Christian Sartirana – La gente della marea

Titolo: La gente della marea

Autore: Christian Sartirana

Editore: Nero Press Edizioni

Pagine: 28

Anno: 2016

Prezzo: € 0,99

“Tutto appariva insolitamente levigato, simile a una sorta di strano manufatto marino. Come uno di quei pezzi di vetro smussati e opacizzati dall’acqua del mare. Li abbiamo raccolti tutti, credo, almeno una volta. Quei cocci di vetro hanno il fascino di un gioiello creato da mani aliene, sconosciute. Be’, le forme che avevo intorno avevano proprio il medesimo aspetto assurdo e sconosciuto. Dietro le macchine e le insegne dei negozi, contro i muri dei palazzi, sulle finestre e sopra i tetti, scorgevo tratti in cui le loro naturali simmetrie sembravano confondersi. È difficile da spiegare, ma era come se le loro forme fossero entrate in collisione. Si mescolavano, creando delle geometrie incomprensibili che, per quanto assurde, sembravano comunque avere una loro identità. Erano come il prodotto di un gusto artistico sconosciuto a quello dell’uomo. I nostri sensi non sarebbero mai stati in grado di organizzarli nella giusta sequenza. Tuttavia a guardarle m’ispiravano un orrore immediato.”

Avevo già apprezzato la prosa limpida e carica di tensione di Christian Sartirana, scrittore piemontese che sta lasciando il segno nel panorama letterario italiano di genere, nell’ottimo romanzo breve “Le cose oscure”. A distanza di qualche mese mi sono tuffato (e il verbo non è casuale) nella sua ultima fatica, il racconto “La gente della marea”, edito Nero Press Edizioni nella collana horror “Insonnia”. Cambiano completamente le atmosfere rispetto al precedente lavoro, ma il senso di inquietudine strisciante e di completo spaesamento di fronte a un orrore ignoto e arcano restano immutati.

La base dell’intera narrazione è una vecchia leggenda popolare, quella dell’Antica Gente o Gente della Marea, diffusa tra i cittadini del comune sardo di Bosa. Edoardo, il giovane protagonista del racconto, ne subisce il fascino fin da piccolo, quando a narrargliela è la nonna materna, durate le estati trascorse appunto a Bosa, paese di origine della famiglia di Edoardo. Una favola nera che porta con sé una scia di misteriose morti e sparizioni. Un mito che la madre di Edoardo vuole dimenticare, così come le sue origini e la terra da cui proviene. Cresciuto a Torino, con il tempo il narratore seppellisce nei recessi della memoria le enigmatiche e minacciose figure della Gente della Marea, fino a quando il decesso della madre e l’aver ereditato l’antica dimora di famiglia, scatenano in lui l’improvvisa volontà di riscoprire i territori della sua infanzia. Ciò che però si rivelerà essere diventata Bosa sconvolgerà per sempre la vita di Edoardo, risucchiandolo in un vortice di orrore atavico e delirante follia.

Il merito di Sartirana è quello di tenere alta fino alla fine la tensione nel lettore, in un crescendo inesauribile di malessere e di angoscia. Magistralmente descritta l’atmosfera di desolazione e di abbandono dell’ormai città fantasma Bosa, tra rimandi lovecraftiani e minuziose rappresentazioni delle forme aliene e dalle geometrie incomprensibili che invadono il paese. Sembra quasi di essere lì insieme a Edoardo, avvolti da un mistero oscuro e inesplicabile. Il fascino criptico e perverso del mare, da sempre oggetto di racconti a sfondo orrorifico, viene ben rielaborato da Sartirana, che ci offre una storia godibile e carica di suspense, che sa regalare piacevoli momenti di autentico terrore.

Voto: 4/5

Mr. P.

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Stephen Graham Jones – Albero di carne

Titolo: Albero di carne

Autore: Stephen Graham Jones

Editore: Racconti Edizioni

Anno: 2016

Pagine: 360

Prezzo: € 16,00

“Più di qualsiasi altra cosa, suppongo, volevamo essere visti, che ci fosse data un’opportunità. Non stare più all’esterno. Probabilmente, alla fin fine tutto si riduceva a questo. E il primo passo per riuscire a farsi vedere è naturalmente fare rumore, fare quello che gli altri ragazzi non fanno o hanno troppa paura di fare. I giorni, però, continuavano a scivolare l’uno nell’altro. Nessuno notava noi, né quello che facevamo. Perfino quando parlavamo a voce alta nella caffetteria, in corridoio. E ci sarebbe voluto così poco. Un cenno del mento, un socchiudersi degli occhi. Qualcuno che ci chiedesse dove andavamo dopo la scuola.”

I riferimenti a mostri sacri come Stephen King, Clive Barker e Shirley Jackson, la meritata fiducia che ormai ripongo nelle scelte editoriali di Racconti Edizioni e il fatto che Stephen Graham Jones avesse tentato all’età di dodici di diventare un lupo mannaro, hanno fatto sì che “Albero di carne” dovesse diventare una raccolta di racconti da leggere assolutamente. Dopo un inizio folgorante e squisitamente agghiacciante, man mano che mi inoltravo nel mondo popolato dagli incubi e dalle ossessioni di Jones, ho compreso di essere di fronte ad un grande autore, capace di dare nuova linfa alla narrativa di genere, grazie ad una fantasia sconfinata e ad un metodo di costruzione della suspense praticamente perfetto.

I racconti di Jones si snodano nel cuore della provincia americana, tra cittadine ai margini, lande desolate e boschi inospitali. L’orrore che scaturisce dalla penna inquieta dello scrittore statunitense è un terrore sussurrato, ignoto, con cui il lettore deve fare i conti pagina dopo pagina, in un crescendo di inquietudine e angoscia, per poi esplodere in finali spiazzanti e carichi di pathos. Non mancano però anche momenti ascrivibili al thriller in cui la tensione fa da padrona sin dalla prima riga oppure immagini crude e brutali (ma mai fini a se stesse), che stordiscono come un pugno assestato in pieno volto, caratteristiche imprescindibili per la buona riuscita di ogni libro horror che si rispetti. Ed è proprio la grande varietà di temi e di intrecci che rendono la raccolta Jones così godibile e mai banale: non troverete mai un racconto simile ad un altro, ma ogni storia brilla di vita propria, scatenando nel lettore emozioni sempre nuove. Sfogliando le pagine di “Albero di carne” vi capiterà di imbattervi in strane pratiche di trasmigrazione delle anime (“I figli di Billy Clay”), bizzarri venditori di unguenti e creme che nascondono atroci segreti (“La fortuna di Lonegan”), lotte per la sopravvivenza tra licantropi e orche assassine (“Wolf Island”) e ancora diaboliche lolite che per apparire più sexy farebbero qualunque cosa (“Perfetta”) e cani poliziotto che fiutano chi non dovrebbero (“Mostri”). Menzione a parte meritano “Nel nome del coniglio”, in cui l’amore assoluto di un padre per il proprio figlio si incrocia con la visione di un misterioso coniglio e “Raphael”, vero e proprio omaggio a “It” di Stephen King, in cui le paure e i traumi dell’infanzia non abbandonano mai veramente chi ne è stato vittima. Due autentici capolavori. Altra caratteristica fondamentale sono spesso i finali nebulosi dei racconti di Jones, nell’accezione migliore del termine. Infatti il lettore a tratti deve sforzarsi di comprendere e andare oltre, scavando a fondo nella trama e nella psiche dei personaggi, per trovare le risposte che l’autore intende farci arrivare. Una particolarità che rende questa antologia un piccolo gioiello: quando si tratta infatti di addentrarsi nell’arcano e nel misterioso, non è molto più stimolante interpretare un racconto, ricercando tra i vari significati, piuttosto che ritrovarsi il finale già confezionato e pronto per essere digerito? In questo Jones è un autentico maestro.

