Intervista a Black Dog Edizioni

Per il nostro blog questa è un’occasione davvero speciale: oggi abbiamo l’onore di ospitare, in anteprima, la neonata casa editrice Black Dog, rappresentata dal suo fondatore Marcello Figoni. Una casa editrice con un manifesto letterario importante e già ben definito: Black Dog infatti nasce con l’intento di portare in Italia opere inedite a cavallo tra Ottocento e Novecento o di riscoprire vecchi classici, restituendogli rinnovata linfa vitale con nuove traduzioni. Il genere di riferimento è il fantastico, in tutte le sue declinazioni: horror, gotico, fantascienza, weird. Ma bando alle ciance: diamo direttamente la parola a Marcello!

Ciao Marcello e benvenuto su Blog con Vista. Ti ringraziamo molto per essere qui con noi per presentarci in esclusiva Black Dog. Com’è nata l’idea di fondare una casa editrice dedicata interamente al fantastico, genere che noi adoriamo, ma che purtroppo in Italia spesso viene considerato ancora superficialmente un genere di serie B?

Ciao Paolo, grazie per avermi dato l’occasione di presentare ai vostri lettori il mio progetto editoriale.
Una parte della risposta al tuo quesito si trova nella domanda. Sono convinto che quella di genere sia una letteratura estremamente viva e accattivante, che reca con sé messaggi profondi e di grande attualità. È mio intento far cadere quel velo di pregiudizio che spesso la avviluppa e che non permette di approcciarla come Letteratura con la L maiuscola.
Inoltre i classici gotici o fantastici sono un ottimo modo per far innamorare della letteratura anche i più giovani, facendo loro scoprire i lati più oscuri e più intriganti di autori normalmente giudicati noiosi.

Ci puoi dire da cosa nasce il nome “Black Dog”, che tra l’altro troviamo azzeccatissimo?

Il nome “Black dog” è stato un parto della fervida immaginazione della mia compagna Angela. Il cane nero è un omaggio a quella che è una delle figure più misteriose e inquietanti del folklore inglese: creatura misteriosa, ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Inoltre vuole essere anche un omaggio al “mostro” che mi ha maggiormente colpito durante l’adolescenza: Il mastino dei Baskerville di “holmesiana” memoria.

Le prime due pubblicazioni, che usciranno a breve, sono il primo di una serie di volumi dedicati a racconti gotici e fantastici di autori italiani dell’Ottocento (raccolta tra l’altro curata dal nostro amato Dario Pontuale) e il romanzo di Jules Verne “Il padrone del mondo”. Sappiamo che entrambi i libri saranno illustrati, il che dimostra una grande cura anche dal punto di vista estetico. Vuoi parlarci nel dettaglio di queste due prime uscite?

Fin dall’inizio voglio presentare ai lettori storie accattivanti e belle da leggere che, però, siano anche accompagnate da messaggi forti e profondi.
L’antologia “Racconti italiani gotici e fantastici – Esperimenti” presenta novelle di nostri autori dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Spazieremo da Italo Svevo a Luigi Capuana a Igino Ugo Tarchetti, per citare i più famosi, fino ad arrivare a narratori meno noti, ma non per questo, di minor livello, come Remigio Zena o Emilio De Marchi. Tutte le novelle di questo volume hanno un retroterra scientifico, da qui il sottotitolo “Esperimenti”, e narrano, con sorprendente attualità, il tema della invasività della scienza e di come possa diventare disumano un uso distorto della scienza e della medicina. Questo volume, inoltre, vuole anche presentare autori spesso vissuti dagli studenti come “impolverati” sotto una luce nuova e più viva. A mio avviso la rielaborazione della figura del vampiro fatta da Luigi Capuana è semplicemente superba.
Il Padrone del Mondo” è uno degli ultimi romanzi di Jules Verne. È forse il più amaro e pessimista scritto dal narratore francese e presenta la preoccupazione nutrita dall’autore circa la possibile deriva autoritaria in campo politico. Pensando che il libro è stato pubblicato nel 1905, sorprende la grande preveggenza del narratore.
Le illustrazioni sono un punto di forza. Voglio presentare libri belli da leggersi e belli a vedersi. Le illustrazioni sono affidate ad artisti affermati come Alex Raso o Valentina Biletta o a emergenti di indubbio valore come Elena Massola. Mi sono sempre piaciuti i libri illustrati e credo che per troppo tempo si siano usate le illustrazioni solo per la letteratura per ragazzi e che sia tornato il momento di utilizzarle, come accadeva una volta, anche per i libri adatti a tutte le età.
Se mi permetti vorrei spendere una parola anche per i curatori e i prefatori dei libri in uscita: oltre al già citato Dario Pontuale che ha curato l’antologia, “Il Padrone del Mondo” sarà accompagnato da una sagace postfazione del critico e poeta Donato di Stasi. Le altre due pubblicazioni primaverili vedranno contributi della giornalista ed esperta di letteratura americana Simona Zecchi e del filosofo Andrea Comincini.

Sul vostro sito leggiamo che grande importanza verrà data all’apporto femminile alla letteratura orrorifica: puoi darci qualche anticipazione in merito? E secondo te quanto è stato importante il contributo delle donne nel fantastico?

Il contributo femminile alla letteratura fantastica è stato fondamentale, basti pensare a Mary Shelley e a Ann Radcliffe. Queste, però, sono solamente le figure più note, ci sono poi altre grandissime narratrici di storie del soprannaturale o del fantastico che spesso hanno dovuto pubblicare sotto pseudonimo maschile, poiché tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento era ritenuto sconveniente che una donna scrivesse di certe cose. Proprio per questo la letteratura fantastica e di genere è stata un’arma importate a sostegno della causa dell’emancipazione femminile. Emblematica in questo senso è la figura di Mary Elenor Wilkins Freeman, una donna forte e libera, che ha fatto della letteratura il proprio lavoro e il proprio personale strumento di emancipazione. Di questa splendida autrice americana uscirà nel mese di giugno “Il vento nel cespuglio di rose e altre storie del soprannaturale”. Questa garbata, ma pungente antologia, sarà introdotta da un breve saggio di Simona Zecchi.

Questa è una domanda che solitamente facciamo agli autori, ma siamo curiosi di conoscere i gusti letterari anche degli editori: quali sono gli scrittori che maggiormente ti hanno influenzato e che ti hanno fatto balenare l’idea di trasformare la tua passione per la letteratura in una professione? E c’è qualche autore poco conosciuto che ti piacerebbe che i lettori italiani riscoprissero, magari proprio grazie a voi?

