I migliori dischi del 2016 – Prima parte

Anche quest’anno è arrivato il momento di tirare le somme sugli ascolti musicali di questo 2016, stilando la lista dei dischi le cui note hanno fatto da sfondo alle mie giornate, accompagnando i momenti più intensi dell’anno che sta per terminare. I dodici mesi appena trascorsi sono stati più generosi rispetto al 2015, per quanto riguarda le uscite discografiche che sono maggiormente nelle mie corde. Così ho deciso di consigliarvi non dieci, ma venti album, suddividendoli in due articoli, sperando che le mie segnalazioni vi portino a scoprire e ad apprezzare nuova musica. Perché, come disse Nietzsche, “senza musica la vita sarebbe un errore.”

20. BANKS & STEELZ – ANYTHING BUT WORDS

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Se ad inizio anno mi avessero detto che avrei inserito nella lista dei dischi che più ho amato nel corso del 2016 un album hip hop, probabilmente mi sarei messo a ridere. Non ho nulla contro l’hip hop, ma è quanto di più distante ci sia dal genere di musica che amo. Invece ci sono voluti Paul Banks degli Interpol e RZA dei Wu-Tang Clan a farmi ricredere, con il loro progetto Banks & Steelz. “Anything but words” è un album che sa miscelare sapientemente il ritmo e l’aggressività dell’hip hop con il cantato oscuro e mesto di Banks, creando pezzi unici e trascinanti come la bomba sonora “Giant”, la latineggiante “Love and war” o “Conceal”, dal retrogusto che sa di Massive Attack. Non mancano gli episodi smaccatamente hip hop e che mi hanno fatto storcere un po’ il naso, ma nel complesso “Anything but words” si è rivelato un disco che trascende i generi e regala un’ora di piacevole intrattenimento sonoro.
Best track: Giant

19. NADA SURF – YOU KNOW WHO YOU ARE

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Ritorno leggermente sottotono per i Nada Surf che, dopo il bellissimo “The stars are indifferent to astronomy” del 2012, confezionano un nuovo disco meno intriso della consueta malinconia che ha caratterizzato gli ultimi lavori della band newyorkese. “You know who you are” resta comunque un album godibilissimo, che passa con disinvoltura dal pop malinconico dello stupendo singolo “Believe you’re mine”, al rock spensierato della title track, passando per la ballata dal sapore folk “Animal“. Tra ottimi testi e atmosfere da on the road americano, l’album scorre via che è un piacere, anche se a tratti si fatica a distinguere un pezzo da un altro. Ma si sa che i Nada Surf non hanno mai brillato per originalità, lacuna compensata da sempre con pezzi che ti entrano dentro per non mollarti più.
Best track: Believe you’re mine

18. MARBLE SOUNDS – TAUTOU

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I Marble Sounds sono una band belga che ha fatto del pop malinconico e delicato il proprio marchio di fabbrica. Ingiustamente sconosciuti nel nostro paese, i Marble Sounds hanno confezionato in questo 2016 “Tautou”, il loro terzo disco, caratterizzato dalla voce quasi sussurrata del frontman Pieter Van Dessel, da una profusione di archi e da chitarre sognanti ed eteree. Esempio perfetto sono l’opener “The ins and outs”, un piccolo capolavoro, o la bella “Ten seconds to count down”, in cui echeggiano rimandi ai Sigur Rós. C’è però anche spazio per episodi più ritmati come “Set the rules” o il singolo “The first try” o per la commistione con il francese nella raffinata “Tout et partout”. I Marble Sounds hanno sfornato un album prezioso, che mi auguro potrà essere scoperto e amato come merita.
Best track: The ins and outs

 17. DARDUST – BIRTH

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Dopo lo stupendo “7”, composto interamente a Berlino, torna Dardust con “Birth”, registrato a Reykjavic e secondo episodio di un’ideale trilogia, che si concluderà con il terzo capitolo che vedrà protagonista Londra. Questa volta Dario Faini, il nome che si cela dietro a Dardust, abbandona parzialmente le atmosfere rarefatte e oniriche dell’esordio per virare decisamente verso un suono più elettronico e danzereccio. Basta citare il primo singolo “The wolf” o “Take the crown“, in collaborazione con Bloody Beetroots, per capire la nuova strada intrapresa da Faini. Anche se, per quanto riguarda il sottoscritto, sono ancora i momenti eterei e intrisi di malinconia le vere perle del disco: su tutti cito la titletrack e la struggente “Slow is the new loud”, con dolcissimi archi a farla da padroni. Una svolta stilistica che regala un ottimo disco, in bilico tra dancefloor e intimismo.
Best track: Slow is the new loud