Tredici diamanti oscuri che sapranno tormentare le vostri notti, donandovi attimi di assoluto e piacevole terrore. Le visioni di Jones strisciano irrequiete per colpirvi quando meno ve l’aspettate, disegnando atmosfere conturbanti e minacciose. Lasciatevi prendere per mano e fatevi condurre nelle tenebre magistralmente ricamate dalle parole dall’autore americano: una volta entrati non vorrete più uscirne.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Christian Sartirana – Le cose oscure

Titolo: Le cose oscure

Autore: Christian Sartirana

Editore: Delos Digital

Pagine: 76

Anno: 2016

Prezzo: € 2,99

“Ora poniamo il fatto che la realtà nascosta tanto agognata dalla scienza, la religione e l’arte sia un qualcosa di davvero terrificante, basterebbe la semplice volontà di un uomo per eliminarla? Forse, Aurelio Rotondino aveva davvero un talento sorprendente ed era quello di catturare il vero significato delle cose reali e di saperlo rappresentare in modo che tutti potessero percepirlo. Il suo quadro forse non è solo un dipinto, ma il ritratto fedele di una finestra che si apre su un mondo ignoto, popolato di ombre e forme mai viste…”

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Christian Sartirana è un giovane autore classe 1983, che si è già fatto notare all’interno del panorama letterario italiano, in particolar modo in ambito horror e weird. Al suo attivo può annoverare la raccolta di racconti “Una collezione di cattiverie” (2014, Il Foglio Letterario) e la partecipazione a svariate antologie, tra cui “Malombre” (2015, Dunwich Edizioni) e “Sotto un cielo rosso sangue” (2016, MVM Factory). “Le cose oscure“, edito da Delos Digital all’intento della neonata collana di ebook “Horror Story“, è il suo primo romanzo breve.

La narrazione prende il via quando il protagonista, Mauro Mosca, abile restauratore, viene convocato dal ricco signor Calvo per un incarico molto particolare. Mosca si ritrova così immerso in uno sperduto paesino in provincia di Alessandria, al cospetto di una sontuosa abitazione e di un proprietario alquanto enigmatico. Il signor Calvo mostra subito al suo ospite ciò per cui sono stati richiesti i suoi servigi: occorre rimuovere la sovraincisione da un oscuro dipinto. Qualcuno infatti ha realizzato il disegno di una porta per celare agli occhi dei curiosi il vero quadro che si trova al di sotto, sul quale circolano orribili e inquietanti leggende. Si narra infatti che la tela possa condurre in un altro mondo, un universo parallelo e mostruoso in cui sia possibile venire a conoscenza di una terrificante realtà nascosta. Mosca si dimostra alquanto scettico, ma il signor Calvo gli rivelerà la vera storia del dipinto, un misto di follia e visioni demoniache, che saprà insinuarsi a dovere nella mente turbata del restauratore. Sarà quindi Mosca a dover decidere se scoprire cosa è celato dietro la tela, in un crescendo di angoscia e terrore, che sfocerà nello sconvolgente finale.

Sartirana ha saputo costruire abilmente atmosfere suggestive tipiche delle più classiche ghost stories, per poi virare verso un orrore cosmico e arcano, che richiama alla mente mostri sacri quali Lovecraft e Machen. Il terrore che sa evocare il giovane scrittore piemontese è raffinato e nascosto sotto la superficie, un orrore psicologico che tenta di infondere nel lettore visioni d’incubo e suggestioni oniriche. Un romanzo che fa della brevità uno dei suoi punti di forza, non indugiando in inutili digressioni, ma creando sapientemente la giusta dose di suspense e aspettativa. In ultimo la scrittura di Sartirana riesce a coinvolgere, risultando scorrevole e per nulla ampollosa, riuscendo ad esprimere efficacemente il senso di terrore che vuole trasmettere. L’unica pecca consiste nell’editing, svolto dalla casa editrice in maniera poco accurata e che penalizza ingiustamente uno scritto che avrebbe meritato sicuramente un trattamento migliore.

Le cose oscure” è un ottimo esempio di come il genere horror, e più nello specifico la sua deriva weird, sia vivo anche nel nostro Paese e di come si possa scrivere un buon racconto senza inutili spargimenti di sangue, ma puntando sull’originalità e sull’evocazione di un terrore mistico e psicologico.

Voto: 4/5

Mr. P.

Ray Bradbury – Il popolo dell’autunno

Titolo: Il popolo dell’autunno

Autore: Ray Bradbury

Editore: Mondadori

Anno: 2002

Pagine: 278

Prezzo: € 10,00

“Dunque, che cosa siamo? Siamo creature che sanno e sanno troppo. E questo ci carica di un fardello che ci impone una scelta: dobbiamo ridere o piangere. Nessun altro animale può ridere o piangere.”

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Incasellare “Il popolo dell’autunno”, opera che Ray Bradbury pubblicò nel 1962, all’interno di un genere è estremamente complicato. Leggendolo ci addentriamo in atmosfere gotiche e fantastiche, le sue pagine sprigionano l’inquietudine e la paura strisciante che solamente gli horror di qualità sanno regalare e ci ritroviamo compagni di viaggio di due ragazzini che intraprendono un percorso psicologico e spirituale che li porterà a scoprirsi diversi da come si immaginavano. Horror, weird, fantasy, gotico, romanzo di formazione: ognuno di questi elementi viene amalgamato da Bradbury insieme agli altri, ottenendo un risultato unico, che trascende i generi, e che possiamo soltanto definire come grande letteratura. Il tutto impreziosito da una scrittura poetica e ricercata, senza mai scadere nel ridondante e nel prolisso.

I protagonisti del romanzo sono Will e Jim, da sempre amici per la pelle, accomunati dall’inquietante data di nascita. Entrambi infatti hanno visto la luce la notte di Halloween, un minuto prima della mezzanotte Will e un minuto dopo Jim. La loro tranquilla esistenza a Green Town, divisa tra giochi infantili e il desiderio ardente di diventare adulti, viene sconvolta dall’arrivo di una sinistra locomotiva, dalla quale scende un nutrito e variegato assortimento di fenomeni da baraccone. I due ragazzi, spiandoli eccitati, assistono alla realizzazione di un misterioso luna park, pronto ad accogliere gli ignari abitanti di Green Town. I due amici, fantasticando l’intera notte sul segreto custodito da quel singolare parco di divertimenti, si recano il giorno dopo, entusiasti e intimoriti, in esplorazione del magico tendone. Lì incontrano la signorina Foley, loro insegnante, sconvolta e profondamente turbata dopo la visita al labirinto degli specchi, asserendo di aver visto una ragazza, molto simile a lei da giovane, in procinto di affogare. Gli specchi infatti raffigurano l’incedere inesorabile del tempo e la materializzazione delle nostre più recondite e nascoste paure, come avranno anche modo di sperimentare Will e Jim. I due ragazzi fanno poi la conoscenza dei due titolari del luna park, il signor Cooger, un uomo robusto dai capelli rosso fuoco e il signor Dark, detto anche Uomo Illustrato, a causa degli orribili tatuaggi che gli ricoprono l’intero corpo. I due amici scoprono così un’altra attrazione dai poteri oscuri: si tratta di una giostra che, a seconda del senso in cui la si fa girare, ha la facoltà di ringiovanire o invecchiare chiunque ci salga sopra. Un fascino tenebroso che non mancherà di sedurre i ragazzi, smaniosi di scavalcare la loro infanzia per approdare all’età adulta. Ma i loro desideri inappagati fortunatamente verranno mitigati da Charles Halloway, padre di Will e bibliotecario di Green Town. Charles rappresenta la saggezza e il coraggio dell’uomo adulto, che però continua a tenere un piede nell’età magica dell’adolescenza, mantenendo intatte dentro di sé l’allegria e le risate dell’infanzia. Proprio Charles aiuterà il figlio e l’amico a sfuggire al pericoloso signor Dark e ai suoi fenomeni da baraccone: la Strega della Polvere, vecchissima indovina dagli occhi cuciti con ragnatele, o il nano, in cui i due amici riconoscono con sgomento un venditore di parafulmini che avevano conosciuto qualche giorno prima. Ma sfuggire al popolo dell’autunno è impresa ardua e Charles, Will e Jim dovranno appellarsi a quanto di più autentico e spensierato risiede nei loro cuori, per poter fronteggiare la malvagità sprigionata dal luna park.