Mi sono sempre nutrito di narrativa gotica e fantastica: ho iniziato leggendo i “grandi nomi” come Edgar Allan Poe o Lovecraft, per allargare lo spettro e incrociare autori meno noti come William Hope Hodgson, Seabury Quinn o Clark Ashton Smith. Non ho mai trascurato, però, nemmeno gli autori nostrani e, una volta incontrata la “Scapigliatura” me ne sono innamorato. La mia passione per l’Ottocento italiano più oscuro mi ha portato a voler riproporre alcune “chicche” della nostra letteratura meno nota, ma sicuramente più viva.
Ho in mente molti progetti e se avrete la pazienza e la voglia di seguire le tracce lasciate dal cane nero vi imbatterete in gioielli inaspettati.

Oltre alla vostre pubblicazioni, sul sito della casa editrice è presente anche un blog chiamato Black Dog Magazine: ti va di parlarcene?

La tua domanda mi fa molto piacere. Il Magazine è uno spazio aperto in cui si possono trovare diverse suggestioni. Diverse voci, tutte autorevoli e competenti, accompagneranno il lettore in approfondimenti sulla letteratura di genere, vista anche da prospettive inaspettate. Ad esempio la Prof. Angelica Palumbo ha lanciato un sguardo “psicoanalitico” su due racconti di Poe e poi ha accompagnato il lettore in una appassionante riflessione sulle commistioni esistenti tra paesaggio, concetto di Sublime e Pittoresco nelle letteratura di genere vittoriana. A breve presenterò un bellissimo contributo di Andrea Comincini sulla paura.
Il Magazine è un luogo di riflessione, in cui trovare spunti che in un qualche modo si accostano alla letteratura e alle tematiche care alla mia casa editrice.

Per finire non può mancare la classica domanda sulle pubblicazioni future: quali sono i progetti di Black Dog per i prossimi mesi?

A fine maggio usciranno altri due titoli a cui sono molto affezionato. Uno l’ho già anticipato ed è “Il vento nel cespuglio di rose ed altre storie del soprannaturale” e l’altro è un romanzo fantasy di William Morris: “The House of the Wolfings”. Il grande architetto e socialista inglese è stato anche un grande conoscitore della mitologia norrena e, soprattutto, dei romanzi medievali islandesi che ha tradotto in inglese. Nella sua produzione letteraria fantastica l’eclettico Morris ha inserito in vicende storiche elementi soprannaturali e fantastici mutuati dalla mitologia norrena, creando storie estremamente affascinanti e raffinate. Nel romanzo che uscirà a breve, ad esempio, il substrato storico è dato dai primi scontri avvenuti tra l’esercito romano e i Goti sul confine danubiano. “The house of the Wolfings”, inoltre, ha un’altra particolarità: per ammissione dello stesso Tolkien è stato fonte di ispirazione per la creazione della sua Terra di Mezzo.

Grazie mille Marcello per la disponibilità!

Speriamo di avervi incuriosito: se volete saperne di più, potete seguire Black Dog Edizioni sulla loro pagina Facebook o visitare il loro sito. Siamo convinti che questa nuova casa editrice ci regalerà grandi soddisfazioni!

Mr. P.

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Orazio Labbate – Atlante del mistero

Titolo: Atlante del mistero

Autore: Orazio Labbate

Editore: Centauria

Anno: 2018

Pagine: 160

Prezzo: € 19,00

“Il viaggio è periglioso, ma vale la pena imbarcarsi e solcare le acque di questo oceano stigio, perché dal mondo dei mostri si può imparare molto sul nostro, di mondo.”

Ho conosciuto Orazio Labbate con la raccolta di racconti “Stelle ossee”, per poi proseguire con la “Piccola enciclopedia dei mostri e delle creature fantastiche” e approdando ora, prima di immergermi finalmente nelle pagine torbide dei suoi romanzi, all'”Atlante del mistero”. Labbate ha avuto un’ottima intuizione, racchiudendo in questo prezioso volume quaranta dimore legate al soprannaturale, all’orrifico, al perturbante, ognuna illustrata egregiamente da Simone Pace. Ma non potrebbe sembrare pretenzioso denominarlo atlante? Assolutamente no, in quanto ogni residenza è identificata nel luogo esatto in cui sorge, tramite l’aiuto di precise coordinate geografiche.

L’universo spaventoso di Labbate pesca a piene mani nell’immaginario collettivo, nella letteratura e nel cinema, alternando dimore maledette che potremmo definire blasonate ad altre meno conosciute, ma non per questo meno terrificanti. Un viaggio senza tempo, in un vortice di follia che ci catapulta tra castelli diroccati, umidi scantinati, realtà parallele e stanze misteriose. Così ci ritroviamo immersi nelle atmosfere dalle tinte gotiche dei grandi classici dell’orrore, come “Dracula”, “Frankenstein” e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”, per poi riemergere straniati nell’ambiguo universo di David Lynch, qui rappresentato dal non luogo per eccellenza, la Loggia Nera di “Twin Peaks”, e dall’inquietante vecchio termosifone del suo primo film “Eraserhead”. Labbate passa con grande disinvoltura dal classico al contemporaneo, dal cult all’opera dimenticata, dimostrando un’enorme passione per tutto quanto sia legato al fantastico, al terrore, al surreale.
Proseguendo nel nostro viaggio chimerico rimaniamo affascinati da luoghi abitati dai mostri alimentati dal folklore popolare e dalle leggende metropolitane, come l’americano Uomo Falena, la siciliana Marabecca, l’universale Babau, fino ad attraversare le porte dell’Ade, piombando dritti alla più famosa dimora orrifica di sempre: l’Inferno. Ma durante il nostro cammino non possiamo lasciarci alle spalle così facilmente cult cinematografici come “Donnie Darko” e la sua minacciosa cantina, l’oscura Silent Hill e il rivoltante mattatoio di Faccia di Cuoio. Non manca proprio nulla nell’atlante immaginario di Labbate, che pesca a piene mani anche in riferimenti che di primo acchito non presentano connessioni con l’orrorifico, ma che in realtà ne nascondono più di una. Basti pensare alla stanza di Gregor Samsa ne “La metamorfosi” di Franz Kafka o alla camera degli insetti di Billy, proveniente direttamente dal visionario “Pasto nudo” di William S. Burroughs. Insomma, nell’atlante dell’autore siciliano nulla è lasciato al caso e ogni riferimento è frutto di un’approfondita conoscenza di tutto ciò che possa essere riconducibile alla paura e all’inquietudine.

