I migliori dischi del 2015

Ormai il 2015 è agli sgoccioli e, come in ogni anno che si rispetti, anche nei dodici mesi appena trascorsi la musica è andata a braccetto con le mie giornate. Rispetto al 2014, per quanto mi riguarda, quest’anno è stato più avaro di uscite discografiche di mio gradimento, ma sulla qualità non si discute. Come si dice in questi casi: pochi ma buoni. Ho deciso quindi di condividere quelli che sono stati i migliori dischi del 2015, sperando di potervi dare qualche buono spunto di ascolto. Dopo la top ten, ho pensato di segnalare anche altri album che ho apprezzato particolarmente, ma che non sono riusciti ad entrare in classifica. Che le danze abbiano inizio!

10. DAVE GAHAN & SOULSAVERS – ANGELS & GHOSTS

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Secondo disco per il frontman dei Depeche Mode insieme alla band inglese dei Soulsavers. Abbandonate le sonorità elettroniche dello storico gruppo di origine, Dave Gahan realizza un disco intimo e personale, caratterizzato da strumenti acustici e archi. Non lasciatevi fuorviare dall’oscuro e stupendo singolo “All of this and nothing” o dall’inno pop “Shine“: la vera anima del disco è costituita dalla serie di perle malinconiche della seconda metà. E così incontriamo la dolcissima “Lately“, la sognanteThe last time” o l’energica ballata rock “Don’t cry“. La chiusura è poi affidata alla struggente “My sun“, accompagnata da uno dei testi migliori di quest’anno. Anche lontano dai suoi Depeche Mode, Dave Gahan sa sfornare grandi canzoni. – Best track: My sun

9. LANTERS ON THE LAKE – BEINGS

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Quartetto proveniente da Newcastle, i Lanterns On The Lake sono una di quelle band che meriterebbero almeno il triplo del pubblico che hanno. “Beings“, terzo disco della loro carriera, è un album squisitamente autunnale. Leggeri tocchi di pianoforte, eterei violini e chitarre inquiete sono gli ingredienti per un cocktail musicale perfetto per la stagione in cui le foglie cadono dagli alberi. Pensiamo infatti alla magnifica opener “Of dust & matter” o alla dolcissima “Send me home“. Ma nel viaggio sonoro proposto dalla band inglese troviamo anche l’indie rock di “Through the cellar door“, la psichedelia della title track e la chiusura strumentale di “Inkblot“. Canzoni magnifiche, contenute in un disco passato colpevolmente inosservato. – Best track: Of dust & matter

8. ÓLAFUR ARNALDS – BROADCHURCH SOUNDTRACK

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Durante il 2015 l’instancabile musicista islandese ha dato alle stampe non uno ma ben tre dischi: tutti lavori di alto livello e caratterizzati dalle sue tipiche sonorità sempre in bilico tra musica classica e derive elettroniche. Ma il lavoro che mi ha maggiormente colpito è sicuramente la colonna sonora di “Broadchurch“, a mio avviso una delle migliori serie tv degli ultimi anni. Ovviamente l’ascolto di questo disco è indissolubilmente legato alla visione del telefilm, pertanto consiglio di immergersi nell’incredibile paesaggio sonoro creato da Ólafur Arnalds solamente dopo essersi goduti le due stagioni di “Broadchurch“. Sarà come essere trasportati sulle ventose scogliere inglesi a strapiombo sul mare, immersi nella malinconia sprigionata da queste note, a volte delicate e avvolgenti, altre tetre e misteriose. Immagini e suoni che insieme hanno creato qualcosa di incredibile. – Best track: So far

7. BLUR – THE MAGIC WHIP

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Il 2015 ha visto dopo ben dodici anni di tira e molla il definitivo ritorno discografico dei Blur. Influenzato da Hong Kong, dove è stato parzialmente registrato, “The magic whip” vede il quartetto inglese in splendida forma. Non mancano ovviamente i classici pezzi di pop scanzonato infarciti di coretti, ormai marchio di fabbrica dei Blur (su tutti la spensierata”Ong ong“), ma anche le stupende ballate a cui ci hanno abituati nel corso degli anni (“My terracotta heart” e “New world towers“). Fortunatamente anche la vena sperimentale degli ultimi dischi continua a farsi sentire anche in questo nuovo lavoro: lo pseudo reggae di “Ghost ship” o la chiusura in salsa western di “Mirrorball” ne sono ottimi esempi. Un gran ritorno per una band che ha ancora molto da dire. – Best track: My terracotta heart