Il popolo dell’autunno” è un romanzo, dolce e inquietante allo stesso tempo, che affronta con delicatezza il passaggio dall’infanzia all’età adulta, uno dei temi cari a Bradbury, attraverso l’angosciante svolgersi di una moderna favola nera. Un libro in grado di farci tornare ai giorni magici della nostra infanzia, esorcizzando le nostre paure e lasciando che il nostro cuore si identifichi con Will e Jim, con i loro terrori e le loro speranze. Un viaggio appassionante ed inquieto, che lascerà un ricordo indelebile a chi si lascerà travolgere dalle sue pagine.

Voto: 4,5/5

Mr. P.

Arthur Machen – Il Grande Dio Pan

Titolo: Il Grande Dio Pan

Autore: Arthur Machen

Editore: Tre Editori

Pagine: 254

Anno: 2016

Prezzo: € 19,00

“Guardatevi attorno, Clarke! Guardate la montagna, e le colline che si susseguono alle colline come onde su onde. Guardate i boschi e i frutteti, i campi di frumento maturo e i prati che digradano verso i canneti lungo il fiume. Mi vedete qui, accanto a voi, e udite la mia voce, nondimeno vi dico che tutte queste cose, sì, dalla stella che si è appena accesa nel cielo fino al solido suolo sotto i nostri piedi, io vi dico che tutte queste cose non sono che sogni e ombre: ombre che nascondono ai nostri occhi il mondo reale. Un mondo reale esiste, ma si trova oltre questo incanto e questa visione, oltre “le cacce negli arazzi , gli effimeri sogni”, al di là di tutto ciò come al di là di un velo”.

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Scrittore gallese considerato tra i più importanti e significativi all’interno della letteratura gotica e soprannaturale, Arthur Machen nacque nel 1863 nel villaggio di Caerlon nel Monmouthshire, regione del Galles ricca di suggestioni pagane e miti celtici, che hanno influenzato profondamente l’intera produzione dell’autore, a cominciare proprio da “Il Grande Dio Pan”. Pubblicato inizialmente nel 1890 e riveduto e riproposto nel 1894, “Il Grande Dio Pan” è un romanzo breve che attirò su di sé parecchie critiche, sconvolgendo con le sue tematiche il puritanesimo dilagante nella Londra vittoriana dell’epoca. Innegabile è la profonda influenza che l’opera ha avuto nel corso degli anni a venire su tutta la letteratura di genere, tanto da essere particolarmente apprezzata da Howard Phillips Lovecraft e aver indotto Stephen King a descriverla come «una delle più importanti storie dell’orrore mai scritte. Forse la migliore in inglese.» Per troppi anni fuori catalogo nel panorama editoriale italiano, recentemente la Tre Editori ha pensato bene di riproporlo in una nuova edizione, arricchita da un saggio di Susan Johnston Graf (professoressa di letteratura inglese all’Università della Pennsylvania) e da una breve antologia panica in versi e in prosa.

Il Grande Dio Pan” narra le conseguenze di un terribile esperimento, messo in atto per consentire all’essere umano di sollevare il velo che separa il nostro mondo da un altro tipo di esistenza, assoluta  e terribile, fatta di istinti primordiali, dove la ragione è in perenne contrasto con lo spirito, spalancando così le percezioni dell’uomo verso fenomeni inspiegabili: tutto ciò viene definito dall’autore “vedere il Dio Pan”. Il Dio Pan rappresenta infatti il dio della natura e di tutto ciò che di animalesco e bestiale è presente nell’essere umano, compreso il risvegliarsi di un inquietante e distruttivo istinto sessuale. La narrazione si apre con il resoconto dello scellerato esperimento, origine di tutto l’orrore sprigionato nelle pagine a seguire. Il dottor Raymond, geniale chirurgo da sempre affascinato dall’occultismo e dalla medicina poco ortodossa, decide di praticare un’incisione nella materia cranica di un’innocente ragazza di nome Mary, prendendo a testimone dell’accaduto l’amico Clarke, ammaliato ma allo stesso tempo disgustato dall’orribile esperienza a cui assiste. Purtroppo però qualcosa va storto e Mary perde completamente la ragione. Un salto temporale di parecchi anni ci porta nello studio di Clarke, dove lo troviamo intento nella lettura del resoconto di due terribili incidenti che hanno portato alla sparizione di una giovane e all’insinuarsi di uno shock profondo e devastante nella mente di un bambino. Entrambe le disgrazie vedono ruotare intorno agli sfortunati protagonisti una misteriosa ragazza di nome Helen Vaughan, che il bimbo giura di aver visto giocare sull’erba con uno strano uomo nudo. Dopo aver sparso con parsimonia qualche sinistro indizio, Machen ci proietta ancora una volta avanti negli anni, nel cuore di Londra, questa volta in compagnia di colui che forse è il vero protagonista della storia: Villiers di Wadham. Una sera Villiers incontra un vecchio compagno di università, che gli confida di essere stato rovinato nel corpo e nell’anima dalla moglie, un’avvenente donna di nome Helen Vaughan. Villiers, profondamente colpito dal racconto dell’amico, viene a conoscenza dell’implicazione della coppia nella morte di un rispettabile gentiluomo inglese. Intanto la città viene invasa da un’ondata di inspiegabili ed orribili suicidi, che colpiscono uno dopo l’altro alcuni onesti galantuomini, accomunati dal fatto di aver frequentato assiduamente la casa della misteriosa signora Beaumont, donna bellissima giunta a Londra da pochi mesi e che pare stranamente legata a Helen Vaughan e a Mary. Un ignobile segreto sembra custodito all’interno della dimora della Beaumont, qualcosa di tremendo e sensuale allo stesso tempo, qualcosa che la mente razionale dell’uomo non può sopportare.

Arthur Machen distilla l’orrore con il contagocce, in un sadico gioco in cui ciò che non viene detto ma viene lasciato all’immaginazione del lettore è forse quello che più ci terrorizza. “Il Grande Dio Pan” è un labirinto di sensazioni contrastanti, in cui l’inquietudine striscia lenta ma inesorabile pagina dopo pagina. Un classico assoluto della letteratura horror, che riuscì a spaventare anche il grande sir Arthur Conan Doyle, che dopo aver letto alcuni racconti di Machen passò la notte insonne. «Arthur Machen è proprio un genio, ma prima di portarmelo a letto di nuovo ci penserò due volte.» E se lo dice Conan Doyle, potete fidarvi

Voto: 4/5

Mr. P.

Intervista ad Aaron Scott

È da un po’ di tempo che ci frullava in testa l’idea di intervistare autori ed editori che ci hanno colpiti e a cui teniamo particolarmente e finalmente oggi è arrivata l’ora di inaugurare la sezione “Interviste” del blog.

Il nostro primo ospite è un autore indipendente, che con i suoi racconti neri ci ha terrorizzati, facendoci trascorrere delle piacevolissime ore di letture. Stiamo parlando di Aaron Scott, all’anagrafe Attillio Abbiezzi, scrittore milanese di storie horror, thriller e noir. La sua prima opera è la raccolta “Racconti Oscuri”, edita nel 2010 dalla Runde Taarn Edizioni, e ripubblicata autonomamente dall’autore nel 2012. Da “La vincitrice”, uno dei sette racconti che compongono l’antologia, è stato tratto un cortometraggio, diretto da Alessandro Concas. Nel 2014 Aaron Scott dà alle stampe la sua seconda opera “Incubi dal nuovo millennio”, in cui ogni storia è ambientata in uno specifico anno dei duemila (più precisamente dal 2001 al 2010) e dove la finzione si miscela con fatti di cronaca nera realmente avvenuti. Sempre nello stesso anno esce la traduzione inglese di “Racconti Oscuri”.