L’atlante del mistero” è un volume da custodire gelosamente nella propria libreria, da leggere e sfogliare ogni volta che la nostra mente e il nostro cuore sentono il bisogno di evadere dal quotidiano, per rifugiarsi in mondi soltanto all’apparenza così distanti dal nostro, ma forse in realtà più vicini di quanto sembrino. Un libro necessario per chi, come il sottoscritto, è rimasto intrappolato in un amore viscerale per il perturbante, senza più volerne uscire, ma anche per chi voglia iniziare a muovere i primi passi nei sentieri che conducono all’orrore e che troverà nell’atlante ottimi spunti. Perché a volte avere paura può essere semplicemente delizioso.

Voto: 5/5

Mr. P.

Thomas Ligotti – Lo scriba macabro

Titolo: Lo scriba macabro

Autore: Thomas Ligotti

Editore: Elara

Anno: 2015

Pagine: 224

Prezzo: € 16,50

“Da giovane studente in filosofia usavo dire a me stesso: apprenderò la follia delle cose. Era qualcosa che sentivo il bisogno di sapere… qualcosa col quale sentivo il bisogno di confrontarmi. Se fossi riuscito ad affrontare la follia delle cose, pensai, allora non avrei avuto nient’altro da temere. Avrei potuto vivere nell’universo senza la sensazione di cadere a pezzi, senza la sensazione di essere sul punto di esplodere della follia delle cose che per la mia mente  era il vero fondamento dell’esistenza. Volevo strappare via il velo che copre le cose e guardarle per come sono, non rendermi cieco ad esse.” 

L’enigma Thomas Ligotti: autore di culto, fin dagli anni ’80, nel circuito weird e fantastico statunitense, lo scrittore americano di origini italiane non riesce però mai a emergere a livello mondiale, restando una figura imprescindibile soltanto per una ristretta cerchia di appassionati della weird fiction. Affetto da depressione e allergico a qualsiasi apparizione pubblica (non ha mai presenziato alle innumerevoli vittorie al Bram Stoker Award), la figura di Ligotti rimane quasi un mistero fino a quando, nel 2012, Nic Pizzolatto e la serie tv “True Detective” lo fanno conoscere al mondo. Il nichilismo e la cupa visione esistenziale del protagonista Rust Cohle, pescano infatti a piene mani nella poetica ligottiana, divisa tra saggi e racconti. Le opere dell’autore americano arrivano così anche in Italia, grazie a Il Saggiatore e a Elara, anche se c’è da dire quest’ultima aveva visto lungo, pubblicando la raccolta “I canti di un sognatore morto” (2007) in tempi non sospetti.

Lo scriba macabro” è la seconda antologia personale di Ligotti, risalente al 1991 e portata in Italia da Elara nel 2015.
Immergersi nella narrazione di Ligotti significa perdersi in un universo oscuro, dove lo spazio e il tempo sembrano assumere forme diverse, in cui l’ombra regna incontrastata e la luce, per quanto si sforzi, non riesce a penetrare. I personaggi dei racconti di Ligotti vanno incontro alla loro dannazione quasi inconsapevoli, in un crescendo di orrore che non dà tregua. Non esistono possibilità di redenzione o spiragli di salvezza: il destino dell’uomo non può fare a meno della sofferenza e della solitudine, sentimento e condizione portanti dell’esistenza umana. Il terrore che Ligotti sa instillare con le sue storie è onirico e strisciante. Un’angoscia che si annida sotto pelle, per poi fuoriuscire adagio fino a saturare ogni più piccolo poro degli sventurati protagonisti e di chi gli sta intorno.
Ligotti pesca a piene mani sia nell’orrore cosmico di Lovecraft, fatto di universi paralleli, creature senza nome e visioni inimmaginabili, sia nell’orrore psicologico di Poe, in cui il quotidiano viene destabilizzato e non si riesce più a distinguere tra realtà e finzione. Ma i lusinghieri paragoni non devono fuorviare: l’opera dell’autore statunitense possiede una considerevole originalità propria, costruita attraverso trame e intrecci mai banali e sempre sorprendenti. Addentrandoci nel cosmo allucinato di Ligotti possiamo trovare un’istitutrice la cui anima viene divorata da suoni e visioni perturbanti (“Miss Plarr”), creature senza nome oggetto di esperimenti grotteschi (“I bozzoli”) e onirici pedinamenti notturni (“Sognare a Nortown”). Non mancano però anche un cinema dai contorni surreali, nera sorgente degli incubi (“Fascino”) e un manoscritto foriero di morte (“Nethescurial”).
Menzione a parte meritano le decadenti ambientazioni elaborate da Ligotti che, da semplice sfondo, spesso diventano vere e proprie protagoniste delle storie narrate. Luoghi pregni di corruzione, che paiono avulsi dal mondo per come lo conosciamo, bui anfratti carichi di mistero. Basti pensare ai corridoi ricoperti di una densa e odorosa sostanza scura del racconto “Scuola serale” o alla chimerica casa di “Nell’ombra di un altro mondo” che pare costruita con “materiali illeciti…come se sogno e vapore si fingessero materia solida”.
Un piccolo appunto va all’edizione: molto curata per quanto riguarda copertina e impaginazione, meno dal punto di vista della traduzione, con una quantità di refusi davvero eccessiva.

Ligotti ci fa dono di una preziosa collezione di turbamenti, descritti con uno stile complesso e dalle sfumature auliche, forse non adatto a tutti i palati, ma che saprà regalare grandi soddisfazioni a chi si immergerà totalmente nella sua poetica e nella sua continua ricerca linguistica. Racconti che affascinano e inquietano, che profumano di horror vecchio stampo ma che regalano nello stesso tempo stranezze quanto mai originali. Compagni perfetti per trascorrere queste fredde notti invernali.

Voto: 4/5

Mr. P.

