cercano di farcela. Donne che vanno al di là dello stereotipo della moglie perfetta, che bada ai figli e alla casa e non si lamenta mai. Donne che (finalmente, devo ammettere!) vengono rappresentate anche nei loro vizi, nelle loro cattive abitudini, nelle loro fragilità più profonde. Ed è così che il lettore si ritroverà ad aspettare un autobus che non arriva, in preda all’ansia di vivere anche le cose più normali e quotidiane (“Il 37”), a considerare il figlio della persona che si frequenta una tenera scocciatura (“Un tempo questo era il passaggio coperto più lungo del mondo”), ad affrontare un divorzio non del tutto consapevole di quello che verrà dopo (“Le mele dell’amore”), a fare i conti con una sorella forse troppo distante (“Tabelle”). Naturalmente molti altri temi vengono toccati dalla Miller, e più volte mi sono domandata: com’è possibile descrivere in modo lieve argomenti così profondi? E’ sicuramente un’arte, perché quest’autrice è stata in grado di farmi apprezzare vite tanto ordinarie e comuni quanto dolorose e cupe, senza appesantirmi, facendomele sfiorare invece in modo delicato.

Unico difetto da me riscontrato è la somiglianza tra alcuni racconti: spesso infatti vengono ripresi taluni elementi (l’alcol, un ex fidanzato/marito quasi onnipresente, una vita non esattamente felice) ma, nonostante questo, ciascuna storia ha le sue peculiarità e, pur essendoci un certo leitmotiv, ho potuto conoscere una serie di personaggi a cui mi sono affezionata, che ho anche odiato, talvolta. Se dunque desiderate leggere qualcosa di diverso sul genere femminile, non posso che consigliarvi “Happy hour”: un viaggio verso quelli che sono tormenti reali che, bene o male, tutti hanno attraversato almeno una volta.

Voto: 4,5/5

Mrs. C.

Bonnie Nadzam – Lions

Titolo: Lions

Autore: Bonnie Nadzam

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 271

Prezzo: € 15,00

“Dunque la vita era dolce da un lato e amara dall’altro. L’avrebbe abbracciata nella sua totalità, senza condizioni né riserve, e senza desiderare che fosse diversa. Non perché fosse un uomo virtuoso o buono, ma perché era stanco, a mani vuote e non aveva la forza di fare altrimenti. Il mondo pulsava intorno a lui e in esso non c’erano poi troppe cose che, a suo parere, valesse la pena di inseguire.”

Lions, cittadina situata sugli altopiani del Colorado, ammantata di mistero e carica di malinconici riverberi, si è guadagnata di diritto un posto d’onore nel novero delle città immaginarie che maggiormente hanno stimolato il mio intelletto di lettore e cinefilo, al pari della Derry di “It”, capolavoro di Stephen King o di Twin Peaks, protagonista dell’omonima serie cult diretta da David Lynch. Perché Lions è un catalizzatore di antiche leggende popolari, che donano brividi sinistri quando vengono bisbigliate la notte davanti ad un camino acceso. È il fascino e nello stesso tempo il tedio della piccola provincia americana, quella sincera e autentica, in cui si è eternamente indecisi tra la fuga verso una vita più piena e degna e l’abbandono definitivo ad un’abitudine ormai consolidata. Ma Lions è anche un luogo della mente, rassicurante e oscuro nello stesso tempo, in cui nulla esteriormente muta, ma se si scava a fondo ci si accorge che tutto  in realtà è cambiato.

Basta un unico, tetro episodio, per sconvolgere Lions e le placide consuetudini che le ruotano attorno. L’inspiegabile visita di un uomo dal fascino arcano e conturbante, scrutato con diffidenza dagli abitanti del paese, quasi fosse un messaggero di cattive notizie. L’unico che lo accoglie all’interno della propria abitazione è il generoso e altruista John Walker, da tutti conosciuto per il suo buon cuore e per la sua eccentricità. Quando però, dopo la scomparsa dello straniero, Walker viene a mancare, la vita dei cittadini di Lions non sarà più la stessa. In particolare per Gordon, il figlio di John, e Leigh, due adolescenti indissolubilmente legati da un vincolo affettivo e spirituale, che verrà scalfito e intaccato dalle violente intemperie emozionali che caratterizzeranno il loro singolare rapporto, riuscendo però a non implodere in migliaia di piccoli pezzi. Gordon dopo la morte improvvisa del padre, si troverà di fronte ad un terribile bivio, in cui ogni scelta sembra essere quella giusta e quella sbagliata insieme. Restare a Lions, al fianco della madre, prendendo in mano le redini dell’officina di famiglia, oppure fuggire via insieme a Leigh verso una nuova vita, spalancando le braccia e il cuore all’amore, alle proprie aspirazioni e ad un’esistenza finalmente meritevole di essere vissuta a pieno? A confondere ulteriormente Gordon, i bizzarri viaggi verso il nord che John Walker intraprendeva periodicamente, il cui insondabile segreto viene tramandato al figlio in punto di morte. Un fardello che pesa sulle spalle del ragazzo come un macigno, che dovrà sollevare unicamente con le proprie forze. Intorno alle vite di Gordon e Leigh, ruotano una miriade di personaggi, esempi cristallini delle mille sfaccettature dell’animo umano. Georgianna, la dolce madre di Gordon, che diventerà quasi estranea a se stessa; May, fiera proprietaria del diner “Lucy Graves” e risoluta madre di Leigh; Boyd, barista sbruffone che sotto sotto però nasconde una grande bontà d’animo; Dock che, insieme al figlio Emery, tenta con volontà e nobiltà di apprendere il mestiere di John Walker. Un ventaglio di personalità autentiche, che sapranno conquistare il lettore, senza più abbandonarlo.