Per chi volesse approfondire la conoscenza dei suoi lavori, potete trovare Aaron Scott su Facebook e sul suo sito ufficiale

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Ma ora diamo la parola direttamente a lui!

Ciao Attilio e grazie mille per la disponibilità. Partiamo subito con una domanda che sicuramente ti avranno fatto in molti: da cosa deriva la scelta di utilizzare uno pseudonimo? E perché Aaron Scott?

In realtà la scelta dello pseudonimo non è nata da me, ma dalla prima casa editrice che nel 2010 ha pubblicato la prima versione di “Racconti Oscuri” (la Runde Taarn Edizioni). Mi consigliarono di utilizzare uno pseudonimo straniero e mi proposero loro il nome di Aaron Scott. Mi piacque subito e così decisi di tenerlo anche dopo aver concluso la collaborazione con loro.

Altra domanda classica, ma che non può mancare in qualsiasi intervista letteraria che si rispetti: quali sono gli autori che più hanno influenzato la tua scrittura e che sono diventati i tuoi modelli letterari?

La lista sarebbe molto lunga, quindi mi limito a citarti quelli che più di tutti mi hanno fatto innamorare della lettura e in seguito della scrittura. Il mio primo romanzo di un certo spessore letto di mia “iniziativa” (quindi non per “imposizione scolastica”) è stato “It” di King, di cui poi in seguito ho letto tutto ciò che ha scritto. Sembra banale, ma credo sia veramente il Re tra gli autori contemporanei.
Per quanto riguarda la forma del racconto (genere in cui appunto mi sono cimentato come scrittore) posso citarti i miei quattro preferiti: Dino Buzzati, E.A. Poe, Lovecraft e Kafka.

La tua prima raccolta “Racconti oscuri” è uscita inizialmente con la Runde Taarn Edizioni, per poi tornare in una nuova edizione autopubblicata. Come mai hai scelto la via dell’autopubblicazione? E cosa consiglieresti ad un autore esordiente?

Il tutto è nato un po’ per caso. Onestamente non mi considero uno “scrittore” nel senso tecnico del termine, ma uno a cui piace inventare e raccontare storie. I primi racconti che ho scritto non avevo mai pensato di pubblicarli in un libro. Li avevo inseriti in alcuni forum dedicati a racconti brevi e solo dopo aver ricevuto degli ottimi riscontri da parte di chi li aveva letti mi sono deciso a raccoglierne alcuni per proporli a delle case editrici. E qui mi sento di dare il primo consiglio: mai accettare proposte arrivate in poco tempo da case editrici che propongono una pubblicazione a pagamento. Io ne ho ricevute varie e credo che non avessero neanche letto i titoli dei miei racconti. La Runde Taarn invece mi contattò per telefono, spiegando perché i miei racconti erano piaciuti e proponendomi un contratto ragionevole. Accettai e quindi uscì la prima versione di Racconti Oscuri. Purtroppo la casa editrice era piccola e poco dopo fu costretta a chiudere. A quel punto decisi di provare la via del self-publishing: avevo un lavoro già editato e le conoscenze per poter realizzare un e-book (da anni mi occupo di progetti web e sono quindi stato avvantaggiato rispetto a questi aspetti tecnici). Infine avevo il contatto con un ottimo illustratore. Misi assieme il tutto e dopo aver superato lo scoglio burocratico di iscrizione ad Amazon ed Apple Store “Racconti Oscuri” andò on-line con l’aggiunta di 3 nuovi racconti che sarebbero poi apparsi in “Incubi dal Nuovo Millennio”. In seguito ho poi reso disponibile tramite Amazon Create Space anche la versione cartacea del libro. Ad oggi “Racconti Oscuri” ha superato le 1000 copie vendute tra versione digitale e cartacea, ricevendo anche buone recensioni. Scrivo per hobby, per passione, nel tempo libero, con il desiderio di raggiungere sempre più persone e di riuscire a coinvolgerle con le mie storie.

Tornando ai consigli, se posso permettermi di darli, direi di iniziare da 5 passi fondamentali per chi vuole provare la via dell’auto-pubblicazione:

  1. Scrivete ciò che vi piace e non abbiate fretta. Scrivete la parola FINE solo quando siete soddisfatti di ciò che viene prima.

  2. Non saltate la fase dell’editing. Se non potete permettervi un editor a pagamento fate comunque leggere la vostra opera a più persone possibile. Pubblicare un lavoro pieno di errori/orrori grammaticali è assolutamente controproducente.

  3. Non sottovalutate la copertina. E’ la prima cosa che un lettore guarda

  4. Il vostro libro non si vende da solo. La promozione è fondamentale.

  5. Evitate di far lasciare recensioni a 5 stelle da amici e parenti. Io in 4 anni ho ricevuto per “Racconti Oscuri” su Amazon 18 recensioni, e non sempre positive. Tutte però sono state una piccola conquista: poter aver un riscontro da un tuo lettore è gratificante nel caso di recensioni positive e utilissimo in caso di recensioni negative. Avere in pochi giorni molte recensioni a 5 stelle da amici e parenti non solo non è utile all’autore, ma rischia di diventare poco credibile.

So che non è mai facile parlare delle proprie opere, ma sapresti indicarci il tuo racconto preferito, sia per quanto riguarda “Racconti oscuri” che “Incubi dal nuovo millennio”, e il perché?

Per “Racconti Oscuri” scelgo “La Donna più vecchia del Mondo”. E’ stato il primo racconto che ho scritto e credo che sia uno di quelli più riusciti dal punto di vista della “Paura” che può suscitare nel senso in cui la intendo io, ovvero come ho scritto nella prefazione:

“…Difficile è, per uno scrittore horror riuscire a creare quel senso di angoscia e di terrore (“la paura”) che nasce durante la lettura e che rimane nel lettore anche dopo aver chiuso il libro. Sto parlando di quel brivido lungo la schiena che ci può assalire quando ci ritroviamo da soli in casa, magari al buio della nostra stanza da letto, ripensando a ciò che abbiamo letto. Se questo accade allora lo scrittore ha raggiunto il suo scopo.”

Ecco, credo che “La donna più Vecchia del Mondo” raggiunga questo obiettivo.

Per quanto riguarda “Incubi dal Nuovo Millennio” scelgo anche qui il primo racconto della Raccolta: “Il Tecnico dei Computer”. Non voglio raccontare nulla per chi non avesse ancora letto il libro, dico solo che in questo racconto c’è tutto il senso che ho voluto dare al libro e che si riassume nella frase “La realtà supera la Fantasia, ma cosa è più terrificante?”

Le copertine delle tue raccolte sono molto curate e d’impatto: puoi dirci a chi ti sei affidato per la realizzazione? E quanto conta per te l’aspetto grafico in un libro?

Ritengo che la copertina di un libro sia fondamentale, soprattutto per autori esordienti. Spesso è la prima cosa che colpisce il lettore alla ricerca del suo libro, sia in una libreria, che in uno store on-line. Non solo la copertina, ma anche l’impaginazione di un libro è fondamentale. Spaziature, rientri, utilizzo di una logica per indicare i dialoghi rendono la lettura più fluida. Al contrario una pessima impaginazione può stancare il lettore.

Per le copertine mi sono per ora sempre affidato a Roberto Martinelli, un illustratore che già aveva realizzato la copertina della primissima versione di Racconti Oscuri commissionata dalla Runde Taarn. Ha uno stile molto particolare e personale che mi ha subito colpito. Gli ho sempre lasciato molta libertà nella creatività: l’unico input è stato quelli di spedirgli i miei racconti lasciando che fosse lui ad ideare il disegno in base a ciò che i racconti gli avevano trasmesso. E ciò che ha fatto mi ha sempre soddisfatto.

