Gerard Reve – Le sere

Titolo: Le sere

Autore: Gerard Reve

Editore: Iperborea

Anno: 2018

Pagine: 318

Prezzo: € 18,00

“Intorno a noi accadono cose, ma non ce ne accorgiamo nemmeno. Siamo sordi e ciechi.”

Sono le sei meno un quarto di mattina, è ancora buio. Vi svegliate di soprassalto, avete fatto un incubo. Lo riportate alla mente, ricascate nel sonno. Dopo qualche minuto, vi risvegliate. E’ una domenica di dicembre, niente lavoro, oggi potete dormire ancora per un po’. Ne approfittate e continuate così per un tempo indefinito. Sveglio, addormentato. Sveglio, addormentato. Alla fine, decidete di alzarvi e di non sprecare quella giornata: avete grandi piani, “Non mi perderò nel nulla!”, pensate. E invece lo farete. Trascorrerete tutti gli ultimi dieci giorni del mese così. Nel nulla più assoluto.

Questo potrebbe essere un riassunto breve e superficiale de “Le sere”, romanzo d’esordio di Gerard Reve, ritenuto uno dei ‘grandi’ della letteratura olandese del secondo Novecento. Nel 2016 è stata finalmente pubblicata la traduzione inglese dell’opera e a partire da quest’anno, grazie ad Iperborea, anche in Italia è possibile approcciarsi a questo autore e al suo libro, a mio parere per nulla immediato e purtroppo poco coinvolgente. Perché dico ciò? Perché l’atmosfera presente dalla prima all’ultima pagina (e sono ben 312!) è pesante, pervasa da  una lentezza e da una ripetitività che mi hanno sfiancata. Frits, il protagonista, è un giovane cinico e scorbutico che ha abbandonato gli studi e che svolge ora una mansione d’ufficio: è evidentemente insoddisfatto del suo lavoro, il quale viene citato molto poco nel corso della storia. Reve, infatti, è interessato ai momenti in cui il ragazzo torna a casa e, più nello specifico, alle sue sere – come è possibile osservare fin dal titolo del romanzo. Che cosa accade a queste serate, a queste notti, per ritenerle così importanti? Assolutamente nulla. O meglio, qualcosa succede, ma bene o male non si discosta mai da una certa linea: Frits cena con i genitori, li osserva, li analizza, li critica e li disprezza (il padre è per lui troppo rozzo, la madre petulante all’inverosimile). A volte accende la radio, in cerca di un po’ di musica, ma subito s’incupisce e la spegne; altre prova a leggere un giornale ma viene distratto dai mille pensieri  – spesso paranoici – che affollano la sua mente. Quando non rimane chiuso nel suo appartamento, il protagonista girovaga per Amsterdam, in cerca di qualche conoscente: quelli che Frits va a trovare non sembrano nemmeno degli amici veri e propri, quanto piuttosto delle semplici persone che intrattengono con lui conversazioni spesso futili e deliranti. Molti individui si rincontreranno nel corso della narrazione, altri li si vedrà una volta soltanto ma state certi di una cosa: Frits farà commenti malevoli sulla capigliatura e sulla presunta calvizie di ognuno di loro. Questa è, infatti, la sua ossessione principale: il ragazzo passa molto tempo di fronte allo specchio, ad esaminarsi e a scovare ogni suo più piccolo difetto. Pur non perdendo egli alcun capello, coglie costantemente e in modo quasi folle questo particolare in tutti gli uomini che incontra e lo fa sempre notare, che sia vero o no, che conosca bene la persona in questione o meno. Altro suo chiodo fisso è il parlare: per il giovane è necessario avere sempre qualche cosa da dire, sembra quasi spaventato dal silenzio che si potrebbe creare fra due o più esseri umani. I suoi pensieri ruotano intorno a ciò – “Di cosa parlerò, ora che questo argomento è ormai concluso?”, si domanda continuamente. Le conversazioni tra i personaggi, però, sono spesso strampalate, i dialoghi paiono slegati tra di loro, quasi non ci si ascoltasse davvero. E’ dunque questo un modo per sottolineare il nostro essere perennemente soli, il non comprenderci veramente, il non prestare attenzione agli altri? Senz’altro la solitudine è un tema che Reve mette in primo piano: Frits, nel suo continuo perder tempo, nel suo ciondolare senza meta, non trova un vero conforto nelle persone a lui vicine («Dal profondo ho gridato», disse tra sé e sé, «ma la mia voce non è stata ascoltata») e, nelle ultime pagine, si riduce addirittura ad inveire contro un giocattolo a forma di coniglio. La sua visione della vita è triste, pessimistica, è consapevole di non stare bene («Questa non è una bella faccia […] ho un’anima malata») ma nonostante questo rivela una buona dose di humor nero, come quando narra del suo odio per i vecchi o per le donne. Un altro elemento che lo contraddistingue è la cupezza e l’enigmaticità dei suoi sogni: il giovane quasi ogni notte, infatti, è perseguitato da incubi dalla trama contorta, perturbante, degni del miglior David Lynch. In questi si ritrova spesso in trappola, sminuito, condizione che riflette semplicemente la sua misera esistenza.

«Mentre me ne sto qui sdraiato, pian piano si fa buio» è il riassunto dei giorni che Frits trascorre: può sembrare una metafora – in effetti, forse, lo è anche – ma non solo, perché esprime esattamente ciò che accade di rilevante nella sua vita: niente. Ora dopo ora, l’inquietudine e il tedio che il lettore può provare giungono alla fine: è la notte di Capodanno. Ecco che tutto ciò che ho pensato in precedenza, tutta la pesantezza del nulla, le giornate così simili le une alle altre, i dialoghi paradossali, le riflessioni mancate, le aspettative che mi ero creata anzitempo e che sono state deluse, qualsiasi cosa, viene ripagata dall’ultima, bellissima, pagina. Ci si ritrova di fronte un giovane uomo, completamente perso, che si accorge di essere vivo, vivo davvero e che forse, nonostante tutto, la sua esistenza non è passata inosservata, in questo enorme vuoto che ci circonda.

Voto: 3/5

Mrs. C.

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