16. LOCAL NATIVES – SUNLIT YOUTH

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Per apprezzare “Sunlit youth”, terzo lavoro della band statunitense, bisogna dimenticare quel capolavoro che è “Hummingbird” e il suo registro sonoro ancorato all’indie folk delicato e sognante. I Local Natives con il loro terzo disco cambiano decisamente rotta e confezionano un album dalle sonorità smaccatamente pop. Ma come in tutti i contesti, anche in questo caso bisogna fare le dovute distinzioni: i cinque ragazzi americani ci regalano infatti un pop di grande qualità, senza sbavature e dove ogni suono è inserito perfettamente all’interno dei pezzi. Si passa dall’elettro pop di “Villainy” all’epicità di “Fountain of youth”, passando per quel gioiellino acustico che è “Ellie Alice” al pop sgangherato di “Psycho lovers”. Ve lo ripeto: la ricetta è dimenticare “Hummingbird” e tuffarsi nei coretti e nelle tastiere di “Sunlit youth”.
Best track: Fountain of youth

15.  AFTERHOURS – FOLFIRI O FOLFOX

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Dopo la mezza delusione di “Padania”, la band capitanata da Maunuel Agnelli torna con un doppio disco, intimo e potente nello stesso tempo. “Folfiri o Folfox” è pieno di grandi canzoni, degne dei migliori Afterhours: basti pensare alla stupenda ballata “Non voglio ritrovare il tuo nome“, al blues sporco di “Né pani né pesci” o ancora al rock elettronico di “Fa male solo la prima volta” o all’inno esistenziale “Se io fossi il giudice”. L’unica pecca è forse proprio l’eccessiva prolissità del disco, in cui non mancano pezzi onestamente poco incisivi e che sanno di riempitivo. Avrei apprezzato maggiormente un album unico contenente il meglio dei due dischi. Possiamo però dire, a ragion veduta, che gli Afterhours sono tornati in grande stile, con un disco che si farà ricordare.
Best track: Non voglio ritrovare il tuo nome

14. PERTURBAZIONE – LE STORIE CHE CI RACCONTIAMO

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Dopo la dipartita di due componenti importanti come il chitarrista Gigi Giancursi e la violoncellista Elena Diana, si riaffacciano sulle scene i Perturbazione. “Le storie che ci raccontiamo” è un disco profondamente diverso dai suoi predecessori, accostabile forse soltanto alle sonorità più pop ed elettroniche del precedente “Musica X”. Ce ne accorgiamo subito dall’opener “Dipende da te”, bel pezzo dai ritmi scanzonati ma dal testo riflessivo, o dall’accattivante singoloLa prossima estate”.  Non si può negare, la dolcezza del violoncello manca, ma poi la voce di Tommaso Cerasuolo e la sempre grande attenzione verso testi che rappresentano un’intera generazione, ci fanno di nuovo sentire a casa. E così ci emozioniamo con la nostalgica “Da qualche parte del mondo”  o con l’ottima title track. Dopotutto, non si può non volere bene ai Perturbazione.
Best track: Le storie che ci raccontiamo

13. ANOHNI – HOPELESSNESS

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Antony Hegarty lascia i suoi Johnsons per unirsi a Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never, diventando Anohni e abbandonando le atmosfere rarefatte e colme di delicata tristezza per virare verso l’elettronica accompagnata da testi politicamente impegnati. Se devo essere sincero personalmente sento la mancanza degli ambienti sonori creati dagli Antony and the Johnsons, capaci di sfornare tra i più bei dischi degli anni 2000. C’è però da dire che la svolta electro ha portato comunque ottimi risultati, come l’irresistibile “4 Degrees”, l’epica title track o l’incedere lento e ipnotico di “I don’t love you anymore”, il pezzo più Antony and the Johnsons dell’intero disco. Sicuramente un ottimo lavoro, dove la stupenda voce di Antony continua a farla imperterrita da padrona, anche se i romantici come me continuano a sperare in un ritorno alle origini.
Best track: I don’t love you anymore

12. LISA HANNIGAN – AT SWIM

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Il 2016 vede anche il ritorno della meravigliosa voce di Lisa Hannigan, ormai alla terza prova solista dopo aver affiancato per anni Damien Rice. Questa volta la Hannigan ci propone un album dalle tinte più fosche e cupe, pur non tralasciando la vena folk che l’ha resa famosa. Così il viaggio sonoro che ci propone la Hannigan passa per episodi più tradizionali e d’atmosfera come la magnifica “Snow“, alla malinconica ballata al piano “We, the drowned”, proponendoci anche esperimenti a cappella come “Anahorish”, per chiudersi con l’elettronica dark della bellissima “Barton”. Una prova matura e maggiormente variegata rispetto al passato, con la solita, immensa voce della Hannigan ad accompagnare il tutto.
Best track: Barton

11. MODERAT – III

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Si capiva che i Moderat avevano tirato fuori dal cilindro un gran disco già dal primo singolo “Reminder”, una bomba impazzita capace di emozionare e far muovere chiunque. L’elettronica da dancefloor di “Running” si alterna a episodi sonori più raffinati come la stupenda opener “Eating hooks” o la sincopata “The fool”, ma non mancano incursioni in sonorità decisamente più spinte ed ostiche per chi mastica poco i ritmi elettronici del trio di Berlino, come la strumentale “Animal trails”. Un percorso in grado di trasportare l’ascoltare tra algidi paesaggi sonori inframezzati da momenti più caldi e melodici, in un mix perfetto e letale. Assolutamente una delle mie migliori scoperte di questo ricco 2016.
Best track: Reminder

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