Incubi dal nuovo millennio” ha la particolarità di intrecciare la finzione dell’horror e del soprannaturale con vicende reali di cronaca nera estrapolate dalla storia recente del nostro Paese. Come ti è venuta in mente quest’idea?

In realtà all’inizio i racconti non contenevano questo aspetto. Mia moglie (la mia prima “Beta-Reader”) mi suggerì di cercare un filo conduttore per legare i racconti tra di loro. L’idea mi piaceva, ma non trovavo uno spunto per riuscire a concretizzarla. Poi, all’improvviso, ecco un’idea per un nuovo racconto (“Il Tecnico dei Computer”), dove la storia da me inventata viene letteralmente stravolta da un fatto realmente accaduto. Così ho deciso di inserire in ogni racconto un piccolo riferimento a fatti di cronaca, con l’idea di rimarcare come questa sia veramente il vero orrore e non le storie da me inventate. Avevo dieci racconti così mi sono messo a cercare fatti di cronaca per ogni anno del nuovo millennio fino al 2010: dieci Incubi dal Nuovo Millennio che ho inserito in maniera più o meno esplicita nei dieci racconti del libro.

Contagio”, tratto da “Incubi dal nuovo millennio”, è un racconto piuttosto forte, che tratta di un tema purtroppo sempre d’attualità come la pedofilia: come è stato scrivere di un male così terribile, considerando che “Contagio” si discosta parecchio dai classici racconti horror e noir a cui siamo abituati?

Ti confesso che non è stato per niente facile. Ho riscritto più volte la parte in cui viene descritta la violenza subita dal bambino: all’inizio l’idea era solo di fare intuire ciò che accadeva, poi però mi sono convinto che il racconto doveva essere fastidioso e che era inutile girarci attorno. Volevo a modo mio denunciare cose che realmente accadono. Mostri e fantasmi non sono nulla rispetto al vero orrore che molti bambini purtroppo devono subire. Non solo, spesso in questi casi le vittime crescendo diventano a loro volta carnefici contagiati dai loro fantasmi del passato.

Questo è quello che ho voluto cercare di trasmettere con “Contagio”.

Dal tuo bel racconto “La vincitrice” è stato tratto l’omonimo cortometraggio: com’è il tuo rapporto con il cinema?

Direi ottimo! La mia passione per l’horror è nata prima al cinema e solo in seguito con la letteratura. Sono cresciuto vedendo e rivedendo all’infinito i primi film di Dario Argento (Profondo Rosso e Suspiria in primis). Ancora oggi quando scelgo un film la mia scelta ricade quasi sempre su un horror. Quello che rende il cinema magico credo sia il fatto di riunire più forme artistiche: l’arte visiva, ma anche quella narrativa per quanto riguarda la trama e quella musicale per le colonne sonore, oltre ovviamente alle capacità di registi e attori. Quando l’alchimia di questi elementi riesce la magia arriva.

Credo che i miei racconti siano molto “cinematografici”: quando scrivo spesso mi immagino le scene come se fossero in un film e il mio stile spesso si avvicina a quello di una sceneggiatura.

Il corto de “La Vincitrice” è stato realizzato da Alessandro Concas, un giovane regista di Cagliari che mi ha contattato dicendo di essere rimasto molto colpito dai miei racconti e chiedendomi il permesso di realizzare un cortometraggio. Ho accettato subito, curioso di vedere cosa sarebbe uscito. Non sapevo cosa aspettarmi e dopo aver visto il prodotto finito sono rimasto davvero entusiasta del risultato. Il corto è girato benissimo, con un’attrice veramente straordinaria (Sabrina Bissiri), che ha ricevuto una menzione come miglior attrice al “CortoDino” Festival del 2012.

Alessandro Concas ha successivamente realizzato due ottime e divertenti Web-Sitcom: “Casa Argumental On Stage” e “I Corti di Gesù di Cagliari”, che consiglio vivamente. C’è anche un progetto più ampio con lui, di cui per ora preferisco non anticipare nulla e che spero possa andare in porto.

Un altro progetto per ora in fase embrionale è con Alessandro Benna, regista torinese che sta lavorando ad una sceneggiatura ispirata a due miei racconti.

Vedere le mie storie prendere vita sullo schermo e riconoscermi nella rappresentazione cinematografica è per me una sensazione fantastica ed una soddisfazione enorme!

Tu sei uno scrittore di short stories (forma narrativa che apprezziamo moltissimo), ma non ti è mai passato per la mente di tentare la stesura di un romanzo?

Come puoi immaginare anche io adoro i racconti brevi. E’ un genere a mio avviso spesso sottovalutato, soprattutto in Italia. Penso venga considerato un po’ un genere di “Serie B”. Credo invece che scrivere racconti di impatto, che riescano a travolgere e coinvolgere il lettore in poche pagine, non sia per niente facile. E’ un genere completamente diverso dal romanzo, ma non per questo inferiore. Per ora mi diverte scrivere questo tipo di storie ed è quello che continuo a fare. Ci sono comunque un paio di storie che ho iniziato a scrivere e che hanno preso via via vita propria: non credo diverranno dei romanzi, ma sicuramente sono storie molto più lunghe di quelle che ho pubblicato fino ad ora. Purtroppo il tempo che posso dedicare alla scrittura non è mai abbastanza. Ci vorrà quindi un po’ di attesa per queste storie più lunghe… hanno molte cose da dire!

Nonostante sia oscurato da romanzi erotici e bestseller alquanto discutibili, il panorama horror contemporaneo è più che mai vivo: potresti consigliarci tre titoli di autori, italiani o stranieri, che ti sono capitati tra le mani recentemente e che ti hanno colpito?

Il panorama horror italiano credo stia vivendo una fase positiva di rinascita. Da poco sono iscritto alla HWA (Horror Writer Association) Italiana, nata dalla prolifica e prestigiosa HWA americana. Il fondatore della sezione italiana è l’autore Alessandro Manzetti (di cui consiglio vivamente la lettura anche sotto lo pseudonimo di Caleb Battiago) che tra l’altro ha da poco vinto anche un Bram Stoker Award, premio di assoluta rilevanza internazionale. Stanno nascendo vari progetti e iniziative che credo potranno aiutare l’horror nostrano a emergere anche all’estero.

Ed ecco i miei “consigli per gli acquisti”.

Eraldo Baldini: uno dei miei autori contemporanei preferiti che non credo abbia bisogno di presentazioni. Il suo genere si avvicina più al noir che all’horror, ma ha scritto anche storie molto inquietanti. Un titolo su tutti da consigliare è “Gotico Rurale”, una raccolta di splendidi racconti in cui atmosfere gotiche e un’ironia del tutto particolare ci accompagnano in una lettura piacevolissima

Samuel Marolla: l’ho scoperto da poco e mi sono innamorato del suo stile e dei suoi libri. Consiglio la lettura della raccolta “La galaverna” e il romanzo breve “Imago Mortis”.

Infine due raccolte di racconti che vale la pena leggere: “Ore Nere”, edita da dbooks contenente storie di vari autori italiani emergenti e “Il Buio Dentro” di Kipple Officina Libraria che contiene oltre a racconti di ottimi autori italiani (Caleb Battiago, Paolo di Orazio e Nicola Lombardi) anche due storie inedite di Richard Laymon.

E per finire non può mancare la classica domanda di rito: quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai lavorando ad una nuova raccolta?

Come detto sto lavorando ad alcune storie lunghe per le quali non ho fretta, saranno loro ad indicarmi via via come procedere.

Attualmente ho scritto alcuni racconti per dei concorsi letterari ed altri sono in lavorazione … sicuramente pubblicherò qualcosa di inedito, ma al momento non ho ancora le idee su come e quando. Anche per pubblicare serve un’ispirazione!

Grazie mille Attilio, è stato un piacere e un onore averti ospite sul nostro blog!

Grazie a voi!! Spero di ritornare presto per parlarti di nuovi progetti!

Un ultimo consiglio a tutti: non abbiate paura di avere paura!

Mr. P.