Fritz Leiber – La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Titolo: La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore

Autore: Fritz Leiber

Editore: Cliquot

Anno: 2017

Pagine: 302

Prezzo: € 18,00

“Quanti di noi che vivono in una grande città sanno cosa c’è dentro o al di là delle pareti che delimitano il nostro appartamento, persino quelle contro cui dormiamo? Nascoste e inarrivabili come i nostri organi interni. Non possiamo neanche fidarci delle mura che ci proteggono.” 

Fritz Leiber, autore che si è addentrato in ogni meandro della letteratura fantastica, dalla fantascienza al fantasy (è stato infatti tra i precursori dello sword and sorcery), passando per l’horror e il weird, nel nostro Paese, dopo gli anni ’80, non ha più goduto di vita facile. A riportare nelle librerie italiane uno dei maggiori esponenti del fantastico del secolo scorso, ci ha pensato la casa editrice Cliquot, che ci ha già stupiti in passato (e siamo certi continuerà a farlo) con recuperi oculati e preziosi.
La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” è una raccolta di racconti mai tradotti in Italia e pubblicati originariamente sulle principali riviste pulp dell’epoca, tra cui la storica “Weird Tales”. Ma il termine “mai tradotti” non equivale, in questo caso, a minori. Anzi, il volume raccoglie una fetta significativa della produzione horror dell’autore, raccolta in ordine cronologico, così da rendere partecipe il lettore dell’evoluzione stilistica e tematica di Leiber.

Il racconto che apre le danze, “La villa del ragno”, è un esempio emblematico delle storie del terrore che tanto piacevano alle riviste di genere degli anni quaranta. Un mistero che si dipana pagina dopo pagina, in un vortice che mescola folli esperimenti scientifici, un enigmatico anfitrione, una creatura mostruosa e una donna da salvare. Insomma, tutti ottimi ingredienti per creare una tipica storia dell’orrore. Con “Il signor Bauer e gli atomi”, influenzato dallo scoppio atomico di Hiroshima, ci addentriamo nei territori della fantascienza. Una manciata di pagine in cui la psicosi del protagonista e gli atomi del suo corpo costituiscono gli elementi caratterizzanti. In “Qualcuno urlò: strega!” torniamo a un classico della letteratura horror: un essere femminile ammaliante e fatale, dai poteri soprannaturali. Un racconto forse fin troppo tradizionale e a mio avviso l’episodio più debole dell’intera raccolta. “Il demone del cofanetto” ci offre invece il primo assaggio di quell’esplorazione del subconscio che Leiber svilupperà più compiutamente nei racconti a venire. L’idea alla base della storia è a dir poco geniale: un’attrice che svanisce poco a poco non appena la sua vita e le sue vicende personali smettono di essere sulla bocca di tutti. La celebrità come vera e propria forma di sostentamento. Un’aspra critica alla società mediatica, che si basa sull’apparenza e sul successo. Un autentico gioiellino. Si prosegue con “Richmond, fine settembre, 1849″, in cui Leiber scomoda un mostro sacro della letteratura, immedesimandosi nei suoi pensieri e nelle sue azioni, a seguito di un incontro casuale con un’affascinante quanto misteriosa signora. Un incontro che forse non si rivelerà così accidentale. Arriviamo poi al vero capolavoro della raccolta: “La cosa marrone chiaro”, che dà anche il titolo al volume. Prima e più corta stesura di “Nostra signora delle tenebre”, forse il romanzo più rappresentativo dell’intera produzione dello scrittore americano, “La cosa marrone chiaro” esprime la personalissima visione del mondo di Leiber. Il senso di confusione e di vero e proprio terrore di fronte all’immensità delle metropoli moderne, in cui in ogni anfratto possono nascondersi inquietanti pericoli. Una sensazione acuta di smarrimento che attanaglia il protagonista, perso in una San Francisco che prende vita, il cui punto nevralgico è la collina di Corona Heights. Un racconto incredibile che vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. La concezione postmoderna dell’autore si riflette anche nel successivo “Fantasie paurose”, dove lo spazio si restringe dalla città a un condominio, in un cui un’enigmatica figura femminile (altro tema ricorrente), turberà la monotonia della vita del protagonista. Il volume si conclude con “Il nero ha il suo fascino”, folle monologo di una moglie verso il proprio marito. Completano il tutto la preziosissima introduzione del curatore e traduttore Federico Cenci e un’appendice in cui lo stesso Leiber racconta del proprio turbolento rapporto con la rivista “Weird Tales”.

La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore” si rivela una raccolta preziosa che sprigiona un concentrato d’inquietudine sotterranea. Un terrore che striscia sottopelle e che può annidarsi nei muri del proprio appartamento, in un ascensore, in un parco. Una paura dalle mille sfaccettature, che prende il via dal gotico più classico per invadere le megalopoli moderne. Racconti che sussurrano il proprio carico di angoscia, avviluppando il lettore in un vortice, senza più lasciarlo andare.

Voto: 4/5

Mr. P.

John Ajvide Lindqvist – Musica dalla spiaggia del paradiso

Titolo: Musica dalla spiaggia del paradiso

Autore: John Ajvide Lindqvist

Editore: Marsilio

Anno: 2015

Pagine: 426

Prezzo: € 18,50

“È dai difetti che si capisce una persona. Possiamo farci un’idea osservandone le caratteristiche, buone o cattive. Tutto quello che si vede in superficie. Ma se vogliamo davvero capire chi sia, dobbiamo addentrarci nell’oscurità e conoscere i suoi difetti. La rotella mancante definisce l’ingranaggio. Un quadro si giudica dalla pennellata sbagliata, mentre l’accordo dissonante fa a pezzi una canzone. Oppure la rende interessante. È l’altra faccia della medaglia.”

Considerato da molti l’erede europeo di Stephen King, John Ajvide Lindqvist si è sempre contraddistinto per una concezione dell’orrore in chiave moderna, rielaborando in maniera originale e personalissima alcuni stilemi dell’horror più classico. Pensiamo ad esempio al vampiro, reinventato in modo magistrale in quel capolavoro che è “Lasciami entrare”, oppure agli zombie, svecchiati e rinnovati ne “L’estate dei morti viventi” o ancora pescando a piene mani nella ghost story con “Il porto degli spiriti”.
Musica dalla spiaggia del paradiso“, sesta opera dell’autore svedese, lascia invece da parte creature mostruose e terrori ancestrali per addentrarsi con maggior profondità nei meandri della psiche e della coscienza umana, miscelando elementi soprannaturali con allucinazioni e stati di alterazione mentale.