Lions” è un romanzo che racchiude in sé un mondo intero, un universo nostalgico e delicato, che può tramutarsi in inquietante e minaccioso. È un toccante romanzo di formazione, ma anche  un’intensa storia d’amore e un sinistro racconto di fantasmi. Una vigorosa riflessione sul passaggio cruciale dall’adolescenza all’età adulta, sulla morte di una persona amata come momento inevitabile nell’esistenza di ognuno di noi, sulla volontà di stravolgere la propria vita per inseguire i propri sogni, lacerando così gli affetti a cui siamo legati. Una storia che sa toccare le corde più profonde dei nostri cuori, avvolgendoci in una tenera malinconia da cui non vorremmo più risvegliarci.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Alexandra Kleeman – Il corpo che vuoi

Titolo:Il corpo che vuoi

Autore: Alexandra Kleeman

Editore: Edizioni Black Coffee

Anno: 2017

Pagine: 304

Prezzo: € 15,00

“Sto scavando dentro di me, fra le cose che so di me stessa, per trovare un brandello di linguaggio che mi aiuti a esprimere che cosa desidero, di cosa ho bisogno, cosa voglio chiedere. «Cerco solo qualcosa che mi faccia sentire di nuovo me stessa» rispondo. «Ma non la me stessa di ora» specifico dopo un po’. Ora mi sento come uno che ha appena scoperto che gli hanno lasciato dentro un paio di forbici durante un’operazione chirurgica.”

kleeman

Ci sono libri su cui è difficile scrivere qualcosa. Libri che, una volta terminati, lasciano una tale sensazione di spaesamento per cui è quasi impossibile trovare delle parole adeguate per poterli raccontare. Senza ombra di dubbio “Il corpo che vuoi” rientra nella suddetta categoria. Questo romanzo è il “primo” in due sensi totalmente differenti: è l’esordio di una giovane scrittrice statunitense, Alexandra Kleeman, ed è anche l’iniziale scommessa di una casa editrice che è nata da poco ma che ha già le idee chiarissime, la Black Coffee. Mi sono approcciata ad esso quindi senza aspettative, con una grande curiosità e nulla più. Quest’ultima è stata, in un certo senso, appagata, in quanto fin da subito mi sono lasciata trasportare da una storia profonda e coinvolgente, ma allo stesso tempo, terminando la lettura, sono rimasta a dir poco stupefatta, piena di domande, di questioni irrisolte, perplessa dinanzi a qualcosa sicuramente più grande di me.

L’atmosfera stessa del romanzo della Kleeman è vaga, confusa, indefinita. I personaggi principali non hanno un nome vero e proprio, o meglio, ce l’hanno ma esso non è mai esplicitato: una delle poche cose che permette di distinguerli è, infatti, la loro iniziale. A è la protagonista, colei che narra la vicenda a cui prende parte; trascorre le sue giornate in un’apatia dilagante, nutrendosi quasi esclusivamente di arance e ghiaccioli. Quando è stanca, o triste, accende la tv e si lascia trascinare, quasi ipnotizzata, da pubblicità inquietanti e disturbati reality show, sempre in compagnia del suo ragazzo, C, che cerca di starle vicino ma non la capisce mai veramente. Perchè, in sostanza, neanche lei riesce a comprendersi davvero, nonostante i suoi continui sforzi per indagare quello che si nasconde al suo interno, al di là di quella che è la sua pelle, prigione e ossessione continua: «Se potessi guardarmi dentro e toccarmi le viscere, osservarle giorno dopo giorno, conoscerne il colore e la consistenza, forse mi sentirei più vicina a quei chili di materia organica che vivono in me, nel mio punto cieco. Ma fino ad allora lo strato esterno rimarrà la mia parte più intima, quella che se mi venisse rubata lascerebbe uscire tutta me stessa, il nucleo essenziale». Parte fondamentale dell’esistenza di A è la sua grottesca coinquilina, B, il cui unico scopo nella vita pare sia quello di diventare l’esatta copia della protagonista: uno specchio sinistro e folle, una gemella dai tratti drammaticamente simili, la propria parte oscura che ognuno di noi sa di poter trovare negli altri. A fare da sfondo a vicende che sono già intimamente sconcertanti di per sè, si ritrovano fenomeni e situazioni particolari e alienanti, tra cui una bizzarra sindrome che porta rispettabili padri di famiglia a scomparire nel nulla, uomini che per salvare vitelli decidono di mangiarne il più possibile, merendine succulente che sembrano nascondere il segreto della felicità, creme per il viso commestibili – capaci di renderci più belle dentro – e misteriose sette che predicano il distacco totale dal proprio passato e dalla propria identità, attraverso un’alimentazione corretta che permetterà a tutti di divenire fantasmi pieni di Luce.

Il mondo creato dalla Kleeman, seppure disturbante, non si allontana poi così tanto da quello in cui viviamo, anzi: sono continui i rimandi all’apparenza, al corpo, a tutta una serie di ossessioni macabre che contraddistinguono la società odierna. La fame, insaziabile, che ognuno di noi ha, la continua ricerca della perfezione, di qualcosa che sia in grado di darci di più, sempre di più. Il cibo, croce e delizia, piacere ed orrore insieme, la televisione ed i suoi programmi, unica voce in grado di sollevarci dalla nostra immensa solitudine, talvolta. La dipendenza dagli altri, dal nostro passato, da quello che pensiamo di essere e da quello che invece vorremmo diventare. Questi e tantissimi altri sono i temi esplorati ne “Il corpo che vuoi”, un esordio narrativo oscuro ed enigmatico, a tratti quasi distopico e surreale, pronto a sorprendere il lettore e a lasciarlo pieno di dubbi che, chissà, riuscirà mai a risolvere del tutto?

Voto: 4/5

Mrs. C.