Ira Levin – Rosemary’s baby

Titolo: Rosemary’s baby

Autore: Ira Levin

Editore: SUR

Pagine: 253

Anno: 2015

Prezzo: € 16,50

“«Ma…», obiettò Rosemary, «ogni tanto di cose orrende forse ne capitano un po’ dappertutto, in ogni palazzo.»
«Ogni tanto», replicò Hutch. «Il punto, però, è che al Bramford di cose orrende ne capitano molto più spesso che non “ogni tanto”.»”

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Era il 1967 quando Ira Levin scrisse uno dei più inquietanti e disturbanti romanzi dell’intera letteratura horror moderna: “Rosemary’s baby”. Reso celebre in tutto il mondo l’anno dopo grazie alla stupenda trasposizione cinematografica di Roman Polanski, il capolavoro di Levin miscela sapientemente indagine psicologica, occultismo e satanismo, trasmettendo al lettore un autentico senso di disagio e, cosa fondamentale per ogni buon libro horror che si rispetti, una buona dose di paura. Tutto questo senza versare una goccia di sangue. Per troppo tempo fuori catalogo all’interno del mercato editoriale italiano, “Rosemary’s baby” è stato finalmente ripubblicato nel 2015 da Edizioni Sur, che ha riportato alla luce un volume fondamentale, e non solo per gli amanti del genere.

Rosemary è una morigerata ragazza di provincia, cresciuta con un’educazione cattolica e un rigido senso morale. Provincia che però le sta stretta, tanto che decide di trasferirsi a New York, inimicandosi così l’intera famiglia. La nuova sistemazione le da l’occasione di conoscere dapprima Hutch, uno scrittore di mezza età che prenderà il posto del padre che l’ha rinnegata, e successivamente il suo futuro marito, l’attore in cerca di successo Guy Woodhouse. I sogni di Rosemary si stanno avverando: un uomo di cui è innamorata, un nuovo appartamento tutto per loro (lasciando così finalmente il monolocale dove viveva Guy) e la speranza di diventare madre in un futuro non troppo lontano. Tutto è pronto per cominciare una nuova vita, quando si presenta un’occasione irripetibile: un appartamento libero al Bramford, uno dei più antichi e suggestivi palazzi dell’intera città. La proposta è troppo ghiotta da rifiutare, così i due sposi novelli non ci pensano due volte e si trasferiscono nella nuova dimora, nonostante il passato torbido e sanguinolento dell’edificio. Hutch infatti tenta inutilmente di dissuaderli, narrandogli di cannibali, assassini e adoratori del demonio che nel corso degli anni hanno soggiornato al Bramford. Ma niente di tutto ciò riesce a far cambiare idea a Guy e Rosemary, nemmeno il racconto sul lugubre Adrian Marcato, l’unico ad essere riuscito nell’impresa di evocare il diavolo in persona. Il nuovo appartamento è un sogno: spazioso ed elegante, perfino con una stanza in più per il futuro bambino. Bambino che però Guy non sembra intenzionato ancora ad avere: troppo preso da se stesso e dalla propria carriera, si inizia ad intravedere l’uomo egoista e cinico che si rivelerà nel corso del romanzo, pronto ad utilizzare Rosemary come un oggetto, pur di raggiungere i suoi scopi. Nel frattempo i Woodhouse fanno la conoscenza dei vicini, in particolare di due anziani e simpatici signori che abitano nell’alloggio di fianco: Roman e Minnie Castevet. Gentili e premurosi, i due si affezionano subito alla giovane coppia, ricambiati in particolar modo da Guy, che inizia a frequentarli assiduamente. Ma le strane erbe che Minnie coltiva tanto gelosamente e il suono sinistro di un flauto mischiato a strane voci che provengono la sera dal loro appartamento, turbano Rosemary, tanto che la notte incubo e realtà sembrano miscelarsi nella sua mente, rendendosi indistinguibili l’uno dall’altra. Ma la felicità sembra tornare a bussare alla porta dei Woodhouse: Guy infatti si è improvvisamente deciso a diventare padre e, aspettando il momento propizio, il bambino viene concepito in una strana notte in cui Rosemary è in una sorta di dormiveglia a causa del troppo alcool e non si rende conto pienamente di ciò che accade. Le facce di Roman e Minnie vorticano intorno a lei insieme a quella di Guy e il mattino dopo si risveglia con il petto ricoperto di graffi profondi. Ma Rosemary non se ne preoccupa troppo: il suo sogno si è avverato. Finalmente diventerà madre. Ma il sogno si trasformerà ben presto in un orribile incubo: Roman e Minnie diventeranno onnipresenti e soffocanti, dolori atroci invaderanno il corpo e lo spirito di Rosemary e Guy tornerà a concentrarsi esclusivamente sulla propria carriera. Un turbine di angoscia e di orribili sospetti accompagnerà Rosemary: chi sono veramente Roman e Minnie? Perchè Guy è così attaccato a loro? La sua gravidanza è in pericolo? Ciò che più colpisce e rende terrificante il romanzo, è la capacità di Ira Levin di introdurre l’orrore con il contagocce all’interno di banali gesti quotidiani, di dosarlo con astuzia nelle abitudini dei protagonisti. E così seguiamo Rosemary cucinare, fare la spesa o pulire la casa, ma sempre con un senso di angoscia per qualcosa di terribile che è in procinto di succedere. La stessa Rosemary si rivela essere una creatura fragile e piena di paure, il suo vero volto dietro la maschera da donna emancipata e sicura di sé. Lo sconvolgente finale colpisce poi come un pugno in pieno volto, lasciando il lettore stordito ed inquieto anche dopo aver voltato l’ultima pagina.

Romanzo angosciante ed estremamente avvincente, “Rosemary’s baby” ci introduce nella vita della protagonista in punta di piedi, inizialmente avvolgendoci con sottili inquietudini, per poi catapultarci all’interno del Bramford e della maternità di Rosemary, con l’inquietudine che aumenta pagina dopo pagina, per trasformarsi poi in panico ed autentico terrore. Un capolavoro che va oltre i generi, in grado di tenere incollato il lettore dall’inizio alla fine, senza cali di tensione o inutili abbellimenti. Una lettura insolita ed estremamente affascinante, che saprà deliziare e spaventare nello stesso tempo, regalando qualche ora di sana e necessaria paura.

Voto: 5/5

Mr. P.

 

Daniele Oberto Marrama – Il ritratto del morto. Racconti bizzarri

Titolo: Il ritratto del morto. Racconti bizzarri

Autore: Daniele Oberto Marrama

Editore: Stampa Alternativa

Anno: 2015

Pagine: 206

Prezzo: € 13,00

“Il soprannaturale?  E chi può parlarne con cognizione di causa? Chi può dire, sinceramente, se ci sia un limite fra quello che è e quello che pare? Chi ha ancora acquistato il diritto di distinguere la visione dalla realtà?”

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Daniele Oberto Marrama fu un giornalista ed avvocato particolarmente attivo nel territorio napoletano tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Collaboratore di diverse testate giornalistiche (“Il Mattino”, “La Settimana” e “Il Giorno”), condusse una vita anarchica  e bohémienne, intrisa di convinzioni antimonarchiche. Fu principalmente autore di racconti e novelle, ma si dedicò anche alla saggistica breve e alla poesia. La sua opera maggiormente conosciuta e più rappresentativa è la raccolta di storie soprannaturaliIl ritratto del morto”, uscita in volume nel 1907. Otto racconti che narrano di apparizioni, reincarnazione, sdoppiamento della personalità e vampirismo, scritti da Marrama con un linguaggio che può essere accostato ai grandi scrittori del Nord Europa (Bram Stoker su tutti), senza tralasciare un senso dell’ironia tipicamente italiano. Per troppo tempo ingiustamente dimenticato, è stato recentemente riscoperto da alcuni lungimiranti editori, tra cui Stampa Alternativa, che ha arricchito l’antologia originaria con due ulteriori novelle, finora inedite in volume.