Fin dalla prima pagina ci troviamo catapultati nel centro della narrazione, che prende il via quando un gruppo di turisti, nel bel mezzo delle vacanze trascorse in un campeggio nei pressi di Stoccolma, scoprono che ogni cosa intorno a loro è sparita. O meglio, restano soltanto le loro roulotte, circondate da un’immensa landa, ricoperta da un prato verde tagliato alla perfezione e sovrastata da un cielo di un blu uniforme, senza sole e senza nuvole. Dopo un primo momento di spaesamento, il panico inizia a serpeggiare tra i protagonisti, accorgendosi ben presto di non essere soli. Misteriose figure bianche, prive di lineamenti, si aggirano inquiete intorno al campo, richiamando l’attenzione degli sfortunati campeggiatori. Proprio queste sagome diventano il fulcro dell’universo psicologico costruito da Lindqvist: c’è chi, scrutandoli, vede il padre defunto, chi un commesso viaggiatore, chi invece una tigre nera e chi addirittura l’attore Jimmie Stewart. Il passato, portando con sé il proprio carico di colpe e di inganni, torna a ghermire con i suoi artigli affilati i dieci dispersi, lasciandoli atterriti, confusi e spaventati.
Si alternano così alla narrazione delle vicende presenti, corposi e affascinanti flashback sulle precedenti vite dei protagonisti. Unico collante della follia che imperversa nel campeggio, le note suadenti che fuoriescono dalle casse dalle autoradio: un flusso continuo di canzoni svedesi, con il comune denominatore dell’autore Peter Himmelstrand. Man mano che trascorrono le ore, in un pomeriggio perpetuo senza alba né tramonto, l’alienazione e lo squilibrio mentale si fanno strada nelle menti stremate dei villeggianti, tra tentativi di contatto con il mondo reale e fughe improvvisate alla ricerca di una via d’uscita da quell’orrore fatto di erba e cielo azzurro.
Tra i vari personaggi occorre citare Molly, una sinistra bambina dal carattere ambiguo, figlia del calciatore Peter e della modella Isabelle. Lasciata in tenera età dalla madre dentro una galleria buia per parecchie ore, sembra aver sviluppato un legame angoscioso con le figure bianche e l’universo parallelo in cui sono imprigionati.

Musica dalla spiaggia del paradiso” non è un libro semplice. Si rischia più volte di perdersi nei meandri psicologici creati da Lindqvist, in una sequenza ininterrotta di realtà e finzione. Un’opera che parrebbe lasciare più interrogativi che risposte ma che, se letta con la giusta attenzione, apre lo spiraglio a più di un’interpretazione. Un libro complesso che, senza preamboli, trasporta il lettore in un mondo estraneo, in cui l’autore si diverte a lasciare del non detto, a beneficio della fantasia di chi legge. Un romanzo che trascende i generi e che farà felice chi non si accontenta di una lettura ordinaria, ma cerca un qualcosa di più.

Voto: 4/5

Mr. P.

Christian Sartirana – La gente della marea

Titolo: La gente della marea

Autore: Christian Sartirana

Editore: Nero Press Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 28

Prezzo: € 0,99

“Tutto appariva insolitamente levigato, simile a una sorta di strano manufatto marino. Come uno di quei pezzi di vetro smussati e opacizzati dall’acqua del mare. Li abbiamo raccolti tutti, credo, almeno una volta. Quei cocci di vetro hanno il fascino di un gioiello creato da mani aliene, sconosciute. Be’, le forme che avevo intorno avevano proprio il medesimo aspetto assurdo e sconosciuto. Dietro le macchine e le insegne dei negozi, contro i muri dei palazzi, sulle finestre e sopra i tetti, scorgevo tratti in cui le loro naturali simmetrie sembravano confondersi. È difficile da spiegare, ma era come se le loro forme fossero entrate in collisione. Si mescolavano, creando delle geometrie incomprensibili che, per quanto assurde, sembravano comunque avere una loro identità. Erano come il prodotto di un gusto artistico sconosciuto a quello dell’uomo. I nostri sensi non sarebbero mai stati in grado di organizzarli nella giusta sequenza. Tuttavia a guardarle m’ispiravano un orrore immediato.”

Avevo già apprezzato la prosa limpida e carica di tensione di Christian Sartirana, scrittore piemontese che sta lasciando il segno nel panorama letterario italiano di genere, nell’ottimo romanzo breve “Le cose oscure”. A distanza di qualche mese mi sono tuffato (e il verbo non è casuale) nella sua ultima fatica, il racconto “La gente della marea”, edito Nero Press Edizioni nella collana horror “Insonnia”. Cambiano completamente le atmosfere rispetto al precedente lavoro, ma il senso di inquietudine strisciante e di completo spaesamento di fronte a un orrore ignoto e arcano restano immutati.

La base dell’intera narrazione è una vecchia leggenda popolare, quella dell’Antica Gente o Gente della Marea, diffusa tra i cittadini del comune sardo di Bosa. Edoardo, il giovane protagonista del racconto, ne subisce il fascino fin da piccolo, quando a narrargliela è la nonna materna, durate le estati trascorse appunto a Bosa, paese di origine della famiglia di Edoardo. Una favola nera che porta con sé una scia di misteriose morti e sparizioni. Un mito che la madre di Edoardo vuole dimenticare, così come le sue origini e la terra da cui proviene. Cresciuto a Torino, con il tempo il narratore seppellisce nei recessi della memoria le enigmatiche e minacciose figure della Gente della Marea, fino a quando il decesso della madre e l’aver ereditato l’antica dimora di famiglia, scatenano in lui l’improvvisa volontà di riscoprire i territori della sua infanzia. Ciò che però si rivelerà essere diventata Bosa sconvolgerà per sempre la vita di Edoardo, risucchiandolo in un vortice di orrore atavico e delirante follia.

Il merito di Sartirana è quello di tenere alta fino alla fine la tensione nel lettore, in un crescendo inesauribile di malessere e di angoscia. Magistralmente descritta l’atmosfera di desolazione e di abbandono dell’ormai città fantasma Bosa, tra rimandi lovecraftiani e minuziose rappresentazioni delle forme aliene e dalle geometrie incomprensibili che invadono il paese. Sembra quasi di essere lì insieme a Edoardo, avvolti da un mistero oscuro e inesplicabile. Il fascino criptico e perverso del mare, da sempre oggetto di racconti a sfondo orrorifico, viene ben rielaborato da Sartirana, che ci offre una storia godibile e carica di suspense, che sa regalare piacevoli momenti di autentico terrore.