6. DARDUST – 7

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Il mio disco rivelazione dell’anno è italianissimo ma ha un suono nord europeo. Dietro al nome Dardust si nasconde infatti Dario Faini e “7” è stato registrato interamente a Berlino, prima città di una trilogia che vedrà protagoniste dei capitoli successivi Reykjavic e Londra. Come suggerisce il titolo, l’album è composto da sette composizioni strumentali, che sanno miscelare abilmente la musica classica ed un senso della melodia tutto italiano a sonorità elettroniche e ambient. E così nelle bellissime “Sunset on M.” e “Un nuovo inizio a Neukölln” la magia del pianoforte e l’incredibile dolcezza degli archi vengono sostenuti da synth e suoni digitali. Sette piccoli capolavori, da ascoltare a luce spenta e ad occhi chiusi, lasciando la mente libera di perdersi tra queste note. Arricchiscono il disco sei altrettanto stupende versioni acustiche. – Best track: Sunset on M.

5. GUY GARVEY – COURTING THE SQUALL

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Prima prova solista per Guy Garvey, frontman degli inglesissimi Elbow, band che non ha mai sbagliato un disco. Le squisite atmosfere malinconiche della band di Manchester permeano gran parte dell’album di Garvey (basta citare la title track o la sognante “Juggernaut“), a cui però si aggiungono fiati, percussioni e un inaspettato approccio blues e funk “(Angela’s eyes” e “Belly of the whale” ne sono una prova). Non manca nemmeno una pennellata di jazz nell’oscura “Electricity“, cantata in coppia con Jolie Holland. Un disco da gustare da soli, con un whisky in mano e la dolcezza della voce di Garvey ad accarezzarci l’anima. – Best track: Courting the squall

4. MEW – +-

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Purtroppo poco conosciuti nel nostro paese, i Mew sono una band danese che da anni sforna ottimi dischi pop, nel senso più colto e lodevole del termine. Non fa eccezione nemmeno “+-“, album dal titolo bizzarro ma con un gran contenuto. Brani zuccherosi ed easy listening, come il bel singolo “The night believer” o “Interview the girl“, si alternano a pezzi decisamente più sperimentali, come l’eterea “Clinging to a bad dream” o l’epica cavalcataRows“. Per non parlare della ballata finale “Cross the river on your own“, che vi farà cadere più di una lacrima. Un disco e una band che meriterebbero sicuramente molta più visibilità rispetto a quella, ahimè, limitata di cui godono. – Best track – Cross the river on your own

3. EL VY – RETURN TO THE MOON

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Gli EL VY sono il side project di Matt Berninger, frontman dei The National (una delle migliori band degli anni 2000), e di Brent Knopf dei bravi ma meno conosciuti Menomena. Insieme hanno deciso di divertirsi, incidendo un disco che dire eterogeneo è un eufemismo. Si passa infatti con disinvoltura dal danzereccio pop da cameretta di “Return to the moon” alle chitarre malate di “I’m the man to be“, proseguendo con le atmosfere assolutamente National di “No time to crank the sun” e il rock scanzonato di “Happiness Missouri“. Il tutto ovviamente tenuto insieme dalla voce di Matt Berninger, che potrebbe benissimo cantare una filastrocca per bambini rendendola eccezionale. Aspettando il ritorno dei The National, gli EL VY si sono rivelati un ottimo diversivo. – Best Track: No time to crank the sun