La raccolta si apre con la storia che da il titolo all’opera, in cui il protagonista, Guido Rambaldi, si interroga in una piovosa sera di novembre sull’esistenza del soprannaturale. Decide così di narrare ad un gruppo di amici una vicenda di qualche anno prima, che potrebbe essere la risposta ad una domanda tanto misteriosa. Giornalista di professione, Rambaldi assiste ad un tragico incidente in cui perdono la vita una trentina di persone, tra cui un ferroviere, il cui volto colpisce l’allora giovane reporter, che d’impulso gli scatta una fotografia, così da poterla inviare ai parenti del defunto. Gli scenari si spostano dalla Puglia alla Sardegna, in un racconto in cui l’ambientazione italiana contribuisce in maniera determinante ad aumentarne il fascino. Rambaldi non riuscirà però a rintracciare nessun congiunto, ma terrà la foto con sè, fino a quando essa non rivelerà tutti i suoi poteri soprannaturali. “Il medaglione” affronta il tema della trasmigrazione delle anime, più semplicemente conosciuta come reincarnazione. Figura centrale è il ritratto di una donna all’interno di un medaglione, che porta il protagonista a perpetrare un orribile delitto. Echi delle donne fatali di Edgar Allan Poe fanno capolino in questo curioso racconto, che ci traghetta verso “La scoperta del capitano”, esempio perfetto della narrativa bizzarra di Marrama. La vicenda si snoda in forma di confessione da parte di un uomo rinchiuso in un manicomio criminale che, convinto di essere in possesso di un’idea che rivoluzionerà il mondo, narra come, per proteggerla, abbia compiuto l’atto spaventoso che lo ha portato alla prigionia. Un finale a dir poco agghiacciante e il delirio in crescendo nella mente del narratore, rendono questa novella una tra le migliori della raccolta. “Una terribile vigilia” mette momentaneamente da parte le tematiche soprannaturali e psicologiche, per concentrarsi sull’autentico terrore provato dal narratore all’interno di un ospedale, in fuga da un terrificante vecchio affetto da idrofobia. “L’uomo dai capelli tinti” è il primo racconto in cui le ambientazioni diventano europee, affrontando in maniera ironica e beffarda il tema del doppio. Si prosegue poi con “Il Dottor Nero”, probabilmente la storia maggiormente conosciuta dell’intera opera di Marrama. L’ambientazione si sposta dai paesaggi mediterranei di Capri all’Irlanda, in una racconto che narra di vampirismo con chiari riferimenti a Bram Stoker. L’ossessione della giovane sposa del protagonista per il ritratto di un uomo pallido, emaciato e vestito completamente di nero, ci accompagna durante l’intera vicenda, per poi sfociare nel tragico finale. “Il Natale di Hans Boller” ricalca invece gli stilemi delle più tipiche storie di fantasmi anglosassoni, nonostante un’ambientazione tutta francese. Torna anche qui il tema del ritratto, tanto caro a Marrama. Il narratore è infatti un abilissimo miniaturista, che la notte di Natale esegue il ritratto ad una misteriosa donna, dietro il cui viso si nasconde un terribile segreto. Conclude la raccolta “Ben Haissa”, novella ironica sul confine tra quello che è e quello che sembra, che stempera i toni angoscianti dei racconti precedenti. Il volume si chiude poi con due aggiunte all’edizione originale, che esplorano entrambe i lati oscuri ed ossessivi dell’amore. “L’altra” è un breve racconto scritto in forma epistolare, in cui il narratore ci rende partecipi del suo amore assoluto verso la donna che ha ormai perduto e il cui ricordo insistente finisce per avvelenare la devozione per un’altra donna. “La vasca” si apre invece in un’aula di tribunale, dove il protagonista, Paolo Orsini, spiega alla Corte i deliranti motivi che lo hanno spinto all’uccisione della donna amata.

Il ritratto del morto” è un ottimo esempio dell’originalità della narrativa breve italiana, con un Marrama che affronta tematiche atipiche e singolari, tanto più se si considera che la raccolta è stata scritta agli inizi del Novecento. Un’interessantissima riscoperta, che trova nelle ambientazioni italiane e nel gusto Nord Europeo per la letteratura fantastica, i suoi principali punti di forza. Consigliato ovviamente agli appassionati di weird e di storie soprannaturali, ma anche a chi voglia ripescare un autore importante all’interno del panorama letterario del nostro Paese, finalmente riportato alla luce.

Voto: 4/5

Mr. P.

Marco Cardone – Italian way of cooking

Titolo: Italian way of cooking

Autore: Marco Cardone

Editore: Acheron Books

Anno: 2016

Pagine: 291

Prezzo: € 12,00

“«Dimmi qualcosa, socio. Qualcosa di sincero.» Mirco sorrise. «Nero…noi s’è nella merda fino a i’ collo.»”

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Quando ho sfogliato per la prima “Italian way of cooking” di Marco Cardone, non sapevo davvero cosa aspettarmi: un horror, una commedia nera, un thriller fulminante? Con mia grande sorpresa, man mano che mi sono inoltrato nella lettura, ho scoperto che il libro di Cardone non può essere incasellato in alcun genere, ma sa miscelare sapientemente gli ingredienti letterari più disparati, creando un piatto unico e prelibato. Ma andiamo con ordine. “Italian way of cooking” è il romanzo d’esordio di Marco Cardone, che però esordiente nel mondo della letteratura non è, essendo già stato scrittore di racconti e curatore di antologie. Il volume è pubblicato dalla giovane e valida Acheron Books, casa editrice specializzata in horror e fantasy nostrani.

La vicenda è ambientata nelle campagne toscane e l’intera narrazione è impregnata di colori, profumi e paesaggi della Toscana. Proprio questa scelta è una delle carte vincenti del romanzo: l’irresistibile dialetto parlato dai personaggi strappa più di una volta una sana risata, tanto che spesso sembra davvero di respirare l’aria fresca e frizzante delle colline del Chianti. Protagonista assoluto è Nero, cuoco straordinario, titolare del ristorante il “Gallo Nero”. Nonostante la sua grande abilità dietro ai fornelli e la sua simpatia travolgente, Nero è però sommerso dai debiti e la prospettiva di dover vendere il ristorante si fa sempre più concreta. In più la sua ex moglie continua a tormentarlo e la sua attuale ragazza, Marika, forse non è proprio l’amore della sua vita. Come se non bastasse, un terribile assassino, chiamato dalla stampa il “killer enalotto” per la casualità con cui sceglie le proprie vittime, sta sconvolgendo l’intera Toscana. Insomma, la vita di Nero si può riassumere in tre semplici parole: un gran casino. Ma una sera la sua esistenza viene stravolta: un terribile mostro, ribattezzato dallo stesso Nero porco mannaro, si intrufola nella camera dei suoi figli per divorarli. Ma il cuoco riesce ad avere la meglio, uccidendolo con il suo fido mozzateste. La famiglia è salva e il pericolo scongiurato: resta soltanto da risolvere un piccolo problema. Come ci si può sbarazzare dell’enorme corpo di un mostro orribile? Ovviamente Nero conosce un’unica soluzione: cucinandolo. Il piano iniziale è quello di cuocere la carne a pezzi, per poi gettarla nell’immondizia insieme agli avanzi del ristorante. Ma un profumo irresistibile sembra provenire dalle bistecche di mostro in cottura. Così Nero decide di assaggiarle e scopre che il porco mannaro non solo ha un sapore eccezionale, ma anche strani effetti afrodisiaci. Allora perché non sfruttare l’occasione di servire quella delizia ai propri clienti, cercando in qualche modo di risollevare le sorti del ristorante? Questa decisione lo porterà, insieme al suo aiuto cuoco Mirco, in un turbine di eventi surreali e spassosi, ma anche estremamente pericolosi. Nero si trasformerà in un cacciatore di mostri dall’improbabile nome di “Killer Chef“, aiutato dal suo spirito guida Tatanka, uno dei personaggi meglio riusciti dell’intero libro. Ci ritroveremo così a seguirlo a caccia di serpe galli, draghi rana e sirene, alternando irresistibili momenti di comicità (mi sono ritrovato più di una volta a ridere da solo con il libro in mano) ad attimi di tensione e suspense. Ma nonostante l’aspetto fantasioso della trama, Nero è un personaggio estremamente umano, afflitto dai tanti problemi che tutti i giorni colpiscono anche noi. E proprio questa sua caratterizzazione ci ispira un’immediata simpatia e fa sì che non possiamo non tifare per lui fin dall’inizio. Termina il volume un vero e proprio ricettario mostruoso, in cui dieci autori ci propongono le migliori ricette per cucinare succulenti piatti a base di mostro. Assolutamente irresistibili!