Voto: 4/5

Mr. P.

Stephen Graham Jones – Albero di carne

Titolo: Albero di carne

Autore: Stephen Graham Jones

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 360

Prezzo: € 16,00

“Più di qualsiasi altra cosa, suppongo, volevamo essere visti, che ci fosse data un’opportunità. Non stare più all’esterno. Probabilmente, alla fin fine tutto si riduceva a questo. E il primo passo per riuscire a farsi vedere è naturalmente fare rumore, fare quello che gli altri ragazzi non fanno o hanno troppa paura di fare. I giorni, però, continuavano a scivolare l’uno nell’altro. Nessuno notava noi, né quello che facevamo. Perfino quando parlavamo a voce alta nella caffetteria, in corridoio. E ci sarebbe voluto così poco. Un cenno del mento, un socchiudersi degli occhi. Qualcuno che ci chiedesse dove andavamo dopo la scuola.”

I riferimenti a mostri sacri come Stephen King, Clive Barker e Shirley Jackson, la meritata fiducia che ormai ripongo nelle scelte editoriali di Racconti Edizioni e il fatto che Stephen Graham Jones avesse tentato all’età di dodici di diventare un lupo mannaro, hanno fatto sì che “Albero di carne” dovesse diventare una raccolta di racconti da leggere assolutamente. Dopo un inizio folgorante e squisitamente agghiacciante, man mano che mi inoltravo nel mondo popolato dagli incubi e dalle ossessioni di Jones, ho compreso di essere di fronte ad un grande autore, capace di dare nuova linfa alla narrativa di genere, grazie ad una fantasia sconfinata e ad un metodo di costruzione della suspense praticamente perfetto.

I racconti di Jones si snodano nel cuore della provincia americana, tra cittadine ai margini, lande desolate e boschi inospitali. L’orrore che scaturisce dalla penna inquieta dello scrittore statunitense è un terrore sussurrato, ignoto, con cui il lettore deve fare i conti pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine e angoscia, per poi esplodere in finali spiazzanti e carichi di pathos. Non mancano però anche momenti ascrivibili al thriller in cui la tensione fa da padrona sin dalla prima riga oppure immagini crude e brutali (ma mai fini a se stesse), che stordiscono come un pugno assestato in pieno volto, caratteristiche imprescindibili per la buona riuscita di ogni libro horror che si rispetti. Ed è proprio la grande varietà di temi e di intrecci che rendono la raccolta Jones così godibile e mai banale: non troverete mai un racconto simile ad un altro, ma ogni storia brilla di vita propria, scatenando nel lettore emozioni sempre nuove. Sfogliando le pagine di “Albero di carne” vi capiterà di imbattervi in strane pratiche di trasmigrazione delle anime (“I figli di Billy Clay”), bizzarri venditori di unguenti e creme che nascondono atroci segreti (“La fortuna di Lonegan”), lotte per la sopravvivenza tra licantropi e orche assassine (“Wolf Island”) e ancora diaboliche lolite che per apparire più sexy farebbero qualunque cosa (“Perfetta”) e cani poliziotto che fiutano chi non dovrebbero (“Mostri”). Menzione a parte meritano “Nel nome del coniglio”, in cui l’amore assoluto di un padre per il proprio figlio si incrocia con la visione di un misterioso coniglio e “Raphael”, vero e proprio omaggio a “It” di Stephen King, in cui le paure e i traumi dell’infanzia non abbandonano mai veramente chi ne è stato vittima. Due autentici capolavori. Altra caratteristica fondamentale sono spesso i finali nebulosi dei racconti di Jones, nell’accezione migliore del termine. Infatti il lettore a tratti deve sforzarsi di comprendere e andare oltre, scavando a fondo nella trama e nella psiche dei personaggi, per trovare le risposte che l’autore intende farci arrivare. Una particolarità che rende questa antologia un piccolo gioiello: quando si tratta infatti di addentrarsi nell’arcano e nel misterioso, non è molto più stimolante interpretare un racconto, ricercando tra i vari significati, piuttosto che ritrovarsi il finale già confezionato e pronto per essere digerito? In questo Jones è un autentico maestro.

Tredici diamanti oscuri che sapranno tormentare le vostri notti, donandovi attimi di assoluto e piacevole terrore. Le visioni di Jones strisciano irrequiete per colpirvi quando meno ve l’aspettate, disegnando atmosfere conturbanti e minacciose. Lasciatevi prendere per mano e fatevi condurre nelle tenebre magistralmente ricamate dalle parole dall’autore americano: una volta entrati non vorrete più uscirne.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Christian Sartirana – Le cose oscure

Titolo: Le cose oscure

Autore: Christian Sartirana

Editore: Delos Digital

Pagine: 76

Anno: 2016

Prezzo: € 2,99

“Ora poniamo il fatto che la realtà nascosta tanto agognata dalla scienza, la religione e l’arte sia un qualcosa di davvero terrificante, basterebbe la semplice volontà di un uomo per eliminarla? Forse, Aurelio Rotondino aveva davvero un talento sorprendente ed era quello di catturare il vero significato delle cose reali e di saperlo rappresentare in modo che tutti potessero percepirlo. Il suo quadro forse non è solo un dipinto, ma il ritratto fedele di una finestra che si apre su un mondo ignoto, popolato di ombre e forme mai viste…”

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Christian Sartirana è un giovane autore classe 1983, che si è già fatto notare all’interno del panorama letterario italiano, in particolar modo in ambito horror e weird. Al suo attivo può annoverare la raccolta di racconti “Una collezione di cattiverie” (2014, Il Foglio Letterario) e la partecipazione a svariate antologie, tra cui “Malombre” (2015, Dunwich Edizioni) e “Sotto un cielo rosso sangue” (2016, MVM Factory). “Le cose oscure“, edito da Delos Digital all’intento della neonata collana di ebook “Horror Story“, è il suo primo romanzo breve.

