Jenny Offill – Le cose che restano

Titolo: Le cose che restano

Autore: Jenny Offill

Editore: NN Editore

Anno: 2016

Pagine: 240

Prezzo: € 17,00

“Ma mia madre disse che era proprio il contrario, che le immagini nella mente erano sempre più belle di quello che c’era nel mondo.”

offill

Quando si legge un libro è inevitabile cercare un po’ di sè nelle sue pagine. Che sia per riconoscerci narcisisticamente in un personaggio che amiamo, per cercare qualcuno che sembra aver passato esattamente quello che è accaduto a noi, non importa: bene o male troveremo sempre una frase, un luogo, un oggetto, una persona che hanno a che fare con la nostra esistenza. Le cose si complicano quando il libro in questione prende in considerazione i rapporti interpersonali. Ecco allora che tale caratteristica del protagonista è esattamente quella del nostro amico più caro, e la relazione disastrosa che fa da sfondo al romanzo è – purtroppo – proprio la nostra. Ci si riconosce ancora di più, perchè come esseri umani siamo intimamente ed irrimediabilmente legati agli altri. Ci sono delle volte, però, in cui questo non capita, e invece di proiettare la propria persona tra le pagine, ci si ritrova a riflettere, a ricordare, a conoscere qualcosa che può anche essere diverso dalla nostra esperienza. Quando ci si approccia ad un’opera che pone come tema centrale ‘la famiglia‘, è difficile prevedere l’esito che essa avrà su di noi: i legami familiari sono i precursori di tutti i nostri futuri rapporti, ci forniscono l’ambiente in cui nasciamo e cresciamo e, se da una parte possono essere in grado di far sviluppare in noi capacità sane e adeguate, d’altra parte, sciaguratamente, possono privarci di amore ed opportunità fin da subito, dando luogo a carenze e disturbi non indifferenti, che si manifesteranno sempre più di anno in anno. Leggere un libro come “Le cose che restano” (edito NN Editore, che ancora una volta ha proposto un titolo meraviglioso) potrà riportare a galla memorie infantili, potrà sconvolgerci per il tipo di figure genitoriali che vengono descritte, potrà infine suscitare sentimenti di tenerezza, ma anche di timore. Insomma, sarà inevitabile la connessione che si creerà tra la famiglia della protagonista e quella che è (ed è stata) la nostra.

Jenny Offill, scrittrice americana originaria del Massachusetts, ha scelto di far narrare il suo primo romanzo ad una bambina di nome Grace. Grace ha otto anni e la sua vita scorre a metà tra due mondi, quello reale e quello dell’immaginazione. La sua esistenza potrebbe apparire, dal punto di vista di un osservatore esterno, pari a quella degli altri bambini: forse è un po’ più riservata dei suoi coetanei, leggermente bizzarra, ma, tutto sommato, non sembra discostarsi troppo dalla media. E così la sua famiglia: sua madre Anna è una biologa che lavora in un Centro rapaci, il padre Jonathan è invece un chimico. Da fuori tutto appare piuttosto normale, ma è solo addentrandosi – pagina dopo pagina – nelle dinamiche familiari che s’instaurano tra questi personaggi che le loro particolarità vengono svelate. Ecco allora una mamma che racconta alla figlia storie pregne di fantasia, a volte crude, realistiche e feroci, altre oniriche ed incantevoli. Ecco un papà che si rinchiude nel silenzio del seminterrato per settimane e settimane, a costruire una magnifica casa delle bambole, regalo di compleanno per Grace, che forse in quella costruzione in miniatura vorrebbe rifugiarsi e nascondersi. Perchè le cose cambiano e la protagonista stessa, nonostante la sua tenera età, se ne accorge. Le persone che l’hanno messa al mondo non sono più quelle che hanno deciso di sposarsi di fronte alle piramidi egiziane, dopo aver fatto scattare un allarme nella tomba di Tutankhamon provando a rubare un pezzettino di benda da una mummia. Jonathan dice alla sua futura moglie «Sei l’unica donna che non mi annoia mai», ma quando l’entusiasmo, l’originalità, la lunaticità diventano l’unico modo – neanche tanto capibile – per comunicare, tutto cede. Grace ci racconta le strampalate avventure che condivide ogni giorno con Anna, e la tenace fede del padre nella scienza. Ma ormai anche lei ha cominciato a capirlo: i suoi genitori sono troppo diversi, e le differenze che prima rendevano speciale il loro rapporto, hanno cominciato a disgregarlo, poco alla volta. Anche il lettore, come la piccola protagonista, gradualmente comprende la distanza – fisica e mentale – che si andrà a creare nella famiglia: ma non solo. Anna stessa (forse il vero personaggio principale del romanzo)  si rivela per quello che è: non soltanto una madre estrosa e appassionata, ma una donna non-convenzionale, piena di fragilità, che ad un certo punto si disinteressa completamente della figlia e pensa egoisticamente soltanto a se stessa, ai suoi sbalzi d’umore, a seguire fantasmi inesistenti in giro per gli Stati Uniti. A discapito di Grace, naturalmente, che viene sbalzata di qua e di là da un genitore che sta presentando sempre più chiaramente i suoi squilibri.

“Le cose che restano” instillerà in voi un numero cospicuo di domande e riflessioni e sono proprio queste che, perdonate il gioco di parole, a me sono restate: qual è il sottile confine tra normalità e follia? E’ meglio far crescere un figlio in un ambiente eccentrico, pieno di curiosità, scoperte e meraviglia, o in uno in cui tutto è regolare, programmato, razionale? E poi, ancora: la mia, la vostra famiglia, che cosa vi ha dato, che cosa vi ha lasciato? E’ riuscita a fornirvi una base sicura per esplorare il mondo, o vi ha forse legati troppo a sè, o ancora vi ha gettati in pasto alla vita, senza supporto alcuno? E, infine: siamo davvero intrinsecamente un riflesso dei nostri genitori, siamo soltanto ciò che essi hanno fatto di noi? Una frase di Anna a Grace continua a risuonarmi nella mente, una profezia che sembra allo stesso tempo dolce e terribile: «Un giorno sarai esattamente come me (…) Lo sai, vero?».

Voto: 4/5

Mrs. C.

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