2. DEATH CAB FOR CUTIE – KINTSUGI

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Mi spiace doverlo dire ma la separazione da Zooey Deschanel ha fatto sicuramente bene a Ben Gibbard: almeno dal punto di vista musicale. “Kintsugi“, il primo disco senza lo storico chitarrista Chris Walla, è un disco maturo, con testi riflessivi e sonorità degne dei migliori Death Cab. Sicuramente la fine della storia d’amore con la Deschanel ha influenzato profondamente la scrittura degli undici brani che compongono l’album e l’atmosfera che si respira è quella di una malinconia pura, in grado di avvolgere dolcemente l’ascoltatore. Ma l’ormai terzetto americano non disdegna anche episodi più ritmati e brani dalla matrice prettamente rock (“The ghost of Beverly Drive” e “Black sun“), alternati alle ballate che sono da anni il marchio di fabbrica della band. E’ mancato veramente un soffio perchè “Kintsugi” non fosse in vetta alla top ten! – Best track: Little wanderer

1. EDITORS – IN DREAM

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Ed eccoci finalmente arrivati al gradino più alto della classifica, occupato da una delle mie band preferite in assoluto. Dopo un ritorno a sonorità analogiche e maggiormente rock oriented con il bellissimo “The weight of you love“, il quintetto londinese vira nuovamente verso un approccio digitale, sfornando un disco impregnato di atmosfere oscure e malinconiche, in cuiperò non mancano momenti da dancefloor indie (il singolone “Life is a fear” e la stupenda “Our love“). Un viaggio tormentato, tra suoni elettronici e la magnifica voce di Tom Smith, che ormai ha decisamente preso familiarità con il falsetto. Impreziosisce il tutto la collaborazione con Rachel Goswell degli Slowdive, il cui contributo è stato fondamentale a rendere “The law” uno dei pezzi più belli del 2015. Sperando vivamente che la band il prossimo anno torni da queste parti, non posso che decretare “In dream” il mio disco dell’anno. – Best track: The law

Ma, come vi ho accennato all’inizio dell’articolo, quest’anno ha visto l’uscita di altri dischi che mi hanno favorevolmente colpito e che ho deciso comunque di segnalarvi:

  • Coldplay – A head full of dreams
  • Elbow – Lost worker bee Ep
  • Grant Nicholas – Black clouds Ep
  • Muse – Drones
  • Ólafur Arnalds & Alice Sara Ott – The Chopin project
  • Ólafur Arnalds & Nils Fraham – Collaborative works
  • Placebo – Mtv unplugged
  • Starsailor – Good souls: the greatest hits
  • Subsonica – Una nave in una foresta dal vivo

E il vostro 2015 musicale come è stato? Quali sono i dischi che vi hanno accompagnato durante i mesi appena trascorsi? Fatecelo sapere!

Mr. P

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4 pensieri su “I migliori dischi del 2015

  1. Monica Bogliolo ha detto:

    Devo dissentire sugli Editors, per me “In dream” è stato una delle delusioni del 2015. Ti segnalo un po’ di cose che forse sono più nelle mie corde ma potrebbero comunque interessarti: i Viet Cong, che secondo me hanno fatto un album fighissimo, “Love songs for robots” di Patrick Watson, che non conoscevo prima (quanta ignoranza) ed è stato una rivelazione pazzesca, “Believe I’m going down” di Kurt Vile, “Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit” di Courtney Barnett, “Hypnophobia ” di Jacco Gardner.
    Per quanto riguarda i “mostri sacri”, mi sento di inserire tra i best 15 anche i Godspeed You! Black Emperor, che per me vincono anche lo scettro di miglier live. Tra gli italiani, “Rumors” di Spaccamonti è quello che ho ascoltato di più.

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  2. Mr. P. ha detto:

    Il disco degli Editors ho impiegato un po’ ad apprezzarlo a pieno ma dopo averlo assimilato penso sia un ottimo disco!
    Ti ringrazio per i consigli: alcuni li conoscono, altri solo di nome. Quest’anno purtroppo mi sono perso un po’ di roba, ma vedrò di rimediare iniziando a recuperare quello che mi hai segnalato 😉

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    • Mr. P. ha detto:

      Fa sempre piacere quando altri appassionati danno un’occhiata ai miei commenti sui dischi che amo. Ho guardato anche io il tuo articolo ed è vero, hai fatto scelte diverse dalle mie, ma che sono sicuramente spunto per conoscere nuova musica!

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