La narrazione prende il via quando il protagonista, Mauro Mosca, abile restauratore, viene convocato dal ricco signor Calvo per un incarico molto particolare. Mosca si ritrova così immerso in uno sperduto paesino in provincia di Alessandria, al cospetto di una sontuosa abitazione e di un proprietario alquanto enigmatico. Il signor Calvo mostra subito al suo ospite ciò per cui sono stati richiesti i suoi servigi: occorre rimuovere la sovraincisione da un oscuro dipinto. Qualcuno infatti ha realizzato il disegno di una porta per celare agli occhi dei curiosi il vero quadro che si trova al di sotto, sul quale circolano orribili e inquietanti leggende. Si narra infatti che la tela possa condurre in un altro mondo, un universo parallelo e mostruoso in cui sia possibile venire a conoscenza di una terrificante realtà nascosta. Mosca si dimostra alquanto scettico, ma il signor Calvo gli rivelerà la vera storia del dipinto, un misto di follia e visioni demoniache, che saprà insinuarsi a dovere nella mente turbata del restauratore. Sarà quindi Mosca a dover decidere se scoprire cosa è celato dietro la tela, in un crescendo di angoscia e terrore, che sfocerà nello sconvolgente finale.

Sartirana ha saputo costruire abilmente atmosfere suggestive tipiche delle più classiche ghost stories, per poi virare verso un orrore cosmico e arcano, che richiama alla mente mostri sacri quali Lovecraft e Machen. Il terrore che sa evocare il giovane scrittore piemontese è raffinato e nascosto sotto la superficie, un orrore psicologico che tenta di infondere nel lettore visioni d’incubo e suggestioni oniriche. Un romanzo che fa della brevità uno dei suoi punti di forza, non indugiando in inutili digressioni, ma creando sapientemente la giusta dose di suspense e aspettativa. In ultimo la scrittura di Sartirana riesce a coinvolgere, risultando scorrevole e per nulla ampollosa, riuscendo ad esprimere efficacemente il senso di terrore che vuole trasmettere. L’unica pecca consiste nell’editing, svolto dalla casa editrice in maniera poco accurata e che penalizza ingiustamente uno scritto che avrebbe meritato sicuramente un trattamento migliore.

Le cose oscure” è un ottimo esempio di come il genere horror, e più nello specifico la sua deriva weird, sia vivo anche nel nostro Paese e di come si possa scrivere un buon racconto senza inutili spargimenti di sangue, ma puntando sull’originalità e sull’evocazione di un terrore mistico e psicologico.

Voto: 4/5

Mr. P.

Ray Bradbury – Il popolo dell’autunno

Titolo: Il popolo dell’autunno

Autore: Ray Bradbury

Editore: Mondadori

Anno: 2002

Pagine: 278

Prezzo: € 10,00

“Dunque, che cosa siamo? Siamo creature che sanno e sanno troppo. E questo ci carica di un fardello che ci impone una scelta: dobbiamo ridere o piangere. Nessun altro animale può ridere o piangere.”

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Incasellare “Il popolo dell’autunno”, opera che Ray Bradbury pubblicò nel 1962, all’interno di un genere è estremamente complicato. Leggendolo ci addentriamo in atmosfere gotiche e fantastiche, le sue pagine sprigionano l’inquietudine e la paura strisciante che solamente gli horror di qualità sanno regalare e ci ritroviamo compagni di viaggio di due ragazzini che intraprendono un percorso psicologico e spirituale che li porterà a scoprirsi diversi da come si immaginavano. Horror, weird, fantasy, gotico, romanzo di formazione: ognuno di questi elementi viene amalgamato da Bradbury insieme agli altri, ottenendo un risultato unico, che trascende i generi, e che possiamo soltanto definire come grande letteratura. Il tutto impreziosito da una scrittura poetica e ricercata, senza mai scadere nel ridondante e nel prolisso.

I protagonisti del romanzo sono Will e Jim, da sempre amici per la pelle, accomunati dall’inquietante data di nascita. Entrambi infatti hanno visto la luce la notte di Halloween, un minuto prima della mezzanotte Will e un minuto dopo Jim. La loro tranquilla esistenza a Green Town, divisa tra giochi infantili e il desiderio ardente di diventare adulti, viene sconvolta dall’arrivo di una sinistra locomotiva, dalla quale scende un nutrito e variegato assortimento di fenomeni da baraccone. I due ragazzi, spiandoli eccitati, assistono alla realizzazione di un misterioso luna park, pronto ad accogliere gli ignari abitanti di Green Town. I due amici, fantasticando l’intera notte sul segreto custodito da quel singolare parco di divertimenti, si recano il giorno dopo, entusiasti e intimoriti, in esplorazione del magico tendone. Lì incontrano la signorina Foley, loro insegnante, sconvolta e profondamente turbata dopo la visita al labirinto degli specchi, asserendo di aver visto una ragazza, molto simile a lei da giovane, in procinto di affogare. Gli specchi infatti raffigurano l’incedere inesorabile del tempo e la materializzazione delle nostre più recondite e nascoste paure, come avranno anche modo di sperimentare Will e Jim. I due ragazzi fanno poi la conoscenza dei due titolari del luna park, il signor Cooger, un uomo robusto dai capelli rosso fuoco e il signor Dark, detto anche Uomo Illustrato, a causa degli orribili tatuaggi che gli ricoprono l’intero corpo. I due amici scoprono così un’altra attrazione dai poteri oscuri: si tratta di una giostra che, a seconda del senso in cui la si fa girare, ha la facoltà di ringiovanire o invecchiare chiunque ci salga sopra. Un fascino tenebroso che non mancherà di sedurre i ragazzi, smaniosi di scavalcare la loro infanzia per approdare all’età adulta. Ma i loro desideri inappagati fortunatamente verranno mitigati da Charles Halloway, padre di Will e bibliotecario di Green Town. Charles rappresenta la saggezza e il coraggio dell’uomo adulto, che però continua a tenere un piede nell’età magica dell’adolescenza, mantenendo intatte dentro di sé l’allegria e le risate dell’infanzia. Proprio Charles aiuterà il figlio e l’amico a sfuggire al pericoloso signor Dark e ai suoi fenomeni da baraccone: la Strega della Polvere, vecchissima indovina dagli occhi cuciti con ragnatele, o il nano, in cui i due amici riconoscono con sgomento un venditore di parafulmini che avevano conosciuto qualche giorno prima. Ma sfuggire al popolo dell’autunno è impresa ardua e Charles, Will e Jim dovranno appellarsi a quanto di più autentico e spensierato risiede nei loro cuori, per poter fronteggiare la malvagità sprigionata dal luna park.