Italian way of cooking” è un romanzo che nasce da un’idea originale e che ha una propria personalità ben definita. La scrittura di Cardone poi è diretta e senza fronzoli, risultando così particolarmente incisiva in un libro il cui scopo è quello di voler regalare al lettore qualche ora di piacevole intrattenimento, senza risultare mai banale. Un romanzo da gustare in tutta tranquillità, sprofondati in poltrona, con gli ultimi raggi di sole che filtrano dalla finestra e un buon bicchiere di vino rosso in mano.

Voto: 3,5/5

Mr. P.

Stefan Grabiński – Il demone del moto. Racconti fantaferroviari

Titolo: Il demone del moto. Racconti fantaferroviari

Autore: Stefan Grabiński

Editore: Stampa Alternativa

Anno: 2015

Pagine: 270

Prezzo: € 14,00

“Là fuori nel mondo mulinavano in continuazione cambiamenti, impazzava l’eterno moto padre di vita e di morte, germogliavano nazioni giovani, venivano deposte nella tomba quelle vecchie e abbruttite, culture e società si sviluppavano, alcune svettavano in alto, altre precipitavano nell’abisso… e lui resisteva in eterno e viveva indifferente a tutto, solo, ai margini.”

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Il nome di Stefan Grabiński, fuori da una ristretta cerchia di cultori della letteratura weird, potrebbe risultare sconosciuto ai più. Eppure ci troviamo di fronte ad uno degli esempi più originali di narrativa fantastica dell’intero Novecento, tanto da portare la critica dell’epoca a definirlo “il Poe polacco“. Grabiński nacque infatti in Polonia nel 1887 e fu autore di svariati romanzi, raccolte di racconti e drammi teatrali, tutti caratterizzati dal senso dell’ignoto e dal fascino della morte. Proprio la sua raccolta più famosa, “Il demone del moto“, è stata riproposta da Stampa Alternativa, con traduzione, per la prima volta in Italia, direttamente dal testo polacco da parte della curatrice Mariagrazia Pelaia. All’antologia principale si vanno ad aggiungere poi una manciata di altri racconti, che arricchiscono così il volume.

Essendo un amante del genere fantastico, sono stato immediatamente attirato da Grabiński, ed in particolare dal sottotitolo dell’opera: “Racconti fantaferroviari“. Infatti la quasi totalità delle storie presenti nel libro si svolgono all’interno di convogli e stazioni ferroviarie. Un’ambientazione singolare e quanto mai affascinante, che mi ha spinto ad approfondire le visioni e gli orrori scaturiti dalla penna dell’autore polacco. Orrori che hanno origine dai più banali gesti quotidiani, che si insinuano lentamente ma inesorabilmente nella nostra vita abitudinaria e che vengono ben rappresentati dalla metafora dell’incedere spietato del progresso tecnologico. Il volume si apre con la suggestiva “La zona morta (Ballata ferroviaria)“, in cui un conduttore in pensione decide di consacrare il resto della sua esistenza alla custodia e alla protezione di un tratto di binari ormai inutilizzato. Ma l’eccentrico e solitario casellante, ritratto dello stesso Grabiński, scoprirà una connessione particolare che lo legherà a quel tratto ferroviario, che si dimostrerà vivo e “pensante”. E’ poi il turno della storia che da il titolo alla raccolta: “Il demone del moto” narra di uno dei tanti viaggi di Tadeusz Szygoń, personaggio dagli aspetti molto singolari, che periodicamente viene come posseduto da una forma di sonnambulismo che lo costringe a saltare sul primo treno e ad intraprendere ogni volta un tragitto diverso, per poi risvegliarsi in una città europea senza sapere come ci sia finito. Il viaggio in questione diventa pretesto per una discussione scientifico-filosofica sulla velocità delle macchine create dagli uomini, velocità quasi demoniaca ma pur sempre limitata alla sfera terrestre. Il finale quanto mai inaspettato contribuisce poi a dare un taglio squisitamente macabro al tutto. “Segnali” è una brevissima parentesi che si può accostare alle più classiche ghost stories, forse più banale dei racconti precedenti, ma non per questo meno suggestiva. In “Una strana stazione (Fantasia futuristica)“, Grabiński ci propone il treno del futuro: l’Infernal Méditerrané n. 2, in grado di fare il giro del Mediterraneo in soli tre giorni. Ma attraversando la costa ligure il convoglio troverà lungo il proprio cammino la stazione di Buon Ritiro, apparsa dal nulla e immersa in una strana luce violacea. Il titolo del quinto racconto è particolarmente esplicativo riguardo al suo contenuto: “Il treno fantasma (Leggenda ferroviaria)” ci catapulta all’interno di una stazione ferroviaria in cui tutto è organizzato fin nei minimi particolari, senza aver però tenuto conto appunto del treno fantasma, il cui passaggio porterà disordine e caos. Si prosegue poi con “Binario morto“, una delle narrazioni più particolari dell’intero volume: protagonista è il gobbo casellante Wior, che predica gli strabilianti poteri di un binario morto, affascinando e terrorizzando il suo ignaro pubblico. Fino a quando i passeggeri del treno su cui si svolge la vicenda iniziano a percepire uno strano cambiamento nell’aria, che porterà la maggior parti di essi ad abbandonare il convoglio prima dello sconvolgente finale. “Ultima Thule” chiude la serie di racconti tratti da “Il demone del moto” narrando di Joszt, capostazione dagli strani poteri psichici, in grado di sapere in anticipo se qualcuno morirà. Proprio una delle sue visioni lo porterà a coinvolgere un amico in un inquietante esperimento in grado di stabilire una connessione con il mondo dei morti. “La parabola della talpa di galleria” è quasi un’apologia della natura e della sua simbiosi con l’uomo, in contrasto con il mondo della tecnologia e della distruzione. Antoni Florek, l’ultimo custode di una galleria ferroviaria scavata nei monti, farà la conoscenza di una misteriosa creatura insediatasi centinaia di anni prima nel ventre della montagna e che rappresenta perfettamente la fusione tra essere umano e ambiente naturale. La conturbante “L’amante di Szamota (Pagine di un diario trovato)“, è l’unico racconto a non avere uno scenario ferroviario, ma bensì cittadino. Qui Grabiński esplora il tema del doppio e del vampirisimo psichico, attraverso la stravagante ed angosciante storia d’amore tra il protagonista e Jadwiga Kalergis, donna bellissima e indecifrabile. Chiude il volume “Un caso“, che ci immerge nel pieno degli incontri clandestini tra il narratore e la sua amante, ogni volta sullo stesso tratto ferroviario, fino al tragico finale.

Il demone del moto” è una raccolta di novelle insolite e grottesche, capace di guadagnarsi un proprio spazio all’interno del panorama fantastico del novecento. L’originalità dell’ambientazione e il retrogusto filosofico e psicologico contribuiscono sicuramente a rendere l’opera di Grabiński una lettura fondamentale per gli amanti del weird e dell’horror, ma che saprà stupire anche i lettori più curiosi che poco masticano del genere. Dopo aver letto questi dieci racconti, potete essere certi che viaggiare in treno non sarà più la stessa cosa.

Voto: 4/5

Mr. P.