Mario Martone – Il giovane favoloso

Titolo: Il giovane favoloso

Regia: Mario Martone

Anno: 2014

Durata: 137 minuti

Poster IL GIOVANE

I film biografici sono spesso un’arma a doppio taglio: se da una parte il regista, gli sceneggiatori e gli attori stessi hanno l’onore di riportare in vita una persona molto spesso conosciuta in tutto il mondo per le sue vicende particolari o per le sue doti eccelse, attirando lo spettatore verso il genio o la sfortuna dell’individuo in questione, dall’altra essi devono cercare di non romanzare troppo la vita del protagonista, attenendosi ai fatti senza però far risultare il tutto un prodotto inutile e noioso.

Il giovane favoloso“, ultimo lavoro di Mario Martone, risalente al 2014, è un biopic che riesce perfettamente nell’impresa. Apparentemente la trama è semplice: il film, infatti, narra la vita del poeta ottocentesco Giacomo Leopardi. Quest’ultimo vive fino alla prima età adulta in un ambiente oppressivo, dominato da un padre tanto nobile quanto austero, che lo condanna alla perfezione ed allo studio continuo e ossessivo. Egli trascorre le sue giornate nell’immensa biblioteca, a tradurre versi e a scrivere poesie, fantasticando sulla giovane donna a cui, anni più tardi, dedicherà una delle sue liriche più famose, “A Silvia”. Non è questo, però, quello a cui aspira Leopardi: vorrebbe infatti andarsene dal suo «natio borgo selvaggio», ha un desiderio di gloria che definisce «smoderato e insolente», e l’occasione sembra giungere dall’intima ed intensa corrispondenza con l’intellettuale Pietro Giordani. Combattendo contro l’opposizione paterna, in un bellissimo monologo interiore -che è anche l’unico momento in cui il giovane perde la calma alzando la voce ed affrontando tutto ciò che detesta («Io odio, odio questa prudenza, questa vile prudenza, che ci agghiaccia, ci lega, ci rende impossibile ogni grande azione, padre, ci riduce ad animali…»)- infine riuscirà a fuggire da Recanati, che gli è «tanto cara da somministrargli idee per un trattato dell’odio per la patria». Ecco che Leopardi si trova ad affrontare la vita vera, quella da cui era sempre stato escluso: nonostante le varie peregrinazioni in giro per l’Italia con l’amico Antonio Ranieri, continuamente in ristrettezze economiche, soggiogato da un male fisico che lo costringe ad incurvarsi sempre più, il giovane non rinuncia alla sua smania creativa e continua a scrivere poesie e prose, spesso criticate per l’esagerata presenza di pessimismo, fino alla fine dei suoi giorni.

Quello che rende “Il giovane favoloso” un esperimento andato a buon fine è, a parer mio, la straordinaria prova attoriale dimostrata da Elio Germano. Interpretare un uomo minato dalla malattia fisica (e, perchè no?, forse anche da quella mentale -molto si è discusso a proposito di una possibile forma di depressione del Leopardi) non è affatto semplice. Lo sguardo perso nel vuoto, che segue forse pensieri inaccessibili agli altri, la voce timida e traballante, a volte quasi un balbettio, che diventa ferma ed allo stesso tempo delicata solo quando declama versi, la gobba, che lo rende sottomesso e fragile di fronte agli altri, sono tutti elementi che vanno a formare la persona -e la personalità- dell’uomo che si è voluto ritrarre, elementi così presenti da far suscitare nello spettatore pena e tenerezza nei confronti del protagonista. L’interpretazione di Germano -unita alla bellissima fotografia diretta da Renato Berta ed all’eclettica ma azzeccatissima colonna sonora affidata a Sascha Ring– ha reso intenso e toccante un film che avrebbe potuto invece diventare soltanto una serie di luoghi comuni sul poeta recanatese, senza provocare grandi moti del cuore -cosa che, per fortuna, ha invece fatto.

«Dato che l'andamento, e le usanze, e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili, io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo dove io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva. Ed è passato nè tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme con la fanciullezza è finito il mondo e la vita per me, e per tutti quelli che pensano e sentono. Sicchè, non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita.»

«Dato che l’andamento, e le usanze, e gli avvenimenti e i luoghi di questa mia vita sono ancora infantili, io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo dove io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva. Ed è passato nè tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme con la fanciullezza è finito il mondo e la vita per me, e per tutti quelli che pensano e sentono. Sicchè, non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita.»

Mrs. C.

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