Il popolo dell’autunno” è un romanzo, dolce e inquietante allo stesso tempo, che affronta con delicatezza il passaggio dall’infanzia all’età adulta, uno dei temi cari a Bradbury, attraverso l’angosciante svolgersi di una moderna favola nera. Un libro in grado di farci tornare ai giorni magici della nostra infanzia, esorcizzando le nostre paure e lasciando che il nostro cuore si identifichi con Will e Jim, con i loro terrori e le loro speranze. Un viaggio appassionante ed inquieto, che lascerà un ricordo indelebile a chi si lascerà travolgere dalle sue pagine.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Arthur Machen – Il Grande Dio Pan

Titolo: Il Grande Dio Pan

Autore: Arthur Machen

Editore: Tre Editori

Pagine: 254

Anno: 2016

Prezzo: € 19,00

“Guardatevi attorno, Clarke! Guardate la montagna, e le colline che si susseguono alle colline come onde su onde. Guardate i boschi e i frutteti, i campi di frumento maturo e i prati che digradano verso i canneti lungo il fiume. Mi vedete qui, accanto a voi, e udite la mia voce, nondimeno vi dico che tutte queste cose, sì, dalla stella che si è appena accesa nel cielo fino al solido suolo sotto i nostri piedi, io vi dico che tutte queste cose non sono che sogni e ombre: ombre che nascondono ai nostri occhi il mondo reale. Un mondo reale esiste, ma si trova oltre questo incanto e questa visione, oltre “le cacce negli arazzi , gli effimeri sogni”, al di là di tutto ciò come al di là di un velo”.

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Scrittore gallese considerato tra i più importanti e significativi all’interno della letteratura gotica e soprannaturale, Arthur Machen nacque nel 1863 nel villaggio di Caerlon nel Monmouthshire, regione del Galles ricca di suggestioni pagane e miti celtici, che hanno influenzato profondamente l’intera produzione dell’autore, a cominciare proprio da “Il Grande Dio Pan”. Pubblicato inizialmente nel 1890 e riveduto e riproposto nel 1894, “Il Grande Dio Pan” è un romanzo breve che attirò su di sé parecchie critiche, sconvolgendo con le sue tematiche il puritanesimo dilagante nella Londra vittoriana dell’epoca. Innegabile è la profonda influenza che l’opera ha avuto nel corso degli anni a venire su tutta la letteratura di genere, tanto da essere particolarmente apprezzata da Howard Phillips Lovecraft e aver indotto Stephen King a descriverla come «una delle più importanti storie dell’orrore mai scritte. Forse la migliore in inglese.» Per troppi anni fuori catalogo nel panorama editoriale italiano, recentemente la Tre Editori ha pensato bene di riproporlo in una nuova edizione, arricchita da un saggio di Susan Johnston Graf (professoressa di letteratura inglese all’Università della Pennsylvania) e da una breve antologia panica in versi e in prosa.

Il Grande Dio Pan” narra le conseguenze di un terribile esperimento, messo in atto per consentire all’essere umano di sollevare il velo che separa il nostro mondo da un altro tipo di esistenza, assoluta  e terribile, fatta di istinti primordiali, dove la ragione è in perenne contrasto con lo spirito, spalancando così le percezioni dell’uomo verso fenomeni inspiegabili: tutto ciò viene definito dall’autore “vedere il Dio Pan”. Il Dio Pan rappresenta infatti il dio della natura e di tutto ciò che di animalesco e bestiale è presente nell’essere umano, compreso il risvegliarsi di un inquietante e distruttivo istinto sessuale. La narrazione si apre con il resoconto dello scellerato esperimento, origine di tutto l’orrore sprigionato nelle pagine a seguire. Il dottor Raymond, geniale chirurgo da sempre affascinato dall’occultismo e dalla medicina poco ortodossa, decide di praticare un’incisione nella materia cranica di un’innocente ragazza di nome Mary, prendendo a testimone dell’accaduto l’amico Clarke, ammaliato ma allo stesso tempo disgustato dall’orribile esperienza a cui assiste. Purtroppo però qualcosa va storto e Mary perde completamente la ragione. Un salto temporale di parecchi anni ci porta nello studio di Clarke, dove lo troviamo intento nella lettura del resoconto di due terribili incidenti che hanno portato alla sparizione di una giovane e all’insinuarsi di uno shock profondo e devastante nella mente di un bambino. Entrambe le disgrazie vedono ruotare intorno agli sfortunati protagonisti una misteriosa ragazza di nome Helen Vaughan, che il bimbo giura di aver visto giocare sull’erba con uno strano uomo nudo. Dopo aver sparso con parsimonia qualche sinistro indizio, Machen ci proietta ancora una volta avanti negli anni, nel cuore di Londra, questa volta in compagnia di colui che forse è il vero protagonista della storia: Villiers di Wadham. Una sera Villiers incontra un vecchio compagno di università, che gli confida di essere stato rovinato nel corpo e nell’anima dalla moglie, un’avvenente donna di nome Helen Vaughan. Villiers, profondamente colpito dal racconto dell’amico, viene a conoscenza dell’implicazione della coppia nella morte di un rispettabile gentiluomo inglese. Intanto la città viene invasa da un’ondata di inspiegabili ed orribili suicidi, che colpiscono uno dopo l’altro alcuni onesti galantuomini, accomunati dal fatto di aver frequentato assiduamente la casa della misteriosa signora Beaumont, donna bellissima giunta a Londra da pochi mesi e che pare stranamente legata a Helen Vaughan e a Mary. Un ignobile segreto sembra custodito all’interno della dimora della Beaumont, qualcosa di tremendo e sensuale allo stesso tempo, qualcosa che la mente razionale dell’uomo non può sopportare.

Arthur Machen distilla l’orrore con il contagocce, in un sadico gioco in cui ciò che non viene detto ma viene lasciato all’immaginazione del lettore è forse quello che più ci terrorizza. “Il Grande Dio Pan” è un labirinto di sensazioni contrastanti, in cui l’inquietudine striscia lenta ma inesorabile pagina dopo pagina. Un classico assoluto della letteratura horror, che riuscì a spaventare anche il grande sir Arthur Conan Doyle, che dopo aver letto alcuni racconti di Machen passò la notte insonne. «Arthur Machen è proprio un genio, ma prima di portarmelo a letto di nuovo ci penserò due volte.» E se lo dice Conan Doyle, potete fidarvi

Voto: 4/5

Mr. P.